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Smantellato traffico di neonati tra Niger, Nigeria e Benin

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
27 giugno 2014
Una ventina di arresti, per lo più donne, tra cui due sono mogli di politici di spicco del Niger. La prima, una delle mogli di Hama Amadou, presidente del parlamento ed ex-primo ministro, la seconda, è la moglie del ministro all’agricoltura, Abdou Labo. Le accuse sono pesanti: traffico di bambini, di neonati, per essere precisi. Una fonte delle forze di sicurezza nigeriane ha rivelato ai reporter della  France Presse che si tratta di un’indagine portata a termine grazie alla collaborazione della polizia di Nigeria, Niger e Benin. Infatti i neonati arrivavano in Niger dalla Nigeria passando dal Benin.

culleI neonati erano destinati a coppie impossibilitate a procreare, pronte a pagare migliaia di Euro per un figlio; ovviamente il prezzo per un maschietto è un po’ più elevato.

Le mamme, generalmente le giovani donne con gravidanze non desiderate, più raramente perché stuprate, si facevano ricoverare in cliniche private in Nigeria, in cosiddette “fabbriche di bambini”. In cambio del loro figlio, ricevevano un compenso di centocinquanta Euro. Nello sporco e miserabile traffico sono anche coinvolte impiegate e paramedici, ora agli arresti. Alcuni sono già stati interrogati mercoledì dal magistrato per le indagini preliminari.

bimboSecondi fonti delle Nazioni Unite, il traffico di esseri umani è uno dei maggiori crimini in Nigeria, dopo la frode e quello della droga.

Per ora non sono trapelati altri particolari. Nessun nome circa le coppie “acquirenti”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter @cotoelgyes

 

 

 

Boko Haram colpisce un centro commerciale ad Abuja, ventuno morti

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
26 giugno 2014
Questa volta una delle cellule di Boko Haram ha scelto come obiettivo un centro commerciale nella capitale della Nigeria, Abuja. Ha colpito nuovamente il cuore del Paese. Una bomba è stata fatta esplodere pochi minuti dopo le 16.00 ora locale di ieri, 25 giugno 2014. I morti accertati sono ventuno. Si parla di diciassette feriti, forse anche di più.

auto brucianoMalgrado gli avvertimenti del governo nigeriano di non guardare le partite in luoghi pubblici, molte persone si erano recate all’Emab Plaza,  per tifare la propria squadra nazionale, impegnata in un match della coppa del mondo contro l’Argentina.

Era previsto un imminente attacco ad Abuja.  Una decina di giorni fa Marylin Ogar , vice-direttore del “Departement State Security”, e Mika Omeri, coordinatore del “National Information Center” avevano avvertito: “Diversi rapporti di intelligence ci hanno segnalato che i militanti di Boko Haram hanno intenzione di attaccare la capitale con autobotti piene di benzina”.

fuoco e fiammeNonostante l’ennesima strage di ieri,  i servizi di sicurezza nigeriani insistono nell’affermare: “Vinceremo la guerra contro i Boko Haram, è solo molto difficile fermare questi attacchi”.

Lunedì scorso “The Nation” (un autorevole quotidiano nigeriano) ha informato i suoi lettori che è scattato l’allarme rosso per i militari nigeriani. Tutte le licenze sono state revocate, sia per  ufficiali che dper semplici soldati. Nessuno è autorizzato a spostarsi dal proprio posto di lavoro. Ci sono indagini ed accertamenti in corso: si teme che ci siano degli infiltrati di Boko Haram. A tutti è stato imposto di non rendere pubblica la loro qualifica sui social network, in particolare su facebook. La massimo allerta è scattata proprio in previsione dell’attacco ad Abuja, preannunciato, come già detto, da rapporti dei servizi segreti.

E prontamente l’attacco ha avuto luogo. In modo diverso, non con autobotti piene di benzina, ma c’è stato. L’esercito non ha saputo impedirlo nemmeno questa volta, non è stato in grado di proteggere la popolazione civile, che ormai vive nel terrore.

soldatoCi si chiede che fine abbia fatto anche la collaborazione degli altri Stati, africani e non nella lotta contro le cellule dei terroristi Boko Haram. Se ne era tanto discusso a Parigi, il 18 maggio durante un meeting presieduto e fortemente voluto dal presidente francese François Hollande. Erano intervenuti i capi di governo  di Nigeria, Benin, Camerun, Ciad e Niger, oltre a rappresentanti dell’Unione Europea, Gran Bretagna e Stati Uniti.  Tutti erano d’accordo che bisognava cercare di riportare a casa le studentesse rapite la notte del 14 aprile 2014, che a tutt’oggi sono ancora in mano ai rapitori. Chissà dove saranno. #BringBackOurGirls. “Uniremo le nostre forze – avevano assicurato all’unisono -. Tutti insieme combatteremo i Boko Haram”.

Anche la Francia ha ancora un conto aperto con gli estremisti islamici per il rapimento del sacerdote francese Georges Vandenbeusch e quello della famiglia Moulin-Fournier, avvenuti in Camerun lo scorso anno e poi liberati. Il sequestro era stato rivendicato, appunto, dal gruppo terrorista islamico.

Cornelia I. Toelgyes
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Boko Haram colpisce ancora: rapite in Nigeria altre 91 persone

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
24 giugno 2014
Tra giovedì e domenica sessanta giovani donne sposate e ragazze sono state rapite in diversi villaggi nelle province di Damboa e Askira Uba nello Stato del Borno.  In tutto le persone rapite sarebbero novantuno, dunque questa volta sono stati portati via anche giovani uomini e bambini. La notizia è trapelata solo questa mattina in alcuni giornali nigeriani, perché i villaggi colpiti si trovano in zone remote, difficilmente raggiungibili e le autorità di Maiduguri, la capitale dello Stato del Borno, sono state informate con notevole ritardo.

Pianti e lacrimeAnche nell’era dei cellulari le comunicazioni non sono immediate, se mancano i ripetitori. In tre Stati della Nigeria, Yobe, Borno e Adamawa è stato dichiarato lo stato d’emergenza oltre un anno fa. Dunque sono sotto protezione speciale dell’esercito. Dov’era anche questa volta? Perché le autorità competenti non sono state informate immediatamente?

Reporter locali hanno cercato di raggiungere il presidente della provincia di Alhaji Alamin Mohammed, ma il suo cellulare era spento. Mentre Modu  Mustapha , segretario del consiglio provinciale ha dichiarato di non essere autorizzato a parlare dell’accaduto.

Aji Khalil, a capo del V. settore del gruppo di vigilanza nello Stato del Borno riferisce: “Sono andati da un villaggio all’altro. Hanno portato via donne, ragazze, giovani e bambini. Quattro persone che hanno cercato di scappare sono state uccise”.

Un’altra fonte ha dichiarato che le persone uccise siano ben trenta. I sopravvissuti sono fuggiti a Lassa per cercare protezione.

Ragazze con cartelli 2A causa dei continui massacri della setta islamista, gli sfollati in Nigeria sono ormai seicentocinquantamila. Il terrorismo sfrenato dei Boko Haram o chi per esso non fa più notizia in occidente.  Gli articoli che riportano i loro attacchi sono sempre più brevi, sempre meno letti. Eppure il mondo intero era scandalizzato quando sono state rapite le quasi trecento studentesse dalla scuola di Chibok nel nord-est della Nigeria. #BringBackOurGirls si leggeva ovunque.

Pochi giorni fa il Presidente Goodluck Jonathan aveva ammesso che oltre duecento delle ragazze  di Chibok si trovano  ancora in mano ai loro rapitori. Dove non lo ha specificato, ovviamente.

Cornelia I. Toelgyes
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Liberata e poi arrestata di nuovo la donna accusata di apostasia in Sudan

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
24 giugno 2014
Meriam Ibrahiam, libera da poche ore, è stata bloccata all’aeroporto di Kahrtoum insieme al marito Daniel Wani e i due figli. La coppia stava per lasciare il Sudan per recarsi negli Stati Uniti. Daniel Wani è cittadino americano dal 2005 e risiede nel New Hampshire. E’ un ricercatore, affetto da distrofia muscolare e per questo costretto a usare la carrozzella. Quando si sono sposati nel 2011, Daniel ha richiesto la cittadinanza USA per la moglie. Ci sono stati dei problemi, chiamiamoli logistici.

In Egitto il giornalismo è un crimine: condannati i reporter di Al Jazeera

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
23 giugno 2014
La sentenza di oggi, pronunciata al Cairo da un giudice è un duro colpo per la libertà di stampa internazionale. I giornalisti di Al Jazeera Peter Greste, Mohamed Famy sono stati condannati a sette anni di prigione, mentre Baher Mohamed addirittura a dieci anni. Su di lui pesa l’aggravante di essere trovato in possesso di munizioni. Aveva una pallottola usata, scarica, che aveva trovato per terra durante una manifestazione.

Fury over Senegal’s private land buyer

IRIN
Saint Louis, 24 June 2014
Senegalese smallholder Doudou Sow is furious. Over the last 10 years, he says, farmers have been squeezed out by an influx of private investors acquiring fertile arable land in the Senegal River Valley where he has worked as a farmer for the last two decades.

Cartoon 4“I do not understand why hundreds of hectares are being given to outsiders when the priority should be to make land available to our own farmers,” protests Sow, a native of Saint Louis Region in the north of Senegal.  A liberal land regime in Senegal over the decade has favoured large-scale acquisitions of arable land by both foreign and local investors.

Dramatic changes in ownership have coincided with serious food shortages in the sub-region, a global financial crisis and a growing emphasis on the promotion of bio-fuel, with Senegal heavily promoting the planting of the controversial Jatropha tree, the seeds of which are used for the production of fuel for diesel engines.

Between 2000 and 2010, over 657,000 hectares of land, around 17 percent of Senegal’s arable land, was allocated to 17 private firms. Ten of the firms are Senegalese and the rest are foreign, according to the regional pressure group Pan-African Institute for Citizenship, Consumers and Development (CICODEV).

Ex-President Wade’s agricultural legacy

cartoon 1Under the previous administration of Abdoulaye Wade, the government pushed high profile schemes like the Return towards Agriculture plan (REVA) and the Grand Agricultural Drive for Food and Abundance (GOANA), with an emphasis on promoting agri-business and bio-fuels.

“These initiatives have led to a glut of private operators, including religious leaders and senior state officials moving in on land in rural areas,” complains Mariam Sow, coordinator of the Natural Protection Programme of international NGO ENDA.

In a May 2011 report, the Agricultural and Rural Prospective Initiative (IPAR), a sub-regional NGO which aims to provide “strategic analysis” of rural and agricultural issues, highlighted the volume of land deals in northern Senegal.

IPAR drew particular attention to the case of Mbane in Saint Louis Region, where it said 232,000 hectares had been distributed to politicians, religious leaders and private operators with strong political connections under the GOANA project. The IPAR report noted that, at the time of writing, much of the land acquired had yet to be exploited.

Cartoon 3Sow says the loss of farmland in areas like Gandon is sapping farmers’ morale and not bringing the hoped-for benefits. “In losing their land, peasant farmers lose a part of their identity,” Sow argued. “With the amount of land allocated, the local population feels squeezed while only a small proportion of the land area is actually cultivated.

The promises on creating jobs and infrastructure are not kept.”  Other farmers strongly echo these concerns. In Fanaye in the department of Podor, some 430km north of Dakar, the grassroots-based Fanaye Land Defence Association has expressed strong concern about changing patterns of land ownership.

The Fanaye farmers say they need a more supportive approach from the state towards local farmers, while registering disappointment about the new owners’ failure to make more of the land provided.

Points of conflict

Rosnert Alissoutin of Gaston Berger University in Saint Louis says there are obvious points of conflict between traditional land arrangements and modern legislation on land allocation.

“Legislation passed at national level gives the state control over all land in the country, while the peasant farmer is convinced that the land he exploits is inalienably his, inherited from his ancestors,” he told IRIN.  Inevitably, situations arise where the acquisition of land by private investors, although legally authorized, is at odds with the customary legal rights demanded by local farmers, the majority of whom do not have title deeds.

“It is not a question of opposing private investment in our land for the sake of it,” argues Lamine Thiaw, a Fanaye Land Defence Association member. “But we need to see the investors adding value to what they have acquired.”

demo 2The question of “adding value” is not straightforward. The main land legislation in Senegal dates back to July 1964 and stresses free access to land and the importance of communal ownership under state control. The law argues against land being re-appropriated by private owners.

Land is awarded to members of the community on the understanding that the concessions granted are properly developed. But the laws give little indication of how the development can be properly evaluated.

Among the large-scale private sector operators to encounter strong local resistance has been the manufacturing conglomerate Senhuile/Senethanol, backed by Italian investors. It acquired 20,000 hectares by presidential decree near Fanaye in 2011 with the stated intention of cultivating sweet potatoes to produce ethanol and later sunflower oil for export.

The project had its supporters, particularly those hoping it would bring jobs and generate wealth. But local communities bitterly resented the loss of pasture. There were outbreaks of violence in October 2011 in which two people were killed.

The project was later relocated from Fanaye to Nguith, near Lake Guiers, some 300km northeast of Dakar.

Waiting for jobs

An obvious problem for investors has been the high expectations of jobs and other benefits by local communities. But the jobs do not always materialize.

Younouss Ball, also a Fanaye Land Defence Association member, said the Senhuile/Senethanol project exacerbated social tensions and did not deliver the expected job opportunities.  “The company had promised thousands of jobs, but as of today there are only 30 people from the community on Senhuile’s payroll,” Ball points out. “Given such conditions, young people do not have a reason to stay and so they leave for the towns.”  Senhuile/Senethanol representatives were unavailable for comment.

Pastoral communities have also raised concerns about the extension of cultivated land disrupting transhumance in northern Senegal. They warn that traditional routes are being lost. “There is less space for pasture for animals,” Ball complained. “There is nothing left to feed on. Our food security is under threat.”

World Bank project under fire 

While the tensions are serious in the Senegal River Valley, Jean-Philippe Tre, an agro-economist at the World Bank, assures smallholders that the growing presence of agribusiness does not mean a series of “land grabs”. Tre prefers to talk about “commercial agriculture”.

demoThe government of President Macky Sall has been highly critical of the agricultural policies of the previous administration and has talked repeatedly of reviewing land ownership issues. The launching of the National Land Reform Commission in October 2012 signalled the government’s readiness to address issues that have not been reviewed properly since 1964.

Despite its own criticism of Wade’s high profile agricultural projects, the current government has strongly championed the Programme for the Inclusive and Sustainable Development of Agro-Business in Senegal (PDIDAS) which has US$86 million World Bank funding.  With operations based in the Ngalam Valley and around Lake Guiers in the Saint Louis Region, PDIDAS is meant to be a partnership between the state, private investors and rural communities.

It has already faced strong criticism from civil society groups both inside and outside Senegal, with the US-based Oakland Institute accusing the World Bank of “promoting agribusiness at the expense of small-holder agriculture”.

But World Bank’s Tre says the project can be of benefit to all – smallholders, the government and Senegalese and international firms.  “An equitable solution has to be found. We need an inclusive strategy that brings smallholders and big investors together where everyone can see their own interest defended,” says Thiaw of the Fanaye Land Defence Association.

IRIN
IRIN, the humanitarian news and analysis service of the UN Office for the Coordination of Humanitarian Affairs

 

 

 

Somalia, No easy way forward for Al-Shabab defectors

IRIN
Baidoa, 22 June 2014
Anwar Ahmed*, 50, an Al-Shabab defector, was drawn to Somalia’s Salafist armed group both by the promise of a wage and a belief in the Islamic ways of “rights and justice for all.”

Stationed in the Bakool provincial capital of Hudur, Ahmed worked mainly as a sentry, while also corralling residents to answer the call to prayer, collecting road taxes – up to US$300 for freight trucks and between $10 and $20 for cars – and assisting in the collection of zakat, the 2.5 percent tax on annual earnings paid in either cash or kind.

A causa della legge anti-gay gli USA riducono gli aiuti all’Uganda

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
21 giugno 2014
Il presidente dell’Uganda, Yoweri Musenewi, non ha firmato subito la legge anti-gay, approvata in dicembre dal parlamento. Ha istituito una commissione, cui hanno fatto parte gli scienziati più illustri del Paese. Alla fine di febbraio ha promulgato la draconiana legge, che prevede anche l’ergastolo per aggravata omosessualità.

poster AmnestyIl presidente degli Stati Uniti d’America, Barak Obama, tra i maggiori finanziatori dell’Uganda, aveva cercato di dissuadere Museweni dal suo intento e gli ha detto chiaramente: “Se promulghi questa legge che lede i diritti umani, i nostri rapporti potrebbero subire un cambiamento di rotta”.

Sta di fatto che a fine febbraio 2014 con la firma di Musenewi la legge è diventata esecutiva: immediatamente alcuni Paesi europei, tra cui Svezia, Danimarca, Norvegia e Olanda, hanno ridotto i fondi all’Uganda. La Banca mondiale ha deciso di rinviare erogazione di un prestito di novantamilioni di dollari che Museweni aveva chiesto per migliorare il servizio sanitario del Paese.

giornaleIn un comunicato, la portavoce per la Sicurezza nazionale, Caitlin Hayden Hayden ha sostenuto: “Il Dipartimento di Stato americano esaminerà attentamente le richieste di visto dei funzionari ugandesi. Chi è in qualche modo coinvolto nel non rispetto dei diritti umani, compresi quelli nei confronti di gay e lesbiche, non entra nel nostro Paese. Per il momento abbiamo sospeso anche le esercitazioni dell’aviazione, finanziate dagli USA, programmate nel Paese africano”.

Questo è un primo avvertimento, un segnale. Se la legge in questione non sarà riesaminata, gli Stati Uniti prevedono di rivedere o addirittura di annullare alcuni fondi destinati alla pubblica sicurezza e al servizio sanitario nazionale.

Solo pochi giorni fa è stato eletto come presidente dell’assemblea dell’Organizzazione delle Nazioni Unite Sam Kutesa, ex-ministro agli esteri ugandese. La senatrice USA Kirsten Gillibrand ha dichiarato questo un atto scandaloso. “Non è bello vedere un ex-ministro agli esteri di un governo che ha promulgato delle leggi contrarie ai diritti umani, occupare questa poltrona.

Cornelia I. Toelgyes
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Guinea, Sierra Leone, Liberia: ebola invade il West Africa. Poco meno di 400 morti

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
19 giugno 2014
Il rapporto dell’Organizzazione mondiale alla Sanità (OMS), aggiornato al 17 giugno 2014, parla chiaro: i morti per contagio da ebola nell’Africa occidentale (Guinea, Liberia e Sierra Leone) sono 387. Secondo lo stesso documento sono così suddivisi:

Nigeria: “Il calcio è peccato”. E giù bombe e massacri

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
19 giugno 2014
Un’esplosione terribile. Una bomba piazzata su un motociclo a tre ruote ha scosso Damaturu, la capitale dello Stato di Yobe alle 20.15 di martedì sera, 17 giugno, davanti a un bar dove gli avventori erano assiepati per guardare la partita Messico-Brasile.  I morti sono almeno ventuno, i feriti ventisette, forse anche di più. Tutti giovani uomini e ragazzini.

Damaturu2-OnoBello-618“Stiamo investigando per individuare i responsabili – ha raccontato ai reporter della France Presse il commissario della polizia dello Stato di Yobe Sanusi Rufa’i – . I nostri uomini hanno fatto un sopralluogo e interrogato dei testimoni. Qualcuno ha riferito che le esplosioni sarebbero state ben due. Renderemo pubblici i nostri accertamenti, una volta terminate le indagini”. Un operatore sanitario dell’ospedale di Damaturu ha spiegato alla BBC: “Sono arrivati camion pieni di giovani e bambini. Le camerate sono sovraffollate. Le loro ferite erano terribili. C’era sangue ovunque”.

Lo Yobe è uno dei tre Stati nel nord-est della Nigeria dove vige lo stato d’emergenza dallo scorso anno per i continui attacchi del gruppo jihadista,  Boko Haram. Per il momento l’attentato non è stato ancora rivendicato.

Abadukar Shekau, leader della setta, ha sempre predicato che il calcio è una mania degli occidentali. Dunque, bisogna combatterlo. “La musica e il calcio – aveva dichiarato Shekau in alcuni video – distraggono il musulmano dalla religione”.

soldati in perlustrazioneA Jos , capitale dello Stato del Plateau, sono state uccise tre persone alla fine di maggio mentre guardavano la partita del campionato europeo, Real Madrid contro .l’Atletico Madrid.  All’inizio del mese di giugno oltre quaranta persone hanno perso la vita a Mubi, nello Stato di Adamwara, nel nord-est del Paese. Dopo quest’attentato, le autorità dell’Adamwara hanno dato ordine di chiudere tutti gli esercizi pubblici con maxi-schermi.

Anche il presidente della Nigeria, Goodluck Jonathan, ha spiegato alla popolazione che per motivi di sicurezza sarebbe opportuno non uscire di casa durante la trasmissione delle partite di calcio e di evitare i luoghi affollati: “Insomma, guardatevi le partite a casa vostra”, ha detto il presidente. Sagge parole, ma una buona fetta della popolazione vive in povertà, figuriamoci se può permettersi un televisore.

Non solo la Nigeria vive momenti difficili, anche altri Paesi africani sono in ansia: Etiopia, Djibuti e Kenya, Stati che hanno mandato truppe in Somalia, sono terrorizzati. Per due giorni di seguito il gruppo al-shabab ha fatto stragi sulla costa del Kenya, spargendo morte, distruzione e paura.

Il Foreign Office”ha annunciato possibili attacchi da parte degli shabab e avvertito di non frequentare luoghi affollati. Da tempo  il governo britannico sconsiglia ai propri cittadini di  recarsi in vacanza nella sua ex-colonia ed è proprio alla fine della scorsa settimana che il Regno Unito ha chiuso il suo  consolato a Mombasa per motivi di sicurezza.

I Boko Haram continuano indisturbatamente con i loro attacchi; non si parla praticamente più delle oltre duecento ragazze rapite a Chibok durante la notte del 14 aprile. Il mondo intero aveva offerto la sua intelligence per ritrovarle. Dove sono? Chi le sta cercando? Anzi, meglio,  le stanno ancora cercando? Che risposte hanno avuto i genitori?  Sono passati oltre due mesi. #BringBackOurGirls si legge sempre più raramente in rete.

casa saltatoPochi giorni fa Gordon Brown, ex-primo ministro del Regno Unito si è recato ad Abuja come inviato speciale dell’ONU. Ha incontrato Jonathan e il ministro alle finanze nigeriano, Ngozi Okonjo-Iweala per il programma “Safe school Iniziative”. L’iniziativa dovrebbe sovvenzionare centinaia di scuole nel nord-est della Nigeria, prese di mira dai Boko Haram in passato. Gli investimenti previsti sono ambiziosi e in gran parte dovrebbero provenire da società private: dieci milioni di dollari, amministrati dal governo nigeriano per mettere in sicurezza cinquecento scuole. Il programma prevede anche di ricostruire la scuola di Chibok, diventata tristemente famosa per il rapimento di tante ragazze mentre si trovavano lì per sostenere gli esami di fine corso.

Più di ottanta scuole erano state chiuse nello Stato del Borno per i continui attacchi dei terroristi . Nessuno è stato in grado di proteggere vite innocenti, malgrado la massiccia presenza dei militari nei tre Stati, dove , dallo scorso anno, è stato dichiarato lo stato d’emergenza.  Gordon Brown porta avanti con entusiasmo questo progetto, anche perche solo pochi giorni fa un  rapporto l’UNICEF ha sottolineato che in Nigeria la scolarizzazione delle ragazze è tra le più basse, se non la più bassa, del  mondo. Diecimilioni e mezzo di ragazze non vanno a scuola, specie nei tre Stati Borno, Yobe, Adamawa, nel nord-est del Paese.

soldato fucile puntatoFonti governative nigeriane riferiscono di aver arrestato 486 giovani per ragioni di sicurezza nello Stato di Abia domenica scorsa. Erano in viaggio verso Port Harcourt, zona dove si trovano i giacimenti petroliferi. Tra gli arrestati ci sarebbe anche un membro di una cellula dei Boko Haram. Genitori e parenti dei giovani sono insorti, affermando che i ragazzi non hanno nessun tipo di legame con i terroristi. Stavano andando a Port Harcourt in cerca di un lavoro, per ragioni economiche.

Questa mattina durante una conferenza stampa ad Abuja, capitale della Nigeria, Marylin Ogar , vice-direttore del “Departement State Security”, e Mika Omeri, coordinatore del “National Information Center” hanno dichiarato: “Militanti di Boko Haram hanno intenzione di attaccare la capitale con autobotti pieni di benzina ciò è emerso da rapporti dell’Intelligence. Chiediamo la collaborazione della cittadinanza. Deve essere attenta e informare le autorità nel caso in cui qualcuno avvisti un’autobotte che percorre le strade cittadine in modo veloce e pericoloso”.

Cornelia I. Toelgyes
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