Dal nostro inviato speciale
Monrovia, 11 luglio 2003
Pepè Kamara aveva 10 anni quando ha imbracciato il suo primo mitra. Era il 1991. Poi, quando è diventato più grandicello è passato all’Rpg (Racket Propelled Granade), un lanciagranate molto comune in Africa, di fabbricazione sovietica. Stessa carriera come quella di Junior George, reclutato nel ’90 all’età di 14 anni. “I ribelli del Npfl (National Patrotic Front of Liberia) fedeli a Charles Taylor, allora un comune signore della guerra, hanno attaccato il nostro villaggio – racconta Junior -. Mia madre è stata ammazzata accidentalmente durante la battaglia. Non so chi sia stato. Mio padre è riuscito a scappare e non l’ho mai più rivisto. I guerriglieri hanno conquistato l’abitato e mi hanno costretto a seguirli nella foresta. Mi hanno dato da mangiare, un giaciglio e mi hanno messo il mano un kalashnikov. Da allora ho cominciato a combattere”.
Liberia, i bambini soldato raccontano le loro storie raccapriccianti
Il ritratto di Re Charles Taylor, signore della guerra laureato in America
Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Monrovia, 7 luglio 2003
Tutti speravano che una volta ottenuta l’investitura popolare con le elezioni presidenziali del 1977, Charles Taylor si convertisse da signore della guerra in politico prudente. Invece, forse per avidità e ingordigia, non ha saputo resistere alla tentazione di moltiplicare le sue ricchezze e accrescere il suo potere.
Nato nel 1949 da padre discendente dagli schiavi americani liberati e «rimpatriati» in Liberia e da madre indigena di etnia Gola, il presidente ridotto ora a «sindaco» di Monrovia, comincia la sua carriera negli Stati Uniti a una pompa di benzina. Passa per l’università di Waltham in Massachusetts dove si laurea in economia.
Torna in Liberia dove diventa alto funzionario delle finanze del governo del dittatore Samuel Doe, che pochi giorni prima aveva fucilato l’élite dominante sulla spiaggia di Monrovia. Accusato di essersi appropriato di un milione di dollari, scappa e torna negli Usa. A causa di un mandato di cattura internazionale viene arrestato ma fugge calandosi dalla finestra.
E’ il 1985. Per quattro anni fa la spola tra Tripoli, Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, e il nord della Costa D’Avorio dove addestra assieme al sierraleonese Foday Sankoh gruppi di miliziani. Il giorno di Natale 1989 lancia il primo attacco alla Liberia e in breve tempo, tra atrocità e massacri, si impadronisce del potere.
Il Paese è allo stremo. Nel 1997 si presenta alle elezioni con lo slogan: «E’ vero ho distrutto la Liberia, ma datemi una possibilità di ricostruirla». Gli striscioni sono sconcertanti.
Sotto decine di foto, la stessa didascalia: «Ha ammazzato mia madre, ha ammazzato mio padre, ora io lo voto». E il 70 per cento dei liberiani – terrorizzati che il Paese possa ripiombare in guerra – lo votano.
Si allea con Foday Sankoh che con il suo RUF (Revolutionary United Front) ha lanciato una ribellione in Sierra Leone e controlla le miniere di diamanti. Taylor si fa consegnare le gemme e le ricicla come liberiane. Riceve armi ucraine di contrabbando e fomenta la ribellione di Sankoh.
Ora che in Sierra Leone è tornata la pace, il Tribunale internazionale Onu lo vuole sul banco degli imputati per crimini contro l’umanità. Ma al presidente nigeriano Obasanjo, che ieri gli ha offerto asilo in Nigeria, lui l’ha detto chiaro: «Le accuse contro di me devono essere cancellate».
Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
______________________LA SCHEDA______________________
UN PAESE ALLO STREMO
La Liberia, fondata nel 1847, è la più antica repubblica d’Africa. Negli ultimi 20 anni ha conosciuto solo guerra civile. La rivolta contro Taylor inizia nel 1999. I ribelli controllano due terzi del Paese, la zona dei diamanti e quella del legno, principali ricchezze
LA GUERRA CIVILE
Taylor accetta l’esilio in Nigeria. Condizionato però all’arrivo di una «forza di «pace» (guidata dagli Usa). Washington replica: prima se ne vada lui Il presidente ricercato dall’Onu
LAUREA IN AMERICA Charles Taylor, 55 anni, figlio di una famiglia di ex schiavi tornati in Liberia, vanta una laurea in economia negli Usa. La terza moglie, Jewel, è economista
SIGNORE DELLA GUERRA
Taylor è salito al potere a Monrovia guidando una rivolta armata. E’ ricercato dal Tribunale Penale dell’Onu per la Sierra Leone, dove ha fomentato i guerriglieri del RUF (Revolutionary United Front), macchiatisi di atrocità contro civili.
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Liberia: “Taylor ha ucciso mio padre, ha ucciso mia madre ma io voto per lui”
Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Monrovia, 6 luglio 2003
Tutti speravano che una volta ottenuta l’investitura popolare con le elezioni presidenziali del 1997 Charles “Ghankay” Taylor (Ghankay sta per “Testardo”, in dialetto gola) ribelle e signore della guerra per temperamento ed educazione (il suo mentore è stato Gheddafi) , si riconvertisse in politico accorto e prudente. Invece, forse per avidità e ingordigia, non ha saputo resistere alla tentazione di moltiplicare le sue ricchezze e accrescere il suo potere. Abile lo è certamente se il suo Paese, uno dei pochi ad avere rapporti diplomatici con la Cina Nazionalista di Taiwan e quindi a riceverne gli aiuti, riesce ad accreditarsi anche sulla piazza di Pechino per piazzare diamanti e legno pregiato.

Nato nel 1949 da padre discendente dagli schiavi americani liberati e “rimpatriati” in Liberia e da madre indigena di etnia gola, il presidente ridotto ora a “sindaco” di Monrovia, comincia la sua carriera negli Stati Uniti come pompista in una stazione di servizio. Passa per l’università di Waltham in Massachusetts dove si laurea in economia. Torna in Liberia dove diventa alto funzionario delle finanze del governo del dittatore Samuel Doe, che pochi giorni prima aveva giustiziato l’elite dominante sulla spiaggia di Monrovia.
E’ in questo periodo che viene soprannominato “Superglue” (cioè “Spercolla”) perché – sostengono i suoi detrattori – il denaro che gli resta attaccato alle mani. Accusato di essersi appropriato di un milione di euro scappa e torna negli USA. A causa di un mandato di cattura internazionale viene arrestato ma fugge dalla cella calandosi dalla finestra, come in un film, con lenzuola annodate. E’ il 1985. Per quattro anni fa la spola tra Tripoli, Ouagadougou , capitale del Burkina Faso, e il nord della Costa D’Avorio dove in un campo segreto addestra assieme al sierraleonese Foday Sankoh (anche lui diventerà un famoso capo ribelle) gruppi di miliziani.
Il giorno di Natale 1989 lancia il primo attacco alla Liberia e in breve tempo, tra atrocità, orrori e massacri, si impadronisce del potere. Il Paese è allo stremo, prostrato e in ginocchio. Nel 1997 si presenta alle elezioni con lo slogan: “E’ vero ho distrutto la Liberia, ma datemi una possibilità di ricostruirla”. Gli striscioni elettorali sono sconcertanti e impressionanti. Sotto decine di foto una didascalia recita: “Ha ammazzato mia madre, ha ammazzato mio padre, ora io lo voto”.
E il 70 per cento dei liberiani – terrorizzati che il Paese possa rimpiombare in guerra – lo scelgono come loro presidente. Il resto è storia recente. Si allea con Foday Sankoh che ha lanciato una terribile ribellione in Sierra Leone (i suoi uomini terrorizzano i civili tagliando braccia, gambe nasi e orecchie) e controlla le miniere di diamanti. Taylor si fa consegnare le gemme e le ricicla come liberiane.
Riceve armi ucraine di contrabbando e fomenta la ribellione di Sankoh. Ora che in Sierra Leone è tornata la pace, il Tribunale internazionale costituito ad hoc dall’Onu lo incrimina (primo presidente in carica) per crimini contro l’umanità. Il mandato di cattura lo raggiunge ad Accra, in Ghana, dove è andato per colloqui di pace. Per paura di essere arrestato torna precipitosamente a Monrovia. E a Obasanjo che ieri gli ha offerto asilo in Nigeria ha chiesto esplicitamente: “Le accuse contro di me devono essere cancellate”.
Massimo A. Alberizzi
“Charles Taylor ha ucciso mio padre ha ucciso mia madre ma io lo voto lo stesso”
DAL NOSTRO INVIATO SPECIALE
Massimo A. Alberizzi
Monrovia, 6 luglio 2003
Tutti speravano che una volta ottenuta l’investitura popolare con le elezioni presidenziali del 1997 Charles “Ghankay” Taylor (Ghankay sta per “Testardo”, in dialetto gola) ribelle e signore della guerra per temperamento ed educazione (il suo mentore è stato Gheddafi) , si riconvertisse in politico accorto e prudente. Invece, forse per avidità e ingordigia, non ha saputo resistere alla tentazione di moltiplicare le sue ricchezze e accrescere il suo potere. Abile lo è certamente se il suo Paese, uno dei pochi ad avere rapporti diplomatici con la Cina Nazionalista di Taiwan e quindi a riceverne gli aiuti, riesce ad accreditarsi sulla piazza di Pechino per piazzare diamanti e legno pregiato.
Zimbabwe, il calvario dei “coloni” italiani. Minacce a Claudio Chiarelli:”Ti strapperemo il cuore”
Hanno acquistato regolarmente le proprie terre.
Ma ora rischiano lo sfratto
Il racconto: «Due anni fa sono arrivati
i miliziani di Mugabe armati di machete.
Ho rischiato di essere ammazzato»
Massimo A. Alberizzi
Milano, 10 agosto 2002
L’ultimatum è scaduto alla mezzanotte di giovedì. Duemilanovecento proprietari terrieri bianchi dello Zimbabwe devono abbandonare le loro campagne. Così ha voluto il padre-padrone del Paese, Robert Mugabe. Il suo «regno» ormai è al collasso, l’economia è crollata, lo Zim dollar , la moneta locale, ha raggiunto livelli di inflazione spropositati. Al cambio ufficiale il suo omonimo statunitense vale 52 Zim, ma al cambio nero passa i 700. “Non possiamo neppure vendere le nostre terre – dice uno dei proprietari – perché il denaro che ne ricaveremmo è solo carta straccia”.

Le terre che verranno confiscate sono già occupate dagli squatter, finti veterani di guerra che minacciano, picchiano e sono arroganti perché si sentono le spalle coperte, e in effetti sono sostenuti dal governo che, contro di loro, si rifiuta di applicare la legge. Hanno distrutto case coloniche, bruciato i campi. Insomma vandalizzato quella che era una volta la ricchezza dello Zimbabwe. L’ira anticolonialista del presidente-dittatore, rieletto nel marzo scorso con un voto ritenuto da molti truccato, si è abbattuta come un maglio non solo sui discendenti di vecchi coloni inglesi – gli eredi di quel Cecil Rhodes, che dette il nome di Rhodesia del Sud all’odierno Zimbabwe – ma anche sugli occidentali arrivati in Zimbabwe alla fine della guerra di liberazione terminata nel 1980. Questi sicuramente “non hanno rubato le terre ai neri”, come ama accusare la propaganda di Harare, riferendosi agli eredi dei coloni, ma le hanno regolarmente comprate con un contratto garantito dallo stesso governo dello Zimbabwe.
Era il tempo in cui Mugabe girava il mondo sollecitando investimenti stranieri e assicurando: “Non ve li toccheremo mai”. Gli credettero in tanti e tra questi un buon numero di italiani, alcuni dei quali comprarono delle terre. Ora anche loro sono colpiti da Mugabe, un uomo vent’anni fa ammirato perché aveva combattuto per la libertà del suo Paese e ora disprezzato dai tanti che l’accusano di essersi trasformato in dittatore impulsivo e violento.
Oggi 17 connazionali, proprietari di 27 aziende agricole, sono nelle stesse condizioni dei vecchi coloni: “Ufficialmente – racconta uno di loro raggiunto al telefono, non siamo nella lista degli espropriandi – ma i nostri campi e le nostre case sono occupati dai miliziani di Mugabe. Abbiamo cercato di continuare il nostro lavoro ma abbiamo dovuto ridurlo notevolmente. Io coltivo fiori e tabacco, prodotti da esportazione che contribuiscono ad arricchire la bilancia dei pagamenti. In questi giorni mi hanno impedito di irrigare. Tutto sta seccando”.
Claudio Chiarelli è arrivato in Zimbabwe otto anni fa. Ha comprato un enorme terreno nel quale ha costituito una riserva ecologica e faunistica, dove si studiavano i rinoceronti neri, una specie in via di estinzione: “Due anni fa sono arrivati gli squatters, si sono insediati sul mio terreno e hanno distrutto tutto. La mia casa, i miei lodge. Hanno ammazzato centinaia, forse migliaia di animali, tra cui due rinoceronti e un elefante. Hanno divelto le recinzioni e appiccato incendi. Io e due colleghi, un tedesco e un francese, abbiamo dovuto andarcene”.

Chiarelli ha rischiato di essere ammazzato, come è successo a qualcuno dei coltivatori di origine britannica: “Cercavo di difendere le proprietà, sono stato circondato da 200 uomini armati di pugnali, lance, machete. La quindicina di uomini che lavora per me ha cercato di farmi scudo. Loro li hanno picchiati selvaggiamente. Quindi si sono rivolti verso di me. Quando hanno ringhiato : ‘Ora ti stacchiamo il cuore e ce lo mangiamo’, ho pensato che fosse giunto il mio momento. Invece se ne sono andati”.
L’ambasciatore italiano ad Harare, Giovanni Marchini Camia, spera di convincere le autorità a lasciare perdere, ma anche se ciò accadesse, se le 27 proprietà non entrassero nella lista delle confische, come si potrà riuscire a persuadere gli occupanti ad andarsene? “Siano gli unici europei ad avere ancora buoni rapporti con il governo giacché noi non abbiamo interrotto la nostra cooperazione che è soprattutto sanitaria. Questo potrebbe essere un buon argomento per farli ragionare”, dice l’ambasciatore.
Ma Chiarelli è pessimista: “Mugabe ha dato mano libera ai suoi miliziani perché altrimenti avrebbe perso le elezioni. E’ difficile che ora questi si ritirino. Loro l’hanno fatto vincere e ora vogliono essere pagati per questo. Le terre dei bianchi sono un buon rimborso e, tra l’altro, al leader non costano niente”.
Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi
Il mondo opaco delle commodities: dal petrolio, ai diamanti, alle armi nei feroci conflitti africani
Massimo A. Alberizzi
Milano, 9 luglio 2002
Dopo il perdono del presidente americano Bill Clinton, che poche ore prima di lasciare definitivamente la Casa Bianca, l’aveva graziato cancellando un mandato di cattura, Marc Rich (il cui vero nome è Marcell David Reich), il miliardario in odore di mafia (nato in Belgio, naturalizzato americano con passaporto spagnolo, boliviano e israeliano), non riesce proprio a rifarsi una reputazione. Ogni volta che viene arrestato un presunto boss internazionale, salta fuori qualche documento compromettente.
Armi dall’Ucraina alla Liberia e Sierra Leone: via Monza
DAL NOSTRO INVIATO SPECIALE
Massimo A. Alberizzi
Monza, 2 giugno 2002
Lui nega tutto, ma gli inquirenti sono sicuri di riuscire ad inchiodarlo. Leonid Minin, 54 anni, nato in Ucraina con passaporto israeliano e tedesco definito in un rapporto riservato dello Sco (il Servizio centrale operativo della polizia) “leader supremo delle attività criminali” della mafia ucraina in Italia, il 17 giugno si presenterà davanti al giudice per le udienze preliminari di Monza, Rosaria Pastore. L’accusa è pesantissima: aver organizzato traffici d’armi tra l’Ucraina e l’Africa Occidentale.
La guerra del minerale misterioso Migliaia di morti in Congo per il Coltan, la sabbia nera “più preziosa dell’ oro”
Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Butembo (Congo-K), 26 aprile 2001
Aziza Kulsum, meglio conosciuta come Madame Gulamali, non è una donna qualunque. Il suo nome non compare nel Guinness dei primati, eppure in molti la indicano come la donna più ricca di tutta l’Africa e in buona posizione anche per quel che riguarda la classifica mondiale. Fino a meno di un mese fa Aziza, padre greco, passaporto americano, congolese di nazionalità, gestiva in regime di monopolio per conto del governo ruandese il commercio del Coltan, il minerale costituito da ossidi di tantalio e di niobio, diventato ricercatissimo sui mercati internazionali.
Il Coltan viene estratto nelle zone della Repubblica Democratica del Congo controllate dai ribelli. Il contratto di Madame Gulamali prevedeva un’esportazione di 100 tonnellate al mese, tassate 10 dollari al chilo, dunque un introito per le casse dei guerriglieri di un milione di dollari al mese. Non c’ è male, per finanziare un conflitto il cui compito primario è quello di arricchire i suoi principali registi. Gli introiti della donna sono valutati almeno il doppio.
Dal 1998 il Congo è sconvolto da una feroce guerra civile che ha finora provocato almeno 100 mila morti. Il governo di Kinshasa, sostenuto dai soldati di Zimbabwe, Angola e Namibia, controlla la metà del territorio, compresi il Kasai (ricchissimo in diamanti) e il Katanga (oro, uranio, rame e altri minerali preziosi). I ribelli, divisi in due fazioni, governano gli altri due terzi. A nord-est c’è il Fronte di Liberazione del Congo di Jeanne-Pierre Bemba, sostenuto dagli ugandesi, a sud est-comanda, grazie ai militari ruandesi, l’Raggruppamento Congolese per la Democrazia, di Adolphe Onusomba.
Governo e ribelli non durerebbero un giorno se dovessero essere abbandonati dai rispettivi alleati. Il Paese, dunque, è occupato dalle forze straniere, il cui compito principale è permettere lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali del territorio. Pochi i congolesi che partecipano al banchetto: un po’ di ministri, le grandi famiglie di Kinshasa e qualche capo ribelle, oltre naturalmente a Mademe Gulamali.
Neanche ai tempi di Leopoldo II gli stranieri si erano dedicati a un saccheggio così meticoloso. Per indagare sulla razzia, le Nazioni Unite hanno istituito una commissione d’inchiesta che, in un durissimo rapporto di 56 pagine, accusa Ruanda, Uganda e Burundi di rapinare il Congo illegalmente. Zimbabwe, Angola e Namibia di rapinarlo con regolari licenze.
Pagine e pagine sono poi dedicate al Coltan, i cui giacimenti sono soprattutto nelle zone in mano agli ugandesi e ai ruandesi. “Da tre anni – spiega l’ ingegnere minerario Katembo Mussa, della Sominki, la Societé Miniere du Sud Kivu – il Coltan è ricercatissimo a causa delle proprietà elettriche del tantalio”.
Quanto costa? “Nel 1994 lo vendevamo a 5 dollari per chilo (5 euro). Ora può arrivare a 50, 60 dollari e anche a 80”. Non esistono reali concessioni. La zona di Butempo è molto insicura, a causa di bande armate. Contro la guerriglia “ufficiale” combatte una guerriglia “minore”, quella dei may-may, milizie tribali di esaltati. E’ gente che si veste con il gonnellino di paglia e usa armi tradizionali, archi e frecce, qualche mitra e, soprattutto, pozioni magiche che vengono propinate da fanatici stregoni e con le quali credono di diventare immortali. “Le pallottole sul nostro corpo si sciolgono e diventano acqua, cioè may-may, in dialetto locale”, sostiene convinto uno di loro catturato dagli ugandesi.
Raggiungere la miniera è complicato ma non impossibile. In realtà si tratta di giacimenti a cielo aperto. Immense pietraie scure brulicano di disperati cotti dal sole tropicale che frantumano a martellate rocce e sassi fino a ridurli in polvere. Coprono poi tutto con acqua e nel fango, a colpi di vanga, separano il Coltan, molto pesante, dal resto.
Lavorano tutto il giorno e al tramonto stivano il loro bottino in sacchetti di plastica, si caricano come muli, fino all’ impossibile, e lo portano a piedi a Butembo, 60 chilometri più a sud. Lì lo vendono ai commercianti a 10, 20, massimo 30 dollari al chilo e tornano a scavare. “Qui tutte le famiglie vivono sul Coltan – spiega Leonard Namegabe, uno dei numerosi trafficanti di Butembo -. Ora è diventato più redditizio dell’ oro”.
Dove vada a finire il minerale estratto in Congo, non è ben chiaro. E’ difficile seguirne le tracce. A Butembo ci sono cinque compagnie che lo comprano dai minatori e sono tutte nelle mani di cittadini dell’ ex Unione Sovietica: russi, kazaki, uzbeki. Anatoly lavora in una di queste, la Conmet. Non parla una parola di inglese e durante un’ intervista si fa aiutare dal figlio Ulad. Risponde alle domande con cortesia ma evasivamente. Non vuol dire il suo cognome, né chi siano i soci della Conmet: “Appartiene alla Kullinan Finance Investment, una società ugandese”, si limita a dire. “Vendiamo al Sudafrica, al Kazakhstan e alla Germania”. Quanto? “Una cinquantina di tonnellate al mese”. Inutile chiedergli quanti siano i minatori che lavorano per loro. Nel Congo dal cuore di tenebra non ci sono né dati né censimenti. Ma se il Coltan è un materiale strategico è mai possibile che faccia perdere le sue tracce così? E poi: se il tantalio si usa in dosi infinitesimali negli apparati elettronici come mai dal Congo ne vengono esportate decine di tonnellate?
Un filone di vendita è stato identificato in Germania. Come scrive la rivista Africa Intelligence, a comprarlo sarebbero la H.C. Starck, una filiale della Bayer, la Kraft e la Carter Trade Handels und Seafood, di Amburgo che si rifornisce attraverso una joint venture che opera nel settore della pesca in Uganda. I dirigenti delle tre società, intervistati dal giornale tedesco Tageszeitung, hanno detto di non rifornirsi “direttamente” in Africa centrale. Indirettamente sì, dunque.
Secondo alcune investigazioni condotte da Tim Raeymaekers del giornale belga on line MaoMagazine, nel traffico di Coltan è coinvolto Nursultan Nazarbaev, il presidente del Kazakhstan, e intimo di Vitaly Mette, suo ex vice primo ministro e principale socio della Ulba, la società che raffina e arricchisce uranio nell’ ex Paese sovietico.
A Kigali si è installato un agente di Mette, lo svizzero tedesco Chris Huber, direttore della Finmining, società partner della Ulba. Ma non solo. Chris Huber e Vitaly Mette negli ultimi mesi sono stati visti in compagnia con Victor Butt (o Bout, nella foto), un tagiko che vive in Inghilterra, indicato come mercante d’ armi dal rapporto dell’ Onu sui traffici in Sierra Leone e Liberia, pubblicato lo scorso dicembre. Dunque il Coltan in cambio di fucili?
La risposta degli investigatori dell’ Onu è perentoria: “Sì”.
Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi
Il minerale del futuro
CHE COS’ E’
Il Coltan (il cui nome è una crasi che vuol dire columbite- tantalite) è un minerale formato da ossido di tantalio e da ossido di niobio associati. Da qualche anno è diventato ricercatissimo dall’industria elettronica
PER COSA E’ UTILIZZATO
Il tantalio viene utilizzato per le sue proprietà dielettriche (aumenta le capacità dei condensatori) nei circuiti elettrici più sofisticati, come quelli dei telefonini (dove migliora le performance delle batterie) e nelle playstation (si dice che che l’assenza l’ anno scorso di piattaforme Sony sul mercato fosse dovuto a mancanza di Coltan).
Il tantalio viene utilizzato nelle leghe ad alta resistenza per fabbricare motori e pezzi particolari nell’ industria areonautica. Come l’uranio impoverito viene quindi utilizzato come «anima» nei proiettili perforanti
Mali: si riaprono i fronti di guerra, inasprita la repressione interna
Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 21 agosto 2016In Mali si susseguono gli attacchi di gruppi armati al nord e nel centro del Paese. Un mese fa hanno perso la vita ben diciassette soldati maliani durante un assalto alla base militare di Nampala, città nella Regione di Ségou, che dista poco più di cinquecento chilometri dalla capitale Bamako. Altri trentacinque militari sono stati feriti.
Poche ore dopo il vile gesto è stato rivendicato dal gruppo armato “Alliance nationale pour la sauvegarde de l’identité peule et la restauration de la justice” (ANSIPRJ), la cui creazione è stata annunciata lo scorso giugno. Pochi hanno dato peso a tale rivendicazione, in quanto l’ANSIPJR non dispone della logistica necessaria per sferrare un tale colpo da solo all’esercito maliano.
Una seconda rivendicazione da parte del ben conosciuto gruppo jihadista maliano Ansar Dine, fondato dall’ex ribelle maliano tuareg Iyad Ag Ghaly è giunta poco dopo. La notizia è stata diffusa da SITE, il centro americano di sorveglianza dei siti jihadisti.
Non si esclude che i due gruppi armati possano avere agito congiuntamente.
Per parecchi anni gli attacchi jihadisti si erano concentrati nel nord della ex-colonia francese, mentre dal 2015 si sono estesi verso il centro ed ora anche al sud. Alcune delle offensive sono state rivendicate o attribuite al “Fronte per la liberazione di Macina”, apparso per la prima volta nel 2015 e capeggiato da un predicatore radicale maliano, Amadou Koufa, di etnia fulani.
Koufa recluta i suoi miliziani esclusivamente tra i fulani ed è alleato del gruppo Ansar Dine.
All’inizio del mese è rimasto ucciso un casco blu dell’United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali (MINUSMA), altri quattro militari sono stati feriti quando il loro mezzo è saltato su una mina a pochi chilometri da Aguelhoc-Anéfis, nella Regione di Kidal. Tutti e cinque, ciadiani, facevano parte della scorta di un convoglio logistico.
Lo stesso giorno si è verificato un altro incidente simile a pochi chilometri dalla caserma di MINUSMA a Kidal. Per fortuna non ci sono state ne vittime, ne feriti, solo danni materiali.
Le due esplosioni non sono state rivendicate da nessun gruppo. Episodi del genere sono sempre più frequenti. Un portavoce di MINUSMA ha precisato che in un solo anno hanno perso la vita una trentina di caschi blu. “Questi continui attacchi, – ha aggiunto il portavoce – non fanno altro che rallentare il processo di pace, fortemente sostenuto dall’ONU e MINUSMA.
Il 29 giugno il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha rinforzato e esteso per un altro anno il mandato di MINUSMA. Con la risoluzione 2295, adottata all’unanimità dai quindici Paesi membri, il nuovo organico sarà composto da 13.289 soldati e 1.920 ufficiali di polizia.
Nel 2012 oltre la metà del nord della ex-colonia francese era sotto il controllo dei gruppi jihadisti. Solo con l’arrivo nel 2013 del contingente internazionale della missione MINUSMA, in gran parte dell’aerea è stata ristabilita l’autorità del governo. Alcune zone, come Kidal, sfuggono ancora al controllo delle truppe maliane ed internazionali, malgrado sia stato firmato nel giugno 2015 il “Trattato per la pace e la riconciliazione nel Mali”. (http://www.africa-express.info/2015/06/24/firmato-laccordo-di-pace-mali-anche-dai-ribelli-maggioranza-tuareg/).
Una decina di giorni fa si sono verificati nuovi combattimenti tra militanti della coalizione dei movimenti per l’Azawad (CMA) e il Gruppo Autodifesa Tuareg Imghad e Alleati (GATIA), contrari all’autonomia o separazione dell’Azawad, cioè filo governativi. Gli Imghad costituiscono la più grande tribù tuareg nel nord del Mali. Il fondatore di GATIA, El Hadje Ag Gamou, è l’unico generale Tuareg in seno all’esercito maliano.
Gli scontri si sono protratti per due giorni nella Regione di Kidal, provocando morti e feriti. Il governo ha condannato severamente questi scontri e ha chiesto ai belligeranti di porre fine alle ostilità nell’interesse della popolazione e nel rispetto del trattato di pace, pace che sembra allontanarsi sempre di più.
Combattimenti tra le due fazioni sono all’ordine del giorno (http://www.africa-express.info/2015/09/06/tuareg-litigano-tra-loro-barcolla-il-trattato-di-pace-mali/) e gli ammonimenti del governo, dell’ONU e di MINUSMA sembrano parole gettate al vento.
Dopo un attacco dell’8 agosto ad una postazione militare maliana da parte del gruppo Ansar Dine tra Ténenkou e Sévaré, distante un centinaio di chilometri da Mopti, al centro della ex-colonia francese, non si hanno più notizie di cinque soldati dell’esercito governativo. Una fonte ufficiale ha riferito che l’attacco è stato preceduto da un’imboscata la sera precedente, in seguito alla quale sono stati inviati dei rinforzi. La fonte ha anche evidenziato che il gruppo armato ha subito delle predite, senza precisare il numero delle vittime e dei feriti.
Mentre nel nord e nel centro del Paese non si arrestano gli attacchi jihadisi, nel sud, in particolare nella capitale Bamako, il governo mette il bavaglio alla libera espressione. Ma l’arresto del blogger Mohammed Youssouf Bathily, soprannominato Ras Bath e figlio del ministro per “Domaines de l’Etat et des Affaires foncières”, Mohamed Ali Bathily, ha provocato una sommossa popolare. Oltre mille persone si sono radunate davanti al Tribunale nel quartiere Lafiabougou della capitale, il giorno seguente l’arresto di Ras Bath, avvenuto il 16 agosto. Alcuni manifestanti hanno cercato di scavalcare la recinzione, ma l’intervento della guardia nazionale è stato immediato e ha respinto le persone con gas lacrimogeno. I giovani non hanno esitato a rispondere con lanci di pietre e sassi. Il Tribunale è stato parzialmente saccheggiato dai manifestanti, che sono riusciti a provocare alcuni piccoli incendi, gettando del liquido infiammabile dalle finestre, prima dell’arrivo dei rinforzi della polizia. Le forze dell’ordine hanno poi represso con estrema violenza la manifestazione, sparando non solo per aria, ma anche contro passanti e manifestanti. Il ministro della sicurezza, Salif Troré ha fatto sapere in un comunicato che durante la manifestazione sono state ferite diciotto persone, tra loro quattro poliziotti, mentre una persona è deceduta a causa delle ferite riportate.
“E’ un attacco alla libertà di espressione – sottolinea Mohammed, uno dei manifestanti che aggiunge – Ras Bath è un giovane istruito, cerca di svegliare le coscienze di noi maliani”.
Infatti il giovane figlio del ministro non risparmia nessuno nel suo blog e attacca il governo, le autorità della ex-colonia francese. Il suo arresto è stato provocato dal suo ultimo intervento a radio Maliba FM. Durante la trasmissione aveva chiesto le dimissioni del capo di Stato maggiore dell’esercito maliano, Didier Dacko, accusandolo di non essere mai riuscito a sconfiggere il nemico. Evidentemente Dacko non ha apprezzato questa critica.
Il giovane Mohammed Youssouf Bathily non è uno sconosciuto: oltre ad essere molto attivo nei media del suo Paese, è a capo del “Collettivo per la difesa della Repubblica” (CDR).
Le forze armate maliane (FAMA) sono state aspramente criticate in queste ultime settimane dai media e sui social network, motivo per il quale il ministro della difesa Tiéman Hubert Coulibaly, ha chiesto ai giornalisti di usare più clemenza nei loro articoli nei confronti di FAMA.
Mercoledì scorso sono stati bloccati gli accessi ai principali social network a Bamako. Il governo ha negato qualsiasi coinvolgimento, ma circolavano voci che tale decisione fosse stata presa “dall’alto”.
I maliani hanno trovato subito un modo per ovviare alla censura, utilizzando un VPN (virtual private network).
La stampa francese ha espresso la sua preoccupazione per la mancanza della libertà di espressione in Mali. Durante la recente manifestazione a Bamako, degli uomini in divisa si sono avvicinati ai corrispondenti di France 24 e Radio France International (RFI) mentre seguivano i fatti per le loro rispettive emittenti. I due uomini delle forze dell’ordine hanno lanciato contro di loro del gas lacrimogeno, prima di aprire il fuoco, malgrado si fossero qualificati in modo chiaro e inequivocabile come giornalisti. La direzione di France 24 e quella di RFI hanno contattato immediatamente le autorità maliane.
I media nazionali hanno riportato che il giovane Bathily è stato rimesso in libertà provvisoria secondo le disposizioni del presidente Ibrahim Boubacar Keita. Anche se le indagini sono ancora in corso e l’inchiesta proseguirà il suo iter, il presidente, dopo aver ricevuto Mahamoud Dicko, capo dell’ Alto consiglio islamico del Mali e una delegazione di leader religiosi ha chiesto che venisse messo in libertà il giovane blogger con l’obbiettivo di “placare la situazione”.
Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
Silvia Romano aveva denunciato molestatori pedofili, forse rapita per vendetta
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a continuare le inchieste giornalistiche.
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Africa ExPress
Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, Mombasa e Malindi, giugno 2019
La prima cosa che salta agli occhi cercando le tracce di Silvia Romano, la ventitreenne milanese sequestrata la sera del 20 novembre a Chakama, in Kenya, è che le indagini sono state abbastanza carenti, che c’è una competizione tra le varie polizie dell’ex colonia britannica e tra queste e l’esercito che si è occupato di scandagliare tutto il territorio al confine con la travagliata Somalia. Di Silvia non si sa niente dal momento della sua scomparsa. Sparita nel nulla. A parte il silenzio stampa chiesto dalla Farnesina – un atteggiamento di routine che serve più a mantenere segreti inconfessabili che a salvaguardare la vita degli ostaggi o l’inquinamento delle relative indagini – in questi casi si riesce sempre ad avere qualche informazione. Questa volta no. Niente. Sconsolante.
“Scusi, ma Silvia Romano ha dormito qui?”. La signora indiana che gestisce la guest house Marigold, nel caotico centro di Mombasa, non solo è gentile, ma anche collaborativa. Così, dopo averle spiegato perché stiamo indagando sul rapimento, chiama subito il figlio Aash Sahiko che si presenta con i registri degli ospiti. Dopo una veloce ricerca arriva la risposta: “Sì, è stata qui il 22 settembre e la notte tra il 5 e il 6 novembre”. Hillary Duenas, la collega americana che mi accompagna e che sarà molto importante nell’aprire bocche apparentemente cucite, chiede e ottiene il permesso di fotografare le pagine. Ogni dettaglio è prezioso. Chiediamo: Silvia è venuta qui sola? “Certo – è la risposta -. Ha pagato il prezzo della camera singola. E’ arrivata sola ed è ripartita sola”. Aash Sahiko se la ricorda bene: “Una bella ragazza così, resta impressa. Ero contento quando l’ho vista per la seconda volta in novembre”.

Ma è venuto qualcuno della polizia keniota o agenti italiani a chiedere informazioni su Silvia?, chiediamo. “No, nessuno. Quando abbiamo saputo del suo rapimento ci siamo preparati a ricevere la visita di qualche investigatore e ci siamo meravigliati che non siano comparsi i poliziotti”. Io ed Hillary ci guardiamo sorpresi: com’è possibile che nessun inquirente si sia fatto vivo per verificare che la ragazza fosse sola?
Silvia, bella, giovane e dinamica, non poteva non attrarre le attenzioni di qualche ragazzo. Infatti erano in tanti a farle la corte o addirittura a dichiararle grande amore, come Alfred Scott un fisioterapista dell’ospedale di Mombasa che su Facebook proclama di essere innamorato della milanese.

Alla polizia di Nairobi sul rapimento vengono formulate tre ipotesi: sequestro per ottenere un riscatto, sequestro per tapparle la bocca su accuse di pedofilia di cui sarebbe stata testimone a Likoni, stesso movente ma per molestie a Chakama, villaggio nell’entroterra di Malindi.

Silvia arriva per la prima volta in Kenya il 22 luglio dell’anno scorso. Aveva conosciuto un italiano, Davide Ciarrapica durante una festa di beneficenza. Il trentunenne di Seregno gestisce un centro per bambini a Likoni, un villaggio separato da Mombasa da un braccio di mare che si può superare con un traghetto. La ragazza intravede la possibilità di fare qualcosa a favore dei più deboli. Così quel giorno si imbarca per Mombasa con lui. Imbarazzante una dichiarazione rilasciata verbalmente da Ciarrapica a un detective keniota. Impossibile per me riportare qui i particolari scabrosi. Riferisce costernato l’investigatore: “Senza alcun pudore Davide, durante un colloquio il 15 maggio scorso, racconta che Silvia, durante il viaggio in aereo, gli è saltata addosso. Piuttosto strano mi è sembrato un modo per screditarla ai miei occhi. Io non gli ho creduto”.
Silvia resta al Hopes Dreams Rescue Sponsorship Centredi Davide per un mesetto, poi torna a Milano. Il 5 novembre rientra in Kenya. All’aeroporto di Mombasa, va a riceverla Ciarrapica. Insieme vanno a Likoni, ma lei ci resta poche ore. A fine giornata torna a Mombasa e si ferma a dormire al Marigold. La mattina dopo corre a Chakama, insieme a due nuovi volontari appena arrivati, nella struttura di Africa Milele, la onlus per cui lavorerà: obiettivo aiutare i bambini.
All’attracco del traghetto Likoni-Mombasa ci dà appuntamento una mamma che conosceva bene Silvia. Quando le chiediamo di raccontarci qualcosa della permanenza della ragazza quaggiù, scoppia in lacrime: “Le voglio bene, le voglio bene. Spero che torni presto. Io avevo tre bambine in quella struttura, poi le ho ritirate”. Perché? “Accadevano cose poco corrette e imbarazzanti. Tornate a casa le mie figlie riferivano di strani atteggiamenti di Davide e del suo socio, Rama Hamisi Bindo”. Invano Hillary abbraccia la signora cercando di consolarla. Il pianto continua a dirotto.
Un keniota che lavorava nel Centro di Ciarrapica, racconta: “No, non credo che ci siano stati casi di pedofilia, però un giorno mi hanno allontanato dicendo: ‘Conosci troppi segreti di questo posto. E’ meglio che tu vada via’. Licenziato in tronco”.
Una visita al Hopes Dreams Rescue Sponsorship Centre lascia confusi e stupefatti. Hillary – che tra l’altro è anche medico e così si presenta – all’entrata viene accolta da una signora che si illumina in volto: “Ah, grazie al cielo, dottoressa. Lei è venuta qui per quella quattordicenne incinta”. Evidentemente no, ma desta perplessità anche il fatto che Davide arrivi con la sua girlfriend, una stupenda diciassettenne.
Dopo la sua prima esperienza a Chakama, Silvia rientra in Italia, promettendo comunque a Davide che organizzerà a beneficio del suo centro, incontri di beneficienza per raccogliere fondi. Cosa che fa in ottobre. Ritorna il 5 novembre e va a Likoni, giusto il tempo per essere accolta freddamente dai bambini, che hanno l’ordine di restare sull’attenti immobili e di non salutarla, e da Davide, che l’accusa di non aver raccolto sufficiente denaro. I bambini africani fanno sempre una gran festa alla gente, specie quella che conoscono e che ha giocato tempo prima con loro. Quei ragazzini restano invece impietriti. “Davide è un collerico irascibile – racconta un altro ex impiegato -. Ecco perché in Italia recentemente è stato condannato a 6 anni di reclusione e 35 mila euro di danni per aver staccato a morsi un orecchio durante una rissa in una discoteca di Milano”.
Racconta uno degli inquirenti kenioti che sta cercando di dipanare l’intricata matassa: “Abbiamo avuto indicazioni che Silvia manifestasse un certo disagio nei confronti della struttura dove, secondo lei, si verificavano molestie nei confronti dei piccoli ospiti. Quell’organizzazione è guardata con una certa benevolenza dalle autorità locali. Il socio e amico di Davide Ciarrapica, nonché proprietario della villa che la ospita, Rama Hamisi Bindo, è figlio di un famoso politico e gode di protezioni insospettabili”. Trasecolo. Scusa? Ripeti bene. “Sì, gode di protezioni potenti”. Io e Hillary ci guardiamo increduli. Io, perché credo di aver capito male; lei perché, essendo americana, ha capito benissimo.
La polizia di Mombasa, secondo il nostro testimone che teme ritorsioni e mi intima per ben tre volte di non pubblicare il suo nome, non è mai intervenuta con la dovuta determinazione per indagare sul caso: “Ecco un rapporto riservato critico sul comportamento di come sia stata condotta l’indagine laggiù”, mormora tirando fuori dal cassetto un documento assai compromettente. Lo leggiamo ma non ci permette di fotografarlo.
Audio raccolto da Hillary Duenas
Nella sua deposizione del 15 maggio scorso alla polizia, Ciarrapica, che per altro afferma di essere stato ascoltato dai carabinieri del ROS durante una sua visita in Italia in gennaio, dichiara di aver sconsigliato a Silvia di andare e prendere servizio a Chakama, eppure in una mail che ho potuto vedere, c’è scritto esattamente il contrario. Anzi, è stato proprio lui a consigliarle di andare.
Ma quello che inquieta di più è che all’aeroporto di Mombasa sono spariti tutti i file su Silvia Romano. Ai visitatori che entrano in Kenya viene scattata una fotografia e vengono prese le impronte digitali. Una procedura che deve aver riguardato anche la ragazza milanese. Perché nell’archivio della polizia aeroportuale non c’è niente di tutto ciò?
Riserva sorprese anche l’archivio della polizia di Malindi. L’11 novembre nove giorni prima di essere sequestrata, Silvia, dopo aver chiesto consiglio alla presidente di Africa Milele, Lilian Sora che dall’Italia dà il suo totale benestare, con altri due volontari, Giancarlo e Roberta, si reca alla centrale di polizia a denunciare un keniota che per qualche giorno ha soggiornato nello stesso affittacamere in cui da tempo vivono i volontari dell’associazione, Francis Kalama di Marafa, pastore anglicano: lo accusano di atteggiamenti equivoci nei confronti di alcune bambine.

Una ricerca approfondita sui registri delle querele della polizia non porta a nulla. Gli agenti che se ne occupano e controllano i faldoni, allargano sconsolati le braccia.
Eppure in un messaggio audio whatsapp (che si può ascoltare qui sotto), Silvia, che qualcuno dipinge come sprovveduta e che invece si dimostra testarda, legalista e amante della giustizia, racconta con una dovizia di dettagli di essere andata alla polizia e di aver avuto l’assicurazione che Kalama sarà arrestato e “le bambine sottoposte a un test medico”. Particolare assai pesante. La promessa comunque non avrà seguito: Kalama è uccel di bosco, sparito. Di lui nessuno ha più traccia, tanto meno gli investigatori, né si pensa abbia mai avuto notifica della denuncia.
Uno dei capi della polizia racconta a sua volta che in cella ci sono tra persone: un keniota giriama, l’etnia che abita sulla costa del Paese, Moses Luari Chende; un keniota di etnia orma (quella accusata di aver organizzato il sequestro), Gababa; e un somalo con un documento d’identità keniota ottenuto illegalmente senza la necessaria e obbligatoria procedura, Ibrahim. “Loro sanno sicuramente qualcosa ma sono degli esecutori. Aspettiamo che facciano i nomi dei mandanti”. Già, ma in Kenya fare i nomi di chi ha ordinato un rapimento è come suicidarsi. Hillary mi chiede: “Ma perché il vostro governo non garantisce la sicurezza in Italia? Una taglia e un permesso di soggiorno per chi fornisce informazioni sarebbero assai utili”. Una domanda banale, cui non trovo una risposta.
Salta fuori anche una critica della polizia all’esercito: “Ha chiuso le frontiere con la Somalia, ma non è stato assolutamente cooperativo con le indagini. Certo, non è il loro compito, ma loro sono andati anche in villaggi remoti, dove per noi è difficile arrivare.”
Sempre alla polizia di Malindi scuotono la testa a sentire parlare degli inquirenti italiani: “E’ venuto qui il console onorario, Ivan del Prete, con un altro paio di persone ma non ha fatto granché. Ha chiesto informazioni, come sta facendo lei. Niente di più”.
Massimo A. Alberizzi
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https://www.africa-express.info/2019/06/09/silvia-romano-africa-express-lancia-raccolta-fondi-per-indagare/
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