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Droghe fonte di corruzione, guerre, dittature e malaffare in West Africa: va depenalizzata

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
18 giugno 2013
Depenalizzare le droghe in Africa occidentale: tema di un meeting che si è tenuto a Dakar (capitale del Senegal) giovedì 12 giugno, organizzato dalla West Africa Commission on Drugs (WACD). Nel rapporto della WACD emerge che il giro d’affari del solo traffico di eroina nell’Africa occidentale è di 12,5 bilioni di dollari, somma che corrisponde al budget annuale di alcuni Stati messi insieme.

convegnoLa WACD sottolinea che è indispensabile depenalizzare chi fa uso di droghe. Deve essere curato, trattato come una persona ammalata, non come un criminale, come avviene ora nella maggior parte dei paesi dell’Africa occidentale.

Olusegun Obasanjo, ex-capo del governo nigeriano, presidente della WACD, dichiara:”Facciamo appello ai governi affinché  varino riforme in materia di droghe e dille politiche che riguardano il problema. Chi fa uso di droga non deve essere attaccato in modo violento o/e offensivo. Le pene prevista per i tossicomani vanno abbassate. Forse il reato va depenalizzato”. L’ex leader sottolinea inoltre: “Chi fa uso di droghe non ha praticamente accesso a cure e ciò facilita il contagio di alcune malattie ed espone drogati e non, un’intera generazione, ad alti rischi. Questo è diventato perciò un problema di salute pubblica. Bisogna tener conto che l’Africa occidentale non è più una zona di transito per la droga come lo fu in passato: una volta la droga arrivava qui dal Sud-America, per poi essere trasferita sul mercato europeo. Oggigiorno questa parte del mondo non solo è diventata anche consumatrice di droghe, ne produce pure”.

La commissione ha preso come esempio la Guinea-Bissau, Paese che conta solamente un milione e mezzo di abitanti, la cui instabilità è legata al traffico di droga, flagellato da conflitti tra esercito e Stato sin dalla sua indipendenza dal Portogallo nel 1974.

poliziaNel rapporto della commissione WACD, “Non solo in transito – Droghe, lo Stato, la Società nell’Africa occidentale”, si legge: “ Raramente i detenuti migliorano, anzi, nella maggior parte dei casi, se non lo erano prima,  diventano dei veri e propri criminali, oppure sono più ammalati di prima”.

Kofi Annan, ex-segretario generale dell’ONU ha commissionato questo rapporto per la stesura del quale ci son voluti ben diciotto mesi, frutto di studi e consultazioni con l’Unione Africana, l’Ufficio ONU per droghe e crimini. La psichiatra senegalese Idrissa Ba, la giudice in pensione Justice Bankole-Thompson della Sierra Leone e Pedro Pires, ex-presidente di  Capo Verde, sono stati tra i più validi collaboratori..

Lo studio espone i cambiamenti politici ed economici che le Regioni dovrebbero affrontare per prevenire il traffico, la produzione e il consumo di droga, per impedire un indebolimento dello Stato e della società e della distruzione di vite umane.

Kofi Annan specifica: “La reazione della maggior parte dei governi è quella di criminalizzare chi fa uso di droga, senza elaborare un piano di prevenzione e all’accesso di cure specifiche e la disintossicazione per i tossicodipendenti. Ciò comporta sovraffollamento delle galere e il diffondersi di malattie”.

Gli autori suggeriscono agli Stati dell’Africa occidentale di trattare il problema droga come un fatto di salute pubblica piuttosto che come un crimine. E sottolineano che affrontando il problema droga, si combatte anche la corruzione nei governi, nei palazzi di giustizia, nelle forze dell’ordine, patologia ormai endemica in molti Paesi dell’Africa occidentale. Non bisogna assolutamente “militarizzare la politica della droga”, cosa che non ha prodotto nulla nei Paesi sud-americani. Anzi, attenzione, gli Stati qui coinvolti non devono diventare il nuovo fronte della guerra contro la droga, una guerra che non ha mai prodotto nulla: non ha ridotto né il consumo e tanto meno ha portato frutti nel ridurre il traffico di stupefacenti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it

twitter: @cotoelgye

Massacro in Kenya: lo spionaggio aveva avvisato dell’imminente attacco shebab

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Dal Nostro Corrispondente
Arturo Rufus
Nairobi, 17 giugno 2014
Lo spionaggio keniota tre giorni prima dell’attacco di domenica sera che ha causato 49 morti (quasi tutti cristiani di etnia kikuyu), aveva lanciato un avviso su un probabile attentato degli shebab, gli integralisti somali legati ad Al Qaeda. Non sembra che all‘avvertimento sia stato dato un gran peso giacché il commando di terroristi entrato a Mpeketoni sparando all’impazzata non ha trovato grande resistenza. E’ vero, c’erano numerosi posti di blocco “straordinari” sulla strada – hanno raccontato alcuni viaggiatori che da Malindi stavano andando a Lamu – ma nulla di più. Secondo la BBC i terroristi hanno ucciso solo uomini e rapito una quindicina di donne. C’è molta confusione: non solo sulla dinamica dell’attentato, ma anche sugli autori del massacro.

stazione polizia brucitaGli shebab, con un documento recapitato anche allo stringer di Africa Express a Mogadiscio, hanno rivendicato l’attacco, giustificandolo con il fatto che “quel territorio era originalmente dei musulmani ed è stato invaso dai cristiani”. Il riferimento è alla decisione presa subito dopo l’indipendenza, nel 1960, dall’allora presidente e padre della patria, Jomo Kenyatta, che donò a gente della sua tribù, i kikuyu le terre attorno a Mpeketoni. I kikuyu migrarono dalle savane dell’entroterra keniota  sulla costa. “Le prospettiva di pace e stabilità per il Kenya – c’è scritto ancora nel documento dei qaedisti shebab – sono un miraggio”.

Ma il presidente Uhuru Kenyatta non sembra aver dato retta alla rivendicazione. Infatti ha accusato senza mezzi termini, il capo dell’opposizione, Raila Odinga, senza citarlo per nome, di aver esacerbato gli animi e incitato alla guerra. Affermazioni gravi fatte in televisione e che potrebbero minare il difficile equilibrio sociale, scatenando anche in Kenya una guerra per bande di tipo etnico. Le dichiarazioni del leader keniota sono comunque state accolte con un certo scetticismo. Pochi sollevano dubbi sul fatto che a portare l’attacco siano stati proprio gli shebab somali.

cadavereC’è però qualcosa di poco chiaro in questo carneficina: sono stati uccisi solo gli uomini, all’inizio caduti sotto i colpi indiscriminati dei terroristi che sparavano all’impazzata, poi sgozzati con i coltelli. Sono state bruciate, case hotel, bar e la stazione di polizia, ma è stata risparmiata la chiesa. Agenti e soldati si sono mossi in ritardo: l’assalto è cominciato prima delle 9 di sera e i militari, nonostante gli avvisi dell’intelligence, sono entrati in azione dopo mezzanotte, quando ormai il massimo dei danni era stato fatto. Inoltre, di solito, i fondamentalisti islamici colpiscono i turisti stranieri, invece in questo caso hanno preso di mira solo i kenioti.

cadaveri2Secondo informazioni raccolte da Africa ExPress, i terroristi dopo l’eccidio hanno lasciato Mpeketoni e si sono raggruppati nella vicina foresta: intenderebbero attaccare ancora, nonostante in zona siano arrivati i rinforzi dell’esercito. Gli shebab, se realmente di shebab si tratta, vogliono punire il Kenya per il suo intervento in Somalia. Hanno per questo minacciato nuovi spettacolari attentati dopo quello  del settembre scorso contro il centro commerciale Westgate di Nairobi che ha causato oltre 60 morti, e lanciato un avviso ai turisti: “State al largo dal Kenya”.

Arturo Rufus
arturo.rufus7@gmail.com

Massacro in Kenya terroristi assaltano un villaggio vicino Malindi: 49 morti

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Dal Nostro Inviato Speciale
Ernesto Clausi
Malindi, 16 giugno 2014
Non si ferma la lunga scia di terrore in Kenya. Nella notte tra sabato e domenica una cinquantina di uomini armati ha fatto irruzione nella cittadina di Mpeketoni, trenta chilometri a sud di Lamu, 130 a nord di Malindi, rinomata località turistica al confine con la Somalia e meta del turismo occidentale più esclusivo. Per oltre cinque ore il nutrito commando, ben armato, ha messo a ferro e fuoco il villaggio intero, uccidendo quarantanove persone. Gli assalitori, dopo essersi impossessati di due matatu (mini bus usati per il trasporto locale in Kenya), alle otto e trenta circa (ora locale) sono entrati nel villaggio cominciando a sparare dai veicoli in corsa chiunque fosse sotto tiro. In quel momento molte persone si trovavano nei bar e nei ristoranti della piccola città per assistere alle partite del mondiale di calcio.

auto carbonizzataUn gruppi di terroristi
ha gettato delle granate verso la stazione di polizia, prima di entrarvi per rubare delle armi. Altri hanno proseguito il raid bruciando case private e edifici governativi, bar e hotels, distruggendo e facendo irruzione anche in tre banche: la Kenya Commercial Bank, Equity Bank e la Cooperative Bank. Non è chiaro se abbiano anche rubato del denaro.

Il Deputy Commissioner di Lamu, Benson Maisori, ha dichiarato che gli uomini sventolavano delle bandiere Shebab, urlando in somalo e gridando ripetutamente “Allahu Akbar” (Allah è grande). Testimoni hanno riferito di aver udito i terroristi parlare in somalo. Successivamente gli assalitori  hanno continuato il raid casa per casa, risparmiando (pare) donne e bambini. Altri riferiscono che, come era già successo a Westgate, gli assalitori avrebbero bussato porta a porta e sparato in testa a chiunque non fosse stato in grado di recitare i versi del Corano.

Auto carbonizzateLe forze di polizia avrebbero ingaggiato una dura lotta con i miliziani, che hanno poi trovato riparo nella foresta vicina. Di fatto però il raid è andato avanti quasi per tutta la notte, e solo all’alba le forze di sicurezza hanno ripreso il controllo della situazione.

Il portavoce del Kenya Army Emmanuel Chirchir ha dichiarato che aerei militari si sono alzati in volo immediatamente dopo l’inizio dell’attacco, tuttavia pare che si siano visti sopra i cieli di Mpekotoni soltanto dopo qualche ora. La Croce Rossa ha confermato il numero delle vittime. Peraltro, dopo essere stati allontanati dal villaggio, i miliziani hanno continuato a uccidere nei villaggi vicini, e altri corpi sono stati ritrovati lungo le strade.

A Kibaoni, cinque chilometri fuori città, sono stati ritrovati i cadaveri di sei persone (incluso un bambino). Ciò a conferma del fatto che, seppur si volesse in linea di principio e secondo qualnto raccontato uccidere soltanto uomini adulti, si è sparato indiscriminatamente.

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Mpeketoni è una piccola cittadina lungo la principale strada costiera, frequentata da turisti locali. Si trova a circa 30 chilometri a sud di Lamu, affascinante destinazione turistica (soprattutto per britannici, americani e nord europei) che conserva ancora intatta la sua architettura swahili, considerata patrimonio mondiale dell’Unesco.

matatu carbonizzatoAl-Shabaab, il movimento legato all’orbita qaedista ha oggi rivendicato l’attacco, come risposta “alla brutale oppressione del Governo kenyota nei confronti della comunità islamica”. Il comunicato condanna l’occupazione militare dell’esercito kenyota e “il massacro di innocenti in Somalia”, e prosegue con toni duri: “il Kenya è oggi ufficialmente una war zone e per questo ogni turista presente nel Paese è a rischio. Gli stranieri che hanno a cuore la propria incolumità dovrebbero stare lontani da qui. Siete stati avvertiti!”

Le truppe del Kenya Defence Force sono entrate in Somalia nell’ottobre del 2011 (operazione Linda Nchi, ovvero proteggere la nazione”, con l’obiettivo di sradicare il movimento integralista dal sud della Somalia (quella che è conosciuta come Jubaland). In seguito l’intervento è stato integrato nella missione Amisom, condotta sotto l’egida dell’Unione Africana e composta da circa 22mila uomini.

Da allora il movimento integralista somalo ha intrapreso una campagna di terrore in Kenya, con attacchi a chiese, bus e luoghi affollati come mercati e stazioni di autobus e matatu, nelle aree di confine a Mandera e Garissa, ma anche a Nairobi e Mombasa. Su tutti si ricorda l’attacco al Westgate dello scorso settembre, che costò la vita a 67 persone.

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Il capo della polizia David Kimaiyo ha fatto appello alla calma, tuttavia le forze di sicurezza keniote vivono una fase delicata e di debolezza. Le attività di controterrorismo si sono rivelate finora fallimentari, anche perché la repressione dura delle forze di polizia, tradottasi in arresti arbitrari, detenzioni di massa ed omicidi extragiudiziali di leader religiosi che godevano di forte consenso popolare all’interno della comunità islamica (sotto accusa è l’Anti Terrorism Police Unit), ha contribuito  ad accrescere il malcontento verso l’autorità centrale e a radicalizzare ulteriormente le fasce povere e senza lavor della popolazione (soprattutto giovani), spingendole cosi tra le braccia del fondamentalismo islamico.

casa bruciataInoltre l’elevatissimo tasso di corruzione negli ambienti istituzionali e la cronica porosità dei confini non consente un’azione incisiva.

Le rappresentanze diplomatiche occidentali (compresa quella italiana) hanno invitato i propri cittadini ad evitare di assistere agli incontri della Coppa del mondo di calcio nei locali pubblici, temendo quello che ieri è successo. Nel 2010, durante la finale tra Spagna e Olanda, delle bombe furono piazzate in due locali di Kampala, in Uganda, causando settantaquattro morti.

Stati Uniti e Gran Bretagna hanno rilasciato numerosi warnings nelle ultime settimane, invitando i propri cittadini ad evitare la fascia costiera del Kenya. La scorsa settimana il consolato britannico a Mombasa è stato chiuso, e a metà maggio cinquecento turisti provenienti dal Regno Unito sono stati evacuati. I due maggiori tour operators britannici hanno sospeso i voli da Londra per la città costiera keniota fino al 30 ottobre.

Ma in Kenya si fa strada, soprattutto tra la popolazione, un’altra chiave di lettura. Al processo di destabilizzazione del Paese contribuiscono attori interni che cercano di trarre profitto dal caos procurato dall’infiltrazione e dall’azione di elementi shabaab/qaedisti nel territorio nazionale. La serie di bombe a mano lanciate a Eastleigh, la “little Mogadishu” di Nairobi, e  Pangani con frequenza settimanale hanno una matrice diversa dalla minaccia terroristica somala  convenzionalmente intesa.

burnt-carE c’è chi avanza dei dubbi anche su Mpeketoni, un feudo kikuyu (tribù di appartenenza del Presidente Kenyatta) sulla costa e a prevalenza cristiana. Mentre gli interessi economici interni all’amministrazione Kenyatta e il delinearsi di due modus operandi differenti da parte della Corte Penale Internazionale nei confronti di Kenyatta e del suo vice Ruto sta provocando lo sfaldamento dell’alleanza costruita dai due proprio in virtù delle comuni imputazioni, il prepotente ritorno del leader dell’opposizione Raila Odinga dopo un tour di tre mesi negli Stati Uniti lascia spazio ad altre teorie ed interpretazioni. La difficoltà nel fronteggiare la minaccia terroristica sta facendo il gioco dell’opposizione, e lo stesso Raila ha dichiarato di avere la chiave e “i segreti” per risolvere il problema sicurezza nel Paese.

Oggi pomeriggio decine di giovani (presumibilmente pagati) hanno alzato delle barricate lungo Ngong Road, a Nairobi, cantando slogan anti Raila, prima di essere dispersi dalla polizia. Ciò è avvenuto immediatamente dopo le dichiarazioni del Ministro dell’Interno Joseph Ole Lenku, che ha parlato di “banditi” nell’attacco a Mpeketoni, e le cui parole sembravano un riferimento implicito alle responsabilità di Raila e del suo movimento CORD per i fatti di ieri. Una teoria che sta prendendo sempre più piede tra la popolazione kikuyu, contribuendo ad alzare cosi il livello di tensione interetnica.

Il viaggio di Raila negli USA conferma peraltro la volontà della comunità occidentale di supportare il percorso politico dello stesso, come alternativa all’attuale classe dirigente. L’impressione è che il capo dell’opposizione sia tornato con le “spalle coperte”, economicamente e ideologicamente. La comunità internazionale non ha mai fatto mistero di preferire la vittoria di Odinga a quella di un candidato sotto processo per crimini contro l’umanità.

L’elezione di Kenyatta ha provocato imbarazzo nella comunità internazionale, che cerca in linea di principio di mantenere una linea diplomatica rigida e di isolamento nei confronti di chi è sotto processo alla Corte Penale Internazionale. Le recenti misure prese dal Foreign Office britannico (evacuazione dei turisti, chiusura del consolato di Mombasa) sottolineano il pericolo della minaccia terroristica, ma anche la lontananza politica della comunità occidentale dalla visione politica dell’amministrazione Kenyatta.

Ernesto Clausi
e.clausi@hotmail.com

Terrore in Kenya: gli shebab attaccano un villaggio a nord di Malindi, 48 morti

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 16 giugno 2014
Almeno 48 persone sono state massacrate da un commando, probabilmente di shebab somali, che ieri sera ha attaccato simultaneamente la stazione di polizia, la banca e alcuni bar e hotel a Mpeketoni, sulla costa kenyota, 130 chilometri a nord di Malindi e 40 a sud di Lamu.

Africa Express breaking news 2La carneficina è avvenuta mentre la televisione trasmetteva dal Brasile la partita dei mondiali di calcio Francia Honduras e tutti, anche qui in Kenya, erano incollati ai televisori. I terroristi, almeno una cinquantina, hanno messo a ferro e fuori la cittadina e preso in ostaggio per quattro ore parecchia gente.

Non sembra che ci siano stranieri tra le vittime, anche se ancora non sono stati forniti i nomi dei morti e dei feriti.

Alcuni testimoni hanno raccontato alle televisioni keniote che un gruppo di assalitori ha attaccato la stazione di polizio. Subito dopo i loro complici hanno cominciato a sparare contro i civili a casaccio. Sono entrati nei bar e nei locali dove la gente stata guardando la partita di calcio in televisione.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

In arrivo aggiornamenti

Bomba a Zanzibar, panico in Kenya: Londra chiude il consolato a Mombasa

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
15 giugno 2014
Una bomba è sta fatta esplodere la sera di venerdì scorso intorno alle 20.15 a Zanzibar, l’isola dellla Tanzania con una status di semi autonomia. La bomba è scoppiata a Stone Town (Città di Pietra), conosciuta in swahili come Mji Mkongwe (Città Vecchia), identificata dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità,  nel quartiere commerciale Daranjani.

BOMBAUno dei capi della polizia, Mkdam Khamis, ha spiegato all’Agence France Presse: “Cerchiamo di identificare l’esplosivo utilizzato e i criminali che l’hanno fatta esplodere, uccidendo una persona e ferendone alcuni altri. Abbiamo chiesto alla popolazione di collaborare, fornendoci qualsiasi tipo di informazione relativa all’attentato. Niente panico, troveremo i colpevoli”.

Questa volta la bomba è esplosa nelle vicinanze di una moschea; tra i feriti ci sono parecchi fedeli che avevano appena terminato la preghiera del venerdì sera.

In questi giorni si svolge proprio a Zanzibar un raduno di musulmani provenienti dall’Africa occidentale. Già in passato ci sono stati episodi del genere; ma allora le vittime designate non erano musulmani, bensì cristiani e turisti occidentali. In febbraio era stata fatta esplodere una bomba vicino alla cattedrale anglicana, un’altra, quasi contemporaneamente, a pochi passi da un  ristorante, frequentato da turisti;  non ci sono state né vittime né feriti in entrambi i casi.

Sulle coste della Tanzania vivono molti musulmani che si sentono emarginati dal governo. Jakaya Kikwete, presidente del Paese, ha lanciato un avvertimento: “Tensioni religiose potrebbero compromettere la pace interna”.

mappaLe principali mete turistiche sulle coste dell’Africa orientale non sono più sicure. Una di quelle è appunto Zanzibar. Ricordiamo anche Malindi, il paradiso degli italiani, dove l’anno scorso fu attaccato un casinò gestito da un italiano-americano, Bob Cellini, da cinquanta uomini armati, militanti del Mombasa Republican Council.  Nove persone persero la vita: sette assalitori e due poliziotti. Alcuni feriti, tra cui un italiano.

Per non parlare di Mombasa, dove gli attacchi terroristici negli ultimi mesi sono stati molteplici. Da tempo il governo britannico sconsiglia ai propri cittadini di non recarsi in Kenya. Venerdì, 13 giugno, in una nota il “Foreign Office”  ha comunicato che è stato chiuso il consolato del Regno Unito a Mombasa per questioni di sicurezza.

Immediatamente la Thompson, il maggiore tour-operator britannico che lavora con il Kenya, ha fatto sapere  nel suo sito internet, di aver cancellato tutti voli per Mombasa  fino al 31 ottobre 2014. Un duro colpo per l’economia del Kenya, visto che le maggiore entrate provengono dal turismo. Insomma dopo il Westgate molte cose sono cambiate anche qui.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

 

Magafe, l’uomo che in Somaliland vende sogni (e torture) a chi vuole emigrare

Hassan Ahmed scrive ad Africa ExPress

Recentemente sono stato ad Hargeisa, Somaliland. Ho avuto occasione di parlare con molti giovani a proposito dell’avventura di andare in Europa. Qui la chiamano col termine arabo: TAHRIB che vuol dire avventurarsi in un lungo viaggio.MIGRANTI

I giovani sanno perfettamente quello cui vanno incontro, ma purtroppo la tentazione è forte. In Somaliland c’è un’organizzazione che specula sul sogno di questi ragazzi. Il capo è conosciuto solo con un soprannome: MAGAFE che significa “Quello che non sbaglia mai”.

I suoi uomini girano per il paese per convincere i giovani a partire. Loro non pagano fino a che giungono in Sudan o in Libia. Da li si mettono in contatto con i genitori dei ragazzi e cominciano a spillare soldi, poi li vendono ad altre bande.

La mia vicina di casa ha un nipote che un bel giorno non è ritornato a casa. Di lui non si è saputo nulla per un po’, finché dopo un po’  ha chiamato i genitori da una zona desertica dicendo che dovevano pagare alcune migliaia di dollari altrimenti lo avrebbero torturato e lasciato morire di fame.

La famiglia ha dovuto vendere ciò che aveva per liberare il ragazzo. Poi c’è stata un’altra chiamata, ma questa volta i genitori non avevano più soldi.

Del ragazzo non si è saputo più nulla. La notizia è sulla bocca di tutti, ma i giovani che ogni giorno si buttano in un TAHRIB, pensano che a loro andrà meglio.

Hargeisa ora è piena di ville costruite dagli emigranti. Durante le vacanze scolastiche la città si riempie di QURBOJOOG, cioè di giovani che sono nati o vivono in America o in Europa. Hanno bei vestiti, machine e sono corteggiati da tutte le ragazze che sperano in un matrimonio. Tutti I ragazzi sognano di diventare come loro….un giorno.

Hassan Ahmed

 

Ugandese accusato di pesante corruzione eletto presidente dell’assemblea dell’ONU

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
13 maggio 2014
Sam Kutesa, ministro agli Esteri dell’Uganda, e prima ministro agli Investimenti, parlamentare, avvocato, uomo d’affari di successo, tra il 1994-1995 era delegato presso l’assemblea costituente, dunque uno dei padri fondatori della Costituzione ugandese, amico e consuocero del presidente Yoweri Museveni, è stato eletto ieri, durante la sessantanovesima sessione delle Nazione Unite a New York, nuovo presidente dell’assemblea. Kutesa è accusato di essere stato corrotto da una società petrolifera cui avrebbe assegnato delle concessioni. L’ONU così dà un bruttissimo esempio. L’organizzazione ufficialmente si batte contro la corruzione e poi accetta tra i suoi dirigenti una persona accusata di corruzione.

poster con KutesaL’incarico di Kutesa avrà la durata di un anno. La sua candidatura è stata accettata senza alcuna opposizione e, una volta eletto, è stato applaudito dall’assemblea intera. Il segretario generale dell’Nazioni Unite gli ha rivolto parole cortesi, augurandogli successo per questo incarico di grande responsabilità.

La presidenza dell’assemblea generale delle Nazioni Unite viene assegnata a rotazione ai vari continenti; quest’anno spetta all’Africa e l’Unione Africana ha deciso di candidare Kutesa già nel maggio 2013,  dopo che il Camerun aveva ritirato il proprio candidato, Pierre Moukoko, ministro agli Esteri,

Il sessantacinquenne ugandese Kutesa vanta un curriculum di tutto rispetto ma anche pesanti accuse di corruzione e distrazione di denaro. Come ministro agli Investimenti, poltrona che ha occupato dal 2001 al 2005, è stato coinvolto in uno scandalo di tangenti pagate dalla Tullow Oil, compagnia petrolifera anglo-irlandese. Dal 2005 era ministro agli Esteri, ministero che ha guidato fino a ieri.

E proprio a proposito delle accuse di corruzione, il quotidiano britannico Independent aveva condotto un’approfondita inchiesta, cominciata nell’agosto 2010 quando il giornale aveva ricevuto alcuni documenti relativi a trasferimenti bancari a favore di due ministri ugandesi: Sam Kulesa, allora titolare degli Esteri, e Hillary Onek, responsabile dello Sviluppo energetico e minerario. Sul conto del primo sarebbero stati accreditati diciassette milioni di Euro provenienti dalla Tullow Oil, mentre solo sei milioni su quello della seconda.

Sam KutasaL’Indipendent riportava che i documenti sembravano autentici, ma, specificava giustamente che, vista la cifra enorme in gioco e considerando investimenti e giro d’affari delle compagnie petrolifere, bisognava andare cauti prima di muovere delle accuse. http://www.independent.co.ug/cover-story/4750-oil-bribery-scandal

In questi casi i bravi e accorti giornalisti devono stare sempre molto attenti: c’è sempre in agguato qualcuno che ama fare disinformazione. Inoltre, specificava l’Independent: “Riconosciamo che la corruzione in Uganda non si vince solo emanando leggi, ci vuole soprattutto la volontà politica. Il governo deve dimostrare che non tollera il malaffare”.

“Abbiamo chiesto un appuntamento con il presidente Museveni, informandolo precedentemente che non avevamo la certezza assoluta che i documenti in nostro possesso fossero autentici – hanno raccontato i cronisti dell’Independent – . In nostra presenza Museveni ha preso visione della documentazione e ha ordinato al capo generale della polizia, Kael Kayura, di collaborare con noi. Avrebbe voluto arrestare i due ministri e il direttore responsabile della Tullow in Uganda, Brian Grover. Il pubblico ministero, Richard Butera, non avendo null’altro in mano che i documenti del trasferimento del denaro, non ha potuto incriminarli, visto che le parti hanno negato di avere conti all’estero. Le prove contro di loro erano insufficienti e sarebbe stato visto come un arresto politico, non come un fatto di giustizia”.

Tullow oil 3L’Indipendent ha continuato le sue ricerche: “Abbiamo cercato se le società menzionate nei trasferimenti bancari esistessero davvero. Esistono, tranne una,registrata in Kenya.Ci siamo rivolti alla polizia inglese e a quella maltese per ulteriori ricerche nei sistemi bancari per accertarci dell’autenticità dei documenti in nostro possesso. I risultati sono stati insoddisfacenti. Chiedemmo allora a una ditta specializzata nel settore. Visto il ruolo politico delle persone coinvolte, avevamo timore di non poter ottenere risultati concreti. Ma anche questa società, una delle migliori del settore, non trovò traccia dei documenti nei sistemi bancari del Regno Unito”.

Poi, il 10 ottobre dello stesso anno, la questione è piombata nel Parlamento ugandese come un fulmine a ciel sereno, durante una sessione straordinaria. Una petizione, firmata da centosessanta parlamentari chiedeva una sessione d’emergenza. Furono mosse accuse non solo ai due ministri in questione, tra i più potenti del governo sia per forza politica sia per parentela tramite matrimoni con il presidente, ma anche a Musenevi stesso, accusato di aver creato una forza di sicurezza speciale per controllare i campi petroliferi. A capo di questa forza c’è figlio di Museveni, Muhoozi Kainerugaba, mentre Il fratello minore del presidente, Caleb Akandwanaho aka più conosciuto come Salim Saleh, famoso per essere stato accusato di traffico d’armi, presta lo stesso tipo di servizio tramite la sua società privata, la Saracen.

anti corruption boxEsiste anche un rapporto speciale, fatto da esperti d’azienda, intitolato “Oil Extraction and the Potential for Domestic Instability in Uganda”. Tale documento avverte che l’estrazione di petrolio potrebbe aumentare la corruzione e l’instabilità civile nel Paese africano. Una minore trasparenza potrebbe incentivare il governo Musenevi ad una maggiore autocrazia nei confronti degli oppositori pubblici e governativi.

Il 10 ottobre ed i giorni seguenti nel parlamento ugandese è accaduta una cosa inverosimile: oppositori e  parlamentari filogovernativi, rappresentati rispettivamente da Theodore Ssekibubo (Lwemiyaga) e Abdu Katuntu (Bugweri), con un documento comune bi-partisan, hanno chiesto di aver accesso a tutti contratti relativi all’estrazione di petrolio e relative concessioni. Ma non solo: hanno domandato il blocco momentaneo sui contratti, fino all’approvazione di nuove leggi che stabilissero regole chiare e precise sull’estrazione del petrolio.

poster AmnestyTra l’altro l’Uganda è stata al centro di critiche provenienti dal mondo intero per le sue leggi draconiane contro gli omosessuali varate recentemente. Persecuzioni che vanno contro i più elementari diritti dell’uomo. Lo stesso Ban-ki Moon aveva espresso le sue perplessità e nel febbraio 2014 aveva invitato il governo ugandese a rivedere la sua posizione rispetto agli omosessuali. Beh, Sam Kutesa ha voluto e sostenuto quelle leggi.

E ieri anche il segretario generale dell’ONU ha fatto gli auguri a Kutesa, i delegati di tutto il mondo hanno applaudito. Forse si sono dimenticati di rileggere i principi fondamentali dell’organizzazione, per esempio, l’articolo 5 dove c’è scritto che tra i suoi compiti c’è quello di “promuovere il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali a vantaggio di tutti gli individui”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

Migranti in fuga dall’Africa: tragedie e disperazione

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
9 maggio 2014
Persecuzioni, guerre, miseria nera: ecco cosa spinge migliaia di persone a lasciare la propria patria, le radici e gli affetti più cari per cercare un nuovo inizio altrove. C’è chi sceglie di recarsi negli Emirati Arabi, attraversando lo Yemen, chi in Europa, imbarcandosi in Libia per le nostre coste, l’unica porta d’ingresso per il mondo occidentale. La maggior parte di loro proviene dal Corno d’Africa o dal Medio Oriente. La guerra in Siria ha fatto la sua parte. Il più delle volte, se vuoi sopravvivere, non hai altra scelta. Diventi un rifugiato.

Ecco come si presenta la situazione per un rifugiato/migrante nello Yemen:

barcone 2Dieci giorni fa un barcone con sessantadue persone a bordo, due scafisti yemeniti e sessanta migranti provenienti dalla Somalia e dall’Etiopia è affondato in acque territoriali dello Yemen. Tutti affogati, nessuno li ha soccorsi. I loro corpi sono stati ritrovati in mare e gli abitanti della costa yemenita nell’area dello stretto di Bab el Mandeb li hanno pietosamente sotterrati. Senza nome.

In una conferenza stampa un portavoce dell’ONU ha spiegato che, dall’inizio dell’anno, centoventuno persone hanno trovato la morte in quel tratto di mare, cercando di raggiungere dall’Africa lo Yemen.

Jemale, un ragazzo di vent’anni, proveniente dall’Etiopia, ha raggiunto la costa asiatica insieme ad altri amici. Erano felici, non hanno avuto problemi durante la traversata. Sapevano che dovevano stare attenti ora, avevano sentito parlare dei trafficanti di uomini in Yemen ed è per questo che, una volta sbarcati durante la notte, si sono nascosti.

Il giorno dopo hanno avvertito i primi sintomi della fame e della sete e, in ricerca di cibo, si sono imbattuti in un vecchietto con un cammello. Era gentile. Aveva promesso di aiutarli. Invece li ha venduti ai trafficanti di uomini.

affresco muralesJemale prosegue la sua testimonianza a Medici Senza Frontiere (MSF): “Ci ha portato in una casa dove c’erano già otto persone con un’espressione terrorizzata. I trafficanti ci hanno chiesto di metterci in contatto con parenti e/o amici in grado di inviarci dei soldi. Molti soldi. Ho cercato di spiegare che ero povero. Allora ho visto che hanno messo un pezzo di metallo dentro il fuoco. Una volta rovente, mi hanno bruciato la gamba”.

Il ragazzo è riuscito a scappare da quell’inferno insieme a un amico. Mentre fuggivano, il compagno è stato colpito da una pallottola alla gamba. Non ha più saputo nulla di lui. Per giorni e giorni Jemale si è nascosto nelle montagne, senza cibo né acqua. Stava quasi per arrendersi, poi, dopo dodici lunghi, infiniti giorni è arrivato a Sana’a, la capitale dello Yemen.

Jemale ha lasciato in Etiopia nove fratelli e i genitori. Una volta terminata la scuola, era senza impiego. In casa i soldi erano pochi. Allora tutti i componenti della famiglia insieme a lui hanno deciso che sarebbe stato meglio se fosse partito. Ai trafficanti aveva raccontato che era orfano di madre e che non poteva chiedere soldi a nessuno per la sua liberazione.

Ora si trova in un centro di detenzione per migranti nella capitale yemenita. E’ sovraffollato. Non potrebbe contenere più di duecentocinquanta persone, invece ce ne sono oltre settecentocinquanta. Sono tutti rinchiusi in grandi celle per la maggior parte della giornata. Le loro condizioni di vita sono pessime. “La Croce Rossa yemenita e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) danno loro assistenza medica – riferisce Esperanza Leal di Medici senza frontiere (MSF) -.  I migranti, se riescono a fuggire dai campi di tortura, giungono nel centro di detenzione traumatizzati psicologicamente e fisicamente. Rimangono qui, finchè non sono pronti i documenti per il rimpatrio”.

gente in attesaL’organizzazione che denuncia le violazioni dei diritti umani Human Rights Watch (HRW) ha stilato un documento di oltre ottanta pagine a proposito dei campi di tortura a Haradh , dove sembra che ce ne siano una dozzina.

Le persone, una volta sbarcate, vengono fermate ai checkpoint e vendute dalle stesse forze dell’ordine ai trafficanti.  Questi li caricano su dei camion, con la promessa di accompagnarli al confine con l’Arabia Saudita o altri paesi del Golfo. In vece li portano nei campi di tortura per estorcere soldi ai parenti.

“Nelle prossime settimane – racconta Eric Goldstein, vice-direttore di HRW per il Medio-oriente ed il nord-Africa – il Parlamento yemenita dovrebbe approvare una nuova legge contro il traffico di esseri umani, per poter  perseguire penalmente i trafficanti secondo standard internazionali.

donna mezzo voltoNello Yemen arrivano anche molti cittadini eritrei. Scappano da un regime autoritario, che toglie persino l’aria . Non c’è libertà di religione, servizio militare obbligatorio: si sa quando inizia, ma non quando termina, con un salario da fame, che non permette di mantenere la famiglia. I disertori vengono puniti con cinque anni di prigione. Non sempre se ne esce vivi, se si esce.

Oltre duecento eritrei, tra loro anche donne e bambini, vivono per strada, nella via Taiz a Sanaa. Per un certo periodo sono stati nella prigione di Hodeida, poi, una volta ottenuti lo status di rifugiato dall’UNHCR, la stessa Agenzia li ha trasferiti in un albergo, facendosi carico delle spese. Dalla fine di aprile sono in possesso del documento per rifugiati rilasciato dalle autorità yemenite e nessuno si prende più cura di loro; sono senza lavoro, senza denaro. Qualcosa nel lungo iter burocratico non ha funzionato. Ormai è risaputo che quando si diventa un rifugiato, si dipende dalla benevolenza delle Istituzioni .

La situazione in Libia

Molti altri rifugiati/migranti scelgono un’altra via di fuga. Danno in mano la loro vita a “contrabbandieri /guide”, che li aiutano ad attraversare svariati Paesi africani (Sudan – Egitto – Libia). Spesso vengono arrestati ugualmente per immigrazione clandestina o abbandonati nel deserto del Sahara da “guide” disoneste. Spesso muoiono di stenti all’insaputa del mondo, altre volte marciscono per anni in squallide celle sudanesi o egiziane nell’attesa del rimpatrio forzato.

Campo profughiMolti altri riescono dopo mesi, a volte anni, raggiungere la Libia, ma non tutti hanno la fortuna di potersi imbarcare. La Libia è un paese pericoloso, a maggior ragione per chi proviene dall’area sub-sahariana ed è cristiano.

Pochi giorni fa in una conferenza stampa il portavoce dell’ONU, Rupert Colville ha dichiarato alla Reuters: “Quattordicimila tra libici e rifugiati provenienti dal Medio-Oriente e dalle aree sub-sahariane sono rinchiusi in galere sovraffollate in Libia, settemila sono migranti. Spesso vengono torturati, attendono invano i processi, non hanno alcuna assistenza medica. Alcuni si trovano lì dal 2011. Durante il mese di ottobre 2013 sono morte ventisette persone. Abbiamo ragione di credere che siano decedute a causa delle torture subite dalle milizie”.

Ma c’è di peggio, se si riesce a immaginare che esista di peggio. I trafficanti di uomini sono in agguato ovunque. La “merce umana” rende bene e gli affamati di soldi facili ci sono anche in Libia. I reporter della BBC in un recente articolo hanno magistralmente descritto un “lager”, dove sono detenuti oltre quattrocento uomini, alcuni da più di tre mesi.

bare bimbiSono ammalati, lo sguardo assente, sono di nazionalità diverse, alcuni provengono persino dal Bangladesh e dal Pakistan. Sono coperti da cimici e altri parassiti, lo spazio è talmente ristretto che a malapena riescono stare seduti, figuriamoci sdraiarsi e dormire. Tra i prigionieri ci sono anche ragazzini di quindici, sedici anni. In un angolo, un uomo proveniente dal Gambia, ancora più sofferente degli altri. Ha ferite da arma da fuoco. Non vuole rivelare chi gli ha sparato.

Un signore di origine eritrea conferma che ha pagato milleseicento dollari per essere accompagnato da Khartoum fino in Libia; malgrado ciò è caduto nelle mani dei trafficanti, quando pensava di essere vicino alla salvezza.

Spesso si muore durante la traversata, anche se è breve: trecentoventi chilometri dalla costa libica alle coste italiane.  Un dipendente della camera mortuaria di Misrata, Haj Ramadan, afferma: “Le celle frigorifere sono così piene di migranti, che faccio fatica a chiuderle. Una volta ne morivano al massimo tre all’anno. Ora sono otto alla settimana”.

Ieri un giovane migrante ha baciato la terra, la nostra terra, appena sceso dalla nave della Guardia Costiera che lo ha portato a Pozzallo.  Sa bene che anche qui in Europa la vita non sarà rosa e fiori, ma lui è vivo. Ed è quello che conta.

Questo giovane forte baobab
strappato dalla sua terra,
trasportato e dopo
un lungo viaggio,
piantato
su un pezzo di prato
relegato ai margini della
strada
nella grande città del nord
ebbene, credimi
se sarà abbastanza forte
da non morire
avrà energia per un solo sentimento:
la nostalgia.
(Hamid Barole Abdu, poeta eritreo)

Cornelia I. Toelgyes
cornelicit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes
(2 – fine)

La prima puntata la trovate qui

Somalia, gli shebab perdono un comandante. Ma la situazione politica si fa più confusa

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 10 giugno 2014
Un importante capo shebab sheikh Mohamed Said, detto Atam, considerato uno dei vice del leader degli integralisti islamici Ahmed Abdi Godane, si è arreso sabato scorso ai governativi. Atam è famoso perché comandante di una milizia che opera sulle montagne Galgala a ridosso di Bosaso, la capitale commerciale del Puntland. Il suo gruppo (conosciuto come Galgala militia, appunto) aveva annunciato di fondersi con gli shebab solo nel marzo del 2012.

shebab a cavalloLa catena Galgala è anche conosciuta come il Tora Bora somalo, il labirinto collinare in Afghanistan, fatto di caverne cunicoli e canyon quasi al confine con il Pakistan, dove Osama Bin Laden si era rifugiato per sfuggire alla cattura subito dopo l’attacco alle due torri l’’11 settembre 2001.

Tra l’altro, lo stesso Bin Laden negli anni ’90 aveva spedito un suo emissario in Somalia alla ricerca, sulle montagne Galgala, di un santuario dove potersi rifugiare. E stava proprio per venire in Somalia lo sceicco del terrore dopo l’attentato di Manhattan, ma all’ultimo momento – come hanno rivelato alcuni documenti rinvenuti della casa pakistana di Abbottabad dove è stato ucciso il 2 maggio 2011 – rinunciò. I capi della sua intelligence gli consigliarono di non fidarsi dei somali che avrebbero spifferato il segreto della sua nuova residenza per un pugno di dollari.

GalgalPiù volte le autorità del Puntland hanno cercato di annientare i miliziani fedeli ad Atam ma senza riuscirci in pieno. In particolare c’era stata un’offensiva furibonda, dall’agosto all’ottobre 2010, durante la quale almeno 150 miliziani si erano arresi a passati, come si dice, armi e bagagli, con le forze del Puntland, inquadrati nell’intelligence.

Atam si rifugiò in Somaliland, anche se le autorità di questo Paese, hanno sempre negato la faccenda. Poi è rientrato sulle montagne Galgala. Nel suo curriculum vanta non solo decine di omicidi, atti di terrorismo, e collusioni con la pirateria, ma anche traffico di armi tra il Puntland e i combattenti shebab nel sud della Somalia.

Dal 2010, cioè ancora prima dell’alleanza con i sanguinari integralisti, i miliziani comandati da Atam hanno messo a segno omicidi mirati di personalità del Puntland, tra cui il governatore del distretto di Galgala, Ali Mohammed Gurhan, ammazzato in un agguato nel febbraio 2011.

Maxamed-Sacid-Atam1Con questa carriera, piena di atrocità, come mai abbia cambiato campo non è chiaro. La lettera con la quale annuncia di lasciare gli Harakat al-Shebab Mujahedin e che pubblichiamo qua in fondo) rovescia insulti su Godane che non avrebbe capito nulla dell’islam (“religione compassionevole”) e che agirebbe per conto di non meglio identificate forze straniere.

In realtà la defezione di Atam non vuol dire con certezza che le montagne Galgala siano pacificate. Fonti somale a Nairobi hanno assicurato che un pugno di uomini ha seguito il vecchio leader, che, invece, si sarebbe dovuto arrendere al governo perché defenestrato da capo in testa. Questa dunque la vera ragione. Il suo posto è stato preso da Abdukadir Mumin, un santone  tornato tempo fa in Somalia dalla Gran Bretagna dove era emigrato, ma soprattuutto il comando militare della milizia Galgala sarebbe stato preso da  Yasin Kilwe, un giovane warsangeli, con gran voglia di farsi largo tra i professionisti del terrore. Insomma Atom non sarebbe più “il gran capo shebab”, come l’ha presentato il governo federale annunciando la sua defezione, ma un pesce piccolo dal grande nome.

mappaEsistono quindi seri dubbi sulla  conversione “spirituale” di Atam verso un comportamento più improntato alla pietà e alla misericordia.  Certamente è possibile, ma noi che apprezziamo assai la famosa frase di Giulio Andreotti, “a pensar male di fa peccato, ma ci si azzecca”, azzardiamo anche un’altra motivazione.

Atam è darod warsangeli, il Puntland è a maggioranza darod migiurtini. Non a caso quando Atam si è rifugiato in Somaliland ha trovato ospitalità proprio dai warsangeli (anche se, ripeto, la notizia è stata ufficialmente smentita dalle autorità di Hargeisa). Le prospezioni minerarie, satellitari e in loco, effettuate sulle montagne del Galgala, parlano di ricchi giacimenti di materie prime, petrolio compreso. Come sfruttarli con la guerra, le banda armate e gli shebab? Passando dalla parte del governo e garantendo pace e stabilità. Forse “garantendo” è una parola un po’ grossa (proprio per la presenza di Abdukadir Mumin), diciamo meglio “provando a garantire”.

Galgala 2Le compagnie petrolifere sono già in pole position e ora cominciano le grandi manovre per accaparrarsi le concessioni di sfruttamento dei giacimenti. Se si riuscirà ad avere informazioni sull’andamento degli affari, si potrà capire se la tesi avanzata pocanzi è plausibile o meno.

Nel frattempo ci si deve accontentare di tessere disordinate di un mosaico non semplice da comporre. Il ministro dell’Informazione della Somalia, Mustaf Dhuhulow, parlando ai cronisti durante una conferenza stampa a Mogadiscio, ha mostrato una gran dose di soddisfazione per la resa di Atam, e a nome del presidente del governo federale, Hassan Sheik Mohamud, e del primo ministro, Abdiweli Sheik Ahmed, ha espresso “la speranza che altri fondamentalisti si ravvedano”.

Abdiweli Mohamed Ali GaasAnche le autorità del Puntland e il suo presidente Abdiweli Mohamed Ali (nella foto qui accanto) si sono congratulate, ma con una punta di irritazione. Infatti dopo i saluti e le congratulazioni di rito hanno in qualche modo ricordato che il signore in questione non è proprio un santarellino e che prima o poi qualcuno gli chiederà conto delle sue malefatte.

Perché Atam si è arreso al governo federale e non a quello del Puntland è abbastanza chiaro: vuole avere un ruolo nella regione autonoma (la sua) dominata dai migiurtini; lui è warangeli e solo con l’aiuto dei federali può avere un peso. Le cabile nell’ex colonia italiana giocano un ruolo decisivo che neanche il fondamentalismo è riuscito a scardinare: la lealtà verso il proprio clan, in Somalia è molto più forte di quella verso l’islam.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

 

Questa la lettera con cui lo sceicco Mohamed Said Mohamed Atam, ha annunciato la fine del suo idillio con gli shebab

atom 1Mi chiamo Sheikh Mohamed Said Mohamed Atam e ho un’importante comunicazione per il popolo della Somalia. Ho tollerato a lungo gli errori e gli eccessi di Ahmed Abdi Godane e del suo gruppo contro la sharia la legge dell’Islam e dei musulmani. Ho deciso adesso di lasciare l’ Harakat al-Shebab Mujahedin per molte ragioni Ecco le più importanti.

Ai giovani shebab era stato detto di combattere per il rafforzamento della sharia, ma Godane e le sue milizie non rispettano la legge coranica e non vogliono essere giudicati per questo.

Uccidono deliberatamente i musulmani somali, nei mercati, nelle moschee e per la strada. Uccidono religiosi musulmani ed esponenti di spicco della società che non sono d’accordo con loro. Uccidono persino la gente che sta pregando nelle moschee.

La jihad, la guerra santa, è qualcosa che viene chiesta ai musulmani uniti. Godane ritiene invece che la jihad sia qualcosa che appartiene a lui soltanto e in virtù di questo assioma ordina di uccidere, mutilare, sequestrare e umiliare in nome della religione, costringendo gli altri a fuggire.

I suoi uomini non hanno alcun riguardo per la gente in difficoltà, gli sfollati che fanno morire di fame impedendogli di accedere al cibo e alla generosa assistenza offerta da musulmani e non musulmani.

Vorrei inoltre dire a coloro che militano negli shebab, che abbandonando la loro dottrina non si commette peccato di apostasia. Coloro che criticano le loro azioni e le loro tattiche non è vero che siano contro la sharia e contro la religione. L’Islam è una religione compassionevole. La compassione verso tutti.

I musulmani possono avere diverse opinioni, ma Allah, misericordiosamente, chiede loro di ispirarsi al Corano e risolvere le loro differenze senza violenza. Godane e le sue milizie non vogliono. Per questo credo che stiano difendendo interessi stranieri.

In conclusione, vorrei comunicare che a partire da oggi ho scelto di continuare la mia missione religiosa e politica ricorrendo a mezzi pacifici e di comprensione, rifiutando la violenza e la forza. Ho già definito alcune questioni con le autorità federali, che ringrazio per avermi accolto con cordialità”.

Sheikh Mohamed Said Mohamed Atam

 

Dall’Africa allo Yemen, la vita dei migranti in fuga tra angherie e torture

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
9 giugno 2014
Persecuzioni, guerre, miseria nera: ecco cosa spinge migliaia di persone a lasciare la propria patria, le radici e gli affetti più cari per cercare un nuovo inizio altrove. C’è chi sceglie di recarsi negli Emirati arabi, attraversando lo Yemen, chi in Europa, imbarcandosi in Libia per le nostre coste, l’unica porta d’ingresso per il mondo occidentale. La maggior parte di loro proviene dal Corno d’Africa o dal Medio Oriente. La guerra in Siria ha fatto la sua parte. Il più delle volte, se vuoi sopravvivere, non hai altra scelta. Diventi un rifugiato. Ecco come si presenta la situazione per un rifugiato/migrante nello Yemen.