21.9 C
Nairobi
mercoledì, Aprile 8, 2026

Liberata la giornalista americana Shelly Kittleson, rapita in Iraq

Africa ExPress m.a.a. (+ agenzie e New York...

Miracolo del calcio: il Congo-K dopo oltre mezzo secolo si qualifica per i mondiali

Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau 7 aprile 2026 Il...

Chiusura Stretto di Hormuz: gravi ripercussioni economiche per l’Africa

Speciale per Africa ExPress Amedeo Cortellezzi 6 aprile 2026 La...
Home Blog Page 492

Kenya, i sedili degli aerei diventano scarpe e palloni per i bambini

0

Africa ExPress
Nairobi, 22 luglio 2014

Grazie alla partnership, recentemente annunciata tra l’Organizzazione Non Governativa SOS Villaggi dei Bambini USA e la Southwestern Airlines, 737 sedili in pelle verranno trasformati in palloni da calcio o in scarpe.  La notizia è stata diffusa da un comunicato dell’ONG, una delle più grandi al mondo.

Southwestern Airlines 737La Southwestern Airlines ha adottato una strategia intelligente per riutilizzare il rivestimento dei sedili in pelle dei propri velivoli. Nel 2012 il restyling della flotta ha portato la compagnia a sostituire i rivestimenti in pelle con dei materiali più leggeri ed ecosostenibili.

La compagnia aerea non voleva però che i 90 ettari di cuoio recuperati concludessero il proprio ciclo di vita in una discarica. Così è nata l’iniziativa LUV Seat, un progetto di responsabilità sociale e ambientale, a fini benefici. I vecchi sedili diventeranno palloni da calcio, scarpe e zaini per i bambini e ragazzi del Kenya.

Il programma prevede anche l’apertura di posti di lavoro e formazione professionale. I ragazzi di SOS Villaggi dei Bambini in Kenya hanno infatti iniziato dei tirocini retribuiti per imparare a lavorare il cuoio.

MAPPALOGO“Con i sedili si possono fare più di 2 mila paia di scarpe o mille da calcio, così i bambini potranno avere i piedi protetti e giocare con un vero pallone – ha spiegato Lynn Croneberger, CEO di SOS Villaggi dei Bambini USA -. E’ un fantastico programma, innovativo, che avrà un impatto positivo sulla vita delle donne, dei bambini e ragazzi vulnerabili e sulla comunità locale”.

L’organizzazione SOS Villaggi dei Bambini è presente in Kenya dal 1973 con 5 Villaggi SOS, 6 Case del giovane, 4 Scuole Hermann Gmeiner, 3 Centri di Formazione professionale, 7 Centri sociali e 2 centri medici. Accoglie 1.373 bambini e ragazzi e sostiene 12.300 persone.

Africa ExPress

 

Terrore in Kenya, 30 morti in due attacchi sulla costa. Il Paese rischia di esplodere

0

Dal Nostro Inviato Speciale
Ernesto Clausi
Malindi, 6 luglio 2014
E’ di almeno ventinove morti il bilancio di un nuovo duplice attacco sferrato la notte scorsa a Darsen e Hindi, nella regione nord orientale del Kenya. Un nutrito commando, composto da circa cinquanta persone vestite con mimetiche militari e armate di AK-47, fucili e panga, ha preso di mira la stazione di polizia a Gamba (Darsen, Tana River County), un centinaio di chilometri a nord di Malindi, e il villaggio di Hindi (Lamu County).

lorry060714Qui hanno bruciato una chiesa, case private e edifici governativi, dopo aver ucciso dieci persone, tutte di sesso maschile e adulte, oltre a un ragazzino che tentava di scappare. A Gamba, nell’assalto alla postazione di polizia, le vittime sarebbero una ventina, tra cui un ufficiale e cinque detenuti, presumibilmente messi a tacere perché coinvolti nei recenti attacchi terroristici nella regione.

Obiettivo di questo secondo attacco la liberazione di un terrorista coinvolto nell’attacco a Mpeketoni di tre settimane fa. “Uccidiamo i vostri uomini perchè un giorno andranno in Somalia a uccidere e stuprare” hanno detto alle donne del villaggio. Una di loro è stata costretta a uscire di casa con la figlia di due anni e mezzo.  Il marito, Sthephen Gichuhi, si è rifiutato ed è stato bruciato vivo con tutta l’abitazione, mentre il figlio più grande veniva freddato mentre cercava di scappare. Anche un invalido è morto nell’incendio della sua abitazione, anche lui arso vivo.

Dopo aver preso come ostaggi dei passanti e altri individui prelevati delle case, si sono fatti da questi portare in giro a seminare morte. Dopo il loro passaggio il villaggio era un lago di sangue. Un gruppo di terroristi ha bussato a casa di Mama Odipo Toka, di cui conoscevano il nome, dicendole: “Non ti faremo del male, ma bruceremo la tua casa”. Alcuni degli ostaggi, legati mani e anche i piedi ai più irrequieti, sono poi stati sgozzati.

feritoLa polizia, attraverso le parole del vice Ispettore Generale della polizia Grace Kaindi ha accusato senza mezzi termini il Mombasa Republican Council, movimento separatista che rivendica l’autonomia della fascia costiera da Nairobi e lamenta l’emarginazione vissuta dalla comunità islamica

Il movimento fondamentalista somalo al-Shabaab ha rivendicato l’attacco, come era stato per Mpeketoni. “I nostri uomini sono rientrati sani e salvi alla base”, ha dichiarato il portavoce dell’ala militare del gruppo terroristico Abdulaziz Abu Musab.

Il governo del presidente Uhuru Kenyatta continua a imputare gli attacchi a politici e gangs locali, che tenterebbero di destabilizzare il Paese per favorire l’ascesa al potere del leader dell’opposizione Raila Odinga e di portare avanti una campagna di “pulizia etnica” nei confronti dei kikuyu (tribù di Kenyatta), stanziatisi in un’area rivendicata dagli integralisti islamici e da tribù in lotta per la terra e lo sfruttamento delle sue risorse.

La dinamica dei due raid è simile al massacro di Mpeketoni, in cui tre settimane fa hanno perso la vita oltre sessanta persone. Anche ieri notte sono stati presi di mira uomini adulti e non musulmani. Bruciate e rase al suolo case, proprietà private e edifici governativi. Messaggi lasciati ai superstiti, in cui si dice che ritorneranno ancora, e che gli obbiettivi di questi raid devono lasciare i villaggi in cui vivono, poiché “questa terra appartiene ai musulmani”.

sangueE’ stata ritrovata anche una lavagna con degli slogan, posizionata a un incrocio affollato, con l’intenzione di incitare la popolazione a partecipare a questa lotta a oltranza. “Raila Tosha, Uhuru down” si legge (ovvero “Supportiamo Raila, abbasso  Uhuru Kenyatta”) e, sia in swahili sia in inglese, si legge: “Via i cristiani dalla costa, voi invadete una terra che appartiene ai musulmani e pretendete di vivere in pace”. C’è anche un’esortazione diretta ai rappresentanti del Mombasa Republican Council: “Munalala (svegliatevi)”, cioè un invito a intensificare la lotta politica, anche in forme violente.

L’ipotesi più accreditabile è che l’attacco sia stato frutto di un insieme di tutte queste componenti, con l’elemento della “pulizia etnica” che spicca sugli altri.

L’area di Lamu è da anni al centro di problemi per il “land grabbing” ciooè di acquisto di terreni da parte di grandi società agricole, sia sull’isola che sulla terraferma, dove la maggioranza degli abitanti sono squatters. Qui la terra è essenzialmente classificata come appartenente allo Stato. La politica governativa negli anni ha favorito l’afflusso nell’area di gente kikuyu proveniente dalle zone interne del Kenya. Ciò ha causato il risentimento della popolazione indigena.

L’elemento religioso passa in secondo piano ed è strumentalizzato. Le motivazioni sono politiche ed economiche. Questi ttacchi non sono indiscriminati. La stessa “caccia al cristiano” si risolve nell’equazione “cristiano uguale kikuyu”. Insomma, il messaggio che passa, al di là della minccia terroristica somala sembra essere “to kill the hope”, ovvero uccidere la speranza e i sogni degli abitanti kikuyu che nell’area hanno trovato una terra fertile da coltivare e in cui prosperare. Mpeketoni fornisce frutta e verdura a Lamu, Malindi (quasi il 70%), Mombasa e Garissa.

Anche la costruzione a Lamu dell’enorme progetto infrastrutturale Lapsset (Lamu Port Southern Sudan-Ethiopia Transport) fa gola imprenditori e politici, e alimenta le tensioni tribali.

E’ ragionevole ritenere che elementi di al-Shabaab forniscano appoggio logistico e training e il movimento condivida i termini dell’operazione, che ha chirurgicamente colpito al cuore il Kenya e ha ottenuto il massimo impatto in linea con gli obiettivi del gruppo somalo: spaccare il Paese in due.

Tuttavia tra gli esecutori materiali troverebbero spazio elementi dei clan somali stanziatisi in Kenya o giovani reclutati nel Paese, terreno fertile per la radicalizzazione islamica a causa dell’altissimo tasso di disoccupazione giovanile e dell’emarginazione lamentata dalla comunità islamica.  Ciò si riflette nel nuovo modus operandi degli attacchi rivendicati da al-Shabaab in Kenya: raid di miliziani armati (lo stile è quello dei nigeriani di Boko Haram), anziché omicidi mirati e utilizzo di bombe e ordigni.

La situazione nel Paese è sempre più esplosiva, le dichiarazioni e i discorsi di alcuni leaders politici richiamano alla mente le circostanze che portarono alle violenze post elettorali del 2007/8 in cui persero la vita oltre mille persone.

lavagnaIl vice Presidente William Ruto, in visita ai luoghi teatro degli attacchi, è stato chiaro: “Se qualcuno vuole prendere il potere, dovrà aspettare le prossime elezioni”. Un messaggio chiaro e diretto alla coalizione Cord guidata da Raila Odinga, il quale rientrato da un tour di tre mesi negli Stati Uniti ha intrapreso una campagna di manifestazioni e comizi in tutto il Paese che avrà il suo momento culminante oggi a Nairobi, con il mega raduno previsto a Uhuru Park in occasione del Saba Saba day.

Il Saba Saba day è una manifestazione che richiama quella del 1990, quando l’opposizione mise a ferro e fuoco Nairobi e altre città per costringere l’allora partito unico, il Kanu (Kenyan African National Union)  ad accettare una democrazia multipartitica. Le manifestazioni furono violente e represse dalle autorità, e causarono morti e feriti. Raila, che di fatto non ha mai accettato la sconfitta elettorale alle presidenziali dello scorso anno, fa leva proprio sulla mancanza di dialogo diretto con Uhuru per presentare l’amministrazione Kenyatta come una dittatura mascherata (ha solo formalmente riconosciuto il verdetto della Corte Suprema, ma ora torna a parlare di brogli e di averne le prove).

Da più parti, all’interno della maggioranza, ma anche nello stesso movimento d’opposizione Cord, c’è il timore che l’esasperazione delle tensioni possa destabilizzare il Paese.

A Nakuru e Naivasha, nella Rift Valley, sono riapparsi volantini per le strade che “invitano” la tribù Luo, cui appartiene Raila Odinga,  a lasciare l’area. Qui, dove si concentrano le tribù Luo e Luhya, religiosi locali affermano che non ci sono più panga in circolazione. Un segnale preoccupante.  Gli scontri tra tribù (Garre e Degodia) sono ripresi anche al confine tra le contee di Mandera e Wajir. Venti i morti e una trentina di case bruciate negli ultimi attacchi, dopo una tregua durata un anno.

Altre situazioni critiche sono presenti tra tribù, a causa dei continui furti di bestiame, nelle comunità di: Igembe West, Tigania East, Isiolo, Samburu, Turkana South and East, West Pokot e Baringo. Tutte queste situazioni rischiano di esplodere se strumentalizzate dai locali leader politici.

E’ essenziale rimarcare come il voto in Kenya sia strettamente legato all’appartenenza etnica. Da gennaio a oggi quasi duecento kenioti sono morti in scontri etnici, causati dalla volontà di controllare le risorse (terreni, acqua), da istigazioni politiche e attacchi terroristici veri e propri.

Ernesto Clausi
e.clausi@hotmail.it
t
witter @ernestoclausi

 

Rischia di morire in carcere Roberto Berardi vittima della dittatura in Guinea Equatoriale

Massimo A. Alberizzi
3 luglio 2014
Rischia di morire, per complicazioni polmonari, l’imprenditore italiano Roberto Berardi, ancora in carcere in Guinea Equatoriale, accusato di aver sottratto del denaro dalla società che aveva fondato con Teodorino Obiang Nguema Mangue, il figlio prediletto del dittatore Teodoro Obiang Nguema Mbasogo. Più volte il padre padrone dell’ex colonia spagnola aveva promesso “lo libero”. Ovviamente non ha mantenuto l’impegno preso, l’ultima volta, così riferiscono fonti vicine al Vaticano, con Papa Francesco.

con il papaOra Roberto Berardi è in condizioni fisiche e psicologiche penose. In cella di isolamento, senza medicine, con cibo schifoso e scarso e acqua da bere putrida. Poche ore fa agenti di polizia sono entrati nella cella e gli hanno portato via i medicinali che erano stati fatti entrare clandestinamente in prigione. Trattato peggio di un animale. Insomma, di fatto, viene torturato in continuazione.

Sorprende che il Papa scomunichi gli uomini della n’drangheta e non gli venga in mente di prendere un provvedimento analogo per chi è responsabile dell’omicidio di centinaia di persone e della repressione feroce contro migliaia di vittime. Se Bergoglio, che ha ricevuto in visita di cortesia Teodoro Obiang padre a Roma nell’aprile scorso per le celebrazioni per la canonizzazione di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II, telefonasse al dittatore equatoguineano e gli dicesse: “Amico mio o liberi Berardi oppure ti scomunico”, forse Berardi tornerebbe subito a casa.

Berardi emaciatoAlla corte del Papa sanno come trattare queste questioni e sanno come impostare un colloquio di questi genere. Per onestà intellettuale e per non creare aspettative poco credibili, devo aggiungere che attendersi una mossa di questo tipo dal Vaticano è piuttosto inverosimile per diversi motivi. Uno fra tutti, il timore che il despota scarichi la sua collera con i preti, con il vescovo e con il nunzio apostolico, cioè l’ambasciatore della Santa Sede in loco.

I dittatori, si sa, fanno promesse che poi non mantengono. Di solito arrivano al potere promettendo democrazia e lotta alla corruzione. Irrimediabilmente mostrano la loro natura di satrapi violenti e la loro propensione ad acquisire montagne di denaro alla faccia dei loro sudditi, confondendo, con gran cupidigia, le casse dello Stato con il loro portafoglio.

Anche Human Rights Watch si sta occupando dell’eclatante caso di Roberto Berardi. Secondo l’organizzazione di difesa dei diritti umani, lo scopo della famiglia presidenziale è quello di impedire all’ex socio italiano di divulgare notizie sensibili relative al saccheggio delle casse dello stato da parte della famiglia Obiang.

teodorino scende dall'autoHRW attacca duramente il dittatore Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, il più feroce di tutta l’Africa, assieme al suo compare eritreo, Isayas Afeworki, colpevole, tra l’altro, di aver lasciato l’italiano senza medicine in carcere.

Roberto Berardi è stato sbattuto nelle galere di Bata nel gennaio dell’anno scorso e ora è gravemente malato. Un rapporto medico del 30 giugno scorso spiega che ha contratto un enfisema polmonare e ha bisogno di farmaci ad hoc ma la direzione del carcere ha rifiutato alla famiglia di fargliele arrivare. “La Guinea Equatoriale è un feudo della famiglia Obiang e chi sa troppo dei suoi sporchi affari rischia il carcere o addirittura la morte”, ha spiegato alla stampa Lisa Misol ricercatrice per Human Right Watch, aggiungendo: “Siamo preoccupati per la salute del prigioniero che deve essere liberato immediatamente per essere sottoposto a cure mediche”.

Berardi è finito in carcere subito dopo aver chiesto al suo allora socio in affari Teodorino, spiegazioni su un trasferimento di sospetto di denaro della Eloba, la società edile che i due avevano assieme, negli Stati Uniti. Quel denaro, servito per comprare alcuni cimeli di Michel Jackson, tra cui un guanto tempestato di diamanti che era appartenuto al cantante, secondo i giudici americani è la prova che Teodorino ricicla denaro proveniente da giri di corruzione.

Teodorino è accusato di pratiche sporche anche dai magistrati francesi che gli hanno sequestrato un semplice pied a terre (un palazzo di sei piani nella prestigiosissima Avenue Foche e una decina di automobili di lusso.

mappaL’accusa rivolta a Teodorino è stata ribaltata contro Berardi, accusato di aver sottratto del denaro dalla società comune. Nel processo farsa non sono state portate prove, ma alla giustizia della dittatura basta eseguire gli ordini dei despoti e così Berardi è finito il galera, condannato a oltre due anni di reclusione.

La grazia per Berardi è stata chiesta da più parti, promessa dal tiranno, ma mai concessa e sono in pochi a credere che lo sarà mai, se non in seguito a fortissime pressioni. Se per esempio scendesse in campo Claudio Descalzi, da poco amministratore delegato di Eni, le cose potrebbero prendere un corso un po’ diverso. Descalzi conosce Teodoro Obiang e ha discusso con lui di concessioni minerarie/petrolifere. E poi sa come trattare con i tiranni. E’ stato in Congo-B (sua moglie viene da lì) e Nigeria, solo per citare due Paesi dove la corruzione è di casa e si mangia con il pane.

Visto che la politica è succube dei satrapi del petrolio come Teodoro Obiang e quindi si muove con cautela e circospezione, c’è solo da sperare in un colpo di Stato, sempre possibile da quelle parti. Oppure in un concreto intervento del Papa, come la scomunica giacché come ai tempi di Carlo Magno, i dittatori si fanno benedire e quindi legittimare da potere religioso. La famiglia di Berardi si attende da mesi un gesto di questo tipo.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

 

 

Scomparsi in Libia tre tecnici (uno italiano). Si teme un rapimento

0

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
6 luglio 2014
Forse sono stati rapiti in Libia tre tecnici che lavorano per la Piacentini Costruzioni: l’ingegnere Marco Vallisa, 53 anni, originario di Cadeo, e due suoi colleghi,Petar Matic, bosniaco e Emilio Gafuri, macedone. Di loro non si hanno più notizie dal 5 luglio. La Piacentini è una società di Modena, con una filiale in Libia, ed è impegnata nei lavori di riqualificazione del porto di Zuwarah, città costiera della Libia occidentale, che dista poco più di cento di chilometri da Tripoli. I suoi abitanti, centottantamila, sono per lo più di origine berbera. Zuwarah è famosa per le sue splendide spiagge, ma non solo. Da qui salpano molti barconi alla volta delle coste italiane.

marco vallisaLa Piacentini Costruzioni S.p,a ha vinto una gara d’appalto di trentasette milioni di Euro per la ristrutturazione del porto della città. I tre tecnici sarebbero stati visti per l’ultima volta alle 7 di ieri mattina da alcuni colleghi.  Da allora la loro automobile è parcheggiata di fronte all’abitazione. I cellulari, prima irraggiungibili, ora sono spenti. La Farnesina, nel pomeriggio di ieri, ha confermato che Marco Vallisa risulta irreperibile.

Gli investigatori libici hanno interrogato alcune persone che potrebbero essere coinvolte nella loro scomparsa. Per ora nessun fermo. Le indagini sono ancora in corso e su di esse vige il massimo riserbo. La società per cui lavorano i tre tecnici ha comunicato di non aver ricevuto nessuna richiesta di riscatto per il momento. Nessuno ha rivendicato il sequestro, almeno per ora.

Da marzo 2014 non si hanno notizie di un altro italiano scomparso nella città orientale di Tobruk: si tratta di Gianluca Salviato, 48 anni, originario del veneziano, tecnico della Enrico Ravanelli. Si teme per la sua vita. Salviato è diabetico e necessita di insulina.

Africa ExPress fornirà appena possibile eventuali aggiornamenti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

 

Zimbabwe, Mugabe annuncia nuovi espropri alle terre dei bianchi

0

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
4 luglio 2014
“Entro il mese di agosto i bianchi devono cedere le loro terre ai neri”. Queste parole sono state pronunciate dal novantenne presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe durante un raduno con i suoi seguaci. L’unione degli agricoltori bianchi ha espresso il suo rammarico per queste nuove tensioni razziali. Tensioni inutili, visto che in tutto il Paese  sono rimasti al massimo tra cento e centocinquanta agricoltori bianchi.

UnknownQualcuno dell’opposizione mormora che è solo una mossa di Mugabe per distogliere l’attenzione dalla riforma agraria attuata dal 2000 al 2009, riforma che ha causato il collasso finanziario del Paese, perché ha costretto i bianchi a cedere le loro aziende agricole.

Anche Stanley Kwenda, analista della BBC per lo Zimbabwe, è rimasto sorpreso dalle esternazioni di Mugabe, visto e considerato che la riforma agraria doveva ritenersi terminata ben due anni fa.

Iniziata ufficialmente nel 1979, aveva previsto un passaggio graduale delle terre in mano ai bianchi, agli africani, in maniera molto soft: proprietari di terre ben disposti a vendere, compratori pronti ad acquistare. Per queste transizioni il governo della Gran Bretagna aveva messo a disposizione la somma di quarantaquattro milioni di sterline dal 1980 al 2000. Più tardi Londra ne aveva aggiunti altri quarantasette milioni per la riforma agraria e una somma forfettaria di cento milioni di sterline da usare per lo stesso scopo.

Negli anni Novanta furono acquisiti un po’ meno di un milione di ettari di terreno e poco meno di ventimila famiglie ne poterono usufruire, anche se non tutta quella terra era terreno coltivabile, cosa che si scoprì più tardi.

land reformNel 2000 la nuova costituzione che autorizzava il governo ad espropriare le terre senza alcun compenso fu bocciata da un referendum. Iniziò così la fase violenta della riforma agraria.  Spesso le terre confiscate con la forza venivano date a familiari o amici di parlamentari. Naturalmente non avevano nessuna esperienza, non sapevano coltivare le terre in modo redditizio e ben presto le conseguenze si fecero sentire. Nel 2001 lo Zimbabwe era il sesto produttore di tabacco al mondo. Nel 2005 aveva prodotto meno di un terzo del 2000. Il peggior risultato degli ultimi cinquant’anni.

“Il paniere dell’Africa meridionale”, così era soprannominato lo Zimbabwe fino a qualche anno fa. Oggi a fatica produce  il suo fabbisogno interno.  Il quarantacinque percento della popolazione è malnutrita.

Mugabe durante il suo discorso nel quale ha annunciato le ultime riforme, ha anche aggiunto: “Non siate troppo gentili con i bianchi. Le terre sono vostre. Se vogliono rimanere, devono investire nell’industria”.

Gli ha risposto Hendricks Olivier, direttore dell’Unione agricoltori commerciali: “Certo, le esternazioni del presidente hanno creato ansia tra i coltivatori bianchi, ma – aveva aggiunto – noi vogliamo collaborare con il governo. Vedremo cosa succederà”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

 

Mauritania, dove le galere sono dei lager

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
3 luglio 2014
Nelle carceri della Mauritania non vengono rispettati i diritti umani. I prigionieri vengono torturati. Sono queste le accuse che  Tut Mint Al-taleb Al Nafè , una parlamentare che rappresenta un partito islamico, ha rivolto al ministro della giustizia, Sidi Ould Zain, durante un question time.

Nafè ha aggiunto di essere stata informata che ultimamente sono deceduti diversi detenuti  a causa di maltrattamenti subiti nei penitenziari. “Inoltre – ha aggiunto – non ricevono un’assistenza sanitaria adeguata ed è già capitato che dei prigionieri avessero incendiato le loro celle per protestare contro i maltrattamenti e scarse cure mediche”.

PrigioneEra scontato che il ministro negasse. Zain ha detto che in tanti anni è stato segnalato un solo caso di torture in carcere. I criminali responsabili  marciscono ancora in galera. “La situazione delle nostre prigioni è accettabile, comparata a quella dei Paesi vicini, sena specificare i Paesi in questione. E poi, tutti dobbiamo morire un giorno o l’altro. Certamente la loro morte è riconducibile a malattie contratte prima di essere stati condannati, dunque morire non significa che la situazione nei nostri penitenziari sia inaccettabile”, è stata la risposta del ministro.

In alcuni rapporti di organizzazioni che difendono i diritti umani si legge, tra le altre cose, come il governo della Mauritania ignori completamente i diritti dei detenuti e sottolinea,  che spesso sono soggetti a maltrattamenti.

“Nelle prigioni della Mauritania uomini, donne e bambini vengono torturati perché  confessino”, questo scrive Amnesty International in una relazione dello scorso anno.

I familiari di un recluso salafita hanno recentemente sostenuto che il loro congiunto è morto in galera  per via dei maltrattamenti continui.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter @cotoelgyes

Sud Sudan, altra piaga della guerra: la prostituzione minorile

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
30 giugno 2014
Maria è una bella ragazzina di solo quattordici anni. E’ una Dinka di Bor. Il suo papà è morto qualche anno fa. Con la mamma ha perso i contatti a causa del conflitto. Lontani parenti l’hanno portata a Juba. Le amiche l’hanno avviata alla prostituzione, come spesso succede.

Eritrea, spie, collaborazionisti e scherani del regime al festival della dittatura a Bologna

9

Speciale per Africa ExPress
Dania Avallone
Bologna, 29 giugno 2014
Dal 4 al 6 luglio Bologna ospiterà il festival eritreo nell’area destinata all’ex festa dell’Unità. Questo festival che viene presentato come un’occasione di incontro culturale e sociale per gli eritrei in diaspora, è in realtà il festival dell’arroganza  del regime dittatoriale di Isayas Afwerki.

Migrant Boat Sinks Off Lampedusa, Italy - 05 Oct 2013Le proporzioni di questo evento, anche in termini economici sono enormi, si attendono 10,000 eritrei provenienti da tutta Europa. Il governo eritreo, usando l’arma del ricatto e della ritorsione, raduna a Bologna gli eritrei della diaspora per accreditare un’immagine di sé fatta di musica e colori, cibi e danze, espedienti della propaganda e della retorica di stato.

Alla dittatura servono numeri alti per dimostrare che il popolo è unito attorno al suo presidente. Ma qualcosa non quadra.  10.000 persone sono poche in confronto a centinaia di migliaia di rifugiati eritrei che chiedono aiuto perché scappano dal loro Paese. Il naufragio di Lampedusa che ha causato 366 morti non è stato il primo e purtroppo non sarà l’ultimo. Intere famiglie, giovani e ultimamente un numero sempre più elevato di bambini non accompagnati, rischiano la vita a terra e in mare diventando spesso merce inconsapevole per il lugubre commercio di organi. Lasciano la loro amatissima terra per sfuggire a violenze, a persecuzioni, all’obbligo di servizio militare a tempo indeterminato e alla schiavitù.

Tutte le principali organizzazioni internazionali in difesa dei diritti umani hanno denunciato casi documentati di tortura sui prigionieri, negazione della libertà di stampa, di opinione e di credo religioso.

i 15 detenutiBologna, ospitando oggi il Festival che celebra l’attuale dittatura, offende il suo passato di solidarietà e democrazia, così come il governo di Isayas Afwerki ha tradito il suo popolo.

E’ evidente che se alcuni amministratori comunali di Bologna sono caduti ingenuamente nella subdola trappola della Comunità filogovernativa della città, le ragioni ci sono.

Durante i 30 anni della lotta di liberazione eritrea ed i primi anni dell’indipendenza la diaspora eritrea ha guadagnato il consenso e la solidarietà di organizzazioni italiane e di singoli cittadini e in particolare del Partito Comunista. Basta pensare al festival di Bologna del 1991, sponsorizzato dal comune del capoluogo emiliano, che ha visto la presenza di 30.000 eritrei e di moltissimi simpatizzanti italiani.

Un susseguirsi di eventi e iniziative a sfondo socio culturale ha permesso allora a rappresentanti della comunità eritrea di entrare in stretto contatto con varie istituzioni italiane non governative e di tessere una fitta rete di collaborazioni a livello politico, sindacale, sociale e culturale.

isayas afeworkiCon la svolta dittatoriale in Eritrea si è creato in Italia uno stato di grande confusione e di ambiguità in cui hanno trionfato la cattiva informazione e  molti interessi particolari.

Per organizzare l’attuale festival, l’unico partito al potere in Eritrea (PFDJ) ha inviato a Bologna un gruppo di giovani provenienti da diversi paesi europei, membri attivi delle fasce giovanili del partito (YPFDJ). Alcuni di loro erano già stati segnalati alla questura di Agrigento perché si fingevano parenti delle vittime del naufragio di Lampedusa o si spacciavano per traduttori all’unico scopo di ottenere informazioni utili sulle famiglie dei fuggitivi da fornire alla ambasciata per eventuali future ritorsioni.

Insomma spie del regime che, insieme ai faccendieri eritrei delle comunità filogovernative locali, rappresentano un pericolo costante per i rifugiati che in Italia godono di scarsissima assistenza e protezione.

Al Comune di Bologna nessuno si è accorto che la dittatura eritrea ha esportato le sue strategie di intimidazione anche all’estero, e soprattutto in Italia attraverso la sua ambasciata di Roma e il consolato di Milano, istituendo una rete di spionaggio  con nuclei attivi nelle principali città italiane. Tali nuclei agiscono sotto la copertura di ristoranti, circoli e associazioni varie (donne eritree, giovani, disabili, etc.). Ogni nucleo ha un referente nominato dal regime eritreo con il compito di controllare, assieme ad alcuni collaboratori fidati, il comportamento di ciascun eritreo presente sul territorio.

mani su gate prigionePeriodici meeting vengono organizzati con frequenza mensile a livello locale e nazionale alternando i luoghi degli incontri. Funzioni principali di tale rete sono: assicurare che non venga mai espresso alcun tipo di dissenso o di critica nei riguardi del governo eritreo; controllare che ogni eritreo in diaspora versi la tassa del 2%; collaborare all’organizzazione di eventi vari ( nella fattispecie il festival 2014) che, proposti come iniziative socio culturali, sono in realtà veicoli di propaganda politica.

L’opera di spionaggio è coadiuvata da squadre di fanatici del partito spesso violente, da sedicenti mediatori culturali, da esponenti eritrei del mondo della cultura, e, in alcuni casi, perfino da religiosi. Tali personaggi si infiltrano in istituzioni pubbliche e private italiane, nei sindacati, nelle scuole e nelle università, nella Croce Rossa Italiana, perfino sulle navi dell’operazione Mare Nostrum, frequentano centri di accoglienza autorizzati e case illegalmente occupate da rifugiati.

Attraverso metodi mafiosi di coercizione riescono a piegare la volontà e  a distruggere la dignità di molti rifugiati già gravemente provati per i traumi subiti. La comunità eritrea è per la quasi totalità facilmente ricattabile da questa rete, in quanto quasi tutti hanno parenti che vivono ancora in patria e perciò rischiano la ritorsione poliziesca del governo, o il sequestro di proprietà in Eritrea.

Nella diaspora dei rifugiati e degli attivisti per i diritti umani esiste però un’altra Eritrea che combatte civilmente e pacificamente contro il regime dittatoriale per realizzare la transizione del proprio Paese verso la democrazia e la dignità. Questa Eritrea, fatta di giovani e di persone che cercano nella democrazia il rispetto delle proprie vite, vuole esprimere eticamente e dignitosamente il suo dissenso nei confronti della barbarie del regime eritreo – responsabile, tra l’altro, di sostenere il terrorismo internazionale.

Dania Avallone
Asper – Associazione per la tutela dei diritti umani del popolo eritreo
www.asper-eritrea.com

Il “Coordinamento Eritrea Democratica” invita le istituzioni italiane, e i cittadini emiliani e italiani a stare al suo fianco nella lotta di Liberazione contro la dittatura e la violazione dei diritti umani, in Eritrea come in ogni altra parte del mondo.
Qui l’appellohttp://chn.ge/1yJOMRu

COORDINAMENTO ERITREA DEMOCRATICA
http://eritreademocratica.wordpress.com/
http://coord.eritreademocratica@gmail.com/

Ebola fuori controllo: colpite seicento persone i morti almeno 350

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
28 giugno 2014
Questa è la peggiore epidemia di ebola mai vista fino ad oggi,  sia per numero di casi che per la distribuzione geografica, secondo gli esperti. Secondo l’ultimo bollettino dell’Organizzazione mondiale alla sanità, aggiornato al 22 giugno 2014 la situazione nei tre Paesi (Guinea, Libera e Sierra Leone) colpiti dal micidiale virus è la seguente:

  1. Guinea: i morti sono stati duecentosettanta.  Gli ammalati sono trecentonovanta, così suddivisi:  casi confermati: duecentosessanta, ottantasette probabili, quarantatre ammalati sospetti.
  2. Liberia: i morti sono stati trentaquattro. Gli ammalati cinquantuno, così suddivisi: trentaquattro confermati, dieci casi probabili, sette sospetti.
  3. Sierra Leone: i morti sono trentaquattro, registrati solo dai casi confermati. Gli ammalati sono centocinquantotto, così suddivisi: centoquarantasette casi confermati, otto probabili, tre sospetti.

pazientre in visitaMentre in Liberia e in Guinea la situazione è abbastanza stabile e sotto controllo, in Sierra Leone la popolazione è meno disposta a collaborare e ciò non aiuta a fermare l’espandersi del virus, anche se in tutti e tre i Paesi le persone che sono venute a contatto con l’ebola vengono scrupolosamente monitorate da team medici e paramedici esperti e preparati.

In Sierra Leone la popolazione collabora poco. E’ terrorizzatA dal virus killer. E’ capitato più di una volta che i familiari di un ammalato terminale abbiano portato via il loro caro congiunto dall’ospedale, dal reparto di terapia intensiva, per non lasciarlo morire solo. E’ chiaro che un atteggiamento del genere aggrava la situazione non solo per il malato, ma mette in pericolo i familiari, la comunità e facilita la propagazione del contagio.

Con un decreto governativo la Sierra Leone ha stabilito che chiunque interferisca nelle cure mediche di una persona affetta dal virus ebola sarà severamente punita, viene considerato come un atto criminale.

[embedplusvideo height=”400″ width=”500″ editlink=”http://bit.ly/TsToe5″ standard=”http://www.youtube.com/v/G3_1A06ZlVo?fs=1″ vars=”ytid=G3_1A06ZlVo&width=500&height=400&start=&stop=&rs=w&hd=0&autoplay=0&react=1&chapters=&notes=” id=”ep3461″ /]

Medici senza Frontiere (MSF)  e l’Organizzazione mondiale alla sanità  (OMS)sono seriamente preoccupati per l’espandersi del virus e Louis Samba, direttore OMS per l’Africa ha dichiarato di non essere in apprensione per la situazione attuale, ma per ciò che potrebbe succedere in un prossimo futuro.   Mali, Costa d’Avorio, Guinea Bissau e Senegal devono essere pronti. Il virus potrebbe esplodere in questi Paesi da un momento all’altro.

Per questo è stata indetta ad Accra, la capitale del Ghana per il 2-3 luglio una riunione con i rappresentanti di undici Stati dell’Africa occidentale.

L’OMS ha inviato oltre centocinquanta esperti nelle zone colpite, per assistere i Ministeri alla Sanità di Sierra Leone, Liberia e Guinea dal punto di vista tecnico e operativo. Medici di MSF hanno dichiarato che il virus è ormai fuori da ogni controllo. L’unica prevenzione possibile è quella di evitare di entrare in contatto con chi ne è affetto e di tenere sotto stretta sorveglianza medica le persone che per un motivo o l’altro non hanno potuto evitarlo.

ECHO, European Commission  Humanitarian Aid & Civil Protection, ha stanziato altri cinquecentomila Euro per combattere l’ebola. La cifra totale messa a disposizione da ECHO fino ad oggi, compreso l’ultimo finanziamento, è di un milione novecentomila Euro.

La collaborazione della comunità internazionale è indispensabile per arginare la propagazione del virus.

Malgrado ciò l’OMS non ritiene a tutt’oggi necessario chiudere le frontiere o sconsigliare viaggi nei tre Paesi colpiti dal killer assassino.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter@ cotoelgyes

Eritrea, abusi, violenze, repressione: l’ONU nomina una commissione di inchiesta

0

Africa Express
28 giugno 2014
Il Consiglio dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite (HRC) ha istituito una commissione d’inchiesta in Eritrea, considerato uno degli Stati più repressivi del mondo. La commissione di tre membri riferirà le sue conclusioni tra un anno. In una dichiarazione, il Consiglio ha condannato le violazioni dei diritti umani “diffuse e sistematiche”, tra cui la tortura e altre pene crudeli. L’Eritrea, come era ovvio, ha respinto la risoluzione.

cartello arrestate isayasGruppi per i diritti umani hanno già definito il Paese una “gigantesca prigione cielo aperto”. Amnesty International l’anno scorso ha raccontato che circa 10.000 eritrei erano stati imprigionati per motivi politici dopo l’indipendenza dall’Etiopia, avvenuta di fatto nel 1991.

Naturalmente il dispotico governo del dittatore Isayas Afeworki, ha negato qualsiasi addebito. All’inizio di questo mese, quattro vescovi cattolici eritrei, forse per la prima volta, hanno avuto  il coraggio di criticare pubblicamente il regime, sostenendo che il paese è ormai “desolato”.

Molti dei migranti annegati al largo di Lampedusa l’anno scorso venivano dall’Eritrea. I giovani devono fare il servizio militare fino all’età di 40 anni, una pratica che è giù stata condannata dalle Nazioni Unite. Si calcola che almeno tremila giovani fuggano ogni mese dal Paese, il cui livello di repressione è pari, se non superiore, a quello della Corea del Nord.

mani su gate prigioneCondannate dalla HRC, anche le restrizioni alla libertà di espressione, di religione e di riunione pacifica. Tutti i media privati sono stati chiusi e solo i membri di quattro religioni – l’ortodossa, cattolica e Chiese luterane e islam – sono autorizzati a praticare liberamente.

La denuncia di un Paese sulle presunte violazioni è qualcosa che molti Paesi, cercano disperatamente di evitare. Anche l’Eritrea con un lavoro di lobbying ha cercato di non far approvare la risoluzione che affida all’HRC  l’inchiesta. In realtà il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite non può ordinare sanzioni e neppure deferire qualcuno alla Corte Penale Internazionale (solo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha tali poteri).

Le sue indagini però ricevono un’enorme attenzione del pubblico. Recenti inchieste sulla Siria e sulla Corea del Nord hanno fatto notizia in tutto il mondo. Sono finite nelle mani di gruppi che difendono i diritti umani. E’ partita un’azione di lobbying, “indagare e svergognare”, nel tentativo di convincere e costringere quei regimi autoritari a cambiare registro.

Africa ExPress