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La giornalista Cecilia Sala arrestata a Teheran vittima della “Diplomazia degli ostaggi”

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
30 dicembre 2024

La Farnesina ha confermato l’arresto, in Iran, della giornalista Cecilia Sala. La reporter, 29 anni, è stata fermata nel suo albergo intorno a mezzogiorno del 19 dicembre dalla polizia di Teheran.

La giornalista del Foglio e di Chora Media è stata trasferita nel carcere di Evin, alla periferia della capitale iraniana. Cecilia, dal momento dell’arresto, si trova in cella d’isolamento nell’area dove vengono incarcerati i cittadini stranieri, dissidenti iraniani ma anche iraniani con doppia nazionalità.

Il capo d’accusa

Oggi, dopo undici giorni in galera arriva il capo d’accusa contro Cecilia Sala: violazione delle leggi della Repubblica Islamica dell’Iran. L’incriminazione è stata redatta dalla Direzione generale dei Media esteri del ministero della Cultura iraniano e della Guida Islamica. La nota ministeriale è stata ripresa dall’Agenzia iraniana IRNA.

“Il suo arresto è stato condotto in conformità con le normative vigenti – si legge -. Il ministero iraniano ha sempre accolto con favore i viaggi e le attività legittime dei giornalisti di vari organi di informazione internazionali, con l’obiettivo di aumentare la presenza dei media stranieri nel Paese e di tutelare i loro diritti legali. Una politica che è attivamente perseguita dall’attuale governo”.

Uno dei podcast di Cecilia Sala

La reporter era partita per Teheran il 12 dicembre con un regolare visto giornalistico di otto giorni. Stava lavorando su vari servizi sull’Iran e sulle donne iraniane per Chora Media, testata della quale è co-fondatore e direttore Mario Calabresi.

“Erano già stati pubblicati tre podcast – racconta Calabresi – e aveva materiale per pubblicare altre puntate”. In redazione aspettavano quella di giovedì 19, ultimo giorno in Iran ma, visto che nonostante la sua puntualità non era arrivata, hanno cercato di contattarla. Senza successo. E non risultava nemmeno al check-in di Teheran né tra i passeggeri del suo volo arrivato in Italia.

Situazione seguita dalla Farnesina

È stata quindi avvisata l’Unità di crisi della Farnesina . “L’Ambasciata e il Consolato d’Italia a Teheran stanno seguendo il caso con la massima attenzione sin dal suo inizio – si legge in una nota della Farnesina -.  Oggi (27 dicembre, ndr) l’ambasciatrice d’Italia, Paola Amadei, ha effettuato una visita consolare per verificare le condizioni e lo stato di detenzione della dottoressa Sala”.

Cecilia Sala ha avuto la possibilità di sentire al telefono la mamma in Italia ma non ha potuto parlare liberamente. La famiglia è stata informata sulla visita consolare.

Cecilia Sala Carcere di Evin, Teheran
Carcere di Evin, Teheran

A Malpensa, 16 dicembre

È interessante sapere cosa è successo il 16 dicembre. La Digos di Milano ha arrestato Mohammad Abedini Najafabadi, 38enne iraniano, all’aeroporto di Malpensa.

L’arresto è avvenuto su richiesta degli Stati Uniti che lo accusano di associazione a delinquere, cospirazione ed esportazione di componenti elettronici in Iran. Secondo gli USA, Najafabadi ha violato le leggi americane sul controllo delle esportazioni e sulle sanzioni. L’indagato ovviamente nega tutte le accuse. E qui inizia la partita a scacchi tra Washington e Teheran a spese di Roma.

Cecilia vittima di “diplomazia degli ostaggi”?

Sembra che la nostra Cecilia Sala sia capitata nel luogo sbagliato al momento sbagliato in una situazione che l’Iran sa utilizzare molto bene. Viene chiamata “diplomazia degli ostaggi”, sistema che usa fin dal 1979 e che fa considerare la Repubblica islamica come “diplomaticamente inaffidabile”.

Il suo ultimo podcast lo ha annunciato con un post su X il 17 dicembre: “Una conversazione sul patriarcato a Teheran”. Ma aveva pubblicato anche “Lei fa così ridere che le hanno tolto Instagram. Teheran comedy”. Argomenti scottanti e sicuramente non graditi alla Repubblica degli Ayatollah.

Ecco quindi l’arresto arbitrario di cittadini stranieri come Sala che si è mossa in luoghi e situazioni sicuramente poco graditi ai vertici iraniani.

I prigionieri vengono poi utilizzati come leva per ottenere favori da parte degli Stati di nazionalità dei fermati, in questo caso l’Italia. Ma anche per arrivare alla liberazione di detenuti iraniani all’estero.

Antonio Tajani, ministro degli Esteri, preferisce non collegare l’arresto di Sala con quello di Najafabadi. Noi speriamo che Cecilia Sala ne esca indenne dalla partita a scacchi tra USA e Iran.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
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Muore il presidente Raisi e in un teatro iraniano va in scena un opera buffa di Dario Fo

Cade l’elicottero: a bordo il presidente iraniano Ebrahim Raisi

Iran: il regime aumenta la repressione dopo l’attacco israeliano

Non dimenticare Masha Amini: in un libro l’omicidio che un anno fa innescò le proteste in Iran

Il padre del programma nucleare di Teheran assassinato in un’imboscata in Iran

 

L’Ucraina e la volontà perniciosa di entrare nella NATO

Speciale Per Africa ExPress
Raffaello Morelli
Livorno, dicembre 2024
(2 – fine)
Il primo dei due articoli lo potete trovare qui:

Nel frattempo in Ucraina un trentasettenne russofono, laureato in legge e scrittore, Volodymyr Zelensky, fonda una casa di produzione Tv e a fine 2015 lancia la serie “Servo del popolo”, di cui è autore e attore protagonista.

Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky

Una satira imperniata su un professore che, partito da un’invettiva populista anticasta, arriva a candidarsi alla presidenza Ucraina riuscendo ad essere eletto.

Il grande successo si traduce in un film (2016) e in una seconda serie.  Ad inizio 2018, Zelensky crea un suo gruppo con il nome della serie.

Indirizzi occidentali

Il clima politico nel Paese resta dominato dagli indirizzi occidentali. Tanto che a febbraio 2019, nell’anniversario dei fatti di Maidan, viene modificata la Costituzione e, ancora senza rispettare gli accordi internazionali (Minsk 2), introdotto l’obiettivo dell’integrazione nella NATO e nell’Unione Europea.

Qualche settimana dopo, alle elezioni per il rinnovo del presidente, a sorpresa l’uscente Poroshenko venne sconfitto al secondo turno da Zelensky.

Da attore a presidente

L’attore diventato presidente, forte del messaggio della sua serie Tv, finanziatosi raccogliendo fondi online, aveva svolto una campagna alternativa alla vecchia classe dirigente impastata da forte corruzione risultata credibile. Aveva replicato la storia narrata dalla serie tv.

Petro Poroshenko, ex presidente dell’Ucraina

Tuttavia c’è un particolare. Nella campagna contro il filo occidentale Poroshenko, Zelensky aveva sostenuto la necessità di riprendere il dialogo con la Russia e il conciliare le aree russofone con le altre; entrato in carica, invece, ha adottato una linea schiacciata sull’indipendentismo filoccidentale ancor più oltranzista di Poroshenko. L’autocrazia Russa ha finito così per reagire all’insediarsi della NATO alle proprie frontiere.

Linea dell’espansione

L’Occidente non si è pentito della linea dell’espansione NATO tenuta nel decennio (una sfida continua) e ha accentuato i miti della guerra fredda, lanciando una grande campagna di sanzioni contro la Russia (seppure più titubanti del dichiarato, vedi Banca di Gazprom sanzionata solo oggi) e di propaganda scandalizzata contro Putin, il tutto tacciando i critici di essere filoputin con tarlo pacifista.

Poi, nei mesi successivi e fino ad oggi, l’occidente è passato al concreto fornendo all’Ucraina (sotto la direzione dei barricadieri Blinken, Segretario di Stato USA, e Stoltenberg, Segretario Nato), una quantità molto rilevante di soldi, di materiale bellico anche avanzato, di istruttori (vietandone l’uso diretto contro il territorio russo, per fortuna c’era Biden).

Piglio teatrale

In tutto il periodo, Zelensky ha tenuto un piglio teatrale e fatto montare l’indipendenza ucraina a cavallo della grancassa occidentale. Ha affermato che l’Ucraina non avrebbe rinunciato a Crimea e Donbass, e ha parlato di vittoria imminente celebrandola in ambito internazionale in presenza o sui media.

Senza mai occuparsi di rimuovere il morbo della corruzione e degli oligarchi, con l’obiettivo di sviluppare la libertà dei cittadini (obiettivo connaturato all’Occidente). Come era plausibile – e tanti avevano previsto per iscritto varie volte – nello scontro Russia e Ucraina avrebbe prevalso la Russia (che si era tutelata prendendo subito la centrale nucleare di Zaporizzja) e acquisito territori, cosa che al momento si sta realizzando (in specie ora con Trump apparentemente ostile a impegni bellici).

Immutato giudizio

Sulla vicenda ucraina l’Occidente deve urgentemente raddrizzare il modo di intendere la libertà. Lasciando immutato il giudizio sulla Russia e su Putin (istituzioni chiuse e personalità formata nei servizi segreti), cioè su un’autocrazia illiberale. Però tornando ad un utilizzo della libertà coerente alla concezione liberale che va maturando nel tempo ed è la più efficace sperimentata.

La libertà si impernia sul cittadino individuo che si relaziona in modo aperto con gli altri conviventi, così da massimizzare gli apporti della miriade di diversità esistenti nel conoscere e nell’intraprendere. Non limitandosi agli aspetti intellettuali di relazione e di attività ma  svolgendo il ruolo economico di produrre beni fondamentali per fornire risorse agli umani e far arretrare la povertà.

Nella vita quotidiana, la libertà deve operare quale libertà di scambio, nei rapporti tra persone e nelle cose. Va evitata la tentazione di tornare alla antica pratica della libertà imperiale quale manifestazione di superiorità del proprio stato istituzionale.

Contano i risultati

Non conta l’esibirsi, contano i risultati. E la libertà imperiale, oltre a rifiutare  in partenza la diversità, produce come risultati l’esiziale conformismo del politicamente corretto, irreggimenta i cittadini e accresce la miseria .

Adottare atti di “libertà imperiale” – quali le sanzioni economiche contro i nemici – è controproducente. A parte gli effetti collaterali nei vari territori sulle effettive condizioni di libertà dei cittadini, le sanzioni anti Russia sono state adottate solo dai Paesi più legati all’Occidente, e disapplicate da gran parte delle nazioni (circa due terzi), togliendo all’Occidente la centralità politico-culturale.

L’Ucraina non è il solo caso ove l’Occidente deraglia. Succede anche in Medio Oriente. Non sul tema Israele – che l’Occidente difende con fermezza – bensì sul rapporto con i Palestinesi. Che è soggetto a svariati distinguo di tipo umanitario, per mascherare indulgenza verso Paesi che fanno votare mentre l’articolo 1 della rispettiva Carta Istituzionale dà l’obiettivo di cancellare lo Stato d’Israele.

Diversità individuali

E’ un concetto contrapposto alla libertà di scambio tra diversità individuali. Non basta dire (Trump) la pace a Gaza dopo la sconfitta definitiva di Hamas. Il nodo palestinese da sciogliere sta nella pretesa di eliminare Israele.

Il mondo è di diversi. Urge che l’Occidente torni a praticare solo il messaggio della libertà di scambio.

Raffaello Morelli
(2 – fine)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Il primo dei due articoli lo potete trovare qui:

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Anche a Natale nell’inferno del Sudan si muore: sotto le bombe o di fame

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
29 dicembre 2024

Se la vita sotto il dittatore Omar al-Bashir, – al potere per ben 30 anni e deposto nel 2019 – non era certo facile, dall’aprile 2023 la popolazione sudanese è precipitata nell’inferno. Oggi in Sudan si sta consumando la peggiore crisi umanitaria del pianeta.

Sudan: famiglie disperate alla ricerca di cibo e acqua

La guerra tra i due generali, Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti”, leader delle Rapid Support Forces (RSF), e Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, de facto presidente e capo dell’esercito, non risparmia nessuno. Oltre 25 milioni di persone, cioè la metà della popolazione sudanese, soffrono la fame e più di 15 milioni hanno lasciato le proprie case  – tra questi 3,1 milioni hanno cercato protezione nei Paesi limitrofi – per fuggire ai continui combattimenti.

Carestia confermata

Secondo il rapporto dell’ Osservatorio globale sulla fame, pubblicato il 23 dicembre, la carestia è già presente in 5 aree del Paese e potrebbe estendersi in altre 5 entro maggio 2025.

IPC (Classificazione dell’insicurezza alimentare acuta) ha confermato condizioni di carestia a Abu Shouk e al-Salam, due campi per sfollati a al-Fashir, capoluogo del Darfur settentrionale. Persiste anche nell’insediamento di Zamzam – sempre nella stessa regione – , dove una grave mancanza di cibo è già stata rilevata lo scorso agosto. L’organizzazione ha riaffermato la penuria di alimenti anche nei Monti Nuba, sia nei campi, sia negli agglomerati residenziali.

IPC inaffidabile

Immediatamente dopo la diffusione della pubblicazione dell’ Osservatorio globale sulla fame, il ministro dell’Agricoltura sudanese, Abu Bakr Omar Al-Bushra, ha dichiarato che il governo interrompe con effetto immediato la sua partecipazione al sistema di classificazione dell’insicurezza alimentare acuta. Il capo del dicastero ha accusato l’IPC di “pubblicare rapporti inaffidabili, volti a indebolire la sovranità e la dignità del Sudan”.

Il fatto che il Sudan sia uscito dal sistema IPC potrebbe compromettere seriamente gli sforzi delle organizzazioni umanitarie che tentano di aiutare e portare sollievo a milioni di sudanesi che soffrono la fame, ha poi fatto sapere il capo di una ONG che opera nel Paese.

Convoglio con aiuti umanitari nello Stato di Khartoum

Convoglio a Khartoum

E, dopo lunghi e estenuanti negoziati, sono arrivati i primi aiuti umanitari nel sud dello Stato di Khartoum. Un convoglio composto da 28 camion è giunto a Jebel Aulia, che dista una quarantina di chilometri dalla capitale. Un sospiro di sollievo per gli abitanti.

Ventidue mezzi hanno portato cibo e altri generi di prima necessità del PAM (Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite), un altro camion è stato inviato da Medici senza Frontiere e CARE International (ONG statunitense che combatte la povertà nel mondo), e altri cinque sono dell’UNICEF, contenenti medicinali. Il materiale servirà per soddisfare urgenti necessità sanitarie e alimentari per 200mila bambini e famiglie.

La notizia è stata data il 27 dicembre da “Cellule di risposta alle emergenze”, gestite da volontari che organizzano anche cucine comunitarie, distribuiscono pacchi di cibo, coordinano evacuazioni e forniscono assistenza medica.

Straripamento diga

Nelle vicinanze di Jebel Aulia si trova anche l’omonima diga sul Nilo Bianco. Solo pochi giorni fa è stato lanciato l’allarme di straripamento dello sbarramento, lungo tre chilometri e alto 20 metri. Alcuni attivisti hanno fatto sapere che migliaia di residenti hanno già lasciato l’area per inondazioni e epidemia di colera, scoppiata per mancanza di acqua potabile.

Il governo ha accusato le RFS di aver chiuso la diga sotto il loro controllo dall’inizio del conflitto. Ma secondo i ribelli, a causare il disastro sarebbero stati i governativi che hanno bombardato lo sbarramento.  Insomma, la colpa è sempre dell’altro, ma a pagare le conseguenza è la popolazione.

Morti e feriti

Intanto la guerra continua. Altri morti, feriti e miseria. Il giorno di Santo Stefano i paramilitari, capitanati da Hemetti, hanno bombardato il campo per sfollati Abu Shuck a al-Fashir, nel Nord Darfur, uccidendo tre persone e ferendo altre tre. L’insediamento ospita attualmente oltre 600mila sfollati.

Forse Port Sudan, nello Stato del Mar Rosso, nell’est del Sudan, è rimasta una delle poche “isole tranquille” in questo Paese devastato dalla guerra civile. Da tempo i ministeri e molte ambasciate si sono trasferiti sulla costa. Anche il di fatto capo dello Stato, al-Burhan, ha trasferito la sua residenza nella città portuale per motivi di sicurezza.

Visita a sorpresa

E proprio il giorno Natale, il presidente ha fatto una visita a sorpresa alla chiesa cattolica di Port Sudan e alla Comboni Boy’s school, inaugurata nel lontano 1948. Mentre l’istituto femminile esiste dal 1957.

Il presidente sudanese Al-Burhan in visita alla Comboni Boy’s school, Port Sudan

Al-Burhan ha elogiato il contributo della storica chiesa cattolica in Sudan, riconoscendo il suo ruolo nel sostenere l’indipendenza del Paese e ha ringraziato i padri comboniani per il loro lavoro nella formazione dei giovani.

Esami negati

Intanto ieri sono iniziati gli esami di maturità del 2023, rimandati a causa del conflitto in atto. Ma le prove si svolgeranno solamente nelle zone sotto il controllo delle forze armate sudanesi. Anche il Ciad non ha dato il consenso ai profughi sudanesi di sostenere questo test.

A migliaia e migliaia di giovani viene preclusa la possibilità di continuare gli studi a causa della guerra. Ed ora, moltissimi non possono nemmeno aderire agli esami finali. Per l’ennesima volta devono rimandare o addirittura rinunciare al loro sogno di un futuro migliore.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Esercito evacua suore straniere dall’inferno di Khartoum

In Sudan la violenza sessuale come arma di guerra: “Si diffonde come un’epidemia”

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Nuovi affari delle industrie militari italiane con le forze armate del Qatar

Dal Nostro Esperto in Cose Militari
Antonio Mazzeo
27 dicembre 2024

Il 18 dicembre 2024 i manager di Elt Group (fino al 2022 Elettronica S.p.A.) hanno firmato a Doha un contratto con il ministero della Difesa qatariota per la fornitura di un Centro per la Guerra Elettronica (EW) Unificato, dotato di tecnologie di ultima generazione.

Elt group – Qatar: Centro per la Guerra Elettronica (EW) Unificato

Il nuovo Centro potenzierà le capacità operative EW delle forze armate del Qatar, favorendone la modernizzazione e l’efficacia nell’ottica di scenari operativi sempre più complessi e multidominio. 

“Risultato importante”

“Questo contratto rappresenta un risultato molto importante, sia in termini economici che per quanto riguarda il nostro posizionamento nell’area”, ha dichiarato l’amministratrice delegata di Elt Group, Domitilla Benigni.

“È anche una conferma di una solida amicizia e di una cooperazione a lungo termine con le Forze Armate del Qatar” ha continuato.

“Per la prima volta – ha concluso – in questo Paese la nostra azienda assume il ruolo di prime contractor e questo ci rende particolarmente orgogliosi della fiducia da parte di un cliente internazionale così avanzato”.

Elt Group è presente nell’Emirato dal 2017 con l’apertura del suo ufficio commerciale a Doha.

L’azienda collabora attivamente con le forze armate nazionali impiegando i propri sistemi di guerra elettronica sulle unità della Marina militare che sono state acquistate dalla holding della cantieristica Fincantieri S.p.A., nonché sui cacciabombardieri Eurofighter Typhoon e sugli NH-90 in dotazione alle forze aeree.

Eurofighter Typhoon, Qatar

In occasione della recente kermesse delle aziende del comparto bellico navale DIMDEX 2024 (Doha Maritime Defence Exhibition and Conference) tenutasi nella capitale, Elt Group e il Comando generale della Qatar Emiri Air Force hanno siglato una lettera d’intenti in vista di una mutua collaborazione nel settore EMSO (operazioni nello spettro elettromagnetico).

Maggiori protagoniste

Da oltre 70 anni Elt Group è una delle maggiori protagoniste in ambito internazionale nel campo della progettazione e produzione di sistemi di “difesa” elettronica, aerospaziali e della cyber security. 

Il gruppo italiano ha quartier generale nella via Tiburtina a Roma ed opera in una trentina di paesi attraverso uffici commerciali e società di importanza strategica e di diritto locale con sede in Germania e Arabia Saudita.

Elt Group partecipa ai principali programmi di difesa europei come quelli per la produzione dei caccia Eurofighter Typhoon, delle fregate lanciamissili Fremm e dei nuovi pattugliatori polivalenti d’altura PPA.

Piattaforma avionica

La società è stata chiamata anche al progetto di realizzazione della piattaforma avionica di sesta generazione GCAP (Global Combat Air Programme), più nota come “Tempest”, promosso dal consorzio italo-britannico-giapponese (presente il gruppo Leonardo S.p.A.).

Fanno parte di Elt Group anche CY4Gate, specializzata in cyber ​​security e cyber i​Intelligence; E4Life, la prima azienda di biodifesa italiana; Solynx Corporation, una società di scouting tecnologico con sede negli Stati Uniti d’America.

In Medio Oriente, il gruppo italiano ha firmato di recente accordi di cooperazione istituzionale e industriali in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti.

Hub di supporto

Nel novembre 2023 Elt ha varato un piano per istituire un hub di supporto logistico integrato per i sistemi di guerra elettronica del ministero della Difesa emiratino. Partner del programma è Etimad Holding, di proprietà del gruppo finanziario militare-industriale EDGE di Abu Dhabi.

Un Memorandum of Understanding per accrescere la conoscenza della gestione dello spettro elettromagnetico negli Emirati Arabi Uniti è stato firmato da Elt il 15 febbraio 2024 con l’Università emiratina di scienza e tecnologia “Khalifa”.

A maggio 2023, il capitale sociale di Elt Group era di 9.000.000 di euro: l’azienda risultava controllata per il 35,4 per cento da Benigni S.r.l., dall’immancabile Leonardo S.p.A. per il 31,3 e per il restante 33, dal colosso aerospaziale e dell’elettronica Thales (francese).

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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QATAR: altri articoli li trovate QUI

Brogli documentati in Mozambico ma non importa: il Frelimo ha vinto le elezioni e Maputo insorge

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
26 dicembre 2024

Il candidato vincitore delle elezioni presidenziali 2024 del 9 ottobre è Daniel Chapo con il 65,17 per cento dei voti. Il suo partito, FRELIMO (Fronte di liberazione del Mozambico), al potere dal 1975, ha vinto anche in tutte le province.

È stata questa la decisione dei giudici mozambicani, letta dalla presidente del Consiglio Costituzionale (CC), Lúcia Ribeiro. L’analisi dei dati elettorali del CC ha trovato una differenza di sei punti percentuali sui risultati divulgati il 24 ottobre quando il FRELIMO aveva il 71 per cento delle preferenze.

Al Popolo Ottimista per lo Sviluppo del Mozambico (PODEMOS) il 24,19; alla Resistenza Nazionale Mozambicana (RENAMO) il 6,62 mentre il Movimento Democratico Mozambicano (MDM) ha il 4,02 per cento.

“Questo Paese appartiene a tutti i mozambicani, indipendentemente dalle loro origini etniche, razziali o religiose”, ha dichiarato il neo presidente.

elezioni mozambico 2024 - Lúcia Ribeiro
Elezioni Mozambico 2024, Lúcia Ribeiro, presidente del Consiglio Costituzionale

Cambia il numero dei seggi

All’Assemblea nazionale, il numero di seggi del FRELIMO è stato ridotto da 195 a 169, ma il partito ha mantenuto la maggioranza assoluta. PODEMOS rimane la seconda formazione con 43 seggi (il 24 ottobre erano 31); RENAMO ha 28 seggi (erano 20) e  MDM passa da 4 a 8. A conti fatti l’opposizione, con 79 seggi sui 248, rimane marginale.

Come da copione

Continua dunque il copione ormai vecchio almeno dal 1999. Non c’è da stupirsi visto che la società civile ha smascherato i brogli con un dossier. E le elezioni del 2024, secondo il Centro per l’Integrità Pubblica (CIP), sono state quelle con le peggiori irregolarità documentate.

Il Consiglio Costituzionale e la Commissione Elettorale Nazionale (CNE), sono stati accusati di essere collusi con il partito al potere. Da diversi anni, nonostante le ripetute richieste, non hanno mai mostrato le prove delle vittorie elettorali del FRELIMO. E le dichiarazioni di Ribeiro sulla vittoria del FRELIMO, anche questa volta, sono state senza prove.

Venancio Mondlane, per PODEMOS, maggiore sfidante di Chapo, in una diretta Facebook poche ore prima della sentenza immaginava il finale. Sperava però che le lotte per riconoscere la “verità elettorale”, che vanno avanti da oltre un mese, avessero influito sulle decisioni del Consiglio Costituzionale.

“È il momento di agire”

“È un’opportunità unica. È il momento di agire in accordo con la difesa dei nostri diritti e delle nostre libertà”, aveva dichiarato Mondlane.

“Se dalla bocca della professoressa Lúcia usciranno gas lacrimogeni, bazooka e missili – ha continuato – capiremo se il Paese continuerà sulla strada della dittatura, dei furti, delle frodi, dei sequestri, della corruzione e degli omicidi, o se sceglierà di lottare per la democrazia e per la verità”.

Maputo a fuoco

Dopo l’annuncio della vittoria del FRELIMO e di Daniel Chapo, nuovo presidente della Repubblica, sono scoppiati i disordini a Maputo. Nonostante Mondlane, da due mesi abbia chiesto di manifestare pacificamente, la rabbia della popolazione è sempre più forte e l’annuncio della vittoria del partito al potere ha fatto da detonatore portando la capitale nel caos. I manifestanti hanno attaccato e dato alle fiamme le sedi del FRELIMO e i posti di polizia, ma anche i tribunali locali e le dogane.

Il materiale video è stato inviato alla redazione di Africa ExPress dal Mozambico

Oltre duemila feriti

Dal 19 ottobre scorso si contano oltre 131 morti uccisi dalla polizia e dalle Unità di intervento rapido durante le manifestazioni post-elettorali. Secondo dati del Centro per lo sviluppo della democrazia (CDD) oltre duemila persone sono rimaste ferite e 3.636 arrestate. Inoltre, 385 persone sono state colpite da colpi di arma da fuoco e cinque sono ancora disperse.

Morte in diretta

Un giovane blogger, Albino José Sibia, alias Mano Shotas, era in diretta su Facebook il 12 dicembre a Ressano Garcia, al confine con il Sudafrica, quando, durante una manifestazione, è stato ucciso dalla polizia. Le sue ultime parole nella trasmissione dal vivo sono state “Non posso più filmare…mi hanno sparato ragazzi. Aiuto, aiuto…sto morendo ragazzi”.

Il video shock è stato inviato alla redazione di Africa ExPress dal Mozambico

Povo no poder

Le proteste, iniziate il 21 ottobre, sono state indette da Venancio Mondlane per conoscere la “verità elettorale”. Con la parola d’ordine “Povo no poder” (Potere al popolo) le iniziative di protesta hanno avuto grande successo tra gente sempre più impoverita dalla classe politica al potere. Mondlane ha proclamato un ulteriore sciopero generale per paralizzare il Paese fino a venerdì 27 dicembre.

Il politico dell’opposizione vive nascosto, presumibilmente in Sudafrica. Mondlane ha denunciato che alcuni killer hanno tentato di assassinarlo e si è salvato scappando dalla casa nella quale si era nascosto con la famiglia, in Sudafrica.

Ora è braccato dagli squadroni della morte
mozambicani che hanno massacrato Elvino Dias, avvocato di Podemos, e Paulo Guabe esponente del partito. Anche la famiglia di Dias è dovuta scappare in una residenza sconosciuta perché minacciata di morte. Intanto Maputo brucia e la polizia continua a sparare sui manifestanti.

Ultim’ora

A Natale evasi 1.500 detenuti

Rivolta in carcere a Maputo e 1.500 detenuti sono riusciti ad evadere impossessandosi dei Kalashnikov dei secondini. È successo nel pomeriggio di Natale e probabilmente hanno approfittato della minore sorveglianza del giorno festivo che in Mozambico è la Festa della Famiglia.

Secondo le autorità, la rivolta ha provocato almeno 33 morti, tra i quali due poliziotti, e 15 feriti. Ora i morti sono saliti a 152.

Bernardino Rafael, comandante della polizia, ha dichiarato che 150 dei prigionieri evasi sono già stati catturati. E incolpa i giovani delle manifestazioni contro la truffa elettorale di aver incoraggiato la rivolta dei detenuti.

Differente la posizione del ministro della Giustizia, Helena Kida: “I disordini sono iniziati all’interno del carcere. Non hanno nulla a che fare con le proteste all’esterno” – ha dichiarato -.

UA: “soluzione pacifica”

Si muove anche l’Unione Africana (UA). L’annuncio della vittoria elettorale del FRELIMO ha portato un aggravamento della tensione e le manifestazioni popolari di protesta hanno messo la capitale, Maputo, nel caos. Il partito al potere non ha nemmeno tentato un compromesso. L’UA ha chiesto una “soluzione pacifica”, sperando di essere ascoltata.

Sandro Pintus
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Elezioni in Mozambico: i quattro candidati alla presidenza della Repubblica e il gas di Cabo Delgado

Elezioni in Mozambico: Frelimo e Podemos “abbiamo vinto” ma osservatori UE protestano per irregolarità

Elezioni in Mozambico, assassinati due esponenti del partito di opposizione Podemos

 

Mozambico elezioni 2024: tra brogli e omicidi Daniel Chapo è il nuovo presidente. Forse

Mondlane, candidato di Podemos alla presidenza del Mozambico: “Hanno tentato di assassinarmi”

 

In viaggio da Milano a Nairobi con una rotta a zigzag tra guerre e cannonate

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 25 dicembre 2024

Viaggiare dall’Europa all’Africa è diventato difficile e un po’ complicato. Le linee aeree europee evitano la rotta più corta, ma piena di insidie che passa su Algeria, attraversa il Sahel e quindi il Centrafrica o il Sud Sudan e dopo raggiunge il Kenya.

Continue virate

Preferiscono scegliere un itinerario fatto di virate a destra e a manca per evitare che qualche malintenzionato “invasato dalla guerra” si metta a bersagliare aerei civili.

Il 24 dicembre ho viaggiato da Milano a Nairobi con Air France. Il nostro aereo ha volato su una rotta inquietante scelta per non passare su Paesi e/o territori in guerra.  Un vero slalom dettato da considerazioni di sicurezza. I francesi non sono benvoluti in molti Paesi nordafricani. Quindi meglio non provocare reazioni inconsulte su un aereo con insegne francesi, zigzagando tra distruzione, dolore e morte.

Una rotta simile è stata seguita dal volo della compagnia olandese KLM che ho preso per andare e tornare da Nairobi lo scorso novembre.

La rotta Parigi-Nairobi seguita dal volo Air France

Ieri abbiamo lasciato Parigi e, dopo aver sorvolato il mar Mediterraneo, ci siamo diretti verso oriente. Abbiamo evitato di passare sulla Libia, da più di 10 anni sconvolta da una cruenta guerra civile, e siamo entrati nello spazio aereo dell’Egitto, stando ben attenti di sorvolare il centro del Paese per stare lontani dalla striscia di Gaza, per evitare incontri pericolosi con l’aviazione israeliana e le sue bombe quotidiane sui territori palestinesi.

Alla larga dallo Yemen

Poi per non rischiare di entrare nel Sudan in guerra civile furibonda, siamo passati sul Mar Rosso virando a oriente ben oltre il Sinai.

Quindi ci siamo spostati a oriente costeggiando l’Arabia Saudita fino a poco prima dello Yemen in guerra, poi abbiamo virato a occidente per passare sull’Eritrea ed Etiopia e siamo finalmente discesi verso il Kenya. Insomma, è stato uno slalom tra missili e bombe! Un itinerario dettato da considerazioni di geopolitica per viaggiare in sicurezza su un aereo francese.

Nessun idiota

Per fortuna sulla nostra rotta non abbiamo incontrato nessun idiota che aveva in mente di tirarci addosso un missile Sam 7, né un drone impazzito con cui litigare. In guerra purtroppo occorre fare i conti anche non chi ha il grilletto facile.

Itinerario diverso invece quello seguito con a bordo i miei figli che sono partiti da Parigi alla stessa mia ora ma hanno viaggiato con un vettore africano, la Kenya Airways.

La rotta Parigi-Nairobi seguita dal volo della Kenya Airways

Loro dalla Francia hanno puntato direttamente verso l‘Algeria, e hanno sorvolato tre Paesi pericolosi per i francesi: il Niger, il sud del Ciad, e perfino la Repubblica Centrafricana, dove infuria una drammatica guerra civile, quindi sono entrati in Sud Sudan e in Uganda e poi sono scesi in Kenya.

Sulle Piramidi

Solo fino a qualche anno fa la rotta seguita da tutte le compagnie puntava dall’Europa sul Cairo, per poi dirigersi verso il Kenya seguendo il corso del Nilo. Passando sull’Egitto dai finestrini si potevano vedere dall’alto persino le Piramidi.

Non credo che i passeggeri dei due voli si siano resi conto del perché il loro aereo abbia seguito la rotta assegnatagli. Ma forse, giacché i costi dei biglietti sono sensibilmente lievitati, è legittimo pensare che ciò sia dovuto agli aumenti dei premi delle assicurazioni causati dai pericoli delle guerre in corso. Insomma, le rotte africane non sono più così sicurissime come una volta.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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Il drammatico Natale tra le macerie dei cristiani di Gaza

Dalla Nostra Inviata Speciale
Federica Iezzi
Gaza City, 24 dicembre 2024

“Temo che l’ultimo capitolo del cristianesimo a Gaza stia per essere scritto”. Sono le amare parole del pastore della Chiesa evangelica luterana palestinese Mitri Raheb.

Già all’inizio della guerra, nell’ottobre 2023, senza alcuna plausibile ragione, i carri armati israeliani hanno circondato la chiesa greco-ortodossa di San Porfirio, a Gaza City – la terza più antica del mondo – e i tiratori scelti hanno preso posizione intorno ad essa, sparando senza alcuna pietà alla più antica comunità cristiana del mondo.

Nella basilica di San Porfirio i cristiani palestinesi cercavano disperatamente sicurezza.

Chiesa di San Porfirio a Gaza City prima della guerra [photo credit Federica Iezzi]
La popolazione cristiana a Gaza era di appena un migliaio di persone prima della guerra, il 3 per cento dei quali oggi è stato eliminato dalla ferocia israeliana.

Si tratta di una delle più antiche comunità cristiane del mondo, risalente al primo secolo, con preponderanza greco-ortodossa e percentuali più esigue di cattolici romani, battisti e altre denominazioni protestanti.

Anche tra i cristiani palestinesi il messaggio israeliano è passato forte e chiaro. Non c’è un posto sicuro a Gaza. Chi saranno i prossimi ad essere sterminati dal Grande Israele? Il popolo libanese, quello siriano? La comunità armena?

Non sono rimaste che macerie della chiesa bizantina di Jabalia, nel nord di Gaza, risalente al V secolo, del Santuario Verde di Dayr al-Balah, al centro dell’enclave, primo monastero cristiano costruito in Palestina durante l’era bizantina, del monastero di Sant’Ilarione (Tell Umm Amer), nel sud di Gaza non lontano dal campo profughi di Nuseirat, fondato nel III secolo e recente sito UNESCO, della chiesa della Sacra Famiglia a Gaza City, unica parrocchia cattolica latino-romana.

Devastato anche l’ospedale Al-Ahli a Gaza City, unico nosocomio nella Striscia di Gaza, gestito dalla chiesa anglicana.

Chiesa di San Porfirio a Gaza City distrutta dai bombardamenti israeliani nell’ottobre 2023 [photo credit Forensic Architecture]
L’impatto degli attacchi diretti di Israele sulla piccola minoranza, sostiene una graduale cancellazione della presenza cristiana a Gaza e alimenta la propaganda persecutoria israeliana.

Non si tratta di un conflitto religioso ma di occupazione e apartheid. Si tratta di cancellare la storia e la cultura palestinese a Gaza.

La voce della comunità cristiana di Gaza è quanto di più pericoloso per Israele, perché ascoltata e creduta al di fuori della Palestina, visti i suoi rapporti consolidati con le istituzioni ecclesiastiche globali e con l’Occidente.

Vivendo sotto assedio, i cristiani di Gaza testimoniano uno spirito di solidarietà con i palestinesi che ha unito le fedi nella lotta per la sopravvivenza e per la libertà.

Esattamente come per i palestinesi, non sono valsi a nulla gli appelli alle procedure speciali delle Nazioni Unite per rispondere alle imminenti minacce per la comunità cristiana nei Territori Palestinesi Occupati.

Il Natale sulla Striscia di Gaza ha la stessa misera immagine di Betlemme. Per il secondo anno consecutivo la Chiesa della Natività, tradizionalmente ritenuta il luogo di nascita di Gesù Cristo, a Betlemme, sarà vuota.

Pesa riflettere sul fatto che i cristiani palestinesi stanno abbandonando in massa il luogo di nascita del cristianesimo.

Per Israele, questo esodo è una manna dal cielo, poiché una Palestina senza cristiani gli consentirà, in un mondo pieno di islamofobia, di descrivere il suo conflitto con la Palestina come una guerra di religione e non come genocidio.

La strategia di Israele si basa sull’idea che difficoltà economiche, assedio permanente e apartheid, rottura dei legami socio-culturali e spirituali tra i cristiani palestinesi, alla fine allontanerà tutti dalla propria patria palestinese.

E così si arriva alla fase finale: presentare il conflitto in Palestina come religioso in modo da poter, a sua volta, marchiarsi come il povero stato ebraico assediato in mezzo a una massiccia popolazione musulmana in Medio Oriente.

E’ evidente che la continua esistenza dei cristiani palestinesi non rientra bene nel programma di Netanyahu.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Distribuzione del cibo in Nigeria: nella calca morte schiacciate oltre 30 persone

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Dicembre 2024

Sabato sono morte oltre 30 persone in Nigeria in due incidenti distinti, mentre la folla era in attesa della distribuzione di cibo e vestiti.

Holy Trinity, chiesa cattolica a Abuja, capitale della Nigeria

Affamati

Disperati e affamati più che mai, centinaia di nigeriani, soprattutto donne e bambini, si sono accalcati per ricevere pacchi alimentari, distribuiti nella chiesa cattolica Holy Trinity, nel distretto di Maitama della capitale Abuja.

In occasione delle feste natalizie, parrocchie e enti di beneficienza consegnano viveri, destinati ai più bisognosi. E di poveri ce ne sono davvero molti in Nigeria, il Paese più popoloso dell’Africa.

Tantissimi si sono presentati davanti ai cancelli della chiesa già ore prima dell’inizio della distribuzione. Non potevano resistere al solo pensiero di avere la pancia piena, almeno per un giorno. E poi molte famiglie fanno fatica a racimolare i soldi per la retta scolastica, divise e libri.

Schiacciati

“Ma, nella calca, per la fretta di entrare, alcune persone, soprattutto anziani e bambini, spinte da altre, sono cadute e qualcuno è stato schiacciato dalla folla”, hanno riferito testimoni oculari.

A Abuja sono morte 10 persone e almeno altre 8 sono state ferite. La polizia ha confermato la tragedia, aggiungendo che oltre mille altre sono state evacuate dalla chiesa.

Anambra: 22 vittime

Mentre a Okija, nell’Anambra State (nel centro-sud del Paese), le vittime sono state ben 22. Tutti morti mentre attendevano di ricevere la loro razione di cibo. L’evento era stato organizzato da un filantropo, che aveva messo a disposizione della popolazione sacchi di riso.

22 morti a Okija, Anambra State, Nigeria

La polizia ha fatto sapere che per capire cosa sia successo veramente durante i terribili momenti a Abuja e Okija, sono stati aperti fascicoli d’indagine

Studenti morti

Mercoledì scorso c’è stata un’altra strage di giovani e giovanissimi a Ibadan, capoluogo dell’Oyo State. Durante un festival religioso, tenutosi in una scuola superiore islamica, sono morti 32 giovani. Alla manifestazione hanno partecipato oltre 5.000 persone. Secondo i media locali, l’evento sarebbe stato organizzato Women In Need Of Guidance and Support Foundation. I promotori avevano promesso che i partecipanti avrebbero potuto vincere “premi entusiasmanti, come borse di studio e altro”.

Il sistema scolastico nigeriano è in mezzo a una crisi davvero allarmante: 10,2 milioni di bambini delle primarie e altri 8,1 milioni delle scuole medie non frequentano la scuola e il 74 per cento di ragazzini tra i 7 e i 14 anni non ha competenze di base in lettura e matematica.

Scuole chiuse

Per problemi di sicurezza, a causa dei continui attacchi dei sanguinari terroristi Boko Haram e ISWAP (acronimo per Islamic State West Africa Province), secondo UNICEF, nel 2022-2023 sono state chiuse 113 scuole nel Borno, Adamawa e Yobe State (nord-est del Paese).

Nigeria: aumento del costo dei generi alimentari

L’inflazione continua la sua folle corsa e a novembre ha raggiunto un nuovo picco: è passata al 34,60 per cento rispetto al 33,88 di ottobre. Per molte famiglie diventa sempre più difficile mettere in tavola anche un solo pasto al giorno.

Carovita

L’impennata dell’inflazione, ripresa a settembre dopo una breve attenuazione a luglio e agosto, è stata attribuita agli effetti persistenti della svalutazione della valuta locale (la naira) e a una serie di aumenti del prezzo della benzina. Tutti fattori che hanno intensificato il più grave incremento del costo della vita degli ultimi decenni.

Il galoppante aumento dei prezzi è iniziato nella seconda metà dell’anno scorso, dopo che il presidente del Paese, Bola Tinubu, ha svalutato la naira e tagliato i sussidi per cercare di risollevare la crescita economica e sostenere le finanze pubbliche. Ma il vero problema della Nigeria è la corruzione dilagante.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Nigeria: altri articoli li trovate cliccando QUI

 

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Un algometro per misurare il dolore del mondo

dal Centro per la Riforma dello Stato
Giuseppe “Ino” Cassini*
22 dicembre 2024

Le due guerre in corso nel vicinato hanno provocato esodi biblici, un milione di morti e un numero incalcolabile di feriti, di orfani, di senzatetto, di traumatizzati a vita: un’ecatombe ancora in corso, nella rassegnazione generale, o nell’indifferenza in cui sfocia l’assuefazione al male.

Joseph Stalin

Si attribuisce a Stalin una cinica osservazione: “Se una persona muore di fame è una tragedia, ma se ne muoiono milioni sono solo statistiche”. Né ci consola sapere che oggi si muore di violenza armata piuttosto che di fame.

Amore per la guerra

Che ci soccorra almeno la psicanalisi di un illustre polemologo, James Hillman: “Non potremo mai parlare di pace se non sondiamo questo amore per la guerra. Non possiamo capire questa attrazione se non ci addentriamo nello stato marziale dell’anima. Noi non partiamo in guerra in nome della pace, come declama una retorica ingannatrice, ma piuttosto per amore della guerra”.

L’umanità sembra aver smarrito quelle due “certezze” che Kant additava a sé stesso: “Il cielo stellato sopra di noi e la legge morale dentro di noi”.

La legge morale? Come risvegliare le coscienze atrofizzate dei tanti che non ne percepiscono più la valenza? Gli ingegneri dell’intelligenza artificiale dovrebbero inventare un algometro (in greco algos = dolore, sofferenza) in grado di misurare la concentrazione di sofferenze, presenti e passate, così come un contatore Geiger misura la radioattività accumulata sul terreno e nell’atmosfera.

Strumento prodigioso

Muniti del prodigioso strumento si potrebbe percorrere le vie del mondo, sostando ogni volta che comincia a vibrare: fortissimo su Hiroshima, su Nagasaki e poi sull’Indonesia, dove tra il 1965 e il 1966 furono sterminati milioni di comunisti (o ritenuti tali). Altrettanto forte sull’intero Vietnam, in particolare attraversando villaggi martiri come My Lai; e sulla vicina Cambogia, funestata da una follia genocida che ne dimezzò quasi la popolazione.

Anche in Siberia l’algometro suonerebbe, misurando il grado di sofferenze patite nei gulag da Vladivostok fino al carcere di Charp, sperso nella tundra per eliminarvi Navalny lontano dagli occhi del mondo.

Vibrazioni all’impazzata

Sorvolando il continente africano, l’algometro vibrerebbe all’impazzata: Rwanda, Biafra, Sudafrica, Sudan, Libia, Somalia… Oltre Atlantico, la sensibilità dell’algometro segnalerebbe la piazza di Tlatelolco, teatro della “macelleria messicana” di studenti in quel sanguinoso 2 ottobre del 1968.

Guerra in Sudan

Lungo il confine tra Messico e Stati Uniti lo strumento punterebbe in Arizona sulla contea di Maricopa, dove lo sceriffo italo-americano, Joe Arpaio, costringeva gli immigrati finiti sotto le sue grinfie a spaccar pietre a 35°; vibrerebbe dove Tom Homan, detto “zar della frontiera”, ora ingabbia e separa le famiglie in arrivo – gli adulti dai bambini – per scoraggiare chi tenta di varcare il confine.

Forse emetterebbe un segnale anche all’avvicinarsi di Kristi Noem, la governatrice del Sud Dakota premiata da Trump a capo della Sicurezza Interna per aver punito a fucilate il suo riottoso cane da caccia.

Non lontano dal Messico, l’algometro punterebbe su Guantánamo, attrezzato a luogo di tortura per musulmani (non importa se colpevoli o innocenti). Carceri come Guantánamo o come Abu Ghraib in Iraq, Bagram in Afghanistan, Huntsville in Texas, Villa Grimaldi in Cile lasciano il dubbio che tra i maggiori produttori di dolore nell’ultimo secolo vi sia proprio quell’America che nella Dichiarazione d’Indipendenza aveva iscritto il perseguimento della felicità tra i diritti inalienabili dell’uomo.

Tra un mese, con l’insediamento di Trump alla Casa Bianca l’algometro rischia di esplodere. A meno che – sorvolando il Medio Oriente – non esploda già prima, nel misurare la pulizia etnica e il male inflitto dalle forze di Netanyahu ai palestinesi di Gaza, agli abitanti della Cisgiordania, ai libanesi sfiancati dai bombardamenti. A cui si aggiungono le sofferenze patite dai siriani sottoposti al giogo di una dittatura specializzata nel torturare i propri cittadini nelle prigioni di Tadmor e Sednaya.

Striscia di Gaza

Assistendo ai disperati spostamenti avanti e indietro delle migliaia di abitanti di Gaza e della Siria in fuga, solo allora si coglierà, forse, il senso della terribile confessione di Schopenhauer: “Se un Dio ha creato questo mondo, non vorrei essere quel Dio. La miseria del mondo mi spezzerebbe il cuore”.

Giuseppe “Ino” Cassini*

*Giuseppe (Ino) Cassini è stato un diplomatico italiano, ambasciatore in Somalia e in Libano. Ha lavorato anche in Belgio, Algeria, Cuba, Stati Uniti, Ginevra (ONU). Autore di Gli anni del declino, La politica estera del governo Berlusconi (2001-2006) (Bruno Mondadori 2007) e dell’ebook Anatomia di una guerra, Quella “stupida” guerra in Iraq (Narcissus 2013), conosce bene l’America profonda, l’America che afferma: “Washington non è la soluzione, è il problema”.

 

La pace può attendere: bloccati colloqui tra Congo-K e Ruanda

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
21 dicembre 2024

Niente pace – almeno per ora – nell’est della Repubblica Democratica del Congo. Il presidente ruandese, Paul Kagame, non si è recato la vertice di Luanda (capitale dell’Angola) per incontrare il suo omologo congolese,

Il presidente congolese, Felix Tshisekedi e il suo omologo ruandese, Paul Kagame

Incontro annullato

I colloqui di pace tra Ruanda e RDC si sono dunque arenati nuovamente e il presidente angolano, João Lourenço, incaricato dell’Unione Africana della mediazione tra Kinshasa e Kigali, ha dovuto annullare all’ultimo momento l’incontro in agenda per domenica scorsa.

Niente dialoghi con M23

Tutti speravano che con i dialoghi tra le parti – Congo-K e Ruanda – si potesse raggiungere finalmente un accordo per porre fine al sanguinoso conflitto nella parte orientale della ex colonia belga. Nulla di fatto anche questa volta, in quanto la presidenza di Kinshasa ha fatto sapere che la controparte ruandese le aveva chiesto di avviare dialoghi diretti con i miliziani dell’ M23.

Il gruppo ribelle prende il nome da un accordo firmato dal governo del Congo-K e da un’ex milizia filo-tutsi il 23 marzo 2009. La formazione ha ripreso le ostilità nel primo trimestre del 2022 ed è sostenuto dal vicino Ruanda.

Truppe ruandesi

Le Nazioni Unite hanno pubblicato in proposito un rapporto stilato da un gruppo di esperti. Anzi, nella loro ultima relazione hanno tra l’altro sottolineato che la presenza di truppe ruandesi in Congo-K è piuttosto consistente.

Attualmente sarebbero dispiegati tra 3.000 e 4.000 uomini, che combattono accanto ai guerriglieri dell’M23. Le Forze di Difesa del Ruanda (FDR) dirigerebbero de facto le operazioni dei ribelli.

Ribelli M23 in Congo-K

Nuovi combattimenti

Il più atteso regalo per Natale non sarà nemmeno quest’anno sotto l’albero dei congolesi che vivono nell’est del Paese. Anzi, già un paio di giorni prima del previsto vertice a Luanda, i combattimenti tra M23 e le forze armate di Kinshasa (FARDC) si sono nuovamente intensificati. E domenica i ribelli hanno preso il controllo di Matembe, nel territorio di Lubero. La località dista 150 chilometri da Goma, capoluogo del Nord-Kivu.

Matembe, situata sulla RN2 (strada nazionale 2, ndr), è sempre stata considerata una posizione strategica. Come un muro per fermare l’avanzata dei ribelli verso Lubero, che dista una cinquantina di chilometri, e la città di Butembo, più a nord. Ma ora i miliziani sono riusciti a abbattere anche questa barriera. I feroci combattimenti hanno messo in fuga centinaia di residenti. I militari governativi e i suoi alleati Wazalendo (patrioti in swahili) sono stati costretti a ritirarsi nel centro abitato di Lubero, capoluogo dell’omonimo territorio nel Nord-Kivu.

Conquista territori

Secondo quanto riferisce Deutsche Welle (DW), i ribelli avrebbero preso anche il controllo di Buleusa, nel territorio di Walikale.

Campo per sfollati nel Congo-K

Popolazione in fuga

Un Natale davvero amaro per gli sfollati congolesi, che, secondo il rapporto dell’ONU del 5 dicembre scorso, erano 6.734.000. Nessuna speranza per loro di poter far ritorno a casa nel prossimo futuro.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Il Congo-K orientale sempre a ferro e fuoco: altri sfollati nell’indifferenza della comunità internazionale

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