Terrore in Kenya, 30 morti in due attacchi sulla costa. Il Paese rischia di esplodere

Dal Nostro Inviato Speciale
Ernesto Clausi
Malindi, 6 luglio 2014
E’ di almeno ventinove morti il bilancio di un nuovo duplice attacco sferrato la notte scorsa a Darsen e Hindi, nella regione nord orientale del Kenya. Un nutrito commando, composto da circa cinquanta persone vestite con mimetiche militari e armate di AK-47, fucili e panga, ha preso di mira la stazione di polizia a Gamba (Darsen, Tana River County), un centinaio di chilometri a nord di Malindi, e il villaggio di Hindi (Lamu County).

lorry060714Qui hanno bruciato una chiesa, case private e edifici governativi, dopo aver ucciso dieci persone, tutte di sesso maschile e adulte, oltre a un ragazzino che tentava di scappare. A Gamba, nell’assalto alla postazione di polizia, le vittime sarebbero una ventina, tra cui un ufficiale e cinque detenuti, presumibilmente messi a tacere perché coinvolti nei recenti attacchi terroristici nella regione.

Obiettivo di questo secondo attacco la liberazione di un terrorista coinvolto nell’attacco a Mpeketoni di tre settimane fa. “Uccidiamo i vostri uomini perchè un giorno andranno in Somalia a uccidere e stuprare” hanno detto alle donne del villaggio. Una di loro è stata costretta a uscire di casa con la figlia di due anni e mezzo.  Il marito, Sthephen Gichuhi, si è rifiutato ed è stato bruciato vivo con tutta l’abitazione, mentre il figlio più grande veniva freddato mentre cercava di scappare. Anche un invalido è morto nell’incendio della sua abitazione, anche lui arso vivo.

Dopo aver preso come ostaggi dei passanti e altri individui prelevati delle case, si sono fatti da questi portare in giro a seminare morte. Dopo il loro passaggio il villaggio era un lago di sangue. Un gruppo di terroristi ha bussato a casa di Mama Odipo Toka, di cui conoscevano il nome, dicendole: “Non ti faremo del male, ma bruceremo la tua casa”. Alcuni degli ostaggi, legati mani e anche i piedi ai più irrequieti, sono poi stati sgozzati.

feritoLa polizia, attraverso le parole del vice Ispettore Generale della polizia Grace Kaindi ha accusato senza mezzi termini il Mombasa Republican Council, movimento separatista che rivendica l’autonomia della fascia costiera da Nairobi e lamenta l’emarginazione vissuta dalla comunità islamica

Il movimento fondamentalista somalo al-Shabaab ha rivendicato l’attacco, come era stato per Mpeketoni. “I nostri uomini sono rientrati sani e salvi alla base”, ha dichiarato il portavoce dell’ala militare del gruppo terroristico Abdulaziz Abu Musab.

Il governo del presidente Uhuru Kenyatta continua a imputare gli attacchi a politici e gangs locali, che tenterebbero di destabilizzare il Paese per favorire l’ascesa al potere del leader dell’opposizione Raila Odinga e di portare avanti una campagna di “pulizia etnica” nei confronti dei kikuyu (tribù di Kenyatta), stanziatisi in un’area rivendicata dagli integralisti islamici e da tribù in lotta per la terra e lo sfruttamento delle sue risorse.

La dinamica dei due raid è simile al massacro di Mpeketoni, in cui tre settimane fa hanno perso la vita oltre sessanta persone. Anche ieri notte sono stati presi di mira uomini adulti e non musulmani. Bruciate e rase al suolo case, proprietà private e edifici governativi. Messaggi lasciati ai superstiti, in cui si dice che ritorneranno ancora, e che gli obbiettivi di questi raid devono lasciare i villaggi in cui vivono, poiché “questa terra appartiene ai musulmani”.

sangueE’ stata ritrovata anche una lavagna con degli slogan, posizionata a un incrocio affollato, con l’intenzione di incitare la popolazione a partecipare a questa lotta a oltranza. “Raila Tosha, Uhuru down” si legge (ovvero “Supportiamo Raila, abbasso  Uhuru Kenyatta”) e, sia in swahili sia in inglese, si legge: “Via i cristiani dalla costa, voi invadete una terra che appartiene ai musulmani e pretendete di vivere in pace”. C’è anche un’esortazione diretta ai rappresentanti del Mombasa Republican Council: “Munalala (svegliatevi)”, cioè un invito a intensificare la lotta politica, anche in forme violente.

L’ipotesi più accreditabile è che l’attacco sia stato frutto di un insieme di tutte queste componenti, con l’elemento della “pulizia etnica” che spicca sugli altri.

L’area di Lamu è da anni al centro di problemi per il “land grabbing” ciooè di acquisto di terreni da parte di grandi società agricole, sia sull’isola che sulla terraferma, dove la maggioranza degli abitanti sono squatters. Qui la terra è essenzialmente classificata come appartenente allo Stato. La politica governativa negli anni ha favorito l’afflusso nell’area di gente kikuyu proveniente dalle zone interne del Kenya. Ciò ha causato il risentimento della popolazione indigena.

L’elemento religioso passa in secondo piano ed è strumentalizzato. Le motivazioni sono politiche ed economiche. Questi ttacchi non sono indiscriminati. La stessa “caccia al cristiano” si risolve nell’equazione “cristiano uguale kikuyu”. Insomma, il messaggio che passa, al di là della minccia terroristica somala sembra essere “to kill the hope”, ovvero uccidere la speranza e i sogni degli abitanti kikuyu che nell’area hanno trovato una terra fertile da coltivare e in cui prosperare. Mpeketoni fornisce frutta e verdura a Lamu, Malindi (quasi il 70%), Mombasa e Garissa.

Anche la costruzione a Lamu dell’enorme progetto infrastrutturale Lapsset (Lamu Port Southern Sudan-Ethiopia Transport) fa gola imprenditori e politici, e alimenta le tensioni tribali.

E’ ragionevole ritenere che elementi di al-Shabaab forniscano appoggio logistico e training e il movimento condivida i termini dell’operazione, che ha chirurgicamente colpito al cuore il Kenya e ha ottenuto il massimo impatto in linea con gli obiettivi del gruppo somalo: spaccare il Paese in due.

Tuttavia tra gli esecutori materiali troverebbero spazio elementi dei clan somali stanziatisi in Kenya o giovani reclutati nel Paese, terreno fertile per la radicalizzazione islamica a causa dell’altissimo tasso di disoccupazione giovanile e dell’emarginazione lamentata dalla comunità islamica.  Ciò si riflette nel nuovo modus operandi degli attacchi rivendicati da al-Shabaab in Kenya: raid di miliziani armati (lo stile è quello dei nigeriani di Boko Haram), anziché omicidi mirati e utilizzo di bombe e ordigni.

La situazione nel Paese è sempre più esplosiva, le dichiarazioni e i discorsi di alcuni leaders politici richiamano alla mente le circostanze che portarono alle violenze post elettorali del 2007/8 in cui persero la vita oltre mille persone.

lavagnaIl vice Presidente William Ruto, in visita ai luoghi teatro degli attacchi, è stato chiaro: “Se qualcuno vuole prendere il potere, dovrà aspettare le prossime elezioni”. Un messaggio chiaro e diretto alla coalizione Cord guidata da Raila Odinga, il quale rientrato da un tour di tre mesi negli Stati Uniti ha intrapreso una campagna di manifestazioni e comizi in tutto il Paese che avrà il suo momento culminante oggi a Nairobi, con il mega raduno previsto a Uhuru Park in occasione del Saba Saba day.

Il Saba Saba day è una manifestazione che richiama quella del 1990, quando l’opposizione mise a ferro e fuoco Nairobi e altre città per costringere l’allora partito unico, il Kanu (Kenyan African National Union)  ad accettare una democrazia multipartitica. Le manifestazioni furono violente e represse dalle autorità, e causarono morti e feriti. Raila, che di fatto non ha mai accettato la sconfitta elettorale alle presidenziali dello scorso anno, fa leva proprio sulla mancanza di dialogo diretto con Uhuru per presentare l’amministrazione Kenyatta come una dittatura mascherata (ha solo formalmente riconosciuto il verdetto della Corte Suprema, ma ora torna a parlare di brogli e di averne le prove).

Da più parti, all’interno della maggioranza, ma anche nello stesso movimento d’opposizione Cord, c’è il timore che l’esasperazione delle tensioni possa destabilizzare il Paese.

A Nakuru e Naivasha, nella Rift Valley, sono riapparsi volantini per le strade che “invitano” la tribù Luo, cui appartiene Raila Odinga,  a lasciare l’area. Qui, dove si concentrano le tribù Luo e Luhya, religiosi locali affermano che non ci sono più panga in circolazione. Un segnale preoccupante.  Gli scontri tra tribù (Garre e Degodia) sono ripresi anche al confine tra le contee di Mandera e Wajir. Venti i morti e una trentina di case bruciate negli ultimi attacchi, dopo una tregua durata un anno.

Altre situazioni critiche sono presenti tra tribù, a causa dei continui furti di bestiame, nelle comunità di: Igembe West, Tigania East, Isiolo, Samburu, Turkana South and East, West Pokot e Baringo. Tutte queste situazioni rischiano di esplodere se strumentalizzate dai locali leader politici.

E’ essenziale rimarcare come il voto in Kenya sia strettamente legato all’appartenenza etnica. Da gennaio a oggi quasi duecento kenioti sono morti in scontri etnici, causati dalla volontà di controllare le risorse (terreni, acqua), da istigazioni politiche e attacchi terroristici veri e propri.

Ernesto Clausi
e.clausi@hotmail.it
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witter @ernestoclausi

 

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Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi