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Sudan, il caso della condannata a morte per apostasia. Il fratello “Si pente o deve morire”

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coppia primo pianoNostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
6 maggio 2014
Mentre Meriam Yahya Ibrahim marcisce ancora in una putrida cella con la sua bimba Maya di appena dieci giorni, un certo al-Samani al-Hadi Mohamed Abdullah, dichiara ai microfoni della CNN da un centro islamico ad Omdurman, di essere uno dei suoi tre fratelli e che il vero nome della donna accusata di apostasia sarebbe “Abrar al Hadi”. “Deve pentirsi, oppure morire”, aggiunge severo e convinto.

Meriam era stata condannata per apostasia alla pena capitale, da eseguirsi per impiccagione, e per adulterio a cento frustate. La sentenza è stata pronunciata da un tribunale islamico in Sudan, dove, essendo la maggioranza della popolazione islamica, è in vigore la Sharia dagli anni Ottanta. Qualche giorno fa il vice-ministro agli esteri sudanese Abdullah Alzareg aveva dichiarato alla BBC che il suo Paese garantisce la libertà di religione e ha aggiunto: “Proteggeremo la ragazza. Presto sarà libera”.

bacioLa giovane donna ha ventisette anni, è stata cresciuta dalla madre, una cristiana etiope, dopo che il padre aveva abbandonato la moglie. Dunque, pur essendo di padre musulmano, è stata allevata in seno al cristianesimo.

Ora si fa avanti il “fratello”, negando la versione della giovane donna e per rendere credibile la sua storia, si perde in mille dettagli, elenca date e quant’altro. Racconta che la sorella ha iniziato le elementari nel 1992, per poi proseguire gli studi superiori, l’università. Ricorda persino il voto di un esame particolarmente difficile. Dice che lui, sua madre e i suoi fratelli sarebbero stati presenti all’esame di laurea – purtroppo andato male – a Khartoum. Quando conobbe Daniel e sua sorella, capì che “qualcosa non andava”. In tono grave sentenzia: “Il prete (così chiama il cognato, ndr) ha dato delle pozioni alla ragazza per convertirla al cristianesimo”.

La versione di Daniel Wani e di sua moglie è completamente diversa da quella del “fratello”. Wani conferma: “Mia moglie è da sempre una cristiana convinta. Ha frequentato regolarmente la chiesa. Inoltre non ho mai incontrato quell’uomo che afferma di essere mio cognato prima delle udienze in tribunale.”

in carcereQuando il reporter della CNN ha raccontato la versione di Daniel e della moglie, il “fratello” ha esclamato: “Allora racconta bugie sia ai cristiani, sia ai musulmani” . Al-Samani continua il suo racconto: “ L’anno scorso l’abbiamo data per dispersa per ben quarantacinque giorni, durante il periodo del Ramadan, ecco perché ci siamo rivolti alla polizia. Quando fu trovata, la sua faccia era diversa, cambiata insomma, come se fosse stata stregata. Quando poi, di fronte alla Corte ha dichiarato di chiamarsi Meriam Yahya Ibrahim siamo rimasti allibiti”.

Ci sono voluti ben sette mesi per raccogliere documenti, identificare le sue impronte digitali, che risultano essere di Meriam o Abrar. Anche la carta d’identità rilasciata dal governo sudanese è a nome di Abrar, ma la Corte ha accettato tutti documenti , anche se la donna insiste nell’affermare di essere Meriam.

il fratelloDov’era la famiglia quando è nato il primo figlio di Meriam? Dov’era quando è andata a vivere con il marito? Perché non sono intervenuti, visto che erano convinti che fosse stata “stregata”, che il marito e la sorella l’avessero riempita di pozioni magiche per convertirla al cristianesimo?

Ora Meriam spera di essere creduta dalla Corte. Malgrado le frequenti visite di studenti religiosi, funzionari del governo sudanese la spingono a rinnegare la sua religione cristiana..

“Lei è una in due. Se rinnega il cristianesimo, ritorna ad essere un membro della famiglia. Deve toglierci da quel terribile imbarazzo, che è un’onta per tutti noi. In caso contrario deve morire”. Queste sono le parole del “fratello”.

Ecco, questa è la storia di una famiglia. Una storia sulla quale sono ora puntati gli occhi di tutto il mondo. Eppure Meriam non demorde, non sembra avere intenzione di rinnegare la sua religione.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes
#SaveMeriam

Nell’ultima foto il fratello di Mariam

Non si ferma il contagio di Ebola. I morti hanno superato quota 200

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
6 giugno 2014
Il virus micidiale dell’ ebola si ripresenta con tutta la sua forza dopo essersi leggermente indebolito per qualche settimana. L’organizzazione mondiale della sanità (OMS) in un bollettino ufficiale ha reso noto che in Guinea i morti causati dall’ebola ormai sono oltre duecento . Nella sola Guinea, dove è scoppiato il focolaio all’inizio di marzo, si sono registrati trentasette nuovi casi tra il 29 maggio e il 1° giugno e ventuno nuovi decessi, portando il numero dei morti nel Paese a duecentotto.  Oltre seicento casi di persone venute in contatto con malati infetti, vengono seguiti scrupolosamente da equipe mediche specializzate, mentre le persone ricoverate in reparti di isolamento sono solamente sedici.

morto nel sangueIn Liberia si registrano undici casi sospetti, mentre l’unico caso ufficiale registrato che ha portato al fatale esito era originario dalla vicina Sierra Leone e la sua salma è stata rimpatriata.

Nella Sierra Leone i casi registrati sono settantanove (diciotto confermati, tre probabili, cinquantotto in osservazione) e fino ad oggi sei persone hanno trovato la morte.

Per ora l’OMS non ha ritenuto necessario sconsigliare viaggi o sospendere le attività commerciali con le aree interessate. Malgrado ciò la London Mining Company ha ritenuto opportuno rimpatriare il personale non strettamente indispensabile all’inizio di questa settimana.

Paziente e due scafandratiIl virus dell’ebola che si è presentato ora nell’Africa occidentale, si è sviluppato autonomamente a livello locale e pare che il portatore sano sia il pipistrello da frutta. Un team internazionale di virologi ha pubblicato uno studio su questo nuovo ceppo nel New England Journal of Medicine, dove ha specificato di aver individuato il genoma ; le differenze genetiche sono rilevanti rispetto a quello  presente in Congo e nel Gabon. In parole semplici: si tratta di due virus diversi, ma gli avi sono gli stessi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter @cotoelgyes

Somalia: un ambasciatore e un generale appassionati, ma il resto dell’Italia dov’è?

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Mogadiscio, 2 giugno 2014
Il generale Massimo Mingiardi è il comandante del contingente militare dell’Unione Europea in Somalia, incaricato dell’addestramento di forze speciali dell’esercito governativo. Se fosse americano, inglese o francese il suo nome sarebbe conosciuto al pubblico americano, inglese o francese. Invece è italiano e pochi sanno in Italia che il ruolo affidatogli da Bruxelles qui in Somalia è di alto profilo,  di grande livello e di particolare prestigio.

DSC_0127Certo le forze dell’Unione Africana, formate da ugandesi, burundesi, kenioti, sierraleonesi, gibutini e etiopi, sono impegnate sul territorio a contenere l’insurrezione del fondamentalisti shebab legati ad Al Qaeda, ma i militari europei del gruppo di Mingiardi, hanno un compito fondamentale: serviranno infatti a garantire una exit strategy, cioè un futuro ritiro dei contingenti internazionali che dovranno affidare la difesa del Paese a truppe fedeli e leali al governo.

Per anni le Nazioni Unite hanno fallito questo obbiettivo con politiche assolutamente disastrose. L’UNDP (l’United Nation Development Programme) ha consegnato ai generali somali i salari di decine di soldati che invece di finire nelle tasche della truppa ingrassava i conti all’estero dei leder.

Su queste distrazioni di denaro il giornalista inglese/keniota Aiden Hartley qualche anno fa ha girato un interessante e esaustivo reportage che riproponiamo qui:

Part 1

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Part 2

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Part 3

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Part 4

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Ora la solfa è terminata e i soldi versati dall’ONU al governo somalo finiscono veramente nella corretta destinazione. Ciò consente sicuramente di ottenere un maggior grado di lealtà da parte delle truppe che non passano più direttamente dai ranghi del governo a quelli degli shebab soltanto per poter ricevere un salario decente per mantenere se stessi e la propria famiglia.

La forza europea di cui dispone il generale Mingiardi non è enorme, 120 donne/uomini, di cui 72, cioè più della metà italiani, cui si aggiungono 15  militari a dipendenza italiana a sua disposizione.

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Enorme è invece il lavoro che questi soldati devono fare. E non sono neppure ben chiari gli obbiettivi cui un sistema Paese come il nostro dovrebbe mirare in Somalia. Mentre i militari lavorano sodo per far fare al nostro Paese una bella figura, la politica, come spesso accade da noi, naufraga in pastoie burocratiche, invidie e valutazioni errate.

Mentre il gruppetto di deputati che doveva arrivare a Mogadiscio ha rinunciato all’ultimo momento “per motivi di sicurezza”, delegazioni arrivano ormai se non da tutto il mondo, dai Paesi interessati a riprendere i contatti e i rapporti con la Somalia che, con una fatica enorme, sta cercando di uscire dal vertice di una guerra che continua ininterrottamente dal 30 dicembre 1990. La Turkish airlines – come già scritto – da qualche mese ha perfino voli di linea Istanbul-Mogadiscio.

DSC_0051Il generale Mingiardi vorrebbe fare di più, ma con i suoi ranghi ridotti non può e, inoltre, non ha il mandato: “Mi piacerebbe uscire da Mogadiscio – spiega con entusiasmo – andare per esempio a Chisimaio, la città portuale nel sud della Somalia, punto focale del conflitto somalo. Non mi è possibile. Chiederò al rinnovo della missione di ampliare il raggio d’azione”.

Dall’inizio dell’operazione alla fine di quest’anno, con corsi che vanno dalle 4 alle 15 settimane, i paracadutisti di Mingiardi avranno addestrato 2500 soldati somali, contro i 3600 addestrati dagli ugandesi in tre anni. “Un bel record”, commenta compiaciuto l’ufficiale che vorrebbe un forte aumento degli effettivi al lavoro con lui.

DSC_0060Il generale non si scorda, comunque, di essere il comandante di un contingente multinazionale europeo e di espletare il suo mandato a nome e per conto dell’Unione: ”E’ quella la nostra forza, anche se noi italiani siamo visti con un occhio di particolare riguardo, ma fa parte della storia della Somalia che si intreccia con la nostra storia”.

E vero che molti somali (i vecchi soprattutto) guardano ancora all’Italia con un certo riguardo. L’ha sottolineato anche l’ambasciatore italiano per la Somalia, Andrea Mazzella, in un accorato intervento in cui non ha lesinato critiche al governo somalo che ha incoraggiato comunque a trovare la forza di uscire dalla crisi e della guerra.

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Mazzella ha lasciato il suo incarico alla grande, proprio il 2 giugno, incassando attestati di stima da parte del presidente del Parlamento somalo, che ha preparato il suo intervento alla festa della Repubblica, in italiano, proprio per sottolineare l’affetto e la stima della nostra ex colonia.

Part 1

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Part 2
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Una stima che però a Mogadiscio hanno vissuto non proprio ricambiata da Roma, proprio per la beffa subita con la mancata visita dei nostri parlamentari, come ha sottolineato un famoso deputato, un politico somalo di lungo corso, attivo dai tempi di Siad Barre (cioè dagli anni ’80) e presente alla cerimonia per i festeggiamenti della Repubblica (vuole tenere l’anonimato per ovvi motivi): “Ci lasciate in balia degli inglesi, che qui fino a tre/quattro anni fa non si erano mai visti. La loro presenza ora è asfissiante. E’ venuto il ministro degli esteri, membri del parlamento, funzionari dei ministeri, senza le vostre paure e i vostri timori. Le loro società hanno negoziato contrati vantaggiosi, per esempio in campo petrolifero. L’Italia è sparita. Resta la buona volontà e la forte passione di un ambasciatore e di un generale. Ma il resto del vostro Paese dov’è?”

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

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Le foto di Massimo Alberizzi sono state scattate alla festa del 2 giugno nel quartier generale del contingente dell’Unione Europea a Mogadisci, dall’alto: militari schierati di fronte alla bandiere italiana, europea e somala; il generale di brigata Massimo Mingiardi, un parà di guardia, Alessandra Morelli, responsabile dell’UNHCR a Mogadiscio e il generale Mingiardi,  primo piano del delegato dell’Unione Europea (cioè l’ambasciatore) per la Somalia, l’italiano Michele Cervone, il colonnello Bernardo Mencaraglia legge il messaggio del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, l’ambasciatore italiano Andrea Mazzella, due immagini dei parà italiani schierati, Il presidente del Parlamento somalo, Mohammad Sheick Osman Jawari, Mingiardo con Jawari e Mazzella, personalità che assistono alla cerimonia, l’inglese Nicholas Kay, rappresentate speciale di Ban-Ki Moon per la Somalia, infine di nuovo Mazzella e Jawari e poi il generale, Jawari e Mazzella


                

Kenya turns up the heat on Somali refugees

IRIN
Johannesburg/Nairobi, 4 June
As security forces in Kenya continue to round up and detain thousands of migrants, refugees and asylum seekers, most of them Somali, an agreement between the UN Refugee Agency (UNHCR) and the Kenyan and Somali governments on the voluntary repatriation of Somali refugees is coming under strain.

Dahad IrinIn late May, the Somali government pulled out of a meeting with UNHCR and the Kenyan government to formally launch a Tripartite Commission and discuss implementation of the Tripartite Agreement.

The Agreement, signed in November 2013, outlines the procedures for the gradual and voluntary return of Somali refugees from Kenya, which is currently hosting around 423,000 Somalis holding refugee status.

The scheduled
27 May meeting was to be first of the Tripartite Commission and was expected to produce agreements on a number of joint actions, including the launch of a pilot phase of a voluntary returns programme that has been on hold for several months.

The cancellation of the meeting stalls the dialogue on voluntary returns to Somalia where internal security is currently challenged due to a joint military offensive against the al-Shabaab insurgency by the African Union Mission to Somalia (AMISOM) and the Somali National Armed Forces (SNAF) in south-central Somalia. Recent estimates point to around 73,000 people being displaced due to the military offensive, including to some of the areas identified for voluntary refugee returns as part of the pilot phase.

Explaining its decision not to attend the meeting, Somalia cited “the detention and deportation of Somali refugees both documented and undocumented” which it described as contrary to the letter and spirit of both the 1951 Refugee Convention and “more importantly”, the Tripartite Agreement.  Kenya’s Commissioner for Refugee Affairs, Harun Komen, responded that Somalia’s decision not to attend the meeting was “unfortunate”.

“We are still committed to the Tripartite Agreement and Mogadishu must show it is committed as well,” he told IRIN. He added that most of those repatriated would return to the Somali region of Jubaland and that if the Somali government failed to move the process forward, “we have options including dealing with the Jubaland administration or doing it with UNHCR.”

Shebab IRINUNHCR did not comment directly on Somalia’s last-minute withdrawal from the meeting but its representative for Somalia, Alessandra Morelli, noted that “The way forward is to ensure that there is a strong dialogue and discussions on all aspects of returns and reintegration in Somalia.

The Tripartite Commission is the most important forum and initiative in place to ensure that voluntariness will guide refugee returns and that those wishing to return to Somalia can do so in a safe and dignified manner.”

Arrests and deportations  Since Kenya’s Interior Ministry launched Operation Usalama Watch in late March, purportedly as an anti-terrorism operation, more than 4,000 individuals are estimated to have been arrested and detained, most of them ethnic Somalis living in the Nairobi suburb of Eastleigh.

A further 2,000 refugees have been sent to Dadaab and Kakuma refugee camps while 359 Somalis have been deported to Somalia by air using chartered commercial airlines flying from Nairobi to Mogadishu since early April.

parataUsalama Watch follows a spate of attacks involving grenades and firearms in Mombasa and Nairobi in March. Such attacks have continued since the start of the operation, which came soon after the government announced that all urban refugees had to move to the remote Kakuma and Dadaab refugee camps, despite a 2013 high court order prohibiting such a move.

According to Human Rights Watch (HRW), at least three of the recent deportees were registered refugees while many of the others may have had genuine claims to asylum but been unable to apply since Kenya stopped registering urban asylum seekers in December 2012.

Fowzia Hussein Da’ud was among those who had tried and failed to register as an asylum seeker in Nairobi and as a result was considered undocumented. She was detained by Kenyan police for 45 days before being deported to Mogadishu where she spoke to IRIN over the phone. “I am so demoralized that I have been separated from my two kids who are now in Nairobi with relatives. I can’t stay here in Mogadishu; this is the place where my husband was killed six years ago,” she said, adding that she would like to move to Uganda but cannot afford to.

rifugiatiHRW has said that the deportations constitute refoulement, a violation of a key principle of international refugee law that forbids the forced return of people to places where they risk persecution or serious harm.

Security concerns trump tough living conditions  Kenya has hosted large numbers of Somali refugees since the collapse of the Mohamed Siad Barre regime in 1991. Around 35,000 of the current caseload live in urban areas outside of refugee camps, while an unknown number of Somalis live in Kenya as undocumented migrants.

Conditions in the Dadaab camps have deteriorated in recent years as insecurity and dwindling donor funding have severely impacted the ability of aid agencies to deliver services, and since the Kenyan authorities placed a moratorium on registrations of new refugees in October 2011.

mamme e bimbiDespite the presence of an internationally supported federal government in Mogadishu, there is a broad consensus among aid agencies, including UNCHR, that large parts of Somalia are too unsafe to receive returnees.

At the same time, some 2.9 million people are affected by a humanitarian crisis, one that has attracted just a fraction of the US$822 million needed to address it.

And on 2 June, the UN’s Food and Agriculture Organization warned that “late rains and erratic weather patterns in Somalia have raised concerns over a worsening of the food security situation, as food stocks from the last, poor harvest become depleted and prices continue to rise sharply.” http://www.fao.org/news/story/en/item/232742/icode/

Somalia’s State Minister for Interior and Federalism Affairs Mohamud Moalim Yahye recently told the IPS news service that “the unplanned and uncoordinated deportation of people, especially the youth, will create chaos and anarchy as there are no resources to support and them create jobs for them.”

Through the pilot return programme, which has yet to launch, UNHCR is planning to provide return assistance for up to 10,000 refugees to three districts of South Central Somalia – Luuq, Baidoa and Kismayo – to where aid agencies including UNHCR have access. The return package will include a transport allowance and access to food and basic shelter items as well as assistance starting up livelihoods.

tuculThe relatively low numbers of Somalis returning home in the first three months of the year suggested that for the vast majority of Somali refugees, difficult conditions in Kenya were not enough to override deteriorating security in Somalia. Between January and March 2013, at a time when stability appeared to be returning to several parts of the country, nearly 14,000 Somalis crossed the border from Kenya.

During the same period this year, only 2,725 refugees made the journey, while less than 3,000 had visited Return Helpdesks in the Dadaab camps, according to UNHCR. Returns picked up slightly in April, as the crackdown by Kenyan security forces got underway, with 1,442 Somalis going home.

These cross-border movements are believed to be largely temporary and in conjunction with rainy seasons and farming activities in south central Somalia.

PUSHED TO RETURN?  

UNHCR’s Voluntary Repatriation Handbook describes “the principle of voluntariness as the cornerstone of international protection with respect to the return of refugees” and stresses that a truly voluntary decision to return should be made in the context of both conditions in the refugee’s home country (‘pull’ factors) and conditions in the host country (‘push’ factors).

FACCINO MORELLI“As a general rule,” notes the handbook, “UNHCR should be convinced that the positive pull-factors in the country of origin are an overriding element in the refugees’ decision to return rather than possible push-factors in the host country.”  Article 10 of the Tripartite Agreement also states that the decision of refugees to repatriate to Somalia “be based on their freely expressed wish.”

UNHCR’s Morelli added that “external push factors, which may jeopardize the right of the refugees to make voluntary (and informed) decisions about their returns to Somalia, should be avoided.”  However, several refugees that IRIN spoke to said constant harassment by the police since Operation Usalama Watch began and the fear of deportation had forced them to consider returning to Somalia.

bidoni acqua“I am moving back to Mogadishu at a time the security situation is still chaotic, but I have no other option,” said Abdirahman Mohamed Jama, 42, who works at a Somali radio station in Nairobi and has lived in the capital with his wife and four children since 2008.  “The police have come to our flat a number of times, and after showing them our refugee documents, they handcuffed me and my wife and threatened to take us to the police station [unless we paid a bribe]. We paid them several times, but we cannot afford to continue paying them. We are in shock, fear and suffer from many sleepless nights,” he told IRIN. “I have to leave Nairobi before I am forcibly expelled to Somalia or separated from the rest of my family as has happened to many of my Somali neighbours.”

Rufus Karanja, a programme officer with the Refugee Consortium of Kenya argued that “the manner in which operation [Usalama Watch] has been conducted has created a negative push factor” that was causing some Somalis to opt to return home rather than endure continued harassment, extortion and arbitrary arrest.  “In our view, this may actually amount to induced forced return, something which goes against the spirit and intent of the Tripartite Agreement which provides that the return of Somali refugees should be voluntary and conducted in safety and dignity,” he told IRIN.

IRIN
IRIN, the humanitarian news and analysis service of the UN Office for the Coordination of Humanitarian Affairs

Nelle foto ci sono scene di rifugiati somali in Kenya, shebab e, il faccino, è Alessandra Morelli

Ebola, si aggrava il contagio: compagnia inglese evacua il personale dalla Sierra Leone

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
3 giugno 2014
Koindu, cittadina al confine con la Guinea, dove sono stati registrati i casi di ebola (e i relativi morti),  dista oltre duecento chilometri dalle miniere di ferro di Marampa, di cui il maggiore azionista è una società con sede nel Regno Unito, la London Mining Company.Paziente

Secondo il portavoce della società, Osman Lahai, l’azienda ha ritenuto opportuno rimpatriare il personale non indispensabile a causa del micidiale virus scoppiato nel Paese. “Otto cittadini inglesi sono tornati in patria con un regolare volo di linea – ha aggiunto Lahai –.  Nessuno dei nostri dipendenti ha contratto la malattia. Per precauzione stiamo però monitorando tutto il personale in collaborazione con medici e paramedici. Inoltre siamo in contatto con l’OMS e altre associazioni internazionali che si occupano del monitoraggio del viris in Sierra Leone”.

Anche Anthony Navo, portavoce di un’altra società mineraria che opera nella stessa zona, l’African minerals, ha detto che ai dipendenti viene misurata le febbre giornalmente per tenere sotto controllo un’eventuale contagio.

Ebola sta mietendo ancora vittime in Sierra Leone. Lunedì, 2 giugno 2014 l’Organizzazione mondiale alla sanità (OMS) ha dichiarato che le morti accertate causate dal micidiale virus sono cinque. Altre quindici persone hanno contratto la malattia, altri trentasei casi sono sotto osservazione. Saranno gli esami ematochimici a confermare se anche loro sono stati contagiati.

Giovedì scorso sono arrivati equipe di medici e paramedici dell’OMS e di Medici senza frontiere (MSF) nell’ospedale di Koindu per assistere il personale locale nel trattamento dei malati e nella prevenzione per contenere il propagarsi della malattia.

MappaDurante un meeting tenutosi a Kenema il 28 maggio, la signora Bernadette Lahai, leader delPartito d’opposizione  Sierra Leone People’s Party (SPL), ha chiesto che tutti i parlamentari rappresentanti la regione dell’Est, sia dellì’opposizione che del governo (All People’s  Coongress), sensibilizzino la popolazione alla prevenzione

Il vice-ministro del lavoro, Augustine Kortu, ha detto ai reporter di Agence France Presse di essersi recato  nell’Est del Paese lo scorso finesettimana.  “La situazione è sotto controllo – ha precisato – forse la popolazione è un tantino nervosa”.

Anche se il Paese è ricco di giacimenti minerari, la sua economia non ha avuto il tempo di riprendersi e di stabilizzarsi, dopo la lunga guerra civile, terminata nel 2002. Dunque anche il sistema sanitario ne ha sofferto e ne soffre ancora.  Ancora oggi il sessanta percento della popolazione vive con 1,25 dollari al giorno .

Il virus ha preso il nome da una valle nella Repubblica democratica del Congo, dove in un ospedale missionario che sorgeva nella valle Ebola scoppiò un focolaio nel 1976. Poco dopo Richard Preston descrisse in un libro, “Area di Contagio”, l’andamento dell’infezione, le sue sofferenze, i suoi effetti devastanti sull’organismo la morte del paziente. Terribili alcune descrizioni. Ancora oggi l’uomo è impotente di fronte all’ebola. Un po’ come lo eravamo nei confronti della peste nei tempi antichi (e fino alla scoperta della penicillina) di cui Omero ci da testimonianza nell’Iliade.

Prima i giumenti e i presti veltri assalse, 
poi le schiere a ferir prese, vibrando
le mortifere punte; onde per tutto
degli esanimi corpi ardean le pire. (Omero: Iliade I, 65-69 )

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter  @cotoelgyes

 

 

 

 

2 giugno: dopo 21 anni la festa della Repubblica torna a Mogadiscio

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Mogadiscio, 2 giugno 2014
L’ultima volta che la festa della Repubblica è stata celebrata a Mogadiscio è stato esattamente 21 anni fa. Oggi invece, grazie anche alla caparbietà dell’ambasciatore Andrea Mazzella, la festa si è tenuta di nuovo.

soldatiMancavano i parlamentari italiani (quattro per l’esattezza, presieduti da Pierferdinando Casini) che avevano promesso la loro presenza, ma poi alla fine hanno rinunciato per motivi di sicurezza. Eppure qui a Mogadiscio italiani ce ne sono. E non sono militari, anche civili. Per esempio Alessandra Morelli, la responsabile dell’UNCR (l’Alto Commissariato per i Profughi delle Nazioni Unite). E allora non è nel chiaro quali siano i motivi di sicurezza così gravi che hanno impedito un breve viaggio.

Alessandra Morelli, tra l’altro, qualche mese ha anche subito un attentato organizzato dagli shebab. La sua macchina è saltata per aria. Eppure lei, caparbiamente, ha deciso di restare a Mogadiscio.

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“La mancata visita dei deputati italiani – si è lamentato con Africa Express, un deputato somalo migiurtino (i migiurtini erano i “prediletti” dall’Italia”) – ha creato delusione nel nostro governo a tal punto che il presidente della Repubblica, Hassan Sheick Mohamud, ha annullato la sua partecipazione alla cerimonia per la vostra festa nazionale”.

Peccato: un’altra occasione persa dall’Italia, che in Somalia si sta facendo superare da tutti, persino dai Norvegesi, nonostante il gran lavoro che fanno i diplomatici e il piccolo contingente militare, inquadratoo nella forza multinazionale dell’Unione Europea. Domani, per esempio, è attesa da Oslo una delegazione ad alto livello del ministero degli esteri del Paese scandinavo, che non è neppure membro dell’Unione Europea.

Addurre motivi di sicurezza per non venire in un Paese dove ormai arrivano in continuazione delegazioni da tutto il mondo, è francamente un po’ puerile. Basti pensare che a Mogadiscio atterrano voli di linea di compagnie importanti, come la turca Turkish Airlines.

La cerimonia, cui hanno partecipato parecchi ambasciatori accreditati a Mogadiscio (tra cui il capo della Delegazione della UE, l’italiano Michele Cervone), oltre che politici, autorità civili e militari somale è stata commovente. Durante il suo intervento si è commosso anche l’ambasciatore italiano Andrea Mazzella, che ha lasciato l’incarico al suo successore Fabrizio Marcelli. Marcelli prenderà il suo posto domani.

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Gli onori di casa sono stati fatti da generale Massimo Mingiardi, italiano comandante della missione dell’Unione Europea, che, in un’intervista che pubblicheremo nei prossimi giorni, ha spiegato dettagliatamente a Africa ExPress il fine della presenza militare  nell’ex colonia italiana: addestrare le truppe somale affinché riescano a vincere la guerra contro gli shebab.

Un’impresa non certo facile, una scommessa alla quale si stanno dedicando con grande passione i soldati italiani, tutti paracadutisti della brigata Folgore.

Certo la situazione a Mogadiscio e in tutta la Somalia è ancora difficile. Gli shebab, gli integralisti che si definiscono la filiale somala di Al Qaeda, sono ancora assai combattivi. Pochi giorni fa hanno assalito il parlamento e l’hanno messo a ferro e fuoco.

Un reportage di Channel 4 che potete trovare anche su Africas ExPress spiega molto bene il pericolo rappresentato da questo gruppo terroristico. Si nota tra l’altro, parlando con i somali, un forte desiderio di ripresa e soprattutto di ritorno al passato, un passato laico e progressista non sicuramente religioso e oscurantista.

La maggior parte delle personalità somale presenti, compreso il presidente del parlamento, Mohammad Sheick Osman Jawari, vengono da lontano e parlano tutti l’italiano. Jawari, infatti, ha pronunciato il suo discorso in italiano, lodando Andrea Mazzella (definito “abile ambasciatore”) per il lavoro svolto e ricordando, con un certo compiacimento, la visita al parlamento italiano su invito della presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini.

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Il nostro rappresentante, che aveva parlato qualche minuto prima, non ha risparmiato critiche anche dure, sollecitando i somali a metter fine alle loro differenza politiche, che si traducono poi in guerra e morte.

Ora occorre vedere se la celebrazione della festa della Repubblica a Mogadiscio resterà un fatto isolato o se seguiranno di conseguenza azioni tese a rafforzare i rapporti bilaterali tra Italia e Somalia. La rinuncia dei deputati a partecipare alla festa nella capitale somala, non lascia ben sperare.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Non solo pallottole e bombe. In guerra un’altra arma: lo stupro

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
11 maggio 2014
Violenze sulle donne, stupri: vere e proprie armi durante i conflitti. Tematica al centro di un vertice che si tiene a Londra in questi giorni cui partecipano oltre cento paesi: i protagonisti del summit sono Angelina Jolie e il segretario agli affari esteri britannico William Hague .

angelina JolieL’attrice, in qualità di inviata speciale dell’ONU ha sottolineato: “Si sa, lo stupro, la violenza sulle donne, è  usato come una vera e propria arma finalizzata a colpire la popolazione civile.  I governanti, i politici devono perseguire stupratori, coloro che terrorizzano  le persone più vulnerabili. Questo problema va affrontato seriamente”.

La Jolie e Hague hanno in programma di preparare un protocollo internazionale per rafforzare le persecuzioni nei confronti degli stupratori.

L’attrice, durante le sue visite in paesi in guerra, ha avuto occasione di parlare con molte vittime di abusi sessuali.  “Vivono in campi per rifugiati, in zone bombardate, in zone dove non esistono leggi e nemmeno la minima speranza che giustizia venga fatta.  Sono abbandonate a se stesse, sole con il loro dolore, non sanno a chi rivolgersi. Nessuno le protegge – ha detto la Jolie, aggiungendo – e questo deve finire. E’ necessario dare assistenza a chi ha subito tali violenze. Non devono più essere lasciati soli”.cartello

Giovedì Hague ospiterà un altro meeting in cui si parlerà del rapimento delle ragazze in Nigeria, rivendicato dal gruppo Boko-Haram. Vi parteciperanno delegazioni dalla Nigeria e paesi limitrofi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

 

 

Riscatto di oltre 3 milioni di dollari, liberati i religiosi rapiti in Camerun

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 1° giugno 2014
Sono stati liberati questa mattina prima dell’alba i due missionari italiani, Giampaolo Marta e Gianantonio Allegri, e la suora canadese, Gilberte Bussier, rapiti in Camerun, la notte tra il 4 e il 5 aprile nell’estremo nord del Camerun, a  Tchére,  vicino a Maroua, a ottocento chilometri dalla capitale Youndé.

Allegri_MartaLa liberazione, spiegano le fonti ufficiali, è avvenuta nei pressi di  Amchidé, in Camerun, al confine con a Nigeria, dove sono stati recuperati dai militari camerunensi. In realtà i tre religiosi dono stati liberati in Nigeria, dove sono sati tenuti prigionieri per tutto il tempo delle loro detenzione. I rapitori non sembra siano membri della setta Boko Haram, ma banditi comuni che magari ammantano le loro gesta con una vernice religiosa islamica per giustificarne i fini. In realtà tutto quello che vogliono è denaro. Infatti per il rilascio dei religiosi è stato pagato un riscatto che si aggira sui 3 milioni e mezzo di dollari.

Lo stringer di Africa ExPress in Nigeria ha potuto constatare che i due preti e la suora erano sull’altopiano di Obundu (che si spinge fin quasi 2000 metri) nel Cross River State, tenuti prigionieri da banditi/miliziani di due tribù diverse. La trattative erano in corso da tempo. Il loro rilascio è avvenuto in ritardo proprio perché i capi si sono divisi anche sull’ammontare del riscatto. Inizialmente erano stati chiesti 5 milioni di dollari, poi le pretese sono scese a 3 milioni e mezzo, appunto. Una delle due tribù non voleva accettare la cifra, mentre l’altra si è detta disponibile a chiudere il negoziato.

C’è stata anche una sparatoria, durate la quale hanno avuto la meglio i leader di quest’ultimo gruppo.

Allegri Marta 2La collaborazione dei servizi segreti francesi è stata essenziale. I nostri “cugini”, infatti, avevano già trattato la liberazione di un altro sacerdote, Georges Vandenbeusch, rapito il 13 novembre 2013 à Nguetchewe, in Camerun. Padre Georges è stato liberato il 30 dicembre ad Achigachia, nella regione camerunense di Mayo-Tsanaga, sempre ai confini con la Nigeria, ed era stato rapito dallo stesso gruppo che ha potato via i missionari italiani e la suora canadese.

Ma non solo.  La gang è la stessa che il 19 febbraio 2013 ha rapito la famiglia francese Moulin-Fournier, marito e suo fratello, moglie, quattro figli piccoli e un amico. I sette stavano visitando il parco Waza (nella stessa zona della missione dei tre religiosi) ed erano stati assaliti da un gruppo di banditi in motocicletta, provenienti dalla Nigeria.

Loro sono stati liberati un paio di mesi dopo e il presidente francese Françoise Holland aveva voluto sottolineare, “senza pagare riscatto”. Lo stringer di Africa ExPress aveva accolto l’affermazione con una fragorosa risata.

Per la liberazione dei tre religiosi oltre che la Farnesina si è mosso direttamente Papa Francesco che in queste settimane ha chiamato più volte il presidente/satrapo del Camerun, Paul Biya. Per altro Papa Francesco e Paul Biya, si sono incontrati a Roma il 27 aprile scorso nel corso della canonizzazione di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II .

Massimo A. Alberizzi
Massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Il mistero dei 4 gipponi che spaventano Kampala

Nostro Servizio Particolare
Ernesto Clausi
Nairobi, 9 giugno 2014
La polizia ugandese è alla ricerca di quattro gipponi che la scorsa settimana hanno varcato il confine tra Kenya e Uganda, passando attraverso Busia, nei pressi del Lago Vittoria. Un confine poroso, facilmente attraversabile, al pari di quelli con la Somalia e l’Etiopia, a causa della corruzione dilagante e dello scarso controllo delle frontiere.

All’ingresso nel territorio ugandese dei quattro land-cruiser ha fatto seguito il lancio di un high-alert warning  per minaccia terroristica da parte delle forze di sicurezza. Il portavoce della polizia, Fred Enanga, ha dichiarato che il passaggio sarebbe avvenuto lunedì scorso, di notte, e di non avere ulteriori elementi sulla destinazione dei veicoli. Nelle stesse ore, peraltro, otto somali (incluso un bambino) hanno tentato di raggiungere l’Uganda attraverso Busia, ma sono stati fermati e tenuti in custodia dalla polizia di frontiera in attesa di accertamenti.

milizianiL’elemento anomalo emerge però dalle targhe dei veicoli: GKA 138H, GKA 24A, UN 105K, UN 105KP. Si tratta cioè di due auto del governo keniota (GK sta per Government of Kenya) e di due appartenenti al parco autoveicoli delle Nazioni Unite (UN)

Un episodio strano, che ricorda ciò che è accaduto a Lamu, al confine tra Somalia e Kenya, in Aprile.  In quell’occasione una donna bianca ha noleggiato una Toyota Land Cruiser targata KAV599E per una settimana. Scortata da due poliziotti avrebbe tentato di varcare il confine e raggiungere Ras Kamboni, un villaggio a pochi chilometri in territorio somali, presumibilmente per collocarvi un ordigno.

Si è avanzata l’ipotesi che quella donna potesse essere Samantha Lewthwaite, la “vedova bianca”, moglie di Germaine Lindsay (uno dei quattro terroristi suicidi coinvolti negli attacchi di Londra del sette luglio 2005) e su cui pende un mandato di cattura internazionale emesso dall’Interpol. La stessa auto è stata utilizzata a fine maggio per l’uccisione di due soldati del Kenya Defence Force.

E’ lecito formulare dunque diverse teorie.

Il timore è che il fondamentalismo islamico possa nuovamente colpire Kampala, come è già successo nel 2010, quando furono colpiti due locali mentre gli avventori seguivano la finale dei mondiali di calcio. Il bilancio fu devastante: settantaquattro morti.

L’Uganda fornisce truppe alla missione Amisom in Somalia, e ciò rende il Paese (sostanzialmente la capitale Kampala) soggetto al rischio di attacchi terroristici di rappresaglia da parte degli shebab, gli integralisti somali.

A ottobre c’era stato un red alert dei servizi di sicurezza americani sul rischio di nuovi attacchi nel Paese. L’Uganda resta, come il Kenya, un partner importante per il contrasto al terrorismo internazionale in Africa Orientale.

E il warning arriva in un momento in cui il confinante Kenya ha intensificato le operazioni di controterrorismo in seguito ai recenti attentati a Nairobi (le esplosioni lungo la highway per Thika e quelle al popolare e frequentatissimo mercato di Gikomba). Secondo i quotidiani di qui è probabile che nuovi attacchi saranno sferrati nella regione dai fondamentalisti islamici. Tre settimane fa cinquecento turisti britannici sono stati evacuati dalla costa kenyota, e i due maggiori tour operator britannici hanno sospeso i voli da Londra per Mombasa. La fascia costiera lungo l’Oceano Indiano sta vivendo una fase di radicalizzazione islamica, che trova terreno fertile nella popolazione più povera e disoccupata, soprattutto quella più giovane.

mappaTuttavia, secondo fonti dei servizi di sicurezza, la notizia del passaggio delle quattro vetture potrebbe essere stata rilanciata esclusivamente per “seminare il panico” tra le autorità ugandesi e cercare un maggiore coinvolgimento di Kampala nel contrasto al terrorismo.

Inoltre, nell’ultimo National Intelligence Report proveniente da Washington, l’Uganda è presentato come Paese a rischio di “violenta instabilità”. Ciò ha causato peraltro le rimostranze dell’amministrazione Museveni. Certo l’Uganda attraversa una fase politica delicata, con una governance debole e sempre più contestata, anche a causa delle recenti leggi introdotte nel Paese. Tra queste quella che prevede pene fino all’ergastolo per gli omosessuali e quelle anti pornografia che proibisce anche l’uso della minigonna.

Misure che non son piaciute a Washington e riportano alla mente i tempi del dittatore Idi Amin. Da più parti si levano accuse al Presidente di avere tendenze autoritarie. Museveni deve fare fronte anche alle critiche di nepotismo rivoltegli e causate dalla rapida ascesa ai vertici di Kampala del figlio, Muhoozi Kainerugaba.

Pertanto, in un momento in cui cresce il malcontento della popolazione verso l’attuale amministrazione (vedi proteste dello scorso anno a Kampala, represse dalle forze di sicurezza), focalizzare l’attenzione sulla minaccia terroristica potrebbe fare comodo allo stesso estabilishment di Museveni.

Le truppe ugandesi non sono impegnate solo in Somalia. Hanno lasciato il Congo-K da poco e ora sono in Sud Sudan, contro i ribelli dell’ex vicepresidente Rieck Machar, e nella Repubblica Centrafricana a combattere Joseph Kony e il suo Lord Resistance Armi (LRA).

Museveni ha di recente alzato il tiro su LRA per giustificare le spese militari e rafforzare il suo potere puntando sul mantenimento dell’ordine interno e sulla minaccia terroristica. L’incremento del budget militare torna utile per proteggere il bacino del lago Alberto (che segna il confine con la Repubblica Democratica del Congo), dove dal 2005 sono state scoperte riserve petrolifere ed esplorazioni sono ancora in corso. L’avvio della produzione dovrebbe avvenire in concomitanza delle prossime elezioni.

Ernesto Clausi
e.clausi@hotmail.it

 

Somalia, viaggio dentro gli Shebab, addestramento militare, religioso e psicologico

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Africa ExPress
31 maggio 2014
A fine dicembre il network televisivo britannico Channel 4 ha trasmesso un reportage da un campo shebab in Somalia e intervistato uno dei capi del gruppo terrorista legato ad Al Qaeda, lo sceicco Ali Dehre.

Lo riproponiamo ora su Africa ExPress perché è un documento eccezionale. Esistono infatti pochissime testimonianze sul movimento fondamentalista islamico che lotta contro il governo federale di Mogadiscio.

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Gli shebab (termine che in lingua araba vuol dire gioventù) nel settembre scorso hanno organizzato l’attacco al centro commerciale Westegate di Nairobi. Un assalto che ancora presenta aspetti misteriosi e mai chiariti. Non si è mai saputo, per esempio, quanti fossero i terroristi che hanno partecipato all’assalto. Sembra inverosimile il numero, quattro, fornito dalle fonti ufficiali.

A giudicare dalla mole di fuoco sembra proprio che fossero molti di più. Alcuni sarebbero scappati nei quattro giorni di occupazione terrorista.  E su questo, come si può ascoltare nell’intervista ad Ali Dehre di Channel 4, anche gli shebab mantengono uno stretto riserbo.

Il reportage è in inglese, ma assai comprendibile. E poi anche per chi non conosce la lingua, le immagine parlano da sole

Africa ExPress