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La notte infinita del Medio Oriente

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Liberata la giornalista americana Shelly Kittleson, rapita in Iraq

Africa ExPress m.a.a. (+ agenzie e New York...
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Libera la 67enne francese rapita dalle milizie cristiane nella Repubblica Centrafricana

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 23 gennaio 2015

In un breve comunicato stampa il ministro degli affari esteri francese, Laurent Fabius, ha dichiarato “E’ stata liberata Thérèse Claudia Priest, operatrice umanitaria di 67 anni, sequestrata il 19 gennaio 2014 dagli anti-balaka (prevalentemente cristiani) nella Repubblica Centrafricana” (http://www.africa-express.info/2015/01/20/cristiani-anti-balaka-rapiscono-una-francese-nelle-repubblica-centrafrican/)

A Christian man chases a suspected Seleka officer in civilian clothes with

La signora Priest è giunta nella ex-colonia francese il 6 gennaio. Lavorava per l’organizzazione Codis
(Coordination diocésaine de la santé) come educatrice specializzata. Fabius ha scambiato due parole con lei al telefono dopo la sua liberazione. Sta bene, il suo stato di salute è ottimo.

Con lei è stato rapito un suo collega centrafricano, mentre martedì 20 gennaio 2015, un’impiegata  dell’ONU è stata presa in ostaggio per alcune ore dalle milizie armate cristiane. E’ stata poi consegnata ai caschi blu di MINUSCA (missione ONU nella Rep. centrafricana) all’entrata del quartiere Boy-Rabe (nord-est di Bangui, la capitale del Paese), una delle roccaforti degli anti-balaka. La sua liberazione è stata confermata dal portavoce dell’ONU di New York, Stephane Dujarric.

Uomo con collo devastato
I rapimenti
fanno seguito all’arresto di un capo dei ribelli, Rodrigue Ngaïbona, chiamato “général Andjilo”, accusato di feroci violenze e ritenuto tra i responsabili della strage di musulmani il 5 dicembre 2013. I militari di MINUSCA lo hanno catturato a Bouca (si trova nel nord-ovest ), domenica 18 gennaio scorso.

Nella Repubblica centrafricana si consuma una guerra terribile, in solitudine. Pochi al mondo ne parlano, eppure solo pochi giorni fa l’ONU ha dichiarato: siamo quasi al genocidio (http://www.africa-express.info/2015/01/12/lonu-centrafrica-siamo-quasi-al-genocidio-occorre-fermare-la-mattanza/).

Militare calpesta ferito
Il segretario generale dell’ONU
Ban-ki moon ha visitato questo Paese così martoriato nella primavera dello scosso anno, per far sentire meno soli i suoi abitanti. Aveva promesso l’invio delle truppe ONU, giunte nella Repubblica a metà settembre, con il compito di assistere il governo di transizione alle prossime elezioni, previste per l’autunno del 2015, per disarmare le milizie anti-balaka e Séléka, per ridare fiducia nelle Istituzioni e ripristinare lo Stato di diritto. Un iter faticoso, di non facile attuazione.

Militari arrestano

Ora è prevista la visita del Papa, come lui stesso ha dichiarato in una conferenza stampa durante il suo viaggio di ritorno dalle Filippine: “Vorrei visitare l’Africa: la Repubblica Centrafricana e l’Uganda, possibilmente prima della fine di quest’anno”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Lontano dagli occhi dei media infuria la guerra nella Repubblica Centrafricana

Ebola rallenta ma la paura è ancora grande: picchiati a sangue tre preti in Guinea

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 21 gennaio 2015

Ebola ha rallentato la sua corsa, ma l’angoscia tra la popolazione dell’Africa Occidentale è ancora grande. Tre preti della Chiesa battista sono stati picchiati e tenuti in ostaggio dagli abitanti a Kabac, un villaggio della Guinea che stavano visitando per disinfettare le latrine. Sono stati presi per “untori”, cioè, come racconta Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi, per coloro accusati di diffondere il virus. La paura, mescolata alle superstizioni, ha avuto una parte importante nella diffusione del virus.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), stilato il 14 gennaio 2015, il virus ebola sta rallentando la sua corsa. Nei tre Paesi maggiormente colpiti (Guinea, Liberia e Sierra leone), si registrano molto meno casi, i morti sono decisamente diminuiti. In poco più di un anno la peggiore epidemia di ebola mai vista ha ucciso 8429 persone. I casi registrati ufficialmente sono 21.296.

cartellone

Durante un aggiornamento informale in occasione  della seduta dell’assemblea ONU del 20 gennaio 2015, Ban Ki-moon ha espresso un cauto ottimismo, ma, ha precisato: “Non bisogna assolutamente abbassare la guardia. Ci sono ancora focolai attivi, specialmente in Sierra Leone, nella parte occidentale del Paese. Unendo i nostri sforzi – la comunità internazionale, i leader delle Nazioni colpite dal micidiale, invisibile killer e i capi locali – abbiamo ottenuto dei risultati, ma non è ancora il momento di cantare vittoria. La strada è ancora lunga”.

Ora Guinea, Sierra Leone e Liberia sono autosufficienti per curare i pazienti colpiti da ebola, dispongono di reparti di isolamento sufficienti e sono in grado di monitorare dall’84 al 99 per cento delle persone venute in contatto con il virus. I laboratori mobili possono effettuare in poco tempo i test dell’ebola. Le comunità locali hanno imparato a effettuare funerali e tumulazioni sicure, senza rischio di contagio per i parenti del congiunto.

entrata ospedaleSecondo un rapporto della Banca Mondiale, il virus killer ha fortemente influenzato negativamente il PIL dei tre Paese maggiormente colpiti dall’ebola. Anche se ultime notizie sono positive e lasciano spazio ad un timido ottimismo, la crisi che ha colpito l’Africa occidentale darà ancora del filo da torcere per tutto il 2015 a Guinea, Sierra Leone e Liberia, le cui perdite economiche, causate dalla malattia supereranno 1,6 miliardi di dollari nel 2015. Ma si può ben sperare, viste le ultime notizie giunte poco prima del World Economic Forum di Davos: diminuiranno i costi economici aggiuntivi legati alla malattia, in forte calo nelle ultime settimane.

“Sono molto positivo”, ha dichiarato Jim Yong Kim, presidente della Banca mondiale. Ha poi aggiunto: “Non dobbiamo abbassare la guardia finché i casi ebola saranno uguali a zero ”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

I cristiani anti-balaka rapiscono una 67enne francese nelle Repubblica Centrafricana

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 20 gennaio 2015

Ieri sera Parigi ha confermato il rapimento di una cittadina francese di 67 anni a Bangui, capitale della Repubblica centrafricana. La donna è un’operatrice umanitaria che lavora nel campo della sanità e dell’educazione per una Organizzazione Non Governativa. Un suo collega di nazionalità centrafricana è stato portato via insieme a lei.

MilizianoIl governo francese ha severamente condannato quest’atto vile, contrario ai diritti umani e ha chiesto ai responsabili l’immediata liberazione degli ostaggi. L’ambasciata francese in Centrafrica è in contatto permanente con l’arcivescovo della diocesi di Bangui che ha già contattato i rapitori.

Un testimone oculare, Elknana Dawatcha, ha riferito ai reporter di Anadolu, agenzia di stampa turca: “Abbiamo caricato il furgone con il materiale che ci serviva per la nostra missione. Una volta arrivati all’altezza del quartiere Fouh, siamo caduti in un’imboscata degli anti-balaka che ci hanno puntato le armi contro il petto. Ci hanno fatto scendere dalla vettura. Hanno preso tutto il materiale medico e i due ostaggi”. Il fatto è stato confermato anche dall’Agenzia France Presse (AFP).

Miliziano con RPGIl rapimento è stato messo a segno dopo l’arresto di  un potente capo degli anti-balaka, Rodrigue Ngaïbona, soprannominato il “général Andjilo”, avvenuto domenica da parte di MINUSCA, corpo di pace dell’ONU presente nel Paese. Il “général Andijilo” è tristemente famoso per essere uno dei  responsabili del massacro dei musulmani avvenuto a Bangui il  5 dicembre 2013.

L’agenzia Anadolu racconta che per ora non c’è stata nessuna rivendicazione ufficiale, ma alcuni elementi degli anti-balaka, sotto copertura dell’anonimato, hanno fatto sapere che il fatto di oggi costituisce la base per le trattative della liberazione di Ngaïbona.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Ondata di attentati in Mali: attaccate le basi dell’ONU

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 19 gennaio 2015

Un commando di terroristi islamici sabato sera ha attaccato la base del corpo di pace nel nord del Mali. Un militare del Ciad è stato ucciso a un checkpoint a un chilometro dalla base di Kidal, quando un kamikaze ha fatto esplodere la sua macchina, altri cinque sono stati feriti, secondo il portavoce di MINUSMA (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali), il corpo multinazionale è presente nel Paese dal 2013. Ha sostenuto il governo di transizione e, dopo le elezioni, il mandato dei caschi blu è stato rinnovato dal Consiglio di Sicurezza nel giugno 2014 per proteggere la popolazione civile e per assicurare sicurezza e stabilità.

MilizianiUna seconda vettura è esplosa davanti ad una delle entrate della base MINUSMA, provocando molti danni materiali. Alcuni testimoni hanno riferito ai reporter di Reuters di aver sentito una serie di spari per una decina di minuti, seguiti da una forte esplosione. Arnauld Akodjenou, vice comandante del corpo di pace ONU ha dichiarato: “Qui si tratta di veri e propri atti criminali. I responsabili devono essere perseguiti legalmente”.

Sempre venerdì un gruppo  di uomini armati è entrato a Tenenkou, ingaggiando un’accesa battaglia con i soldati. Secondo fonti militari e civili durante gli scontri sarebbero morti tre uomini.

Un abitante di Tenenkou, che ha chiesto di mantenere l’anonimato, ha dichiarato: “Ci siamo svegliati all’alba per i colpi di arma da fuoco e perché abbiamo sentito gridare “Allahou Akbar”!”

Ora la città è nuovamente sotto il controllo delle forze regolari. I soldati hanno perquisito alcune abitazioni e hanno effettuato controlli a tappeto, alla ricerca di eventuali infiltrati. La popolazione è sotto choc, teme altre incursioni di bande armate.

Nel campo di Almoustrat, i soldati maliani non dormono da giorni. Temono di essere il prossimo bersaglio dei miliziani del MNLA (Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad) dai quali sono stati attaccati nel novembre scorso. Allora furono uccisi due soldati e altri quattro furono feriti. Già allora il governo aveva fatto capire che la responsabilità potrebbe essere attribuita a firmatari dell’accordo del cessate il fuoco del 23 maggio 2014 (mentre a luglio 2014, ad Algeri, fu siglata una Dichiarazione che pone fine alle ostilità).

In un comunicato governativo si legge”Il governo del Mali condanna con veemenza i continui attacchi. Non vengono rispettati gli accordi presi dai vari gruppi armati”. Questa nuova ondata di violenze coincide con la data dell’anniversario della ribellione, vale a dire il 17 gennaio 2012.

soldato a KidalIl Paese è piombato nel totale caos nel 2012, dopo un colpo di stato militare nella capitale Bamako, nel sud del paese.  Ribelli Tuareg e gruppi di Al-Qaeda si erano impossessati delle regioni settentrionali e erano scese verso il mezzogiorno. Nel gennaio del  2013 le truppe francesi erano intervenute, bloccando l’avanzata e respingendo gli insorti. Da quando la missione di pace dell’ONU MINUSMA ha preso il comando delle operazioni, Parigi ha ridotto le sue truppe, supportate anche da militari africani, da 5000 a 1000 uomini.

Dal canto suo anche il MNLA, tramite la sua pagina facebook,  esprime il suo rammarico per la morte del soldato del Ciad del contingente di pace ONU e prende le distanze da questo attacco, anzi sottolinea di essere contraria ad ogni forma di terrorismo. http://mnlamov.net/

 

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

La jihad arriva in Europa: migliaia di terroristi vengono reclutati e addestrati in nord Africa

Speciale per Africa ExPress
Barbara Ciolli
25 dicembre 2014

I jihadisti di ritorno come i fratelli Cherif e Said Kouachi o Amedy Coulibaly, autori delle stragi di Parigi, si fanno le ossa nei campi per in Yemen, ma anche e sempre di più nelle aree di crisi del Nord Africa. Nei Paesi affacciati sul Mediterraneo migliaia di combattenti sono stati e vengono reclutati dalle cellule salafite per fare la guerra in Siria, Iraq e, nell’ultimo anno, in Libia.

con mitra in mano
Tra l’Italia e la Tunisia
ci sono 167 chilometri. L’ex feudo del regime socialista di Ben Ali, epicentro della Primavera araba, ha dato prova di democrazia con le elezioni dell’ottobre e del dicembre scorso, per il primo Parlamento e il Capo di Stato del post rivoluzione.

Meno nota è la sua bomba sociale dei circa 3000 foreign fighters tunisini (dati della società d’intelligence Soufan Group, da stime ufficiali dei Governi del 2014 e da altre fonti), finanziati e partiti per la jihad in Medio Oriente.

Ragazzi tra i 17 e i 27 anni, disoccupati come il Mohamed Bouazizi che si incendiò accendendo le rivolte arabe. Ma anche universitari, adolescenti di 15 anni, o 30enni frustrati. Il 29enne Salim Gasmi lavorava per un commerciante in Libia, quando di colpo partì, senza dire niente alla famiglia, per raggiungere l’ISIS (Stato islamico) a Deir Ezzor, in Siria morendo poi, in battaglia, ha raccontato la sorella all’AFP. E lo studente tunisino Hamza Rejeb, già paralizzato dalla vita in giù, fu adescato via Internet dai fondamentalisti di Ansar al Sharia, per un viaggio in Siria: “Lo persuasero che era un genio, ma Hamza non lo è. Volevano solo usarlo come kamikaze”, ha detto il fratello Ben.

Stando alle autorità di Tunisi, circa 9 mila combattenti sarebbero stati bloccati alla partenza per la Siria nel Paese africano primo per foreign fighters in Medio Oriente: un “incubatore di terroristi” a tutti gli effetti, hanno commentato i media tunisini. “I jihadisti salafiti hanno fatto la scelta strategica di inviare giovani in Siria, dove addestrarsi ed eventualmente tornare a combattere in Tunisia” ha dichiarato l’esperto di movimenti integralisti Slaheddine Jourchi.

Fila di jihadisti
Gli ultimi dati
a disposizione sui foreign fighters e sul radicalismo islamico sono le ricerche dell’americano Soufan Group e dell’inglese International Centre for the Study of Radicalization, dell’estate 2014. Nel frattempo, la crisi in Libia è ulteriormente degenerata e, questo gennaio, i media locali hanno riportato di combattenti stranieri dell’ISIS da “Tunisia, Siria, Algeria ed Egitto”, catturati nel Paese.

Particolarmente allarmante è la notizia, confermata dall’intelligence Usa, di campi d’addestramento, con centinaia di jihadisti, nell’est della Libia in mano a vari gruppi di fondamentalisti islamici. “I luoghi di training più famosi sono vicino Sirte, a Sabratha e a Derna (roccaforte dell’ISIS, ndr)”, ha specificato il funzionario libico al Sadek Ben Ali.

Altri “campi segreti” sarebbero inoltre spuntati nel sud del Paese fuori controllo: “Rifugio per gli estremisti in fuga dall’intervento francese in Mali”, ha precisato l’esperto di Libia alla Cambridge University, Jason Pack. (Per i gruppi ijhadisti in Mali leggi qui, ndr)

Gli ultimi report dei servizi segreti Usa ritengono possibile la presenza di jihadisti dell’ISIS anche vicino a Tripoli, nell’ovest del Paese. Mentre, a dicembre, un combattente dell’ISIS, l’algerino Abu Younis Djilali Mansour, è stato ucciso nell’area di Bengasi, seconda città della Libia controllata da Ansar al Sharia.

Kouachi in azione 2

Di origine algerina erano anche i fratelli Kouachi, legati alle vecchie reti terroristiche algerine in Francia. E in Algeria, nel settembre scorso, gli affiliati all’ISIS di Jung al Khilafah (soldati del Califfato in Algeria) hanno rapito e decapitato il turista francese Hervé Gourdel.

Sia gli Jung al Khilafah sia il signore della guerra algerino Mokhtar Belmokhtar, mente dell’assalto jihadista all’impianto gasifero di In Amenas (67 morti) del 2013, hanno transitato in al Qaeda nel Maghreb (AQIM). E a gennaio il superterrorista Muktar Belmokhtar è ricomparso plaudendo ad attentati sullo stile della strage alla redazione parigina di Charlie Hebdo.

Nel 2014, i militari algerini stimavano di aver ridotto a 200, negli anni, i loro foreign fighters in Medio Oriente, ma si teme una sottovalutazione. Ancora nel dicembre 2013, le forze di sicurezza avrebbero scoperto campi d’addestramento jihadisti nel sud dell’Algeria con dentro “intere famiglie, inclusi donne e bambini”, ha riportato il settimanale tunisino ‘Akher Khabar’, generalmente bene informato.

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Lo stesso vale per i circa 500 combattenti libici dei rapporti sui combattenti stranieri: potrebbero essere molti di più. “Un decennio fa, algerini, marocchini, tunisini e, in particolar modo, libici si riversarono in Iraq contro la coalizione militare e le milizie sciite del governo nascente – scrive il Soufan Group – come allora, nessuna regione ha visto più persone andare a combattere in Siria che il Nord Africa”.

Gli hub principali del flusso sono il Marocco, secondo Paese nord-africano per combattenti in Medio Oriente (almeno 3 mila) e l’Egitto, sotto osservazione più che per i suoi e foreign fighters (stimati in diverse centinaia), per la radicalizzazione interna dell’islam sunnita. In particolar modo tra i “24 gruppi di estremisti islamici, alcuni anche di pochissimi affiliati in Sinai», precisa Giuseppe Dentice, ricercatore dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI) specializzato nella regione.

Dal Marocco, i combattenti jihadisti arrivano poi in Siria e in Iraq, volando dalla Spagna verso la Turchia, come la compagna di Coulibaly, Hayat Boumeddiene, partita da Madrid. Oppure, attraverso l’Egitto, verso in Medio Oriente. Ma le migliaia di jihadisti possono anche fermarsi a combattere e addestrarsi in Libia. Nell’ex colonia italiana davanti a Lampedusa.

Barbara Ciolli
barbara.ciolli@tin.it
@BarbaraCiolli

La Coppa d’Africa e le galere: Roberto Berardi ancora in isolamento nella Guinea Equatoriale

Speciale per Africa ExPress
Andrea Spinelli Barrile
Firenze, 17 gennaio 2015

Oggi, 17 gennaio 2015, si dà il via alla Coppa d’Africa (CAN) in Guinea Equatoriale: dopo la clamorosa rinuncia in extremis del Marocco (ufficialmente a causa dell’epidemia di ebola) era stato il governo nguemista a farsi avanti per ospitare nuovamente la competizione internazionale. Addirittura, fonti molto vicine al Presidente della FIFA Sepp Blatter affermano che senza l’intervento di Obiang questa edizione della CAF sarebbe probabilmente stata cancellata.

Mentre gli occhi del mondo si posano ignari sul piccolo paese subsahariano, che ha mobilitato una macchina propagandistica e di controllo sociale molto ben rodata (dalle città di Malabo, Mongomo e Bata sono letteralmente scomparsi i più disperati, le baraccopoli rase al suolo, i percorsi per turisti e giornalisti perfettamente organizzati, gli oppositori incarcerati o fatti sparire), Roberto Berardi resta confinato in una putrida cella del Bata Central, il fatiscente carcere della città di Bata.

Roberto Berardi con cappelloDetenuto da 24 mesi, in isolamento da 12, a Berardi è preclusa qualsiasi misura atta ad alleviarne la sofferente detenzione, illegale per lo stesso diritto guineano (che prevede al massimo 60 giorni di isolamento): all’imprenditore italiano si aggiungono in queste settimana decine di medici, oppositori politici, giovani universitari e persino esponenti non allineati dello stesso regime di Malabo. A lamentare un inasprimento della repressione e una nuova pesantissima stretta sui diritti umani e civili in Guinea Equatoriale è Ponciano Mbomio Nvò, legale dell’imprenditore italiano e di molti degli oppositori al regime nguemista.

Ponciano ha rivelato a un sito dell’opposizione in Spagna, Diariorombe.es, l’aumento del livello di repressione nel Paese proprio con l’avvicinarsi dell’inizio della competizione internazionale: gli Obiang non vogliono problemi e, tra l’altro, pretendono di avere gli stadi pieni. Per questo è stato lo stesso Teodoro Obiang, presidente dal 1979, a imporre alle aziende straniere in Guinea l’acquisto di biglietti per la CAN, dopo avergli dato il benservito sui pagamenti arretrati della pubblica amministrazione circa un mese fa: fu sua figlia, presidente della Camera di Commercio in Guinea, a dichiarare il governo di Malabo “insolvente” con le imprese straniere. Nelle casse mancano soldi, nonostante lo stile di vita faraonico del clan presidenziale.

Black-beach-prison-007Fortunatamente ci sono network che non si lasciano ingannare dal fumo negli occhi gettato dalla propaganda nguemista: persino la CNN, il giorno prima l’inizio della Coppa d’Africa, ha pubblicato sul suo sito un articolo nel quale racconta la vicenda di Roberto Berardi, il “prigioniero personale del vicepresidente Teodorin”. Vicepresidente al quale è stato chiesto un contraddittorio, ovviamente negato.

L’immagine del rampollo Teodorin è quella sulla quale si concentra maggiormente il regime: sono in molti a pensare a una prossima rinuncia (entro l’anno 2015) del padre Teodoro Obiang al “trono” di Malabo. Coprirne le vergogne, la vita dissoluta, l’ingente patteggiamento con l’anticorruzione americana (30 milioni di dollari, tra i quali ci sono quelli frodati alla società Eloba che aveva costituito proprio con Berardi, cosa che dimostrerebbe l’innocenza dell’imprenditore italiano), il carattere violento e intransigente e i metodi da “mafia nigeriana” con coloro i quali si mettono lungo il suo percorso, è fondamentale per il clan Obiang per la perpetrazione della stirpe alla guida del piccolo paese africano.

catene ai piediIntanto Berardi continua la sua detenzione con la dignità di chi non ha più nulla da perdere, nell’assordante silenzio della diplomazia italiana (che ieri si incensava per la liberazione in Siria delle due giovani cooperanti lombarde, dimenticando che quello è stato un lavoro di intelligence) e della stampa nazionale, che sembra voler gettare nell’oblio del carcere anche gli ultimi scampoli di professionalità.

Per Roberto Berardi restano gli amici preoccupati per sua sorte ignota: molti sono i dubbi sulla sua liberazione, una volta scontata la pena, visto l’atteggiamento sin qui mantenuto dai suoi carcerieri, che spesso gli negano persino il cibo e l’acqua senza che nessuno protesti ufficialmente con il governo di Malabo. Insomma, nella totale impunità.

Andrea Spinelli Barrile
Skype: djthorandre
twitter @spinellibarrile

Contro il terrorismo forniture d’armi alla Tunisia da USA e Italia

Antonio Mazzeo
16 gennaio 2014

A quattro anni dalla primavera araba, le forze armate Usa rafforzano la partnership con uno storico alleato nordafricano per contrastare la penetrazione del “terrorismo” islamico-radicale nel Mediterraneo. Si tratta della Tunisia, Paese al centro di una lunga e grave crisi sociale ed economica che, grazie a Washington, ha però varato un dispendiosissimo programma di riarmo e potenziamento del dispositivo bellico. Nei giorni scorsi, la Defense Security Cooperation Agency – agenzia statunitense per la cooperazione alla difesa e alla sicurezza –  ha approvato la vendita al governo tunisino di dodici elicotteri da combattimento e trasporto tattico Sikorsky UH-60M “Black Hawk”, per una spesa di 700 milioni di dollari che include il supporto addestrativo e tecnico-logistico del personale tunisino.

AIR_AH-60L_BSikorsky UH-60M “Black Hawk”I velivoli potranno trasportare sino a undici militari alla volta e saranno armati con mitragliatrici M134 7.62 da 51 mm e GAU-19.50 BMG 12.7 da 99 mm, razzi a guida laser, missili “Hellfire”. La Tunisia ha anche chiesto a Washington una serie di apparecchiature per i “Black Hawk” come motori, sistemi di posizionamento globale e per la pianificazione delle missioni aeree, sistemi radio VHF (Very High Frequency), UHF (Ultra High Frequency) e per la trasmissione ai satelliti, apparecchiature e sistemi di rilevamento anti-missile, ecc.

Gli elicotteri che sostituiranno i vecchi velivoli HH-3E “Jolly Green Giant” (anch’essi prodotti dalla statunitense Sikorsky) saranno rischierati presso l’eliporto di Pointe Karoube, all’interno della base aerea di Biserta – Sidi Ahmed. “Il trasferimento dei Black Hawk alla Tunisia contribuirà alla politica estera e alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America e migliorerà la sicurezza di un paese amico del nord Africa – ha dichiarato il portavoce della Defense Security Cooperation Agency –. I nuovi elicotteri potenzieranno le capacità della Tunisia nel contrastare le minacce regionali e nel supportare le operazioni anti-terrorismo, consentendo altresì la realizzazioni di attività di pattugliamento dei confini e di pronto intervento delle unità aeree e terrestri”.

L’agenzia di cooperazione alla difesa ha annunciato che nel 2015 sarà autorizzato il trasferimento di altri “aiuti militari” per oltre 60 milioni di dollari, in particolare sistemi di rilevamento di esplosivi e un numero non specificato di unità navali alla Marina tunisina.

sikorsky_s70_blackhawkLo scorso mese di dicembre, l’aeronautica militare tunisina ha ricevuto dalla statunitense Lockheed Martin il secondo dei due aerei da trasporto C-130J-30 “Super Hercules” commissionati nel 2012. I velivoli sono stati assegnati al 21° Squadrone, anch’esso di base nello scalo aereo di Biserta – Sidi Ahmed. “Grazie ai nuovi C-130J Super Hercules la Tunisia potrà svolgere un ampio spettro di missioni, compresi gli interventi di pronto intervento a livello mondiale, il combattimento a fuoco e le tradizionali attività di trasporto aereo”, hanno riferito i manager di Lockheed Martin. “I C-130J sono ideali per il continente africano perché sono prodotti in differenti varianti: per le operazioni di intelligence, sorveglianza riconoscimento (ISR), la guerra contro le unità navali e i sottomarini, il trasporto VIP e truppe, il lancio di paracadutisti, la ricerca e soccorso, la guerra elettronica, l’aiuto umanitario”. I velivoli possono essere dotati di sensori elettro-ottici ai raggi infrarossi, sistemi radar avanzati, magnetic anomaly detector, siluri e missili antinave.

Sempre nel 2014, Washington ha consegnato alla Marina militare tunisina due pattugliatori di 13.5 metri, a cui si aggiungeranno entro il febbraio 2015 altre sette motovedette di 7,6 metri. “Le due unità veloci, del costo di più di 2 milioni di dollari, fanno parte di un nuovo programma di assistenza alla Marina tunisina per rafforzare la sicurezza marittima contro il terrorismo che colpisce la regione mediterranea”, ha dichiarato l’ambasciatore Usa Jake Walles.

HerculesIl Comando delle forze armate Usa per il continente africano, US AFRICOM – ha aggiunto il diplomatico – sta inoltre sviluppando alcuni interventi d’assistenza delle forze armate tunisine, compresa la condivisione delle informazioni, l’espansione delle attività di addestramento e la fornitura di equipaggiamento avanzato”.

Gli Stati Uniti hanno pure completato la consegna alle unità speciali anti-terrorismo delle forze armate e di polizia tunisine di una decina di tonnellate di “equipaggiamento difensivo”, tra cui caschi protettivi e giubbotti antiproiettile. “Gli Stati Uniti stanno pure sostenendo il piano varato dal governo tunisino per centralizzare il sistema d’intelligence anti-terrorismo,  che sarà diretto da uno staff interforze specializzato dei ministeri dell’Interno, della Difesa e della Giustizia”, ha aggiunto l’ambasciatore Walles. “La Tunisia farà presto parte insieme ad altri cinque paesi africani della nuova Security Governance Initiative (SGI) a guida Usa, che avrà lo scopo di rafforzare le capacità di gestione della difesa di queste nazioni”.

Elicotteri, aerei da guerra e sistemi d’intelligence saranno utilizzati prevalentemente contro i gruppi islamico-radicali operanti nel Maghreb, come Ansar al Sharia e le milizie filo al Qaeda. L’area in cui si sono intensificati maggiormente gli scontri con le forze armate tunisine è quella montuosa del Chaambi, al confine con l’Algeria. L’evento più sanguinoso risale al 17 luglio scorso, quando un commando ha attaccato a Henchir Tella (governatorato di Kasserine) una pattuglia dell’esercito, causando la morte di 14 militari e oltre una ventina di feriti.

Anche l’Italia è direttamente impegnata nella fornitura di assistenza e sistemi d’arma avanzati alle forze armate tunisine. A febbraio sarà completata la consegna alla Marina e alla Guardia nazionale di dodici pattugliatori marittimi P270TN e P350TN prodotti dal Cantiere Navale Vittoria (CNV) di Adria. Le unità saranno impiegate prevalentemente per impedire che le imbarcazioni “illegali” che trasportano migranti e richiedenti asilo lascino le coste nordafricane per raggiungere il sud Italia.

Antonio Mazzeo
a_mazzeo@yahoo.com

 Nelle foto in alto l’elicottero Black Hawk in basso l’Hercules

Ammazzati bambini, donne partorienti: le foto agghiaccianti della distruzione provocata dai Boko Haram

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
16 gennaio 2015

Le immagini fornite dai satelliti mostrano la distruzione provocata dall’ultimo attacco dei miliziani di Boko Haram nel nord della Nigeria: sono agghiaccianti.  A Baga, Doron Baga e nei villaggi vicini nel nord-est del Paese, con violenza e furia i miliziani della sanguinaria setta hanno devastato almeno 3700 abitazioni e altre strutture. Si calcola che i morti siano stati oltre 2000. Amnesty ha acquisito le foto satellitari relative alla città e ai villaggi devastati. (http://www.africa-express.info/2015/01/09/inizio-dellanno-tragico-nigeria-sotto-il-segno-dei-massacri-di-boko-haram-che-conquistano-una-base-militare/).  Ineffabile e con un faccia tosta da premio Oscar, il direttore dell’informazione del Ministero della Difesa nigeriano ha dichiarato che le persone uccise, civili e militari, sono centocinquanta.

Testimoni oculari hanno riferito ad Amnesty le atrocità commesse dai sanguinari militanti: “Hanno ucciso anche bambini in tenera età, persino una partoriente”. La loro violenza non conosce limite: hanno  usato bambine come kamikaze in attentati messi a segno negli ultimi giorni.

Boats on shore of Lake Chad - before and afterDaniel Eyre, ricercatore di Amnesty International, in un comunicato stampa, ha spiegato le immagini satellitari e ha sottolineato: “Questi ultimi attacchi sono catastrofici. Tutto è stato raso al suolo: ospedali, scuole, case, uffici, le barche dei pescatori: non c’è più traccia della società ben organizzata che viveva qui fino a qualche giorno fa”.

Martedì scorso il presidente nigeriano, Goodluck Jonathan, ha visitato per poche ore la zona colpita. E’ in campagna elettorale e per vincere le elezioni deve curare molto la sua immagine. Promette di debellare il terrorismo e di riportare la tranquillità, impresa tutt’altro che semplice.

Nel suo programma elettorale ovviamente c’è la voce “Boko Haram”, ma combattere la setta non è assolutamente semplice e finora il presidente non è riuscito nell’impresa. Ogni giorno  di ritardo vuol dire sofferenze per le popolazioni della Nigeria settentrionale, in particolare nei tre Stati (Borno, Jobe Adamawa) più colpiti dai temibili terroristi.

Doro Baga Satellite view on 2 Jan 2015 and 7 Jan 2015Qualche giorno fa i Boko Haram si sono spostati nel vicino Camerun, attaccando una base militare poco lontana dal confine.  Fonti ufficiali hanno comunicato alla stampa che l’esercito ha ucciso 143 militanti della setta, mentre un solo soldato avrebbe perso la vita.

Dopo questo ennesimo attacco in suolo non nigeriano, il presidente del Camerun, Paul Biya, ha fatto un appello alla comunità internazionale, chiedendo aiuti militari per sconfiggere i terroristi. Il Ciad ha immediatamente risposto all’appello di Biya, chiedendo anche ad altri governi limitrofi di aiutare il Camerun, che subisce molto spesso attacchi da parte dei Boko Haram.

Il portavoce del governo ciadiano, Hassan Sylla Bakari, durante una conferenza stampa, ha dichiarato: “Il mio governo esprime piena solidarietà al Camerun. Siamo pronti ad intervenire attivamente”.L’esercito del Ciad è ben addestrato. Nel 2013 aveva combattuto a fianco ai francesi nel Mali per cacciare frange di Al Qaeda.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

Italia in Ciad: grande esercitazione militare e vendita di armi

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Antonio Mazzeo
9 gennaio 2015

Forze armate italiane saranno in Ciad per un’articolata operazione militare multinazionale sotto il comando Usa. Dal 16 febbraio al 9 marzo 2015, un contingente italiano parteciperà a “Flintlock 2015”, la principale esercitazione di pronto intervento di US Africom, il Comando delle forze armate Usa per il continente africano.

Le operazioni saranno coordinate da un centro interforze nella capitale N’Djamena e si svolgeranno principalmente in Ciad e, secondariamente, anche in Camerun, Niger, Nigeria e Tunisia. A “Flintlock 2015” parteciperanno oltre 1.200 militari provenienti da venti paesi (oltre all’Italia, Belgio, Burkina Faso, Danimarca, Canada, Ciad, Estonia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Lituania, Mali, Mauritania, Norvegia, Olanda, Repubblica Ceca, Senegal, Spagna, Stati Uniti e Svezia). “Sotto la guida dello US Special Operations Command Forward – West Africa, Flintlock è un’esercitazione congiunta finalizzata a perfezionare lo scambio d’informazioni a livelli operativi e tattici nella regione del Sahara e a promuovere una più stretta collaborazione e coordinazione”, spiega il Comando di US Africom.

Chad_Army ORGANI STALINjpg“Quest’esercitazione punta all’interoperabilità e alla capacity-building tra le forze militari anti-terrorismo del continente africano, dell’Occidente e degli Stati Uniti d’America. Essa rafforza le istituzioni responsabili della sicurezza e sviluppa la mutua cooperazione tra le nazioni aderenti alla Trans-Sahara Counter-Terrorism Partnership (TSCTP).  Flintlock consente inoltre a US Africom di sviluppare le iniziative di addestramento militare e di cooperazione regionale multinazionale”.

La scelta del Comando Usa di svolgere in Ciad la maggiore esercitazione annuale del continente africano, è stata accolta con particolare favore dal governo e dalle autorità militari locali. “Si tratta di un evento importantissimo per la storia militare del nostro paese”, ha dichiarato il generale Zakaria Ngobongue, comandante dell’esercito del Ciad. “Le forze armate nazionali svilupperanno le attività addestrative di Flintlock ‘15 con la consapevolezza di contribuire al rafforzamento delle relazioni tra i militari dei paesi partecipanti e della loro capacità ad assicurare una condizione di stabilità per la crescita e lo sviluppo della regione. Quest’esercitazione premia l’impegno e il progresso dei nostri militari, in tutti questi anni, nel dare sicurezza e stabilità al nostro popolo”.

La disponibilità del Ciad ad ospitare “Flintlock 2015” è stata particolarmente apprezzata da Washington. “L’esercitazione multinazionale è un esempio perfetto della cooperazione regionale e internazionale tra partner africani, europei e nord americani”, ha dichiarato l’ambasciatore Usa in Ciad, James A. Knight. “Flintlock ‘15 si realizza grazie al successo e alle lezioni apprese nel corso delle precedenti esercitazioni, condotte ininterrottamente dal 2005 per ridurre il peso e ogni forma di sostegno delle organizzazioni estremiste violente”.

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I giochi di guerra previsti nei prossimi mesi in Ciad sono stati al centro di un affollato convegno sulla “cooperazione alla sicurezza nella regione del Sahel”, tenutosi N’Djamena a metà dicembre, cui hanno partecipato i leader delle comunità tradizionali del paese, i responsabili delle forze armate nazionali, l’ambasciatore statunitense Knight e il generale James B. Linder, Comandante in capo del Comando Usa per le operazioni speciali in Africa. “Le minacce che provengono dalle organizzazioni estremiste necessitano di un approccio più aggressivo da parte dei paesi della regione maggiormente colpiti”, ha dichiarato Sua Maestà il Sultano Tamitah Djidingar, presidente dell’Association of Tribal Leaders, co-organizzatrice dell’evento. “I militari non devono più essere visti come l’altro e non devono essere un’entità estranea”, ha aggiunto Sua Maestà il Sultano. “La coalizione civili-militari deve essere la cortina che sbarra la strada a tutte le forme d’estremismo, al terrorismo e ai trafficanti. Con l’ospitalità di Flintlock 2015, il Ciad ha un’opportunità unica per migliorare la partnership tra le forze militari della regione e internazionali, così come quella tra la popolazione civile del paese e le sue forze armate. Noi combatteremo insieme e insieme sconfiggeremo il male comune”.

Il Ciad, uno dei paesi più poveri dell’Africa, ha visto crescere nell’ultimo decennio il proprio ruolo di protagonista politico-militare regionale. “Le crisi in Mali e nella Repubblica Centrafricana, in particolare, hanno fornito a N’Djamena l’opportunità di candidarsi a svolgere un ruolo militare e diplomatico sempre più incisivo in questi difficili teatri”, scrive Vincenzo Gallo in un suo recente studio pubblicato dal CESI, il Centro Studi Internazionale.

“Tale atteggiamento proattivo ha avuto il triplice effetto di favorire il rafforzamento delle relazioni con quei Paesi occidentali impegnati nella lotta al terrorismo in Africa, in primis Francia e Stati Uniti, di dimostrare all’opinione pubblica internazionale la volontà del N’Djamena di impiegare le ingenti risorse destinate alla difesa non solo per scopi di sicurezza interna ma anche per il mantenimento della stabilità regionale, e infine di consolidare il proprio ruolo di attore emergente in Africa”.

Le scelte politico-militari del Ciad hanno però comportato enormi sacrifici in termini di risorse economiche e vite umane. “Nell’ultimo decennio gli ingenti introiti derivanti dall’estrazione di petrolio hanno permesso al Presidente ciadiano, Idriss Deby Itno, al potere ininterrottamente dal 1990, di investire cifre considerevoli nel settore difesa”, aggiunge Vincenzo Gallo.

Stando ai dati ufficiali, nel 2011 il Ciad ha destinato il 2,6% del proprio PIL alle spese militari. La sola partecipazione alle operazioni in Mali con AFISMA (African-led International Support Mission to Mali) ha comportato una spesa di 114 milioni di dollari circa, mentre più di 30 militari ciadiani hanno perso la vita in combattimento. Discutibile nelle forme e negli esiti il contributo del Ciad alle operazioni di peacekeeping dell’Unione Africana nella Repubblica Centrafricana; nell’aprile 2014, il governo ha formalizzato il ritiro del contingente di 850 soldati, dopo che era stato documentato che alcuni militari ciadiani avevano aperto il fuoco in modo indiscriminato contro i civili.

Chad_Army_ELICOTTERO, tra i maggiori fornitori di armi al paese africano compaiono l’Ucraina, il Belgio, la Russia, Israele, la Cina e, immancabilmente l’Italia. Nel 2014 l’azienda Alenia Aermacchi (gruppo Finmeccanica) ha consegnato all’Aeronautica militare ciadiana un aereo per il trasporto tattico C-27J “Spartan”.

Un altro C-27J era stato consegnato nel dicembre 2013. Per i due velivoli, il regime di N’Djamena ha sborsato più di 106 milioni di dollari; l’accordo con Alenia Aermacchi ha previsto pure la fornitura di supporto logistico, parti di ricambio, kit di protezione balistica, ricerca e soccorso.

Antonio Mazzeo
a_mazzeo@yahoo.com

Piogge e alluvioni devastano il Malawi e il Mozambico, decine di morti, 25 alunni travolti in una scuola

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Africa ExPress
Lilongwe, 13 gennaio 2014

Quarantotto persone hanno perso la vita in Malawi e Mozambico a cause delle inondazioni causate dalle forti piogge delle ultime settimane. Venticinque piccoli alunni di una scuola in Mozambico sono stati trascinati via dalla furia delle acque.

Il presidente del Malawi, Peter Mutharika, in carica da pochi mesi, dopo aver sconfitto nelle ultime e tanto discusse elezioni Joyce Banda, ha dichiarato lo stato di calamità in un terzo del Paese. Sono 23mila gli sfollati che hanno dovuto abbandonare le loro povere capanne, specialmente nella parte bassa della valle del fiume Shire, che nasce dal lago Malawi (il terzo per grandezza nel Continente africano e che occupa il 20 percento del territorio malawiano).

alluvioneMutharika ha fatto un appello alla comunità internazionale:  le casse statali sono vuote dopo lo scandalo finanziario  “cashgate” che ha travolto il Paese lo scorso anno (http://www.africa-express.info/2014/10/19/arrestato-malawi-per-corruzione-lex-direttore-del-budget-e-sua-moglie/ ). Il quaranta per cento del bilancio proviene da finanziatori occidentali, che, dopo questo malaffare hanno sospeso, almeno parzialmente, le somme accordate.

alluvione 2Il Malawi è uno tra i Paesi più poveri al mondo. La maggior parte della popolazione sopravvive con 1,25 dollari al giorno, l’età media è di 49 anni per gli uomini, 51 per le donne. Causa della morte è per lo più l’infezione da HIV e/o relative conseguenze.

Il maggior numero di morti è stato registrato nel Distretto di Mangoche,un centinaio di chilometri da Blantyre, la capitale commerciale. Molte strade e ferrovie sono state terribilmente danneggiate; ciò impedisce di prestare soccorsi alla popolazione già stremata.

Africa ExPress