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I parenti dei migranti cercano i morti in mare, ma spesso è una lotta senza speranza

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 30 luglio 2014
Oltre settantacinque migranti / richiedenti asilo hanno cercato di raggiungere le coste del sud Europa nei primi mesi di quest’anno, in barche fatiscenti e sovraccariche. Non tutti ce la fanno. Seconde le stime dell’UNHCR i morti sarebbero ottocento, ma ora bisogna aggiungere i centocinquanta che sono annegati proprio ieri notte a cento chilometri dalle coste di Tripoli. L’ennesima sciagura.

Barcone 2La redazione di Africa-ExPress riceve quasi giornalmente richieste di aiuto da parte di familiari che credono, temono, che un loro caro sia annegato, morto durante la traversata. Proprio oggi la parente di due ragazzi ci ha detto telefonicamente: “Non so dove siano. Hanno chiamato la mamma poco prima di imbarcarsi il 28 giugno 2014. Da allora non abbiamo più notizie. Hanno pagato millesettecento dollari a testa per arrivare da Khartoum in Libia. Poi sono stati sequestrati. Per la loro liberazione abbiamo pagato altri cinquemila dollari per ciascuno di loro, oltre millesettecento dollari a testa per la traversata. Dove sono, aiutateci a capire”.

Un marito e papà, Yafet Isaias Andebrhan che non ha più notizie dalla moglie e dalla figlia, anche loro dovevano imbarcarsi il 28 giugno, ci ha scritto: “Aiutatemi a tradurre. Io non capisco l’italiano. Le e-mail che arrivano dalle autorità italiane o dalla CRI sono scritte in italiano e google-translator  non è così preciso, poi non tutti abbiamo un pc a disposizione. Molti hanno solo un cellulare per comunicare ed è già molto. Io ora sono a Khartoum con l’altra mia figlia. Avremmo dovuto raggiungere mia moglie e la piccola, non appena avessi avuto i soldi”.

barconen1La settimana scorsa ventinove sono arrivati morti, soffocati nelle stive dei barconi per le esalazioni, altri sessanta, che hanno cercato di salire per evitare di soffocare, sono stati buttati in mare. Parecchi sono spariti, non si è saputo più nulla di loro. Hanno chiamato i parenti poco prima di imbarcarsi e poi più nulla. Probabilmente giacciono in fondo al mare. Difficile per i familiari avere notizie, capire cosa sia successo veramente ai loro cari.

Non c’è un sistema per identificare i morti affogati, ha denunciato ieri IRIN (un servizio dell’ONU, che si occupa di analisi e notizie umanitarie). Spesso i migranti viaggiano senza documenti, altre volte non informano nemmeno i familiari dei loro spostamenti per non creare ansie e ulteriori preoccupazioni.

Dopo la strage di Lampedusa dello scorso 3 ottobre, i migranti, i loro familiari e le organizzazioni per i diritti dell’uomo hanno fatto pressione sui governi: è loro diritto sapere se il congiunto è deceduto.  Quando non c’è un corpo, quando il figlio, fratello, marito sparisce in mare, è impossibile eseguire l’esame del DNA e il compito per dare risposte alle famiglie è ancora più arduo.

bare di bimbiSimon Robins ricercatore dell’University of York’s Centre for Applied Human Rights e Iosif Kovras della Queen’s University, Belfast sostengono che è imperativo, dal punto di vista umano e morale, oltre che un dovere dal punto di vista legale, identificare i corpi recuperati dalla guardia costiera e dargli una degna sepoltura. Ma, c’è un grande ma: non esiste alcun capitolo di spesa nella contabilità della ragioneria dell’UE per i funerali dei migranti /richiedenti asilo deceduti durante la traversata in mare. Dunque i corpi o ciò che resta, viene sepolto in tombe anonime e i familiare non potranno mai piangere sul sepolcro del proprio caro.

Robins aggiunge che è importante cercare di ricostruire le generalità laddove c’è un corpo. Tanti altri non saranno mai ritrovati. La loro tomba eterna resterà il mare, anche se si potrebbe facilmente ricostruire dove è accaduto il naufragio, chi ha viaggiato nello stesso barcone.

corpi in bodybag L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) intervista i sopravvissuti una volta arrivati in Italia. I suoi uomini cercano di capire chi fosse stato con loro nella stessa barca e trasmettono i dati alle autorità competenti. Simona Moscarelli, un avvocato per i diritti umani dell’OIM, Roma, riferisce ad IRIN “Non appena i familiari sono a conoscenza di un nuovo naufragio, ci contattano immediatamente”.

Oggi, dopo oltre nove mesi dalla sciagura di Lampedusa, il cinquanta percento dei oltre 350 deceduti non è stato ancora identificato, anche se il personale incaricato ha raccolto il materiale necessario per effettuare il test del DNA, ma se manca quello di un familiare stretto, impossibile fare un confronto per stabilire se il corpo appartiene al congiunto. Morti senza nome. Morti due volte. Famiglie intere e mamme disperate, che continuano a vivere con il dubbio, dubbi che uccidono corpo e anima.

accampatiLo scorso novembre la Croce rossa internazionale ha organizzato una conferenza proprio sul tema dell’identificazione dei corpi di migranti morti in mare. Manca un database per i corpi non identificati, ma ciò che è peggio, non c’è comunicazione tra le autorità competenti nazionali e regionali. Ora sono state stabilite delle norme per uniformare la raccolta dei dati dei defunti.

Anche se si tratta di compiti che devono essere svolti dalle autorità locali, è necessario coinvolgere l’UE per quanto concerne le risorse necessarie.

Canali sicuri, basta morti in mare. Basta corpi senza nome, basta congiunti disperati alla ricerca dei loro familiari, che hanno dovuto lasciare il proprio Paese per guerre, persecuzioni, miseria. Basta aggiungere dolore al dolore.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

 

 

Sud Sudan, il governo di Salva Kiir perde i pezzi: in molti passano con l’opposizione

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incendioMassimo A. Alberizzi
30 luglio 2014
Il presidente sud sudanese, Salva Kiir Mayardit, sta perdendo i suoi alleati. Politici e generali, vicini a lui anche per comunanza tribale, pensano che il leader del Paese non sia adatto al suo ruolo. Sono in molti a ritenerlo responsabile di aver scatenato la guerra civile il 15 dicembre  scorso contro il suo ex vicepresidente, silurato un anno fa, il nuer Riek Machar Teny Dhurgon, Per cui  ampi settori della società sud sudanese non ci stanno a continuare un conflitto fratricida che sta devastando il Paese.

In maggio il generale Dar Aturjong, comandante della sesta divisione, ha abbandonato il presidente. La sua defezione è significativa perché l’ufficiale è un membro influente della stessa tribù di Salva, i dinka del Bar el Ghazal.

cannone 2Il suo cambio di campo dimostra con estrema chiarezza, se mai ce ne fosse bisogno, che quella si combatte in Sud Sudan non è una semplice guerra tribale, come può apparire a un osservatore poco attento e superficiale. Come al solito le motivazioni sono politiche, anzi, meglio, economiche.

Con i ribelli è passato all’opposizione anche un importante membro del parlamento, Richard Mulla (della tribù bari), uno dei più conosciuti leader della guerra di liberazione contro il Sudan. E’ scappato a Nairobi assieme ad altri 15 deputati, alcuni dei quali hanno dichiarato di non sentirsi più sicuri a Juba e aver preferito rifugiarsi all’estero.

militare copn occhiali a specchioAll’inizio di giugno ha cambiato casacca anche un leader shilluk, Adwok Nyaba, ex ministro dell’educazione superiore; era stato sospeso da Sala Kiir durante l’epurazione di ministri del liglio 20113, che ha portato all’attuale impasse. In un documento durissimo ha criticato il governo, definendo la sua politica fallimentare.

Pochi giorni dopo se n’è andato anche il numero due della delegazione sud sudanese alle nazioni unite, Francis Nazario, un acholi.

Salva Kiir dunque si sta indebolendo sempre più e ora potrebbe ascoltare i consigli di chi gli sta continuando a dire di “abdicare”, cioè di lasciare il potere e porre fine alla guerra che sta distruggendo il Paese più giovane del mondo.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

 

Arrestati in Sudan 400 profughi eritrei, volevano raggiungere il campo UNHCR

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 28 luglio 2014
Settantaquattro giovani donne eritree, alcune con i loro piccoli, altre incinte e trecentosettantaquattro uomini sono stati arrestati oltre tre mesi fa in Sudan, mentre cercavano di raggiungere Kassala, precisamente il campo profughi Shagarab, gestito dall’UNHCR. Sono scappati dall’Eritrea e per il loro Paese sono dei disertori. Servire lo Stato va bene, essere obbligati a prestare il servizio militare fino a cinquant’anni, obbedire, essere trattati da schiavi per un salario miserabile che non basta assolutamente per sfamare la famiglia, è disumano.

mani e filo spinato 2Meglio allora rischiare, andarsene.  Rischiare è la parola d’ordine di ogni profugo. Non era loro intenzione venire in Italia. Cercavano semplicemente protezione e assistenza nel campo di Shagarab. Un immensa estensione di povere capanne, suddivisa in tre sezioni, dove attualmente si trovano ventinovemila rifugiati, per lo più eritrei.

I nostri oltre quattrocento giovani non sono mai arrivati a Shagarab. La polizia sudanese li ha sbattuti in luride galere, gli uomini in una, le donne in un’altra. Sia alle donne che agli uomini  è stato vietato di parlare con il personale dell’UNHCR. Gli è stato impedito di dichiararsi “rifugiati” e pertanto vengono trattati come   criminali qualsiasi, compresi i bambini ed i nascituri. Incredibile, ma vero.

Qualche settimana fa gli uomini si sono dovuti sottoporre agli esami del sangue. Le autorità sudanesi volevano avere la certezza che non fossero affetti da HIV/AIDS, TBC o epatite; certamente non per curarli, in caso fossero risultati positivi ad uno dei test. La legge sudanese prevede che uno straniero affetto da AIDS/HIV deve lasciare immediatamente il Paese. C’è l’obbligo di dichiarare la malattia prima di entrare in Sudan e un viaggiatore comune deve anche allegare il certificato di vaccinazione alla domanda di visto.

rifugiati 2Ora, ovviamente, un migrante, un richiedente asilo, che fugge dal suo paese, non è in grado di presentare tale documentazione, anche se si dovrebbe supporre che come ex-soldati dell’esercito eritreo siano persone in ottimo stato di salute.

Ora gli oltre quattrocento rifugiati temono il rimpatrio forzato. Certamente in patria nessuno stenderà un tappeto rosso per accoglierli . Anzi: ad attenderli ci sarà, un’altra putrida prigione, forse anche una condanna morte. Chi disobbedisce ad Isais Afewerki, presidente dell’Eritrea, è spacciato. La malcapitata vittima di turno sa quando entra in galera, ma non quando o se mai ne uscirà vivo. Non esistono regole per le condanne, spesso nemmeno i processi. Le famiglie dei detenuti che hanno osato opporsi al volere del dittatore vengono perseguitate dal regime. Altre sofferenze, altre vittime.

Poche settimane fa il Consiglio dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite (HRC) ha istituito una commissione d’inchiesta in Eritrea, considerato uno degli Stati più repressivi del mondo, paragonabile alla famigerata dittatura della Corea del Nord.

demo con cartello 1Ammirevole e coraggiosa la denuncia dei quattro vescovi cattolici eritrei che all’inizio di giugno hanno pubblicato una lettera “dov’è mio fratello”, lettera aperta nella quale denunciano soprusi della tirannide, non per ultimo la mancanza di libertà religiosa. Molti esponenti e guide religiose giacciono da anni in penitenziari eritrei. La loro colpa? Professare una religione non autorizzata dal regime.

Non è permesso disobbedire. Ed è per questo che alla fine dell’anno accademico 2005-2006 è stata chiusa  l’università di Asmara. Nel 2001 gli studenti avevano vivamente protestato contro il governo che stava per prendere il controllo totale dell’ateneo. Certo, lì viene incentivato e insegnato il libero pensiero, non gradito in una dittatura. Ora esistono svariati istituti tecnici, ma sono sempre retti da militari, dove vige una sola legge: obbedire.

Qualche settimana fa in un twitt c’era scritto: “L’Eritrea è l’unico Paese al mondo dove un bambino può tranquillamente giocare all’aperto, per strada, senza che gli succeda nulla”. Certo, bellissima questa libertà per un bambino, ma che futuro lo aspetta? Nessun futuro.

Isayas AfeworkiRecentemente il vice ministro agli esteri italiano con delega per l’Africa, Lapo Pistelli, è volato ad Asmara, dove ha incontrato il presidente Isayas Afewerki ed alcuni suoi ministri. E’ giusto cercare di aprire un dialogo anche con i dittatori, ma forse il ministro Pistelli avrebbe dovuto prima ascoltare la voce del popolo calpestato, sofferente, cosa che non è stata fatta nemmeno dal governo precedente. Non dimentichiamoci la presenza autorizzata dal ministro Angelino Alfano dell’ambasciatore eritreo a Lampedusa, dopo la tragedia del naufragio del 3 ottobre 2013. I morti erano tutti scappati dall’Eritrea, lontani dal  dittatore, eppure, anche dopo la morte, i suoi tentacoli sono arrivati fino alle loro bare, con il benestare dell’Italia. Dialogare sì, ma con i giusti interlocutori: diamo  voce ai disperati, non ai dittatori.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

Rapita da Boko Haram in Camerun la moglie del vicepremier

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Massimo A. Alberizzi
27 luglio 2014
Chi credeva che in aprile, con il rapimento delle 300 ragazze nel nord della Nigeria (#bringbackourgirls) , Boko Haram avesse osato il massimo possibile, si è sbagliato. Oggi i militanti islamici hanno superato se stessi. Passato il confine con il Camerun hanno assalito la città settentrionale di Kolofata, di cui hanno preso il controllo, e attaccato la casa del vice primo ministro camerunense, Amadou Ali, rapito la moglie e ammazzato tre guardie. Il marito si è salvato per puro caso. Era fuori per il pasto serale, all’ora in cui si comincia a mangiare dopo la giornata di digiuno prevista dal ramadan, il mese santo in cui i musulmani osservano una stretta astinenza dall’alba al tramonto.

Miliziani e shekauIn un separato attacco è stato rapito un leader religioso che è anche sindaco della città, Seini Boukar Lamine, portato via dalla sua casa.

E’ stata una settimana tragica per la Nigeria e per il Camerun, i miliziani islamici si sono scontrati due volte da venerdì con le guardie di frontiera del Paese confinante. Quattro soldati sono stati uccisi. Nel nord della Nigeria, a Kano, oggi un terrorista ha lanciato alcune granate su un gruppo di fedeli che usciva da una chiesa, uccidendone cinque.

soldati camerunSempre a Kano una donna suicida si è fatta esplodere davanti a una caserma, ferendo cinque ufficiali che stavano uscendo dall’edificio. Tutti i festeggiamenti per la fine del Ramadan, la settimana prossima, sono stati annullati.

Qualche giorno fa un nutrito gruppo di terroristi ha assalito e preso il controllo dl Damboa, una città della Nigeria settentrionale, causando la fuga di almeno 15 mila la persone.

soldati camerun 2Il Camerun ha dislocato oltre 1000 soldati lungo la porosa frontiera con la Nigeria per bloccare le infiltrazioni di Boko Haram nel Paese. Negli ultimi mesi in quelle aree ci sono stati diversi sequestri. In maggio i miliziani hanno catturato 10 lavoratori cinesi. Poi una famiglia francese e alcuni religiosi, tra cui due italiani. Molti nigeriani che vivono al confine sono scappati in Camerun negli ultimi mesi per sfuggire agli attacchi di Boko Haram.

Venerdì la polizia camerunense ha messo in galera 20 sospetti militanti di Boko Haram trovati in possesso di armi, l’accusa è di voler organizzare un’insurrezione armata nel Paese.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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#bringbackourgirls

Allerta a Mombasa dopo l‘omicidio della turista tedesca

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
26 luglio 2014
Allerta sulla costa keniota dopo l’omicidio della turista tedesca ventottenne  assassinata in strada giovedì scorso intorno alle 5 del pomeriggio a Mombasa, centro portuale del Kenya. Ancora non sono state rese note le sue generalità. Era in compagnia del suo compagno, un uomo di trentatré anni, cittadino ugandese, che durante la sparatoria è stato ferito. Ora l’uomo è ricoverato nel Coast general hospital di Mombasa. La coppia era giunta solo poche ora prima dell’attentato nella seconda città del Paese. Secondo fonti ufficiali erano solo di passaggio a Mombasa.

TEDESCA UCCISAIl Ministero agli esteri tedesco (Auswertiges Amt) non ha ancora confermato l’accaduto. Secondo una portavoce del Ministero, l’unità di crisi è stata allertata immediatamente. Una volta effettuato il riconoscimento della salma e, solo dopo aver informato i parenti stretti della vittima, sarà rivelato il suo nome e cognome. “Questo prescrive il protocollo, quando cittadini tedeschi muoiono all’estero”, ha aggiunto la portavoce.

Il capo della polizia turistica, Robert Sicharani, ha confermato l’uccisone della giovane donna nel quartiere di Kikoboni, nella città vecchia di Mombasa. “Gli accertamenti sono ancora in corso, non posso aggiungere altro per il momento”, ha dichiarato ai giornalisti.

Di fatto si sa che la coppia è stata aggredita alle spalle da due uomini armati.  Nessun tentativo di scippo o furto, i due sono scappati immediatamente dopo aver ammazzato la turista e ferito il compagno. Apparentemente potrebbe sembrare un’esecuzione in piena regola ad opera del gruppo al-shabab, che da mesi terrorizza la Costa del Kenya. Il 6 luglio 2014 luglio nella stessa zona è stata uccisa  una turista russa. Il suo compagno è stato derubato.

Alcuni governi occidentali, tra cui gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Britannia (il Foreign Office ha addirittura chiuso il proprio consolato a Mombasa a metà giugno) sconsigliano ai propri cittadini di recarsi in Kenya, in particolare sulla Costa, proprio per i ripetuti attentati terroristici.

mappa mombasaDopo l’uccisione della turista tedesca, il governo australiano ha richiamato in patria trentanove volontari di International Development (Avid), impegnati in un progetto umanitario sulla Costa. Molte ambasciate occidentali hanno ridotto il proprio personale e all’inizio di agosto torneranno a casa una settantina di volontari del “Peace Corps”, un’organizzazione di aiuti allo sviluppo, che sospenderà tutti i progetti già programmati finché non cambierà il clima di forte tensione creatosi negli ultimi mesi.

“Peace Corps” è presente nel Kenya dal 1964 e oltre seimila volontari si sono susseguiti negli anni, sostenendo il governo del Kenya in vari progetti. Attualmente i suoi volontari erano impegnati nel campo scolastico, nel settore della salute pubblica, in particolare nella prevenzione HIV/AIDS e in vari progetti per lo sviluppo economico.

Milioni e milioni di dollari, destinati alla popolazione, a progetti umanitari,alle persone in stato di bisogno, allo sviluppo e alla crescita economica del Paese, se ne vanno in fumo. A farne le spese, come sempre, la povera gente, anche loro, vittime degli al-shabab.

Cornelia Isabel Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter @cotoelgyes

Ebola: contagiato il dottore che combatte il virus comparso ora anche in Nigeria

Nostro Servizio Particolare
Cornelia Isabel Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 25 luglio 2014
Sheik Umar Khan, medico virologo della Sierra Leone, considerato un eroe nel suo Paese per aver lottato in prima fila contro l’ebola e per aver trattato oltre cento pazienti affetti dal virus killer, ora è ricoverato lui stesso in un reparto di isolamento, assistito dai medici di Médecins sans frontières (MSF).

barellieri“Il nostro eroe nazionale ha l’ebola, lo hanno confermato le analisi di laboratorio – ha annunciato ieri in una conferenza stampa la signora ministro alla sanità, Miatta Kargbo -. Farò tutto ciò che è in mio potere per salvargli la vita”, ha aggiunto la Kargbo. Altre tre infermiere sono morte la scorsa settimana nello stesso centro dove prestava servizio Khan.

Anche se tutti affermano che sia lui che le infermiere abbiano sempre preso le precauzioni necessarie, indossando gli abiti prescritti dal protocollo, qualcosa certamente non ha funzionato a dovere.

Intanto l’ebola non arresta la sua folle corsa. Non risparmia nessuno, il virus colpisce chiunque ne viene a contatto. La situazione attuale, secondo l’ultimo bollettino rilasciato dall’Organizzazione mondiale alla sanità (OMS), il 20 luglio 2014 è la seguente:

Nei tre Paesi colpiti dall’ebola, cioè Liberia, Guinea e Sierra Leone i casi riscontrati sono millenovantatre, mentre le persone decedute sono seicentosessanta. Per ora l’OMS non ritiene necessario  sconsigliare viaggi nei tre Paesi o una chiusura delle frontiere.

infermieri 2E’ difficile fare comprendere alle persone sospette di aver riscontrato il virus che è necessario essere ricoverati in un reparto di isolamento, possibilmente in un centro specializzato, per ricevere le migliori cure possibili e per non essere fonte di contagio per i familiari e altri. Molte persone affette dalla malattia ed anche i loro familiari vedono l’isolamento come una punizione, non come assistenza e cura. I pazienti hanno paura, cercano di scappare con l’aiuto dei familiari, come è successo proprio nella capitale della Sierra Leone in questi giorni.

Il primo caso risale ad una settimana fa, nel Princess Christian Maternity Hospital, in un quartiere ad est di Freetown, la capitale della Sierra Leone.  Mariatu, una giovane donna, vicina al parto, si è fatta ricoverare per un malessere generale. I medici hanno subito pensato che potesse trattarsi di ebola e nell’attesa delle analisi di laboratorio, è stato predisposto il suo trasferimento in un reparto di isolamento. La paziente ha fatto chiamare i suoi parenti e gli amici più stretti che hanno discusso animatamente con lo staff medico. Il giorno dopo sono tornati, accompagnati da un gruppetto di ragazzi muscolosi, assoldati dai familiari della paziente, come loro stessi hanno confermato alle forze dell’ordine più tardi, che non hanno esitato ad affrontare i poliziotti e le guardia presenti all’entrata. Non hanno nemmeno risparmiato le infermiere del reparto, ad una di loro hanno sferrato uno schiaffo in pieno viso. Mariatu è riuscita a scappare. Un suo parente l’ha portata via in sella alla sua motocicletta sotto una pioggia torrenziale.

tecniciUn giornalista di Awereness Time, un quotidiano della Sierra Leone, ha fatto sapere che non si possono rimproverare i poliziotti per l’accaduto. “Sono veramente mal-equipaggiati per affrontare situazioni di emergenza”. Ha poi aggiunto: “In questo periodo di grave crisi sanitaria, non ho visto in tutto l’ospedale un luogo dove potersi disinfettare o, per lo meno, lavarsi le mani”.

Due giorni dopo, il 20 luglio 2014 sono arrivate le analisi della paziente, e, durante una conferenza stampa la Kargbo ha dichiarato che fortunatamente queste erano negative. “La paziente in questione non ha riscontrato l’ebola” ha detto.

Non così oggi. Infatti è “caccia all’uomo” per una donna di trentadue anni, risultata positiva al test del micidiale virus, che è riuscita a scappare dall’ospedale nel quale era ricoverata. Tutte le stazioni radio del Paese chiedono la collaborazione della cittadinanza per ritrovarla, sottolineando che la donna è un rischio per chiunque entri in contatto con lei.

L’ebola miete anche altre vittime collaterali. Sempre in Sierra Leone un portavoce del governo, Birma Turay, ha fatto sapere che nel distretto di Kailahun sono deceduti dodici insegnanti a causa dell’ebola. Ciò ha creato non poco disagio nelle scuole. Infatti, per ora non è possibile fissare la data per gli esami di fine corso.

Ora il virus killer ha raggiunto la Nigeria. Secondo l’agenzia Reuters, un uomo di nazionalità liberiana sarebbe collassato, appena arrivato, all’aeroporto di Lagos. Immediatamente è stato trasportato in un ospedale della metropoli, dove i medici hanno predisposto il suo ricovero in un reparto di isolamento. E’ deceduto oggi. Un portavoce del governo nigeriano ha confermato che è risultato positivo al test dell’ebola.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter @cotoelgyes

Turista tedesca ammazzata per strada a Mombasa

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Dal Nostro Inviato Speciale
Ernesto Clausi
Mombasa, 24 luglio 2014
TEDESCA UCCISAAmmazzata a sangue freddo per strada nella città vecchia di Mombasa una turista tedesca. La ragazza, vent’otto anni, si trovava in Kenya da qualche giorno. Era con un suo amico ugandese che le faceva da cicerone e che è stato ferito nell’attacco. La gang che ha ucciso la donna non le ha rubato nulla. Si sospetta quindi che si sia trattato di un omicidio politico.

A Mombasa all’inizio di luglio, nella stessa zona, Kiboni, è stata uccisa una turista russa. Il suo compagno fu rapinato.

Appena ci saranno nuove notizie Africa ExPress terrà aggiornati i suoi lettori.

Ernesto Clausi
e.clausi@hotmail.it
twitter @ernestoclausi

Nella foto di Africa ExPress la turista tedesca assassinata (copyright)

Nigeria, due attacchi simultanei di Boko Haram, centinaia di morti

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 24 luglio 2014
Gli attacchi si susseguono senza sosta. Bombe su bombe mietono morte, disperazione, paura in tutto il nord della Nigeria. Ieri a Kaduna, capitale dello stato di Kaduna nel centro-nord del Paese, due attacchi nel giro di novanta minuti.

auto distruttaLa prima esplosione ha avuto come obbiettivo un predicatore musulmano, Dahim Bauchi. Aveva appena terminato di pregare con migliaia di fedeli nella moschea di Murtala Muhammed Road. Mentre stava percorrendo una delle strade principali della città, la Alaki Road, a bordo della sua auto, una decapottabile, la terribile esplosione. Un kamikaze ha cercato di avvicinarsi, ma è stato fermato in tempo dalle sue guardie del corpo, come hanno riferito testimoni oculari e il capo della polizia di Kaduna, Shehu Umar Ambursa.  Bauchi si è salvato, 32 corpi dilaniati di persone innocenti ovunque, vetture distrutte.

Poco dopo il secondo attacco. Questa volta era diretto contro Muhammadu Buhari,  ex ufficiale e membro anziano del partito dell’opposizione “All progressive congress party”. Una macchina imbottita di esplosivo ha investito un’auto del suo convoglio ed è scoppiata. Buhari è rimasto illeso. Almeno cinquanta i morti. I due attentati portano la firma del terribile gruppo Boko Haram  che da anni terrorizza il nord della Nigeria.

Il governatore dello Stato di Kaduna, Muktar Yeres, ha annunciato un coprifuoco per le prossime ventiquattro ore.

ragazze sequestrate 2E oltre duecento ragazze, sequestrate a Chibok la notte del 14 aprile 2014 sono ancora nelle mani dei loro aguzzini. Il Ministro alla difesa nigeriano, Aliyu Mohammed Gusau, ha affermato di sapere esattamente dove si trovano, ma ritiene un intervento militare troppo pericoloso perché molte delle giovani potrebbero essere uccise. Eppure molti governi occidentali e africani si erano resi disponibili per riportare le ragazze a casa. Ovunque nel web si leggeva #BringBackOurGirls, slogan che dopo cento giorni dal loro sequestro è quasi sparito nella rete. Si dimentica in fretta, specie quando si tratta di problematiche e sofferenze africane.

Durante questi cento giorni sono morti undici genitori. Alcuni in altri attacchi terroristici in villaggi vicini, altri per problemi cardiaci dovuti allo stress. Il padre di due ragazze rapite è caduto in una specie di coma, durante il quale ripeteva continuamente il nome delle figlie, fino all’ultimo respiro.

Miliziani e shekauCinquantasette ragazze sarebbero riuscite a fuggire dai rapitori, duecentodiciannove sarebbero ancora in mano ai terroristi, secondo voci ufficiali. Ma Pogu Bitrus, portavoce della comunità di Chibok afferma che sono ben di più. Non tutti i genitori hanno dato le generalità delle proprie figlie alle autorità per paura di ritorsioni.

In un video di pochi giorni fa, il leader di Boko Haram, Abubakar Shekau, si rivolge al presidente della Nigeria, Goodluck Jonathan, offrendogli nuovamente uno scambio: Le ragazze in cambio di membri della setta, attualmente detenuti in prigioni nigeriane.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes
#BringBackOurGirls

Si è schiantato al suolo in Niger l’aereo passeggeri algerino scomparso: 116 morti

Massimo A. Alberizzi
24 luglio 2014
Si è schiantato al suolo un aereo della Swiftair operato da Air Algerie. I morti solo 116: 110 passeggeri, 2 piloti e 4 assistenti di volo. Il velivolo era partito da Ouagadougou, capitale del Burkina Faso all’1,17 di notte ed era diretto ad Algeri, dove sarebbe dovuto arrivare alle 5:10. I radar l’hanno monitorato fino alle 1:55, poi l’hanno perso dagli schermi, mentre era in viaggio sui cieli del Mali.

aereo MD 83La notizia della scomparsa è stata diffusa da  un comunicato della compagnia, che è privata e registrata in Spagna e aveva denunciato la scomparsa di un suo aereo, un McDonnell Dougles Md-83, in mattinata.

Air Algerie
 aveva annunciato di aver lanciato un piano di emergenza per cercare il velivolo. Prima di tutto è stato lanciato un allarme elettronico per capire se qualche satellite avesse rilevato qualche traccia. E’ poi stato chiesto l’aiuto del ministero della Difesa francese, come ha confermato ad Africa ExPress una fonte che ha chiesto l’anonimato.

L’aviazione francese è presente in Mali, Niger e Ciad dove, tra l’altro, Parigi conta contingenti militari.

Il volo AH 5017 (AH è la sigla di Air Algerie) è previsto quattro volte alla settimana (martedì, giovedì, sabato e domenica) e dura 3 ore e 55 minuti. La partenza da Ouagadougou è fissata alle 00:45 e l’arrivo ad Algeri alle 5:40 (tra le due città c’è un fuso orario differente).

Secondo la France Presse, che cita una fonte anonima di Air Algerie, “l’aereo non era lontano dalla frontiera algerina quando l’equipaggio ha chiesto di rientrare alla base per mancanza di visibilità e il rischio di una collisione con un atro velivolo che stava viaggiando sulla rotta Algeri-Bamako”. Probabilmente a quel punto ha cangiato direzione e si è spostato sul cielo del Niger.

Per altro è vero, come conferma una telefonata di Africa ExPress in Mali, che nel nord del Paese durante la notte è scoppiata una violentissima tempesta di sabbia.

interno md83Ricordando la tragedia Ucraina di qualche giorno fa, si è temuto che l’aereo potesse essere stato abbattuto da un missile terra/aria lanciato da qualche gruppo ribelle che opera nel Sahara. L’arcipelago dei guerriglieri è un magma difficile da descrivere perché in continuo movimento.

La scorsa settimana un nuovo movimento terrorista, Al-Mourabitoun, fondato dal comandante Mukhtar Belmuktar, ha rivendicato l‘assassinio di un soldato francese, ammazzato durante un attacco suicida a nord di Gao. In un video postato su internet il portavoce del gruppo, Abu Assem Al-Muhajir, ha rivendicato  l’omicidio “come una risposta alle affermazioni francesi secondo cui i mujaheddin sarebbero stati sconfitti”.

Al-Mourabitoun è il risultato della fusione tra due gruppi radicali islamici: la brigata Mulathameen che a sua volta era uscita da Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) guidata dal guercio Belmukhtar, e il Movimento per l’Unicità e la Jihad in Africa Orientale. Belmukhtar è l‘uomo che ha guidato l’anno scorso l’assalto all’impianto di gas di Aménas nel sud dell’Algeria. Furono brutalmente uccisi 40 ostaggi.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @mlberizzi

Better management of dead and missing migrants needed in Europe

IRIN
Johannesburg, 28 July 2014
As the number of migrants and asylum seekers reaching southern Europe’s shores this year continues to climb – to about 75,000 at last count – so too does the death toll from attempts to cross the Mediterranean in over-crowded, unseaworthy boats.

corpi in bodybagThe UN Refugee Agency (UNHCR) estimates that more than 800 migrants have died trying to make the treacherous crossing from North Africa since the beginning of the year.

Last week alone, the bodies of 29 migrants were found in the packed hold of a fishing boat where they are thought to have been overcome by engine fumes. According to survivor accounts, 60 others who tried to escape from the suffocating hold were stabbed and thrown overboard by five fellow passengers. A day earlier, the Italian navy rescued 12 people after their rubber dinghy capsized off the coast of Libya. Another 109 who were on the boat are missing.

An unknown number of other migrants who attempt the journey disappear without a trace, their bodies presumably claimed by the sea, leaving families back home desperate for news of their loved ones that never comes.

barcone stracarico 2Yafet Gibe, an Eritrean refugee living in Sudan, last heard from his wife, Brikti, who was trying to reach Europe with their 20-month-old daughter, over a month ago. She called him from Libya, the departure point for most migrants and asylum seekers trying to reach Europe, on 20 June  and told him that she would be boarding a boat on 28 June. Both a friend of Gibe’s based in Libya and the smuggler who had charged US$1,600 for the journey from Sudan to Libya and another $1,700 for the Mediterranean crossing, confirmed that Brikti and her child left on the boat as planned.

But Gibe, who had planned to join his wife in Europe with their other child at a later stage, has not heard from her since and he learned that about 250 other migrants and asylum seekers travelling on the same boat have also failed to make contact with their families. The smuggler insists that they are all in an Italian prison, but as the weeks pass with no word from any of them, this seems increasingly unlikely.

bare bare “Now I’m in Sudan and there’s no one that can help me,” Gibe told IRIN over the phone from Khartoum. “Some of my friends in Europe have contacted the Red Cross and they’re checking the names of those arriving in Italy, but there’s no news.”

No system for identifying dead migrants

Currently, Europe has no centralized system for identifying the bodies of migrants, who often travel without documentation, nor for informing their families in origin countries. Where there is no dead body available to collect DNA samples and other identifying data, the task of helping families to trace missing relatives is even harder. Now there is mounting pressure from migrant and human rights advocates who argue that migrants’ families have a right to know the fate of missing relatives and European governments should be doing more to help them.

“There’s an inability to grieve when you don’t have closure; entire lives become focused on the return of a loved one and family relations can disintegrate,” said Simon Robins, a researcher with the University of York’s Centre for Applied Human Rights, who recently co-authored a briefing paper on how Europe could better deal with the migrants who die or go missing on its southern frontier.

demo eritreaHe and his co-authors argue that “there is a humanitarian imperative and a moral and legal responsibility” to attempt to identify the bodies of dead migrants, inform their relatives and treat their bodies with dignity. However, based on research they conducted on the Greek island of Lesbos, this rarely happens. The researchers found “a gray zone where no authority assumed responsibility” for dealing with the bodies of migrants retrieved by the island’s coast guard. Nor is there any national or EU budget allocated for their burial.  The result is that “unidentified migrants are hastily buried in unmarked graves” making it impossible for families to locate their remains.

“Gathering data from bodies is crucial where there is a body, but clearly a significant fraction of bodies are at the bottom of the Mediterranean Sea and will never be found,” said Robins, adding that there are still ways of reconstructing who was on a boat.

Interviewing shipwreck survivors

The International Organization for Migration (IOM) interviews survivors of shipwrecks and other disasters at sea who are brought to Italian ports in an effort to compile a list of migrants whose bodies were lost or dumped at sea. The list is then passed on to the Italian authorities.

bimbo salvato“What happens in practice is that as soon as a new shipwreck is reported, we’re immediately called by the families. We would then put them in touch with someone who was on the boat to determine if their relative was there,” explained Simona Moscarelli, a migration law expert with IOM in Rome. “In some cases, we’ve also accompanied migrants’ relatives to the police so they can report the missing.”

The shipwreck that claimed the lives of more than 350 mainly Eritrean asylum seekers off the coast of Lampedusa in October 2013 shocked the world and provided the impetus for the Italian navy’s search-and-rescue mission, Mare Nostrum, which has rescued tens of thousands of migrants since it launched. The incident was unusual in that it occurred so close to shore that divers were able to retrieve the bodies. However nine months later, more than half of those bodies remain unidentified and the families of those that have been identified are yet to be officially notified, according to the Italian Red Cross.

gommoneLocal authorities have taken DNA samples from all of the bodies, but without comparison samples from close relatives (known as ante-mortem data) that would allow a match to be made, the samples have little value. The 50 percent of the bodies that have been identified were mainly as a result of linking up relatives (who called organizations like the Red Cross and IOM in the days following the tragedy) with survivors who could confirm whether or not their family members were on the boat.

Both the Red Cross and IOM have a presence in Eritrea and potentially could collect DNA samples from relatives, but according to Lourdes Penados, regional forensic advisor with the International Committee of the Red Cross (ICRC), not many of the immediate family in Eritrea have made contact and asking them to present themselves for DNA collection presents considerable diplomatic and security challenges in a country where emigrating without the permission of the state is forbidden and severely punished.

Lack of centralized databases

ICRC hosted a conference in November 2013 on the issue of how Europe’s Mediterranean countries could better manage and identify dead migrants.

corpi in bodybag“We found that the problems are similar in most of these countries,” Penados told IRIN. “There’s a lack of databases for unidentified bodies and a lack of communication between institutions at the national and regional levels.”

A number of recommendations came out of the conference, including that there be standardized practices for collecting and managing information on dead migrants and that the data be recorded in centralized databases accessible to all relevant institutions. However, Penados said progress on implementing the recommendations had so far been very slow despite the ICRC’s efforts to lobby the European Union (EU) on the issue.

“It’s a regional issue so the EU has to get involved and also allocate resources for this centralization to happen,” she said.

One of the major impediments remains the lack of any mechanism to link post-mortem data from European countries where dead migrants are found with ante-mortem data from their countries of origin all over the world.

“It’s potentially a hugely complicated logistical problem,” admitted Robins, who nevertheless argued that with sufficient political will, the obstacles could be overcome.

barconen1Andreas Kleiser of the International Commission for Missing Persons (ICMP) agreed that tracing dead migrants back to their families in various origin countries would take “a sizeable effort” but that similarly complex efforts to identify the dead in the wake of natural disasters and conflicts had yielded results.

“If you go back to the [2004] tsunami in Thailand, you had about 8,500 victims, among them many tourists from all over the globe. So you had to find the family members and get the DNA references and that was done. Interpol and national police forces cooperated to ask family members for DNA samples.

“So it can be done, but it takes a mechanism to coordinate these things and you need money.”

Last year, ICMP and IOM signed a cooperation agreement that aims to draw on ICMP’s long experience in using DNA testing to trace the missing and its sizeable database of reference and victim profiles and align this with IOM’s presence in origin countries where it could collect missing person information and DNA samples. However, concrete programmes have yet to be put in place and there is widespread agreement that leadership and funding needs to come from the EU.

“It involves EU member states and EU border protection systems,” pointed out Klesier. “It needs to be addressed at an EU-wide level and in the external relations of the EU as well.”

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