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Sud Sudan, stallo nelle trattative mentre si aggrava la crisi umanitaria

Dal Nostro Inviato Speciale
Bianca Saini
Nairobi, 12 agosto 2014
Domenica 10 agosto avrebbe dovuto essere il giorno della chiusura della crisi in Sud Sudan, con la formazione di un governo di transizione concordato tra i due schieramenti in conflitto, quello del presidente Salva Kiir Mayardit (SPLM – Juba faction) e quello dell’ex vice presidente Rieck Machar  Teny Dhurgon (SPLM in opposition, SPLM-IO). Il giorno della scadenza era stato deciso ad Addis Abeba il 10 giugno scorso al tavolo delle trattive di pace coordinate dall’organizzazione regionale dell’IGAD, sulla base di un accordo firmato da Kiir e Machar il 10 maggio.

campo bentiu allagatoInvece nei 60 giorni in cui i lavori avrebbero dovuto essere pressanti per trovare soluzioni condivise ai molti e scottanti problemi sul tappeto, le due parti non si sono praticamente mai incontrate per questioni procedurali. Infatti l’SPLM-IO ha prima contestato la selezione dei rappresentanti della società civile invitati a partecipare ai negoziati e poi, il 4 agosto, giorno della ripresa delle trattative, ha respinto la composizione  del tavolo stesso, sostenendo che l’accordo per la fine delle ostilità deve essere trovato tra le due parti belligeranti, mentre gli altri attori avrebbero dovuto entrare in gioco solo al momento della discussione sul governo di transizione e sulla soluzione degli altri nodi politici aperti, quale l’assetto istituzionale e il ruolo che gli stessi Kiir e Machar saranno, o non saranno, chiamati a svolgervi.

Chiare sono state le resistenze alle pressioni della comunità internazionale per chiudere velocemente la crisi, che invece, a parere dell’opposizione, necessità di tempi più lunghi per maturare soluzioni durature, che permettano di rimettere in moto lo sviluppo socio-economico e la vita politica del paese. Kiir invece si appella al fatto che il suo mandato non è ancora finito, dunque non c’è bisogno di un governo provvisorio, essendocene già uno perfettamente legale in carica.

Salva in divisaNelle scorse settimane in Sud Sudan molto si è parlato di soluzione federale alla crisi, con i tre governatori degli stati dell’Equatoria in primo piano nel proporre l’idea e gruppi di giovani e di associazioni della società civile anche di altre zone del Paese che la sostengono, mentre il presidente e il governo in carica la respingono duramente. Negli ultimi giorni è poi diventata pubblica la proposta, probabilmente avanzata durante le negoziazioni, sull’introduzione della figura del primo ministro, carica attualmente non esistente nell’ordinamento sud sudanese.

Kiir ha dichiarato la sua posizione in un discorso tenuto al suo rientro dagli Stati Uniti, dove aveva partecipato al summit dei Paesi africani: non se ne parla nemmeno – ha detto in sostanza -; se si deve trovare un incarico istituzionale a Machar, si potrebbe introdurre la carica di secondo vicepresidente, dopo il primo, che rimarrebbe l’equatoriano James Igga Wani. Se questo non gli sta bene, bisogna aspettare le prossime elezioni, che determineranno chi sarà il futuro presidente. E’ chiaro che il dibattito è solo all’inizio e le posizioni ancora molto distanti.

Nonostante le dichiarazioni forti, la posizione di Kiir sembra diventare di giorno in giorno più debole. Nei giorni scorsi una parte della leadership dell’SPLM negli Stati Uniti e in Canda, paesi dove la diaspora sud sudanese è numerosa e influente, è passata all’opposizione, e ne ha chiesto le dimissioni. Continuano anche le defezioni nelle fila dell’esercito. Ultimo, nei giorni scorsi, il generale Dau Deng Ahecyol, vice capo di stato maggiore nello stato di Jonglei, tra i più martoriati dalla guerra civile in corso. Ma sembra siano molti anche i soldati semplici che disertano perché non vengono pagati regolarmente.

Riek Machar 1Negli ultimi mesi il governo di Juba ha potuto far fronte ai bisogni della guerra e della gestione della macchina dello stato chiedendo prestiti alle compagnie petrolifere, a valere sulle future royalty, ma l’ultima richiesta è stata respinta perché l’impegno è già troppo rilevante, il che significa molti meno fondi a disposizione per sostenere la macchina bellica.  Dunque si può purtroppo prevedere che il problema delle diserzioni anche tra i soldati semplici si aggraverà e contribuirà a rendere la situazione sul campo sempre più incontrollabile, con bande armate che non rispondono che a se stesse.

Se ne è avuto un assaggio la scorsa settimana nella contea di Maban, stato dell’Upper Nile, dove una milizia locale si è scontrata prima con l’esercito regolare e poi ha attaccato gli operatori umanitari sud sudanesi impiegati nelle operazioni di soccorso a oltre 120.000 profughi sudanesi provenienti dal Blue Nile. Almeno sette sono stati uccisi a sangue freddo, perché appartenenti al gruppo etnico Nuer.

mappa umanitariaQuesto ha determinato l’evacuazione di oltre 200 operatori umanitari e la riduzione drastica dei già scarsi servizi ai profughi, che si trovano così presi tra due fuochi, in difficoltà estrema per la loro stessa sopravvivenza. La missione di pace, UNMISS United Nations Mission in South Sudan) finora non presente nella zona, ha dovuto affrettarsi a mandare un contingente per controllare la situazione.

Intanto Machar continua il suo attivismo diplomatico. Nelle ultime settimane ha incontrato i presidenti dei paesi IGAD ed è stato in Sud Africa. Ultima visita, ma certamente non la meno importante, a Khartoum, dove, domenica 10 agosto, ha incontrato il presidente sudanese Omar Al Bashir. La visita è stata a lungo annunciata, diverse volte rimandata e vista con molto sospetto dal governo di Juba. Le dichiarazioni ufficiali finali sono state, come è naturale, molto pacate: Bashir ha espresso  il suo completo appoggio alle posizioni discusse sul tavolo negoziale dell’IGAD, mentre Machar ha sostenuto una maggiore presenza di Khartoum nelle trattative, prevedendo che un’intermediazione diretta potrebbe essere positiva, per l’esperienza dovuta alla storia recente dei due paesi.

milizianoSi può scommettere, però, che, a porte chiuse, si sia parlato anche, se non soprattutto, di altro, e in particolare del sostegno alla ribellione, sempre negato ma non così improbabile, anche perché l’esercito di Kiir ha avuto l’aiuto documentato, seppur ufficialmente e ovviamente negato, dell’opposizione armata sudanese e si sa che sui confini africani l’amico del mio nemico è mio nemico e viceversa. E si sarà parlato anche del petrolio, dell’operatività e della sicurezza dei pozzi anche durante il conflitto e forse anche del destino di alcune aree petrolifere contestate, Abyei in particolare.

Mentre la soluzione della crisi sembra essere ancora lontana, è in peggioramento costante la situazione umanitaria. All’emergenza dovuta al conflitto, che ha causato un milione e mezzo tra sfollati e rifugiati, si aggiunge ora l’emergenza dovuta ad una stagione delle piogge con precipitazioni particolarmente abbondanti, che hanno reso impercorribili le strade di vaste regioni ed hanno trasformato in acquitrini molti campi profughi, non solo nella fascia settentrionale del paese, quella più devastata dal conflitto (il caso più drammatico è il campo per la protezione dei civili di Bentiu, dove da settimane 40.000 persone vivono con l’acqua al ginocchio) ma nella stessa capitale, Juba.

La situazione di insicurezza e l’impraticabilità delle strade rende difficilissimo portare soccorso alla popolazione, stremata da otto mesi di guerra civile  durissima. In molte aree del paese ormai si è in una fase di pre-allarme carestia. L’allarme vero e proprio potrebbe scattare da un momento all’altro.

Bianca Saini
biancasaini2000@gmail.com

Nelle foto: il campo di Bentiu invaso dall’acqua, Salva Kiir, Riek Machar, la mappa della crisi umanitaria e un soldato

Corrotti, assassini e ladri a Washington alla corte di Obama

Massimo A. Alberizzi
10 agosto 2014
Peccato, un’altra occasione persa che però mostra molto bene qual è l’attitudine dei grandi del mondo verso l’Africa. Durante il suo viaggio in Ghana, nel 2009, il presidente degli Stati Uniti  Barak Obama aveva rimproverato i leader africani. Il futuro del continente – aveva più o meno sostenuto in un discorso che rompeva gli schemi del passato – deve essere nelle mani della gente non di uomini forti che governano contro i desideri delle popolazioni.

Obiang e ObamaChi si occupa di Africa da anni – me compreso – aveva letto quel discorso con grande speranza di cambiamento. Sembrava che nel futuro prossimo le politiche dell’Occidente, e degli Stati Uniti in particolare, dovessero cambiare, che si potesse porre un freno ai regimi che esercitano il potere in modo arbitrario e autoritario.

Invece il summit Africa/Stati Uniti, organizzato a Washington DC tra l’amministrazione americana e una cinquantina di leader africani, ha fatto crollare qualunque speranza. Obama ha sancito che non è ancora tempo di riscatto per la povera gente, che il business è molto più importante dei diritti umani e che la vendita delle armi in un continente dilaniato dalle guerre (che si vuole far apparire come tribali ma che tribali non sono e nascondono invece obiettivi non confessabili, l’accaparramento di risorse naturali).

LEADER CONTROVERSI
Gli invitati alla corte di Obama, a parte qualche eccezione, erano leader corrotti, ladroni, tiranni sanguinari e assassini. Certo l’establishment americano ha avuto il buon gusto di non invitare l’eritreo Isaias Afeworki, despota che affama il suo popolo, lo zimbabweano Robert Mugabe, gradasso e razzista che ha distrutto la sua nazione, e il sudanese Omar al Bashir, ricercato dal tribunale internazionale per crimini contro l’umanità e genocidio.

Jonathan-The-ObamasMa non ha avuto nessun problema di coscienza a invitare il cleptocrate della Guinea Equatoriale Teodoro Obiang Nguema Mbasogo (che ha festeggiato il suo tretacinquesimo anno al potere il 3 agosto sull’aereo che lo portava a Washington), il suo compare angolano José Eduardo dos Santos (padre di Isabel la donna più ricca di tutta l’Africa), il gabonese Ali Bongo Ondimba (la dinastia è cominciata con il padre Omar, al potere per quarant’anni sotto l’amorevole ala protettrice francese) o il congolese di Brazzaville Denis Sassu Nguesso (per tornare al potere perso con libere elezioni ha scatenato una feroce guerra) o Uhuru Kenyatta (anche lui incriminato dal tribunale penale internazionale per aver scatenato le violenze intertribali durate le elezioni presidenziali del 2007). Questo solo per citare solo qualcuno degli ospiti, perché l’elenco è lungo.

RADICI AFRICANE
Nei vari incontri Obama non ha mancato di ricordare le sue radici africane ma si è dimenticato invece dei bei propositi contenuti nel suo discorso ad Accra del 2009. Non ha tenuto conto dei curriculum dei suoi ospiti, accusati di aver abolito la libertà di stampa e di associazione, di ordinare omicidi mirati degli oppositori politici, di praticare regolarmente la tortura o di gettare in carcere chiunque gli intralci il cammino.

Obama e Ali BongoAvrei voluto sentire un messaggio di condanna di queste pratiche che non hanno nulla a che fare con il diritto a manifestare il proprio pensiero, di partecipare alla vita politica del proprio Paese, di lottare per l’emancipazione della gente accanto a sé, principi sacrosanti sostenuti a parole da Obama. Sì, un vago accenno è venuto, ma assai misero, dopo le critiche lanciate dalle organizzazioni che difendono i diritti umani, Human Right Watch innanzi tutto.

BUSINESS E SICUREZZA
Obama ha dato la precedenza al business e alla sicurezza. Cioè alla concessioni minerarie (petrolifere in primo luogo) e alla muscolosa lotta al terrorismo. Ma sa che il suo gesto ha dato più forza ai tiranni che ora – legittimati dalla Casa Bianca – avranno ancora più potere, se mai ce ne fosse bisogno, per continuare a saccheggiare, torturare e ammazzare? Dove sono finiti i propositi di good governance e rispetto dei diritti umani? Tutta una farsa?

E se per il business si perdonano pesanti peccati ai dittatori che governano i Paesi ricchi di petrolio, per la sicurezza si assolvono gli arresti arbitrari di governi che restano al potere con la forza. E’ vero che l’Etiopia è stata al fianco degli Stati Uniti nella lotta contro gli shebab (cioè Al Qaeda in Somalia), ma per questo è giustificato chiudere gli occhi sull’involuzione autoritaria del governo di Addis Abeba del primo ministro etiopico Haile Mariam Desalegn?

Obama e il gambiano Yahya JammeyLì, alla faccia del tanto conclamato da Obama diritto alla libertà di stampa, ci sono blogger e giornalisti in galera accusati di terrorismo e di aver cospirato per rovesciare il regime.

PERSONE PER BENE
Certo, alla corte di Obama erano stati invitati anche leader “per bene”, come la presidente della Liberia Ellen Johnson Sirleaf che ha rinunciato al viaggio a Washington impegnata com’è a contrastare la terribile epidemia di ebola che ha gravemente colpito il suo Paese.

Il presidente ugandese Yoweri Museveni è stato abilissimo. Poco prima di imbarcarsi per l’America si è fatto aiutare dalla sua Corte suprema che ha annullato con un colpo di spugna la contestata legge che punisce gli omosessuali. La norma è stata cancellata “per vizio di forma”, perché è stata approvata senza che il parlamento avesse il numero legale e non perché è una porcata. Così contenti i fondamentalisti cristiani conservatori e contento Obama e l’opinione pubblica liberal che lo sostiene e chiedeva di tagliare tutti gli aiuti all’Uganda.

Potremmo continuare parlando dei killer inviati da governo ruandese per uccidere i dissidenti in esilio all’estero o del governo burundese che ha tradito le aspettative di democrazia varando una legge che prevede addirittura l’ergastolo per gli oppositori politici o della Nigeria dove, con la scusa di combattere i terroristi di Boko Haram, si giustificano le atrocità dell’esercito contro la popolazione civile.

UN LUNGO ELENCO
L’elenco potrebbe andare avanti fino a coprire la maggior parte dei Paesi africani i cui regimi dittatoriali sopravvivono grazie alla complicità dei Paesi occidentali e/o delle grandi compagnie, il cui coinvolgimento è stato spesso determinante per mantenere satrapi cleptocrati al potere.

Obama Kagame e la figlia di KagameInvitare certi leader sarebbe stato comprensibile se al centro delle discussioni di Washington ci fossero stati i diritti umani e il loro rispetto. Da Barak Obama e dalla sua amministrazione ci saremmo aspettati un richiamo all’etica nel business, invece sembra proprio che nonostante le assicurazioni di Susan Rice, consigliere per la sicurezza nazionale, questi argomenti siano stati relegati a semplici comparse La Rice prima del vertice aveva spiegato che “i diritti umani saranno trattati in una specifica riunione della società civile in cui si parlerà del buon governo”. In realtà, come ha scritto il Washinton Post in un editoriale, “Come tutti gli argomenti fastidiosi si troverà i pretesto per non discutere un bel niente a favore di cose più piacevoli come ‘l’innovazione civile’ e le minacce trasnazionali”. Cosa che si è poi puntualmente verificata.

CRESCITA ECONOMICA
In Africa
ci sono sette dei dieci Paesi con maggiore crescita economica. Recentemente la Nigeria ha superato il Sudafrica. Ma il continente ospita anche 16 tra i Paesi più repressivi del pianeta. Inoltre chi beneficia della crescita economica? Poche famiglie dell’élite dominante. Il grosso della popolazione vive (anzi, sopravvive) nella povertà più nera. E se osa protestare viene ammazzata, torturata, cacciata in galera.

Obana e Blaise CampaorePurtroppo gli Stati Uniti hanno rinunciato al loro ruolo trainante sulla strada della democrazia, dello sviluppo e della prosperità. Un paio di esempi possono spiegare meglio. Le amministrazioni che si sono succedute alla Casa Bianca criticavano le grossolane violazioni dei diritti umani perpetrate da Teodoro Obiang in Guinea Equatoriale. Poi negli anni ’90 sono stati scoperti importanti giacimenti di petrolio, sono arrivate le grandi multinazionali e le critiche violente come solenni sberle sono state sostituite da buffetti gentili e prudenti.

Stesso trattamento per Paul Kagame, accusato di aver instaurato in Ruanda un regime repressivo che contempla esecuzioni sommarie degli oppositori politici (anche per quelli che si sono rifugiati all’estero). Come ha spiegato John Campbell, ex ambasciatore USA in Nigeria, “La comunità degli affari parla del leader ruandese da una differente prospettiva: del bassissimo livello di corruzione del Paese, di efficienza delle istituzioni, dell’approccio del governo a favore del business, della crescita degli standard di vita”. Tutte cose vere, per carità. Ma non si riescono a coniugare con i diritti umani? Non si può rinunciare a un po’ di soldi per ridurre le sofferenze di tanta gente?

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @mlberizzi

Alcune delle foto ricordo scattate alla Casa Bianca da Barak e Michelle Obama. Dall’alto: Teodoro Obiang e la moglie, il nigeriano Goodluck Jonathan, i gabonesi Ali e Sylvia Bongo, l’omofono  presidente del Gambia Yahya Jammey, famoso per saver dichiarato “se trovo un gay lo ammazzo con le me mani”, Paul Kagame e l’altissima figlia. Infine Blaise Campoarè, salito al potere dopo aver strangolato con le sue mani il suo migliore amico, il presidente del Burkina Faso Thomas Sanksrà, di cui era il vice.

“Silence for Gaza”: what the news is not saying

Gaza is not in Africa, but it is very close to Africa
and what is happening in Gaza strongly affects  part of Eastern African countries.
The tragedy of Gaza cannot be ignored by a web site like Africa ExPress.
For this reason we decided to publish this article
that explains the situation from someone who was living in Gaza for a year.

Special for Africa ExPress
Gaja Pellegrini-Bettoli
Beirut, 7 August 2014

The airstrikes (كاسيف, kassif) had already become a daily, or rather nightly, occurrence when I left Gaza a few days before the full escalation and beginning of the Israeli operation ‘Protective edge’ and Hamas’ response. (The original name in Hebrew is מִבְצָע צוּק אֵיתָן, Mivtza Tzuk Eitan, “Operation Firm Cliff” ). I had seen it before over the past year: the drones and F-16s hovering over and shelling were meant as intimidation, a warning. Still the building would shake and wake me up. The intensity of the airstrikes was limited however compared to the tons of explosives dropped on Gaza since the beginning of the escalation on 8 July.

padre e bimboEscalation in Gaza: day 31

For the past 31 days my schedule has revolved around checking the news, cross-checking it with updates from my friends and colleagues and trusted sources on site in Gaza. Rarely do the two accounts match. Usually it is a case of omission of information from mainstream media. I then start emailing the people I know in Gaza, asking the ritual and ridiculous question: ‘Are you ok? Are you safe?’ Of course not. Nowhere is safe in Gaza these days.

When I don’t hear back from people I turn into a ‘stalker’ on FB and twitter looking for signs of their recent activity. This is the only way I have to know they are safe. When I manage to reach them the first phrase they say is: ‘Thank god you are safe, good that you are not here’. As the number of casualties rises to nearly 2000 (figures vary according to sources with UN sources being lower), I egoistically hope my friends and colleagues are not among them.

Even the UN compound of UNRWA HQ was shelled (although the damage was limited) in addition to three strikes at schools sheltering civilians which belong to the agency, causing many innocent civilian casualties. According to UN statements the coordinates of the school bombed on 30 July and the plea to the Israeli forces not to bomb it, as it was sheltering civilians, was made seventeen times.  This is a red-line, usually UN schools were considered a safe place.

The horror of these attacks was voiced by the agency’s spokesperson Chris Gunness, previously a war correspondent, in the course of an interview when he could not hold back the tears. I met him on a number of occasions; his genuine reaction expressed the feeling of many humanitarian workers on the ground.

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While the ceasefire, the first to actually be upheld, is on its third day, as peace negotiations are attempted in Cairo, the distraught civilian population is busy trying to bury their dead and stock on food and salvage belongings from their homes. According to UN figures, over a quarter of the population in Gaza (440,000 people) is now internally displaced and 1,814 people were killed.

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On the ground in Gaza: the al Qassam Brigades

padre e figlio mortoOn 28 July the IDF (the Israeli Defense Forces), which Palestinians refer to as IOF (Israeli Offence Forces), warned international media not to leave their hotels, as their operations were intensifying. At the same time Hamas’ military wing, the Al Qassam brigades, continued their firing of rockets.

The Al Qassam brigades are the armed wing of Hamas, however their full ‘allegiance’ rests more with their own leaders in Gaza and with Khaled Machal who is now in Doha (previously based in Damascus until the war broke out in Syria). The political leader of Hamas in Gaza, Ismail Hanniye has maintained an extremely low profile throughout this escalation. The few interviews that have appeared in English media were mostly of Khaled Machal. The political and military wing are known for not always seeing eye to eye.

On the ground in Gaza, the name behind the resistance is Mohamed Deif. A previous stage actor, he is known for his ability to disguise and expertise in explosive devices. No recent picture of him can be found and verified. What is known is that he was wounded in an assassination attempt and is now relegated to a wheelchair.

bomba 2What the news is not saying

While a few reporters, many freelancers, are doing a tremendous job offering unbiased and accurate updates, most main stream media is not. In addition, to be fair to those who are doing good reporting, Gaza cannot be deciphered by witnessing it only during war.

As mentioned in a tweet by journalist Gabriele Barbati, who was on the ground in Gaza, one of the tragedies claiming the lives of children playing in Shati camp (beach camp), was caused by a Hamas rocket (the witnesses’ names could not be disclosed). This refugee camp had children on Eid killed while playing (not to be confused with the tragic incident of the four children who were killed by the IDF while running on the beach). This news is credible as it is a fact that accidents firing rockets often claim the lives of the militants firing them. These accidents happen rather regularly during ‘peace’ time, although they only involve the militants firing them in those cases.

macerieMany have reported on the dire situation at Shifa hospital overwhelmed with patients, understaffed and with constant electricity cuts. These basic obstacles are part of everyday life in Gaza, it is not an exception although the conflict has dramatically worsened the situation. While hospitals were always given priority and equipped with generators and fuel to run them, often staff would have to manually operate equipment such as ventilating machines for the patients’ breathing.

Some journalists have commented on the lack of clean water to shower. Again this is normal everyday life in Gaza. Most water is salty in the best case or/and polluted. This is not the consequence of the latest escalation but the result of 66 years of the world looking the other way. Even donor countries have developed a sort of ‘donor fatigue’ after pouring funds into Gaza for years and not seeing significant results. Over the course of the last year, Gaza was forgotten by the news, with funds from donors often being diverted to the Syrian crisis.

Civil society and economic situation

The majority of the population in Gaza is educated, there are five universities and the literacy rate is one of the highest in the entire Arab world. Civil society, youth in particular, with all the constraints of living under siege and under Hamas, is entrepreneurial.

macerie e bandieraWhile the poverty line is expanding, particularly after the tunnel closure from Egypt into Gaza in July 2013, the infrastructure of society in terms of education exists to rapidly move beyond the current economic crisis under different circumstances. This was the case at least before the destruction that ‘Operation protective edge’.

study published by the Palestinian think tank al-Shabaka for example shows the presence of gas in Gaza discovered over 13 years ago (its use is denied to it even though the fields lie within its coastal waters).

People in Gaza cannot be labeled as pro Hamas, pro Islamic Jihad or pro Fatah. Supporters of all three groups of course exist among the population. As economic conditions deteriorate and life becomes impossibly difficult a growing number of civilians felt abandoned by their leadership. For this reason the escalation has benefited Hamas portraying it as fighting for the resistance of Gaza.

What is significant is that among the most educated and intellectual parts of society, particularly among the young generations, the conflict has marked them deeply. Among those who survived there is a clear sense of loss of ‘faith’ in international institutions and the Arab league, as well as an increased sense of communal pride for civil society in Gaza.

Witnesses from Gaza: Omar, Yasmeen, Asmaa and Belal

A young and dynamic woman, not affiliated with any political group, Yasmeen Khoudary, has authored a piecerecently where she stated:” We have lost all faith in support from the word or from the Arabs, who decided to summon up in an “emergency” meeting eight days through the offensive. We wake up in Gaza every morning to say: we in Gaza are well, how is your conscience doing?”

in ospedale 1Another journalist, Omar Ghraieb, while waiting to learn about the outcome of the ceasefire wrote a piecewhere he stated:”This war has ruined and deformed so many definitions. Ceasefire meant massacres. And peace finally meant killing 1% of Gaza’s population while the world watched silently and castrated Arab leaders sent donations.”

And a well-known anti-Hamas activist and journalist, Asma al-Ghoul, who received many prizes for her courage in denouncing practices of the de facto government in Gaza stated in a recent article: “If it is Hamas you hate, let me tell you the people you are killing have nothing to do with Hamas. If Hamas, in your eyes, is ordinary civilians and families, then I am Hamas, they are Hamas, we are all Hamas.”

Another talented young photographer, Belal Khaled, whose picture appears on the cover of this post, has tried to document the devastation of the last 33 days.

While each has its own view of society they all represent a dynamic and educated generation that has just been through this escalation. They are no longer the same people, the content and tone of their articles reflect this.

Palestinian poet Mahmoud Darwish captured the essence of this city when he said “Gaza is not the most elegant of cities nor the biggest, but it equals the history of an entire homeland. It does not compel people to cool contemplation but rather to explode in collision with reality. It will continue to explode. It is neither death nor suicide. It’s Gaza’s way of declaring it deserves to live.”

Gaja Pellegrini-Bettoli
twitter @gajap72

L’Oms lancia l’allarme ebola in tutto il mondo, quasi mille i morti

Nostro Servizio Particolare
Cornelia Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 10 agosto 2014
10 agosto 2014
visita a ammalato 2Il virus ebola non arresta la sua folle corsa. I dati sono davvero inquietanti: finora 1779 persone sono state contagiate dal virus. Di queste 961 sono morte. L’Organizzazione mondiale alla sanità (OMS) precisa che solo nell’ultimo mese i nuovi infettati sono stati 815i i morti 358. Le cifre parlano chiaro e per questa ragione Margaret Chan, direttore generale dell’OMS ha dichiarato venerdì, 8 agosto 2014: “L’Ebola è un’emergenza sanitaria internazionale”. Ha inoltre precisato: “Per il momento non raccomandiamo la chiusura delle frontiere, limitazioni di viaggi o scambi commerciali con i Paesi colpiti dall’epidemia.  Chiedo però la massima collaborazione della comunità internazionale per assistere con ogni mezzo possibile gli Stati così duramente provati dl virus ebola”.

Poche ore dopo la dichiarazione dell’OMS, ecco una notizia confortante che giunge dal reparto di isolamento dell’Emory University Hospital, Atlanta, dove è ricoverato Kent Brantly, il medico che colpito dal virus in Liberia è stato fatto rimpatriare negli Stati Uniti. In un breve comunicato annuncia: “Sto migliorando di giorno in giorno”.

cartello stopBrantly e la missionaria Nancy Writebo erano stati trasportati dalla Liberia ad Atlanta con un volo speciale, superblindato ed ora sono sottoposti ad una terapia sperimentale con una nuova specialità farmaceutica ZMapp, non ancora disponibile in quantità sufficiente per poter essere distribuita su larga scala. Finora è stato sperimentato, con ottimi risultati, solamente sulle scimmie Rhesus.

Poche ore fa il Ministero alla sanità spagnolo ha annunciato che anche il missionario Miguel Pajares, 75 anni, rimpatriato anche lui con volo speciale, ora ricoverato nel reparto di isolamento La Paz-Carlos III di Madrid, sarà trattato con ZMapp.

Sono quasi mille i morti di ebola nell’Africa occidentale. Le popolazioni sono terrorizzate e la paura, si sa, non è un buon alleato. La scorsa settimana in Sierra Leone il presidente, Ernest Bai Koroma, ha dichiarato lo stato d’emergenza in tutto il Paese. “I distretti più colpiti, Kailahun e Kenema sono stati completamente isolati. Sedici posti di blocco fanno sì che nessuno possa entrare o uscire” ha dichiarato il capo della polizia Alfred Karrow-Kamara ai giornalisti.

barellieriIl 7 agosto 2014 la presidente della Liberia, Ellen Johnson Sirleaf, ha seguito l’esempio di Koroma e anche lei, in un breve comunicato ha annunciato lo stato d’emergenza e ha chiuso le frontiere. Nella città di Weala, una cinquantina di chilometri da Monrovia, i cittadini sono contro le autorità accusate di non aver rimosso i poveri resti di persone decedute da ebola. E’ intervenuto l’esercito per disperdere i manifestanti.

La coordinatrice di Médecins sans frontières (MSF) per la Liberia, Lindis Hurum, è molto preoccupata per la situazione nel Paese. “Il sistema sanitario è al collasso – ha spiegato ai reporter della BBC -. Inoltre – ha aggiunto – i più grandi ospedali della capitali sono stati chiusi per una settimana; anche se ora sono stati riaperti, quelli in altre contee sono totalmente abbandonati al solo staff”.

Ieri il ministro alla sanità della Guinea, Remy Lamath, ha annunciato la chiusura delle frontiere con la Liberia e Sierra Leone. Comunicazione smentita in serata  dalla televisione di Stato secondo cui sono state semplicemente prese delle precauzioni sanitarie ai posti di frontiera.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter @cotoelgyes

Uganda: riprende gli spettacoli il circo che insegna ai bambini facendoli divertire

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia i. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 8 agosto 2014
 “Il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni.” Ecco lo slogan del Hiccup Circus di Namuwongo, Kampala, la capitale dell’Uganda. E’ un circo sociale, se  si trovano un po’ ovunque nel mondo, i cosiddetti Kasikonde. Africa-Express ne ha già parlato di loro, in particolare dell’importante attività che svolge in Uganda.

Immagine d'insiemeSi parla troppo poco dei bambini, non si fa abbastanza per loro, specie nel continente africano, così flagellato da guerre religiose, tribali, orrori inimmaginabili. Un bambino deve crescere felice, deve giocare, sognare, per essere in grado di assumersi le responsabilità di domani all’interno della società.

Hiccup Circus si occupa di loro dei giovani emarginati.  Li educa, facendoli divertire contemporaneamente. Si sa, l’arte circense richiede molta disciplina, self-control e non per ultimo, duro lavoro fisico e mentale, esercizio, coordinazione, generosità verso i compagni. Solo con questi ingredienti si può allestire uno spettacolo, degno di essere chiamato tale e accogliere commossi gli applausi sinceri del pubblico, quando lentamente scende il sipario.

Rufus al circoE domani, 9 agosto 2014 alle 16.30 la prima di un nuovo spettacolo del circo, intitolato “il desiderio di un cielo limpido”. Ospite d’onore sarà Aurora Morano della Piccola Scuola di Circo Milano.

Gli organizzatori hanno scelto un titolo che vuole trasmettere positività, bisogna credere che un mondo migliore sia possibile. Un cielo terso, senza le nuvole nere della guerra, della fame, della violenza.

Auguri dalla redazione di Africa Express e – vogliamo crederlo – da tutti i nostri lettori.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

 

Missionario spagnolo colpito da ebola: si sperimenta un vaccino sugli americani contagiati

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
7 agosto 2014
Anche un missionario spagnolo, Miguel Pajares, 75 anni è stato contagiato dal micidiale virus ebola. E’ stato rimpatriato a Madrid nella notte con un volo speciale e ricoverato nel centro La Paz-Carlos III attrezzato per ricevere e curare pazienti affetti da ebola. Altri due missionari sono stati colpiti dal virus: Chantal Pascaline Mutwawene, congolose, e Paciencia Melgar, della Guinea, quest’ultimo appartiene all’ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio come il sacerdote spagnolo, l’unico trasferito a Madrid, nonostante siano sei le persone in isolamento nell’ospedale.

Aereo per portare spagnoloMa forse all’orizzonte è comparso un miracolo: si chiama ZMapp, è un medicinale prodotto da una piccola casa farmaceutica con sede in California, la “Mapp Biopharmaceutical Inc.” I due americani, Kent Brantly, medico, e la missionaria Nancy Writebo contagiati da ebola e trasferiti in America sono sotto terapia con ZMapp da giovedì corso. Tre dosi sono state recapitate a Monrovia, capitale della Libera previa autorizzazione dell’Istituto per malattie infettive e immunologiche degli Stati Uniti. Sabato Brantly è stato trasportato con un volo super-blindato in un ospedale di Atlanta, Writebo solo ieri.

ZMapp è un preparato di anticorpi monoclonali utilizzati per combattere le glicoproteine dell’ebola. Originariamente gli anticorpi sono stati estratti dai topi, mentre ora, con un metodo produttivo innovativo, saranno ricavate dalle foglie del tabacco.

Il medicinale è stato testato sulle scimmie Rhesus con ottimo successo. Somministrato durante le prime ventiquattro ore dopo il contagio, tutte le scimmie sotto terapia sono sopravvissute, mentre se la terapia ha inizio dopo quarantotto ore dopo aver riscontrato il virus, solo una scimmia su due è rimasta in vita.

virusOra tre dei maggiori scienziati mondiali, Peter Piot, che aveva isolato il virus ebola nel 1976, David Heymann and Jeremy Farrar, rispettivamente direttori della  London School of Hygiene and Tropical Medicine, the Chatham House Centre on Global Health Security, e il Wellcome Trust, chiedono che i medicinali e vaccini, ancora in fase di sperimentazione, contro l’ebola vengano messi a disposizione anche alla popolazione dell’Africa occidentale che sta combattendo contro il terribile virus killer e affermano che si stanno studiando attualmente diversi antivirali, anticorpi monoclonali e vaccini che potrebbero essere utilizzati per combattere il male.

E’ necessario dare la possibilità ai governi africani di decidere se utilizzare o meno i medicinali dopo essere stati informati dettagliatamente sugli eventuali effetti collaterali. Dovrebbero essere messi a disposizione soprattutto per i medici e paramedici, più esposti di chiunque altro al contagio. Solo l’Organizzazione alla Sanità ha il potere di autorizzare l’utilizzo di medicinali in fase di sperimentazione a così vasta scala. “Dovrebbe assumersi questa responsabilità” hanno aggiunto i tre luminari.

Peraltro sono stati concordi sul fatto che medicinali non testati appropriatamente non dovrebbero essere distribuiti a larga scala, “ma qui ci troviamo di fronte ad un fatto eccezionale e la comunità internazionale dovrebbe esercitare pressioni, affinchè i medicinali ancora in fase di studio vengano prodotti in quantità sufficienti per poter essere distribuiti ai governi africani che ne dovessero fare richiesta”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter @cotoelgyes

Nella foto in alto l’aereo del ministero della difesa spagnolo attrezzato per trasportare a Madrid il missionario che ha contratto ebola. Sotto un’immagine presa al microscopio del micidiale virus 

Ebola, softly, softly on bush meat

Uganda, la Corte Costituzionale cancella la legge anti-gay

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena 5 agosto 2014
La Corte Costituzionale Ugandese ha annullato la draconiana legge anti-gay per un vizio di forma. La normativa, che prevedeva l’ergastolo per omosessuali, lesbiche e trans, è stata varata dal parlamento ugandese durante il mese di dicembre dello scorso anno, ma,  secondo la motivazione della Corte costituzionale, senza la presenza del numero legale di parlamentari, la legge è nulla.

posterIl portavoce del governo ugandese, Ofwono Opondo, ha fatto sapere che ora si attende la comunicazione ufficiale dell’avvocature generale dello Stato con le indicazione per la cancellazione della legge in questione. E ha aggiunto: “Ora i finanziatori occidentali possono sciogliere le loro riserve, possono riprendere i loro aiuti: la democrazia ugandese funziona molto bene, il suo stato di salute è ottimo”.

Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda, aveva preso tempo prima di apporre la sua firma alla proposta legislativa. A gennaio aveva istituito una commissione parlamentare, di cui facevano parte anche medici e scienziati del Ministero della salute e dell’università di Makerere (sicuramente la più famosa di tutta l’Africa). Voleva essere certo che l’essere gay non fosse di natura genetica.

Il presidente ugandese ha voluto certamente anche dimostrare ai Paesi occidentali la propria indipendenza di pensiero di fronte alle pressioni internazionali.

stop antigay billAppena varata, la severa legge ha immediatamente suscitato scalpore nel mondo intero. Alcuni Paesi occidentali, tra cui Olanda, Danimarca, Norvegia e Svezia hanno drasticamente ridotto gli aiuti economici all’Uganda e anche la Banca mondiale ha rinviato a tempo imprecisato l’erogazione di un prestito di novantamilioni di dollari richiesti dal presidente per migliorare il servizio sanitario. Il Dipartimento di Stato americano aveva espresso le sue forti perplessità e il presidente Barak Obama era stato molto esplicito: “Questa legge cambierà i rapporti tra i nostri due governi”.

La società ugandese è profondamente conservatrice. I gay generalmente sono sottoposti a severe critiche, dunque, se l’annullamento della legge ha trovato un grande eco nel mondo occidentale, così non è stato – ad eccezion fatta per le parti interessate, ovviamente – per la maggior parte degli ugandesi. Il pastore  Martin Ssempa, un anti-gay, ha dichiarato che lui e i suoi seguaci rivolgeranno un’interrogazione al Parlamento.

Qualcun altro vocifera che l’annullamento della legge omofoba sia stato fatto in previsione del summit USA-Africa che si tiene proprio in questi giorni a Washington e al quale partecipa anche Museveni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

 

 

 

Ebola, softly, softly on bush meat

IRIN
Conakry, 1 August 2014
Medical teams struggling to curb Ebola in West Africa have been discouraging bush meat consumption, believed to have caused the outbreak, but some rural communities dependent on the meat for protein are determined to continue their traditional hunting practices.

Grigliata di pipistrelloWhile meat from wild animals such as fruit bats, rodents and forest antelopes have largely disappeared from market stalls in main towns like Guéckédou (in southern Guinea and the epicentre of the disease) or the capital Conakry following campaigns to avoid contamination, it is still being eaten in remote villages despite the risks.

“Life is not easy here in the village. They [authorities and aid groups] want to ban our traditions that we have observed for generations. Animal husbandry is not widespread here because bush meat is easily available. Banning bush meat means a new way of life, which is unrealistic”, said Sâa Fela Léno, who lives in Nongoha village in Guéckédou.

The disease, which first erupted in Guinea’s southern Forest Region and diagnosed in March as Ebola, is West Africa’s first outbreak, and the worst known to date globally with more than 700 deaths. Infections continue to spread in Guinea and neighbouring Liberia and Sierra Leone.

Poor knowledge and superstition especially in rural communities, as well as cross-border movement, a poor public health infrastructure and other epidemiological causes have contributed to its spread.

The immediate concern is to halt human-to-human transmission. Discouraging bush meat consumption and introducing livestock as an alternative to hunting is part of long-term solutions against risks of contracting Ebola from the wild, said Juan Lubroth, chief veterinary officer with the Food and Agriculture Organization (FAO) in Rome.

Zuppa di pipistrello“We recognize the importance that bush meat has to quality nutrition that you may not get from only crop-based diets. We do not say that you should stop wild meat… but can we replace the need to go to the forest and hunt wildlife with having a source of livestock and livelihood that can be safer? – Lubroth said -. Can we have a more development agenda where we could have poultry production, sheep, goats, pigs … and manage that so that there is no undue encroachment into the forest for hunting?”

Getting the message across

Promoting hygienic practices to avoid contracting Ebola already is a protracted behaviour-change endeavour. Urging new norms for diet is far harder. Lubroth noted: “It becomes very difficult to convey to an individual about a threat that cannot be seen, in this particular case a virus…

“One of the major aspects is to build trust with communities or villages. The sociology, the anthropology, the communication is so important, not like the veterinary or the wildlife or medical sciences,” he told IRIN, explaining that epidemiological facts have to be translated in simple ways for ordinary people to understand, by using local allegories for instance.

Yet promoters of health messages, such as Mariame Bayo in Guinea, have been threatened with death in villages where residents strongly oppose aid workers. “In Nongoha we were told that if we don’t leave we would be cut into pieces and our flesh thrown into the water,” she said.

visita a ammalato“There are those who go even as far as saying that the government and the president have invented Ebola, and that it is meant to avoid holding elections,” said Health Minister Colonel Rémy Lamah. The presidential election is due in 2015.

“It is difficult to change a society’s way of life, but when it comes to saving lives I think no efforts should be spared. We didn’t say that people will no longer eat meat. [Discouraging bush meat] is just an interim measure,” he said.

Because Ebola has previously never broken out in West Africa, many rural communities have been perplexed and grown wary of health workers who have been accused of introducing the virus. Some believe it is witchcraft or an evil spell. Moustapha Diallo of the International Federation of Red Cross and Red Crescent Societies, however, said that fewer villages across the three West African countries remained hostile to aid groups, following public education campaigns.

“The main behaviour change needed is at funerals where a lot of cases are being contracted. That and good protective measures at health structures are the most important targets,” said Stéphane Doyone, West Africa coordinator of Médecins Sans Frontières.

Virus spillover risks

Exposure to infected people as families care for sick relatives at home, touching bodies during burials or even nosocomial (hospital-acquired) infections continue to account for the high death toll. However, rural communities still hunting for bush meat risk further spillover of the virus from infected wild animals, according to FAO.

tecnico e pipistrello“We will die if we must, but abandoning our traditions is out of the question. It is true that we have lost many relatives. That’s fate,” said Guéckédou resident Mamadi Diawara.

Communication Minister Alhousseine Makanera Kaké noted that bringing the outbreak under control is fraught with challenges. “Obstacles will remain until the outbreak is over. It goes without saying that we will not overcome this easily,” he told IRIN.

It is still unclear why the Ebola virus crossed from its animal hosts this time in West Africa while communities have consumed bush meat for generations without infection.

“We do not know enough about Ebola’s natural cycle in the jungle. I’m sure it ticks away every year or every season, but it only makes it into the news when we have human mortality,” said FAO’s Lubroth.

Pipistrello della fruttaWhile warning against consuming bats or handling sick or dead animals, Lubroth said an outright ban on bush meat “will likely see it go underground and that is actually worse. So we talk more about management than prohibition.”

Providing alternatives to bush meat may solve only part of the problem. In the long run, better equipped and resourced public health systems remain crucial to curbing outbreaks.

IRIN
IRIN is the humanitarian news and analysis  service
of the  UN
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Allerta ebola in tutto il mondo, morto il medico che curava gli ammalati in Sierra Leone

Allerta ebola in tutto il mondo, morto il medico che curava gli ammalati in Sierra Leone

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 1. Agosto 2014
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato l’allarme: fermare ebola prima che il contagio si diffonda fuori dalla regione africana colpita finora, mentre la presidente della Liberia, Hellen Johnson Sirleaf ammonisce: “Le conseguenze dell’epidemia possono essere catastrofiche. Non è solo un nostro problema. C’è il rischio che diventi un problema più ampio. Occorre uno sforzo internazionale comune”. 

VITTIMA IN OSPEDALELa Liberia ha preso misure drastiche: chiuse le scuole e alcuni edifici pubblici, la Sierra Leone ha inviato i soldati per isolare gli ammalati, la Guinea, che qualche giorno fa aveva annunciato trionfalmente di avere la situazione sotto controllo, ha invece fatto macchina indietro annunciando nuove misure per il controllo della malattia.

Il micidiale virus ha ucciso un eroe: il medico virologo, Sheik Umar Khan, 39 nove anni, un combattente che non si era arreso di fronte al killer ebola. Khan ha seguito oltre cento pazienti in Sierra Leone, il suo Paese che ora lo piange. E’ morto solo una settimana dopo aver contratto il micidiale virus. Le sue condizioni sono apparse subito gravi. Dietro richiesta dell’Organizzazione Mondiale della Sanità  un ospedale di Amburgo (Germania), il Bernhard-Nocht Institut, era pronto ad accoglierlo, come ha confermato un medico dell’ospedale, Jonas Schmidt-Chanasit all’emittente televisiva tedesca, NDR.

“Lo aspettavamo per questo fine settimana – ha aggiunto Schmidt-Chanasit – ma non ha fatto in tempo. Abbiamo un reparto di isolamento speciale, con un sistema di areazione innovativo;  usiamo precauzioni particolari anche per il personale medico e paramedico che assiste i pazienti. Il loro abbigliamento protettivo viene incenerito ogni tre ore, comprese le maschere per l’ossigeno. Siamo pronti ad accogliere altri pazienti.

virusIn Liberia sono stati contagiati anche due cittadini americani. Un medico, Kent Brandly di 33 anni e Nancy Writebol. Entrambi lavoravano per Samaritan’s Purse, un’organizzazione fondamentalista cristiana che opera in diversi Paesi africani. Entrambi saranno rimpatriati negli Stati Uniti con un volo speciale. Viaggeranno su un aereo particolare, un vecchio Gulfstream III che è stato acquistato dalla Royal airforce danese e modificato per il trasporto a lunga distanza per pazienti gravemente ammalati o portatori di virus contagiosi come, appunto l’ebola.

Al suo interno ci sono tende di plastica, con un sistema di aereazione autonomo, che impedisce all’aria respirata dai pazienti di raggiungere altre parti dell’aereo. Secondo la CNN il Gulfstream sarebbe partito giovedì sera alle 17.00 da Castersville, Georgia (USA) per l’aeroporto Robertsville di Monrovia (capitale della Liberia). I due pazienti americani sono attesi all’Emory Hospital di Atlanta.

Il virus ebola non arresta la sua folle corsa, come lo accerta l’ultimo bollettino dell’OMS, pubblicato il 31 luglio 2014:

Situazione tra il 24 ed il 27 luglio 2014

Guinea: 33 nuovi casi,  22 morti dall’inizio dell’epidemia sono morte 339 persone.

Liberia: 80 nuovi casi, 27 morti. Dall’inizio dell’epidemia sono morte 156 persone.

Nigeria: un nuovo caso, un morto. Dall’inizio dell’epidemia è morta una persona.

Sierra Leone: nuovi casi, 9 morti. Dall’inizio dell’epidemia i morti sono stati 233.

Imedico e ammalatan totale le persone finora contagiate sono 1323. I deceduti 729. L’OMS non sconsiglia, per ora, i viaggi nei Paesi colpiti dall’epidemia, cioè Guinea, Liberia, Sierra Leone e Nigeria e la chiusura delle frontiere.

Il gigante dell’Africa è l’ultimo dei quattro Paesi ad essere stato colpito dall’ebola. Grazie alla collaborazione delle autorità aeroportuali, l’OMS, la Croce Rossa Internazionale ed altre organizzazioni, le persone entrate in contatto con il cittadino liberiano che ha raggiunto con un aereo di linea Lagos, dove è deceduto in un reparto di isolamento pochi giorni dopo, sono state rintracciate e vengono seguite da un’ equipe specializzata. Per il momento pare che una sola persona abbia contratto il virus.

In Sierra Leone, il presidente Ernest Bai Koroma, rivolgendosi alla nazione mercoledì scorso, ha dichiarato lo stato di emergenza per i prossimi sessanta-ottanta giorni. Ha inoltre promesso di incrementare il servizio di protezione da parte delle forze dell’ordine per medici e paramedici, che spesso vengono aggrediti dai familiari degli ammalati. Non vogliono che i loro cari muoiano soli e isolati.

volto che sta maleE’ difficile far comprendere alla popolazione che i pazienti vanno curati in reparti speciali. Chi è stato in contatto con chi ha contratto il virus, invece, deve essere seguito da medici specializzati.  Un altro fattore da non sottovalutare sono i funerali. Le persone decedute non devono essere toccate senza protezione. Il virus è talmente potente, continua a uccidere anche se la persona è già morta.

La morte di Khan non è passata inosservata nei Paesi occidentali. La folle corsa di ebola preoccupa ora anche i governi europei. Mercoledì si è tenuta una riunione d’emergenza al Cabinet Office di Londra, presieduta dal segretario agli affari esteri, Philip Hammond, che ha poi riferito alla stampa: “Per ora non intendiamo prendere precauzioni particolari per i voli internazionali provenienti dai Paesi colpiti dall’ebola. Dobbiamo impegnarci, affinché resti circoscritto nelle zone colpite finora e l’unica cosa che possiamo fare per combattere questo killer, è stanziare altri fondi.

tecniciSettimana scorsa il Departement for International development ha stanziato duemilioni di Sterline, disponibili con effetto immediato, per le organizzazioni che combattono l’ebola sul campo: Croce Rossa Internazionale, Medici senza Frontiere e altri, mentre la Commissione europea ha messo a disposizione 2 milioni di euro mercoledì scorso.

Jeremy Hunt, ministro alla sanità del Regno Unito, in una conferenza stampa ha dichiarato: “Abbiamo informato i medici in tutto il Paese di prestare la massima attenzione a pazienti che si presentano negli ambulatori con sintomi che potrebbero ricondurre all’ebola, in particolare se sono reduci da un viaggio nei Paesi colpiti”.

Anche il ministro alla salute, Beatrice Lorenzin, ha dichiarato proprio oggi che non c’è alcun rischio ebola nel nostro Paese, sottolineando: “Siamo attrezzati per individuare ogni rischio di importazione della malattia”. Il ministero ha da tempo dato disposizioni per rafforzare la sorveglianza nei punti di ingresso internazionali, con indicazioni precise sulle navi che toccano i porti dei Paesi colpiti e sulle segnalazioni di casi sospetti sugli aerei”, ha aggiunto la Lorenzin

I migranti, i richiedenti asilo che raggiungono le nostre coste non rappresentano alcun pericolo . Sono in viaggio da molto tempo e il periodo di incubazione del virus è molto breve. Come ha detto Gavino Maciocco: “La malattia è forse l’unica cosa democratica rimasta.  Colpisce tutti”.

Cornelia I. Toelgyes

corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

Ebola, softly, softly on bush meat

Obiang va da Obama che gli parlerà di Berardi, in galera in Guinea Equatoriale

Africa ExPress
Washington
2 agosto 2014
Dal 4 al 6 agosto il presidente della Guinea Equatoriale Teodoro Obiang Nguema Mbasogo sarà negli Stati Uniti e incontrerà alla Casa Bianca Barack Obama e altri leader americani. Forse sarebbe bene che qualcuno faccia notare a Obama che nel piccolo Paese africano, ricchissimo di petrolio e corrotto fino all’inverosimile, sono pratiche comuni la tortura e altre gravi violazioni dei diritti umani. Obiang parteciperà al summit dei leader di Stati Uniti e Africa a Washington DC, dal 4 al 6 agosto 2014.

Berardi 1L’organizzazione non governativa EG Justice (Equatorial Guinea Justice) e la più grande e famosa Human Rights Watch, hanno pubblicato un rapporto assai dettagliato su tre casi, contemporanei o recenti, di gravi abusi dei diritti umani nel piccolo Stato che si affaccia sulla costa occidentale africana. Uno dei tre è quello di Roberto Berardi, l’imprenditore italiano che dal gennaio 2013 langue in una galera della Guinea Equatoriale ingiustamente accusato da Teodorin Obiang, il figlio prediletto del presidente. Africa ExPress ha pubblicato parecchi articoli sulla tragica vicenda di Berardi.

“Obiang sta cercando di liberarsi della sua immagine di capo di un governo corrotto e violento – ha spiegato Lisa Misol, ricercatrice esperta di affari e diritti umani a HRW -. Invece di dargli una ribalta per fare propaganda, il presidente Obama dovrebbe esercitare pressioni per porre fine a torture, corruzione e altre violenze che dilagano nella Guinea Equatoriale”.

Dovrebbe chiedergli, tra l’altro di liberare immediatamente Berardi.

Obiang, da tempo alle prese con controversie giudiziarie in diversi Paesi occidentali (tranne che in Italia), sarà l’ospite d’onore a una cena esclusiva il 7 agosto organizzata dal Corporate Council on Africa, che, tra l’altro, co-sponsorizza un “Equatorial Guinea Economic Forum” l’8 agosto.

Obiang, al governo dal 3 agosto 1979, detiene il record del più longevo capo di Stato del mondo (questa classifica non tiene conto dei re e delle regine). La dura repressione, da parte del suo governo, nei confronti di avversari politici, organizzazioni indipendenti, e mezzi d’informazione, insieme agli alti livelli di corruzione, gli hanno dato una pessima reputazione internazionale.

La Guinea Equatoriale è uno dei più importanti paesi produttori di petrolio nell’Africa sub-sahariana, ed ha una popolazione ridotta che lo rende, a livello pro-capite, il paese più ricco del continente. La corruzione e le priorità distorte del governo spiegano perché una ristretta élite vicina al presidente sia stata capace di arricchirsi spropositatamente con i proventi del petrolio, mentre le condizioni socio-economiche, per la maggior parte della popolazione, sono peggiori che in molti paesi africani con risorse di gran lunga più esigue.

Roberto BerardiIl Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, in un suo recente rapporto sulle violazioni dei diritti umani in Guinea Equatoriale human rights report parla di disprezzo per lo Stato di diritto e per il giusto processo, di uso della tortura e di forza eccessiva da parte della polizia, di negazione della libertà di parola, di stampa, di riunione e di associazione. Si dilunga sulla diffusa corruzione tra funzionari.

Human Rights Watch cita il caso di Roberto Berardi, l’imprenditore italiano di cui Africa ExPress  si è più volte occupato, ingiustamente detenuto dal gennaio 2013. Secondo l’organizzazione, Berardi è in carcere per impedirgli di rivelare elementi di prova contro il figlio maggiore di Obiang, Teodoro (“Teodorin”) Nguema Obiang Mangue, il secondo vicepresidente del paese per la difesa e la sicurezza, accusato di corruzione.

Berardi è stato arrestato nel gennaio 2013, successivamente processato e condannato a più di due anni di carcere, in quello che il suo avvocato ha definito come un processo farsa per impedirgli di testimoniare, davanti al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e ad inquirenti di altri Paesi, sulle accuse di corruzione rivolte a Teodorin. Il figlio del dittatore e l’imprenditore italiano erano soci in una società di costruzioni in Guinea Equatoriale. Berardi, che conosce  diversi segreti di Teodorin, è stato torturato in carcere e gli sono state negate le cure mediche.

Teodoro e il papaUn altro caso affrontato dall’organizzazione per la difesa dei diritti umani riguarda Agustín Esono Nsogo, un insegnante imprigionato per oltre un anno senza accuse, fino al febbraio 2014. E’ stato torturato in tre occasioni, appeso per mani e piedi e picchiato selvaggiamente al punto da perdere l’udito da un orecchio, ha riferito il suo avvocato a Human Rights Watch.

Cipriano Nguema Mba, un ex-ufficiale militare al quale era stato concesso asilo politico in Belgio nel 2013, è rapito mentre visitava la Nigeria a fine 2013 e portato illegalmente in Guinea Equatoriale, dove è stato tenuto prigioniero, segretamente, dalle autorità governative e torturato. A tutt’oggi è ancora in carcere ed è stato presumibilmente trasferito in isolamento il 26 luglio 2014. Questa è la seconda volta che Nguema viene rapito mentre si trova all’estero. Il suo avvocato ha raccontato a Human Rights Watch di non avere avuto il permesso di fargli visita.

Il governo Obiang ha sempre negato che in Guinea Equatoriale venga praticata la tortura. Nel 2013, quando il Paese è stato accusato davanti alla Commissione per i diritti Economici, Sociali e Culturali delle Nazioni Unite, i rappresentanti di Obiang hanno sottolineato “l’assenza di torture nelle loro prigioni e le cure riservate ai detenuti.”

Il presidente/dittatore Obiang continua a dichiarare che “non c’è tortura” in Guinea Equatoriale.
In una presentazione del febbraio 2014 al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, il suo governo ha affermato di avere una politica intransigente e di “non tollerare la pratica della tortura o detenzione arbitraria”.

Obiang esercita un controllo completo sul potere giudiziario, che è privo di indipendenza. Alcuni avvocati hanno riferito che gli stessi giudici confessano candidamente che si consultano con l’ufficio del presidente prima di emettere sentenze su casi sensibili. Il presidente ha il titolo di “magistrato principale” del paese. Tra gli altri poteri, presiede l’organo di sorveglianza dei giudici e nomina gli altri membri dell’organismo.

Berardi torturatoI magistrati vengono utilizzati per intimidire o punire coloro che vengono percepiti come sleali nei confronti del regime. Per esempio, Florentino Manguire, un altro ex-compagno di affari di Teodorín, ha passato oltre due anni in carcere sulla base di accuse di furto, infondate. L’aveva denunciato lo stesso Teodorin, che allora era il ministro delle risorse forestali. Manguire ha ricevuto un’amnistia presidenziale nel giugno 2012. Nell’agosto 2012, è stato nuovamente arrestato in maniera arbitraria e detenuto per 10 giorni, per poi essere rilasciato senza accuse dopo un severo avvertimento di non rivelare alcuna informazione sul rampollo presidenziale.

Human Rights Watch denuncia: “Obama ha invitato tutti i leader africani, ‘in regola con gli Stati Uniti e l’Unione Africana’, a partecipare al summit dei leader Stati Uniti e Africa.
Per quel che riguarda Obiang, ora il suo governo potrà sostenere di essere “in regola”, un enorme successo diplomatico e di pubbliche relazioni”.

Il tiranno per gestire la sua immagine ha arruolato società di pubbliche relazioni, ha fatto ingenti donazioni a organizzazioni internazionali, ha viaggiato in lungo e in largo per visitare leader di altri paesi, e ha costruito lussuose strutture per conferenze per ospitare eventi internazionali che hanno attratto figure di spicco in Guinea Equatoriale.

“È scioccante – continua l’organizzazione – che il presidente Obiang sia accolto su un tappeto rosso a Washington, mentre i suoi avversari in Guinea Equatoriale sono gettati in prigione in isolamento – ha spiegato Tutu Alicante, l’avvocato equatoguineano che ha fondato, in esilio, EG Justice. – Speriamo che il presidente Obama dica a Obiang, in modo chiaro e forte, di porre fine a carcerazione arbitraria, tortura, e corruzione alimentata dal petrolio”.

Africa ExPress

Nelle foto: dimostrazione per la liberazione di Roberto Berardi, Roberto Berardi, il dittatore Obiang ricevuto dal papa, Roberto Berardi e dopo le torture