16.6 C
Nairobi
venerdì, Marzo 20, 2026

La Coppa d’Africa, come la secchia rapita

Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau 20 marzo 2026 "Volete...

Il Ruanda alla guerra anti-jihadista: “Lasciamo il Mozambico, se non ci paga”

Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 19 marzo 2026 “Non...

Prove di riconciliazione tra USA e i Paesi del Sahel, in guerra con gli estremisti islamici

Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes 18 marzo...
Home Blog Page 548

Gino Strada con 4 volontari nell’inferno del Ruanda

0

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Kigali, 10 agosto 1994

Alfonsine ha 18 anni. Aveva lasciato un campo profughi al confine con la Tanzania e assieme alla sua numerosa famiglia aveva deciso di tornare a Kigali. Il gruppo era quasi arrivato e lei lo guidava, prima di una lunga fila indiana. E’ finita su una mina e ora le due gambe le sono state amputate sotto il ginocchio. E’ incinta e, nonostante tutto, la gravidanza procede bene. La sorella che stava dietro di lei è rimasta uccisa sul colpo da una scheggia che le ha trafitto la tempia.

Ruanda 1994

Mustafà, invece, è un ragazzino; aveva attraversato la strada che divide la sua casa da quella di un amichetto con cui voleva andare a giocare. Anche lui ha trovato una mina sul suo cammino e anche lui ha le gambe amputate.

Ordigni micidiali.

Questi sono due dei pazienti ricoverati all’ospedale centrale di Kigali, riaperto da pochi giorni da un medico italiano, il milanese Gino Strada. Il dottor Strada è diventato famoso per avere partecipato più volte al Maurizio Costanzo Show dal cui palcoscenico ha lanciato la battaglia contro le mine antiuomo. “Sono ordigni micidiali che colpiscono i civili, donne e bambini soprattutto. Non hanno alcun senso strategico. Non servono per vincere le guerre ma solo per vendicarsi sugli avversari”.

Anche ieri mattina il dottor Strada stava amputando una gamba all’ennesimo viandante che rientrava a casa. Uscito dalla sala operatoria ha imprecato: “Perché devono accadere queste cose? Che colpa hanno i civili la cui vita è stata distrutta? Chi fabbrica e vende questi disumani strumenti di morte è un pazzo criminale. Vengano qui a vedere che macello”.

Il Ruanda è pieno di mine e perfino camminare per Kigali al di fuori delle strade asfaltate è pericoloso. “Ho aperto l’ ospedale da pochi giorni e mi sono già arrivati una decina di casi. Tutte persone ferite nel centro abitato”. Il dottor Strada è il leader di Emergency, una organizzazione non governativa che si occupa dei civili vittime della guerra e per statuto non può accettare fondi pubblici. “Troppo spesso gli aiuti sono coinvolti in scandali e storie poco chiare, senza contare che almeno il 50 per cento del budget di queste associazioni finisce per essere utilizzato per la sussistenza dell’organizzazione stessa. Noi non abbiamo neanche una sede da mantenere. I privati che ci finanziano diventano soci e possono andare a verificare come vengono spesi i soldi che ci danno”.

Due settimane di ramazza

I volontari di Emergency, 5 persone in tutto, sono arrivati a Kigali alla fine di luglio. L’ ospedale generale era stato abbandonato in condizioni pietose. Hanno ramazzato per un paio di settimane e recuperato almeno il blocco operatorio e un padiglione con una quarantina di letti. Lavorano praticamente da soli.

Medici e infermieri ruandesi, quasi tutti tutsi, sono stati trucidati dagli hutu in fuga: “I miliziani del vecchio regime sono entrati e, letto per letto, hanno ammazzato chi non era dei loro. Alla fine han fatto fuori i dottori”. L’ ospedale di Kigali mantiene il prestigio che lo circondava. E pieno di apparecchi sofisticati, di materiale raro e difficile da trovare perfino nei centri europei. I letti sono moderni e ben tenuti. Dopo la ripulitura a fondo le stanze sono tornate a brillare (a parte qualche vetro rotto) ma mancano l’elettricità e l’ acqua, e i corridoi sono desolatamente vuoti.

Come tutta Kigali anche l’ospedale è fantasma. “Qui c’è tutto, proprio tutto, e siamo appena al di sopra dello standard africano. Mancano il personale e i pazienti. Vorremmo, entro una settimana, mettere in funzione altri 120 letti, necessari se i profughi dovessero rientrare in massa. Ma come facciamo senza personale locale che ci aiuti?”.

Settori dell’ Onu

Il dottor Strada nei giorni scorsi ha duramente contestato la teoria, sostenuta da alcuni dei nuovi dirigenti ruandesi e tollerata da alcuni settori delle Nazioni Unite, secondo cui i profughi avrebbero dovuto rientrare alle loro case a piedi e senza alcun aiuto. Una sorta di selezione naturale che avrebbe costretto i più deboli e gli ammalati a morire per strada e risparmiato i più forti.

Per fortuna l’ipotesi è stata scartata ma il solo fatto che sia stata presa in considerazione getta un’ombra inquietante sul futuro di questo martoriato Paese: lutti e massacri potrebbero non essere ancora finiti.

Massimo A. Alberizzi
massimo a. alberizzi
twitter @malberizzi
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Il pianto di Audrey Hepburn: “Ho visto l’inferno somalo “

0

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Ginevra, 2 ottobre 1992

Sconvolta in viso e nell’animo. Così Audrey Hepburn, ambasciatrice dell’Unicef (fondo dell’ Onu per l’ infanzia), e’ tornata dalla Somalia dove ha passato poco meno di una settimana. “Per giorni e giorni mi ero preparata a un’esperienza del genere. Pensavo e ripensavo e ho letto un mucchio di documentazione, ma non c’ è stato nulla da fare. Non ci si può preparare a un viaggio nell’inferno. In Somalia – esordisce l’incantevole protagonista di tanti film che hanno fatto sognare una generazione – si sta consumando un olocausto, con la gente che aspetta soltanto di morire. I documentari, le fotografie, i giornali non riescono a dare una dimensione esatta della tragedia, che è peggiore di qualsiasi descrizione. Il Paese ha bisogno di aiuto e va aiutato, non riesco neppure a esprimere quel che sento. Non trovo le parole, né in inglese, né in italiano, né in francese”.

Poi racconta d’un fiato: “Il mio areo è sceso a Chisimaio, una sabbia rossa, secchissima. Siamo andati a visitare i campi profughi e i villaggi. Mi sono accorta che case e capanne erano circondate da piccole dune. Dapprima non ci ho fatto caso, poi mi hanno spiegato: erano tombe. Ne ho viste ovunque; lungo i fiumi, a ridosso dei sentieri. Sparse qua e là . Durante il mio viaggio sono arrivate le piogge e le tombe si sono letteralmente ‘sciolte’. I cadaveri sono tornati alla luce contaminando l’ acqua che li trascinava”.

L’eroina di “Sabrina”, “My fair lady”, “Colazione da Tiffany”, “Vacanze romane” parla con voce rotta dall’ emozione: “I temporali invece della vita hanno portato la morte. Malattie, infezioni e poi il freddo cui tante persone non hanno resistito. Molti vivono senza un tetto e le poche capanne rimaste in piedi non sono più coperte di paglia come una volta. Ora sono piene di buchi”.

1° Settembre 1992 – Questa immagine è di Robert Wolders/Corbis Sygma

Le lacrime solcano le guance quando passa a parlare dei bambini, certo i più colpiti dalla fame e dalla guerra: “Sono scheletrini viventi con incastrati due occhi. Aspettano solo di essere nutriti, non hanno emozioni. Se gli passi una mano davanti al viso non reagiscono, lo sguardo resta fisso nel vuoto. Colpisce poi l’innaturale silenzio, assoluto, che c’è accanto a loro. Questi bimbi non parlano, non ridono, non scherzano come i loro coetanei nel resto del mondo. Sono traumatizzati dalla fame. Oh, che voglia di abbracciarli, accarezzarli! Ma toccandoli hai paura di fargli male quasi il loro corpo fosse sul punto di disintegrarsi, di diventare polvere”.

“In un campo di Chisimaio – ricorda ancora commossa l’ambasciatrice dell’ Unicef – ho notato che non c’erano bimbi sotto i 10 anni. Come mai? Ho chiesto. Mi hanno risposto che erano tutti morti. D’altra parte sotto un albero c’erano due piccoli sorridenti. Mi sono detta: “Beh, finalmente”. Sono andata vicino e mi sono seduta accanto. Parlavo, ma loro non mi sentivano, continuavano a sorridire; poi mi sono accorta che erano legati alla pianta. Il padre, accasciato lì accanto ma ancora in vita, ha spiegato che doveva far così, altrimenti si sarebbero allontanati senza trovare più la strada del ritorno. Non riconoscevano più nessuno, traumatizzati com’erano dall’omicidio della madre, sventrata in loro presenza, e dai tanti assassinii cui avevano assistito”.

“Forse Dio ha tanto da fare in questo periodo che ha scordato la Somalia – mormora scuotendo la testa l’ attrice -. Colpisce non tanto la morte, che forse conduce a un mondo migliore, quanto la sofferenza. E per morire di fame le sofferenze devono essere atroci. Le immagini che ho visto in questi giorni mi ossessionano. Se chiudo gli occhi mi sfilano davanti come in un film. Non riesco più a dormire. Talvolta, di giorno, mi appisolo. Ma di notte no, non posso”. Audrey Hepburns sottolinea poi l’ importanza delle organizzazioni umanitarie. “Sono l’ unico ostacolo posto tra questa povera gente e la morte”.

Poi usa una metafora: “Tengono la testa a galla a chi è completamente immerso nelle sabbie mobili. Ma è difficile che resistano all’ infinito. Mancano i soldi, i mezzi, le strutture e anche gli uomini son pochi. E necessario un appello a tutto il mondo, ai singoli perchè reagiscano e mandino aiuti a chi aiuta”. “Certo . ammette – in Occidente c’ e’ la crisi, specie in Italia, ma qui si tratta di salvare un popolo intero che rischia di essere cancellato dalla faccia della Terra. Con un piccolo, piccolissimo sacrificio in più ciascuno di noi potrebbe far tanto. E prima di tutti vanno salvati i bambini. Senza di loro sarà impossibile ricostruire la nazione somala. Sarebbe un genocidio sulla coscienza di tutto il mondo”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmal.com
twitter @malberizzi

Le foto sono Courtesy UNICEF

 

Ciad, i soldati che hanno sconfitto il gheddafiano Haftar: “I libici pazzi di paura sono fuggiti”

0

Riportiamo qui il reportage del direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi, che per primo ha incontrato
il generale Kalifa Haftar nella base di Uadi Dum in Ciad. L’ufficiale era stato appena fatto
prigioniero 
dall’esercito di N’Djamena che, con l’aiuto dei soldati francesi, aveva catturato
l’installazione militare costruita dai libici nel territorio del Paese vicino. Gli uomini di Gheddafi
che la controllavano erano fuggiti a gambe levate davanti alle truppe nemiche.

Massimo Alberizzi FrancobolloDAL NOSTRO INVIATO SPECIALE
Massimo A. Alberizzi
Uadi Dum (Ciad), 12 aprile 1987

L’attacco arriva improvviso. Nessuno ha sentito i MIG di Gheddafi, non è scattato nessun allarme. Tre bombe lanciate dagli aerei esplodono, una dopo l’altra, tra la pista di Uadi Dum, la grande base costruita dai libici nel Ciad settentrionale e conquistata dall’esercito di N’Djamena, e un convoglio di giornasti che sta visitando le sofisticate attrezzature militari. Ci sono voluti quattro giorni di viaggio sul pianale di un camion per raggiungere questa landa disperata del Sahara ai piedi del Tibesti, una pietraia infuocata di giorno e gelata di notte.

Alla prima esplosione si alza un missile SAM 7 in direzione dell’aereo nemico. Poi un secondo . Alla terza bomba anche il MIG viene abbattuto. Il pilota non ha fatto in tempo a lanciarsi con il paracadute. Nel punto dove ha toccato terra l’aereo ha prodotto un enorme cratere e si è disintegrato. I suoi pezzi sono sparsi dappertutto in un raggio di almeno 300 metri.

Ogni giorno dal 22 marzo, da quando cioè Uadi Dum è stata conquistata dai ciadiani, aerei libici tentano di distruggere le potenti attrezzature bombardandola. La guerra dunque continua.Gheddafi non ha rinunciato all’idea di allungare le sue mani sul Ciad. Eppure il leader libico nella palude ciadiana ha trovato una bruciante sconfitta.

Toyota war
Questa immagine e quella seguente sono state catturate nel deserto del Sahara nei pressi di Uadi Dum (Uadi, o Ouadi è il nome con cui si indica il letto di un fiume o di un torrente in piena che si forma con le piogge e poi scomapre). La guerra tra Ciad e Libia si è combattuta dal 1983 al 1987. L’ultima parte, quella descritta in questo articolo, viene anche ricordata come “Toyota War”, perché l’esercito ciadiano ha sconfitto l’armata libica utilizzando queste veloci fuoristrada che si infiltravano nelle linee nemiche superprotette da lenti cari armati. Le auto poi tornarvano indietro e prendevano i libici alle spalle i quali, non vedendo via di scampo, fuggivano scompostamente

La pista che da Fada porta a Bur Kora, Uadi Dum e ritorna verso sud a Faya Largeau è seminata di carri armati, autoblindo, camionette portamissili , cannoni, camion, obici, bazooka, mortai, jeep, mitragliatrici, casse di munizioni. Tutto è stato abbandonato precipitosamente come dimostrano le centinaia di scarponcini, coperte, elmetti, valigette militari, scatole di olio d’oliva, di salsa di pomodoro, di zucchero, coperte sigarette camicie e pantaloni abbandonati nella sabbia del deserto sahariano.

I carri armati sono almeno trecento, T 55, t 54, BMP di fabbricazione sovietica, molti lasciati intatti con le porte aperte. Qualcuno è stato colpito e incendiato ed è restato semi accartocciato tra le dune. Da qualche torretta sventola ancora la bandiera bianca.

Non è semplice quantificare in denaro il costo di tanto materiale caduto nelle mani ciadiane. Qualcuno parla di un miliardo di dollari (1300 miliardi di vecchie lire, oltre 900 milioni di euro). E’ difficile inoltre capire come un esercito “povero” come quello cadiamo abbia potuto sbaragliare truppe d’occupazione così bene armate come quelle di Gheddafi.

Gail Henesche,comandante in capo delle brigate ciandiane che il 17 marzo scorso hanno liberato Faya Largeau, occupata dal 1983 dai libici, non vuole spiegare la tattica utilizzata. Si trincera dietro un “segreto militare”. Ma un giovane tenente racconta di come i ciadiani siano piombati all’improvviso sui libici utilizzando le velocissime fuoristrada Toyota sulle quali era stato montato un cannoncino o una batteria degli efficientissimi missili Milan.

Dopo aver colpito i primi due o tre carri armati, hanno provocato una vera e propria data di panicata i soldati di Gheddafi, che sono fuggiti come impazziti. “Abbiamo trovato alcuni carri armati con il motore ancora acceso e in folle”, racconta Gail Henesche.

 

Ciad 87-04-12 Battaglia di Ouadi Dum

La prima vera battaglia, comunque, è stata solo la prima, quella con cui gli uomini di Hissene Habré hanno conquistato Fada, il 2 gennaio scorso. La città è naturalmente difesa da enormi faraglioni. Si possono superare soltanto attraversando strette gole che i libici avevano presidiato con carri armati e cannoni. Ma a nulla sono servite le armi pesanti e poco maneggevoli di fabbricazione sovietica. Colpite dai missili sono state distrutte. Superata la barriera dei faraglioni, i ciadiani sono entrati facilmente a Fada. Ed è lì che è cominciata la fuga dei libici.

A Uadi Dum si è combattuto pochissimo, nonostante i ciadiani sostengano il contrario, raccontando imprese mirabolanti. I libici, si vede bene, sono fuggiti abbandonando tutto:10 aerei mitraglieri Albatros, 12 Stai-Marchetti, 3 elicotteri da trasporto di fabbricazione sovietica e un Antonov.

Toyota war 2

Gli uomini di Gheddafi in fuga non hanno fatto a tempoadistruggere neppure le sofisticate apparecchiature radar piazzatesulle colline circostanti e nemmeno a danneggiare la pista di metallo lunga 3.800 metri, quella che ora, tutti i giorni, cerano di bombardare.

Fazzi Issa Omar, un prigioniero libico contattato di nascosto dalle autorità ciadiane, ha raccontato: “Il giorno in cui Uadi Dum è caduta, un gruppo di noi era impegnato i un’esercitazione militare a una decina di chilometri dalla base.  Ai primi spari non abbiamo risposto credendo che si trattasse appunto dell’esercitazione. Solo quando era troppo tardi ci siamo resi conto di quanto era accaduto”.

Perfino il capo della base, il pari grado di Gheddafi, Khailifa Abu Qassim Haftar, è caduto prigioniero dei ciadiani assiema alla sua bella “assistente”. Certo una grande vergogna per il battagliero dittatore libico.

Massimo A. Alberizzi

Nella Grande Somalia le cellule di Al Qaeda, organizzano scuole per kamikaze

DAL NOSTRO INVIATO
Massimo A. Alberizzi
Mogadiscio, 31 luglio 2005
Nella “Grande Somalia”, un territorio vastissimo compreso tra la Somalia ex italiana, Gibuti, Somaliland, Etiopia e Kenya, operano varie cellule di fondamentalisti, tutte più o meno legate ad Al Qaeda e tutte in collegamento tra loro. La centrale si trova a Mogadiscio, ma i terroristi si spostano in Etiopia, nella regione abitata dai somali, l’Ogaden, e nel Kenya orientale, anche lì abitato da popolazioni somale.