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Gli shebab minacciano e la paura serpeggia a Nairobi e sulla costa del Kenya

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 23 maggio 2014
Se i bombaroli che hanno martellato negli ultimi mesi il Kenya volevano terrorizzare la gente ci sono riusciti. A Nairobi serpeggia la paura, specie dopo la minaccia degli shebab, gli integralisti islamici filiale di Al Qaeda in Somalia, lanciata ieri da Fuad Mohammed Khalaf Shongole vice del capo indiscusso degli shebab, Ahmed Abdi Godane. “Il Kenya ci ha aggredito e noi porteremo la guerra in Kenya. Per ogni ragazza somala uccisa, noi uccideremo una donna keniota”.  Il riferimento è all’invasione delle truppe keniote cominciata nell’autunno 2011 per combattere la rivolta islamica contro il governo.

pulminoParlando a Radio Andalus, l’emittente degli shebab, Fuad Shongole ha continuato la sua filippica contro l’ex colonia britannica: “Invitiamo i musulmani kenioti di prendere le armi e combattere il loro governo”. Fuad, sulla cui testa gli americani hanno messo una taglia di 5 milioni di dollari, ha vissuto in Svezia per una decina d’anni ed è diventato cittadino svedese.

La sua minaccia ha colpito nel segno e la capitale keniota ha cambiato faccia. Il traffico di giorno – normalmente più che caotico – è sempre intenso, ma diminuito di molto. La sera, poi, si riduce spaventosamente. Con il calar del buio, prima delle sette, i supermercati si svuotano e nei parcheggi dei centri commerciali si trova comodamente posto.

ambulanzaUn certa paura si legge sui volti della gente: “Aspettiamo di vedere cosa succede questo weekend – sbotta un cassiere del supermercato Nakumatt, la catena più diffusa del Paese. situato nel centro commerciale Village Market, indicato come uno dei possibili target dei terroristi -. Di solito sabato e domenica siamo affollatissimi. Ora però la gente ha paura e teme un altro Westgate”.

Nello stesso centro commerciale c’è il piccolo stand di uno sciuscià, Francis: “Gli affari sono crollati, qui non viene più nessuno. Prima ero aperto fino alle 6/7 di sera. Ora vado via verso le 4, dopo quell’ora passa solo gente frettolosa che entra al supermercato, compra le sue cose e va via al più presto possibile”.

VistaLe ambasciate occidentali (compreso quella italiana che, come Africa ExPress ha scritto più volte è ospitata in un grattacielo pericolosissimo nel centro di Nairobi) hanno lanciato avvertimenti ai loro cittadini di evitare i luoghi affollati.

In settembre il centro commerciale più moderno di Nairobi, il Westgate, è stato attaccato dai terroristi che l’hanno messo a ferro e a fuoco per quattro giorni. I morti furono ufficialmente 67 ma si sospetta che fossero moli di più, così come il numero di terroristi, quattro. Secondo alcuni quotidiani di qui, erano molti di più; alcuni riuscirono a scappare attraverso dei condotti sotterranei.

In questi mesi c’è stato uno stillicidio di esplosioni. Prese di mira chiese, mercati, ristoranti, una stazione di polizia. L’ultimo attentato venerdì scorso. Al mercato di indumenti usati di Gikomba (uno dei più grandi e famosi dell’Africa centrale e orientale) sono esplose due bombe gemelle che hanno provocato 10 morti e decine di feriti, almeno 70. Le fotografie scattate dai reporter mostrano vestiti “saltati” da tutte le parti, rimasti appesi ai fili della luce del telefono. Il primo ordigno era stato piazzato su un autobus, il secondo tra le bancarelle, due presunti terroristi sono stati arrestati sul posto.

Vista 2Gli ospedali hanno lanciato appelli perché la gente donasse sangue, giacché i feriti lo perdevano copiosamente.

Nelle ore successive almeno 500 turisti sono stati evacuati dagli alberghi della costa, dalle parti di Mombasa, Bamburi e Diani, per paura di nuovi attacchi e molti tour operator britannici hanno sospeso i voli per Mombasa, la seconda città del Paese. Nelle località balneari le presenze sono crollate e i prezzi pure. I media parlano di “alto rischio”, un fattore che viene confermato confidenzialmente dai funzionari di polizia.

Il presidente Uhuru Kenyatta ha rivolto un appello ai kenioti: “Dobbiamo restare uniti per combattere tutti assieme il terrorismo”. Ha poi rafforzato le pattuglie incaricate di vigilare nei punti strategici di Nairobi, le stazioni centrali dei minibus e i centri commerciali frequentati soprattutto dagli stranieri. E’ stato ordinato ai proprietari di tutte le auto di staccare dai finestrini le pellicole oscuranti, che impediscono di vedere che sono i passeggeri.

Shongole1La colpa degli attentati viene data indiscriminatamente agli shebab, che si vantano di essere la filiale di Al Qaeda nell’ex colonia italiana. Ma se l’attacco di settembre al Westgate è senza dubbio opera di un gruppo organizzato e ben addestrato come quello dei terroristi somali, sembra che gli attentati nei mercati come quello della scorsa settimana siano più opera di gruppetti di dilettanti senza grande training.

Ne conviene Mathias Mutta Nzaka, un operaio specializzato nel montaggio di pannelli solari: “Tutti parlano di estremismo islamico. No. Questi sono giovani spinti dall’estrema povertà e dalla fame. In Kenya il gap tra ricchi e poveri si sta allargando sempre di più e le conseguenze sono disoccupazione e mancanza di prospettive. In queste condizioni non è difficile capire perché i giovani si arruolano nei ranghi dell’eversione. Credere che i terroristi si battano con la forza e con le armi è sbagliato. Si combattono vincendo la corruzione, il cancro che sta divorando il mio Paese”.

E il cliente di un bar conclude con una domanda sorseggiando un the: “Secondo te dove scoppierà la prossima bomba, sabato o domenica”?

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi 

Nelle prime due foto immagini dell’attentato al mercato dei vestiti usati, poi due immagini del Village Market e infine un ristretto di Fuad Shongole 

Caos elettorale in Malawi: scontro tra la presidente Banda e la Corte suprema

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
25 maggio 2014
Situazione caotica in Malawi. Le elazioni generali del 20 maggio scorso sono state segnate da gravi irregolarità: mancanza di schede nei seggi, votanti in numero superiore a quello degli iscritti, accuse di hackeraggio nel sistema del computer centrale, solo per citare alcune anomalie.

Banda vota“Userò il potere conferitomi dalla Costituzione per annullare queste elezioni, si tornerà alle urne fra novanta giorni. Io non sarò più tra i candidati”, ha annunciato Joyce Banda, presidente uscente del Malawi in una conferenza stampa venerdì 23 maggio.

Negli scorsi giorni aveva denunciato le gravi irregolarità durante lo svolgimento delle elezioni del 20 maggio scorso, l’election-day. Per la prima volta nella storia del Malawi sette milioni e mezzo di cittadini si sono recati alle urne non solo per eleggere il loro nuovo presidente, anche i rappresentanti dell’Assemblea nazionale e quelli per i governi locali. Sono stati istituiti quattromila seggi in tutto il paese. Ogni cosa era stata organizzata alla perfezione. Ma a tavolino. Nella realtà non ha funzionato nulla.

scutatoriLo svolgimento è stato caotico, per usare un eufemismo. Materiale elettorale arrivato tardi o mai giunto a destinazione. In mancanza delle urne, in alcuni seggi gli scrutinatori hanno usato la fantasia, utilizzando secchielli o semplici buste di plastica. Molti seggi hanno aperto in ritardo, proprio per l’arrivo tardivo delle schede e di altro materiale, perciò in alcuni luoghi le elezioni si sono protratte per altri due giorni. La gente, stanca e inferocita per le lunghe attese, ha bruciato schede elettorali.

Joyce Banda, anche lei in corsa per presidenza e candidata del Peopel’s Party, che ha fondato nel 2011, ha elencato una serie anomalie che si sono verificate durante il processo elettorale:

–        Arresti di alcuni scrutatori per brogli

–        Persone che hanno votato tre volte

–        Alcuni candidati hanno ricevuto più voti degli elettori iscritti a votare

–        Schede bruciate o buttate via

–        Diversi dispositivi di comunicazione bloccati

–        Ha accusato un partito di cui non ha fatto il nome di hackeraggio e infiltrazione nel sistema di conteggio della Commissione elettorale

urna nel campoMaxon Mbendera, presidente del MEC (Malawi Electoral Commission) ha commentato: “Malgrado i problemi  causati dal crash del sistema elettronico  gli scrutinatori stanno eseguendo lo spoglio delle schede manualmente e l’esito sarà valido”. Mbendera ha escluso che ci siano stati attacchi elettronici.

Venerdì sera il MEC ha annunciato che Peter Mutharika,  espressione del Democratic Progressiv Party (DPP) e fratello del defunto presidente Bingo wa Mutharika, al quale la Banda era subentrata in quanto sua vice-presidente, era in poll position con il quarantadue percento  sul trenta percento di schede scrutinate, mentre la Banda si posizionava seconda, con il ventitrè percento.

Il presidente dell’Ordine degli avvocati, Mandala Mambulasa, rispondendo all’annuncio della signora Banda di voler tornare al voto fra novanta giorni, ha ammonito stizzito: “Nella nostra Costituzione non c’è alcun articolo che autorizzi un presidente ad annullare elezioni e/o bloccare lo scrutinio delle schede.

Camion commissione lettoraleE poco dopo l’Alta Corte del Malawi ha rigettato la decisione della presidente di voler invalidare le elezioni generali. Ma passa meno di un’ora che arriva la dichiarazione shock del presidente del MEC Mutharika: “ In alcuni seggi sono state consegnate più schede degli elettori iscritti”.

Il Malawi conta quindicimilioni di abitanti, è uno dei Paesi più poveri al mondo. Oltre metà della popolazione vive con 1,25 Dollari al giorno. L’incidenza del virus HIV/AIDS è molto elevata e l’aspettativa di vita è tra le più basse del pianeta: 49 anni per gli uomini, 51 per le donne. Chissà se il neo-presidente, chiunque esso sia, abbia la volontà e la capacità di prendersi cura della sua gente.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

Scontri e brogli durante il voto presidenziale in Malawi

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urna nel campoNostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
22 maggio 2014
E’ la prima volta nella storia del Malawi che i sette milioni e mezzo  di cittadini aventi diritto al voto sono stati chiamati ad esprimere la loro preferenza  per le presidenziali, l’Assemblea nazionale e i governi locali in un unico giorno.  Quattro mila seggi elettorali sono stati istituiti in tutto il Paese. Tutto è stato programmato a puntino, poche cose hanno funzionato.

“Siamo venuti qui alle quattro del mattino; il seggio ha aperto solo alle nove e poi non c’era nemmeno l’inchiostro per votare”, racconta un giovane di Blantyre, la capitale commerciale del Malawi, ad un giornalista di Al Jazeera.  Malumori e rabbia un po’ ovunque per le lunghe attese, materiale che mancava perché non sufficiente o non era arrivato per nulla. Alcuni presidenti di seggio si sono improvvisati e al posto delle urne hanno utilizzato secchielli o buste di plastica.

coda lunghissimaCi sono stati anche disordini, specie a Blantyre, dove in un seggio gli elettori hanno incendiato il materiale elettorale arrivato in ritardo. Sempre nella capitale commerciale la folla inferocita, per gli stessi motivi, ha sbarrato una strada con pietre e rocce; ci è voluto l’intervento dell’esercito e della polizia per riportare l’ordine e la calma. E anche al centro della città alcuni giovani hanno organizzato una manifestazione contro il governo.

Nei seggi dove le votazioni sono iniziate in ritardo rispetto alla tabella di marcia prevista, è stata posticipata la chiusura.

In un comunicato la presidente Joyce Banda ha evidenziato alcune gravi irregolarità:

–        Arresti di alcuni scrutatori per brogli elettorali

–        Persone che hanno votato tre volte

–        Alcuni candidati hanno ricevuto più voti degli elettori iscritti a votare

–        Schede elettorali bruciate o buttate via

–        Diversi dispositivi di comunicazione bloccati

–        Ha accusato un partito di cui non ha fatto il nome di hackeraggio e infiltrazione nel sistema di conteggio della Commissione elettorale del  Malawi (MEC)

Camion commissione lettorale“Ora il conteggio dovrà essere effettuato manualmente – ha dichiarato la signora Banda che ha anche richiamato il popolo alla calma e alla pacifica convivenza -. Ci vorranno due o tre giorni per avere i risultati definitivi”, ha aggiunto.

Il presidente del MEC, Maxon Mbendera ha negato infiltrazioni e hackeraggio, ma ha ammesso che la situazione è piuttosto imbarazzante per i diversi problemi logistici che si sono verificati e ha aggiunto che il sistema di conteggio sarebbe andato in crash. Ha poi aggiunto: “Siamo passati al piano “B”, vale a dire il conteggio sarà effettuato manualmente, per cui bisognerà pazientare alcuni giorni per avere i risultati definitivi”.

Nel pomeriggio dell’election day il viceministro ai governi locali, Godfrey Kamanya, è stato trovato morto in una stanza chiusa a chiave dall’intero. Si sarebbe suicidato sparandosi.  Il suo portavoce ha sostenuto che è impensabile che abbia compiuto il gesto tragico per motivi legati a queste elezioni.

Banda è presidente ma non è stata eletta. E’ subentrata al suo predecessore, Bingu wa Mutharika, scomparso prematuramente, di cui era vicepresidente. Inizialmente era molto benvoluta dalla gente, perché cercava di far luce sullo scandalo finanziario che ha travolto il Malawi l’anno scorso.

Lunga codaUltimamente i suoi avversari l’hanno accusata di aver sottratto fondi statali per finanziare la sua campagna elettorale. Accuse che lei ritiene essere assolutamente infondate. I suoi contendenti sono ben undici, due dei quali le daranno certamente del filo da torcere: Peter Mutharika, fratello del presidente deceduto ed espressione del Democratic Progressiv Party (DPP), Lazarus Chakwera, leader del partito d’opposizione Malawi Congress Party (MCP), un ex-pastore evangelista, ritiratosi dal suo incarico spirituale per guidare il partito.

Joyce Banda ha cercato con tutti i mezzi di contrastare la corruzione che affligge il suo Paese. Vedremo chi prenderà in mano il timone. E’ certo che i problemi che dovrà affrontare il neo-eletto presidente, chiunque esso sia, sono molteplici. Oltre la corruzione, uno dei problemi primari è la salute della popolazione, dove l’incidenza dell’HIV/AIDS è tra le più elevate e l’aspettativa di vita tra le più basse del pianeta.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Samantha Lewthwaite la vedova bianca addestra kamikaze in Somalia e ha sposato un capo shebab

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 28 maggio 2014
E’ stata individuata in Somalia, a Nasable, un remoto villaggio vicino Baidoa, Samantha Lewthwaite – più conosciuta come la “Vedova bianca” – la ragazza inglese convertita all’islam e indicata dai servizi segreti occidentali come una feroce terrorista. Negli ambienti somali di Nairobi da qualche giorno non si discute d’altro. Chi ne parla con ammirazione, chi con paura. Anzi, i più informati sostengono che la fanciulla abbia ora sposato uno dei leader degli somali, shebab Hassan Maalim Ibrahim, più conosciuto come Shek Hassan.

primo pianoLa notizia che circolava a Eastleigh, il quartiere somalo di Nairobi, conosciuto anche come “Little Mogadishu”, è stata ripresa dalle intelligence di tutto il mondo. Samantha, che si è convertita all’islam radicale in Inghilterra a 18 anni e cambiato il suo nome in Sherafiya, aveva sposato Jarmaine Lindsay, il terrorista morto suicida nell’attentato alla metropolitana di Londra il 7 luglio 2005.

Sempre a Eastleigh la gente racconta che Nasasble è un villaggio ben protetto controllato dagli shebab. Nessuno può avvicinarsi e comunque la ragazza è sempre coperta con guanti e calze nere che impediscono a tutti di vedere le sua pelle bianca. Comunque è protetta dai miliziani giorno e notte giacché si teme un attacco di teste di cuoio per catturarla.

al collegeLe notizie sono alquanto frammentarie e devono essere valutate bene, anche perché provengono da fonti di intelligence che potrebbero essere interessate a diffondere informazioni non veritiere: la Vedova Bianca sarebbe stata incaricata, in un ruolo di comando, di addestrare in Somalia cellule di aspiranti kamikaze. Non solo un corso pratico comportamentale, ma anche un lavaggio del cervello per convincere i volontari che un metodo certo per andare in paradiso (e in eterno) è quello di immolarsi per la causa islamica: Allah Akbar, cioè dio è grade.

Col primo maritoGli esperti “biografi” di Samantha assicurano che la giovane britannica, dopo essere rimasta vedova, ha sposato un keniota, Abdi Wahid, ufficiale di marina che ha cambiato bandiera ed è passato con i terroristi. Viene escluso invece un suo diretto coinvolgimento nell’orribile attacco al centro commerciale Westgate di Nairobi del settembre scorso, che provocò oltre 60 morti e decine di feriti.

Samantha/Sherariya ha almeno quattro figli. Forse qualcuno di più nato dalle unioni con i terroristi, il keniota e il somalo.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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Nelle foto dall’alto: Samantha a Londra subito dopo la conversione, al college e con il primo marito, Jermaine Lindsay e uno dei loro figli

Il presidente del Gambia vorrebbe uccidere gay e lesbiche

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
23 maggio 2014
Durante una visita a Basse, nell’estremo est del Gambia, il giovane presidente Yahya Jammeh si è rivolto con queste parole alla comunità LGBT (o GLBT è un acronimo utilizzato come termine collettivo per riferirsi a persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender): “Ucciderò chiunque lascia questo Paese dichiarando di essere perseguitato e in pericolo perché gay o lesbica”.

MANIFEST GAYMolti Paesi africani hanno promulgato recentemente leggi draconiane anti-gay negli, ma mai nessuno aveva espresso parole così piene di odio come il presidente gambiano.

L’omosessualità è punita severamente in Africa e a questo proposito il presidente americano Barak Obama aveva chiesto a Mark Sally, presidente del Senegal, una maggiore apertura verso i gay. Sally gli aveva risposto: “Non è possibile, non siamo pronti per depenalizzare l’omosessualità”.

Peter Tatchell, un attivista per i diritti dei gay e delle lesbiche ha precisato al Guardian: “Prima della colonizzazione non esistevano leggi contro l’omosessualità in nessun Paese africano. I nostri colonizzatori non hanno importato l’omosessualità. Hanno importato l’omofobia”.

Cornelia I. Toelgyes
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Strage in Nigeria due bombe gemelle: al mercato e all’ospedale oltre 100 morti

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
21 maggio 2014
Un’altra strage provocata dai terroristi in Nigeria. Ieri due autobombe hanno ucciso almeno centodiciotto persone a Jos,  capitale dello Stato Plateau, nel centro del Paese. Il numero dei feriti è imprecisato, ma supera i cinquanta: molti sono gravi.

più autoLa prima bomba è stata piazzata in un camion parcheggiato all’interno di un mercato affollatissimo a quell’ora. Le vittime sono soprattutto donne e bambini. La seconda, esplosa trenta minuti dopo, è stata collocata su un minibus, parcheggiato all’esterno, nelle vicinanze di un ospedale. Tra le vittime molti soccorritori che cercavano di prestare soccorso ai feriti della prima e a portare via le vittime.

Veronika Samson, una testimone oculare che risiede vicino al mercato, ha raccontato a Mohammed Adow, uno degli inviati di punta del network arabo in lingua inglese Al-Jazeera: “Ho sentito un’esplosione fortissima. La mia casa tremava tutta. Per strada c’erano morti ovunque, persone ferite che correvano a più non posso con le macchine in ospedale per  farsi medicare”.

Mohammed Abdulsalam, coordinatore di “National Emergency Management Agency”, ha aggiunto: “Molte case hanno preso fuoco, alcune sono state completamente rase al suolo. Ci aspettiamo di trovare altri morti”.

auto carbonizzataGoodluck Jonathan, presidente della Nigeria, ha commentato questa ennesima tragedia: “Chi ha fatto esplodere le bombe, chi ha ideato il piano, è diabolico e crudele”.

Per ora l’attentato non è stato rivendicato da nessun gruppo, ma si punta il dito alla setta islamica estremista Boko Haram, che in questi ultimi mesi ha organizzato attentati, rapimenti e omicidi sia in Nigeria, sia nel vicino Camerun.

Nel sud della Nigeria la maggioranza della popolazione è cristiana. Il nord è abitato per lo più da musulmani. Nello Stato del Plateau, che si trova al centro della ex-colonia britannica, gli abitanti sono divisi equamente tra le due religioni. E anche le vittime di questo ennesimo attentato sono per metà cristiani, per metà musulmani.

auto 4Gli ultimi attentati avvenuti a Jos, rivendicati dal gruppo terrorista di matrice jihadista Boko Haram, risalgono al giorno di Natale del 2011: gli islamici fecero esplodere una bomba in una chiesa ed in altri due luoghi.

E mentre si contano ancora i morti di Jos, oggi è stato attaccato il villaggio di Algamano nello Stato del Borno in Nigeria. Diciassette persone hanno perso la vita, brutalmente assassinate da uomini armati, presumibilmente appartenenti al solito gruppo terrorista che semina stragi e dolori. Testimoni oculari hanno raccontato che un gruppo di uomini, pesantemente armati, è arrivato subito dopo la mezzanotte, costringendo molti abitati a fuggire nella vicina foresta. Un sopravvissuto ha dichiarato alla BBC:  “Ad ogni singola casa è stato appiccato il fuoco. Hanno rubato cibo e macchine. Se ne sono andati dopo quattro lunghe ore, quando hanno capito che non c’era più nulla da portare via”.

Algamano si trova
a pochi chilometri da Chibok, dove il 14 aprile sono state sequestrate quasi trecento studentesse. Un sequestro di massa rivendicato con un video dalli stesso leader dei Boko Haram, Abubakar Shekau. La presenza di militari nei tre Stati (Borno, Yobe e Adamawa) maggiormente vulnerabili a causa dei continui assalti di militanti di Boko Haram, è massaccia, eppure i soldati non sono in grado di proteggere la popolazione civile.

All’inizio di questo mese il senato nigeriano ha approvato all’unanimità la norma che estende lo stato di emergenza in questi tre Stati per altri sei mesi. E’ in vigore da quasi un anno. Dove sono i rinforzi che il governo nigeriano ha promesso di inviare da tempo? Il governo continua a condannare le atrocità, le violenze della setta islamica, ma non prende adeguate misure per contrastarla.

Boko Haram ha sempre dichiarato di voler istituire uno Stato islamico nel nord-est della Nigeria. Sorge dunque spontanea la domanda: come mai, negli ultimi mesi, uccide e rapisce non solo i cristiani? I feroci attacchi sono diretti indiscriminatamente anche contro i musulmani. Le vittime però hanno qualcosa in comune: sono, persone povere e indifese.

Cornelia I. Toelgyes
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Si vota in Malawi, Joyce Banda la presidente anticorruzione rischia di non farcela

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
20 maggio 2014
Oggi si vota in Malawi, paese nel sud-est dell’Africa, per eleggere il nuovo presidente. Si contendono il più alto scranno dell’ex colonia britannica (allora si chiamava Nyasaland) dodici candidati. In pole position ce ne sono solo quattro. Prima fra tutti, Joyce Banda, ex-vicepresidente, subentrata alla vicepresidenza due anni fa, dopo la morte dell’allora capo dello Stato presidente Bingu wa Mutharika. La sua candidatura è sostenuta dal People’s Party, da lei fondato nel 2011.

Joyce Banda 1Le contendono la corsa alla conferma il già vice-presidente Peter Mutharika, fratello del presidente deceduto ed espressione del Democratic Progressiv Party (DPP), Lazarus Chakwera, leader del partito d’opposizione Malawi Congress Party (MCP), e  il giovane trentacinquenne Atupele Muluzi, che rappresenta lo United Democratic Front (UDF).

Banda è presidente ma non è stata eletta. E’ subentrata al suo predecessore, Mutharika, scomparso prematuramente, di cui era vicepresidente. Oggi si sottoporrà al giudizio della gente. Rigetta qualsiasi accusa di essere coinvolta nello scandalo finanziario, che ha travolto decine di dirigenti poco più di un anno fa, o di averne tratto profitto. Anzi, è lei che ha fortemente voluto che si facesse luce sull’intera faccenda. I suoi oppositori l’accusano di aver usato i già poveri fondi statali per finanziare la sua campagna elettorale. Accuse infondate, ribadisce lei.

Una settimana fa Afrobarometer ha diffuso un sondaggio: difficile fare previsioni, i primi quattro candidati sono molto ravvicinati, anche se Banda sembra essere in leggero vantaggio. Vedremo cosa riserverà il voto alla sessantaquattrenne battagliera signora, che per due anni ha ricoperto il ruolo di presidente del Malawi.

poster anti corruzioneDal 1994 il Malawi vanta una democrazia multipartitica. Le elezioni si svolgono ogni cinque anni e oggi i suoi cittadini decidono chi sarà il nuovo presidente con elezione diretta, a suffragio universale.  Il presidente ricopre sia il ruolo di capo del governo che quello di capo dello Stato. Sceglie il vicepresidente che quindi non è scelto per elezione. Si vota anche per i centonovantatré rappresentanti dell’Assemblea nazionale.

Come accennato, l’anno scorso il Malawi è stato travolto da uno scandalo finanziario senza pari. Sessantotto personalità di spicco (politici, tra cui anche un ex-ministro, uomini d’affari, faccendieri, commercianti, alti funzionari) del Paese sono state incriminate per aver sottratto fondi statali per almeno venti milioni di dollari. Ma la cifra, sostengono molti osservatori, potrebbe essere ben più alta.

Il Malawi è uno dei Paesi più densamente popolato di quell’area geografica. Conta quindicimilioni di abitanti, di cui oltre il settanta percento vive nelle zone rurali. Ex-colonia britannica, ha ottenuto la piena indipendenza nel 1964, ma resta uno dei Paesi più poveri dell’Africa. Oltre la metà della sua popolazione vive con meno di 1,25 dollari al giorno. L’aspettativa di vita è tra le più basse del pianeta: quarantanove anni per gli uomini, cinquantuno per le donne e la principale causa di morte è l’infezione da HIV/AIDS.

Cornelia I. Toelgyes
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Sudan, il governo minimizza: “La condanna a morte della donna che ha sposato un cristiano si può appellare”

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 18 maggio 2014
Il presidente del parlamento sudanese  al-Fatih Izz Al-Din (tra l’altro eletto nell’incarico da poco) ha minimizzato la condanna a morte di Meriam Yahya Ibrahim Ishag, la ragazza che ha sposato un sud sudanese cristiano. “La sentenza può essere appellata davanti alla corte suprema – ha sdrammatizzato Izz Al-Din durante un talk show trasmesso dall’emittente governativa Radio Ondurman – e il Sudan è deciso a fare rispettare la propria costituzione che prevede il diritto alla libertà di religione”. meriam il giorno del matrimonio

E anche se altre autorità hanno preso le distanze dalla sentenza, non appare così scontato che Merian – che si è laureata in medicina all’università di Khartoum – possa essere assolta dalla grave accusa di apostasia. La giovane donna è all’ottavo mese di gravidanza e, attualmente, è tenuta in carcere assieme al suo figlioletto di 20 mesi.

Il giudice Abbas Mohamed Al-Khalifa l’aveva condannata a morte lunedì scorso, ma  – clemenza della corte! 😉 – le aveva dato tre giorni per ravvedersi, cioè per tornare all’islam. Ma giovedì la giovane mamma aveva ribadito in tribunale con estrema chiarezza e con grande calma: “Io non sono mai stata musulmana. Sono cristiana. E quindi non potete accusarmi di apostasia, di avere cioè cambiato religione”. Al-Kalifa ha confermato la sentenza, cambiando solo le modalità dell’esecuzione: per impiccagione e non frustate.

Tra l’altro la condanna è stata inflitta non in base a testimonianze che confermavano la conversione al cristianesimo, ma in base al fatto che il nome della donna, meglio il patronimico, Ibrahim, è musulmano e quindi lei deve essere considerata di fede islamica.

Un’altra delle cose che sconcerta nella vicenda è che a denunciare Meriam sia stato suo dei suoi fratelli, osservante musulmano. Per altro suo marito, Daniel Wani, è nato in Sud Sudan ma è naturalizzato americano. Questo forse il motivo per cui il Dipartimento di Stato americano ha rilasciato un duro comunicato in cui chiede al governo sudanese di ribaltare la sentenza di morte, nel nome della giustizia e dei diritti umani.

Comunque il caso sta provocando uno sconquasso anche all’interno della società sudanese e sta mettendo in imbarazzo il governo. I conservatori vorrebbero mandare al patibolo tutti gli infedeli e in non ortodossi, i liberali invece sostengono che non si devono negare i diritti fondamentali delle persone. DSC_0078

Tra questi ultimi si è arruolato Hasssan Al Turabi, uno dei più importanti leader religiosi del mondo islamico. Turabi ha sostenuto che una donna musulmana può sposare senza nessuna condanna un cristiano o un musulmano, facendo parte entrambi “della gente delle Scritture”. Il teologo è stato a lungo sostenitore della linea fondamentalista e negli anni ’90 aveva ospitato in Sudan Osama Bin Landen. Si diceva anche che una delle sue tre figlie avesse sposato un figlio dello sceicco del terrore, notizia infondata e da lui stesso smentita in un intervista che mi rilasciò a casa sua, a Khartoum.

Da alcuni anni, Turabi, che ha studiato a Londra e ha preso un PhD alla Sorbona,  ha cambiato le sue posizioni e sposato tesi sempre più liberali, dai diritti delle donne al loro ruolo nella società, che non deve essere considerato assolutamente secondario, anche nei posti di comando (da assegnare non in base al sesso ma in base alla competenza).

Artefice dell’evoluzione del suo pensiero, probabilmente, la figlia Omama Al Turabi, che ha studiato in Svizzera, in Inghilterra e in Italia, e sua moglie Wisal Al-Mahdi, donna colta progressista ed energica, sorella si Sadiq Al Mahdi, il Primo Ministro defenetrato dal colpo di Stato del 30 giugno 1989 dell’attuale presidente Omar Al-Bashir.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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Nella foto in alto Meriam il giorno del suo matrimonio e in basso Al Turabi intervistato da Alberizzi 

Boko Haram rapisce 10 cinesi in Camerun e colpisce Kano in Nigeria

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
18 maggio 2014
Boko Haram non demorde e continua gli attacchi. Venerdì 16 maggio, i militanti hanno preso di mira una società cinese, la Sinohydro che costruisce e ripara strade nel Nord del Camerun. Sono entrati nel campo, situato a Wasa, una cittadina a venti chilometri dal confine con la Nigeria, vicinissima alla temuta foresta Sambisa, e hanno rapito dieci operai cinesi e ucciso un soldato camerunense. Il rapimento è stato confermato dall’ambasciata cinese di Yaoundé, capitale del Camerun. Per motivi di sicurezza nessun membro dell’ambasciata si è recato nel luogo del tragico incidente per un sopralluogo.

SALTATE AUTOIl governatore della Far North Region del Camerun, Augustine Fanka Awa, è convinto che l’attacco è stato organizzato dal gruppo terrorista islamico Boko Haram, lo stesso che poco più di un mese fa ha rapito quasi trecento ragazze a Chibok, in Nigeria.

Sempre venerdì i sanguinari sovversivi avrebbero assalito un villaggio in Nigeria, a poche ore di viaggio in macchina dal confine. Undici persone sono state uccise, tra cui un bambino con la sua mamma, come riferisce alla BBC un loro parente.

Mentre sabato una cellula della setta ha attaccato il villaggio di Dalwa-Masuba, che dista ottanta chilometri da Maiduguri, capitale dello Stato del Borno, nel nord-est della Nigeria e culla dei Boko Haram. Uccise quaranta persone, bruciate tutte le capanne del paese e tre automobili.

Nigeria 14-01-24 Caccia ai gay1Il presidente della Nigeria, Goodluck Jonathan, che venerdì sarebbe dovuto recarsi proprio a Chibok, ha annullato all’ultimo momento la sua visita per ragioni di sicurezza.

Subito dopo il rapimento dei cinesi, Jonathan ha accusato il presidente del Camerun, Paul Biya, di non aver preso le precauzioni necessarie e di non aver protetto sufficientemente la frontiera. Due mesi fa Biya aveva promesso che avrebbe inviato settecento soldati al confine per pattugliamenti, per controllare e fermare militanti di Boko Haram che si spostano di continuo dalla Nigeria in Camerun e viceversa.

Poche ore fa a Kano, nel nord del Paese, altra bomba in un quartiere pieno di bar e ritrovi frequentati dai cristiani: almeno quattro moti e una ventina di feriti.

miliziani al soleMentre si piangono
ancora le vittime degli ultimi omicidi commessi da militanti di Boko Haram, a Parigi si è discusso come combatterli. Infatti, sabato scorso, François Holland ha indetto a Parigi una riunione urgente alla quale hanno partecipato Goodluck Jonathan, presidente della Nigeria, Yayi Boni, presidente del Benin, Idriss Deby, presidente del Ciad e Paul Biya, presidente del Camerun.

Uomini dell’intelligence americana, francese e britannica sono già operativi in Nigeria da qualche settimana.  Partecipano alle ricerche delle quasi 300 ragazze rapite e sparite nel nulla.

Holland è convinto che le armi in uso dai Boko Haram provengano dalla Libia, dove vige negli ultimi mesi  un caos furibondo, mentre è certo che i militanti sarebbero stati addestrati in Mali.

Cornelia I. Toelgyes
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#bringbackourgirls

Il Sud Sudan muore di fame e non ci sono soldi per aiutarlo

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
16 maggio 2014
Pochi giorni fa è stato firmato il secondo trattato di pace ad Addis Ababa, capitale dell’Etiopia, tra Salva Kiir, presidente del Sud Sudan e Riek Machar, ex-vicepresidente. L’inchiostro non si era ancora asciugato che sono ripresi i combattimenti tra le due fazioni che vedono i dinka (fedeli al presidente) da una parte e i nuer (etnia che appoggia l’ex-vicepresidente) dall’altra.  Anche questo “cessate il fuoco” non ha retto. Il secondo in cinque mesi.