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A Lampedusa tra i migranti privati di tutto, anche della loro identità

Dalla Nostra Inviata Speciale
Federica Iezzi
Lampedusa, 18 settembre 2023

A soli 187 chilometri dalla costa della Tunisia, Lampedusa è il primo passo sull’Europa. Con un disperato via vai, le autorità continuano a spostare i migranti dentro e fuori la struttura temporanea sull’isola, originariamente progettata per ospitare diverse centinaia di persone, ma che spesso ne accoglie alcune migliaia.

Photo credit – SOS Humanity

Mentre il sole picchia tutto il giorno sulle viuzze e sulle case dai tetti colorati, passano, tra i ristoranti affollati di turisti, autobus pieni di migranti diretti verso i traghetti per la Sicilia. Questo balletto è quotidiano sulla piccola isola. Partono dal centro di accoglienza costruito lontano dagli occhi. Ha una sola strada, arida e remota, che termina in una valle senza uscita. I percorsi che portano alla spiaggia sono altrove.

Gli arrivi non sono stati rallentati dall’immorale accordo anti-migranti che l’Unione Europea ha siglato con la Tunisia. La strategia è quella di rendere gli aiuti economici condizionali alla gestione dei flussi migratori. Crescono le gravi violazioni dei diritti umani subite dai migranti e richiedenti asilo di origine sub-sahariana, a partire dalle pratiche violente della guardia costiera tunisina per finire alla campagna mediatica che sta diffondendo in Tunisia una retorica sovranista e intollerante, avvolta da una discriminazione istituzionale.

Dunque niente è cambiato. Si continuano a riversare risorse e sforzi nei programmi di controllo delle frontiere come Frontex (European Border and Coast Guard Agency), European Integrated Border Management ed Eurosur (European Border Surveillance system).

Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), nel 2023 sono già più di 113.000 i migranti arrivati in Italia via mare e oltre 2.000 i deceduti nel tentativo di raggiungere l’Europa. Di questi, almeno 73.000 partono proprio dagli hubs tunisini. E dagli ultimi aggiornamenti della Croce Rossa Italiana, si aggiungono gli almeno 7.000 migranti che la scorsa settimana, in meno di 48 ore, hanno raggiunto l’isola, quasi tutti partiti dalla Tunisia.

Lampedusa è diventata una zona ultramilitarizzata dove i migranti vengono parcheggiati in un campo.
L’esercito vigila e controlla. Ai volontari che lasciano il campo non è permesso parlare, altrimenti viene revocato il diritto di ingresso alle organizzazioni di appartenenza.

Riescono a trapelare pochi particolari: “E’ invivibile. Ci sono più di 4.000 persone in un campo che dovrebbe contenerne 300”.

Lampedusa conta circa 6.000 abitanti, il coro che si leva all’unanimità non è mai cambiato negli anni: “Queste persone vengono qui e noi le rinchiudiamo. Sono in arresto. Non possiamo più parlare con loro, perché sono diventati numeri”.

Dopo aver esaurito gli argomenti emotivamente e politicamente rilevanti, nessuno si sofferma sulla complessa situazione che caratterizza i luoghi di frontiera, al di là dei periodi di emergenza. Nessuno analizza cosa attende i sopravvissuti alla traversata del Mediterraneo, una volta entrati nel sistema amministrativo che regola la loro permanenza e la loro futura partenza verso un’altra struttura di accoglienza o trattenimento, o addirittura verso il Paese di origine.

Questa situazione teoricamente eccezionale è diventata ordinaria ed è accompagnata da pratiche altrettanto ambigue. Il laissez-faire della polizia che consente ai migranti di uscire dal centro. I tempi amministrativi nel trattamento delle pratiche che regolarmente superano la durata massima di permanenza nel centro stesso. L’eccezionalità delle misure di confinamento amministrativo, in assenza di reato, nei luoghi di confine, che diventa emblematica per la mobilità ostacolata.

Questa politica è omicida e lo si testa ogni volta che i migranti vengono trasferiti dal centro di accoglienza al traghetto che li porta in Sicilia. Stipati, senza identità, spogliati dei loro stessi occhi. Con le labbra cucite in un silenzio senza rimedio. Migliaia di uomini e donne cui è negata la mobilità e che cercano di sopravvivere alle conseguenze della migrazione e delle politiche di asilo basate sul rifiuto. Rimane solo una linea bianca di spuma che la nave si lascia dietro, sul liscio mare azzurro scuro.

Il governo italiano dice che ci sono meno morti nel Mediterraneo, non è vero, perché il Mediterraneo non lo controlla più nessuno.

Di Lampedusa i politici parlano come di un’arena dove fare la guerra contro i migranti. Mai riusciti a impedire le partenze disperate dalle coste libiche e tunisine, hanno invece alimentato sentimenti discriminatori, mettendo da parte una narrativa umanitaria protagonista di un passato lontano.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
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©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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A Khartoum tra furiosi combattimenti i janjaweed vogliono costituire un governo

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
16 settembre 2023

Guerra continua in Sudan. Giovedì scorso il capo delle Rapid Support Forces (nuovo nome dei janjaweed), Mohamed Hamdan Dagalo, meglio noto come Hemetti ha minacciato di varare un governo nelle aree controllate dalle sue milizie, se il nemico, Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, presidente del Consiglio Sovrano (cioè di fatto presidente della Repubblica) dovesse a sua volta formare un nuovo esecutivo. Il mese scorso il generale Burhan aveva annunciato la necessità di un regime provvisorio da insediare a Port Sudan, sul Mar Rosso.

Sudan: bombardamenti delle forze armte su Khartoum

“Se l’esercito dovesse formare un governo, avvieremo immediatamente ampie consultazioni per istituire una vera autorità civile nelle aree sotto nostro ampio controllo, con capitale Khartoum”, ha annunciato Hemetti, blandendo la società civile. Ha poi aggiunto che qualsiasi mossa da parte dell’esercito in questo senso, dividerebbe il Paese.

Nei giorni scorsi l’esercito sudanese ha lanciato nuove offensive aeree sulla capitale e dintorni. E’ stato colpito anche il mercato del bestiame Hilet Kuku di Khartoum nord. L’attacco era mirato contro i paramilitari di RSF, ma come spesso accade, sono morti solamente civili. Almeno 46 le vittime, oltre a numerosi feriti. Altri droni si sono abbattuti anche sul ponte Shambat che collega Khartoum con Bahri, il terzo agglomerato urbano della capitale.

Sin dall’inizio della guerra molti residenti sono scappati dalla città. A tutt’oggi manca all’appello almeno la metà dei suoi abitanti, in fuga terrorizzati e disperati per le violenze. La mancanza di cibo, acqua, corrente elettrica e dei servizi di base, causati dai continui combattimenti e bombardamenti indiscriminati.

Giovedì scorso l’esercito  ha colpito pesantemente anche Nyala, città nel Darfur meridionale.

“Le parti in causa utilizzano armi pesanti in aree densamente popolate, con conseguenze devastanti per la popolazione. Entrambi “prendono deliberatamente di mira aree popolate, strutture civili, ospedali e luoghi di culto”, ha spiegato Mohamed Salah di Emergency Lawyers  (gruppo di avvocati locali che monitora e segue tutte le violazioni dei diritti umani in Sudan).

Nel luglio 2023, la Corte penale internazionale ha aperto un’indagine sui crimini commessi in Darfur, dove continua la pulizia etnica su grande scala da parte dei paramilitari golpisti della Rapid Support Forces.

In Darfur, dove sono cresciuti e si sono sviluppati e si chiamavano janjaweed prima di essere integrati nella RSF per ripulirne l’immagine, continuano a attaccare i villaggi delle etnie africane. Tra questi i masalit, popolazione musulmana sì, ma non araba, che vive a cavallo tra Sudan e Ciad. Si pensi solo che la loro lingua è scritta in caratteri latini e non arabi.

A questo punto va ricordato che nel 2016, come riportato da Africa ExPress, i paramilitari di RSF sono stati finanziati dall’Unione Europea per controllare i confini sudanesi  e arginare così il flusso migratorio verso il Mediterraneo. Nel 2022 sono strati addestrati da istruttori italiani.

I janjaweed hanno ricevuto aiuti logistici e militari anche dalla Russia. Dagalo, infatti, ha concesso ai mercenari del gruppo Wagner, lo sfruttamento di miniere d’oro nel nord del Paese. Gli Italiani, dal canto loro, li hanno addestrati e finanziati come ha rivelato Africa ExPress, pubblicando un video in cui Dagalo conferma l’aiuto italiano e ringrazia l’Italia. Quindi, italiani e russi assieme a insegnare ai tagliagole a far la guerra seriamente.

Mohamed Hamdan Daglo, detto Hemetti, capo delle RSF

Il Darfur è completamente isolato da internet e telefono. Le gente, per dare le proprie notizie a parenti e amici, è stata costretta a tornare ai messaggi manoscritti affidati agli autisti dei taxi collettivi  Ma a volte tali lettere impiegano anche oltre una settimana per arrivare a destinazione, sempre che il destinatario sia ancora in vita.

Secondo ACLED (Armed Conflict Location & Event Data Project), dall’inizio della guerra sarebbero morte 7.825 persone. Tuttavia, proprio per l’estrema violenza del conflitto e del limitato accesso in certe aeree, la mancanza di comunicazione, cercare di calcolare il numero esatto di vittime umane è quasi impossibile. Tanti ospedali sono ormai chiusi, altri lavorano sotto regime, per mancanza di personale sanitario, medicinali e quant’altro.

In continuo aumento anche gli sfollati. In base all’ultimo rapporto di ACLED, a tutt’oggi sarebbero 4,1 milioni, mentre, secondo OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) oltre 1,1 milione di sudanesi avrebbero cercato protezione nei Paesi limitrofi, tra cui i poverissimi e afflitti anch’essi da enormi problemi interni, come Ciad, Repubblica Centrafricana e Sud Sudan.

Con l’inizio della stagione delle piogge, la situazione sanitaria sta peggiorando. Con il ridotto accesso all’acqua e ai sistemi igienico-sanitari, si rischia l’insorgere di malattie su larga scala, come malaria, morbillo, dengue e diarrea acquosa acuta.

Quasi la metà della popolazione sudanese necessita di aiuti umanitari, mentre sono oltre 3 milioni i bambini sotto i cinque anni affetti da malnutrizione acuta. Oltre 650mila tra questi in forma grave.

Volker Perthes, inviato speciale delle Nazioni Unite per il Sudan, ha presentato le sue dimissioni al Consiglio di Sicurezza mercoledì scorso, probabilmente perché messo sotto pressione dal regime sudanese. Infatti Khartoum aveva dichiarato Perthes “persona non grata” già lo scorso giugno.

Nel suo ultimo rapporto, il diplomatico dell’ONU ha precisato: “Quello che è iniziato come un conflitto tra due formazioni militari potrebbe trasformarsi in una vera e propria guerra civile, i combattimenti non stanno diminuendo e nessuna delle due parti sembra vicina a una vittoria militare decisiva”. E infine ha condannato bombardamenti aerei indiscriminati dell’esercito sudanese, violenze sessuali e saccheggi dei soldati.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
Twitter: @cotoelgyes
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Accuse all’Italia per l’addestramento dei janjaweed: “Avete creato un mostro”

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Trent’anni gli accordi di Oslo fra Israele e Palestina: ora sono carta straccia


EDITORIALE
Eric Salerno

Roma, 15 settembre 2023

Una speranza o una trappola? O le due cose insieme? Trenta anni fa furono firmati sul prato della Casa Bianca i famosi accordi di Oslo. Ero tra i giornalisti presenti a Washington per l’occasione. Arrivato di corsa da Gerusalemme dove per anni ho seguito, come inviato de Il Messaggero, il conflitto in Medio Oriente. Bill Clinton appariva soddisfatto. Gioioso. Arafat sembrava contento, sembrava dire: “Finalmente ho vinto la guerra di sopravvivenza del mio popolo”: i palestinesi avevano compiuto un grande passo verso la creazione di uno Stato indipendente accanto a Israele. Itzhak Rabin, il premier israeliano, che sarebbe stato poi ucciso a Tel Aviv da un ebreo fanatico religioso, appariva perplesso quando fu il momento di stendere la mano al vecchio nemico. Peres, da sempre volto buono di Israele, dava l’impressione di aver vinto una grande causa.

Yitzhak Rabin, Bill Clinton e Yasser Arafat durante la firma degli Accordi di Oslo del 13 settembre 1993, Photo Credit-Wikipedia

Due giorni dopo, di ritorno a Gerusalemme, nel patio dello storico American Colony Hotel, splendido ritrovo di giornalisti e spie, diplomatici e rappresentanti dei Paesi di mezzo mondo, un gruppo di colleghi italiani intorno a una tavolata si chiedeva, un po’ allegri un po’ tristi, dove trasferirsi per vedere altre sofferenze e raccontarle. Il conflitto sembrava finito. “Calma ragazzi. Ci sono ancora molte cose in sospeso. Temo che questa sia soltanto una pausa”, suggerii mentre fuori, per le strade della Città Santa, ragazzi palestinesi infilavano fiori nei mitragliatori delle truppe d’occupazione: erano incerti, perplessi. Avevano ragione.

“Negli accordi di Oslo firmati trent’anni fa – scrive il quotidiano di Tel Aviv, Haaretz – Israele accettò di ridurre gradualmente l’occupazione, mentre i palestinesi furono costretti a cessare istantaneamente ogni resistenza. Ogni parte ha interpretato l’accordo come meglio credeva. I rappresentanti palestinesi hanno capito o sperato che in cambio della rinuncia al 78 per cento della Palestina storica entro la fine del 1999 (senza rinunciare al legame personale-familiare, culturale, emotivo o storico del loro popolo), il controllo militare israeliano sui territori occupati nel 1967 sarebbe finito e i palestinesi vi avrebbero stabilito uno Stato”. I negoziatori israeliani hanno fatto in modo che l’accordo scritto descrivesse le fasi del processo senza menzionare obiettivi concreti (lo Stato, un territorio e confini)”.

Gli autori, o meglio, i rappresentanti di quella pace-non-pace sono tutti morti. Rabin e Peres non potranno mai dire se la loro decisione di andare avanti con un accordo più cinematografico che realistico fosse motivato del desiderio di tentare, in buona fede, una via d’uscita dal conflitto tra i due popoli che rivendicano la stessa terra o una specie di trappola per convincere i più deboli a rinunciare alla lotta armata e gradualmente accettare l’attuale situazione di apartheid.

“Grazie a Oslo – scrive sull’Haaretz Amira Hass, da sempre una sostenitrice dei diritti palestinesi – Israele si è liberata della responsabilità che spetta a un occupante per il benessere del popolo sotto occupazione. E ha mantenuto il controllo della terra, dell’acqua, delle lunghezze d’onda del cellulare, dello spazio marittimo e aereo, della libertà di movimento, dell’economia e dei confini, sia esterni che quelli che separano in settori diversi la Cisgiordania”.

E aggiunge: “Israele trae enormi profitti da queste leve di controllo, poiché supervisiona un grande laboratorio umano dove sviluppa e testa le sue esportazioni più redditizie: armi, munizioni e tecnologia di controllo e sorveglianza. I palestinesi in questo laboratorio – privati dell’autorità e le cui risorse si stanno riducendo – sono stati lasciati liberi di gestire i loro problemi e gli affari civili”.

Qualcuno, oggi, attribuisce il fallimento degli accordi, in primo luogo all’uccisione di Rabin, un fatto traumatico per Israele ma anche un’assassinio che ha sorpreso pochi. Le carte segrete di alcune riunioni a Gerusalemme in cui prima della firma i protagonisti degli accordi discutevano tra di loro e con altri esponente del governo, dei servizi segreti e capi militare sull’opportunità o meno di andare avanti mostrano un quadro di confusione e incertezza. Soprattutto fa capire che la maggioranza degli israeliani, di destra come a sinistra, puntava da sempre a uno Stato per gli ebrei che andasse dal Mediterraneo al fiume Giordano, ossia tutto il territorio della Palestina sotto mandato britannico. Il progetto era ben delineato nel programma del Likud da dove scomparve, in maniera politicamente opportuna, solo anni dopo.

Oggi la popolazione di coloni israeliani in Cisgiordania ammonta a più di mezzo milione di persone. E aumentano gli insediamenti ebraici anche a Gerusalemme Est che doveva essere, nel progetto di pace, la capitale dello Stato palestinese. “Abbiamo raggiunto un traguardo enorme”, ha detto Baruch Gordon, un dei dirigenti dell’insediamento di Beit El. “Siamo qui per restare.”

Non tutti gli israeliani sono d’accordo ma solo pochi, in questi lunghi mesi di proteste pubbliche contro Netanyahu e il suo governo di estrema destra, da molti definito “fascista”, hanno voluto parlare pubblicamente della questione palestinese. E ora tutti aspettano l’Assemblea generale dell’Onu a New York per vedere se dopo mesi di boicottaggio il capo della Casa Bianca cederà e per i propri interessi politici o quelli del partito democratico, con le elezioni presidenziali alle porte, stenderà più di una mano al premier israeliano Netanyahu.

Il disastro avvicina i due governi libici che collaborano per soccorrere i sopravvissuti dell’alluvione

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
14 settembre 2023

I morti sono ovunque, dentro le case, nelle strade, in mare, hanno raccontato le squadre di soccorritori che sono riusciti a arrivare a Derna, città nell’est della Libia. “Le immagini che si presentano ai nostri occhi sono spettrali”, ha raccontato un volontario arrivato da Bengasi. La tempesta Daniel, con le sue forti piogge, ha causato il cedimento di due dighe, che hanno riversato 33 milioni di metri cubi d’acqua, spazzando via interi quartieri del centro abitato, causando distruzione e morte.

Derna, nell’est della Libia, distrutta dal passaggio della tempesta Daniel

La spiaggia è disseminata di vestiti, giocattoli, mobili, scarpe e altri beni spazzati via dalle case dalla furia delle acque. Le strade sono coperte di fango e disseminate di alberi sradicati e centinaia di auto distrutte, molte delle quali capovolte su un fianco o sui tetto. Una vettura è persino rimasta incastrata sul balcone del secondo piano di un edificio sventrato.

Anche i sopravvissuti all’alluvione sono alla disperata ricerca dei loro cari tra le migliaia di morti e dispersi. Gli sfollati sono oltre 30mila, mentre finora si parla oltre 6.000 vittime e di almeno 10 mila dispersi. Secondo la Mezza Luna Rossa, il numero dei morti potrebbe  raddoppiare o addirittura quadruplicare. Nel caos attuale è davvero difficile fare prognosi.

Un autista, che domenica, durante il disastro, era in servizio, ha raccontato ai reporter della Reuters: “Da giorni che sono alla ricerca di mia moglie e dei miei cinque figli. Mi son mosso a piedi ovunque: negli ospedali, nelle scuole, nulla. Continuo a comporre il suo numero di cellulare. Risulta sempre spento. Da parte della famiglia di mio padre abbiamo perso 50 parenti. Alcuni corpi sono stati ritrovati, altri risultano ancora dispersi”.

Abdulmenam al-Ghaithi, sindaco di Derna, ha detto che finora squadre di soccorso sono arrivate da Egitto, Tunisia, Emirati Arabi Uniti, Turchia e Qatar. La Turchia sta anche inviando una nave con attrezzature per allestire due ospedali da campo.

Ora più che mai la Libia necessita di unità. Le lotte tra le fazioni politiche non solo hanno danneggiato la governance del Paese, ma hanno anche influito sulla sua capacità di prepararsi e affrontare i disastri.

Il conflitto in Libia ha lasciato infrastrutture fatiscenti e inadeguate”, ha dichiarato Intisar Shennib, membro della Camera dei Rappresentanti, l’organo legislativo del governo libico orientale. “Il Paese non è ‘attrezzato’ per gestire una catastrofe del genere. Le nostre risorse non sono sufficienti”.

Eppure la Libia possiede grandi riserve di petrolio, ma il fatto che i suoi leader non riescano a raccogliere le risorse necessarie per far fronte a inondazioni e altri disastri è un tragico riflesso della paralisi politica che da anni affligge il Paese.

E’ un momento di profonda crisi nazionale per la Libia. Tuttavia, ora i libici dovrebbero unirsi per il bene del Paese, superare le divisioni del passato e iniziare il processo per la costruzione di uno Stato unitario in grado di rispondere non solo a una catastrofe improvvisa, ma anche prepararsi ad affrontarla e a ricostruire un futuro migliore.

L’attuale crisi ha portato finalmente le fazioni politiche a unirsi per aiutare i sopravvissuti. Un governo di unità nazionale (GNU), riconosciuto a livello internazionale ha sede a Tripoli, nella parte occidentale, mentre un’amministrazione parallela opera nella parte orientale, compresa Derna.

L’emittente al Jazeera ha fatto sapere poche ore fa, che una delegazione ministeriale ha lasciato Tripoli nella tarda serata di ieri per valutare i danni a Derna e nelle città vicine colpite dal disastro. E sembra davvero che le due autorità riescano a collaborare.

Aiuti stanno arrivando da ogni parte del mondo: oggi è attesa in Libia anche una nave della Marina Militare italiana per fornire supporto logistico e medico.

Squadre di soccorso a Derna

Diversi altri Paesi ed enti, tra cui Algeria, Egitto, Francia, Iran, Giordania, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito, Stati Uniti, Nazioni Unite e Unione Europea, hanno confermato il loro sostegno alla Libia, inviando vari aiuti, che spaziano da quello militare a quello medico.

Subito dopo la catastrofe, le autorità avevano poi mosso forti critiche perché le condizioni meteorologiche, come i livelli dell’acqua del mare, delle precipitazioni e le velocità del vento, non sarebbero state studiate bene. Per questo motivo non è stato possibile effettuare evacuazioni di famiglie residenti nella traiettoria della tempesta.

Già nel 2016 Kofi Annan, ex segretario delle Nazioni Unite e Premio Nobel per la Pace 2001, aveva chiesto previsioni meteo precise, insistendo perché venissero comunicate alle popolazioni che si trovano sulla traiettoria di un eventuale pericolo, come forti piogge o altri eventi naturali straordinari gravi. Una prevenzione indispensabile per far sì che la gente si possa mettere al riparo, essere evacuata prima della tempesta. Anche i poveri hanno diritto a un sistema di allerta meteo.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
Twitter: @cotoelgyes
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Kofi Annan: “Anche i poveri hanno bisogno di un sistema d’allerta meteo”

Diluvio universale e inondazioni bibliche nell’est della Libia

 

 

 

 

 

 

Mozambico, Forze armate senza stipendio da due mesi a causa di 7.000 “soldati fantasma”

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
13 settembre 2023

Mentre le Forze armate mozambicane (FADM), i militari ruandesi e i soldati SADC della Southern african mission in Mozambique (SAMIM) continuano a liberare Cabo Delgado, i soldati mozambicani da due mesi sono senza stipendio.

I settemila “soldati fantasma”

Nel 2022 sono risultati 7.000 (settemila) soldati fantasma che ricevono mensilmente lo stipendio. Il ministero della Difesa mozambicano ha dichiarato che non c’erano prove dell’esistenza di queste migliaia di militari.

Pagare gli stipendi è una “mission impossible”

Il capo dello Stato, Filipe Nyusi, ha imposto al ministero delle Finanze di pagare gli stipendi entro pochi giorni. Ma per il momento sembra una “mission impossible”.

giacimenti di gas - militari mozambicani
Militari mozambicani a Cabo Delgado

Il problema è nato da un censimento ai dipendenti della Pubblica amministrazione. Questi lavoratori, compresi i militari, dovevano fornire la prova della loro esistenza per garantire trasparenza dei dati sui pagamenti degli stipendi.

Amílcar Tivane, viceministro dell’Economia e Finanze, ha garantito di aver processato, circa 100 mila dipendenti della Pubblica amministrazione, su un totale di 385 mila.

“Dobbiamo controllare la qualità delle informazioni, entrare nel sistema e generare i fogli elettronici (e-folha) – ha dichiarato Tivane all’agenzia di stampa statale, AIM -. Poi bisogna verificare se gli stipendi di ciascun membro delle Forze di difesa e sicurezza corrispondono a quanto ci si aspetterebbe. Quindi i settori devono convalidare. Si tratta di un processo complesso”.

In Mozambico c’è qualcuno che sugli stipendi congelati ai militari dal 15 luglio scorso, provocatoriamente, ha pensato di gettare benzina sul fuoco.

Nel video il cantante Doppaz invita i militari mozambicani a fare un golpe

Il musicista: “ Fate un golpe. Bumm, bang, bang”

Si chiama Doppaz e sui social ha pubblicato un video arrivato ad Africa ExPress. In accappatoio e, probabilmente alticcio o sotto i fumi di qualche sostanza psicotica, legge una lettera inviatagli da un militare. Il soldato si lamenta del fatto che è senza stipendio e gli chiede aiuto. Dopo aver letto la missiva arriva il consiglio del cantante a tutti i militari.

“Io dò la mia opinione. La maggioranza dei colpi di Stato, sapete come funziona, sono fatti dai militari. Andate a controllare – spiega Doppaz nel video -. …con le risorse che avete…armi, granate…go… Se fosse per me, armi, granate…bumm, bang, bang, taratatata. Prendete quelle fottute armi e granate e fate saltare qualcosa…”

I commenti al video

“Doppaz eroe nazionale; ha ragione; mi ispiro a Doppaz; sono dalla tua parte; ognuno è libero di pensare. Libertà di espressione”. Sono solo alcuni dei commenti al video, diventato virale. Video che lo ha fatto arrestare dal Servizio nazionale di investigazione criminale (SERNIC).

Ma è indagato anche per un altro video dove invita ad uccidere il presidente, Filipe Nyusi, e suo figlio. Dopo quattro giorni di prigione a Maputo e una cauzione di di 60 mila meticais (880 euro) è a piede libero. Dovrà affrontare un processo con l’accusa di incitamento alla disobbedienza collettiva e istigazione pubblica a delinquere.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

Twitter:
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Mozambico, 2.800 soldati di cinque Paesi africani contro i jihadisti di Cabo Delgado

Contro il terrorismo jihadista arrivate truppe ruandesi nel nord Mozambico

Anche terroristi sudafricani tra gli islamici dell’attacco a Palma, Mozambico

Urla dal Marocco: “Abbiamo bisogno di tutto”

Speciale per Africa ExPress
Federica Iezzi
12 settembre 2023

Secondo l’Istituto Geologico degli Stati Uniti (USGS), le coordinate della scossa che ha devastato il Marocco, la notte di venerdì scorso, cadono su Oukaïmedene, nella provincia di Al Haouz, regione di Marrakech-Safi. Dopo venti minuti un’altra violenta scossa ha investito la città di Taroudant, nella regione di Souss-Massa.

Talat N’yaaqoub, Marocco – Maxar Technologies

Regno di sci e snowboard, Oukaïmedene è famoso per dar vita a eventi sportivi invernali. Fino allo scorso inverno raccoglieva turisti, sportivi e giornalisti da tutto il mondo. E oggi? “La mia gente ha perso tutto. Ci sono zone dove non si può arrivare perché le strade non esistono più. I morti sono ancora sotto terra”, ci dice Rachida Sabihi.

Mentre si moltiplicano le scosse di assestamento, la gente dorme ancora all’aperto e la notte le temperature scendono sotto i 15°C. Nei villaggi scavati nelle montagne dell’Alto Atlante si costruiscono tende di fortuna, per proteggere gli anziani e i bambini, gli altri restano svegli.

Si sfiorano quasi i 3000 morti e il numero di feriti cresce di ora in ora.

Il Marocco ha annunciato ufficialmente la collaborazione con almeno cinque Paesi: Spagna, Regno Unito, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Ieri sera si è aggiunta l’Algeria, secondo quanto dichiarato dal ministro della giustizia del Marocco Abdellatif Ouahbi.

“A Muhammadiyah non ci sono stati tanti danni, io vivo lì”. Rachida è rappresentante in Marocco dell’Union des Conducteurs Routiers de l’Afrique de l’Ouest (UCRAO). Racconta che in un villaggio nella provincia di Chichaoua, nella regione di Marrakech-Safi, di 300 abitanti ne sono rimasti vivi solo 10. “Abbiamo bisogno di tutto. Vestiti, coperte, cibo, acqua da bere, medicine”, continua Rachida.

Gli ospedali sono presi d’assalto, molti sono stati danneggiati dallo stesso terremoto, e il materiale sanitario non è sufficiente per l’afflusso continuo di feriti “I malati restano negli atri esterni degli ospedali perché tutti hanno paura di nuovi crolli. Anche per religione il popolo marocchino è riservato, così si cerca di mantenere umanità in mezzo al disastro”.

Le ambulanze non sono equipaggiate per raggiungere le aree rurali “Donne incinte sono morte sotto le macerie con alcuni dei bimbi ancora vivi”. Sono queste le parole strazianti, con un filo di voce rotto, di Rachida.

Nelle comunità rurali si vive in case fatte di mattoni di argilla e blocchi di calcestruzzo, molte delle quali non sono più in piedi o non sono più sicure da abitare. I muri caduti hanno esposto le viscere delle case, mentre le macerie scivolano giù dalle colline.

Le Forces Armées Royale del Marocco hanno schierato aerei, elicotteri e droni per la ricerca e il soccorso. I servizi di emergenza hanno mobilitato gli aiuti nelle aree più colpite, ma le strade che conducono alla regione montuosa intorno all’epicentro, restano bloccate dalla permanente caduta di massi.

Non c’è elettricità di sera e il rumore dei generatori satura l’aria, così come il pianto dei bambini sopravvissuti che non hanno più una famiglia.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Terremoto in Marocco: l’inferno in terra, oltre 2.000 morti e altrettanti feriti

Diluvio universale e inondazioni bibliche nell’est della Libia

 

Africa ExPress
12 settembre 2023

Le immagini che circolano in rete sembrano uscite da un film dell’horror. Non fosse per la presenza di macchine e edifici moderni, ricordano il diluvio universale al tempo di Noé. L’est della Libia è sommersa dalle acque, in particolare la città di Derna, dove sono crollate due dighe dopo il passaggio della tempesta Daniel.

Libia: Derna sommersa dalle acque

Il Centro Nazionale di Meteorologia libico ha riportato che un totale di 414,1 millimetri di precipitazioni sono state registrate a Beida (altra città della Cirenaica), dove sono morti almeno 50  residenti. Tra le altre città colpite dalla tempesta, ci sono Susa, Marj e Shahatt; centinaia di famiglie sono state sfollate e si sono rifugiate in scuole e altri edifici governativi a Bengasi e in altre città della Libia orientale.

La tempesta mediterranea Daniel ha causato devastanti alluvioni in molte città della Libia orientale. Ma tutti gli occhi sono puntati a  Derna, dove  forti piogge e inondazioni, causate dal cedimento delle dighe, che hanno liberato oltre 33 milioni di metri cubi d’acqua, hanno sommerso e spazzato via interi quartieri.

Parecchi isolati residenziali sono stati cancellati lungo il Wadi Derna, fiume che scende dalle montagne e attraversa il centro della città. Diversi edifici di appartamenti a più piani, un tempo ben distanti dal corso d’acqua, sono parzialmente crollati nel fango.

Secondo le stime delle autorità sarebbero morte oltre 3.000 persone. Il portavoce della Mezza Luna Rossa libica, Taqfiq Shukri, ha fatto sapere poco fa, che finora sono stati recuperati 2.084 corpi, mentre Tamer Ramdan, capo delegazione in Libia Federazione internazionale delle società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, sostiene che oltre diecimila persone risultano ancora disperse. Ha poi aggiunto di essere davvero preoccupato, in quanto ritiene che la gestione del disastro sia “al di là delle capacità del governo, della società nazionale e della popolazione” e ritiene assolutamente necessario l’intervento e l’assistenza di attori internazionali.

“Circa un quarto della città di Derna è stato spazzato via dalle inondazioni. Finora sono stati recuperati più di 1.000 corpi” ha dichiarato poche ore fa alla Reuters un ministro dell’amministrazione che controlla la zona orientale. Il capo del dicastero dell’Aviazione civile di Bengasi, Hichem Chkiouat, è riuscito a visitare Derna questa mattina e ha dichiarato alla Reuters: “I corpi giacciono ovunque: in mare, nelle valli, sotto gli edifici, la situazione è catastrofica. E non esagero affermando che un quarto della città è sparita, non esiste più”.

Le autorità hanno poi mosso forti critiche perché le condizioni meteorologiche non sarebbero state studiate bene, come i livelli dell’acqua del mare, delle precipitazioni e le velocità del vento. Per questo motivo non è stato possibile effettuare evacuazioni di famiglie residenti nella traiettoria della tempesta.

Il Paese è diviso tra governi rivali a est e a ovest, ognuno dei quali è sostenuto da una serie di milizie. Dalla rivolta del 2011 la Libia è priva di un autorevole e forte governo centrale e l’illegalità che ne è derivata ha comportato una diminuzione degli investimenti nelle strade e nei servizi pubblici del Paese e una regolamentazione dell’edilizia privata. E, gran parte di Derna è stata costruita durante l’occupazione italiana nella prima metà del XX secolo.

I convogli di soccorso si stanno spostando da ovest a est nella Libia divisa e il governo di Tripoli, riconosciuto a livello internazionale ma senza potere reale, ha dichiarato la regione orientale zona disastrata e sta procedendo all’invio di aiuti.

Il primo ministro libico, Abdul Hamid al-Dbeibah, a capo del governo di Unità Nazionale (GNU), che unito non è, ha annunciato questa mattina di aver già mandato un aereo a Bengasi con 14 tonnellate di forniture e personale medico, malgrado ci siano ancora grosse difficoltà ad entrare nella città di Derna, la più colpita.

Anche la comunità internazionale si sta muovendo, offrendo aiuti alle zone colpite dalle alluvioni. Persino il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian, ha fatto sapere che il suo Paese è pronto a inviare aiuti umanitari.

Africa ExPress
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Ricomincia la guerra cruenta in Libia: gruppi di milizie rivali si scontrano nella capitale Tripoli

Proteste in Libia: ministro Esteri fugge in Turchia dopo incontro con collega israeliano a Roma

 

 

 

Sportivi pallamano burundesi U19 fuggiaschi in Belgio: la lunga strada verso la libertà

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
11 Settembre 2023

“Chi non muore si rivede quando gli serve qualche cosa”, è un vecchio detto. Ed essi, in effetti, sono vivi e vegeti e sono ricomparsi perché avevano bisogno della carta che cambierà la loro vita.

I 10 giovanissimi giocatori burundesi della nazionale Under 19 di pallamano dileguatisi a Fiume, in Croazia, il 9 agosto durante i campionati mondiali giovanili, sono riemersi. In Belgio. E hanno chiesto asilo politico. La notizia risale a qualche giorno fa, ma ora c’è la conferma ufficiale anche del sito “SchengenVisaInfonews”.

Riapparsi in Belgio i 10 giovani burundesi della nazionale di pallamano U19, scappati duranti i mondiali in Croazia

Secondo la ministra belga per l’Asilo e la Migrazione, Nicole de Moor, 39 anni, alcuni dei dieci diciasettenni (sono tutti classe 2006) hanno presentato richiesta di asilo in Belgio, che – ricorda il sito di Schengen– è l’ex Paese colonizzatore del Burundi e ospita una vasta comunità di burundesi.

Il ministro non ha precisato il numero degli “applicanti”, ma la stampa belga ha rivelato che si tratta della larga parte del team sportivo datosi alla “latitanza” per cercare libertà e migliori speranze di vita. Appare però lunga e tortuosa la strada verso la libertà, per citare un film dedicato a Nelson Mandela.

Nicole de Moor ha confermato che i richiedenti asilo sono i benvenuti anche se gli atleti ricadono sotto la responsabilità della Croazia in quanto i giovani hanno beneficiato del cosiddetto “short-stay visa” per il torneo che però consente loro di chiedere il visto anche in un altro Paese Schengen. Il ministro ha aggiunto: “Siamo in contatto con le autorità croate per organizzare il loro rientro, che è possibile soltanto se hanno l’età legale. Questo transito dei richiedenti asilo in diversi Paesi europei è proprio ciò che è sbagliato nella “policy” di chi chiede asilo”.

Nazionaale di pallamano under 19 del Burundi

Insomma, per i giovani ora c’è il pericolo di finire avviluppati nella soffocante rete di leggi e rapporti nazionale e internazionali. “In Belgio, infatti, l’accoglienza di chi cerca protezione internazionale – lo scrive il sito di Schengen – “è così piena che le singole richieste vengono rigettate a favore delle famiglie con bambini. Per questo i Paesi europei sono invitati a una migliore distribuzione dei richiedenti asilo”.

La decisione del governo belga, presa recentemente, di favorire famiglie e minori, a discapito dei single, è stata criticata dalle organizzazione umanitarie. Il Belgio, nello specifico, proprio il mese prima della fuga dei diciasettenni burundesi (il 10 luglio), ha reso nota la lista aggiornata delle nazioni non europee considerate sicure. Essa comprende Albania, Macedonia del Nord, Bosnia Herzegovina, Serbia, Montenegro, Kosovo, India e Georgia. Del Burundi non si fa cenno.

Un Paese viene considerato sicuro se in esso non c’è il rischio di persecuzioni o di seri danni fisici alle persone. A questo proposito – è scritto in una dichiarazione del governo belga – “vengono prese in esame la situazione legale, l’applicazione delle leggi e le condizioni politiche generali”.

I cittadini dei suddetti 9 Stati dovranno presentare “prove chiare e forti” che la loro patria non garantisce sicurezza. Del Burundi non si fa cenno. È noto, però, che dalle parti di Gitega e Bujumbura il rispetto delle garanzie personali e collettive, dei diritti umani, delle leggi (l’omosessualità è punita, i giornalisti incarcerati) non sono proprio una pratica quotidiana e diffusa…

La fuga di sportivi dal piccolo Paese dell’Africa orientale sta diventando… epidemica. Il 18 agosto scorso doveva partire il Burundi Football Championship 2023-2024. Ebbene, l’avvio è stato “funestato” da una sorpresa sgradita ai tifosi e al governo: 20 tra (i migliori) giocatori e dirigenti hanno fatto i bagagli e si sono “trasferiti” in Rwanda. Esattamente 9 giorni dopo l’inizio della latitanza degli atleti che si trovavano in Croazia.

Tra pallamano e palla al piede, evidentemente, qualcosa non va in quel di Burundi.

Intanto i 10 fuggiaschi europei dovranno imboccare il sentiero tormentato delle procedure: prima rivolgersi all’Ufficio della Commissione Generale per i Rifugiati, poi, in caso di diniego, fare appello al Council for Alien Law Litigation.

Nel 2022 i richiedenti asilo in Belgio sono stati oltre 100.000, dei quali 63 mila provenienti dall’Ucraina. Gli altri principali Paesi di provenienza di chi cercano asilo sono Afghanistan, Syria, Palestine, Eritrea e appunto Burundi. Fra essi i giovani “pallamanisti” la cui scelta in patria è stata, ovviamente, stigmatizzata dalle autorità. Ora la loro sorte è nelle mani del Belgio.

Eh sì, è lunga e tortuosa la strada verso la libertà.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Colpo di mano dei giocatori di pallamano: Burundi e Ruanda uniti nella fuga

Terremoto in Marocco: l’inferno in terra, oltre 2.000 morti e altrettanti feriti

Speciale per Africa ExPress
Federica Iezzi
10 Settembre 2023

Sale a più di 2000 il bilancio dei morti del terremoto di magnitudo 6,8 della scala Richter, che ha colpito il Marocco nella notte tra venerdì 8 e sabato 9 settembre. Epicentro nella provincia di Al-Haouz, sulle montagne dell’Alto Atlante, a sud-ovest della città di Marrakech. Enormemente colpiti anche i comuni di Marrakesh, Ouarzazate, Azilal, Chichaoua e Taroudant.

Photo credit – Libération

Attualmente sono le squadre della Mezzaluna Rossa Marocchina (CRM), in stretta collaborazione con la Federazione Internazionale delle Società Nazionali di Croce Rossa e di Mezzaluna Rossa (IFRC) e le autorità governative, a guidare le attività di ricerca, salvataggio e supporto sanitario e psicosociale. I primi report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) parlano di oltre 300.000 civili direttamente colpiti dal terremoto.

Grandi distanze, strade bloccate, edifici crollati, detriti e frane con alto rischio di altre, impediscono ai soccorritori di raggiungere i feriti nelle aree rurali. E gli sforzi di salvataggio rimangono difficili a causa del terreno montuoso, in zone remote, con accesso limitato.

Al momento, il governo marocchino ha presentato una richiesta ufficiale di aiuto alla Spagna. Secondo quanto dichiarato dal ministro degli esteri spagnolo Jose Manuel Albares, l’Unità Militare di Emergenza (EMU) e la comunità di Madrid, dispiegheranno in Marocco attrezzature WEAR per la ricerca e il salvataggio in aree urbane.

Un portavoce del segretario generale dell’ONU, António Guterres, ha fatto sapere che “L’organizzazione è pronta a sostenere il governo del Marocco in ogni modo necessario per soddisfare i bisogni umanitari della popolazione colpita”.

Il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, dichiara che interi team sono pronti a sostenere la risposta nazionale.

Anche Medici Senza Frontiere (MSF) è pronta ad inviare equipe di emergenza nel Paese, per valutare bisogni e fornire supporto.

https://twitter.com/MSF/status/1700484136920580246

Mentre continua a dispiegarsi una grande rete di solidarietà internazionale intorno al Marocco, la popolazione locale rimane la chiave per la risposta iniziale. Le cure d’urgenza possono rappresentare una enorme sfida quando i sistemi sanitari locali sono colpiti da un disastro. Ripristinare servizi sanitari e provvedere a forniture essenziali sono una priorità in questa fase.

Rimane fondamentale rafforzare l’assistenza primaria, per permettere alle risorse locali di rispondere alle emergenze, e valutare le esigenze mediche immediate e a breve termine, per garantire l’efficienza ed evitare stalli, in aree con infrastrutture danneggiate.

Intanto Algeri ha annunciato la riapertura del suo spazio aereo, chiuso agli aerei civili e militari marocchini dal settembre 2021, “per i voli che trasportano aiuti umanitari, feriti e persone colpite” dal terremoto.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Marocco e Israele vanno in guerra a braccetto: nuove collaborazioni in campo bellico-industriale

Il proibizionismo salva la morale ma fa un’altra vittima: muore in Marocco ragazzina per aborto clandestino

Terroristi scatenati in Mali: una settimana di continui massacri e carneficine

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
10 settembre 2023

I terroristi del Sahel si stanno scatenando. Secondo un funzionario della sicurezza di Bamako, si tratta di un “offensiva generale”.

Il bilancio di questa settimana è davvero pesante, gran parte degli attacchi sono stati rivendicati da Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani (JNIM), fondato nel marzo 2017, guidato da Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista touareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine, in italiano: ausiliari della religione (islamica). Il “consorzio” comprende diverse sigle, oltre a Ansar Dine, Katiba Macina, sono presenti anche AQMI (al Qaeda nel Magreb Islamico), Al-Mourabitoun.

Il battello “Timbuctù” attaccato dai jihadisti in Mali

Mercoledì scorso JNIM ha ammesso un’operazione contro i mercenari del gruppo Wagner a Ségou, nel centro del Paese. Si mormora che ci siano stati anche morti tra i contractor russi, ma ovviamente finora non è stata rilasciata nessuna conferma ufficiale. Attualmente in Mali ci sono 1.600 mercenari, ma la loro presenza continua essere negata da Bamako, nonostante le conferme di numerosi funzionari russi, nonché dallo stesso Evgeny Prigozhin, fondatore e ex capo di Wagner, poco prima di morire in un incidente aereo alla fine di agosto.

Mentre il giorno seguente i sanguinari terroristi hanno preso di mira il “Timbuctù”, un battello per il trasporto di passeggeri sul fiume Niger. Il natante, di proprietà della società pubblica Comanav, è stato centrato da ben tre razzi.  La vile aggressione è avvenuta nell’area di Gourma-Rharous, tra Timbuctù e Gao. “La nave può trasportare fino a 300 passeggeri”, ha confidato un funzionario della compagnia di navigazione ai reporter del luogo, ma non ha voluto precisare quante persone ci fossero  bordo al momento dell’attacco.

Lo stesso giorno il gruppo terrorista ha assalito un distaccamento dell’esercito maliano (FAMA) a Bamba, nella regione di Gao, nel nord del Mali.

Durante gli attacchi di giovedì sono morti almeno 49 civili e 15 militari, ma il bilancio è ancora provvisorio. Il presidente del governo di transizione, Assimi Goïta, ha indetto un lutto nazionale di 3 giorni.

GNIM ha rivendicato il massacro di Bamba sulla piattaforma di propaganda Al-Zallaqa. Lo ha riferito SITE, sito statunitense, specializzato nel monitoraggio dei gruppi radicali. In un comunicato rilasciato dal governo di Bamako, le autorità affermano che anche l’aggressione al battello è opera del JNIM. Hanno inoltre precisato che grazie al pronto intervento dell’esercito sono stati neutralizzati 50 terroristi.

Terroristi somali di al-Shabab in Kenya

E venerdì un nuovo assalto. Stavolta all’aeroporto di Gao. In un breve messaggio sui social network, l’esercito maliano lo ha descritto come un “attacco kamikaze molto complesso”, ma non ha fornito alcun dettaglio sulle vittime.

Fonti indipendenti hanno raccontato che nei vari attacchi perpetrati dai terroristi in questi giorni, le vittime sarebbero almeno un centinaio e decine di persone risulterebbero ancora disperse. Molti feriti sono stati trasportati all’ospedale di Gao. La società civile si è subito mobilitata e ha fatto un appello urgente per la donazione di sangue.

Infine la città di Timbuctù, è sotto assedio del JNIM dall’inizio di agosto, ma le autorità maliane continuano a negarlo.

Da ben 30 giorni per i camion provenienti dall’Algeria e dalla Mauritania è impossibile l’ingresso in città e così i prezzi sono aumentati a dismisura. Scarseggiano olio, patate, semola, zucchero e soprattutto il carburante. La Perla del Sahel è stata oggetto di diversi attacchi e, secondo fonti OCHA (Ufficio degli Affari Umanitari delle Nazioni Unite), più di 30.000 residenti avrebbero abbandonato le proprie case.

Il comandante militare della zona, Mamadou Souleymane Koné, ha cercato di rassicurare la popolazione, denunciando che si tratta solamente di una campagna mediatica.

Mali, Timbuctù

La mobilitazione dell’esercito ha rassicurato alcuni abitanti di Timbuctù, ma anche preoccupato altri: molte famiglie, in particolare arabe e tuareg, hanno preferito lasciare la città: sarebbero fuggite per la minaccia jihadista, ma anche per paura di rappresaglie da parte dei soldati maliani e dei loro ausiliari russi di Wagner. Timore accentuato qualche settimana fa con l’arrivo delle forze armate maliane e di Wagner nel campo militare di Ber, a circa 60 chilometri da Timbuctù.

La missione delle Nazioni Unite (Minusma), cacciata dalla giunta al potere, ha appena lasciato due basi vicino a Timbuctù: Ber e Goundam che sono state consegnate alle autorità maliane come previsto dal protocollo.

Ma ciò ha dato anche origine a nuovi combattimenti con i jihadisti, che si sono estesi anche nel vicino Niger e in Burkina Faso. La situazione è preoccupante- Dalle minacce, i jahadisti del JNIM sono passato ai fatti e con lo smantellamento delle basi di MINUSMA, il cui mandato prevedeva anche la protezione dei civili, la popolazione è disperata.

I gruppi a maggioranza tuareg hanno siglato un accordo di pace con lo Stato maliano nel 2015. Il Coordinamento dei movimenti dell’Azawad (CMA), firmatario del trattato, non ha nascosto il suo disappunto per la sistemazione dell’esercito e dei suoi alleati della Wagner nelle basi lasciate da MINUSMA.

Funzionari dell’ONU hanno spiegato che anche gli altri campi militari occupati dai caschi blu in Mali saranno consegnate alle autorità maliane entro latine dell’anno. Saranno loro a deciderne la destinazione se quindi concederle o meno all’esercito insieme ai contractor di Mosca.

Anche in Burkina Faso non mancano le incursioni dei jihadisti. Qualche giorno fa nelle vicinanze del campo di Ouahigouya, capoluogo della provincia di Yatenga, nel nord del Paese, i terroristi hanno massacrato 17 soldati e 36 volontari per la difesa della patria (VDP).

Finora la carneficina non è stata rivendicata, ma secondo Ouagadougou, sarebbero state ammazzate alcune decine di terroristi sin fuga. Le ricerche degli altri sarebbero ancora in corso.

Mentre solo pochi giorni prima dell’attacco, le forze armate burkinabé avevano annunciato di aver ucciso in diverse province, tra il 7 agosto e il 1° settembre, ben 65 miliziani: “Grazie a tale operazione, molti sfollati sono potuti ritornare nei loro villaggi”, aveva specificato lo Stato maggiore dell’esercito.

E all’inizio del mese il presidente della giunta militare al potere, Ibrahim Traoré, ha ricevuto una delegazione russa, capeggiata dal viceministro alla Difesa, Younous-Bek Evkourov. Al colloqui era presente anche il suo omologo burkinabé, Kassoum Coulibaly.

Cooperazione militare, tecnica, economica e nucleare sono stati al centro dei dialoghi tra le parti. Il capo della delegazione russa ha inoltre rassicurato a Ouagadougou il sostegno del suo Paese in campo militare.

Cornelia I. Toelgyes
Corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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Bamako chiede all’ONU: “Ritirate immediatamente i caschi blu”

Oltre 130 civili (anche neonati) massacrati in Burkina Faso: sotto accusa esercito e terroristi