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Malawi, sconfitta la presidente anticorruzione, vince il fratello del vecchio presidente morto

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
31 maggio 2014
Peter Mutharika, leader del Democratic progressive party,  è il quinto  presidente del Malawi. Lo ha annunciato ieri il Comitato elettorale  del Malawi (MEC): Mutharika ha raggiunto il trentasei e quattro per cento dei voti, mentre Lazarus Chakwera , leader del partito d’opposizione Malawi Congress Party (MCP), il ventisette e otto percento e Joyce Banda, fondatrice di People’s Party e presidente uscente, solamente il ventidue percento.

Peter MutharikaLa signora Banda, ex-vicepresidente, è subentrata alla presidenza due anni fa, dopo la morte dell’allora capo dello Stato, Bingu wa Mutharika, fratello maggiore del neo-presidente.  Non era stata eletta nell’incarico, perché la Costituzione del Malawi prevede che il vicepresidente sia scelto dal presidente una volta eletto.

Durante i due anni della sua presidenza ha lottato contra la corruzione. Ha collaborato affinché la Magistratura del Malawi potesse far luce sullo scandalo finanziario che nel 2012 aveva travolto il Paese (http://www.africa-express.info/2014/01/29/malawi-un-governo-africano-che-combatte-la-corruzione).

La settimana scorsa la signora Banda aveva annunciato di voler annullare queste elezioni per irregolarità che si erano verificate durante l’elction-day, 20 maggio 2014. Ma la risposta dell’Alta Corte del Malawi è stata: “Non è nei poteri del presidente, in quanto non previsto in nessun articolo della Costituzione”.

Il giorno seguente, domenica 25 maggio, i giudici dell’Alta Corte hanno dovuto fare un piccolo passo in dietro e con un’ingiunzione hanno autorizzato il riconteggio delle schede elettorali in alcuni dei quattromila seggi del Paese, dopo l’annuncio del presidente del MEC, Maxon Mbendera: “In alcuni seggi sono state consegnate più schede degli elettori iscritti a votare”.

Poster vogliamo soldiGiovedì, 29 maggio lo stesso Mbendera però ha commentato: “Le elezioni si sono svolte in modo libero, credibile e tutte le anomalie verificatesi nei seggi sono state scoperte”.

Venerdì sera, 30 maggio il MEC ha annunciato di aver terminato il conteggio manuale delle schede e pubblicato i risultati. La signora Banda dichiara immediatamente di accettare il risultato delle elezioni e con fair-play presenta le sue congratulazioni al neo-presidente eletto, Peter Mutharika.

Questa mattina, in una breve e semplice cerimonia all’Alta Corte del Malawi che ha sede a Blantyre, la capitale commerciale del Paese, presieduta dal suo presidente, la signora Anastasia Msosa,  Mutharika ha prestato il giuramento d’insediamento. In un breve discorso ha annunciato un cambiamento di rotta nella politica del Malawi, ormai sull’orlo del collasso finanziario.

poster anti corruzioneIl Malawi conta quasi quindici milioni di abitanti. Oltre la metà della popolazione vive, meglio, sopravvive, con poco più di un dollaro al giorno. L’incidenza di HIV/AIDS è altissima e l’aspettativa di vita dei suoi cittadini  è tra le più basse del pianeta.

La famiglia Matharika
è accusata di aver sottratto vari milioni di dollari dalle casse dello stato e Peter di essersi impadronito dei conti all’estero che erano intestati a prestanome del fratello Bingu.  La signora Banda ha tentato di scoprire le malefatte del suo predecessore, ma non c’è riuscita. Ha perso le elezioni ed è addirittura arrivata terza.

Effettivamente le campagne contro la corruzione della signora non hanno avuto grande successo mentre il Paese è sprofondato in una crisi economica che ha reso i poveri sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Forse si può spiegare così la sconfitta, ammesso e non concesso che non si siano stati brogli durante questa tornata elettorale.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter @cotoelgyes

Il governo sudanese garantisce: l’apostata condannata a morte sarà liberata

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
1° giugno 2014
Meriam Ibrahim, mamma cristiana ortodossa, padre musulmano, condannata a morte per apostasia, sarà liberata. L’ha assicurato alla BBC il vice ministro degli esteri del Sudan, Abdullah Alzareg. “Il governo sudanese garantisce la libertà di religione e protegge la donna – ha spiegato. – Presto sarà libera”.

meriam il giorno del matrimonioLa sentenza capitale, da eseguirsi per impiccagione, è stata pronunciata nei giorni scorsi da un tribunale sudanese che ha riconosciuto la giovane donna colpevole di aver cambiato religione, di essere quindi diventata cristiana, di non aver rinnegato il suo credo e di aver sposato un cristiano, un cittadino naturalizzato statunitense, Daniel Wani.

Oltretutto la sentenza prevede anche cento frustate, per aver commesso adulterio, essendo il suo matrimonio con Wadi non considerato legale dalla legge islamica.

Meriam è cresciuta nell’est del paese, a Gedaref, da madre etiope, ortodossa e da padre sudanese, musulmano, che abbandonò la famiglia quando lei aveva poco più di sei anni. Dunque la sua formazione religiosa è da sempre stata cristiana. Ma i musulmani ritengono che comunque se tuo padre è un fedele di Allah, anche i figli devono abbracciare lo stesso credo: da qui l’accusa di apostasia.

Meriam ha già un bambino di tre anni, al momento della sentenza era incinta all’ottavo mese. Ha ascoltato il verdetto a testa alta. I giudici le avevano concesso tre giorni per ripensarci, per dichiararsi musulmana. Non lo ha fatto.

Mercoledì, scorso, 29 maggio, è nata la sua bambina, in una cella di una squallida prigione.

Il mondo intero si è mosso per questa sentenza atroce. Il premier britannico, David Cameron, ha dichiarato al Times di ritenerla barbarica, mentre John Kerry, segretario di Stato americano, le ha offerto asilo politico negli Stati Uniti.

mappaDopo la nascita della bimba, il tribunale sudanese ha dichiarato che la sentenza per impiccagione sarà effettuata solo fra due anni: il tempo necessario per poter allevare la piccola.

Ieri il Consiglio sudanese delle chiese (SCC) ha ricordato che il Sudan è firmataria della carta dei diritti dell’uomo, che garantisce anche la libertà di religione; dunque una tale sentenza è non solo contraria a tali principi, ma illegale da ogni punto di vista.

Vari membri del SCC, tra cui le chiese cattolica, copta e evangelica, la scorsa settimana hanno sottoscritto un documento nel quale sollecitano l’immediato annullamento della sentenza e la liberazione di Meriam. Chiedono inoltre una maggiore reciproca comprensione e una convivenza pacifica tra le varie religioni.

In Sudan la maggior parte della popolazione è musulmana e dagli anni Ottanta è in vigore la Sharia, la legge islamica in base alla quale la giovane donna, denunciata alle autorità da un familiare, che non gradiva l’unione con il giovane americano cristiano, è stata condannata.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

Spare the rod: the biology of poverty and violence

IRIN
New York, 30 May 2014
Scientific advances in human biology may soon have a profound bearing on the policies that governments and organizations adopt towards young mothers, caregivers and babies in poor and stressed communities. 
There is an emerging body of scientific evidence to show that the environment in which a very young baby develops is pivotal in shaping its brain in ways that can significantly influence its chances in later life.

Bimbi 1“Toxic stress”, depicting a relentless cycle of stress inflicted on a child whose parents may be battling to survive, unable to nurture it properly; or where there may be violence, neglect and/or poor nutrition, can result in negative patterning on the baby’s brain that can inhibit intellectual and emotional growth and hamper his or her chances of success. This negative imprint, just like a positive imprint, gets handed down from one generation to the next.

University of Cape Town-affiliated neurobiologist, Barak Morgan, says: “We have known for a long time that early childhood is very important, but now science is telling us exactly how important it is.”  Whereas educational policies tend to stress the importance of the early school years, the new science suggests that the birth to three-year time frame could be the most cost-effective and critical period for intervention in a child’s life.

In a paper entitled, “Biological embedding of early childhood adversity: Toxic stress and the vicious cycle of poverty in South Africa”, Morgan explains how signals from the environment are known to add permanent “epigenetic marks” onto DNA during sensitive periods of early brain development – both before and after birth. Then a period of resistance settles in, where it becomes very difficult to change these pathways. It is not known exactly when all of these brief, sensitive windows occur, but the first two to three years in a child’s life are critical for him or her to acquire emotional self-regulation skills that make the difference between failure and success later in life.

SPARE THE ROD

Groundbreaking research by Canadian Michael Meany several years ago on lab rats showed that the amount of licking and grooming the baby rats received in their first days of life determined their responses to stress.

Bimbi 2Those that received minimal licking and grooming were primed to survive their environment with “flight or fight” responses” by having more epigenetic marks on the brain’s major stress gene. Pups that were licked and groomed adequately, regardless of whether by their biological mother or a surrogate mother, had less of these marks, which made them resilient to stress and primed to thrive. Later studies on humans, also in Canada, showed that the brains of suicide victims had more epigenetic marks, similar to those of the poorly nurtured rat pups.

“The shape and impact of these pathways are sculpted in a once-off way during early development when environmental influences, as mediated by parental care,  are most deeply embedded in offspring biology,” Morgan writes. Crucially, the epigenetic marks hamper the development of more sophisticated, flexible “top down” brain functioning that is associated with strong self-regulation and the ability to thrive, as distinguished from more reflex, survival-oriented, “bottom up” brain functioning.

Bimbi bevono 2Morgan writes that children with poor self-regulation are shown to mature into adults with “significantly higher rates of substance dependence, criminality, financial problems and single parenthood, and significantly lower income, financial planning skills, socioeconomic status and physical health.”

He adds: “Only very recently has interdisciplinary neuroscience begun to reveal and characterize the stress of chronic poverty as a major environmental toxin that becomes embedded in the biological fabric of bodies and minds in ways that cripple healthy development.”

NATURE AND NURTURE

Things have moved very fast since these fairly recent research findings and an entire body of literature is now emerging around “how the environment gets embedded in biology,” he says. The new findings render the “nature” versus “nurture” debate obsolete. Morgan says it is now clear that genes and the environment form an inseparable whole. “Genes can do nothing alone, something in the environment must tell DNA when and what to do. Nature versus Nurture turns out to be Nature and Nurture,” he writes.

bimbi dietro portaFurthermore, this embedding of the environment in the genes “gains intergenerational momentum”, he says. The lab rat research shows that rat pups that were not licked and groomed properly, matured into adults that did not nurture their own pups properly either. This helps to explain how the cycle of poverty and deprivation can be reinforced from one generation to the next.

While there is always room for new science, those in the field are not contesting the latest findings. Some argue that there is enough evidence at hand to nudge governments into implementing new policies that aim to reduce the impact of violence and poverty on babies and toddlers. Leading the pack is Harvard University’s Center on the Developing Child director, Jack Shonkoff, an expert in child health and development.

After a recent UNICEF panel discussion by scientists on the subject, Shonkoff said in a televised interview: “The quality of the foundation we build in the first couple of years doesn’t completely determine everything that is going to come later, but it nevertheless sets you up for a lifetime of good prospects for healthy development, or it puts you in a deep hole that says the risks are much greater that you will have problems across the board.”

In the interview 
Shonkoff says that the new science is leading to a much deeper understanding of why poor nutrition is so problematic in early childhood. “It’s not just because kids are not growing well but it’s because their brain development is affected by it.” He adds that interventions that merely offer stimulation for children in poor communities are inadequate. “It’s a matter of figuring out how to protect their developing brain from the stress – toxic stress – associated with chronic exposure to violence, really deep poverty and the day-to-day stress of just barely getting by.”

case e macerieLawrence Aber, a psychologist from New York University’s Steinhardt School of Culture, Education and Human Development, is an expert on the impact of poverty and violence on early child development. “Before, policymakers didn’t think very young children would be affected so badly because they didn’t talk or didn’t seem to be aware,” he says. “Now however, science has shown just the opposite. In fact they are highly sensitive to their environment – more so than at any other time in their life cycle.” Aber is involved in research on how HIV/AIDs and poverty impacts on children in South Africa.

POLICY IMPLICATIONS

The new research has profound and practical implications for policy, he believes. “Our knowledge about what is happening inside a child’s brain must direct our attention outside – to the environment – and to reducing poverty and violence.” Later exposure in life to these negatives can also impact a child’s development but early exposure seems to be the most scarring. “The earlier the twig is bent the more likely it is to grow in the direction you bend it. The earliest years are the most vulnerable years,” he adds.

But what is the prognosis for the countless babies who have already been exposed to toxic stress? The science seems to suggest that early damage is irreversible. This is not so, say the scientists, however. “It is not just a story of doom and gloom, or a case of once bent always broken,” says Aber. “One must remember that human beings – including very young and vulnerable ones – have enormous capacity for resilience, or what developmental scientists call plasticity. Children can bounce back. We can help them recover from the toxic stress they experience in infancy and toddlerhood.”

madri da dietro con bimbiMorgan also sites research on Romanian babies in institutions that shows the importance of timing to counteract the effects of stress. The cognitive and social outcomes for severely emotionally deprived babies adopted before 20 months of age were as good as those of their Canadian and British peers who had not been deprived. However, for those adopted after 20 months of age, the prognosis was less rosy. There is also the “dandelions” and “orchids” hypothesis, which suggests that some children (dandelions) are less genetically predisposed to being influenced – positively or negatively – by their environment than others who are more sensitive (orchids).

While there is growing awareness of the need for investment in children long before they enter school, Aber believes that not everyone is ready to act. “The logic is irrefutable but we haven’t made the policy investments yet,” he says, adding however that governments in developing countries “are starting to realize that if they don’t affect change in the first years of a child’s life there will be a glass ceiling on what can be achieved in the education system and ultimately, on national productivity.”

For children living in poverty in South Africa, where domestic violence rates are high, toxic stress “is a newly recognized pandemic that must be addressed,” Morgan argues.

INVEST IN CHILDREN

But what kind of interventions can be made? Aber sites the benefits of the “conditional cash transfer” system on poverty alleviation efforts in Latin America and increasingly, Africa and South Asia.

campo profighi“These cash payments to very poor families are conditional on the family’s investment in the child’s development,” he says. These schemes encourage mothers to attend antenatal classes, get their babies immunized and their children to attend school, for example. They can be adopted to help minimize the effects of poverty and violence too.

Visits from health workers to new mothers have been shown to improve parental practices in Khayelitsha, South Africa, for example. Programs that help parents understand the dangers of exposing their young children to toxic stress, and help them find ways to shield them from it, can help too.

But what is called for, says Aber, is far more than small-scale programmatic intervention. “The entire system needs to address this on a broad population level.”

IRIN
IRIN, the humanitarian news and analysis service of the UN Office for the Coordination of Humanitarian Affairs

 

 

 

Proteste in Burkina Faso, Compaoré vuole cambiare la Costituzione per poter restare presidente

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
5 giugno 2014
Lo stadio 4 agosto di Quagadougou, capitale del Burkina Faso non è mai stato tanto affollato (quarantacinquemila posti a sedere) come quel 31 maggio 2014. Migliaia e migliaia di persone si sono radunate per protestare contro un referendum che permetterebbe al presidente Blaise Compaoré e alla sua leadership di ripresentarsi alle elezioni del prossimo anno. Ancora una volta la storia si ripete: Un dittatore/presidente che non se ne vuole andare e che chiede di modificare la legge suprema per poter restare attaccato al potere come una sanguisuga.

demo1Il partito di maggioranza, Congrès pour la démocratie (CDP), vorrebbe una riformulazione dell’articolo trentasette della Costituzione, quello che limita il numero dei mandati del presidente della repubblica a due.

Jocelyne Vocouma, segretario esecutivo nazionale aggiunto per i rapporti con i media del CDP, ha annunciato: “Lanciamo un sentito appello a Compaoré perché, nella sua qualità di presidente,  convochi il corpo elettorale esecutivo referendario relativo all’articolo 37”.

Zephirin Diabre , capo dell’opposizione, parlando alla folla, ha sottolineato: “Il nostro Paese non è una monarchia dove si muore con il potere in mano. Non vogliamo un presidente a vita. Siamo una democrazia, dove gli uomini vanno e vengono, mentre le istituzioni restano”.

Compaoré è salito al potere nel lontano 1987 con un colpo di stato. E’ una figura chiave nella politica dell’Africa occidentale. Fedele alleato della Francia e degli Stati Uniti sin dalla sua ascesa al potere, ora è una pedina chiave nella lotta contro Al Qaida nella regione. Difficilmente Parigi e Washington potranno accettare che lasci il potere nelle mani di qualcuno che non è altrettanto affidabile.

demo2“Dobbiamo cercare di dissuadere il presidente nel proporre il referendum alla popolazione. Se queste manifestazioni non sono sufficienti  – ha minacciato Diabre – passeremo alla fase due. Useremo tutto ciò che la legge ci permette: l’articolo 37 della Costituzione non va cambiato”. Il 14 luglio è prevista un’altra manifestazione a Bobo Dioulasso, la seconda città per importanza del Paese.

Burkina Faso nelle lingue locali more (parlata della tribù mossi) e bamanakan (idioma dei dioula) significa terra degli uomini onesti, integri. Il 4 agosto 1984 Thomas Sankara cambiò il nome a quello che allora era l’Alto Volta.

mappaSankara fu assassinato dal suo ex-compagno di armi Blaise Compaoré, l’attuale presidente del Burkina Faso, nel 1987. La leggenda racconta che Compaoré abbia strangolato personalmente l’amico. Sankara Era considerato il Che Guevara dell’Africa sub-sahariana. Incorruttibile, aveva preso il timone del suo Paese con entusiasmo e la sua intenzione era  di riuscire a cancellare la povertà. Obbiettivo che non raggiunse;  riuscì invece ad assicurare due pasti e 10 litri di acqua al giorno a ciascun abitante. Dopo la sua scomparsa il Paese è ripiombato nella tragedia della povertà.

Anche se le risorse minerarie del Burkina Faso sono discrete, non sono sufficienti per sollevare l’economia del Paese, in gran parte finanziata da aiuti internazionali. Rimane uno tra i Paesi più poveri del pianeta. Il quaranta per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e necessita di aiuti umanitari. L’aspettativa di vita non supera i cinquant’anni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter : @cotoelgyes

Repubblica Centrafricana, un prete scrive “Islamici nigeriani e sudanesi autori del massacro di Bangui”

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Speciale per Africa ExPress
Lettera di un sacerdote cattolico al vescovo
Bangui, 29 maggio 2014 (ore 11)

Caro Padre,
Stamattina abbiamo qualche dettaglio in più sull’esito dell’attentato di ieri, perché si tratta di un vero e proprio attentato, anche se i media internazionali si rifiutano di usare questo termine . Diciotto persone, tra cui un prete, sono morte sul luogo dell’attacco. Quarantadue sono state rapite dagli attaccanti che sono chiaramente estremisti islamici del Km 5 (un quartiere di Bangui, ndr), di cui abbiamo più volte denunciato la presenza tra i musulmani pacifici. Quaranta cadaveri dei quarantadue sequestrati, sono stati trovati questa mattina al rondò Koudoukou, nel rione del Km 5. Ciò porta il bilancio provvisorio a 58 morti .

miliziano punta mitraAlcune persone sono state colpite da pallottole vaganti nei quartieri circostanti mentre altri sono ricoverati in ospedale con gravi ferite. Si prevede quindi un bilancio ancora più grave. Un confratello sacerdote che era sul posto la sera dell’attentato, dopo l’attacco questa mattina al telefono, mi ha detto che ci dobbiamo aspettare un conteggio finale di almeno un centinaio di morti .

Giocando con l’equazione “anti- Balaka = milizia cristiana”, la stampa internazionale porta una grande responsabilità nell’attentato di Fatima .

Infatti, se si assimila l’anti- Balaka a una milizia cristiana, ogni crimine o malefatta commessi da queste milizie provocano una reazione di vendetta su altri cristiani, siano essi bambini o donne rifugiate in una chiesa .

fiamme di marco longariL’attentato di Fatima rientra nella stessa logica del rapimento del Vescovo di Bossangoa e di tre sacerdoti, l’assassinio di Padre Forman e il tentato sequestro di un altro sacerdote ad Alindao .

Si deve temere che atti criminali di questo genere continueranno in altre parrocchie di altre diocesi. Abbiamo sempre messo in guardia contro l’infausta e disonesta definizione degli anti- Balaka come una milizia cristiana. Non ci hanno ascoltato e queste sono le conseguenze .

bomba tra le gambeAnche se il governo fantoccio di Bangui e le forze internazionali fingono di ignorarlo, molti centrafricani sanno perfettamente che i terroristi jihadisti venuti dal Sudan e dalla Nigeria hanno infiltrato il gruppo Seleka e si sono stabiliti al km 5.

Accomunando gli anti- Balaka ai cristiani, i media occidentali hanno fornito a questi criminali manna dal cielo. Che si assumano ogni responsabilità chiamandoli come si meritano. Coloro che hanno attaccato la parrocchia di Fatima ieri non sono uomini armati sconosciuti come indicato da Radio France Internationale (RFI). No. Noi sappiamo chi sono e da dove sono venuti per attaccare.

Senza firma per motivi di sicurezza

La prima e la terza foto miliziani a Bangui, la seconda (di Marco Longari, Afp) barricate dopo il massacro di Fatima  

Niger, condannato per schiavismo, aveva una quinta moglie

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Nostro servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
29 maggio 2014
Un uomo di sessantatré anni è stato condannato a quattro anni di prigione per aver tenuto in stato di schiavitù la “quinta” moglie. E’ successo a Birnin-Konni, in una località nel sud-ovest del Niger, al confine con la Nigeria.

DSCN0044Per un’interpretazione della legge islamica locale, un uomo non può sposare più di quattro mogli. Dunque, con il matrimonio entrambe le parti sono tutelate, si devono rispettare diritti e doveri. Senza nozze ufficiali, ciò decade. Dunque la quinta moglie (che non può per legge essere sposata) diventa esclusiva proprietà del marito. Non è protetta dal diritto di famiglia.

L’organizzazione “Anti-slavery International” afferma che in Niger migliaia vivono ancora in totale stato di assoggettamento, malgrado l’abolizione della schiavitù nel 2003. Spesso le mogli non ufficiali sono ragazze giovanissime. Vengono vendute dalle famiglie ad uomini vecchi e ricchi. E’ cosa risaputa che in certi ambienti una “moglie giovane” contribuisce ad aumentare il proprio prestigio. Generalmente le ragazzine subiscono abusi di ogni genere: fisici e psicologici, a volte condannati a vita a lavori forzati dal “marito”.

DSCN0048Nel 2008 l’organizzazione regionale Ecowas (acronimo inglese che sta per comunità economica degli Stati dell’’Africa occidentale) aveva accusato il governo del Niger di essere incapace di tutelare le donne dalla schiavitù e ordinato che pagasse un risarcimento alle vittime.

Il caso specifico è stato sottoposto alla Corte dal partner locale di Anti-slavery International, Timidria. Timidria in lingua tamashek (l’idioma dei tuareg) vuol dire solidarietà. Riproponiamo qui due articoli con interviste  di Massimo Alberizzi con un gruppo di schiave in Niger di qualche anno fa.

Sarah Mathewson
, coordinatore del programma Africa di Anty-slavery International spiega: “Sembra un sogno  essere arrivati al processo, figuriamoci ad una condanna”. E poi aggiunge: “son passati oltre dieci anni dall’abolizione della schiavitù in questo Paese. Abbiamo lavorato duramente tutto questo tempo per raggiungere un risultato come questo”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Le foto di un gruppo di schiavi in Niger sono di Massimo A. Alberizzi 

Leggi anche:

Niger, a colloquio con gli schiavi: ”Cos’è la libertà”?

Niger, quando gli schiavi non vogliono essere liberati

 

Niger, a colloquio con gli schiavi: ”Cos’è la libertà”?

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Massimo Alberizzi FrancobolloDal nostro inviato
Massimo A. Alberizzi
Tchintabaraden (Niger), 29 Giugno 2004

“No, signore. Io sono una taklit, una schiava. Non posso venire via con te. Appartengo al mio padrone”. Ma chi è il tuo padrone? “Si chiama Mussa ed è capo villaggio a Garò. E’ lui che decide dove posso andare”. Altana Algamis dice di avere 35 anni. I suoi occhi sono neri come il carbone e penetranti come una spada. La incontro davanti a un pozzo, a un’ottantina di chilometri da Tchintabaraden, un villaggio tuareg in Niger, arrostito dal sole, nella cintura semidesertica del Sahara meridionale.

DSCN0068Prende l’acqua assieme ad altre donne, alcune più giovani, che hanno il loro bimbo attaccato alla schiena come fanno tutte le mamme africane. “Se vieni con noi potrai avere un tuo lavoro, un giorno di riposo alla settimana e poi soprattutto la tua libertà”, le spiega Amaloz Al Gamiss, che fa da interprete dal francese alla lingua tamashek, quella dei tuareg. “Cos’è la libertà? – chiede lei tranquilla –. Qualcosa che si mangia?”.

Le altre donne, colpite da quella conversazione, si avvicinano, scoppiano a ridere perché non capiscono di cosa stia parlando quello straniero che ha la pelle bianca (ma loro dicono rossa) identica a quella dei loro padroni. Altana, hai un marito? “Sì, certo. Si chiama Wassididan ed è schiavo anche lui. Alleva gli animali del nostro maître”. Chi ha deciso che dovevate sposarvi? I vostri genitori? Altana scoppia in una risata. “Il padrone, naturalmente. E’ lui che ha stabilito anche la dote”. Beh, allora ti ha dato qualcosa. “Sì. Ha disposto una dote di 4 capre”. Che vi siete spartite tu e Wassididan? “No, noi non possiamo possedere nulla. Tutto quello che abbiamo appartiene al padrone”. Quindi anche le capre! “Certo. Infatti dopo avercele date, se l’è riprese”.

E la collanina di perline che hai al collo? E gli orecchini? “Me li ha regalati il padrone, ma sono suoi”. E i due figli Al Kassan e Agali? “Sono grandi ormai. Non so bene dove siano finiti. Probabilmente in Libia”. Sono scappati o sono stati venduti? “Non lo so”. Cos’è la Libia? “Qualcosa che è lì, oltre l’orizzonte. Li aspetto perché un giorno torneranno”.

DSCN0069Amaloz insiste per farla partire con noi. “Andiamo a prendere tuo marito nella piana dove sta pascolando gli animali, abbandonate tutto e venite via con noi. A Niamey troverai in lavoro. Cos’è che desideri di più? “Dormire. Vorrei poter non alzarmi alle quattro del mattino e andare a coricarmi alla sera tardi”.

“Allora vieni con noi”, incalza Amaloz. E lei scuotendo la testa, spaventata, preoccupata e abbandonando il suo cordiale sorriso: “Io conosco solo questo posto. Se mi allontano avrò sicuramente grandi problemi. Il marabù mi ha detto che non posso lasciare il padrone altrimenti potrei morire o essere trasformata in animale. Io non voglio diventare una capra”!

Il marabù è il gran sacerdote del villaggio. Una sorta di imam musulmano che ha “ereditato” i poteri magici dalla stregoneria animista africana, più efficaci, da queste parti, di quelli del Profeta. E’ lui che considera gli schiavi una benedizione di Dio e che, così, ne giustifica l’esistenza. I marabù, in effetti, sono quelli che posseggono il maggior numero di schiavi.

Loro e la loro famiglia non fanno nulla. Non muovono un dito. Esercitano solo il potere assoluto su una moltitudine di poveracci che dipendono in tutto e per tutto da loro: donne che percorrono chilometri e chilometri nel deserto infuocato di sabbia per raggiungere un pozzo, caricare gli otri d’acqua, tornare a casa e poi rigovernare e cucinare; uomini che badano agli animali, raccolgono la legna, montano e smontano tende e capanne durante le migrazioni dei padroni nomadi.

DSCN0052La vita degli schiavi si può riassumere in due parole: obbedienza e lavoro. Condizioni terribili nelle quali l’uomo è ridotto a una macchina. Riposo è un termine sconosciuto. Lo schiavo si sveglia per primo e va a dormire per ultimo. La disobbedienza viene punita con la severità necessaria a servire d’esempio. Per i maschi è prevista perfino la castrazione.

Aljaoudat ha 25 anni. Seduta su un asino traballante sta portando a casa gli otri stracolmi d’acqua. All’inizio nega di essere una schiava ma viene tradita dagli abiti, neri, e dai monili fatti con perline colorate. Sembra quasi un’uniforme quella che indossano le donne senza libertà, ben diversa dai multicolori vestiti e dagli orecchini e collane d’oro o d’argento delle loro padrone.

Così Aljaoudat racconta la sua vita. “Sono nata schiava e Dio mi ha creato per questo. Quando avrò finito questa vita, finalmente raggiungerò il paradiso che mi è stato promesso. I miei genitori erano schiavi di Muala Mugaiala, il mio padrone che ora comanda su 200 persone: 100 uomini, 50 donne e 50 ragazzi. Sai, è una persona importante – aggiunge senza nascondere una punta d’orgoglio -. Lui va sempre a Niamey a parlare con i ‘capi’”.

Aljaoudat non ha mai visto una televisione e non sa bene cosa sia l’energia elettrica. In compenso sa accendere uno scoppiettante fuoco sbattendo per meno di mezzo minuto due pezzi di selce.

DSCN0068Il padrone di Idiokul si chiama invece Abdullahi: “Ogni tanto fa le feste con i suoi amici e alla fine chiede loro di appartarsi con noi, così ci mettono incinte e partoriamo un altro schiavo”. Lo schiavismo, infatti, in Niger è soltanto ereditario. I figli degli schiavi sono schiavi, mentre nessun altro può essere ridotto in schiavitù.

Ma com’è la tua vita? “Mi alzo prima dell’alba e preparo il the e la colazione per il padrone le sue due mogli e i loro figli. Poi vengo al pozzo e ci metto parecchio tempo”. Quante ore? “Cos’è l’ora?”. Va bene continua. “Quindi torno a casa e cucino, spazzo le tende in continuazione perché sabbia e polvere qui entrano dappertutto. Per tutto il giorno, ma anche la notte, eseguo gli ordini dei miei padroni. Scatto appena mi chiamano e questo può accadere in qualunque momento”.

E se non scatti? “La punizione può essere terribile. Abdullahi mi picchia o mi lascia senza mangiare o mi fa accoppiare con un uomo diverse volte in un giorno. Sono sommersa poi dagli insulti, anche se non disubbidisco”. Hai mai pensato di scappare? “E perché mai? Io eseguo solo la volontà di Dio. Certo mi pesa un po’, però prima o poi finirà”.

DSCN0107Se si ammalano, gli schiavi lavorano lo stesso e nessuno passa loro una medicina. I vecchi che hanno perso le forze e non servono più, in caso di malattia vengono lasciati morire. E’ un’ottima occasione per sbarazzarsi di una bocca famelica che, comunque, secondo il Corano, deve essere sfamata. Il libro sacro dei musulmani – raccontano da queste parti – impone ai fedeli di Allah di trattare bene gli schiavi e di non far loro mancare nulla, salvo la libertà.

Weila Ilguilas è il presidente dell’organizzazione Timidria (“solidarietà in lingua tamashek), che lotta contro la schiavitù in Niger : “I padroni – spiega – hanno tutti nomi islamici Mohammed, innanzitutto, Ali, Abdulkadir e così via. Gli schiavi nomi africani. Quando un bimbo nasce in schiavitù è il proprietario del padre che gli dà il nome che, quindi, non può accettare che si chiami come il proprio figlio”.

Timidria – nata nel 1991 e riconosciuta da Antislavery International, con sede a Londra – ha calcolato che in Niger vivano 870 mila schiavi su una popolazione di 11 milioni d’abitanti. Tutte le più grandi tribù la esercitano (i tuareg, i djermà, i poel) tranne gli hausa. La pratica è vietata dalla legge.

L’ultimo di una lunga serie di decreti – tutti per altro il gran parte inapplicati – che puniscono chi se ne serve è stato promulgato il 7 aprile scorso. “Non basta una legge per abolire la schiavitù – aggiunge Weilà -. Occorre creare le condizioni economiche perché gli schiavi possano diventare liberi. Oggi il loro padrone è per loro una protezione: mangiano tre volte al giorno e questo ai loro occhi giustifica maltrattamenti e angherie”.

DSCN0075In teoria uno schiavo potrebbe lasciare la casa in cui vive, salutare, prendere la porta e andarsene. Invece, di fatto, non può farlo. Fuori di lì c’è l’incognita di un mondo sconosciuto e misterioso che, grazie a credenze, superstizioni e tabù, terrorizza. Chi “ha scelto la libertà”, inoltre, viene visto come un traditore perfino dagli stessi ex compagni, tenuti uniti e soggiogati da fortissimi legami psicologici.

“Oggi non si deve pensare che gli schiavi siano tenuti incatenati con ceppi e ferri – chiarisce Weilà -.  Lo schiavismo, piuttosto, è un atteggiamento mentale, congeniale agli interessi dei proprietari. Il governo non fa nulla per affrancarli perché i suoi membri sono i primi a servirsene. Le loro case sono piene di servitori e di famigli che non ricevono alcun salario e debbono solo obbedire agli ordini. Non esiste più il mercato degli schiavi ma il loro commercio è ancora vivo anche se clandestino. Vengono regalati o venduti sottobanco e nella loro vita possono passare da un padrone all’altro. A questi esseri che vivono in uno stato subumano vien fatto credere che Dio li abbia creati solo per servire. Appartengono a una casta dalla quale non si può uscire neppure una volta riacquistata la libertà. Le famiglie dei padroni, gli imijighane, i ricchi, i nobili che vengono prima solo dei marabù,  riconoscono e disprezzano chi appartiene alla classe “ inferiore e negletta” degli schiavi. E’ una forma ignobile di razzismo e per giustificarla si chiama in causa Allah, che, invece, non c’entra proprio nulla. Occorre dire basta a questa ignobile pratica. Non è concepibile che mentre l’uomo va sulla luna, qui ci sia ancora gente costretta alla schiavitù”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @mlberizzi

 Le foto di questo gruppo di schiavi sono di Massimo A Alberizzi. La seconda è il ritratto di Altana Algamis

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Massimo Alberizzi FrancobolloDal nostro inviato
Massimo A. Alberizzi
Abalak (Niger centrale), 23 agosto 2005

Le donne vestite di nero, con la pelle scurissima e il volto incorniciato da un paio di orecchini e da una collanina d’oro, si avvicinano all’auto sorridenti. Vogliono vendere panetti di formaggio di capra. L’autista, Addu, ne è goloso e ne acquista un paio. “Queste sono le schiave dei tuareg – spiega –. Il ricavato di ciò che vendono finisce direttamente nelle tasche dei loro padroni che le ricompenserà con un paio di pugni di miglio in più”.

DSCN0053Ajudat, 35 anni, rimane stupita e sorpresa quando le chiedo – attraverso Addu che fa da interprete – di poterle rivolgere alcune domande. “Questo capo bianco vuol parlare con me che sono una taklit, una schiava?”. “Vorrebbe portarti via e liberarti a Niamey” (la capitale del Niger, ndr)”, le risponde l’autista. Lei scoppia in una risata. “E il padrone? Chi glielo dice al padrone? E poi che ci vado a fare laggiù? Il marabù mi ha detto che se scappo, o denuncio il mio maitre, Allah mi trasformerà in una capra e poi addio al paradiso che mi aspetta dopo la morte. No, no, questo è il mio posto e io resto qui”.

Il marabù è il gran sacerdote che da queste parti ha saputo coniugare i precetti dell’islam con quelli delle più antiche tradizioni animiste africane. Il risultato è strabiliante: all’inizio del terzo millennio, giocando sulla superstizione, sui tabù e sulle disgrazie umane, il marabù riesce a far credere agli schiavi che la loro condizione è una benedizione di Dio e quindi va accettata perché non durerà in eterno: chi si rassegna alla volontà di Allah, alla fine verrà ricompensato, dopo la morte, con il paradiso. Quello sì che durerà in eterno! Chi si ribella in vita, invece sarà punito e andrà all’inferno.

Ma il vero inferno, per gli schiavi, intanto è quaggiù. La loro vita è crudele e scandita dall’obbedienza e dal lavoro.

DSCN0076Si calcola che in Niger ci siano 870 mila schiavi – al servizio delle tre grandi tribù: i poel, i djermà e i tuareg, ma non della quarta, gli hausa – su 13 milioni di abitanti. Le condizioni di vita di questi poveracci sono disumane: le donne ogni giorno percorrono chilometri e chilometri nel deserto infuocato di sabbia per raggiungere un pozzo, caricare gli otri d’acqua, tornare a casa e poi rigovernare e cucinare; gli uomini badano agli animali, raccolgono la legna, montano e smontano tende e capanne durante le migrazioni dei padroni nomadi. Riposo è un termine sconosciuto, come, per altro, scuola, salario, medicine, diritti… Lo schiavo si sveglia per primo e va a dormire per ultimo. La disobbedienza viene punita con la severità necessaria a servire d’esempio. Insulti, botte violenze e poi stupri per le donne e castrazione per i maschi particolarmente riottosi.

I marabù, naturalmente, sono quelli che posseggono il maggior numero di schiavi. I padroni, pelle bianca, hanno nomi arabi; gli schiavi, pelle nerissima, come il carbone, nomi africani. Ma ci sono anche padroni dalla pelle nera e dai nomi africani che comandano neri come loro.

In Niger è rimasta soltanto la schiavitù ereditaria e per via materna. Formalmente anche quella è vietata dalla legge; sostanzialmente i bellà (o taklit, come vengono chiamati a seconda delle tribù) vivono in condizioni di plagio psicologico che si può riassumere così: “Siamo nati per servire e moriremo servitori”, nella fanatica convinzione di andare in paradiso dopo la morte.

Weila Ilguilas è il presidente dell’organizzazione Timidria (“Solidarietà e fraternità” in tamashek, la lingua tuareg) che dal 1991, lotta contro la schiavitù in Niger. Timidria, riconosciuta da Anti-Slavery International, è assai critica con il governo del Niger e con il suo presidente Mamadou Tandja (uno dei pochi eletti democraticamente in Africa): “Combatte lo schiavismo solo a parole, in realtà non solo lo tollera, ma non favorisce le pratiche per abolirlo e liberare chi è senza libertà”, spiega Weila.

In febbraio scorso Weilà è stato messo in carcere per 48 giorni, accusato di aver distratto i fondi della sua organizzazione. “Tutto falso. Volevano solo intimidirci. Infatti le accuse sono cadute e mi hanno liberato senza processo”. Poi mostra una lettera che sarebbe all’origine dell’arresto. La scrive Arrissak Amdagh, capo tuareg del raggruppamento nomade di Tahabanatt. Su carta intestata “Repubblica del Niger – Regione di Tillabery”, datata 28 settembre 2004, il leader tribale annuncia ”la decisione solenne di abolire ufficialmente tutte le pratiche di schiavitù, come sancito dalla legge” e quindi di liberare “più di 7000 persone considerate come schiave”.

DSCN0050Arrissak – che quindi ufficialmente sostiene per iscritto: “Qui esistono gli schiavi”, cosa sempre negata dal governo – chiede l’aiuto di Timidria “per il reinserimento nella società di queste vittime”. La sua iniziativa ha indispettito il governo, giacché molti dei suoi membri – secondo l’organizzazione – si servono di schiavi. “Temono che qualcuno possa imitare gesti come questo e che i bellà prendano coscienza delle proprie condizioni e si ribellino. Da qui il tentativo di screditarci”.

Naturalmente la grande cerimonia programmata per la liberazione il 25 febbraio è stata annullata e i 7000 disgraziati sono rimasti ancora sotto il loro padrone.

Maman Abou è figlio del capo tuareg di una potente tribù che vive vicino a Niamey dirige il giornale progressista e antigovernativo Le Républicain: “Mio padre aveva un numero enorme di schiavi, uomini donne bambini”, racconta. Duecento? “No, no, molti di più. Ma facevano parte della famiglia. Noi, figli del padrone, giocavamo con loro e con i loro figli, che venivano a scuola con noi. Mio padre ha creato le condizioni perché potessero essere affrancati, ha cominciato a pagar loro un salario, a permettergli il possesso delle loro cose e infine ha loro detto:’ se volete potete andare via’. Pochi se ne sono andati. Ma la seconda generazione, cioè i loro figli hanno quasi trovato una propria strada e se ancora lavorano per la mia famiglia sono pagati, hanno le loro case e non devono scattare a ogni ordine. Soprattutto non hanno più paura di diventare una capra”. Ride Maman Abou, ma non tutte le famiglie tuareg sono come la sua.

E’ vero non esiste più il mercato pubblico degli schiavi, ma il loro commercio è ancora vivo anche se clandestino. Vengono regalati o venduti sottobanco e nella loro vita possono passare da un padrone all’altro. Le famiglie dei signori, gli imijighane, i ricchi, i nobili che vengono prima solo dei marabù, riconoscono e disprezzano chi appartiene alla classe “ inferiore e negletta” degli schiavi.

Nei villaggi del Niger colpiti dalla carestia, il cibo sta pian piano arrivando, grazie agli sforzi del World Food Programme, l’agenzia dell’Onu che opera nelle aree più disastrate del pianeta. Un sacco o due a famiglia, utili per sfamare i padroni. Nulla è previsto per gli schiavi. Per loro restano solo le briciole.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @mlberizzi

Le foto sono di Massimo A. Alberizzi

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Niger, a colloquio con gli schiavi: ”Cos’è la libertà”?

Ora ebola compare in Sierra Leone: primi morti a Koindu

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
29 maggio 2014
E’ allarme ebola in Sierra Leone, nell’est del Paese. Nell’ospedale di Koindu sono state ricoverate una decina di persone, sospette di aver contratto il micidiale virus. Dopo la morte di una di esse, martedì, 27 maggio scorso, un team di medici e operatori sanitari dell’Organizzazione mondiale per la sanità (OMS) e di Medici senza frontiere (MSF) si è precipitato nella cittadina per assistere i malati e per cercare di contenere il contagio. Il team di specialisti dovrebbe raggiungere Koindu questa sera. Nel frattempo sono stati segnalati nuovi decessi.

PAZIENTE VISITATOIn Sierra Leone le autorità erano preparate, tutto era predisposto nel caso in cui ebola avrebbe fatto la sua nel Paese. Già alla fine di marzo 2014 un team tecnico aveva preparato un budget e un piano di intervento. Il ministro alla sanità, la signora Miata Kargbo, l’alto funzionario medico del Ministero alla sanità, Birma Kargbo, ed il responsabile dell’OMS in Sierra Leone, Jacob Mufunda, avevano dato disposizioni precise di monitorare l’eventuale comparsa della malattia.

Amara Jambai , direttore medico per la prevenzione del Ministero alla sanità ha dichiarato all’Agenzia France Presse (AFP): “Posso confermare che l’ebola è arrivata. Le analisi del sangue di un paziente parlano chiaro”. Ha aggiunto: “Un paziente è deceduto, altri casi sospetti sono stati ricoverati. Li abbiamo dovuti trasferire dall’ospedale di Koindu. I parenti dei pazienti non lo hanno gradito, non vogliono che i loro cari muoiano soli”.

Precedentemente erano già deceduti due cittadini della Sierra Leone, ma in territorio della Guinea, dove è scoppiato il virus verso metà marzo 2014, per poi espandersi in Liberia dove sono decedute dodici persone e ora nella Sierra Leone. In Guinea sono morte centosettantaquattro persone a causa dell’ebola. Qualcuno ce l’ha fatta. E’ guarito.

medico con pipistrelloNon c’è alcuna cura per l’ebola. I pazienti devono essere seguiti in un reparto di cure intensive/isolamento da personale altamente specializzato. Deve essere monitorato in continuazione e ben idratato. E’ opportuno che il paziente si presenti in ospedale appena appaiono i primi sintomi riconducibili alla febbre emorragica del virus. La mortalità può raggiungere anche il novanta percento e sembra che portatore sano del virus sia il pipistrello della frutta.

Ed è per questo motivo che il ministro alla sanità della Guinea, René Lamah ha vietato la loro vendita nei mercati e nei ristoranti non appena scoppiata l’epidemia;  da quelle parti questo tipo di pipistrello è servito nei ristoranti come pietanza prelibata.

L’OMS non ha sconsigliato di recarsi nei Paesi in cui è stato riscontrato il virus. Dunque non teme il contagio e quindi  è infondato temere che in virus possa arrivare in Europa. Il periodo di incubazione è breve (da due a ventuno giorni): i migranti, i profughi  devono attraversare molti nazioni africane e prima di raggiungere la Libia, da dove partono i “barconi della speranza” passano mesi, a volte anni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter @cotoelgyes

Quel negozio di sci senza clienti. Nel bel mezzo del Sahara

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Africa ExPress
Niamey, 26 maggio 2014

L’abbiamo letta sulla BBC a firma di Thomas Fessy e francamente non potevamo non riproporvela. Questa è la storia di un signore che trent’anni fa ha deciso di aprire un negozio di sci e di articoli per sciatori nel Sahara.  Voleva colmare una lacuna. Non c’erano negozi di sci ad Agadez in Niger nel mezzo del deserto. Da allora Abdelkader Baba noleggia sci e nella sua bottega ne ha una manciata assieme a qualche snow board. Peccato che non abbia neppure un cliente.

IL NEGOZIONel negozio si possono trovare anche delle slitte grandi e piccole. Ovviamente non si tratta di ultimi modelli, diciamo che sono esemplari che si usavano in Europa negli anni ’80.

Agadez è una cittadina incantevole ma in mezzo al Sahara. Si respira polvere e il caldo è insopportabile, raggiunge 45 gradi. Sembra di avere davanti alla faccia un asciugacapelli acceso. Non siamo sulle Alpi e il solo pensiero di indossare i pesanti scarponi (naturalmente anche quelli si possono noleggiare) fa rabbrividire.

In realtà Abdelkader Baba, trent’anni fa aveva avuto un’idea che allora gli ha fatto guadagnare un sacco di soldi: far sciare i turisti sulla sabbia.

GLI SGI“Gli ultimi visitatori li ho visti nel 2007 – racconta – poi gli attacchi di Al Qaeda e l’insicurezza che ne è seguita, gli avvisi delle ambasciate che sconsigliavano viaggi nel Sahara ha fatto il resto. Qui non viene su più nessuno. Anch’io non li uso quasi più”.

Ovviamente per sopravvivere l’intraprendente commerciante vende altre cose ma, spiega: “Non c’è ragione di togliere il cartello all’entrata del negozio, cui comunque sono affezionato”.

Il campo di sci si trovava nella distesa di dune fuori città: “Dovevamo arrivare lì un po’ prima dell’alba e potevamo restarci per un paio d’ore. Poi il caldo soffocante ci costringeva a tornare in albergo”.

Già in albergo.  E ad Agadez, ma questo non c’è scritto sulla BBC, c’è un bellissimo albergo, Le Pilier, di proprietà di un italiano, Vittorio Gioni, un toscano che ha sposato una principessa tuareg. E’ lui che ha portato i primi scii a Abdelkader, scii che non usava più in Italia e lui quasi per scherzo gli disse di provare a usarli sulle dune

Africa ExPress
www.africa-express.info