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Burundi, strage di bimbi nel campo profughi dei tutsi fuggiti dal Congo

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Khartoum, 15 agosto 2005

L’attacco è giunto improvviso alle 10 e mezzo di venerdì sera. Un commando di miliziani è penetrato nel campo profughi di Gatumba, in Burundi, abitato da congolesi di etnia tutsi e, a colpi di fucile, di granate e di machete, ha barbaramente massacrato 159 rifugiati, soprattutto donne e bambini.

L’operazione è durata pochi minuti e, dalle prime testimonianze raccolte dalle agenzie non governative, è stata preparata e organizzata meticolosamente. Il campo profughi è situato sulla strada che, costeggiando il lato settentrionale del lago Tanganika, porta da Bujumbura, la capitale del Burundi, a Uvira, città della Repubblica Democratica del Congo, capoluogo dell’importante e contestata regione del Sud Kivu.

burundi_gatumba_massacre_01

Ufficialmente è abitato da 1.767 tutsi congolesi, della tribù banyamulenghe, appunto, arrivati da pochi mesi: ma molti uomini sono partiti da tempo per cercare lavoro nella capitale. Nel campo venerdì dormivano 823 persone. I primi soccorsi ai sopravvissuti sono stati portati dai volontari di un’organizzazione italiana, il GVC di Bologna.

Ieri, raggiunti al telefono, erano sotto shock per quanto avevano visto al mattino: “C’erano cadaveri dappertutto – ricorda Francesca Contu, una lunga esperienza di volontaria in Somalia e in Ruanda -. Parecchie tende erano bruciate, dentro i corpi carbonizzati. Le vittime devono essere state sorprese nel sonno; una mattanza a sangue freddo. C’erano tanti bambini, alcuni ancora attaccati alle spalle delle madri. Molti sono stati uccisi sotto le coperte”.

burundi-gatumba-map“Pochi sono stati in grado di fuggire, ma devono essere stati freddati dagli ssalitori all’uscita del campo dagli assalitori a colpi di fucile – continua la collega Alexandra Poder. “Hanno sparato all’impazzata. Il campo è ancora ricoperto da un tappeto di bossoli e di proiettili”. I volontari del GVC conoscono bene il campo di Gatumba: civili in fuga dal loro Paese dove rischiavano di essere ammazzati. Invece, quando credevano d’aver raggiunto la sicurezza sono stati sterminati con metodo.

Secondo il portavoce dell’esercito burundese, Adolphe Manirakiza, contattato al telefono da Africa ExPress, gli assalitori fanno parte di un’ alleanza di estremisti hutu venuti dalla vicinissima Repubblica Democratica del Congo: “E’ la prima azione di una coalizione formata da burundesi del FNL (Forze Nazionali di Liberazione, guidate da Agathon Rwasa), da ruandesi hinterahamwe (gli squadroni della morte corresponsabili del genocidio dei tutsi del 1994), da congolesi mai mai (milizie tribali che praticano la magia nera). Abbiamo trovato documenti che provano la nascita di questa intesa il cui obiettivo è di sterminare i tutsi che abitano nella regione dei Grandi Laghi, dall’Uganda, a nord, al Burundi, a sud. Vorremmo che la comunità internazionale intervenisse perché ancora una volta si sta tentando il genocidio dei tutsi”.

burundi_gatumba_massacre_12Caschi Blu dell’Onu sono presenti in Congo-K (la missione si chiama MONUC) e in Burundi (ONUB). Secondo le testimonianze raccolte tra i sopravvissuti dai volontari del Gvc, un primo commando, probabilmente dell’FNL, ha attaccato una caserma militare burundese vicino al campo profughi. I soldati erano impegnati a difendersi quando un altro gruppo, probabilmente mai mai, ha assalito la tendopoli dei rifugiati. Il Burundi, come il Ruanda, è stato per anni scosso da una guerra civile che ha visto contrapporsi la minoranza tutsi, tradizionalmente al potere, e la maggioranza hutu. Finalmente nell’aprile del 2003, dopo la firma di un accordo di pace propiziato da Nelson Mandela, Domitien Ndayizeye, un hutu, è stato nominato presidente di un governo di transizione. Ma un gruppo di oltranzisti hutu, riuniti attorno all’FNL, ha deciso di continuare la lotta armata, “fino allo sterminio totale dei tutsi”. Le truppe Onu, nonostante in Burundi siano stati dispiegati 2.561 soldati, sembrano incapaci di fermare le violenze.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Questo è un link esterno sul massacro di Gatumba. Africa ExPress non è responsabile dei suoi contenuti 

Nel campo dei janjaweed, “i diavoli a cavallo” che terrorizzano il Darfur

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Limo, (Darfur, Sudan), 30 marzo 2005
Eccoli lì i terribili janjaweed. Dall’alto della collina che domina l’arida vallata di Limo, nel Darfur meridionale, dove hanno sistemato uno dei loro campi, gli spietati “diavoli a cavallo” si distinguono benissimo, avvolti nel polverone sollevato dagli zoccoli delle loro mucche. E’ poco dopo l’alba e i bovini – sono migliaia – procedono lentamente verso una pozza d’acqua per l’abbeverata mattutina. “Le mandrie – spiega la mia guida, un europeo che conosce molto bene la zona, parla l’arabo ma in questo caso fa finta di non parlarlo – sono il frutto delle loro razzie.
Nessuno fino a due anni fa poteva mettere assieme così tanti capi di bestiame. Ora gli animali, che prima erano distribuiti tre o quattro per famiglia, sono raccolti tutti assieme nelle mani degli arabi. Gli africani, i legittimi proprietari, sono ridotti alla fame, costretti a scappare. Coloro che li hanno derubati, impuniti, sono diventati ricchissimi».
Per una buona oretta ci fermiamo sulla collina a guardare la scena. Ogni momento che passa, il bestiame aumenta di numero. E’ una scena impressionante. Non solo mucche. Ci sono anche capre, pecore, asini, cavalli e cammelli, tutti sommersi in una impalpabile nuvola di polvere.
Il dubbio se entrare nel campo o tornare indietro dopo aver assistito alla scena, viene sciolto quando uno dei capi dei janjaweed si accorge della nostra presenza sulla collina. Ci facciamo coraggio e scendiamo a valle per avvicinarci al bivacco.

Credevamo di trovarci davanti a gente scontrosa e pericolosa, invece tre dei loro capi ci vengono incontro e ci accolgono sorridendo con un “Salam Alekum” (la pace sia con te). Indossano una jallabia (il tipico camicione sudanese lungo sino ai piedi) e un turbante bianchi che sembrano appena usciti dalla lavanderia, nonostante l’aria imbottita di terriccio che arriva nei polmoni fino quasi a bloccare la respirazione. Non hanno armi, ma solo un lungo bastone pronto per essere brandito.

Sembrano divertiti dall’arrivo degli stranieri.“Avete parecchie bestie”. La risata di risposta rompe quasi i timpani e il più vecchio dei tre fa un ampio gesto della mano: “Sono tutte nostre”.
L’interprete avverte che è meglio non fare domande troppo invadenti. “E’ importante che il gruppetto non perda la sua ‘serenità'”.
Dopo pochi minuti di convenevoli si avvicinano due cavalieri. Anch’essi sono incuriositi dalla presenza di stranieri. Scesi a terra si presentano, Omar e Aden, e, a gesti, fanno capire di essere dei provetti cavallerizzi. “Vogliono mostrare quanto sono abili a cavalcare”, spiega l’interprete. I due si allontanano al trotto e ritornano correndo al galoppo. La parola janjaweed, diavoli a cavallo che terrorizzano la popolazione civile, non viene mai pronunciata, ma i due sembra vogliano far vedere agli stranieri quanto sia vera quella definizione. Solo alla fine del rodeo uno di quei tre che ci avevano accolto, bofonchia a un amico, che scoppia a ridere: “Cercano i janjaweed, ma non li troveranno”. Crede che noi non abbiamo capito.
Nel campo ci saranno almeno un’ottantina di persone.Solo uomini, non ci sono donne e bambini, segno evidente che si tratta di un campo militare. I janjaweed sono divisi in piccoli gruppetti, seduti in circolo, sotto gli alberi, chiacchierano tra loro e sorseggiano un bicchiere di the. “Parlano delle bravate fatte la notte scorsa e dei programmi per il futuro – racconta l’amico europeo -. Sono sospettosi ma non sembrano preoccupati della nostra presenza”. I cavalli e i cammelli, parcheggiati all’ombra di un enorme baobab, brucano improbabili fili d’erba che sbucano dalla sabbia e dai sassi.
Per raggiungere il campo occorre prendere la stradache da Nyala, capitale del Darfur meridionale, punta verso nord-ovest porta a Kass. E’ un arteria non troppo sicura. Martedì scorso hanno assalito l’auto dell’organizzazione non governativa italiana Cesvi e un’altra degli inglesi di Oxfam. “Banditi o janjaweed”, dicono alla polizia di Nyala, senza specificare. Le due macchine avevano bandiere spiegate al vento, che le rendevano riconoscibilissime, e a bordo solo impiegati locali.
Una volta a Kass occorre prendere verso destra.Lì non ci sono più strade, né sentieri. Si viaggia in una savana piuttosto brulla. I villaggi che si incontrano sono almeno una dozzina. Sono deserti e abbandonati, le capanne distrutte e bruciate dalle milizie filogovernative, i janjaweed appunto.
“Qui abitavano gli africani le cui mandrie sono state razziate – spiega la nostra guida -. I più fortunati si sono rifugiati a Kass, gli altri sono stati ammazzati, le donne stuprate e gli animali portati via, raccolti lì, nel loro campo di Limo. Nuove bestie arrivano tutti i giorni. Le autorità lo sanno, ma sono conniventi”.
A Kass, grande città a 25 chilometri da Limo, la situazione degli sfollati sembra essere drammatica. La città aveva 40 mila abitanti, ora ne conta almeno centomila. Vuol dire che il numero degli esterni ha superato quello dei locali. La gente in fuga dalla violenza dei janjaweed ha trovato rifugio ovunque: nelle strade, negli edifici pubblici, nelle scuole. All’istituto femminile superiore le capanne dei diseredati sono nei cortili, nei giardini e qualche branda persino nelle aule. “Si sistemano qui dentro per la notte – spiega Amna, un’insegnante di inglese – Dormono e poi la mattina escono all’arrivo delle ragazze. Aspettano fuori dalla classe finché le lezioni non sono finite”.

“Eravamo ricchi – racconta un africano che mette la testa fuori dalla sua capanna nel cortile della stessa scuola – Io avevo sei mucche”. E ora, dove sono quegli animali? “Forse a Limo, finiti, come altri, nelle mani di qualche arabo”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com

Chi sono i janjaweed? Il mistero intorno alle milizie arabe sudanesi

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Khartoum, 30 marzo 2005

Chi sono i janjaweed? Chi li ispira? Chi li organizza? E chi li dirige? Il mistero attorno a queste milizie arabe sudanesi che scorazzano a cavallo per il deserto del Darfur, bruciano i villaggi, seviziano e ammazzano le popolazioni di origine africana, viene svelato da un documento riservato, preparato dai servizi di sicurezza americani.

In Darfur si gioca una partita assai importante e non solo perché si dice che il suo sottosuolo sia gonfio di petrolio. Il Sahara potrebbe diventare il nuovo santuario per il terrorismo islamico internazionale e gli americani vogliono impedire che ciò accada.

Anche per questi motivi, Washington sostiene (anche se discretamente) l’SLA (Sudan Liberation Army) la fazione laica della ribellione in Darfur. L’altra, probabilmente più forte, il Jem (Justice and Equality Movement) è invece legata al più rigido fondamentalismo islamico sudanese, quello guidato da Hassan Al Turabi. Un paio di mesi fa un gruppo di dissidenti ha lasciato il Jem, accusato di essere troppo fondamentalista, e ha fondato il National Movement for Reform and Development (NMRD).

I governativi del presidente Omar Al Bashir rappresentano l’altra faccia dell’integralismo islamico sudanese, quella pronta a fare affari con l’America, pur mantenendo una rigida interpretazione del Corano e della sharia, la legge islamica.

E’ difficile dire se il rapporto dei servizi segreti americani sia del tutto vero o se contenga errori colposi o omissioni o indicazioni dolose. Noi lo presentiamo così com’è e da parte nostra non vuol essere un’accusa nei confronti di nessuno.

Occorre infine osservare che il documento non è recentissimo, infatti alcune delle persone citate non occupano più i posti che qui gli vengono assegnati.

I nomi raccolti sono divisi in tre categorie:

1 – Autorità del governo sudanese con funzioni di supervisione e controllo sulle attività e le operazioni dei janjaweed.

Ali Osman Taha, primo vicepresidente della Repubblica
General Maggiore Salah Abdallah Gosh, direttore generale dei servizi segreti
Dottor Nafie Ali Nafie, ex capo servizi segreti esterni
General Maggiore Al Tayeb Mohammed Kheir, consigliere sicurezza della presidenza della repubblica
Abdul Hamid Musa Kasha, ministro del Commercio
Abdulrahim Mohammed Hussein, Ministro degli interni
General Maggiore Adam Hamid Mussa governatore Sud Darfur
Brigadiere Mohammed Ahmed Ali, direttore polizia antisommossa. In marzo 2004 ha guidato gli attacchi su campo di sfollati a Moyo
Mohammed Yussef Abdallah, ministro degli affari umanitari
Abballa Safi El Nur, Ministro di gabinetto e coordinatore generale dei janjaweed

2 – Personalità facenti parte del Consiglio di Comando e di Coordinamento dei janjaweed (una sorta di consiglio militare e politico n.d.r)

Tenente colonnello Sukeirtalah, leader del janjaweed nella zona di Genuina
Ahmed Mohammed Harun, comandante, ministero dell’Interno
Osman Yusif Kibir, governatore dello stato del Nord Darfur
El Tahir Hassan Abbub, membro del National Congress Party (quello del presidente Al Bashir ndr)
Mohammed Salih Al Sunusi Baraka, membro del parlamento
Mohammed Yusif El Tileit, Ministro dello Stato del West Darfur
General Maggiore Hussein Abballa Jibril, membro del parlamento

3 – Comandanti in campo

Brigadiere Mussa Hilal (leader militare di tutti gruppi di janjaweed. E’ di etnia rezegat, tribù araba che appoggia il governo di Al Bashir. E’ considerato il fondatore dei janjaweed ndr. )
Brigadiere Hamid Dhawai (settore di Kas)
Brigadiere Abdal Wahid, comandante del settore Kabkabiya
Brigadiere Mohammed Ibrahim Ginesto
Maggiore Hussein Tangos
Maggiore Omar Baabs

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Chi sono i janjaweed? Il mistero intorno alle milizie arabe sudanesi che operano in Darfur

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Khartoum,  30 marzo 2005
Chi sono i janjaweed? Chi li ispira? Chi li organizza? E chi li dirige? Il mistero attorno a queste milizie arabe sudanesi che scorazzano a cavallo per il deserto del Darfur, bruciano i villaggi, seviziano e ammazzano le popolazioni di origine africana, viene svelato da un documento riservato, preparato dai servizi di sicurezza americani.

In Darfur si gioca una partita assai importante e non solo perché si dice che il suo sottosuolo sia gonfio di petrolio. Il Sahara potrebbe diventare il nuovo santuario per il terrorismo islamico internazionale e gli americani vogliono impedire che ciò accada.

Anche per questi motivi, Washington sostiene (anche se discretamente) l’SLA (Sudan Liberation Army) la fazione laica della ribellione in Darfur. L’altra, probabilmente più forte, il Jem (Justice and Equality Movement) è invece legata al più rigido fondamentalismo islamico sudanese, quello guidato da Hassan Al Turabi. Un paio di mesi fa un gruppo di dissidenti ha lasciato il Jem, accusato di essere troppo fondamentalista, e ha fondato il National Movement for Reform and Development (NMRD).

governativi del presidente Omar Al Bashir rappresentano l’altra faccia dell’integralismo islamico sudanese, quella pronta a fare affari con l’America, pur mantenendo una rigida interpretazione del Corano e della sharia, la legge islamica.

Miliziani janjaweed in cammello fotografati in Darfur

E’ difficile dire se il rapporto dei servizi segreti americani sia del tutto vero o se contenga errori colposi o omissioni o indicazioni dolose. Noi lo presentiamo così com’è e da parte nostra non vuol essere un’accusa nei confronti di nessuno.

Occorre infine osservare che il documento non è recentissimo, infatti alcune delle persone citate non occupano più i posti che qui gli vengono assegnati.

I nomi raccolti sono divisi in tre categorie:

1 – Autorità del governo sudanese con funzioni di supervisione e controllo sulle attività e le operazioni dei janjaweed.

Ali Osman Taha, primo vicepresidente della Repubblica
General Maggiore Salah Abdallah Gosh, direttore generale dei servizi segreti
Dottor Nafie Ali Nafie, ex capo servizi segreti esterni
General Maggiore Al Tayeb Mohammed Kheir, consigliere sicurezza della presidenza della repubblica
Abdul Hamid Musa Kasha, ministro del Commercio
Abdulrahim Mohammed Hussein, Ministro degli interni
General Maggiore Adam Hamid Mussa governatore Sud Darfur
Brigadiere Mohammed Ahmed Ali, direttore polizia antisommossa. In marzo 2004 ha guidato gli attacchi su campo di sfollati a Moyo
Mohammed Yussef Abdallah, ministro degli affari umanitari
Abballa Safi El Nur, Ministro di gabinetto e coordinatore generale dei janjaweed

2 – Personalità facenti parte del Consiglio di Comando e di Coordinamento dei janjaweed (una sorta di consiglio militare e politico n.d.r)

Tenente colonnello Sukeirtalah, leader del janjaweed nella zona di Genina
Ahmed Mohammed Harun, comandante, ministero dell’Interno
Osman Yusif Kibir, governatore dello stato del Nord Darfur
El Tahir Hassan Abbub, membro del National Congress Party (quello del presidente Al Bashir ndr)
Mohammed Salih Al Sunusi Baraka, membro del parlamento
Mohammed Yusif El Tileit, Ministro dello Stato del West Darfur
General Maggiore Hussein Abballa Jibril, membro del parlamento

3 – Comandanti in campo

Brigadiere Mussa Hilal (leader militare di tutti gruppi di janjaweed. E’ di etnia rezegat, tribù araba che appoggia il governo di Al Bashir. E’ considerato il fondatore dei janjaweed ndr. )
Brigadiere Hamid Dhawai (settore di Kas)
Brigadiere Abdal Wahid, comandante del settore Kabkabiya
Brigadiere Mohammed Ibrahim Ginesto
Maggiore Hussein Tangos
Maggiore Omar Baabs

Massimo A. Alberizzi
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Tecniche sovietiche di avvelenamento: “L’Eritrea è un inferno, il mondo intervenga”

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Stoccolma, 8 agosto 2004

Il certificato dei medici di Amsterdam spiega con scioccante semplicità e chiarezza: “Abbiamo estratto dal cranio di Negassi Tsegay, dov’ era impiantata all’ altezza dell’ orecchio destro, una minuscola ampolla che rilasciava lentamente un veleno micidiale”. Una tecnica imparata negli anni in cui i guerrigliere eritrei erano appoggiati dall’Unione Sovietica, dove seguivano corsi d’addestramento. Se gli specialisti che l’hanno visitato non se ne fossero accorti il paziente sarebbe morto senza che nessuno capisse perché. Negassi è eritreo e ora vive a Stoccolma. Nel suo Paese ha partecipato alla guerra di liberazione, è stato ferito e dopo l’indipendenza lavorava nell’ ufficio del presidente Isayas Afeworki.

mani su filo spinato 2

“Quando mi accorgo che il regime diventa sempre più repressivo mi dimetto”, racconta con la voce scossa da un tremito. Un “tradimento” che i dirigenti non tollerano. “Mi arrestano mi pestano, mi torturano. Finché, dopo un anno, mi propongono: ‘Vai in televisione, accusa di tradimento i 15 dirigenti attualmente in galera; dì che hanno preso soldi dall’ ambasciatore italiano, Antonio Bandini, e sono spie dell’ Etiopia e noi ti rilasciamo’”.

Lui cerca di resistere ma è prostrato, fisicamente e psicologicamente. Così accetta la parte del delatore. Viene scarcerato, portato in ospedale dove lo operano all’orecchio, al timpano lacerato dalle botte. E’ in quel momento che i medici militari di Asmara gli impiantano la micidiale fiala. L’avrebbe ucciso 21 giorni dopo il programma televisivo. “Uscito dall’ ospedale avrei dovuto imparare la mia parte a memoria – ricorda Negassi -. False accuse contro i 15 dissidenti, eroi della guerra di liberazione, che nel settembre 2001 hanno firmato un documento in cui chiedono democrazia, elezioni, libera stampa”. Tra loro Petros Solomon, ex braccio destro di Isayas Afeworki, Hailè Wondelsaye, ex ministro degli Esteri, Mohammed Sharifo, ex ministro degli Interni, arrestati (e da allora scomparsi in una galera del regime) dalla Hagerawi Dehnet, la polizia segreta, pochi giorni dopo la firma. Non è previsto alcun processo.

“I 15 godono della simpatia popolare. Sarebbero stati screditati e con loro l’Italia e il suo ambasciatore (allora c’era Antonio Bandini), accusato di difendere i dissidenti e di chiedere con insistenza il rispetto dei diritti umani”, spiega l’ ex guerrigliero che conclude il suo racconto: “Sono salvo per miracolo. Un paio di giorni prima della trasmissione, già annunciata con enfasi, riesco a scappare. In Europa sto male e i medici scoprono la condanna a morte, per lento avvelenamento, cui ero destinato”.

Una volta venerato come un dio dalla diaspora eritrea nel mondo, il presidente Isayas Afeworki ora è profondamente odiato. Le sue carceri sono piene di dissidenti, giornalisti, studenti, intellettuali e ha instaurato nel suo Paese un vero e proprio regime del terrore, con una società militarizzata.

Nonostante ciò, in Italia Afeworki e assai apprezzato: Berlusconi, lo ospita nella sua villa in Sardegna, il presidente della Lombardia, Roberto Formigoni, lo accoglie assieme al consigliere di An, Piergianni Prosperini, e il governatore delle Marche, Vito D’ Ambrosio, di centrosinistra, invita gli imprenditori della sua regione a investire in Eritrea.

Massimo A. Alberizzi
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Il governo del Sudan: “Vogliamo rispettare le risoluzione dell’ONU”

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Khartum, 1° agosto 2004

C’è un po’ di confusione nel governo sudanese sull’atteggiamento da prendere nei confronti della risoluzione votata venerdì dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ieri il ministro degli Esteri, Mustafà Osman Ismail, ha dichiarato che, tutto sommato, il documento è accettabile”perché non contiene nulla di nuovo”, mentre Daffi Khateeb il segretario generale del ministero dell’Informazione e, di fatto, portavoce del governo, ribadisce che la “la risoluzione è inaccettabile, perché incompleta e sbilanciata. Non menziona infatti le milizie civili organizzate dai ribelli, i “.

Sudan 04-08-01 Sì all'ONUSecondo il governo di Khartum, mentre i janjaweed (le milizie filoarabe che stanno terrorizzando le popolazioni del Darfur, ndr) attaccano le popolazioni di origine africana i bashinger se la prendono con i baggara rezegat e gli abbala rezegat, le tribù di origine araba che sostengono il governo Le atrocità, dunque, non sarebbero a senso unico.

Nel grande inferno del Darfur ognuno si occupa dei massacri “di sua competenza”.

“Comunque – continua Daffi – 30 giorni sono pochi per organizzare il disarmo dei janjaweed. Il Sudan è enorme, le vie di comunicazione precarie. Manterremo la promessa di smobilitare i janjaweed, ma abbiamo bisogno dell’aiuto internazionale che speriamo attivi rapidamente.

Lo stesso Ghazi Suleiman, leder del gruppo sudanese per le difesa dei diritti umani, ha rettificato: “La mozione è troppo blanda. Qui ci vuole un intervento forte e militare”.

Massimo A. Alberizzi
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JANJA A CAVALLO
Un gruppo di janjaweed a cavallo

 

 

L’ONU ordina al Sudan: fermate i janjaweed o saranno sanzioni

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Massimo Alberizzi FrancobolloDal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Khartoum, 25 luglio 2004

Il governo sudanese si sente offeso e rigetta la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. “Abbiamo fatto e stiamo facendo tutto quanto è possibile per disarmare i janjaweed – spiega Daffi Khateeb, segretario generale del ministero dell’informazione sudanese -. Abbiamo messo 12 dei loro leader in prigione e inviato in Darfur 3.500 poliziotti. Nei prossimi giorni diventeranno cinquemila. La colpa della crisi umanitaria è dei ribelli, che non vogliono partecipare ai colloqui di pace”:

“Un’offesa, questa crisi
Non si risolve così” 

Il commento generale del governo dell’opposizione e della società civile è stato comunque unanime:”Le risoluzioni non risolvono la gravissima crisi umanitaria che sta devastando il Darfur”.

Nessuno nega più la catastrofe, né le violenze, ma come ammonisce l’avvocatto Ghazi Suleiman, presidente del Gruppo Sudanese per la Difesa dei Diritti Umani, “bisogna andare alla radice del problema per poterlo risolvere”.

Janjaweed still Attacks

“Il Darfur – spiega Ghazi – è stato scelto come campo di battaglia dagli integralisti islamici. Da una parte i governativi, guidati dal presidente Omar Al Bashir, dall’altra i ribelli, vicini al padre padrone del fondamentalismo sudanese, Hassan Al Turabi. Non dobbiamo dimenticare che la popolazione del Darfur è stata la spina dorsale del NIF (National Islamic Front), il partito religioso che dal 1989, con un colpo di Stato, ha cancellato la democrazia in Sudan. Quando il NIF si è spezzato in due fazioni, le tribù del Darfur si sono schierate e divise”.

Critiche anche le organizzazioni umanitarie:
“Questa è una resa dei conti tra islamici”

“I janjaweed – continua Ghazi – I miliziani a cavallo che compiono scorrerie nei villaggi ammazzando gli abitanti e bruciando le capanne, sono da una parte e dall’altra. I ribelli attaccano le popolazioni alleate al governo e viceversa. Tutti compito atrocità laggiù, non solo i governativi. E noi laici e difensori dei diritti umani non possiamo schierarci”.

Ghazi attacca soprattutto i guerriglieri del JEM (Justice and Equality Movement) uno dei due gruppi ribelli: “I suoi leader vengono dei maghi della fazione di Turabi, ministri, generali funzionari e capi della sua sicurezza. Il loro obbiettivo è far cadere il governo di Bashir. La guerra del Darfur è una resa dei conti tra islamici”.

 

Sudan 04-07-31 UN fermate le milizie

Alfred Taban è il direttore del quotidiano in inglese Khartoum Monitor. Finito in carcere una decina di volte, non è tenero con il governo. Eppure si schiera anche lui contro le minacciate sanzioni: “Non è questione di buoni o cattivi. Se si inaspriscono gli animi con azioni sbagliate, si rischia di peggiorare la situazione. Occorre obbligare le due parti a sedersi al tavolo dei negoziati e ora sono i ribelli a rifiutare il dialogo. Sanno di godere della simpatia internazionale e alzano il prezzo”.

Secondo Taban il governo non puoi disarmare i janjaweed, come chiedono gli Stati Uniti, pena la sua caduta: “L’esercito regolare è composto per un buon 40 per cento da darfuriani che simpatizzano con i guerriglieri. Se i miliziani a cavallo fossero smobilitati, tutta la regione cadrebbe immediatamente nelle mani dei ribelli e a Khartum il regime ne resterebbe travolto”.

donna scheletrica

Nella capitale sudanese è arrivato Gino Strada, il fondatore di Emergency, che, dopo una visita di ispezione nella regione in guerra, sta per riabilitare il blocco operatorio dell’ospedale di El Fasher, il capoluogo del Darfur settentrionale.

“Non mi pare che le sanzioni abbiano mai fermato guerre e conflitti – spiega Strada – e la crisi sudanese non si risolve minacciando interventi militari. Le parti vanno spinte al tavolo dei negoziati, favorendo una tregua umanitaria. Lo so che non è semplice, ma occorre tappare la bocca a quanti, da tutte le parti, soffiano sul fuoco. Non si può affrontare il problema dividendo i protagonisti in buoni e cattivi”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Somaliland, l’imam amico di Annalena Tonelli: “Uccisa perché sfidava l’ infibulazione. Lottavamo insieme contro quella barbarie”. I killer legati ad Al Qaeda

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DAL NOSTRO INVIATO

BORAMA (Somaliland) – “Annalena non è mai diventata musulmana, ma era meglio di tanti musulmani. Ci ha insegnato molto e ci ha aiutato come nessuno ha mai fatto”. Lo sheck  (come si chiama l’ imam in Somalia) Mohammed Said Sawer non usa mezze parole per spiegare chi abbia ammazzato il 6 ottobre scorso la volontaria italiana, impegnata in questa città nel pieno deserto del Corno d’ Africa: “Sono stati i fondamentalisti – racconta -. Hanno armato la mano assassina, la odiavano per la sua campagna contro la mutilazione genitale femminile, l’ infibulazione, che costa infiniti dolori e talvolta la vita a tante ragazzine innocenti”.

Annalena Tonelli: amava i poveri e si indignava con i potenti

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Boroma (Somaliland) , 1° aprile 2004

Il diplomatico del Niger smentisce: “Il dossier sull’uranio venduto a Saddam è falso”

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Massimo Alberizzi FrancobolloDal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Niamey, 21 luglio 2003

“Io quei documenti non li ho mai visti e quindi, poiché portano la mia firma, sono falsi, proprio falsi”. Adamou Chekou, ex ambasciatore del Niger in Italia, l’uomo che avrebbe scritto al suo governo per annunciare l’ arrivo di un negoziatore iracheno interessato a comprare uranio, smentisce tutto. “Io non c’ entro nulla, non mi sono mai occupato di queste cose, di miniere e minerali”.

Chekou è appena stato a una battuta di caccia fuori Niamey e, quando ieri a tarda sera torna a casa e si accorge di due giornalisti occidentali al suo cancello (con me c’è l’inviato dell’Independent di Londra) non trova di meglio che chiudersi in casa. L’ uomo di scorta, un ufficiale in divisa che imbraccia una mitraglietta Uzi di fabbricazione israeliana, non ci permette neppure di attendere nel lussureggiante giardino della villa. Con cortesia, ma anche con fermezza, ci invita ad attendere fuori, sulla strada polverosa lì davanti.

La miniera di uranio della Somair ad Arlit in Niger
La miniera di uranio della Somair ad Arlit in Niger

L’ ex ambasciatore in Italia ci riceve pochi minuti dopo che nella sua villetta è arrivato Mahaman Ali, capo del gabinetto del presidente della Repubblica, Tandja Mamadou. Chekou è un buon amico del capo dello Stato e, secondo le voci che circolano a Niamey, un suo stretto protetto. Ha fatto perfino parte della delegazione che si è recata a Dakar, in Senegal, per incontrare il presidente americano, George W. Bush, alla sua prima tappa del recente viaggio in Africa.

La stanza dove ci accomodiamo sui divani per parlare è buia e la poca luce del tramonto che entra dalla finestre fa risplendere la galabia (il costume locale, un lungo camicione su pantaloni molto larghi) giallo-oro indossata dal padrone di casa.

“Ho sentito qualcosa di questa vicenda dalle radio e dalle televisioni internazionali, ma confesso di non aver seguito la cosa con particolare interesse”, si scusa. Inutile obiettargli che i giornali di tutto il mondo hanno parlato di lui e sembrerebbe che quei documenti siano stati confezionati da qualcuno, in qualche modo, frequentatore dell’ambasciata del Niger a Roma, quando lui ne era il responsabile. “Non ho mai visto quei documenti falsi e nessuno me li ha forniti. Io non sono stato chiamato né dagli americani, né dai britannici, né dagli italiani. Ufficialmente nessuno mi ha fatto mai sapere niente, nessuno mi ha chiesto alcunché, né cosa io ne pensassi”.

Nel febbraio 2002 la Cia ha inviato in Niger un diplomatico di grande esperienza africana, Joseph C. Wilson, per indagare sul dossier uranio dal Niger all’Iraq. “No, anche durante quel viaggio nessuno mi ha chiesto niente, nessuno mi ha mai interpellato. Io ero ancora in Italia, forse avrà parlato con il mio ministro degli Esteri”. Chekou, sprofondato nel suo divano, agita nervosamente un piede, e, all’obiezione che in quel caso il capo della diplomazia del Niger avrebbe dovuto avvisarlo, risponde: “Insomma la questione è palesemente falsa e quindi non mi riguarda”.

Ma Blair e Bush hanno in qualche modo scatenato la guerra su informazioni riguardanti la compravendita di uranio. Ci sono sospetti sull’operato del Niger e sul suo in particolare e lei non chiede al suo governo di indagare per capire chi ha fabbricato quel dossier e perché? “Non ci siamo posti realmente il problema. Il Niger è amico di tutti i Paesi occidentali, America, Francia, Gran Bretagna e Italia. Io poi amo l’Italia perché ho passato lì tanti anni della mia vita “, risponde un po’ seccato Adamou Chekou.

Minatori ad Arlit
Minatori ad Arlit

Lui parla l’italiano perfettamente ma sta ben attento a non pronunciare una parola nella nostra lingua. Neanche quando lo provoco con qualche frase. Sembra quasi che non intenda far perdere nulla del colloquio al capo di gabinetto del presidente. Anzi, Mahaman Ali interviene spesso per aggiungere qualcosa alle continue smentite. Quando poi mostriamo due dei documenti parla solo lui per illustrarne la manifesta falsità: “Vedete, questa lettera del 10 ottobre 2000, firmata dal ministro degli Esteri Ailele El Hadji Habibou, che peraltro aveva lasciato l’ incarico almeno tre anni prima, porta l’ intestazione del Consiglio militare supremo, dissolto nel 1997. E’ dunque palesemente contraffatta“.

corriere in NigerA

Mahaman non spiega però che Ailele, dopo aver lasciato la diplomazia, è diventato presidente del Consiglio d’amministrazione della Cominak, la società che sfrutta le miniere di uranio di Akouta, nel nord del Niger. Ailele, tra l’altro, faceva parte della delegazione nigerina che a Dakar ha incontrato George W. Bush. Mahaman Ali, alla richiesta di poter incontrare il presidente della repubblica Tandja Mamadou per affrontare il dossier Iraq, oppone una certa resistenza, invocando regole di protocollo e burocratiche. “Bisogna passare per il ministero degli Esteri e per quello dell’ Informazione”, fa osservare.

Per lui non conta molto il fatto che il Niger in questi giorni sia sulle prime pagine di tutti i giornali e che dal governo nigerino ci si attenda un chiarimento convincente sulla vicenda: “Abbiamo ufficialmente smentito un nostro coinvolgimento nella vendita di uranio a Saddam”, è la secca conclusione. E’ difficile parlare con loro del fatto che comunque in Niger è possibile procurarsi qualunque documento, un passaporto, una patente, ma perfino un certificato di nascita o di morte senza grandi problemi. Basta pagare – e neppure tanto – il funzionario di turno che di buon grado si occupa di tutto.

La palazzina degli uffici ad Arlit
La palazzina degli uffici ad Arlit

Purtroppo, sebbene il Niger non sia uno dei Paesi africani più corrotti, il livello di povertà è tale che la gente per un po’ di denaro è disposta a fare qualunque cosa. Anche a fabbricare dossier finti sulla vendita di uranio all’ Iraq.

Per questo immenso e sabbioso Paese africano l’uranio è essenziale. Il suo minerale estratto dalle due miniere di Akouta e Arlit, gestite la prima dalla Cominak (34 per cento della francese Cogema, 31 della Onarem, governo nigerino, 25 della giapponese Ourd e 10 della spagnola Enusa) e la seconda dalla Somair (56 per cento Cogema, 36 Onarem, 6,54 per cento Urangesellschaft, tedesca) viene sottoposto a una prima raffinazione in un unico impianto gestito dalla Cogema. Vengono così prodotte 2.960 tonnellate all’anno di concentrato di uranio, la famosa yellowcake, la torta gialla, trasportate prima con camion e poi in treno a Cotonou, capitale e importante porto del Benin, da dove raggiungono gli impianti di arricchimento in Francia e negli Stati Uniti.

Fino a qualche anno fa l’uranio rappresentava il 61 per cento delle entrate del Paese. Ora è sceso al 40 per cento, ma solo perché il suo valore è diminuito fortemente.

Il Niger resta comunque uno dei Paesi più poveri del mondo con un tasso di scolarizzazione al 29 per cento, un reddito pro capite di 180 dollari l’ anno e un’ aspettativa di vita di 46 anni. La sua democrazia è fragile e il presidente Tandja Mamadou, eletto nel 1999, rischia di essere travolto da questo scandalo che i suoi avversari politici stanno utilizzando contro di lui.

Per i giornali dell’opposizione, infatti, il governo non poteva non sapere di questo dossier e forse ci ha anche lucrato sopra.

Massimo A. Alberizzi
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witter @malberizzi