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La notte infinita del Medio Oriente

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 8 aprile 2026 È...
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Boko Haram scatenato, attacchi dappertutto prima delle elezioni presidenziali

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 2 febbraio 2015

Maiduguri, la capitale dello Stato del Borno, nel nord-est della Nigeria, è stata nuovamente attaccata dalle milizie di Boko Haram la notte scorsa intorno alle due ora locale. Impossessarsi di Maiduguri significherebbe portare a casa un’importante vittoria; gran parte delle aree rurali lungo il confine con il Camerun e il Ciad sono già sotto il controllo dei sanguinari terroristi e le zone da loro occupate equivalgono più o meno all’estensione di uno Stato come il Belgio.

cannone buciacchiatoI militari li hanno respinti con il supporto dei vigilantes, che svolgono da tempo un ruolo importante nella lotta contro il gruppo fondamentalista. Questa volta hanno cercato di entrare a Maiduguri da quattro direzioni contemporaneamente. Il Premium Times, un quotidiano nigeriano, ha riportato che è stata impegnata anche artiglieria pesante. E un agricoltore della zona, Babagana Lawan, ha confermato che una granata è caduta sul tetto della sua casa, uccidendo il fratello e due braccianti che vivevano con loro.

Maiduguri conta ora più di due milioni di abitanti, proprio perché molte persone delle aree occupate dai terroristi si sono rifugiati nella capitale, ora non si sentono al sicuro nemmeno qui.

civili in fugaFannami Dalwaye, un residente, ha spiegato che le persone che abitano a Mulai, un quartiere di periferia , si sono precipitate nel centro questa mattina, molti sono andati nelle moschee a pregare, aspettando la fine degli scontri. Il portavoce del Ministero della Difesa, Chris Olukolade. ha dichiarato: “La situazione è sotto controllo, la calma è ritornata in città; continuano i controlli a tappeto”.

Fonti ospedaliere hanno comunicato che otto persone sono state uccise durante gli scontri a fuoco di questa mattina. Non si conosce il numero di eventuali feriti.

Ormai le elezioni presidenziali sono alle porte. Sambo Dasuki, capo della Sicurezza Nazionale ha chiesto che venissero posticipate, proprio per l’insicurezza che vige nel nord-est del Paese. “Impossibile distribuire le schede elettorali, specie nei territori occupati da Boko Haram”, ha precisato Dasuki. Molti analisti ritengono queste elezioni inutili: non sarebbero democratiche, visto che una buona fetta del Paese è sotto il controllo di terroristi islamici.

 

Major-General-Chris Olukolade

Il partito all’opposizione, All Progressives Congress (APC), il cui candidato per le presidenziali è Muhammadu Buhari, ex-golpista del 1983 e generale in pensione, non ne vuole sapere, e chiede il rinvio: “E’ una tattica del partito al potere per non cedere lo scettro, dopo aver governato per ben 16 anni”.
Anche gli osservatori stranieri non si recheranno nelle zone a rischio per il controllo del regolare svolgimento delle prossime elezioni.

Ieri mattina, un kamikaze si è fatto esplodere proprio davanti alla casa di Sabo Garbu a Potiskum, nello Stato di Yobe, mentre si svolgeva un comizio politico. Garbu è un candidato al Parlamento per il Peoples Democracy Party. Il suicida si è precipitato dal pullman in corsa, proprio mentre il veicolo passava davanti alla casa del candidato. Otto persone sono morte, incluso il kamikaze e sette sono state ferite.

L’attentato non è stato ancora rivendicato: non si esclude che anche questa volta i mandanti siano i sanguinari jihadisti di Boko Haram.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Nella foto il maggiore Chris Olukolade

Eritrea, Isayas espelle l’ambasciatore italiano ma per Roma resta un grande amico

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Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
25 ottobre 2005

Nonostante l’Eritrea sia oggi considerato il governo più repressivo di tutta l’Africa (Zimbabwe compreso), l’Italia continua ad avere ottime buone relazioni con il governo di Asmara, probabilmente anche grazie ai buoni uffici di Pier Gianni Prosperini, assessore allo Sport della Regione Lombardia per Alleanza Nazionale, e rappresentante e portavoce del governo eritreo in Italia.

Prosperini sull’Eritrea ha idee molto diverse da quelle del Parlamento Europeo che il 19 novembre 2004, con una mozione assai dura, ha censurato la dirigenza del Paese per violazione dei diritti umani. Durante un’intervista rilasciata a Raffaele Masto, di Radio Popolare, Prosperini infatti ha sostenuto che i giovani eritrei “Vengono in Occidente a cercare una qualità della vita migliore. Non certamente fuggono per motivi politici o disagio personale. Vengono verso un mondo di lustrini dove si può guadagnare di più”.

2005 consegna camionSempre secondo il rappresentante di Alleanza Nazionale, “il dialogo interno è stato fomentato dai traditori dell’Eritrea per svendere l’Eritrea all’Etiopia, come quel gruppo di giornalisti e di dirigenti (arrestato nel settembre 2001, ndr). E’ meglio che non si sappia dove sono, altrimenti se li dovessero giudicare e dovessero fare un processo, secondo le leggi vigenti, li dovrebbero fucilare. Sono in carcere, stanno aspettando. Io gli avrei dato l’ergastolo”.

Processo sommario già fatto. Quello che sorprende di più, è però il rapporto 2004, l’ultimo in ordine di tempo, dell’ICE, l’Istituto per il Commercio Estero, sull’Eritrea. L’organismo che dovrebbe consigliare gli investitori italiani in cerca di nuovi orizzonti, non fa alcuna menzione delle gravi violazioni dei diritti umani. Secondo la relazione, “Esponenti del Governo locale hanno visitato il nostro paese contattando personalmente istituzioni economiche private e pubbliche al fine di promuovere investimenti in Eritrea. In tal modo essi intendono offrire una sorta di tutela informale all’investitore, capace di controbilanciare i costi derivanti dalle incertezze sulla prassi legislativa e burocratica. Tale ambiente favorevole ha attratto alcune compagnie italiane, che hanno intrapreso degli investimenti, in alcuni casi anche consistenti”. Un modo di vedere le cose assai singolare. Infatti in Eritrea non c’è “incertezza sulla prassi legislativa e burocratica”.

Come sostengono alcuni italiani costretti letteralmente “a scappare in mutande pur di salvare la pelle” c’è l’arbitrio delle autorità che sospendono licenze, sequestrano conti bancari, applicano improvvisamente tasse e balzelli, affamate come sono di valuta pregiata. Secondo l’Ice il rischio Paese è “dovuto principalmente alla situazione di tensione con l’Etiopia” anche se in un altro punto del rapporto si sostiene che “gli investimenti diretti esteri auspicati dal Governo locale soffrono per una certa mancanza di informazioni sulle procedure di attuazione e per l’ inesperienza della burocrazia”.

La colpa è dunque dell’”insesperienza” e non di precise direttive politiche. Comunque il rapporto non cita neppure l’espulsione dell’ambasciatore italiano Antonio Bandini, avvenuta il 1° ottobre 2001.

Le autorità eritree lo attaccarono personalmente (“l’Italia non c’entra, ce l’abbiamo solo con quell’uomo”, sostennero e alla Farnesina, sembrerebbe dagli atteggiamenti assunti, compresa la mancata sospensione della cooperazione, gli credettero) perché il diplomatico, che in quel momento rappresentava anche l’Unione Europea, con grande coraggio, aveva presentato una lettera di protesta a proposito dell’arresto arbitrario dei 11 dirigenti del regime avvenuta il 18 settembre e per la chiusura dei giornali indipendenti.

L’Ice non parla neppure delle decine di progetti avviati e chiusi per volere delle autorità in questi anni, come quello sperimentale di acquacoltura a Massawa per l’allevamento di gamberetti. Il piano (furono investiti 10 milioni di dollari) aveva anche finalità ecologiche. Era una joint-venture tra il governo eritreo e una società americana, la Seaohire di Phoenix, Arizona.

Carl Hodges, il suo ideatore, dovette scappare dal Paese e abbandonare tutto. Il governo l’aveva accusato di essere una spia. L’Eritrea nei giorni scorsi ha anche espulso la più grossa agenzia di aiuti umanitari, l’americana governativa USAID e ha confiscato le automobili del Mine Action Capacity Building Programme , l’organizzazione incaricata dall’Onu dello sminamento del Paese, mettendole a disposizione del suo esercito.

Ciononostante tre giorni fa, il 9 settembre, il governo italiano ha prestato agli eritrei 36 milioni di dollari a basso tasso di interesse e a lungo termine. Sono serviti per comprare 380 nuovi camion. Secondo le autorità di Asmara, i mezzi , consegnati dall’ambasciatore italiano ad Asmara Emanuele Pignatelli, verranno utilizzati per progetti di sviluppo.

Ma è ancora vivo il ricordo dei camion regalati alla fine degli anni ’80 dal Fai (il Fondo Aiuti Italiani, guidato da Francesco Forte) ai dittatori dei Paesi africani e finiti inesorabilmente nelle mani dei soldati.

Sempre secondo l’Ice in Eritrea sono presenti alcune società italiane: L’ “Italcantieri S.p.a.”, l’impresa edilizia di Paolo Berlusconi, impegnata nella costruzione di un migliaio di villette a Massawa. Molti in Eritrea la considerano responsabile dello sbancamento di una parte delle banchine dell’antica città costiera, considerata dall’Unesco una delle perle del mondo.

La “ZAER plc”, appartenente al Gruppo Zambaiti, che ha rilevato uno storico stabilimento tessile appartenuto al Cotonificio Barattolo e confiscato (quando ancora l’Eritrea era considerata dall’Etiopia una sua provincia) dal vecchio regime di Mengistu Hailè Mariam, dittatore ad Addis Abeba. La “Golden Star Brewers”, joint-venture privata italo-eritrea attiva nel settore della produzione di birra, che possiede uno stabilimento confiscato alla famiglia Melotti.

Infine le amicizie italiane di Isayas. Da buon bipartisan il dittatore fa affari con tutti, destra e sinistra: è buon amico del presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, che viene spesso a trovare al Pirellone, e del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che ha ospitato il rais e la sua famiglia nella sua villa in Sardegna. Ma Isayas fa affari anche con la regione Marche e la regione Liguria.

Da tempo circola poi un’indiscrezione. Isayas viene molto spesso in Italia per cure mediche (non si sa bene se sia malato o se si sottoponga a periodici controlli). Nessuno sa dove vada e chi lo ospiti. La sua presenza è stata segnalata perfino al raduno degli alpini, il 16 maggio dell’anno scorso, a Trieste. Qualcuno all’Onu parla però già di inserirlo nella lista dei dittatori sottoposti a travel ban, cioè che non possono viaggiare, e al congelamento dei loro conti in banca all’estero. Al Palazzo di vetro, assicurano gli esuli eritrei, è già partita una campagna in tal senso.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Nigeria, i Boko Haram attaccano ancora Maiduguri ma l’esercito li respinge

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Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
2 Febbraio 2015

La determinazione dei Boko Haram di conquistare Maiduguri, capitale del Borno State in Nigeria, è forte. Ieri notte, intorno alle 2, un gruppo di militanti della setta fondamentalista islamica ha tentato di infiltrarsi in città. E’ stata bloccata dall’esercito che ha reagito violentemente con razzi e cannonate. La battaglia è continuata diverse ore e questa notte si combatteva ancora, con i lealisti che cercavano di annientare alcune sacche di resistenza. Il ministro della Difesa, Chris Olukolade, in serata ha gridato vittoria. Ha sostenuto che l’offensiva è stata bloccata e il nemico respinto con grosse perdite.

Sventolio bandiere

La dichiarazione va registrata ma va ricordato anche che spesso il governo ha cantato vittoria, poi in realtà era stato sconfitto. I morti tra i Boko Haram, infatti, sembrano essere stati “solo” otto.

Maiduguri, che gli islamici vorrebbero eleggere a capitale del loro califfato,  era stata attaccata la scorsa settimana e i fedeli di Allah erano riusciti ad arrivare in profondità nell’abitato, controllando la città per qualche ora, massacrando e sgozzando i civili e bruciando le loro povere case, molte di paglia. L’intervento dell’esercito li aveva scacciati. L’offensiva di oggi ha provocato la fuga di migliaia di civili,  scappati verso la frontiera con il Camerun.

Ma anche il Camerun e il vicino Ciad sono infiltrati da bande di Boko Haram, che nei giorni scorsi hanno subito diverse sconfitte ad opera degli eserciti dei due Paesi, aiutati da “consiglieri” francesi e americani.

I leader dell’Unione Africana hanno espresso l’intenzione di inviare truppe in aiuto del governo della Nigeria, dove il 14 febbraio si terranno le elezioni generali.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @mlberizzi

 

Liberato Peter Greste giornalista di Al Jazeera in carcere in Egitto. Altri 3 colleghi restano in prigione

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Speciale per Africa ExPress
Cairo, 1° Febbraio 2015

Peter Greste, giornalista della catena televisiva Al Jazzeera in inglese, e detenuto in Egitto é stato liberato. Oggi a metà giornata è stato portato in aeroporto e caricato su un aereo della Egypt Air assieme al fratello. Destinazione ignota. Le sua condizioni di salute sono bune. Peter è stato arrestato il !° gennaio 2014  assieme al due colleghi Mohamed Fahmy e Baher Mohamed.

Mohamed Fahmy, Baher Mohamed, Peter Greste

poster 1I tre giornalisti sono stati imprigionati esattamente 400 giorni fa, accusati di essere complici con i Fratelli Musulmani, il gruppo antigovernativo di ispirazione islamica. Peter Greste e Mohamed Fahmy sono stati condannati a sette anni e Baher Mohamed a dieci, perché nella sua stanza la polizia ha trovato un proiettile esploso che il reporter aveva raccolto per terra durante le dimostrazioni di piazza.

Appena avremo altri dettagli li pubblicheremo

Africa ExPress
#FreeAJStaff

#FreeAjStaff. Lettera al presidente egiziano al-Sisi: Libera i giornalisti di Al Jazeera da 1 anno in galera

Riconciliazione in Sudafrica: “Scarcerato dopo 20 anni il killer dell’apartheid”

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Speciale Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 31 gennaio 2015

Eugene de Kock, soprannominato “Prime Devil” per il ruolo svolto durante il periodo buio dell’apartheid in Sudafrica, sarà liberato sulla parola: la notizia è stata battuta ieri dalle agenzie, proprio il giorno dopo il suo sessantaseiesimo compleanno.

Michael Masutha, ministro della giustizia sudafricano ha così commentato il suo operato: “Sarà rilasciato sulla parola nell’interesse del consolidamento dello Stato. La data e il luogo del rilascio di de Kock non saranno resi noti”.

Vasca da bagnoSolo pochi mesi fa, nel luglio 2014, il ministro non aveva accolto la richiesta dell’avvocato dell’ex-comandante della squadra della morte, con la seguente motivazione: “I parenti delle vittime non si sono ancora espressi in merito”.

Sandra Mama, vedova di Glenack Mama, barbaramente ucciso da de Kock nel 1992, concorda con Masutha e, rivolgendosi ai reporter della BBC, sottolinea: “Il sui rilascio chiude un capitolo della nostra storia. Abbiamo fatto molta strada da allora. Ritengo la liberazione sulla parola di de Kock sia importante per il processo di riconciliazione. Il nostro Paese ha ancora molte cose da fare, da risolvere e questo è un fatto importante e nel pieno interesse della  ricostruzione, del consolidamento dello Stato.

Eugene de Kock è stato arrestato per la sua attività come capo della squadra della morte (la polizia di Vlakplaas), noto appunto come “Prime Evile”, colui che pianificava e organizzava le barbare uccisioni e torture di molti  attivisti anti-apartheid negli anni ottanta e primi anni novanta.

E’ stato sentito in un primo momento dalla Truth and Reconciliation Commission (TRC), costituita l’anno precedente alle prime elezioni democratiche del 1994. Ha confessato oltre 100 crimini tra cui uccisioni,  torture e dolo. Si è assunto la piena responsabilità delle attività criminali commesse dalla  squadra sotto il suo comando. Nel 1996 è stato condannato dalla Corte a due ergastoli e 212 anni di prigione.

Cornelia I. Toelgyes
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Nigeria, i militari sapevano dei massacri di Boko Haram della scorsa settimana (oltre 2 mila morti)

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Speciale Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 28 gennaio 2015

Un abitante di Monguno, nello Stato del Borno, Nigeria, ha riferito ad Amnesty International: “C’è stato un avvertimento. Avevamo tutti paura. Mercoledì 21 gennaio 2015, alcuni militanti di Boko Haram sono venuti nel vicino villaggio di Ngurno e hanno invitato i residenti ad abbandonare il paesino, spiegando che presto avrebbero attaccato le baracche. Tutto ciò è stato riferito ai militari”. Altre fonti hanno confermato che, dopo l’attacco del 3 gennaio 2015 a Baga, i sanguinari settari hanno avvertito i residenti di un imminente assalto a Monguno.

Panoramicainfatti, il 25 gennaio 2015  i terroristi sono arrivati a Monguno, Maiduguri (http://www.africa-express.info/2015/01/26/fuoco-e-fiamme-nigeria-prima-delle-presidenziali-boko-haram-attacca-maiduguri-decine-di-morti/) e Kadunga e hanno interrotto tutte le vie di fuga possibili per i civili.

In riferimento a  Baga, Dono Baga e gli altri villaggi del circondario attaccati dai terroristi, una fonte militare ha confermato ad Amnesty International: “ Certo, tutti erano al corrente che presto ci sarebbero state nuove offensive dei Boko Haram nella regione. Loro stessi hanno messo in guardia gli abitanti due mesi fa che avrebbero attaccato le truppe della base della JTF [Joint Task Force] e i civili.

massacreNon è la prima volta che le forze armate sono state avvisate con largo anticipo delle prossime mosse dei Boko Haram. Basti pensare alla tragedia delle quasi 300 ragazze rapite a Chibok (#BrinBackOurGirls) il 14 aprile 2014: ben quattro ore prima è scattato l’allarme, ma gli ufficiali responsabili non hanno chiesto rinforzi (http://www.africa-express.info/2014/05/10/amnesty-quattro-ore-prima-avevamo-avvisato-militari-che-avrebbero-tentato-di-rapire-le-300-ragazze/). Naturalmente il dipartimento dell’informazione delle forze armate nigeriane aveva negato allora di aver ricevuto delle informazioni. Ci aspettiamo che faccia altrettanto ora.

E’ chiaro e evidente che le forze armate nigeriane hanno totalmente fallito nel loro compito: non hanno protetto la popolazione civile dagli atroci attacchi di Boko Haram, malgrado gli avvertimenti giunti con largo anticipo, specie per quanto concerne le offensive di Baga e Monguno. Questi ultimi episod dovrebbero rappresentare  un forte segnale di allarme per le autorità nigeriane, l’Unione Africana e la comunità internazionale” – sottolinea Netsanet Belay, direttore Amnesty Africa, nel suo rapporto.

Domani, 29 gennaio, il consiglio di pace e sicurezza dell’Unione Africana dovrebbe discutere su un possibile dispiegamento di forze regionali contro Boko Haram. “E’ necessario che queste truppe siano dotate di uno specifico mandato: proteggere la popolazione civile. I militari coinvolti devono operare secondo le leggi internazionali per i diritti dell’uomo”, ha precisato Netsanet Belay.

Cornelia I.Toelgyes
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Edgard Lungu eletto nuovo presidente dello Zambia

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 26 gennaio 2015

Edgar Lungu, 58 anni, candidato del partito al potere, il “Patriotic Front” ed ex-ministro alla difesa e giustizia, ha vinto le elezioni presidenziali in Zambia. La commissione elettorale ha proclamato il vincitore delle elezioni presidenziali in Zambia con il 48,3 per cento dei voti espressi. Il suo avversario Hakainde Hichilema, del “Unit Party” lo ha inseguito fino alla fine, ma si è fermato al 46,7 percento. Hichilema ha contestato il risultato delle elezioni, accusando la commissione elettorale di complotto e brogli. Lungu resterà in carica fino al 2016, anno in cui sarebbe terminato il mandato di Sata.

Edgar Lungiu 2

Elezioni indette a causa di forza maggiore, dopo la morte di Michael Sata nel mese di ottobre 2014. Da allora, fino a domenica scora, il Paese è stato affidato al vice di Sata, Guy Scott, di origini scozzesi, il primo uomo bianco a capo di uno Stato africano dopo 20 anni. Scott, pur essendo nato in Zambia, non ha potuto candidarsi alle elezioni presidenziali, perché la Costituzione permette tali candidature solamente a zambiani di seconda generazione.

Durante la sua breve presidenza, Scott ha avuto forti contrasti con Lungu e lo aveva persino silurato come segretario generale del loro partito “Patriotic Front”.  (http://www.africa-express.info/2014/12/11/zambia-rissa-nel-partito-al-potere-che-rischia-cosi-di-perdere-le-elezioni/ ).

Il neo eletto presidente ha prestato solenne giuramento domenica, 25 gennaio 2015 al National Heroes Stadium di Lusaka, alla presenza delle autorità e di Scott, che gli ha consegnato “lo scettro”. Lunedì Lungo ha nominato il suo vice, la signora Inonge Wina; è la prima donna ad occupare questo importante incarico nella storia dello Zambia. Lungo non ha conferito alcun incarico a Guy Scott.

Cornelia I. Toelgyes
corneliaict@hotmail.it
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Fuoco e fiamme in Nigeria prima delle presidenziali: Boko Haram attacca Maiduguri, decine di morti

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Massimo A. Alberizzi
25 gennaio 2015

La Nigeria sprofonda sempre più nel caos. Ieri mattina i miliziani della setta islamica Boko Haram hanno attaccato Maiduguri, importante capitale dello Stato del Borno. All’alba i soldati di Allah, appoggiati da mezzi blindati, sono penetrati nella città sparando all’impazzata. I morti sono decine, i feriti non si contano. Nello stesso momento i loro compagni hanno catturato un altro centro, Monguno, a un centinaio di chilometri a nord di Maiduguri. Lì l’esercito è fuggito senza sparare un colpo. I soldati sono demoralizzati: i loro capi, i generali e i colonnelli, si sono favolosamente arricchiti grazie alla corruzione, mentre la truppa è male armata ed equipaggiata e spesso senza paga Perché morire per difendere una casta di politici e uomini d’affari corrotti?

barricate a Maiduguri

Abubakar Shekau, il capo dei Boko Haram l’aveva promesso: “Prima delle elezioni presidenziali: faremo fuoco e fiamme”. E’ stato di parola. Ormai il nord della Nigeria è sconvolto dalla guerra. Le strade sono insicure, non si circola se non protetti da scorte armate e si sta verificando quello che molti osservatori avevano pronosticato: l’implosione del gigante d’Africa.

Le elezioni presidenziali sono previste per il 14 febbraio. Ci sono forti pressioni perché, con le precarissime condizioni di sicurezza attuali, siano spostate.

Kerry e Jonathan

Ieri a Lagos è arrivato il segretario di stato americano John Kerry. Ha portato la sua solidarietà alla Nigeria e incontrato il presidente Goodluck Jonathan e il suo rivale alle elezioni, l’ex generale golpista Muhammadu Buhari.

Ormai gran parte del Borno, ma anche degli Stati di Yobe e Adamawa, sono nelle mani dei fedeli di Boko Haram, il cui nome in lingua hausa vuol dire “l’educazione occidentale è peccato.

Le statistiche sul prodotto interno lordo dicono che la Nigeria oggi è la più importante economia africana e ha superato persino il Sudafrica. Sarà vero. Ma oggi in Nigeria gli squilibri sociali con una minoranza di famiglie ricchissime e una maggioranza di gente che muore di fame, è in bilico e un colpo di Stato sembra proprio alle porte.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com

twitter @malberizzi

 

Mattanza nella Repubblica Centrafricana, rapito dalle milizie cristiane il ministro dello sport

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 25 gennaio 2015

Questa mattina verso le ore 09.00 locali, ritornando dalla funzione domenicale nella chiesa protestante di Galabadja, il ministro per la gioventù e lo sport, Armel Ningatoloum Sayo è stato sequestrato a Bangui, capitale della Repubblica centrafricana. E’ la prima volta che viene attaccato un membro del governo centrafricano.

Il ministro era alla guida della sua macchina in compagnia della moglie e del fratello, quando quattro uomini armati, non ancora identificati, sono sopraggiunti con un taxi, bloccando la sua macchina.

A-man-reacts-next-to-a-demonstrator-who-was-shot-near-the-international-airport-in-Bangui-AFPTatiana Yangeko, la portavoce di Sayo ha riferito: “Hanno sparato in aria, obbligandolo a uscire dalla vettura. Sono fuggiti portandosi via il ministro, in direzione Boy Rabe un quartiere di Bangui, roccaforte delle milizie cristiane anti-balaka.

Sayo è l’ex-capo ribelle del Mouvement Révolution Justice, che aveva la sua base nel nord-est del Paese. E’ entrato a far parte dell’esecutivo diretto dal primo ministro Mahamat Kamoun, dopo la firma del trattato di “cessazione delle ostilità”, avvenuta a Brazaville, capitale della Repubblica del Congo, il 23 luglio 2014.

Armel Ningatoloum Sayo

La scorsa settimana sono state rapite altre tre persone a Bangui, sempre da milizie anti-balaka: un membro dello staff dell’ONU, rilasciata dopo poche ore e un’operatrice umanitaria francese e un suo collega centrafricano, liberati venerdì scorso. Nel maggio 2014 è stata uccisa anche la giovanissima fotografa francese Camille Lepage. http://www.africa-express.info/2014/05/14/giornalista-francese-uccisa-nella-repubblica-centrafricana-tredici-bruciati-vivi-un-villaggio/

Bisogna rompere il silenzio, è necessario parlare di questa guerra feroce che si consuma nella Repubblica Centrafricana nel più assoluto silenzio, ormai da due anni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Nella foto in basso il ministro Armel Ningatoloum Sayo

Eritrea, six Journalists Release on Bail. It is not Enough

Our Special Correspondent
Saba Makeda
Somewhere in Eritrea, 13th January 2014

In March 2013 seven journalists, were released under bail conditions , by the Eritrean Government  theses  were: Mohammed Said Mohammed, Biniam Ghirmay, Esmail Abd-el-Kader, Araya Defoch, Mohammed Dafla, Simon Elias and Yemane Hagos.

In  January 2015 six  more  journalists, were released, under bail  conditions, by the Eritran Government. The journalists  are: Bereket Misghina, Yirgalem Fisseha Mebrahtu, Basilios Zemo (Radio Bana), Meles Negusse Kiflu, (radio  Bana and  radio  Zara), Girmay Abraham (Radio Dimtsi Hafash) and Petros Teferi. All of them have been  released on bail. Most of the journalists  were arrested in 2009, according whit Reporters Without Borders. We are happy for the journalists that have been released and their  families .

Tedros Menghistu editor of Selam (press card from eritrea)

However, while  we rejoice we must not forget that:

  • the released journalist  are released on bail – they  are not  free
  • while in  Eritrea they are not likely to be able to speak  of their experience or practice their  profession – so they are not  free
  • they will not be able to  seek any  redress for  the loss of their health or  time that they would have spent with their  families  or the hardship the imprisonment  caused to their  family – they  are not  free

In fact they remain silence and if we are not vigilant they remain under threat of incarceration and disappearance. Making people disappear is a skill that the Eritrean Government has mastered and employs skilfully reaching across borders into Sudan, South Sudan, and Kenya.

While we rejoice and prepare bun and anbaba for the  released journalist we should not  forget the  other political prisoners in Eritrea, nor  should we forget the many prisoners who though  not  political  are not  afforded  the dignity of a due process  because President Isaias Afeworki  has  declared the Constitution and hence all  talk of human  rights, civil  rights dead.

Personally, I will always remember like Sium Tsehaye  a friend and a teacher

Moses asked Pharoh to “Let my people go”.  Now we must also demand: “Where are our brothers and sisters, our children?

We must remember that it is our SILENCE that has given president Isaias permission to discard us and use us as floor mats. We must  raise our voices and say: “Enough –Yiakleka”.

Saba Makeda
makedasaba@ymail.com