Il pianto di Audrey Hepburn: “Ho visto l’inferno somalo “

Audrey Hepburn, ambasciatrice UNICEF, è tornata dalla Somalia. La sua testimonianza

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Ginevra, 2 ottobre 1992

Sconvolta in viso e nell’animo. Così Audrey Hepburn, ambasciatrice dell’Unicef (fondo dell’ Onu per l’ infanzia), e’ tornata dalla Somalia dove ha passato poco meno di una settimana. “Per giorni e giorni mi ero preparata a un’esperienza del genere. Pensavo e ripensavo e ho letto un mucchio di documentazione, ma non c’ è stato nulla da fare. Non ci si può preparare a un viaggio nell’inferno. In Somalia – esordisce l’incantevole protagonista di tanti film che hanno fatto sognare una generazione – si sta consumando un olocausto, con la gente che aspetta soltanto di morire. I documentari, le fotografie, i giornali non riescono a dare una dimensione esatta della tragedia, che è peggiore di qualsiasi descrizione. Il Paese ha bisogno di aiuto e va aiutato, non riesco neppure a esprimere quel che sento. Non trovo le parole, né in inglese, né in italiano, né in francese”.

Poi racconta d’un fiato: “Il mio areo è sceso a Chisimaio, una sabbia rossa, secchissima. Siamo andati a visitare i campi profughi e i villaggi. Mi sono accorta che case e capanne erano circondate da piccole dune. Dapprima non ci ho fatto caso, poi mi hanno spiegato: erano tombe. Ne ho viste ovunque; lungo i fiumi, a ridosso dei sentieri. Sparse qua e là . Durante il mio viaggio sono arrivate le piogge e le tombe si sono letteralmente ‘sciolte’. I cadaveri sono tornati alla luce contaminando l’ acqua che li trascinava”.

L’eroina di “Sabrina”, “My fair lady”, “Colazione da Tiffany”, “Vacanze romane” parla con voce rotta dall’ emozione: “I temporali invece della vita hanno portato la morte. Malattie, infezioni e poi il freddo cui tante persone non hanno resistito. Molti vivono senza un tetto e le poche capanne rimaste in piedi non sono più coperte di paglia come una volta. Ora sono piene di buchi”.

1° Settembre 1992 – Questa immagine è di Robert Wolders/Corbis Sygma

Le lacrime solcano le guance quando passa a parlare dei bambini, certo i più colpiti dalla fame e dalla guerra: “Sono scheletrini viventi con incastrati due occhi. Aspettano solo di essere nutriti, non hanno emozioni. Se gli passi una mano davanti al viso non reagiscono, lo sguardo resta fisso nel vuoto. Colpisce poi l’innaturale silenzio, assoluto, che c’è accanto a loro. Questi bimbi non parlano, non ridono, non scherzano come i loro coetanei nel resto del mondo. Sono traumatizzati dalla fame. Oh, che voglia di abbracciarli, accarezzarli! Ma toccandoli hai paura di fargli male quasi il loro corpo fosse sul punto di disintegrarsi, di diventare polvere”.

“In un campo di Chisimaio – ricorda ancora commossa l’ambasciatrice dell’ Unicef – ho notato che non c’erano bimbi sotto i 10 anni. Come mai? Ho chiesto. Mi hanno risposto che erano tutti morti. D’altra parte sotto un albero c’erano due piccoli sorridenti. Mi sono detta: “Beh, finalmente”. Sono andata vicino e mi sono seduta accanto. Parlavo, ma loro non mi sentivano, continuavano a sorridire; poi mi sono accorta che erano legati alla pianta. Il padre, accasciato lì accanto ma ancora in vita, ha spiegato che doveva far così, altrimenti si sarebbero allontanati senza trovare più la strada del ritorno. Non riconoscevano più nessuno, traumatizzati com’erano dall’omicidio della madre, sventrata in loro presenza, e dai tanti assassinii cui avevano assistito”.

“Forse Dio ha tanto da fare in questo periodo che ha scordato la Somalia – mormora scuotendo la testa l’ attrice -. Colpisce non tanto la morte, che forse conduce a un mondo migliore, quanto la sofferenza. E per morire di fame le sofferenze devono essere atroci. Le immagini che ho visto in questi giorni mi ossessionano. Se chiudo gli occhi mi sfilano davanti come in un film. Non riesco più a dormire. Talvolta, di giorno, mi appisolo. Ma di notte no, non posso”. Audrey Hepburns sottolinea poi l’ importanza delle organizzazioni umanitarie. “Sono l’ unico ostacolo posto tra questa povera gente e la morte”.

Poi usa una metafora: “Tengono la testa a galla a chi è completamente immerso nelle sabbie mobili. Ma è difficile che resistano all’ infinito. Mancano i soldi, i mezzi, le strutture e anche gli uomini son pochi. E necessario un appello a tutto il mondo, ai singoli perchè reagiscano e mandino aiuti a chi aiuta”. “Certo . ammette – in Occidente c’ e’ la crisi, specie in Italia, ma qui si tratta di salvare un popolo intero che rischia di essere cancellato dalla faccia della Terra. Con un piccolo, piccolissimo sacrificio in più ciascuno di noi potrebbe far tanto. E prima di tutti vanno salvati i bambini. Senza di loro sarà impossibile ricostruire la nazione somala. Sarebbe un genocidio sulla coscienza di tutto il mondo”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmal.com
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Le foto sono Courtesy UNICEF

 

Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi