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La notte infinita del Medio Oriente

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La Coppa d’Africa di calcio alla Costa d’Avorio sperando nella riconciliazione nazionale

Speciale per Africa ExPress
Costantino Muscau
11 febbraio 2015

Per ora è un’ipotesi, o, meglio, una speranza: che gli Elefanti portino pace duratura in famiglia. La nazionale calcistica della Costa d’Avorio con il suo successo, a spese dei vicini di casa del Ghana,  nella 30a edizione della  Coppa delle Nazioni Africane, conclusasi domenica sera (8 febbraio), potrebbe riuscire laddove i politici hanno fallito.

Le irrefrenabili, perfino esagerate, manifestazioni di giubilo esplose in tutto il Paese quando il portiere Boubacar  Barry, 35 anni, ha segnato contro il Ghana, il rigore decisivo ( il 22° della lotteria finale dopo i tempi supplementari finiti 0-0), secondo “Jeune Afrique” rappresentano qualche cosa di più del solito delirio collettivo legato al trionfo della squadra del cuore.

“Il cielo della Guinea Equatoriale è arancione e Barry è l’uomo del destino”, ha scritto con enfasi poetica un giornale italiano, commentando, appunto, il trionfo degli ivoriani (“gli Elefanti”) conto i ghanesi (“Le stelle nere” o Black stars che dir si voglia).

coppa in alto

Il noto settimanale dell’Africa francofona, invece, va più a fondo in questo cielo arancione: “Oggi siamo tutti dietro a questa squadra, oggi c’è l’unità nazionale”, fa dire il giornale a un tifoso in lacrime.

“La Costa d’Avorio si è riconciliata questa sera – sono le parole di un altro supporter –. Non abbiamo bisogno dei politici per riconciliarci. Lo hanno fatto gli Elefanti!”.

“Gli Elefanti sono tornati ad avere, col sogno realizzato domenica sera, quel ruolo di strumento di unità nazionale – aggiunge  il settimanale – al quale si erano sottratti quando il Paese era spaccato tra il 2002 e il 2011”. Il riferimento è appunto a quel decennio di crisi politico-militare, le cui violenze postelettorali del 2010-2011, che hanno causato otre 3 mila vittime. Al termine degli scontri fra le opposte fazioni che facevano capo ai due candidati (Alassane Ouattara, del Raggruppamento dei Repubblicani, e Laurent Gbagbo, del Fronte Popolare Ivoriano) come è noto la spuntò, nell’aprile del 2011, l’attuale presidente Alassane Ouattara. Il quale, naturalmente, cercherà di cavalcare l’ondata di euforia nata dalla vittoria ai rigori (9-8) sul Ghana, (come 23 anni fa!), in vista delle prossime elezioni presidenziali di ottobre.

Ma qui entriamo nel dejà vu: l’opportunità di fare del calcio un uso politico anche in Africa (o soprattutto in Africa considerato il seguito che il dio pallone riscuote). La Coppa d’Africa, essendo la più importante competizione calcistica del continente, non è sfuggita alla strumentalizzazione politica. Perfino con qualche momento di involontaria comicità.

Un rappresentante del partito di Ouattara nella frenesia di sfruttare la conquista del trofeo ha diffuso un comunicato entusiastico per salutare i neo campioni continentali  ma confondendo la sede del loro exploit, ovvero scambiando la Guinea Bissau con la Guinea Equatoriale!

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Comunque sia la Coppa rappresenta una passerella eccezionale, specialmente per chi ha magagne da nascondere sul piano della libertà e dei diritti umani e ha bisogno di una patina e di una patente di credibilità internazionale. Non sarà un caso se la manifestazione invece di tenersi ogni 4 anni, come i nostri Europei, si svolge ogni due. Prima negli anni pari, poi dal 2013 negli anni dispari, per evitare conflitti con i mondiali di calcio. Ed è per questo che sono stati assegnati due titoli a un anno di distanza: nel 2012, con vittoria dello Zambia ( sempre ai rigori 8-7 , guarda caso sulla Costa d’Avorio) e nel 2013 (vittoria della Nigeria sul Burkina Faso).

E guarda caso quest’anno l’onore di ospitare la Coppa d’Africa è toccato, ad appena 3 anni di distanza, ancora alla Guinea Equatoriale (che più appropriato sarebbe definire  Guinea …dittatoriale) , dove è saldo da decenni uno dei più abbietti regimi africani, quello del super ricco Teodoro Obiang, nelle cui prigioni, fra l’altro, marcisce il nostro connazionale Roberto Berardi ( vedi articolo su Africa ExPress di Andrea Spinelli Barrile, 17 gennaio 2015).

Nel 2012 la manifestazione era stata affidata ancora alla Guinea e al Gabon, oppresso un’altra spaventosa dittatura “benedetta” dalla Francia, che ha protetto il “re” Omar Bongo, cui è succeduto il figlio Ali. E’ vero che la Guinea Equatoriale come nazione ospitante è subentrata all’ultimo momento al Marocco, che ha rinunciato ufficialmente a organizzare il torneo causa dell’epidemia di ebola. E per questo il Paese maghrebino è stato sanzionato durissimamente: escluso dalle prossime due edizioni della Coppa d’Africa e multato  di un milione di dollari.

stadio bata

Ma perché proprio quella Guinea che aveva perso la faccia anche sul piano sportivo dopo la squalifica presa per avere schierato nelle qualificazioni un giocatore impresentabile? Infatti, era stata punita dalla Caf (Confederation Africaine de Football) per aver utilizzato un giocatore, Thierry Fidjeu Tazemeta, con passaporto camerunense. Per la cronaca (sportiva), la Guinea Equatoriale è finita al 4 posto ed stata pure al centro di alcuni gravi incidenti tra i suoi tifosi, quelli del Ghana e le forze dell’ordine. A un certo punto l’incontro con il Ghana (che ha stravinto per 3-0) è stato sospeso per quasi 40 minuti. La Guinea Equatoriale è stata punita con una multa di 100 000 dollari e dovrà disputare un incontro ufficiale casalingo a porte chiuse.

Accusato di essere stato troppo clemente con gli equatoguineiani, il presidente della Caf, Hissa Hayatou, se l’è presa con i media occidentali e li ha accusatì di voler “mantenere la colonizzazione, ma noi non ci stiamo più a essere colonizzati. Perché non parlate degli incidenti avvenuti a Genova in occasione della partita Serbia-Italia?” (partita di qualificazione agli Europei 2012, sospesa per le violenze).

Sul piano strettamente sportivo, il torneo di quest’anno, che aveva preso il via il 17 gennaio e si è concluso domenica 8 febbraio, è stato – a detta dei critici calcisti – abbastanza deludente.

Non tale, comunque, da giustificare lo scarso interesse con cui le partite giocate a Bata, Malabo, Mongomo e Ebebiyin, sono state seguite dai media italiani. Anche la grande stampa ha trascurato l’evento, eppure, al di là dell’interesse sia sul piano sportivo sia su quello sociopolitico, c’è un dato oggettivo, giustamente sottolineato dal Guerin Sportivo: ben 246 calciatori impegnati in Guinea Equatoriale hanno ingaggi europei. Si tratta del 67% del totale. Di essi 24 sono reclutati dai nostri club (71 da quelli francesi).

Si vede che per il nostro giornalismo, l’Africa interessa – anche sul piano calcistico – solo e sempre come fornitrice di manodopera. O di annegati nel Canale di Sicilia.

Costantino Muscau
c.muscau@alice.it

 

Passano dalla Borsa di Londra gli insospettabili legami tra Boko Haram e i baroni nigeriani del petrolio

Speciale per Africa ExPress
Federico Franchini
Ginevra, febbraio 2015

Il signor X è uno specialista dell’Africa e del Medio Oriente. Possiede una lunga esperienza sul campo in materia di crimine organizzato e finanziamento del terrorismo, soprattutto nelle zone di guerra e nelle cosiddette “zone grigie”. Questi territori offrono eccellenti possibilità di crescita per le attività criminali, in un momento in cui i paesi occidentali sono ormai saturi.

X ha potuto rendersi conto sul posto dell’evoluzione rapida di Boko Haram, un’evoluzione che sarebbe stata impossibile senza un supporto logistico e finanziario importante. Da oltre due anni X lavora sul terreno per cercare di individuare i legami politici, finanziari e logistici che permettono all’organizzazione terroristica nigeriana di battere tutti record di progressione in Africa.

BONNY-ISLAND

Nel continente operano da diverso tempo altri gruppi, come il Lord Resistance Army di Joseph Kony, che hanno commesso molti più crimini, ma non hanno conosciuto lo stesso successo di Boko Haram. Con X abbiamo cercato di comprendere soprattutto quali siano i legami tra il gruppo terrorista guidato da Abubakar Shekau e il settore petrolifero nigeriano, il più importante di tutta l’Africa, e quali implicazioni ci potrebbero essere con gli attori finanziari occidentali attivi nel commercio di questa materia prima strategica.

Il rispetto dell’anonimato del nostro interlocutore è una garanzia obbligatoria di sicurezza.

Negli ultimi mesi, mentre si avvicinano le elezioni presidenziali in Nigeria, Boko Haram sembra avere intensificato la propria attività militare, con attacchi cruenti, massacri e rapimenti. Si parla però poco degli appoggi logistici e finanziari del gruppo. Signor X, quali sono i legami tra Boko Haram e il petrolio?

“Quello che sappiamo è che, dal 2005 circa, i baroni musulmani del nord hanno operato per mettere le mani sugli impianti petroliferi del delta del Niger. Queste persone sono diventate azionisti di società “indigene” che hanno acquistato le infrastrutture delle compagnie occidentali che erano vittime degli attacchi dei terroristi del MEND. Il legame causa effetto non è dimostrato, ma posso constatare che, quando è cambiata la proprietà, questi attacchi sono cessati, quasi per miracolo, dall’oggi al domani”.

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Ci può fare qualche esempio di queste società petrolifere locali e dei loro legami con Boko Haram?

“Prendiamo la Afren Plc fondata da Rilwanu Lukman, ex Ministro del petrolio nonché segretario generale dell’OPEC, morto di recente. Ha cominciato dal nulla nel 2005, ma beneficiava dell’esperienza e degli appoggi di Lukman. Oggi è la principale società locale nell’ambito dell’esplorazione e la produzione di petrolio e gas. Come altre società locali, Afren ha acquistato alcuni impianti di produzione regolarmente attaccati fino al giorno in cui hanno cambiato proprietario. Lukmann era un uomo molto rispettato nel nord della Nigeria, dove alcuni membri della sua famiglia sono giudici religiosi e fanno applicare la sharia con severità e rigore. Attualmente, l’ex CEO, Osmann Shahenshah, è sospeso poiché accusato di corruzione.

Un altro esempio è quello della Seplat, una società che ha fatto il suo ingresso alla Borsa di Londra nell’aprile 2014. Anch’essa non ha avuto nessun incidente dopo avere acquistato infrastrutture da colossi come la Shell, costretta a vendere poiché perdeva troppo denaro a causa dei continui attacchi armati di cui era vittima. Ufficialmente il fondatore di Seplat è il medico ortopedico Bryant Orkjiako, identificato dalla Nigerian Economic and Financial Crime Commission come il più grande riciclatore di denaro per conto del generale Ibrahim Babandiga, ex presidente golpista nigeriano dal 1985 al 1993. Babandiga non è mai apparso ufficialmente ma alcune malelingue pensano addirittura che egli, partigiano di un islam radicale, sarebbe uno dei mentori di Boko Haram. Ha però sempre smentito con durezza queste voci”.

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Quotate alla Borsa di Londra, queste compagnie da chi sono finanziate?

“Alcuni attori finanziari occidentali come la banca BNP Paribas sono specializzati nel finanziamento di società come Afren e si sono persino occupati della loro quotazione presso la Borsa di Londra. Probabilmente alcune banche considerano che questi attori locali possono portare un savoir-faire particolare. Ad ogni modo le loro unità di Compliance non hanno riscontrato dei problemi, legati per esempio alla corruzione, che avrebbero potuto richiedere un blocco dei finanziamenti”.

Ci sono anche delle banche locali che servono da finanziatori?

“Sì. Vi è un eccellente esempio: la forte progressione di una banca islamica denominata Jaiz Bank. È nata nello stesso periodo di Boko Haram e il suo business plan si concentra in priorità nel nord della Nigeria dove ha aperto delle succursali là dove le altre banche vanno letteralmente in fumo. Si tratta della prova che gli affari in quella regione non sono difficili per tutti. Senza dimenticare che il già citato Rilwanu Lukman era membro del consiglio d’amministrazione di questo istituto”.

In Nigeria c’è qualcuno che sta portando alla luce questi presunti legami?

“Nel marzo 2014 il senatore Ita Enang ha affermato che l’80 per cento degli impianti di produzione si trovano in mano ai baroni del nord della Nigeria e ha reclamato una revisione della situazione. Come dargli torto? Se i legami tra il finanziamento dell’estremismo musulmano del nord e le società indigene (e anche i pirati del MEND) si rivelassero veri ci sarebbe un serio problema da risolvere. Sia con l’AIM market di Londra (Alternative Investment Market, un mercato dove vengono quotate piccole e medie imprese internazionali dotate di alti indici di crescita e caratterizzato da una marcata semplificazione dei metodi di ammissione, nda) sia con gli istituti bancari che finanziano queste società a partire dalla loro creazione”.

Sventolio bandiere

Alcune società si stanno forse rendendo conto dei danni alla reputazione che potrebbe generare la propria attività in Nigeria. Un gigante delle materie prime come Trafigura, basato in Svizzera, ha appena interrotto un lucrativo contratto petrolifero in questo paese per premunirsi contro le accuse di opacità e favoritismo. Quale è la sua opinione?

“Trafigura non è il solo trader ad avere avuto dei contratti opachi in Nigeria. Bisogna considerare che gli affari nel commercio di prodotti raffinati sono enormi e la comunità internazionale è responsabile di quanto sta accadendo. Le quantità di denaro frodato in questo settore sono colossali: non si può chiudere gli occhi sulle pratiche finanziarie illecite e constatare poi l’aumento della violenza. Mi permetta un parallelo con l’affare Obiang, in Guinea: l’inchiesta della brigata finanziaria francese mostra che la Société Générale è nel cuore del sistema di frode messo in atto dal “presidente” Teodorin Obiang. Se un giorno la guerra civile scoppiasse in Guinea a causa della povertà, domanderemo all’esercito francese d’intervenire? Il contribuente francese è d’accordo con ciò che fa questa banca? E il contribuente svizzero è d’accordo tra quanto succede tra la Svizzera e la Nigeria”?

Cosa succede con la Svizzera?

“La Svizzera è una delle principali piattaforme mondiali del commercio di materie prime, tra le quali il petrolio, che vengono scambiate qui a Ginevra. Tra il 2011 e il 2013, le società di trading elvetiche (Glencore, Mercuria, Trafigura, Gunvor, ecc.) hanno acquistato petrolio africano per 55 miliardi di dollari. L’organizzazione non governativa svizzera “Dichiarazione di Berna” ha dimostrato che, nel 2011, i negoziatori svizzeri detenevano il 48 per cento delle quote di mercato del petrolio nigeriano.

“Dichiarazione di Berna” ha poi reso pubblico il fatto che l’opaca compagnia di Stato nigeriana – la NNPC – rilascia delle quote di esportazione a delle società off shore, che sono solo delle buche-delle-lettere, basate ai Caraibi. Queste società, senza capacità finanziarie e operative, sono legate a personalità nigeriane esposte politicamente e si occupano di rivendere il loro greggio in cambio di un piccolo margine a dei “veri” negozianti basati in Svizzera. In questo modo le società buca-delle-lettere privatizzano una plus valuta che dovrebbe invece essere incassata dallo Stato nigeriano.

L’ex procuratore elvetico Dick Marty ha perfettamente ragione quando dice che il settore svizzero di chi negozia materie prime andrebbe regolamentato meglio. Non si può lasciare fare tutto. Oppure bisogna smetterla di lamentarsi dell’aumento del terrorismo e della violenza. Poco importano i fondamentalismi religiosi, un terrorista troverà nella sua azione una ragione di vita e una possibilità di morire. È tutto quello che spera: tanto nella sua vita non avrà accesso a niente, soprattutto in Africa”.

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Torniamo a Boko Haram. L’obiettivo del gruppo è quello di creare un califfato islamico autonomo. Questo significa che potrebbe essere più difficile per i terroristi beneficiare dei profitti petroliferi. Ha senso tutto ciò ?

Si è vero, BH è attivo nel nord est della Nigeria mentre le risorse petrolifere sono concentrate a sud. È molto romantico volere instaurare un califfato a settentrione e prevedere una divisione dei proventi petroliferi con il meridione. Nessuno sarebbe così stupido di privarsi dei redditi petroliferi sapendo che tutta la produzione è al sud. Infatti, gli analisti constatano che se il nord si separerà del sud la manovra non disturberà la distribuzione della massa petrolifera e i baroni del nord saranno sempre i beneficiari dei proventi”.

Il conflitto si sta regionalizzando, coinvolgendo altri Stati come il Ciad, il Camerun o il Niger. Durante le recenti manifestazioni violente in Niger si è visto sventolare la bandiera di Boko Haram. Vi è un rischio concreto che il gruppo si propaghi anche in questo Paese, tra i più poveri del mondo?

“Vi sono state delle manifestazioni che hanno fatto quattro morti a Zinder, con alcune chiese e il centro culturale francese dati alle fiamme. È vero che qualcuno ha issato la bandiera di Boko Haram, ma il gruppo ha qui soltanto un ancoraggio logistico e non operativo. In centro città, a cinquanta metri da uno dei principali incroci, si trova la moschea degli Izalas, da dove è partita la manifestazione subito dopo la preghiera. Gli Izalas sono musulmani estremisti che rifiutano la modernità alla quale, comunque non avrebbero accesso a causa della povertà.

Alcuni leader sono istruiti, ma la massa che segue i loro discorsi è fragile. È facile manipolare queste persone ed eccitarle soprattutto se gli si dà un po’ di denaro in cambio della loro partecipazione alla dimostrazione. Già nel novembre del 2011 questi giovani sono stati utilizzati per bruciare e saccheggiare chiese e centri culturali, senza dimenticare i sentimenti ostili al presidente nigerino Issouffou, che non è mai il benvenuto a Zinder. La città è all’opposizione e fedele all’ex presidente Tanja. Vista sotto questa angolatura si capiscono un po’ meglio le cose”.

Che dire della risposta militare degli Stati?

“Quello che è “divertente” è che se il Ciad invia delle truppe in Camerun per combattere in Nigeria ciò non disturba nessuno. Al contrario, l’esercito nigeriano non vuole combattere in Nigeria senza mandato del Consiglio i sicurezza dell’ONU. I nigeriani non hanno il livello d’addestramento e d’equipaggiamento necessario ma non vogliono perdere la faccia e restano al loro posto. La storia del mandato è aneddotica.”

Cosa accadrà alle prossime elezioni presidenziali in Nigeria?

“Il risultato delle elezioni non avrà nessun impatto su ciò che succede in Nigeria. Il presidente uscente Goodluck Jonathan ha chiesto a una personalità vicina a Boko Haram di raggiungere il suo partito. Goodluck è neutralizzato da diverso tempo e lui lo sa molto bene: la sua rielezione non disturberà nessuno”.

Federico Franchini
f.franchini83@gmail.com
twitter @ffranchini83

Ebola, l’epidemia non è vinta e sta riprendendo il suo cammino di morte

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 9 febbraio 2015

All’inizio dell’anno sembrava che ebola avesse rallentato la sua folle corsa. Anche nei comunicati stampa dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) si poteva percepire un cauto ottimismo. Ban Ki -moon aveva specificato: “Non è ancora il tempo di cantare vittoria, ci sono ancora dei focolai attivi, specie in Sierra Leone. La strada è ancora lunga e tortuosa”. (http://www.africa-express.info/2015/01/22/ebola-rallenta-ma-la-paura-e-ancora-grande-picchiati-sangue-tre-preti-guinea/)

PRIGIONE 1 grossaNelle ultime settimane c’è stata una recrudescenza del virus killer, specie in Sierra Leone. In totale sono morte ufficialmente 9019 persone, mentre i contagiati ammontano a quasi 25.000. Certamente sia i morti che gli ammalati sono ben di più. Non tutti i casi vengono registrati. Ancora oggi alcune famiglie non accompagnano il congiunto in ospedale, non tutti i funerali (quelli tradizionali sono una notevole fonte di contagio) vengono eseguiti secondo il protocollo dell’OMS.

Secondo un rapporto dell’Organizzazione, 822 operatori sanitari sono stati infettati; per 488 l’esito della malattia è stato fatale.

tre scafandrati

Ora l’UNICEF lancia un ulteriore allarme: in Sierra Leone, Guinea e Liberia oltre 16.000 minori hanno perso uno o addirittura entrambi i genitori a causa dell’ebola. Solo il tre percento dei piccoli è stato portato  in un orfanotrofio;  gli altri sono stati accolti dalla famiglia allargata.

Combattere l’ebola ha un costo molto elevato. Il budget elaborato dall’ONU, solo per il 2015, si aggira attorno a 1,5 miliardi di dollari così suddivisi:

–        Identificare e segnalare alle autorità sanitarie le persone ammalate di ebola :  112 milioni (dollari)
–        Funerali sicuri                                                                                                                       37 milioni
–        Cura degli ammalati e controllo dell’infezione                                                            282 milioni
–        Supporto terapeutico per chi risponde alle cure                                                            19 milioni
–        Accesso al servizio sanitario di base                                                                               213 milioni
–        Garantire cibo sicuro                                                                                                         150 milioni
–        Investimento per la ripresa dell’economia                                                                       59 milioni
–        incentivi per i lavoratori                                                                                                      14 milioni
–        materiale e equipaggiamento                                                                                           139 milioni
–        mobilitazione sociale e impegno delle comunità locali                                                   94 milioni
–        prevenzione in altri Paesi                                                                                                     135 milioni
–        altro                                                                                                                                          274 milioni
Totale 1,5 miliardi

David Nabarro, inviato speciale dell’ONU per combattere l’ebola (United Nations Mission for Ebola Emergency Response, UNMEER) ha voluto precisare che questa è la cifra necessaria per portare i casi a zero nella prima metà del 2015. Inoltre sono necessari 67.000 operatori sanitari, tra personale locale e internazionale per estirpare l’epidemia che sta flagellando l’Africa occidentale da oltre un anno.

entrata ospedale

Durante un’intervista, John Ging, un alto funzionario dell’ONU e direttore operativo per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) è di ritorno da un recente viaggio nei tre Paesi maggiormente affetti dall’ebola. “In fin dei conti non c’è alcuna cura valida. Novemila persone sono decedute, oltre ventimila sono state contagiate, ma molte sono sopravvissute. Ciò che mi ha sorpreso è la risposta della comunità di fronte all’epidemia, come cercano di vincere la paura. Anche la comunità internazionale ha risposto ai nostri appelli, nessuno si è tirato indietro e questo è lodevole.   E sapete la cosa più bella che ho visto? Vedere giocare nuovamente i bambini insieme, all’aria aperta.  Nel villaggio di Meliandou nella prefettura di Guéckédou , nella Regione di Nzérékoré  in Guinea , erano tutti seduti in cerchio, controllati da un adulto” ha specificato Ging.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Caos nell’organizzazione e minacce dai Boko Haram: saltano in Nigeria le presidenziali

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Speciale per Africa ExPress
Blessing Akele
Lagos, 7 febbraio 2015

Le elezioni presidenziali previste in Nigeria per il 14 febbraio sono state rinviate di sei settimane per motivi di sicurezza. La nuova data stabilita è il 28 Marzo 2015. La decisione era nell’aria ma è diventata ufficiale solo ieri a tarda sera.

La Nigeria dovrà attendere ancora un po’ di tempo prima di conoscere che via prenderà “il suo corso storico” come recita lo slogan elettorale del presidente Goodluck Jonathan Azikiwe Ebele, leader del People’s Democratica Party e candidato per un secondo mandato al più alto scranno del Paese. Il motivo ufficiale è che a causa delle minacce dei terroristi di Boko Haram è impossibile garantire un voto corretto e onesto.  Ma non è questa l’unica ragione.

ELETTORI

L’organizzazione della consultazione è ancora in una fase molto arretrata. L’unico materiale pronto è il registro dei votanti. Il resto – compresi i PVC (Permanent Voters Card, la tessera permanente di voto), gli scrutinatori, gli apparecchietti per verificare le schede, le urne, l’individuazione ed indicazione dei seggi elettorali – è tutto ancora in cantiere. Non parliamo poi della garanzia della sicurezza delle persone e delle cose in tutto il territorio nazionale e soprattutto nel nordest, a tutti gli effetti un no-go-area anche per gli osservatori internazionali, europei e americani, che verranno a controllare la regolarità delle votazioni: non metteranno piede a Borno  State, né a Gombe State. Basteranno sei settimane per stabilizzare la situazione e permettere uno svolgimento regolare della consultazione?

Le voci di un possibile rinvio delle elezioni circolavano ad Abuja già da qualche giorno. Il sistema politico è inadeguato, con i leader (sia uomini sia donne) impreparati nella gestione degli affari pubblici ma campioni negli affari personali e privati esercitati utilizzando a fini privati il bene pubblico.

Alla luce delle ultime ammissioni desolanti del capo dell’INEC (Independent National Electoral Commission) riguardo lo stato di preparazione della consultazione, se queste elezioni si fossero tenute comunque, avrebbero portato una caterva di guai. Il caos che ne sarebbe seguito sarebbe stato difficile da contenere. I risultati sarebbero stati parziali, incerti e indegni di qualsivoglia valutazione.

REGISTER TO VOTECome ho detto, lo slogan della campagna elettorale del presidente Goodluck Jonathan Azikiwe Ebele recita: “Nigeria Forward”. Ricorda molto la formula obamiana delle sue ultime elezioni che ha fatto vincere al presidente USA il secondo mandato. E’ benaugurante, però è bene tener presente che le cose nigeriane sono molto, molto più complicate e imbrogliate anche se gli americani non scherzano nemmeno loro quando scelgono di imbrogliare.

Blessing Akele
blessing.akele@yahoo.com
twitter @BlessingAkele

Nigeria: il caos dei Boko Haram, le presidenziali e il rischio colpo di Stato
http://www.africa-express.info/2015/01/02/nigeria-il-caos-dei-boko-haram-le-presidenziali-e-il-rischio-colpo-di-stato/

Nigeria: le elezioni presidenziali rinviate di sei settimane. Il 28 marzo

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Speciale per Africa ExPress
Blessing Akele
Lagos, 7 febbraio 2015

Le elezioni presidenziali previste in Nigeria per il 14 febbraio sono stata rinviate per motivi di sicurezza di sei settimane. La nuova data è stata fissata al 28 Marzo 2015. La decisione era nell’aria ma è diventata ufficiale solo ieri a tarda sera

Blessing Akele
blessing.akele@yahoo.com
twitter @BlessingAkele
#BringBackOursGirls

 

Disadattati, emarginati, senza futuro: le periferie dove l’ISIS recluta i jiadisti di origine nordafricana

Speciale per Africa ExPress
Barbara Ciolli
25 dicembre 2014

Le periferie degradate belghe e francesi scoppiano di potenziali jihadisti, come gli autori delle stragi di Parigi. Uno spaccato ormai molto simile all’entroterra di ignoranza e miseria degli Stati nord-africani. In un anno, secondo i dati aggiornati dell’International Center for the Study of Radicalization and Political Violence (ICSR) i foreign fighters, combattenti stranieri in Siria e in Iraq, con la cittadinanza d’Oltralpe sono raddoppiati a circa 1.200 unità. Numeri sempre più vicini, per esempio, ai 1.500 jihadisti del Marocco.

terroristi-della-jihad (2)

Anche in Germania, come in Gran Bretagna, se ne stimano tra i 500 e i 600, ormai come in Libia. Quasi tutti di fede salafita, gli islamisti radicali che lo Stato tedesco calcola essere balzati dai 3.800 del 2011 ai circa 7 mila odierni. “Molti sono giovani che si sentivano degli esclusi e ora si credono al top. È cool partire per la Siria o per l’Iraq, è cool ricevere la mattina un tweet da Aleppo, avere amici su Facebook che vivono laggiù”, ha dichiarato “preoccupato” il responsabile dell’Ufficio federale tedesco per la tutela della Costituzione Hans-Georg Maasen.

Maasen ha anche ammesso che i dati dei report sul terrorismo islamico (per lo più forniti dai governi) sono riduttivi, neanche di poco. Nell’ottobre 2014, in Germania risultavano schedati 450 foreign fighters. Ma il “nero”, il numero reale di loro, sarebbe “enorme”, se si considera che la maggioranza dei jihadisti è individuata dai servizi segreti tardi, quando – come Hayat Boumedienne, compagna dell’attentatore del supermercato kosher parigino, Amedy Coulibaly –  è già entrata nel territorio dell’ISIS in Siria e Iraq.

Bandiera in silouette

Ragazzi che, con gli amici e i conoscenti in Europa, chattano in Rete delle loro gesta nello Stato islamico, travisate come eroiche. Molto spesso appartengono a seconde e terze generazioni di immigrati, di origine nord-africana, cittadini europei a tutti gli effetti ma difficilmente integrati. In misura minore, i foreign fighters sono anche occidentali, come l’italiano Giuliano Ibrahim Delnevo o le mogli convertite di alcuni musulmani, dai caratteri instabili o dai trascorsi personali difficili.

Capire non è giustificare, aiuta. Dai curriculum dei combattenti jihadisti emerge una multitudine di personalità deviate, talvolta fragili, talvolta criminali. Vite da disadattati, tra le file degli emarginati che, anche in Europa, per la crisi si ingrossano sempre di più. La 26enne Boumeddiene, francese di origini musulmane, era cresciuta dai servizi sociali, dopo la morte della madre e un’infanzia difficile, come quella dei suoi sei fratelli, prima di finire nelle braccia di Coulibaly e tra i supporter di Al Qaeda e dell’ISIS.

Il reclutamento, ogni settimana, nella “filiera irachena” del XIX arrondissement parigino di Saïd e Chérif e Kouachi, autori del massacro nella redazione di ‘Charlie Hebdo’ e amici di Coulibaly e Boumeddiene, non era così diverso dall’adescamento dei fondamentalisti, tra i disoccupati, i disperati e anche tra gli handicappati dell’entroterra, per esempio, tunisino.

Silouette con mitra

In Marocco, secondo Paese nord-africano per combattenti stranieri in Iraq e in Siria (il primo è la Tunisia, con circa 3.000), un’inchiesta del sito Magharebia ha tracciato un profilo dello jihadista aderente con quello dell’identikit tedesco Maseen. “Gli schiavi dell’Isis” sono “giovani, anche minorenni”, “usati come carne da macello”, a Kobane, in Siria, o all’hotel di lusso Carinthia a Tripoli, in Libia. Adolescenti, di “età inferiore a 15 anni”, irretiti “tra i disperati dalla propaganda dei terroristi, che promettono loro alti stipendi e bottini delle battaglie vinte”. Ma attratti anche dalla “prospettiva di uscire da uno stato di noia e di monotonia”.

Per Adnane Mokrani, docente di Islamistica al Pontificio istituto di Studi arabi e islamistica (PISAI), “una lettura del Corano rigida e settaria, qual è quella salafita, crea una visione problematica della religione e del mondo. Ma senza altri fattori non può trovare eco nella società”. Se è vero che la maggioranza dei foreign fighters proviene da ambienti salafiti (o meglio dal cosiddetto jihadismo salafita), “non tutti i salafiti sono criminali. Il fenomeno è più complesso. La religione si intreccia a fattori storici e sociali. Nelle banlieue francesi cresce la delinquenza, i giovani vengono manipolati da predicatori di un islam strumentalizzato”.

Burqa con bandiera francia

Secondo Mokrani, la radicalizzazione va studiata con un approccio anche storico e geopolitico. Come Boumedienne, i fratelli Kouachi di origine algerina erano diventati grandi tra istituti e genitori adottivi, nei quartieri-ghetto di immigrati, tra la delinquenza comune. Non tutti gli esclusi cedono ai lavaggi del cervello, da esclusi ma è più facile farlo. Il sociologo Peter Imbrusch, ricorda l’associazione SOS Villaggi dei Bambini che fa assistenza all’infanzia e accoglienza alle famiglie, descrive le persone svantaggiate come particolarmente vulnerabili rispetto alle credenze radicali.

Anche secondo un’analisi della Banca Mondiale, le aree con una grande percentuale di giovani disoccupati sono a rischio di violenza politica. L’unica cura duratura è il reinserimento degli emarginati in società aperte e inclusive. Ma per l’integrazione occorrono investimenti a lungo termine, istruzione e servizi sociali. Tagliati con la crisi economica o mai nati in Nord Africa, nonostante la Primavera araba.

Barbara Ciolli
barbara.ciolli@tin.it

@BarbaraCiolli

Congo, atrocità, massacri, disperazione, ricchezze enormi ma diritti umani zero

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 17 gennaio 2015

Quella che era solo un’ipotesi è ora diventata una realtà: alcune compagnie minerarie di proprietà occidentale o cinese, che operano dell’est del Congo Kinshasa, hanno affidato la sicurezza dei loro giacimenti alle feroci milizie tribali Mai Mai, accusate di genocidio, stupro sistematico e crimini contro l’umanità. Secondo il prestigioso centro culturale di elaborazione politica  Egmont, che ha sede a Bruxelles ed è sostenuto e finanziato dal ministero degli esteri belga e dall’Unione Europea, le società che hanno in mano le concessioni, per l’estrazione si avvalgono di piccoli operatori locali con i quali le tensioni sono diventate quasi quotidiane. Da qui la loro necessità di difendere il business. Come? Utilizzando – e pagando profumatamente – le milizie tribali che si sono macchiate in questi anni di crimini orrendi e contro l’umanità.

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Il rapporto della Egmont, diffuso nel dicembre scorso, riguarda gli effetti della legge americana conosciuta come Dodd-Frank, ma il cui nome ufficiale è Wall Street Reform and Consumer Protection Act, la riforma di Wall Street con la quale il presidente Barak Obama ha cercato di regolarizzare la finanza statunitense, incentivando al tempo stesso una tutela dei consumatori e del sistema economico USA. Le regole, tra l’altro, riguardano il commercio di minerali tra il Congo-K e gli Stati Uniti e sanciscono la trasparenza della catena di approvvigionamento dei cosiddetti “conflict minerals”, cioè delle materie prime che provengono da zone di guerra. Lo studio rischia di influenzare gli scambi di minerali tra i due Paesi (valore 500 milioni di dollari) il prossimo anno.

minatori

Secondo il rapporto della Egmont, che cita la Commissione Episcopale Congolese che si occupa di controllare lo sfruttamento delle risorse naturali, l’azienda Mining and Processing Congo, titolare di 4 permessi di esplorazione a Bisie nel Nord Kivu (stagno, cassiterite e minerali di elementi chiamati “terre rare”, i lantanoidi, usati nell’alta tecnologia sofisticata, come i motori ibridi), ha stipulato un accordo con il gruppo Mai Mai Sheka, per difendere le sue proprietà.

La Mining and Processing Congo, fu acquistata nel 2012 dalla società madre, la canadese Alphamin Resources, che a sua volta la comprò dalla Kivu Resources basata alle Mauritius. In realtà le tre società hanno una struttura societaria intrecciata con soci sudafricani, britannici e canadesi.

Le milizie Mai Mai Sheka (il nome ufficiale è Nduma Defense of Congo, NDC) operano nel territorio attorno a Walikale, a nord ovest di Goma, capitale del Nord Kivu, considerata la regione a più alta concentrazione di minerali preziosi e rari del pianeta. Sono comandate da Ntabo Ntaberi Sheka, un signore della guerra con un mandato di cattura sulla testa emesso dal Tribunale Penale Internazionale. Nel luglio 2011 le Nazioni Unite hanno pubblicato un dettagliato rapporto sui crimini commessi da lui e dai suoi uomini dal 30 luglio al 2 agosto 2010. Vengono documentati almeno 387 casi di stupro, 300 donne, 23 uomini, 55 ragazze e 9 ragazzini.

Le violenze sono state commesse in 13 villaggi sulla strada che unisce Kibua e Mpofi, attorno a Walikale uno dei centri di smistamento del coltan. Personalmente Sheka, che nel novembre 2011 aveva tentato di candidarsi alle elezioni del parlamento congolese, aveva ordinato ai suoi uomini di violentare i civili. Ora protegge il minerale destinato in Occidente pagato profumatamente con soldi che arrivano dalle nostre banche e sono depositato in qualche conto in un paradiso fiscale.

child soldiers

Poco più a est di Walikale, nel territoorio di Masisi, opera la Mwangachuchu Hizi International di proprietà di Edouard  Mwangachuchu, un ex allevatore di bestiame tutsi che durante le violenza etniche del 1995 ha perso tutto e le sue mandrie sono state sgozzate. Scappato negli Stati Uniti ha chiesto e ottenuto asilo politico. Non è dato sapere se ha conquistato anche la cittadinanza americana, ma sembrerebbe proprio di sì, visto che è stata concessa ad altri nelle sue condizioni. La Mwangachuchu Hizi International è oggi la più importante compagnia di estrazione ed esportazione del coltan.

Il rapporto della Egemont ricorda, tra l’altro,  la rivalità nella stessa provincia tra la Mwangachuchu Hizi internazional e una cooperativa guidata dal deputato provinciale Robert Seninga, la Cooperamma (Cooperative des Exploitants Artesanaux Miners de Masisi).  Mwangachuchu esporta coltan e possiede una concessione di 25 chilometri quadrati a Rubaya mentre Seninga (per conto di compagnie straniere)  compra i suoi minerali da piccoli scavatori che occupano la quasi totalità della concessione e che, secondo alcune testimonianze, sarebbero appoggiati dal gruppo Mai Mai Nyatura.

Coltan-en-rd-congo-cheikfitanews

Ma non sono solo gli occidentali a servirsi delle sanguinarie milizie tribali. I Mai Mai Yakutumba operano nel Sud Kivu (Misisi) e in Katanga (Kisenge-Mpokoto) a difesa delle concessioni di 11.400 chilometri quadrati (cioè più dell’Abruzzo) della società mineraria Casa Mining basata nelle British Virgin Island e di proprietà, per il 30 per cento della cinese Zijin Mining. E i cinesi, si sa, che né a casa loro, né tanto meno in Africa, vanno troppo per il sottile con il rispetto dei diritti umani. La Casa Mining ha intenzione di chiedere di essere quotata alla borsa di Toronto.

 La milizia Mai Mai Yakutumba è formata soprattutto da combattenti  di etnia bembe , un gruppo etnico che spesso si è alleato con gli hutu contro i tutsi nella guerra ormai senza età che insanguina la regione dei Grandi Laghi. In particolare aveva stretto un’alleanza con Agathon Rwasa leader il gruppo hutu burundese (Forces pour la Libération Nationale, FNL), responsabile dell’omicidio, nel dicembre 2003, dell’irlandese Monsignor Michael Courtney, nunzio apostolico nel piccolo Paese africano, oltre che di vari orrendi massacri di rifugiati tutsi come quello orribile del 15 agosto 2004, nel capo profughi di Gutumba, in cui furono barbaramente trucidate a sangue freddo 159 persone, in gran parte bambini, colti nel sonno.

mappa congo

I massacri, i rapimenti, gli stupri di massa perpetrati dai Mai Mai nel Congo orientale e meridionale non si contano. Conosciuti come milizie tribali sono ideologicamente confusi ma militarmente ben determinati. I capi conoscono perfettamente i trucchi del reclutamento a base di superstizioni, magia nera, credenze tribali, sesso, miraggio di facili guadagni, religioni tradizionali, intimidazioni. Sanno risvegliare terrori atavici e scavare nel più profondo della psiche umana e in questo si fanno aiutare da pozioni inebrianti a base di droghe ricavate da erbe e funghi “magici”.

mai-mai-con-rafia

Mai vuol dire acqua, praticamente in tutte le lingue dell’Africa centrale; magari la parola si corrompe modificandosi leggermente (in Swahili, la lingua franca parlata dal sud dell’Uganda fino al Katanga, in Congo-K, per esempio si trasforma in maji). I guerrieri spesso si vestono in modo tradizionale con gonnellini e ornamenti di rafia e indossano maschere per terrorizzare chi gli si para davanti, ma non imbracciano più archi e frecce e non maneggiano lance, bensì micidiali fucili mitragliatori, lanciarazzi, bazooka. Prima di affrontare il nemico, talvolta a petto nudo, vengono sottoposti a un profondo lavaggio del cervello e convinti che, se si cospargono il corpo con un olio magico, le pallottole, al contatto con la pelle, si sciolgono e diventano acqua. Da qui, Mai Mai. Per diventare immortali, però, bisogna rispettare alcune regole che variano da gruppo a gruppo. Le più comuni sono: non avere rapporti sessuali la sera prima della battaglia, non stringere la mano agli sconosciuti (infatti a me non la diedero) non bere alcool, ma una pozione miracolosa.

I villaggi sono terrorizzati da queste bande armate i cui capi – è bene sottolinearlo – non sono assolutamente selvaggi come si può credere, ma spesso hanno studiato all’estero o quanto meno a Kinshasa, la capitale del Congo, parlano correntemente francese e, spesso, masticano anche inglese. E soprattutto hanno conti nelle banche off shore.

GUERRIERI DIPINTI

Un po’ di tempo fa ho intervistato un gruppo di guerrieri mai mai sulle alture di Sakè, un villaggio a pochi chilometri da Goma, la capitale del Nord Kivu, da cui si gode una splendido panorama sul lago omonimo, tra vulcani con il pennacchio e giungla tropicale. Se attorno non ci fosse stata disperazione e morte godersi quello spettacolo sarebbe stato un’immensa gioia. Ho fatto varie domande, tra cui: “Ma in combattimento non hai visto qualche tuo compagno ucciso dai nemici?”. “Certo – è stata la sconcertante risposta -. Certamente non avrà rispettato qualcuna delle regole. Io le rispetto: non morirò in battaglia”.

Ma ancora più sbalorditivo il commento del sacerdote della chiesa cattolica di Sakè quando gli ho raccontato la cosa ridendoci su: “Certo è vero! Perché non ci credevi?”

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

La canzone Coltan, scritta da Andrea Sigona, è cantata dall’autore che ne ha concesso la pubblicazione  ad Africa ExPress. Per il montaggio della foto a corredo si ringrazia Noela Levi. Un’intervista ad Andrea Sigona si trova qui.
Andrea Sigona ( https://www.facebook.com/andrea.sigona) lo trovi su twitter @andrea_sigona

Sudan, quando Bashir sbatte in carcere i vecchietti

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Africa ExPress
Khartoum, 4 febbraio 2015

Le maglie del regime del presidente Omar Al Bashir, salito al potere con un colpo di Stato il 30 giugno 1989, si chiudono sempre più. I suoi oppositori finiscono in carcere con grande facilità. E molti sono anche anziani, come Hassan Al Turabi, che ha superato gli ottant’anni e va avanti e indietro dalla galera, come ha spiegato più volte ad Africa ExPress la figlia Omama.

In questi giorni è stata la volta di finire prima dietro le sbarre poi di corsa all’ospadale per Farouk Abu Issa, leader del partito d’opposizione National Consensus Forces (NCF). Abu Issa è stato ricoverato martedì per un improvviso salto della pressione sanguigna e rischiava quindi un ictus cerebrale.

abu_issa-51380Era stato incarcerato nel famigerato carcere Kober di Khartoum a dicembre assieme a Amin Mekki Medani  capo dell’alleanza di gruppi riuniti attorno alle Sudanese Civil Society Organisations, per aver sottoscritto ad Addis Abeba, assieme ai ribelli del Sudan Revolutionary Front e al partito d’opposizione Umma (quello del primo ministro Sadik Al Mahadi defenestrato a suo tempo da Bashir, un appello a una soluzione pacifica alle miriadi di guerre civili che insanguinano il Sudan.

Un portavoce del collegio di difesa dei due oppositori, ha raccontato al quotidiano on line sudanese pubblicato in inglese a Parigi, Sudan Tribune, che sia Issa sia Medani soffrono di gravi problemi di salute, ma che non hanno rifiutato con determinazione di essere trasferiti in ospedale. “Siamo stati noi avvocati a chiedere e ottenere il ricovero forzato”, ha rivelato. “La richiesta vale anche se l’altro nostro cliente”. Entrambi hano superato gli ottant’anni”.

Una delle accuse che sono state rivota ai due, incitaento alla guerra, prevede la pena di morte.

Africa ExPress

 Nella foto diffusa dai suoi legali, Farouk Abu Issa mentre viene accompagnato all’ospedale

Moussie Zerai, l’eritreo “angelo dei profughi”, candidato al Nobel per la pace

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 4 febbraio 2015

Abba Moussie Zerai, il sacerdote eritreo soprannominato “l’angelo dei profughi”, quelli che arrivano in Italia dall’Africa (specie dall’Eritrea), ha ricevuto ieri la nomination per il premio Nobel per la pace.

vignetta sinaiAfrica ExPress ha spesso parlato di lui. Zerai ha studiato qui in Italia, ora è cappellano della comunità eritrea in Svizzera. Dedica quasi tutto il suo tempo ai rifugiati, a chi cerca di raggiungere le nostre coste via mare. Nessuno parte dalla Libia senza il suo numero di telefono. Quando il barcone è in difficoltà, i profughi si rivolgono a lui. Zerai si batte per i diritti umani, da voce a chi voce non ha. E la sua voce viene ascoltata.

zerai con muralesQuesta mattina Africa ExPress ha telefonato a don Zerai , per complimentarsi con lui per questa importante candidatura. Con l’umiltà che lo contraddistingue da sempre ha spiegato: “Questo premio, se dovessi riceverlo, non è per me. E’ per tutti coloro che hanno avuto il coraggio di voltare le spalle ad un destino terribile, con la speranza di trovare una vita dignitosa, migliore altrove”. Secondo don Zerai, “un rifugiato non sceglie, spesso non ha altra scelta”.

zerai alla demoOvviamente per gli addetti ai lavori la sua candidatura era nell’aria. Oggi Reuters ha battuto la notizia, sottolineando che Zerai è il candidato preferito di Kristian Berg Harpviken, capo del Peace Research Institute Oslo (PRIO) un istituto di ricerca sulla pace basato in Norvegia. “Ha aiutato migliaia di profughi africani che  hanno rischiato la loro vita attraversando il Mediterraneo”.

demo a romaNoi di Africa Express aggiungiamo: ha portato agli occhi del mondo intero il grave problema del Sinai. Migranti, caduti nelle trappole di trafficanti di uomini mentre cercavano di raggiungere Israele, la Libia, la libertà. Invece ridotti in stato di schiavitù. Con gli aguzzini che estorcevano denaro ai parenti delle vittime telefonandogli per far sentire le loro urla mentre venivano torturati o le ragazze stuprate

Non ce ne voglia Papa Francesco, anche lui è tra i nominati, ma noi tifiamo per Abba Moussie Zerai, per i migranti, i profughi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Non si ferma in Madagascar l’epidemia di peste bubbonica

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 3 febbraio 2015

Non si riesce a fermare l’epidemia di peste bubbonica scoppiata in novembre in Madagascar. Finora sono morte almeno 40 persone e 119 sono state contagiate, ma c’è il rischio cha la malattia si diffonda senpre più. l’OMS era certa di poter circoscrivere l’infezione, ma non c’è riuscita. L’insetticida usato per disinfettare gli slum non è più efficace: le pulci hanno sviluppato una resistenza ai suoi componenti. E, ahimè, i negozietti di generi alimentari pullulano di pulci.

topo 2Inoltre nelle scorse settimane il Madagascar è stato colpito da forti inondazioni causate da una tempesta tropicale e da un ciclone nell’Oceano Indiano, costringendo alla fuga decine di migliaia di persone e un numero indefinibile di topi e ratti.

La peste bubbonica è causata dal coccobacillo Gram-negativo yersinia pestis, presente nei roditori, ratti e topi. Vettore del batterio è la pulce, che lo trasmette facilmente all’uomo, specie in condizioni igienico-sanitarie non ottimali come quelle delle periferie di Antananarivo, capitale dell’ex-colonia francese.

infermiere con mascherinaUna volta fatta la diagnosi, la peste bubbonica è facilmente curabile con antibiotici. In collaborazione con l’OMS, l’Istituto Pasteur del Madagascar ha sviluppato un test, veloce e poco costoso, che permette di individuare se il paziente è stato infettato dal bacillo.  Il periodo di incubazione è molto breve: da 2 a 7 giorni. Ma l’allarme è scattato perché nell’8 percento dei casi la malattia è progredita in peste polmonare, il cui esito è letale, generalmente dopo soli 4 giorni. Questa forma maligna si trasmette per le vie aeree.

“Si presta poca attenzione
ad un’epidemia di peste bubbonica scoppiata in novembre dello scorso anno in Madagascar”, ha scritto Margaret Chan, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, in un rapporto pubblicato ill 26 gennaio 2015, ha sottolineato: “E’ necessario vigilare, non bisogna sottovalutare questa nuova piaga”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes