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Risolto il pasticcio delle adozioni in Congo-K. I bimbi atterrati stamattina in Italia

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
28 maggio 2014
Finalmente i bambini che aspettavano di venire in Italia, adottati da 24 coppie italiane nel Congo-K, sono arrivati. Stamattina. L’aereo militare che li ha trasportati è atterrato a Ciampino stamattina. R.D.Congo/ Ambasciatore Italia in Congo: su adozioni "situazione complessa"

Lia Quartapelle, parlamentare del PD, che si era occupata ampiamente del problema sin dal mese di dicembre ha dichiarato ad Africa-ExPress questa mattina: “Finalmente questa intricata matassa è stata sbrogliata. In questi mesi la nostra diplomazia ha lavorato duramente con la controparte congolese. Il governo di Kinshasa è stato molto disponibile non soltanto nei confronti del governo italiano, ma anche verso quello francese e tutti gli altri governi che si sono trovati di fronte allo stesso problema: far sì che i bambini già adottati potessero raggiungere le loro famiglie nella rispettiva nuova patria”.

coppia con bimboIn Italia la legge sulle adozioni internazionali è in vigore dal 1983, anche se, ovviamente con il passare degli anni ha subito alcune modifiche. Il nostro paese è anche firmatario della convenzione dell’Aja sulle adozioni internazionali del 1993.

Non tutti l’hanno controfirmata, per esempio la Repubblica Democratica del Congo. Le organizzazioni che si occupano delle adozioni internazionali devono essere autorizzate da un’apposita commissione, che fa capo al Consiglio dei ministri; esiste un albo specifico dove sono elencate. La commissione fissa anche le tariffe per le loro prestazioni. Riassumendo, se un’organizzazione è iscritta a tale albo gode della piena fiducia del nostro governo.

Il Congo-K aveva bloccato le adozioni internazionali già nell’autunno del 2013 per alcune irregolarità riscontrate. In un primo momento si pensava di poter risolvere la questione in poche settimane. Così non è stato. Le organizzazioni per le adozioni internazionali si sono trovate in difficoltà. E’ dovuto intervenire il nostro governo e, per sottolineare il suo impegno, Maria Elena Boschi, ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il parlamento, accompagnerà i bambini in Italia. L’aereo dovrebbe atterrare a Ciampino domani mattina.

foto di gruppoIn questi cinque lunghi mesi di infinita attesa era calato il silenzio sul caso “adozioni Congo”. Le famiglie hanno scelto di restare nell’ombra, hanno chiesto la discrezione e, secondo la signora Quartapelle ciò avrebbe contribuito alla risoluzione dell’intera faccenda.

In una gravidanza biologica il periodo di gestazione è di nove mesi. In una  “gravidanza” non- biologica  il “parto” avviene dopo anni di attesa, piene di sofferenza, come lo dimostra la lettera di una mamma che Africa-ExPress ha pubblicato nel dicembre scorso. Inoltre i costi da affrontare non sono da sottovalutare. Quando finalmente arriva la chiamata, la gioia è tale, che dimentichi tutto, anche il necessario da mettere in valigia, colma solo di immenso amore.

Benvenuti bambini, benvenuti in un Paese che prima o poi si scoprirà essere multietnico davvero, anche grazie a voi.

Cornelia I. Toelgyes

Caos Malawi, i voti espressi sono più del numero degli aventi diritto

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
28 maggio 2014
Dopo aver appreso e denunciato gravi irregolarità durante lo svolgimento delle elezioni generali di questa settimana (vedi i nostri precedenti articolihttp://www.africa-express.info/2014/05/23/) – come per esempio votanti in numero superiore a quello degli iscritti, che risulta essere une delle anomalie più gravi – Joyce Banda, venerdì, 23 maggio, nel corso di una conferenza stampa, annuncia la sua volontà di voler invalidare le elezioni, appellandosi alla Costituzione.

vota nel campoIl giorno dopo l’Alta Corte del Malawi rigetta la sua richiesta. Passano ancora poche ore e Maxon Mbendera, presidente del MEC (Malawi Electoral Commission) ammette che effettivamente in alcuni seggi sono state consegnate più schede degli elettori iscritti a votare.

Domenica 25 maggio, la situazione si presenta  più caotica che mai. Le autorità elettorali chiedono che vengano riaperte le urne e ricontate le schede in quei seggi dove sono state riscontrate delle irregolarità. In un comunicato stampa di poche ore fa,  Mbendera  dichiara: “Abbiamo consultato i partiti politici che sono d’accordo sul fatto che è necessario riaprire le urne laddove sono state riscontrate anomalie e ogni persona che si presenterà per votare deve essere identificata. Il riconteggio dei voti potrebbe avere inizio già questa settimana. Bisogna solamente perfezione il piano di attuazione con i partiti”.

A Blantyre, la capitale commerciale e sede dell’Alta Corte del Malawi, la tensione è alle stelle. Controlli della polizia in ogni angolo delle strade e chi entra nel palazzo dell’Alta Corte viene perquisito, senza eccezione alcuna.

manifestiKen Msonde, portavoce del People’s Party di Banda ha dichiarato all’Agence France Presse (AFP): “Finalmente i nostri cittadini conosceranno la verità”. Mentre  Mr Nicholas Dausi, portavoce di Peter Mutharika, del Democratic Progressive Party, ha sottolineato: “Noi contesteremo il riconteggio dei voti”.

Lunedì, 27 maggio l’Alta Corte del Malawi ha cancellato l’ingiunzione che vietava al MEC di ricontare i voti. Un commissario elettorale, Emmanuel Chimkwita-Phiri ha dichiarato ad un reporter della BBC: “In 42 seggi sono state riscontrate forti irregolarità. Scopriremo i colpevoli e saranno puniti secondo legge”.

Pare che in alcuni seggi siano state consegnate oltre centottantaquattromila schede, mentre gli aventi diritto al voto erano solamente trentottomila!

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter @cotoelgyes

 

Sospetti di tangenti sul progetto italiano di ripulire una discarica a Nairobi

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Massimo Alberizzi FrancobolloDal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 4 novembre 2007

La procura di Roma sta indagando per stabilire se il progetto di cooperazione ambientale con il Kenya, per bonificare la discarica di Dondora a Nairobi, prevedeva il pagamento di tangenti. Qualche settimana fa il ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, dopo aver bloccato il progetto, aveva aperto un’inchiesta interna. “Voglio vederci chiaro – aveva spiegato il ministro incontrato nel suo ufficio a Roma –. Troppe cose non quadrano su questa storia, che potrebbe finire direttamente sul tavolo di un magistrato”. E, infatti, ora è finita nelle mani del procuratore aggiunto di Roma, Maria Cordova, che ha incaricato delle indagini i carabinieri del Noe (il Nucleo Operativo Ecologico).

Cercatori tra immondizieMaleodorante, pestilenziale, mefitica; un vero girone dantesco. Eppure la discarica di Dandora, alla periferia di Nairobi, è popolata da almeno mezzo milione di persone che le vivono attorno. Disperati che rovistano nel pattume, alla ricerca di qualcosa di commestibile: resti di un pranzo o scarti del mercato, forse il quarto di mango ancora mangiabile di un frutto marcio.

BARACCOPOLI
A Nairobi non c’è la raccolta differenziata: i riciclatori lavorano in discarica. Gente che, a mani nude, raccoglie le bottiglie, le frantuma su una pietra e vende il vetro sminuzzato, o si occupa della carta, delle lattine o della plastica.

Intorno alla discarica trent’anni fa è sorto Korogocho, forse il più grande dei duecento slum-vergogna di Nairobi, dove i derelitti, i disperati, i pezzenti e i miserabili, insomma quella parte del mondo senza speranza, cercano di sopravvivere. Centoventimila persone ammassate in un chilometro quadrato, con un’aspettativa di vita di poco meno di quarant’anni.

Poi schiantano, distrutti e consumati dai vapori nauseabondi e velenosi sprigionati da quell’ammasso di sudicia immondizia. Korogocho in lingua kikuyu vuol dire “ciò che non ha più nessun valore” oppure “caos”.

Donne su immondizieLì, in una baracca come tutte le altre, viveva padre Alex Zanotelli, il comboniano che per primo ha denunciato al mondo questa tragedia. Ora il suo posto è stato preso dal combattivo padre Daniele Moschetti. Da anni il missionario lotta per la chiusura della discarica e il suo trasferimento e ha rivelato le implicazioni sociali che le sono legate. Comprese le gang criminali che la controllano.

Anche chi scava in quel marciume alla ricerca di qualcosa da mangiare o da riciclare deve pagare il pizzo se non vuole avere la gola tagliata. Nel novembre dell’anno scorso il ministro Pecoraro Scanio e la viceministra degli Esteri con delega all’Africa e alla Cooperazione, Patrizia Sentinelli, visitano Korogocho e promettono ai comboniani di risolvere il problema: “La discarica sarà chiusa”. Vengono così stanziati oltre 700 mila euro per finanziare lo studio di fattibilità per la chiusura e il trasferimento della discarica.

PROPOSTA
Il governo del Kenya prepara un “concept paper”, cioè una proposta di progetto, nel quale si affida all’Eurafrica lo studio di fattibilità. Il piano viene inviato al governo italiano che lo approva il 7 maggio. Africa ExPress è in possesso di quel documento, che però non risulta redatto in un ufficio di un ministero keniota, ma in quello di un’altra società, di proprietà italiana, la Doralco, legata a uno dei soci di Eurafrica Kenya (compare anche nel sito di Eurafrica come una delle referenze).

Ragazzo su immondizieA compilarlo materialmente risulta essere stata il 18 aprile precedente la signora Federica Fricano, funzionario del ministero dell’ambiente italiano, che l’ha revisionato almeno 10 volte, secondo le “proprietà” del documento.

L’Eurafrica ha la sua sede legale a Napoli, a casa dell’amministratore unico Tiziana Perroni, e la sede operativa a Roma, a casa dell’altro socio, Bruno Calzia. I due sono marito e moglie. La loro società, che ha un capitale di appena 10 mila euro, non risulta avere nessuna competenza tecnica in fatto di bonifica o smaltimento di rifiuti. Il bilancio non presenta attività di notevole rilievo. C’è solo un impiegato: Tiziana Perroni.

LA SOCIETA’
Nella lettera con cui si presentano al ministero, il 18 luglio la stessa Perroni scrive: Eurafrica Management and Consulting nasce nel 2002 su iniziativa di Vittorio Travaglini e Bruno Calzia, d’intesa con il gruppo De Nadai, una multinazionale italiana presente ed operante in molti Paesi dell’Africa, Medio Oriente, Penisola Arabica, Asia, Nord e Sud America.

ZanotelliLa De Nadai è una società assai rispettata. Nata in Eritrea ha contribuito enormemente allo sviluppo agricolo della nostra ex colonia. Grazie all’operosità dei suoi proprietari, dei suoi manager e dei suoi operai, all’epoca esportava prodotti agricoli in tutto il Medio Oriente.

Al telefono la signora Bianca De Nadai spiega: “Ho sentito parlare di questa storia, che però non ha assolutamente la nostra copertura. La nostra società è estranea”. E’ vero che “Eurafrica si avvale sin dalla sua costituzione delle numerose strutture societarie del network e delle risorse del Gruppo De Nadai all’estero”, come c’è scritto nella lettera con cui si presenta al ministero dell’ambiente? La risposta è secca: “Assolutamente no! Hanno utilizzato qualche volta gli uffici di Firenze”.

In quegli uffici ha sede l’Evergreen, partner nel business dei fiori recisi, della Doralco, la società proprietaria del computer nella cui memoria è stato redatto il “concept paper”. Tra l’altro Travaglini – secondo la visura camerale – non è ancora proprietario di Eurafrica Italia. E’ però proprietario di Eurafrica Kenya assieme a Bruno Calzia. Direttore generale di Eurafrica Kenya è Renzo Bernardi, il rappresentante esclusivo della Beretta, della British Aerospace, della francese Sagem, dell’Oto Melara, tutte società che producono armi

LA TELEFONATA
E’ vero invece “come sostiene la lettera di presentazione, che Calzia è nato e vissuto in Somalia. Dal maggio 2006 è consigliere economico del ministro delle Politiche Agricole Paolo De Castro e siede in numerosi collegi sindacali. Emma Bonino l’ha nominato per il triennio 2007-2009 nel comitato esecutivo dell’ICE.

Ragazzi su immondizieLa lettera elenca poi una serie di meriti della società Eurafrica e si spinge ad aggiungere: “Per le ragioni sopra indicate, in considerazione della presenza e dell’affidabilità di Eurafrica in Kenya, la società è stata proposta ed indicata del Ministry of Local Government come project leader”.

Il ministro del “Local Goverment” keniota è Musikary Kombo. Il suo ufficio nel centro di Nairobi è sobrio e essenziale. “Di questa storia non so nulla – ammette candidamente e comincia a chiamare a rapporto i suoi più stretti collaboratori. Telefona, in mia presenza, anche al sindaco della capitale, che dovrebbe essere coinvolto nell’operazione. Nulla.

Sa qualcosa di una riunione tenuta il 15 agosto a Nairobi, cui ha partecipato tra gli altri il direttore generale del ministero dell’ambiente Corrado Clini? “Non so nulla”, ribatte il ministro che chiama a rapporto il suo direttore generale, Solomon Boit. Boit ammette: “La riunione c’è stata. Presenti funzionari italiani guidati da Clini. Non è stato raggiunto nessun accordo”. L’Eurafrica sostiene di aver avuto da voi l’incarico di occuparsi della discarica. “Non è vero – ribatte secco Boit. Poi sorride compiaciuto – . Mostrino le nostre lettere di incarico se le hanno”.

Sul “concept paper” che cita l’Eurafrica tergiversa e quando gli si chiede se conosceva la società prima del 15 agosto risponde: “No, li ho conosciuti in quella occasione. Ma con loro c’era il rappresentante”. Chi è? “Non lo so”. Boit e Kombo fanno finta di non riconoscere in quell’uomo Renzo Bernardi, il mercante d’armi che lavora in Kenya da oltre 30 anni e ha doppio passaporto.

Fumi da immondizie“Eppure Bernardi – sostiene Mwalimu Mati, direttore di Mars Kenya, organizzazione etica che lotta contro la corruzione – faceva parte della commissione di garanti che sosteneva Kombo, candidato alla presidenza del Kenya. E’ rimasto in quella lista pochi giorni, poi è stato cancellato. Solomon Boit, invece, viene citato nella lettera di Eurafrica nella frase: “Referenze sulle attività di Eurafrica e sui singoli soci possono essere chieste a”.

I SOLDI
In quel punto, tra gli altri, compare anche Boit. Eurafrica ammette implicitamente di non avere le capacità tecniche per affrontare i problemi che comporta la discarica di Dondora e la sua chiusura. Infatti, nella relazione al ministero dell’ambiente italiano parla del coinvolgimento di due società: la Atkins inglese e la Howard Hamphrey di Nairobi. “Ma allora – sbotta il missionario padre Moschetti – perché non rivolgersi direttamente a loro? Perché passare per una terza parte che, ovviamente, pretenderà soldi per le sue prestazioni. I soldi vanno impiegati per la gente che vive qui – continua il missionario -. E’ grave che qualcuno cerchi di speculare sulla pelle della povera gente”.

Il comboniano spiega come la chiusura della discarica non sia solo un fatto tecnico: “Esistono implicazioni sociali di cui occorre tener conto: è l’unica fonte di sostentamento per gli abitanti di Korogocho e delle altre baraccopoli che vi orbitano attorno”.

Mutsikary ComboMa c’è qualcosa che sorprende e invita a pensare che sotto ci sia qualcosa di poco chiaro. Un progetto per la messa a dimora della discarica di Dandora, con l’individuazione di un nuovo sito dove stoccare i rifiuti della capitale keniota impiegando però la gente che ora vive riciclando le immondizie della discarica, esiste già. Ed è italiano.

L’ha presentato la Jacorossi, una compagnia che lavora nel settore da anni. E’ un progetto industriale, che non prevede aiuti dallo stato, e quindi, ovviamente, contempla un profitto. In cambio della chiusura della discarica e della realizzazione della nuova, la Jacorossi chiede di formare una società con la partecipazione del comune di Nairobi per gestire la raccolta dei rifiuti in cui sarebbe impiegata una parte della comunità disperata che oggi vive ai limiti della sopravvivenza spolpando la discarica.

Carlo Vov Vageningen“La Jacorossi un progetto l’ha già preparato – si infervora Mwalimu Mati –. Perché commissionarne un altro? Impiegate quei soldi per aiutare la gente”, ripete anche lui. Quant’è costato quello studio? “Non più di 200 mila euro – risponde Carlo Von Vageningen – il rappresentante della Jacorossi a Nairobi.

IL MINISTRO
E allora perché all’Eurafrica il ministero dell’Ambiente era pronto a dare oltre 721.633 euro bloccati in extremis dal ministro Pecoraro Scanio? Il ministro non ha dubbi: “Ho chiesto informazioni sull’Eurafrica all’ambasciata di Nairobi, non mi hanno fornito nulla, quindi io ho sospeso tutto. Ma ho preso l’impegno morale a chiudere quella discarica e lo manterrò. Il progetto andrà avanti senza aggravi e costi aggiuntivi per il contribuente italiano. Al ministero abbiamo l’Apat, un’agenzia tecnica. E’ un ente vigilato. Le affideremo lo studio”.

CliniIn realtà il business grosso che si nasconde dietro questo semplice studio di 721.633 dollari è l’appalto per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti urbani di Nairobi, come per altro c’è scritto nel concept paper: “Trenta milioni di dollari – svela padre Daniele -. E’ lì che mira Eurafrica”. “Una cifra che fa gola e ha attratto appetiti inconfessabili – gli fa eco padre Alex Zanotelli che aggiunge – Sento puzza di tangenti”.

L’osservazione ha fatto scattare le indagini della magistratura e colpisce anche il ministro Pecoraro Scanio che di quella riunione nel giorno di Ferragosto è venuto a sapere per caso.

“Siamo molto conosciuti in Kenya – azzarda invece Bruno Calzia -. E’ per questo che ci hanno scelto». Eppure il ministro Kombo sostiene di non conoscere né l’Eurafrica, né Calzia. E così pure il direttore Boit che è stato inserito come referenza della società. Alle domande “Perché il governo italiano dovrebbe rivolgersi a Eurafrica che poi commissiona lo studio alla Atkins? Non risparmierebbe se si rivolgesse direttamente alla società inglese?”. La risposta è evasiva: “Il governo keniota preferisce lavorare con noi. Ci stimano assai”.

Ma occorre sapere che le organizzazioni che si occupano di lotta alla corruzione mettono il Kenya ai primi posti nella classifica specializzata dei Paesi più eticamente degradati. Inoltre Eurafrica all’ambasciata italiana di Nairobi è completamente sconosciuta. Corrado Clini, direttore del ministero dell’ambiente, in una lettera al Corriere di “smentita preventiva” è convinto che l’Eurafrica sia un’ottima società di consulenza e supporto: “Ha lavorato con noi in Bosnia e non ho avuto problemi». Conferma poi che è stata scelta dal governo africano. E il progetto già fatto della Jacorossi? “Ho chiesto all’ambasciata italiana: non c’è alcuna traccia di quel progetto”, ma da Nairobi gli risponde Carlo Von Vageningen, mostrando la ricevuta della consegna del progetto alla nostra legazione. Lo studio dunque è “sparito”. E quella sparizione stava per costarci ben 700 mila euro.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Nelle varie foto diverse immagini della discarica di Dandora e poi in ordine: Alex Zanotelli, Mutzikery Kombo, Carlo Von Vageningen e Corrado Clini 

Arrestato per peculato Corrado Clini. Gli strani affari africani dell’ex ministro

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 26 maggio 2014
Che ci faceva Corrado Clini a Nairobi il 13, 14 e 15 agosto del 2007. Stava trattando in gran segreto la possibilità di studiare la bonifica della discarica di Dandora, la più grande di tutta l’Africa. In gran segreto, perché l’allora ministro dell’ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, non sapeva nulla di quella visita. Clini era direttore generale del dicastero e il suo capo si era insospettito.Cercatori tra immondizie

Un collaboratore di Pecoraro Scanio, che conoscevo da qualche anno per motivi non professionali, qualche settimana dopo mi telefonò a Nairobi e mi chiese se mai conoscessi una società, l’Eurafrica, cui Clini voleva affidare il progetto, 700 mila euro.

Gli risposi che non conoscevo l’Eurafrica, ma qualcuno dei suoi soci sì. E mi sarei informato. Più andavo avanti e più sembrava che questa azienda fosse un buco nero. Una società fatta ad hoc per farsi affidare l’incarico. Capitale sociale minimo, indirizzo di via Mazzini a Roma di fatto una casella postale.

Persino il ministro keniota, Musikary Kombo, che conosce bene l’Italia, durante l’intervista che gli feci, subito dopo aver strapazzato il suo direttore generale Solomon Boit, che non gli aveva detto della visita di Clini il 15 agosto, mi si rivolse con un’aria ironica: “Ma cosa ci faceva a Ferragosto? Voi non siete tutti in vacanza in quei giorni? Da voi non è tutto chiuso”? Rimasi imbarazzato.

Perché Clini insisteva ad affidare ad una società fantasma una commessa da 700 mila euro? Quando poi Carlo Von Vageningen, il rappresentante della Jacorossi a Nairobi, mi mostrò che un progetto era già bello e pronto e presentato all’ambasciata italiana mi convinsi che c’erano troppe cose che non andavono.

Scrissi così l’articolo che vi ripropongo qui ora.

Pubblicato su corriere.it ebbe un certo successo ma fu anche protagonista di un giallo. Lo andai a cercare qualche anno dopo, era sparito. Nel sistema non c’era più traccia. Avevo conservato il link e con quello andai dall’allora capo del settore on line del Corriere della Sera, Paolo Rastelli. Lo cercammo e lui lo trovò: era stato oscurato, cioè era ancora presente nel cervellone, ma non era visibile dall’esterno. Quello che sorprendeva di più, comunque, è che non c’era nessuna indicazione di chi aveva effettuato l’operazione. Sconcertante.

CliniPer quell’articolo fui querelato ben due volte (non da Clini ma da qualcuno dei suoi amici dell’Eurafrica, anche se ho sempre avuto il sospetto che fosse un’azione concertata) assieme ad Alex Zanotelli. La prima volta l’azione fu archiviata dopo la prima udienza. La seconda, un’azione penale davanti al giudice di pace di Roma, si prolungò per qualche anno.

L’avvocato Caterina Brambilla fece un’arringa da favola (il pubblico ministero aveva chiesto 600 euro di ammenda). Fummo assolti con formula piena. Non mi meraviglia quindi l’ordinanza del PM di Ferrara, Bruno Cherchi. Clini è innocente fino a prova contraria ma la vicenda della discarica di Dandora (guardate le raggelanti foto che pubblichiamo nell’articolo) mi è rimasta nel cuore con un senso di rabbia, per il cinismo con cui fu affrontata in quell’occasione.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Nella foto in alto la discarica di Dandora, sotto Corrado Clini

Uccisi dai cristiani e mutilati (via organi genitali e cuore) musulmani in Centrafrica

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
26 Maggio 2014
Uccisi brutalmente e mutilati i corpi di tre giovani musulmani di Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana. Un portavoce della comunità musulmana afferma che i cadaveri erano privi degli organi genitali e del cuore. I giovani abitavano quasi tutti nel quartiere PK5, alla periferia della capitale. I loro corpi sono stati portati nella moschea del quartiere. La tensione è alta. Altri giovani residenti hanno barricato le strade del PK5. Si teme una vendetta e quindi nuovi dolori, lacrime e sangue, in una spirale di violenza che non accenna a finire.

cadaveriLazare Djader, presidente del Collectif Urgence 236, un’associazione impegnata a riistiane,costruire la riconciliazione delle comunità, ha il morale a terra. “Mesi di lavoro per riunire nuovamente i giovani sono sfumati in un attimo”.

“Stavano andando a una partita di calcio – racconta Sebastian Wenezoui, un coordinatore degli anti-balaka, le milizie cristiane ,all’agenzia Reuters – che si doveva disputare tra le due fazioni opposte, cioè giovani filo- séléka (musulmani) e anti-balaka (per lo più, appunto, cristiani), proprio per riavvicinarli, per lasciare da parte odio e violenza, un modo per iniziare a ricostruire la pace.  Durante questo incidente sono stati rapiti anche dieci ragazzi da una fazione di un gruppo vicino, i Boy-Rabe. Non sappiamo dove siano finiti”. Poi aggiunge: “Condanniamo fortemente queste violenze; noi stiamo lavorando per la pace, mentre altri continuano ad uccidere”.

cadaveri 2Violenze e atrocità simili si consumano quasi quotidianamente da quando sono scoppiati i disordini nel CAR nel dicembre del 2012. Oltre duemila persone sono state uccise, seicentocinquantamila sono sfollati e più di trecentomila sono rifugiati nei paesi confinanti. Oltre la metà della popolazione necessità di aiuti umanitari immediati per poter superare il periodo delle piogge.

E i caschi blu, quasi dodicimila uomini, promessi da Ban-Ki Moon, segretario generale dell’ ONU, arriveranno solamente a metà settembre, se non più tardi. Raggiungeranno i già duemila militari francesi della Missione Sangria e quelli del contingente MISCA (truppe dell’Unione Africana già presente con seimila soldati). I soldati del Ciad, ottocentocinquanta uomini, hanno dovuto lasciare il paese un mese fa, perché accusati di aver usato la popolazione come scudi umani e di aver favorito platealmente la fazione Séléka. Proprio in questi giorni dovrebbero giungere, invece, gli ottocento uomini della EUFOR RCA (corpo di pace della comunità europea) .

 Militari su camionDurante la sua visita all’inizio di aprile, il segretario generale ha espresso la sua solidarietà alla popolazione della repubblica Centrafricana, ma ha anche la sua preoccupazione: “Il pericolo genocidio è dietro l’angolo”.

Costruire la pace non è facile. Richiede un lungo e duro lavoro quotidiano e soprattutto volontà dalle parti in causa.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter @cotoelgyes

 

Per i preti rapiti in Camerun chiesto un riscatto di 5 milioni di dollari

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 25 maggio 2014
La telefonata arriva inaspettata e lo stringer di Africa ExPress comincia la conversazione con un perentorio: ”Confermo che un inviato dall’Italia (Vaticano o Farnesina) è stato in Camerun e poi è venuto qui in Nigeria. Sta trattando la liberazione dei due missionari italiani Gianmario Marta e Gianantonio Allegri e della suora canadese, Gilberte Bussier. La richiesta iniziale dei sequestratori è 5 milioni di dollari”.Allegri_Marta

Quindi, questa è la cosa più importante, i tre stanno bene? “Si, sembrerebbe di sì, anche se soffrono delle condizioni in cui sono tenuti: nel semi deserto. Io comunque non li ho visti, ho raccolto solo informazioni”. Comunque i religiosi sembra proprio non siano nelle mani degli integralisti islamici di Boko Haram, ma piuttosto di banditi comuni che, nelle condizioni d‘insicurezza in cui versa la Nigeria, possono godere di grande impunità

Allegri Marta 2Don Marta, 47 anni, don Allegri, 57, entrambi vicentini, e sorella Bussier, della congregazione di Nôtre Dame a Montréal sono stati rapiti durante la notte tra il 4 e il 5 aprile nell’estremo nord del Camerun, a  Tchére,  vicino a Maroua, a ottocento chilometri dalla capitale Youndé.

Sono scomparsi nel nulla ma ad Africa Express era già giunta la notizia che erano stati portati immediatamente in Nigeria, il cui confine passa a pochi chilometri da Tchére, e che non si sapeva bene se i loro carcerieri erano fondamentalisti islamici o criminali comuni. Sembra, ma non siamo riusciti su questo ad avere una doppia conferma, che i tre religiosi sono stati rapiti dallo stesso gruppo che il 19 febbraio 2013 ha rapito la famiglia francese Moulin-Fournier, marito e suo fratello, moglie, quattro figli piccoli e un amico. I sette stavano visitando il parco Waza (nella stessa zona della missione dei tre religiosi) ed erano stati assaliti da un gruppo di banditi in motocicletta.

Erano stati rilasciati un paio di mesi dopo e il presidente francese François Hollande aveva sbandierato la liberazione, “senza pagare riscatto”, come una gran vittoria del suo governo. Hollande si era anche vantato: ”La Francia non ha cambiato posizione. Non paghiamo mai”. Convinta l’opinione pubblica francese? Forse, certo che è che in Nigeria tutti sanno che un riscatto è stato pagato. Altrimenti perché si rapisce la gente? Forse però tecnicamente ha ragione Holland. Non si tratta di un riscatto, ma di “un rimborso spese per aver mantenuto sette persone per un paio di mesi”, come sarcasticamente raccontano a Lagos. Un modo tutto politico di salvare la faccia.

 Moulin-Fournier 1Per altro la famiglia Moulin-Fournier era stata ritratta in un video assieme a miliziani armati che sostenevano di essere Boko Haram. L’autenticità di quel film non è mai stata provata, anzi è stata messa in dubbio. Islamisti e banditi in Nigeria ormai si mescolano. Ci sono giovani che di giorno frequentano le moschee e di notte assaltano i villaggi e organizzano rapine. Invece per i due preti e per la suora niente, nessun video, nessuna rivendicazione, nessuna notizia. Purtroppo i tempi per il loro rilascio possono allungarsi: trattare vuol dire negoziare sul prezzo da pagare per la liberazione. Come in un mercato prima si paga e più si paga, più tardi si paga e meno si paga.

Massimo A. Alberizzi
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Sfiorata la strage a Gibuti: 6 morti e decine di europei feriti

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 25 maggio 2014
Attentato suicida ieri sera a Gibuti. Preso di mira il ristorante la Chaoumière nel centro della capitale, in piazza piazza Menelik. In un primo tempo si era pensato che le bombe fossero due e che fosse stato colpito  un albergo in avenue de Venice, la strada che dal porto conduce al confine etiopico.10417098_1437113506544410_1247203655_n

I morti sono sei: due camerieri del ristorante, un giovane gibutino e una ragazza etiopica, un tassista, un avventore turco dirigente di una locale società di costruzioni, e i due kamikaze. I terroristi potevano fare una strage, perché tra i feriti, alcuni assai gravi, si contano: sedici cittadini di Gibuti, 7 francesi (tra cui due colonnelli istruttori delle forze armate del piccolo Stato) 6 marinai olandesi della fregata  Zeven Provinciën, ancorata in porto perché impegnata nelle operazioni di antipirateria davanti alle coste della Somalia e nel Corno d’Africa, cinque spagnoli, tre ufficiali della marina e due dell’aviazione, un militare maltese e un numero imprecisato di tedeschi.

  1. Foto kamikazeUn uomo che è rimasto ferito durante l’azione dei kamikaze è si sospetta sia stato complice dei terroristi ed è stato arrestato e interrogato. Ma più importante è un’altra segnalazione: i due terroristi sono stati portati all’appuntamento con la morte da un uomo che guidava un pick-up  e che ora è attivamente ricercato. La polizia ha diffso le foto segnaletiche dei due suicidi. Vuole raccogliere tutte le notizie possibili sulla coppia di terroristi.

Il ristorante la Chaoumière, è uno dei migliori della città, frequentato dalle famiglie dei militari francesi e dai pochi turisti che frequentano la piccola ex colonia transalpina.

Gibuti ha inviato in Somalia un contingente militare che partecipa al contingente di pace che sostiene  il governo somalo contro gli insorti shebab legati ad Al Qaeda.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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Nelle foto esclusive di Africa ExPress l’interno del ristorante dopo l’attentato e le foto dei visi dei due terroristi suicidi. 

Calais: “C’è la festa, sgombrate i migranti per far bella la città”

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
28 maggio 2014
Era nell’aria. Da settimane le autorità di Calais parlavano di allarme scabbia negli accampamenti dei profughi a Calais. Così ieri mattina, 27 maggio, alle ore 08.00,il prefetto di Calais, Denis Robin, ha tenuto una  conferenza stampa durante la quale ha espresso la sua preoccupazione per la situazione sanitaria degli accampamenti, ma soprattutto per quella dei migranti. “C’è la scabbia – ha detto – è fortemente contagiosa, devono farsi curare”.

Due kamikaze a Gibuti nel ristorante degli stranieri, 4 o 5 morti

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10417098_1437113506544410_1247203655_nDal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 24 maggio 2014
Un’attentato è stato messo a segno stasera a Gibuti. In un ristorante, la Chaoumière nel centro della capitale, piazza Menelik.

Secondo le prime informazioni sarebbero quattro o cinque gli europei morti (uno è turco) tra i clienti, più due camerieri, un giovane gibutino e una ragazza etiopica.  Tre o quattro sarebbero i feriti gravi,  tra cui alcuni stranieri. In quel momento tra gli avventori  c’erano francesi, americani e tedeschi.

La chaoumiereNon ci sono italiani. Una quindicina i feriti trasportati all’ospedale militare francese Bouffard e a quello pubblico Peltier.

L’attacco al ristorante la Chaoumière, uno dei migliori della città, frequentato dalle famiglie dei militari francesi e dai pochi turisti che frequentano la piccola ex colonia francese , è  stato messo a segno da due kamikaze, tra cui una donna. L’uomo è entrato per primo urlando. “Attenti lei è imbottita di esplosivo. Non muovetevi”. Una volta arrivata sulla porta la suicida si è fatta esplodere. 

resti di un mortoLa polizia ha individuato due complici della coppia suicida e le ricerche sono cominciate immediatamente in tutta la piccola ex colonia francese.

Il prossimo aggiornamento tra qualche minuto

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
Twitter @malberizzi

Nella foto l’interno del ristorante la Chaoumiere dopo l’attentato e com’è dall’esterno. Poi i resti di qualcuno dilaniato dall’esplosione (forse uno dei due lamilaze) e  municipio di Gibuti, in piazza Menelik. La prima e la terza foto sono in esclusiva Africa ExPress

 

 

 

piazza melelik

Mogadiscio, Al Shebab attaccano il parlamento: decine di morti, salvi i deputati intrappolati uccisi i terroristi

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo. A. Alberizzi (secondo aggiornamento)
Nairobi, 24 Maggio 2014
Le teste di cuoio ugandesi del contingente dell’Unione Africana hanno messo fine all’assalto dei militanti islamici di Al Shebab – il gruppo fondamentalista legato ad Al Qaeda – che stamattina, a Mogadiscio, erano entrati e si erano asserragliati nel palazzo del parlamento, che, al momento dell’attacco, era in seduta plenaria. I deputati dovevano discutere sull’accordo tra Italia e Somalia che prevede l’addestramento della polizia somala a Gesira, una località sulla costa dell’Oceano Indiano a una trentina di chilometri a sud di Mogadiscio.  Sono salvi i deputati che erano rimasti intrappolati in un’ala dell’edificio. Sono riusciti a scappare da una porta secondaria.

Per stanare i terroristi riusciti a entrare nel palazzo, esercito, polizia e Amisom (African Mission in Somalia) hanno usato anche l’artiglieria pesante.

Il numero dei morti, non è ancora chiaro. “Tra i dieci e i venti – ha raccontato Yussuf Hassan, lo stringer di Africa ExPress sul posto -. Tra questi, gravissimo, Omar Finish”. Una vecchia conoscenza, un abgal, ex signore della guerra, riciclatosi deputato dal lungo curriculum: era passato dalle fila dell’allora presidente a interim, Al Mahdi Mohamed, a quelle di uno dei suoi comandati Musa Sudi Yalahow.  Si era infine messo in proprio e controllava una fetta di territorio a sud di Mogadiscio.


L’attacco è cominciato
 di prima mattina, con un’auto bomba fatta saltare davanti alla moschea che sorge in una strada di fianco al parlamento. Una struttura dell’Alleanza Islamica, costruita dall’Arabia Saudita e recentemente ristrutturata dai turchi. Subito dopo un kamikaze ha innescato la sua cintura esplosiva davanti al cancello principale del parlamento. E’ stato allora che alcuni commando di fanatici islamici si sono precipitati sparando all’impazzata verso il palazzo cercando di entrare.

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Altri, scalato il muro di cinta, sono riusciti a penetrare in cortile. C’è stata una prima sparatoria; quattro assalitori che tentavano di entrare nel palazzo sono stati fermati e uccisi dalle guardie di sicurezza, una delle quali è stata abbattuta dagli attentatori. Altri loro compagni sono riusciti a penetrare nel palazzo del parlamento. Fino a quel momento i morti erano sette: sei tra gli attentatori più l’agente, ma il bilancio è sicuramente molto più alto.soldato all'attacco

“Ci sono state esplosioni di armi pesanti seguite da raffiche di mitra – ha raccontato il nostro stringer Yussuf Hassan -. Molti assalitori sono saliti sul tetto e da lì sparavano sui  soccorritori e sui soldati che avevano circondato il palazzo. Alla fine si sono asserragliati nel bar che è stato polverizzato a cannonate. I terroristi sono tutti morti”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

 Il video è stato girato poco prima dell’annuncio che l’assalto finale delle truppe ugandesi aveva annientato gli assalitori