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Terrorismo in Kenya: 12 ore di coprifuoco quotidiano a Lamu, paradiso dei turisti

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Speciale per Africa ExPress
Ernesto Clausi
20 luglio 2014
“A causa della situazione di insicurezza nella Contea di Lamu, io David Mwole Kimaiyo, in qualità di capo della Polizia e in base a quanto previsto dal Public Order Act, dichiaro operativo il coprifuoco in tutta la Contea per un mese, a partire dal 20 luglio, dalle sei e trenta del pomeriggio alle sei e trenta del mattino. Durante tale periodo di tempo ogni individuo è tenuto a rimanere in casa salvo autorizzazione scritta rilasciata dal County Commander”. Quello che era un paradiso turistico è oggi una “war zone”.

morto a mpaketoniUn’ordinanza che richiama alla mente scenari di guerra. Siamo nella regione Nord Orientale del Kenya, dove si trova l’arcipelago di Lamu, uno dei posti turistici più esclusivi e incantevoli del mondo. Nella regione da un mese a questa parte si susseguono attacchi e raid notturni a villaggi e proprietà, che hanno causato quasi cento morti e migliaia di sfollati.

L’ordine è arrivato nel tardo pomeriggio di ieri, poche ore dopo un’altra direttiva che vietava invece la circolazione di tutti i veicoli, pubblici e privati, dal tramonto all’alba lungo la strada che da Garsen va a Lamu. E’ l’unica strada che percorre la fascia costiera verso nord. Centoventi chilometri di sterrato, che costeggiano la vastissima foresta di Boni, dove trovano rifugio alcuni dei miliziani autori dei raid delle scorse settimane. E che si sono resi protagonisti, venerdi notte, dell’ennesimo attacco. Sette persone, tra cui quattro poliziotti, sono rimaste uccise in un’imboscata a un autobus della compagnia Tahmeed (una delle principali), che da Mombasa era diretto a Lamu, nei pressi di Witu.

Lamu dl mareWilson Muthama era al suo primo viaggio come autista della Tahmeed. Due uomini armati a bordo strada lo hanno prima costretto a fare inversione, poi lo hanno fatto scendere e lo hanno sgozzato. Quindi hanno cominciato a sparare verso i finestrini del bus, mentre i passeggeri si nascondevano sotto i sedili. Poi hanno fermato tre macchine che sopraggiungevano derubandone i passeggeri. Quando è arrivato un mezzo della polizia, altri miliziani sono spuntati dal bosco e hanno aperto il fuoco.

barche di pescatoriUna strada da sempre pericolosa quella che porta a Lamu. Qui in passato scorrazzavano bande armate, ma negli ultimi anni la situazione si era stabilizzata. Nonostante ciò, da tempo è prassi che uno o due militari salgano sui bus come scorta. E accompagnino poi i passeggeri anche sul barcone che dal molo di Mokowe li traghetta fino al porticciolo di Lamu, per contrastare eventuali intenti criminali e azioni di pirateria.

L’isola di Lamu è stata negli anni meta di celebrità del calibro di Carolina di Monaco e Mick Jagger. Lo scorso anno qui passeggiava con la sua famiglia l’ex presidente del Barcellona Laporta. “Oggi, con la stagione turistica alle porte, è una città fantasma” dice il manager di un famoso hotel dell’isola.

soldati in pattugliamentoLamu ha nel suo dna una profonda cultura di ospitalità e tolleranza. Una popolazione pacifica e accogliente, una civiltà, quella swahili, influenzata dall’apertura ai commerci marittimi e dagli influssi arabi. Inoltre è una piccola isola, senza auto. Ci si muove in barca, a piedi o a in groppa agli asini, che qui abbondano. E’ difficile quindi che possano infiltrarsi componenti violente, senza che gli elders del posto e la popolazione ne siano consapevoli.

Però la vicinanza con la Somalia la rende esposta a incursioni fondamentaliste e a un processo di radicalizzazione islamica che ha investito l’intera costa orientale dell’Africa e che trova in Mombasa il centro di tale fenomeno. Lamu è inoltre un hub logistico perfetto per l’ingresso di elementi radicali dalla Somalia. Entrare con un dhow in Kenya è più semplice che passare dai seppur porosi confini terrestri.

Sull’isola c’è soltanto una chiesa cattolica. Con un controverso discorso il Governatore aveva chiesto che venisse chiusa, perchè “Lamu è un’isola islamica”. Alla messa domenicale assistevano in media cinquecento persone, domenica scorsa ce n’erano soltanto una trentina. Sull’isola sono apparsi (come in altre parti del Kenya) volantini che “invitano” i residenti non islamici ad andare via.

Attacc a banca equityDiversi negozi hanno chiuso e molta gente è scappata. “Non ritorno a Lamu, ho paura – racconta Babu, pescatore -. Provo a lavorare qui a Malindi; e se anche qui le cose dovessero andare male perché non ci sono turisti scenderò fino a Zanzibar”.

Il coprifuoco è la misura più incisiva adottata finora per far fronte alla degenerazione del quadro sicurezza lungo la costa kenyota. In realtà una sorta di coprifuoco tacito era già in vigore, e non solo a Lamu e dintorni. Anche a Malindi, Kilifi, Mtwapa la notte le strade sono semideserte. I rastrellamenti dell’esercito sono sempre più frequenti, e chi viene trovato per strada senza documento d’identità viene immediatamente fermato e portato in caserma.

Kimayo ha anche specificato che le aree adiacenti alla foresta di Boni sono da considerarsi “no go zone”, e i residenti che vi circoleranno saranno considerati sospetti e arrestati. I mezzi di trasporto pubblici che inoltre viaggeranno durante il giorno dovranno essere scortati.

MortiLe forze di sicurezza, che hanno lanciato una vasta operazione antiterrorismo nella zona e cercano di fare terra bruciata attorno ai miliziani, si sono rivelate finora assolutamente inadeguate nella gestione della crisi, nonostante il consistente dispiegamento di uomini e mezzi. Negligenza, paura, impreparazione e carenza di equipaggiamenti, ma anche una cronica corruzione e il coinvolgimento di ex militari nella preparazione degli attacchi: questo insieme di fattori ha contribuito al fallimento delle operazioni di polizia ed esercito.

I recenti assalti hanno alimentato le tensioni e le divisioni presenti sulla costa, dove il fondamentalismo islamico, i conflitti tribali e le dispute relative alle proprietà terriere formano un cocktail esplosivo.

L’attacco di venerdì notte è stato rivendicato da al-Shabaab. Il movimento somalo si è attribuito la paternità di tutte le recenti incursioni nei villaggi della contea. Tuttavia le differenti modalità delle scorrerie e gli obiettivi presi di mira (commando armati e raid nei villaggi, assassinii mirati e distruzione di proprietà pubbliche, attacco a villaggi di tribù colpevoli di aver “rubato la terra” alle tribù indigene) inducono a ipotizzare la commistione di più elementi.

shebab in KenyaL’amministrazione Kenyatta continua a puntare il dito contro gang e politici locali, che tenterebbero di destabilizzare il Paese per favorire l’ascesa al potere del leader dell’opposizione Raila Odinga, e in particolare contro il Mombasa Republican Council (MRC), movimento separatista che rivendica l’autonomia della fascia costiera da Nairobi e lamenta l’emarginazione vissuta dalla comunità islamica nel Paese.

L’attacco di Mpeketoni dello scorso giugno, in cui morirono circa sessanta persone, si è rivelato essere una campagna di “pulizia etnica” nei confronti dei kikuyu (tribù del presidente Kenyatta), stanziatisi in un’area rivendicata dagli integralisti islamici e da tribù in lotta per la terra e lo sfruttamento delle sue risorse. L’area di Lamu è da anni al centro di problemi per il “land grabbing”. I settlement schemes adottati dal Governo negli anni hanno favorito l’afflusso nella zona di gente proveniente dalle regioni interne del Kenya, causando cosi il risentimento della popolazione indigena.

The NationE’ ragionevole ritenere che elementi di al-Shabaab forniscano appoggio logistico e training e il movimento condivida e incentivi gli attacchi, che hanno chirurgicamente colpito al cuore il Kenya. Tuttavia negli esecutori materiali troverebbero spazio elementi dei clan somali stanziatisi in Kenya o giovani reclutati nell’ex colonia britannica, terreno fertile per la radicalizzazione islamica a causa dell’altissimo tasso di disoccupazione giovanile e dell’emarginazione lamentata dalla comunità islamica. I miliziani hanno un profondo legame con il tessuto sociale locale.

Inoltre la costruzione a Lamu dell’enorme progetto infrastrutturale Lapsset (Lamu Port Southern Sudan-Ethiopia Transport) fa gola imprenditori e politici, e alimenta le tensioni tribali.

Oltre settanta persone sono state finora arrestate, compreso il Governatore di Lamu Issa Timamy, accusato di coinvolgimento in attività terroristiche.

Peraltro il livello di tensione è alzato dalla scia di omicidi extragiudiziali avvenuti negli ultimi anni nei confronti di leader religiosi che godevano di forte consenso all’interno della comunità islamica. Sotto accusa è l’Anti Terrorism Police Unit. L’ondata repressiva nei confronti della popolazione musulmana nel Paese e della diaspora somala ha un effetto boomerang sul quadro sociale interno, poiché spinge giovani, poveri e disoccupati tra le braccia del fondamentalismo anziché favorire il processo di integrazione sociale.

SpiaggiaNel settembre 2011 a Kiwayu, un’incantevole isola nella parte settentrionale dell’arcipelago di Lamu, un turista inglese era stato ucciso e la moglie rapita in un attacco a uno degli splendidi resort dell’isola. Un mese dopo Marie Diedeu, un’ex atleta francese costretta su una sedia a rotelle, era morta nelle mani dei suoi rapitori, che dopo averla rapita la stavano portando in Somalia.

Dopo questi episodi Nairobi ha deciso di lanciare l’operazione Linda Nchi (“proteggere la nazione”) schierando le proprie truppe in Somalia per contrastare al-Shabaab e riportare la stabilità nello Jubaland, Somalia meridionale. Da allora è partita una campagna di attacchi e attentati in territorio keniota da parte del movimento terrorista somalo, che ha trovato terreno fertile per il reclutamento sulla costa e all’interno della diaspora somala, e ha registrato il suo apice con l’attacco al centro commerciale Westgate dello scorso settembre.

Ernesto Clausi
e.clausi@hotmail.it
twitter @ernestoclausi

Nelle foto: un morto dopo l’attacco a Mpeketoni, due vedute di Lamu, l’edificio della banca bruciata e alcuni dei cadaveri a Mpeketoni, un gruppo di shebab in Somalia, la prima pagina del più diffuso quotidiano keniota, una delle splendide spiagge di Kiwayu

Sul barcone della morte dalla Libia a Lampedusa, Maru un papà che non si arrende

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 19 luglio 2014
Erano le undici ed un quarto quando è  arrivata la telefonata da un numero satellitare. In un certo senso ero preparata, ma si spera ugualmente che certe chiamate non arrivino mai.  Maru mi aveva scritto ieri sera che stava per imbarcarsi da un porto della Libia: “Cornelia, sono Maru, la nostra imbarcazione è in difficoltà. Abbiamo bisogno di aiuto. Stiamo imbarcando acqua. Siamo in centoquattro”. La comunicazione è difficile. La linea cade spesso. Mi richiamano. Immediatamente avverto la nostra Marina Militare, prendono nota del mio SOS.

barconen1Durante la giornata di oggi mi hanno ritelefonato spesso. Ho parlato con tante persone diverse, in lingue diverse.  Ogni volta erano più disperati. Il carburante era terminato. Non avevano né cibo né acqua con sè. Maledetti trafficanti. Acqua, cibo e carburante pesano. Meglio imbarcare qualche persona in più, piuttosto che le cose di prima necessità. Il guadagno prima di tutto. Se poi muoiono, chi se ne frega. Intanto il pagamento va fatto in anticipo, come un qualsiasi biglietto di trasporto.

La guardia costiera mi avev  raccomandato di trasmettere positività durante le telefonate. Una parola, specie se si è emotivamente coinvolti, come in questo caso. Africa-Express si è occupato altre volte di Maru, della sua famiglia.

Finalmente, verso le 20.00, ricevo la conferma che sono stati tratti tutti in salvo da una nave commerciale, aiutata dalla nave militare San Giorgio. Lacrime di gioia.

Barcone 2Maru ha perso la moglie durante un naufragio a giugno dello scorso anno, mentre stava venendo in Italia con la loro figlioletta. Non si sa dove sia ora la piccola Mekdes. L’abbiamo cercata ovunque. Si è come volatilizzata. Maru è un profugo etiope, viveva e lavorava a Khartoum (capitale del Sudan) fino a qualche mese fa, ma non si è mai arreso; si è licenziato, ha raccolte le sue poche cose ed è partito per la Libia, per raggiungere l’Italia, per cercare Mekdes.

Maru è una storia nella storia. Le persone che sbarcano nella nostra terra portano nell’anima dolori indelebili.   Sofferenze atroci, spesso anni di galera per immigrazione clandestina nei vari Paesi che sono costrette ad attraversare per raggiungere la meta. Quasi sempre sono obbligate ad affidarsi a contrabbandieri, che non di rado le vendono a trafficanti di esseri umani. Ricatti e riscatti sono all’ordine del giorno.  La morte è sempre in agguato, l’unico conforto sono i sogni, gelosamente custoditi, insieme ai ricordi del passato.

Barcone 3Sarebbe tanto più semplice se i consolati, le ambasciate dei governi occidentali aprissero le porte e rilasciasse un regolare visto, come da anni chiedono le associazioni per la difesa dei diritti umani.  Un profugo non sceglie, spesso non ha altra scelta: quando viene a mancare il rapporto di fiducia tra cittadino e Stato, non resta altro che scappare, lasciare affetti, radici.

Il mondo occidentale ha costruito muri per proteggere le proprie frontiere, ma chi è disperato è disposto a sacrifici inimmaginabili, pur di conquistare un briciolo di liberta, il cui prezzo è altissimo. Spesso lo si paga con la vita. Il rifugiato lo sa. Ma è determinato nel ripetersi ogni giorno: “Forse ce la farò”.

Diceva Giacomo Leopardi: “Il forse è la parola più bella del vocabolario italiano, perché apre delle possibilità, non certezze. Perché non cerca la fine, ma va verso l’infinito…”

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

L’Uganda viola i diritti umani e l’Italia le vende elicotteri

Antonio Mazzeo
18 luglio 2014
Nuovi sistemi d’arma italiani per il continente africano. Il ministero degli Interni dell’Uganda ha sottoscritto con il gruppo AgustaWestland (Finmeccanica) un contratto per la fornitura di due elicotteri a favore dell’Uganda Police Force Air Wing, la forza aerea della polizia ugandese. La consegna avverrà nel 2015, mentre sei piloti saranno addestrati alla guida degli aeromobili sin dai prossimi giorni.

Elicottero W-3_Sokół_8496Il contratto, reso noto al Farnborough International Airshow – la fiera mondiale dei sistemi di guerra aerea in corso in Gran Bretagna – è stato acquisito da Pzl-Swidnik, società con sede in Polonia di proprietà di AgustaWestland. “Continua il successo dei modelli di Finmeccanica e di Pzl-Swidnik nel mercato commerciale e parapubblico africano, nell’attuazione di una vasta gamma di missioni per le forze dell’ordine, servizi medici di emergenza, trasporto vip, pattugliamento marittimo, off-shore e servizio-navetta per i piloti”, riporta l’ufficio stampa di AgustaWestland.

In Uganda giungeranno un elicottero bimotore leggero modello “GrandNew” e un bimotore intermedio multiruolo W-3A “Sokol”. Il “GrandNew” è la versione di ultima generazione del più noto elicottero da guerra AW109 e sarà assemblato presso lo stabilimento Agusta di Vergiate (Varese). Con un costo che sfiora di 8 milioni di dollari circa, il velivolo può trasportare sino a sette passeggeri a una velocità di crociera massima di 289 km/h ed un range di 859 chilometri.

“Il GrandNew è stato scelto perché fornisce capacità di missione notevoli e sicurezza in condizioni operative difficili”, spiega AgustaWestland. Le differenti versioni dell’elicottero AW109 possono essere armate di mitragliatrici da 7,62 e 12,7 mm e lanciatori di razzi e missili “TOW”.

L’elicottero W-3A “Sokol” che sarà assemblato presso lo stabilimento di Pzl-Swidnik (Polonia), consentirà alle forze di polizia ugandesi di eseguire una vasta gamma di operazioni “in tutti i tipi di clima e condizioni ambientali”, dal trasporto truppe e carichi militari, alla ricerca e soccorso, ecc. Il velivolo ha una velocità massima di 260 km/h e un raggio operativo di 745 km, ed è stato già acquistato dalle forze armate di una decina di paesi, tra cui la Polonia (che ha utilizzato il “Sokopl” nel conflitto in Iraq dal 2008), la Repubblica ceca, le Filippine, la Birmania e il Cile. Recentemente anche l’Algeria ha ordinato ad AgustaWestland/Pzl-Swidnik sette velivoli W-3A.

fabbrica elicotteri 2L’Uganda è uno dei principali alleati Usa nelle operazioni “antiterrorismo” in Corno d’Africa. Da diversi anni i militari e gli agenti di polizia ugandesi vengono armati ed addestrati dal Pentagono per contrastare l’organizzazione islamico radicale degli al-Shabab che controlla una parte del territorio della Somalia. L’esercito ugandese è impegnato inoltre a fianco dei marines Usa nella Repubblica Centrafricana contro le milizie del Lord’s Resistance Army, il gruppo ribelle guidato da Joseph Kony.

Nonostante gli appelli delle maggiori organizzazioni internazionali per i diritti umani, il 24 febbraio 2014 il presidente ugandese Yoweri Museveni ha firmato la “legge contro l’omosessualità” che criminalizza ulteriormente gli atti sessuali consensuali tra persone adulte dello stesso sesso, prevedendo in alcuni casi persino l’ergastolo. La nuova legge punisce duramente per la prima volta il lesbismo e la “promozione dell’omosessualità” e impone la carcerazione per i casi di “omosessualità aggravata” (attività sessuali con minori o con portatori del virus Hiv).

Protesta all'ambasciata“Questa legge è un affronto ai diritti umani di tutti i cittadini ugandesi”, ha dichiarato Gemma Houldey, ricercatrice sull’Uganda di Amnesty International. “Ha un impatto diretto sui difensori dei diritti umani e sulla somministrazione di cure mediche; istituzionalizza l’odio e la discriminazione contro le persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuali. La legge segna un momento molto grave nella storia dell’Uganda e fa carta straccia dei diritti sanciti nella Costituzione”.

Nel 2013 il ministero degli Interni dell’Uganda (oggi acquirente degli elicotteri Agusta) ha minacciato di rendere illegali 38 organizzazioni non governative, accusandole di “promuovere l’omosessualità”.

In risposta alla ratifica della legge sull’omosessualità, un mese fa l’amministrazione Obama ha reso nota la cancellazione di una vasta esercitazione militare aerea in Africa orientale, cui avrebbero dovuto partecipare le forze armate ugandesi e Usa. Washington ha inoltre imposto una serie di restrizioni per la concessione di visti a favore di cittadini ugandesi sospettati di violazioni dei diritti umani. “Queste misure intendono rafforzare il nostro sostegno ai diritti umani di tutti gli Ugandesi indipendentemente dal loro orientamento sessuale o identità di genere”, ha dichiarato la Casa Bianca.

Gli Stati Uniti hanno deciso infine di destinare ad altri paesi africani gli aiuti economici per 118 milioni di dollari che erano stati previsti per le autorità di Kampala. Non è certo invece se verrà sospesa la missione Usa avviata a marzo in Uganda. Secondo il Washington Post, quattro velivoli da trasporto CV-22 “Osprey”, alcuni rifornitori in volo e 150 marines delle forze operative speciali erano stati messi a disposizione della coalizione militare africana a guida ugandese, in guerra contro il Lord’s Resistance Army in Repubblica Centrafricana, Congo e Sud Sudan.

Protesta all'ambasciata 2Anche questo intervento è stato duramente criticato da Amnesty International. “Sono state documentate violazioni dei diritti umani da parte delle forze armate dell’Uganda contro le comunità di civili in cui è presente l’LRA e contro i membri di questo gruppo che sono stati arrestati”, riporta l’ultimo rapporto annuale dell’organizzazione. “Sono continuate le restrizioni alla libertà di espressione e associazione. Lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuali sono vittime di persecuzioni. La polizia e altri funzionari statali continuano a compiere violazioni dei diritti umani, comprese torture, e i responsabili non vengolno puniti. I giornalisti, i leader dell’opposizione e gli attivisti che criticano le autorità sono esposti ad atti d’intimidazione e vessazione, come detenzioni arbitrarie e false accuse. Ameno 70 giornalisti hanno denunciato di essere stati oggetto di aggressioni fisiche e detenzioni arbitrarie nell’ultimo anno. I tribunali civili e militari hanno continuato ad emettere condanne a morte anche se non ci sono state esecuzioni nel 2012”.

Un quadro a tinte fosche che non sembra turbare in alcun modo i manager del complesso finanziario-militare-industriale italiano.

Nel novembre 2007 la polizia ugandese aveva firmato con Finmeccanica un contratto di 5 milioni di dollari per acquistare un elicottero monomotore multiruolo AgustaWestland AW119 “Koala”. Selex Communications (oggi confluita in Selex ES, Finmeccanica) ha venduto invece all’Uganda quattro motoscafi intercettori superveloci e il sistema di comunicazioni “Tetra” per il pattugliamento del lago Vittoria (valore complessivo 6 milioni di euro).

Antonio Mazzeo
a_mazzeo@yahoo.com

Ebola, la Costa d’Avorio blocca le frontiere, ma solo ai rifugiati

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 18 luglio 2014
Finora il virus ebola ha ucciso 603 persone, gli ammalati sono 964, poco sotto da quota mille, ma il dramma è che nessuno riesce a fermare l’epidemia. Inoltre, a differenza delle alte volte, la forza del virus non accenna a diminuire, cioè non va spegnendosi lentamente ma inesorabilmente. No. Chi si ammala oggi rischia di morire esattamente come chi si è ammalato allo scoppio del contagio.

Cartello“E’ la peggiore epidemia di ebola mai vista. Ci vorranno ancora mesi prima che si estingua. E’ molto difficile controllarla”, ha spiegato qualche giorno fa Dan Epstein, portavoce dell’Organizzazione mondiale della Sanità durante una conferenza stampa, tenutasi a Ginevra, dove l’OMS ha a sua sede.

“Il nostro compito nei Paesi colpiti (Guinea, Liberia e Sierra Leone) è assai difficile. Le persone sono diffidenti, hanno paura, sono arrabbiate, si sentono abbandonate, dovendo stare in reparti di isolamento”, ha aggiunto Epstein.

L’ospedalizzazione viene vista come una sentenza di morte. In Liberia un gruppo di medici e paramedici è stato assalito da bande armate, mentre in Sierra Leone e in Guinea i parenti stretti nascondono spesso gli ammalati, non vogliono che i loro cari restino soli, che muoiano senza nessun familiare accanto. Ed è proprio questa la  difficile battaglia che l’OMS e i suoi partner deve vincere. La popolazione dei tre Paesi deve essere informata, educata nell’affrontare questa malattia terribile, altrimenti il virus troverà sempre terreno fertile, il contagio non si arresterà.

tecniciDurante la conferenza ad Accra, organizzata dall’OMS e alla quale hanno partecipato i ministri alla salute di undici Paesi dell’Africa occidentale e rappresentanti di organizzazioni che collaborano con l’OMS per sconfiggere nei Paesi colpiti il virus killer, è stato evidenziato che è indispensabile organizzare dei corsi formativi per volontari, rappresentanti autorevoli delle comunità, leader religiosi. Insomma persone che, godendo della fiducia della popolazione, possano insegnare e trasmettere ai cittadini i comportamenti sanitari ed etici da adottare per limitare la diffusione del virus killer e per poter finalmente controllare questa epidemia che per il momento pare non voglia fermarsi, come lo dimostra l’ultimo bollettino rilasciato dall’OMS il 15 luglio 2014:

Tra l’8 e il 12 luglio la situazione era la seguente:

Sierra Leone: quarantanove nuovi casi (tra confermati, sospetti e probabili), cinquantadue sono stati invece i decessi.

Liberia: trenta nuovi casi (tra confermati, sospetti e probabili), i morti sono stati tredici

Guinea: “solo” sei nuovi casi, mentre i morti sono tre

Il totale lascia sconcertati:  sono state uccise da ebola 603 persone e coloro che hanno contratto il virus sono 964. Ovviamente la situazione è soggetta a variazioni continue. L’OMS non sconsiglia viaggi nelle zone colpite. Durante la conferenza sull’ebola (EVD) ad Accra, tutti gli intervenuti, nessuno escluso, ha ritenuto inutile una chiusura delle frontiere.

volto che sta maleAppare dunque assai curioso perché il governo della Costa d’Avorio, il cui ministro alla sanità era presente con la sua delegazione alla conferenza di Accra, abbia vietato l’ingresso a trecentonovantadue rifugiati che negli scorsi giorni hanno chiesto di poter ritornare nel loro Paese. Erano fuggiti dalla Cota d’Avorio dopo gli scontri post-elettorali del 2011 ed erano stati accolti in un campo per profughi in Liberia. Alcuni rifugiati sono ritornati con il programma di riconciliazione tempo fa, altri si trovano ancora lì e vorrebbero, appunto, ritornare in patria.

“E’ una violazione del diritto interno e internazionale – ha commentato Mohammed Askia Touré il rappresentante dell’Alto commissariato per i rifugiati, ad Abidjan, la capitale della Costa d’Avorio -. Abbiamo proposto alle autorità governative di sottoporre tutti i rifugiati a esami di laboratorio mirati ad evidenziare la presenza del virus nel sangue – ha poi aggiunto – . Non hanno accettato. Secondo me il problema non è l’ebola, il vero motivo è un altro, politico”, ha aggiunto il diplomatico dell’UNHCR.

“Non possiamo rischiare. E’ troppo pericoloso far entrare così tante persone che provengono da un Paese dove perversa una terribile epidemia. E’ impensabile”, ha spiegato Bruno Kone, portavoce del governo ivoriano.

Intanto 392 cittadini della Costa d’Avorio non possono fare rientro a casa loro. Si dice per colpa dell’ebola. Le vittime di un virus sono molteplici!

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

 

 

 

Altro legionario francese ammazzato in Mali: è il nono

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 15 luglio 2014
Ieri, 14 luglio 2014, anniversario della presa della Bastiglia, ha perso la vita il nono soldato francese in Mali:  un sottufficiale di quarantacinque anni, in servizio da oltre venti. Era la sua ottava missione all’estero. Dejvid Nicolic, di origini serbe, naturalizzato francese, è stato gravemente ferito insieme ad altri sei commilitoni durante un attacco suicida. Un’auto si  è lanciata contro il blindato francese ad un centinaio di chilometri a nord di Gao, capitale dell’Azawad, territorio nel settentrione del Paese, che dal 6 aprile 2012 ha dichiarato unilateralmente la sua indipendenza. I feriti sono stati trasportati immediatamente all’ospedale militare di Gao, dove Nicolic, le cui condizioni sono apparse subito gravissime, è deceduto in serata.

scudetto sul braccioLa Francia è presente in Mali con un contingente di millesettecento uomini dall’11 gennaio 2013. L’”operazione SERVAL” è stata autorizzata con la risoluzione ONU 2085 nel dicembre 2012, dietro richiesta del governo maliano ad interim per contrastare i gruppi islamici armati e per sostenere le truppe governative.  Africa-Express ha illustrato ampiamente il conflitto in Mali in questo articolo: http://www.africa-express.info/2013/12/24/il-conflitto-mali-e-il-terrorismo-nel-sahal-colloquio-con-serge-daniel/

E proprio domenica scorsa il presidente François Holland aveva dichiarato la fine dell’operazione SERVAL. Infatti, Holland si recherà in Africa per una visita di tre giorni il prossimo giovedì, 17 luglio 2014. La prima tappa sarà in Costa d’Avorio, a seguire Niger e Ciad per proporre e discutere  la nuova operazione “BARKHANE”, che impiegherà tremila soldati francesi. A questo progetto, che dovrebbe contrastare il terrorismo nel Sahel, collaboreranno la Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad.

Folla saluta i francesiL’operazione sarà diretta da N’Djamena, capitale del Ciad, dove gli ufficiali francesi intendono installare la loro base. Mille soldati francesi resteranno nel  Mali, milleduecento saranno presenti nel Ciad, i restanti militari saranno dislocati in varie altre zone.

Domani, il ministro alla difesa francese, Jean-Yves Le Drian è atteso nel Mali per illustrare dettagliatamente la nuova operazione Barhane che, appunto, sostituirà Serval.

Uno spiegamento delle forze francesi per contrastare i movimenti jihadisti in tutto il Sahel : Mali, Mauritania, Niger, Ciad,  Burkina Faso, tutte ex-colonie della Francia. Un buon padre non abbandona mai i propri figli!

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter : @cotoelgyes

 

 

I caschi blu alla guerra in Mali con i droni italiani

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Antonio Mazzeo
12 luglio 2014
Le Nazioni Unite vanno alla guerra in Mali con gli aerei senza pilota prodotti a Ronchi dei Legionari, Gorizia, negli stabilimenti della Selex ES, gruppo Finmeccanica. Nei giorni scorsi il responsabile Onu per le operazioni di peacekeeping, Hervé Ladsous, ha reso noto che i caschi blu della missione MINUSMA (Mission multidimensionnelle intégrée des Nations Unies pour la stabilisation) utilizzeranno i droni “Falco” nel paese africano vittima di un violento conflitto politico-militare interno. 

francesiAnche se privi di armamento a bordo, i “Falco” di Selex-Finmeccanica sono un sistema d’eccellenza per le operazioni di sorveglianza e segnalazione degli obiettivi “nemici”. Questo velivolo a pilotaggio remoto è in grado di volare a medie altitudini con un raggio di azione di 250 km e un’autonomia superiore alle 12 ore di volo a un’altitudine di 10 mila metri. Grazie ai propri sensori radar ad alta risoluzione, il “Falco” può individuare, di giorno e di notte, obiettivi in tempo reale e a notevole distanza.

Secondo quanto anticipato da Analisi difesa, i droni italiani acquistati dall’Onu sono quattro e saranno schierati nelle basi di Gao e Timbuctù dove già operano elicotteri da guerra francesi e olandesi. I velivoli saranno gestiti per i prossimi tre anni da una società privata che curerà anche la manutenzione e l’elaborazione delle immagini raccolte a beneficio delle unità di MINUSMA. “Il governo maliano – scrive Analisi difesa – in difficoltà dopo i rovesci subiti negli ultimi due mesi contro i miliziani jihadisti e i guerriglieri Tuareg, ha approvato l’invio dei droni made in Italy che incrementeranno il traffico di velivoli teleguidati sul Paese dove già operano alcuni MQ-9 Reaper statunitensi e francesi”.

droneI droni dell’aeronautica francese decollano anche dallo scalo di Niamey (Niger), insieme ai tre cacciabombardieri “Mirage 2000” e ai tre caccia multiruolo “Dassault Rafale” trasferiti in Africa con oltre 2.000 soldati (Operazione “Serval”), in risposta al colpo di stato militare in Mali del marzo 2012 e all’offensiva lanciata nel nord del paese dal Movimento di liberazione dell’Azawad, a prevalenza Tuareg.

Dal dicembre 2013 altri cinque droni-spia “Falco” vengono utilizzati dalla Missione militare delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo (MONUSCO) per “monitorare” nella regione orientale del North Kivu, al confine con il Ruanda, i movimenti dei gruppi armati antigovernativi.

Per l’acquisizione dei droni, il Consiglio di Sicurezza sborsò allora 50 milioni di euro circa. “Usiamo queste macchine disarmate e senza equipaggio nella Repubblica Democratica del Congo per avere un quadro più preciso di quanto sta accadendo in loco e nella convinzione del loro forte effetto deterrente”, ha spiegato il responsabile Onu, Hervé Ladsous. Sempre Ladsous ha espresso l’intenzione di acquistare altri droni di produzione italiana per dispiegarli in Repubblica Centrafricana e in Darfur “in appoggio alle locali missioni di peacekeeping e sorvegliare ampi spazi con contingenti militari di dimensioni limitate”.

Soldato e blindato unIl 17 gennaio 2013 i Ministri degli Affari Esteri dell’Unione Europea hanno approvato la missione di assistenza militare denominata “European Union Training Mission – Mali” (EUTM – Mali) con compiti di addestramento, formazione e supporto logistico alle forze armate governative del Mali, “al fine di contribuire al ripristino delle loro capacità di combattimento”.

Il 18 febbraio il Consiglio dell’Unione Europea ha dato l’avvio alle attività addestrative per un periodo iniziale di 15 mesi. La missione EUTM vede la partecipazione di circa 500 militari europei; il Comando, affidato ad un generale dell’esercito francese, ha sede nella capitale Bamako e un proprio distaccamento presso il centro d’addestramento di Koulikoro.

L’Italia partecipa alla missione Ue con 14 militari dell’Esercito: due ufficiali sono in forza al Comando di Bamako e 12 specialisti operano a Koulikoro con due team (Light Armoured Team e Forward Air Controller Team) per l’addestramento “alla cooperazione tra le unità blindo e alla guida a terra degli aerei”.

MI9LIZIANO E AUTO BRUCIATANel dicembre 2013 è stato completato il primo ciclo addestrativo a favore del 3° Battaglione dell’esercito maliano, successivamente inviato nella regione settentrionale sahariana contro il Movimento di Nazionale Liberazione dell’Azawad.

Nel 2014 il personale dell’Esercito ha formato a Koulikoro 698 uomini del 4° Battaglione malense per operare in interventi di “controllo aereo, genio, gestione di ordigni esplosivi, artiglieria e supporto logistico”. “L’attività di istruzione dei militari italiani continuerà prossimamente con l’avvio del corso di aggiornamento e perfezionamento del 1° battaglione”, afferma in una nota il Ministero della difesa.“La situazione in Mali è andata negli ultimi mesi deteriorandosi a causa del concatenarsi di numerosi fattori destabilizzanti, quali un’indiscriminata attività di gruppi terroristici, l’attiva presenza di fazioni autonomiste, il perpetrarsi di violenze su larga scala contro la popolazione, lo svolgimento di attività criminose a medio e largo raggio, ed una crisi umanitaria di dimensioni drammatiche, caratterizzata da esodi di massa e da emergenze alimentari e sanitarie”. Da qui l’ipotesi d’intensificare la presenza di uomini e mezzi Ue.

Per lo svolgimento delle missioni internazionali MINUSMA ed EUTM in Mali, il parlamento italiano ha autorizzato nel periodo compreso tra il primo ottobre 2013 e il 30 giugno 2014 una spesa complessiva di 2.063.013 euro.

Antonio Mazzeo
a_mazzeo@yahoo.com

Ebola non si arresta e viaggia verso i mille morti: ucciso anche un americano


Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 11 luglio 2014
Ebola non si ferma. Continua la sua corsa, mietendo ancora molte vittime. Gli aggiornamenti che l’Organizzazione Mondiale della Sanità rilascia settimanalmente sono simili a bollettini da guerra. Ecco la situazione aggiornata all’8 luglio 2014. Dall’inizio dello scoppio dell’epidemia, nei tre Paesi finora colpiti, Guinea, Liberia e Sierra Leone, i casi accertati sono stati 844. I morti 518.

cartello EbolaNel periodo dal 3 all’8 luglio 2013 non sono stati riscontrati nuovi casi in Guinea, mentre in Liberia ci sono stati quattordici nuovi casi e nove morti. In Sierra Leone si sono ammalate altre trentaquattro persone, mentre quattordici sono decedute.

Ciò significa che il virus è ancora in piena attività. Non tende a diminuire la sua potenza micidiale, a perdere forza, come è accaduto in altre precedenti epidemie, in Congo, nel 1995, e in Uganda, nel 2000.

La portavoce dell’OMS, Fadela Chaib, durante una conferenza stampa, tenutasi martedì scorso a Ginevra ha sostenuto: “La trasmissione del virus avviene in due momenti cruciali: mentre l’ammalato si trova a casa, contagia i familiari che lo assistono, e durante i funerali, le persone che lavano il cadavere e partecipano alla sepoltura possono essere aggredite dal virus facilmente. E’ in questi momenti che dobbiamo intervenire, altrimenti il contagio non s’arresterà mai.  Per impedire la diffusione, bisogna far comprendere alle comunità quali sono le precauzioni da attuare. Se il nostro compito fallisce, non si può tenere ebola sotto controllo”.

Palestinians injured by Israeli military attackLa settimana scorsa si sono riuniti ad Accra (capitale del Ghana) i ministri alla salute di undici Paesi dell’Africa occidentale, rappresentanti dell’OMS,  e altre organizzazioni che si occupano di salute. Insieme hanno convenuto di adottare nuove strategie comuni per sconfiggere l’ebola . Una maggiore collaborazione e scambi di  opinioni tra loro è indispensabile.

Assoluta priorità sarà data a corsi di aggiornamento che si terranno per i rappresentanti delle comunità, nonché a leader politici e religiosi. Con la loro autorità e la fiducia della quale godono presso la gente, potranno a loro volta influenzare la popolazione sulle precauzioni indispensabili da adottare per arginare il contagio.

Tutti i ministri hanno convenuto che la chiusura delle frontiere è una misura inutile, non funzionerebbe. Un funzionario ha aggiunto: “Le zone di frontiera sono densamente popolate, le persone si spostano continuamente da un Paese all’altro, sia per visite a parenti e amici, che per motivi economici. Purtroppo queste aree sono poco servite dall’assistenza sanitaria. Non sarà facile intervenire, anche perché, trattandosi di tre Paesi diversi, sarà necessario unificare i protocolli da seguire”.

infermieriI ministri hanno chiesto all’OMS l’apertura di un centro di controllo sub-regionale con sede in Guinea, per coordinare il supporto tecnico.

Durante il convegno ad Accra, Marie-Christine Ferir, manager di Médecins sans Frontières (MSF) ha chiesto a tutte le parti coinvolte  (governi, ministri alla salute, ONU, OMS, organizzazioni internazionali e privati) di tradurre immediatamente in fatti concreti le promesse fatte.

Già nel corso di questa settimana l’OMS, in collaborazione con il Ministero alla salute e gli affari sociali liberiano, ha tenuto i primi corsi di aggiornamento in tre contee della Liberia: Montserrado, Margibi e Lofa ad esponenti delle comunità circa la prevenzione e le precauzione da adottare per arginare il contagio dell’ebola. E proprio ieri si è tenuto un altro corso a leader religiosi a New Kru Town Monrovia, da Ukam Oyene, funzionario tecnico dell’OMS. Altri sono in programma in tutto il Paese. E’ necessario che i leader religiosi influenzino la popolazione circa le sepolture, che sono una delle fonti di maggiore contagio.

Tra i morti occorre segnalare un cittadino americano deceduto in un centro di rianimazione di un ospedale di Accra, dove era tenuto in quarantena dopo aver avvertito i primi sintomi dell’ebola. L’uomo, di cui non si conosce il nome si è sentito male poco dopo il suo ritorno dalla Guinea e Sierra Leone. Ora si attendono i risultati delle ultime analisi per confermare ufficialmente la causa della sua morte.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

Sud Sudan, terzo anniversario dell’indipendenza: bilancio tragico

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 9 luglio 2014
“Perché dovremmo festeggiare il giorno dell’indipendenza? Qui non c’è proprio nulla da festeggiare”. E’ questa l’opinione della maggior parte dei sud sudanesi oggi, dopo solo tre anni dalla nascita del nuovo Stato, il Sud Sudan, il più giovane Paese del globo terrestre. Tre anni fa  la popolazione aveva gioito, era piena di speranze, di aspettative, convinta che i loro figli avrebbero avuto un futuro migliore, dopo decenni di guerra, di combattimenti con il Sudan. 

INDEPENDANCE DAYUn referendum, fortemente appoggiato dall’ONU aveva reso indipendente questo popolo e c’erano tutti i presupposti che potesse vivere una vita serena. In quel “lontano” 9 luglio 2011 l’ottimismo era palpabile ovunque. Il Sud Sudan ha della buona terra coltivabile, il sottosuolo ricco di minerali e c’è anche del petrolio. Il mondo intero aveva coccolato questo  “neonato” .

Il sogno è durato solamente due anni e mezzo: a metà dicembre 2013 è scoppiata la guerra civile per incomprensioni politiche tra Salva Kiir,  appartenente all’etnia dinka, presidente del Sud Sudan, e Riek March, Nuer ed ex-vicepresidente del Paese.

Incredibile a dirsi, una discussione tra due persone appartenenti all’èlite politica del paese, seguita da scaramucce all’interno della guardia presidenziale a Juba, capitale del Sud Sudan, sono bastate  per far scoppiare una guerra civile di dimensioni tragiche.

faccione”E’ importante ricordare che in due anni i governanti del Paese hanno rubato ben quattro biliardi di dollari di fondi pubblici. L’ingente somma, era destinata alla costruzione di scuole, ospedali, infrastrutture di vario genere, inoltre parte di essa sarebbe dovuta essere investita per diversificare l’economia del Paese, per garantirgli stabilità ed autonomia”  dichiara E.J. Hogendoom, vice-direttore per l’Africa dell’International crisis group.

Oggi nel Sud  Sudan la situazione è la seguente:

– In soli sei mesi sono state uccise oltre diecimila persone
–  Un milione e centomila sono gli sfollati interni
– Più di quattrocentomila sono profughi nei Paesi confinanti
– Settemilioni di persone necessitano di aiuti umanitari urgenti. Sono nell’impossibilità di procurarsi il cibo, spesso sono ammalati.
– Duecentotrentacinquemila bimbi sotto i cinque anni sono malnutriti.
– Gli Stati più colpiti dalla carestia sono l’Upper Nile e il Jongley. 

Jonathan Veitch (UNICEF) racconta: “Quando le persone vengono cacciate dalle loro terre, spesso devono camminare per giorni e giorni senza cibo, per raggiungere Bentiu, la capitale di uno Stato interno. Spesso bambini arrivano in condizioni tali di denutrizione che non c’è più nulla da fare per loro”.

A tutto questo si aggiunge il colera che ha già colpito oltre duemilaseicento persone. Più di sessanta le vittime. I primi casi sono scoppiati a Juba, a fine aprile. Si è diffuso velocemente in altri Stati sud sudanesi, anche per la scarsa igiene che vige nei campi sovraffollati dell’UNMISS (corpo di pace in Sud Sudan) che accolgono anche sfollati. Non succede in nessun altra parte del mondo.

con mitraChi paga il prezzo più alto sono, come sempre, i bambini. Secondo le stime più diffuse ne potrebbero morire cinquantamila nei prossimi mesi. Cinquantamila creature innocenti destinati a morire di fame e questo nel 2014.

L’ammonimento di Ban Ki Moon, rivolto alla classe politica del Sud Sudan,  in occasione del terzo anniversario della sua indipendenza è stato severo: “Deponete le armi, tornate al tavolo delle trattative, il vostro popolo non può continuare a soffrire così”.

Tornare al tavolo delle trattative non sarà semplice. Per il momento i negoziati di pace tra Salva Kiir e Riek Machar sono sospesi a tempo indeterminato.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

Mogadiscio, altro assalto degli shebab, 2 ore di battaglia furibonda a villa Somalia

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Massimo A. Alberizzi
9 luglio 2014
Battaglia furibonda a Villa Somalia, il grosso compound di Mogadiscio dove c’è il palazzo presidenziale, alcuni ministeri e uffici governativi. Ieri dopo aver fatto esplodere un’autobomba davanti a uno degli ingressi un gruppo di shebab è entrato nel quartier generale sparando all’impazzata. I soldati di giardia hanno riposto al fuoco. Terstimoni sul posto hanno riferito che sono state lanciate da una parte e dall’altra parecchie granate. “Una volta dentro – ha rccontato lo stringer di Africa ExPress – il gruppo di terroristi si è suddiviso in commando più piccoli che hanno cercato di entrare nei vari plazzi per prenderne possesso. Sono stati respinti”.  

Mogadiscio auto bomba 2La battaglia è durata un paio d’ore. Il presidentte Hassan Sheik Mohammud non era nel palazzo al momento dell’attacco. Il primo ministro, Abdiweli Sheikh Ahmed, e il presidente del parlamento, Mohammad Sheick Osman Jawari, che, invece, erano nei loro uffici, sono rimasti illesi.

L’assalto degli shebab ha colto di sorpresa guardie e soldati perchè avveniuto al tramonto, quando tutti erano impegnati a preparare la cena che ogni giorno interrompe il digiuno del ramadm. Ciononostante la reazione dei soldati di guardia è stata durissima. Alcuni degli islamici indossavano le divise governative. Ciò ha confuso le guardie che hanno tirsto addosso ad alcuni loro commmilitoni.

Dopo due ore di furiosi combattimenti i governativi hanno preso in mano la situziome.

testa mozzataOggi durante una conferenza stampa il ministro dell’informazione Mustafa Dhuhulow h annunciato che il capo della polizia, Abdihakim Saaid, e quallo dellintelligence, Bashir Gobe, hanno perso i loro incarico e sono stati sostituiti con effetto immediato.

Non è stato rivelato il numero dei morti. Secondo il governo tre assalitori sono stati uccisi e un quarto catturato. Appere però poco credibile che il comedo fosse composto solo da quattro persone

E’ questo il secondo attacco degli shebab contro il quartoer generale del governo somalo.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

 

Barriere sempre più invalicabili per impedire ai migranti di entrare a Ceuta e Melilla

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Tolegyes
Quartu Sant’Elena, 7 luglio 2014
Forti scontri tra migranti provenienti dal Camerun e dal Mali. E’ successo l’altro giorno a Gourougou, un bosco che sovrasta l’enclave spagnola di Melilla, dove molti giovani, provenienti dall’Africa sub-sahariana vivono, nell’attesa di poter scavalcare la barriera che li porta in Europa. Le autorità marocchine hanno addirittura aperto un’indagine sull’accaduto, visto che i feriti sono stati parecchi. Una ventina  di giovani è stata trasportata all’ospedale di Nador.  Certo, incomprensioni e piccoli litigi si possono trasformare velocemente in maxi-risse quando si è disperati, si vive accampati in situazioni igieniche a dir poco tragiche, senza soldi, senza affetti veri, lontani da casa. 

Mappa Ceuta e MelCeuta e Melilla sono due porte laterali per entrare nel mondo occidentale, senza dover affrontare la terribile traversata del canale di Sicilia, dove in tanti trovano ormai la morte quasi quotidianamente. Ma non solo il mare, la Libia stessa, da dove partono i barconi, fa paura.

Un migrante sub-sahariano, specie se cristiano, anche se solo di passaggio in questo Paese, non può farsi vedere in giro. Le milizie sono in agguato dietro ogni angolo, pronti a sbattere queste  persone nelle terribili e temute galere dove si sa quando si entra, ma mai quando e se si esce vivi.

Naturalmente bisogna anche temere di imbattersi  nei trafficanti di uomini, che non hanno nessun timore di rinchiudere i migranti in veri e propri lager dove, sotto tortura obbligano i giovani  a contattare telefonicamente parenti e/o amici per farsi inviare denaro in cambio della libertà.

scalata barrieraEcco perché sono in parecchi a tentare la fuga attraverso dalle due enclavi spagnole in territorio marocchino. Gli assalti sono raddoppiati nel 2014, rispetto agli anni scorsi. Il centro di accoglienza è stato progettato per quattrocentottanta ospiti. Ora ce ne sono duemila.

Ovviamente Madrid non apprezza questi arrivi “in massa” , non li ha mai graditi ed è per questa ragione che a Ceuta è stata costruita una barriera lunga 9 chilometri, mentre quella a Mililla è di dodici Si dice che siano costate trenta milioni di euro, totalmente finanziati dall’Unione Europea e naturalmente approvati dall’agenzia FRONTEX.

barrieraFRONTEX è l’acronimo inglese che sta per “Agenzia Europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’UE”, un’istituzione con sede centrale a Varsavia. Nata il 3 ottobre 2005, grazie a un decreto del consiglio europeo, ha come una delle sue missioni principali il controllo delle frontiere marittime. Dispone di 26 elicotteri, 22 aerei, 113 navi e radar sofisticatissimi.

Ora il governo spagnolo ha nuovamente chiesto aiuto all’Unione Europea per rinforzare le barriere già esistenti, per evitare nuovi massicci arrivi assolutamente non graditi.

migranti nel boscoAnche il Marocco ha iniziato a costruire una sua propria barriera. I lavori sono iniziati a metà maggio, ha riferito all’Agence France Presse (AFP) senza però fornire ulteriori dettagli, una fonte ufficiale che ha chiesto di mantenere l’anonimato. Mentre il presidente dell’associazione Rif dei diritti dell’uomo  (ARDH), Chakib Khyari, la cui ONG ha base a Nador è stato più preciso: “La barriera sarà alta cinque metri e alla loro sommità saranno fissate delle lame”.

Barriere in Marocco, nelle due enclavi spagnole Ceuta e Melilla, una recinzione di ultima generazione, lunga duecentoquaranta chilometri nel deserto del Sinai, fatta costruire da Israele per “proteggersi” dagli “infiltrati. Ogni Stato un feudo a se, come nell’antichità e fin al medioevo, dove muraglie immense impedivano il passaggio non autorizzato a stranieri, spesso considerati nemici.

Anche in questo secolo “lo straniero” ,specie se povero e di origini non europee, fa paura. Impossibile immaginare una società multietnica per i più nel 2014.

Cornelia I. Toelgyes
cornelicit@hotmail.it
twitter @cotoelgyes