14.6 C
Nairobi
venerdì, Aprile 10, 2026

La notte infinita del Medio Oriente

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 8 aprile 2026 È...
Home Blog Page 468

Intimidation and Harassment, how the Eritrean Embassy in Nairobi React at the Meeting of the Diaspora

7

Our Special Correspondent
Saba Makeda
Nairobi 22 February 2015

Eritreans in  Nairobi  have  established  the Eritrean Diaspora in East Africa ( EDEA)  to promote the interests and the  welfare of Eritrean citizens in  the East Africa Region and  help them to  benefit from the hospitality accorded to them in the region. The executive committee had planned an inaugural meeting to be held on Friday 20 February 2015.

Key topics for the meeting were:

  • Current  situation  of Eritrea and the Region  – to be presented by Ambassador Andebrhan Woldeghiorgis –  Former Eritrean Ambassador to the  EU;  former Commission for  Co-ordination with  UN Peace  Keeping Mission Eritrea and Ethiopia (UNMEE)  – author of the book  Eritrea at a Crossroads
  • The role of the  Diaspora  in promotion of peace and  cooperation  to be  presented by Dr Wanyama Masinde – Senior  Lecturer  and Director Institute for  Regional Integration and Development – the Catholic University of East Africa

cartello giant prisonThe meeting was to be opened by Mr Elias Habte Selassie (an Eritrean academician, lawyer and an expert in conflict resolution and development) and   closed by Dr Asefaw Tekeste. (Public Health Director School of Medicine Touro University   )

Guest of honour were:

  • Ambassador  Haile Menkerios  – UN Special  Representative  to the African Union;
  • Ambassador Dr. Monica Juma, MBS was appointed and sworn in as the Principal Secretary in the Ministry of Defence on 27th June, 2013. Prior to her appointment as the Principal Secretary, Amb. Dr. Juma was Kenya’s Ambassador Extra-Ordinary and Plenipotentiary to the Federal Democratic Republic of Ethiopia, the Republic of Djibouti and Permanent Representative to the African Union, Inter-Governmental Authority on Development (IGAD) and United Nations Economic Commission for Africa (UNECA). Amb. Dr. Juma holds a Doctor of Philosophy from the University of Oxford, United Kingdom, Master of Arts (MA) and Bachelor of Arts (BA) from the University of Nairobi and Certificate in Refugees Studies from Oxford University. She is also a Senior Research Fellow at the Department of Political Science, University of Pretoria (South Africa); an Associate with the African Programme of the United Nations-affiliated University for Peace, (Costa Rica); and an Adjunct Faculty member at the African Centre for Strategic Studies of the National Defence University, Washington D.C., (United States of America).[1]

At the last minute the inaugural meeting of the EDEA did not take place. There was much confusion however what has emerged is that somehow the Eritrean embassy  lodged a complaint with the Kenyan authorities.

Haile Menkerios

In addition to lodging a protest with the Kenyan authorities, the Eritrean Embassy has also engaged in a campaign of intimidation of Eritreans in Nairobi by sending them mobile text messages. The message states that: the Eritrean Embassy has received complaints from concerned Eritreans about the meeting organised by the EDEA and in particular the nature of the discussion to be held there.  The message further states that no Eritrean should even dream of participating in the meeting. If Eritreans do participate no Eritrean embassy anywhere in the world will provide them with any services.

Andebrhan Woldeghiorgis

Typically the message is a God Father like threat and very divisive. We should note that the key purpose of EDEA is to promote the welfare of the Eritrean citizens and the diaspora and in so doing to address the issue of so many of our young people   running from a ruthless uncaring government in Eritrea.

The reaction of the Eritrean embassy to the initiative, can only  demonstrate to the Kenyan authority  how  Eritrean Government  treats its people, it   should be taken as a sign that EDEA is on the right path,  it should  create  international  alliances carry out the work it has set out to do  seriously – the youth of  Eritrea is watching .

Makeda Saba
makedasaba@ymail.com


[1] http://www.presidency.go.ke/index.php/devolution-and-planning/14-state-departments/242-amb-dr-monica-juma-mbs

In the pictures up Haile Menkerios, down Andebrhan Woldeghiorgis.

Traffico di neonati in Niger: tutti assolti

1

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 23 febbraio 2015

Il grande scandalo della tratta di neonati in Niger avrebbe dovuto concludersi con condanne esemplari invece il 30 gennaio scorso a Niamey il processo contro una ventina di persone coinvolte in un traffico di neonati dalla vicina Nigeria, si è concluso con un nulla di fatto. La Corte, ha lasciato cadere tutte le accuse e si è dichiarata “incompetente per giudicare un caso del genere”.

Hazida Amadou

Solo poche settimane fa, Hadiza Amadou, una delle mogli di Hama Amadou, portavoce dell’Assemblea Nazionale, tra le prime persone ad essere arrestata l’estate scorsa, è stata fermata nuovamente dalla polizia all’inizio di gennaio, mentre stava andando nel suo villaggio nativo, nell’ovest del Paese. La stessa sorte è toccata ad un altro imputato, Moussa Haitou, un ex funzionario di banca, in viaggio verso il suo paese, a sud della capitale  Niamey. Entrambi sono stati rilasciati dopo due giorni.

[embedplusvideo height=”339″ width=”550″ editlink=”http://bit.ly/1D24l6a” standard=”http://www.youtube.com/v/mVdDZS6yrhI?fs=1″ vars=”ytid=mVdDZS6yrhI&width=550&height=339&start=&stop=&rs=w&hd=0&autoplay=0&react=1&chapters=&notes=” id=”ep6243″ /]

Durante l’estate del 2014 viene scoperto un traffico di bambini tra la Nigeria e il Niger. Molte le personalità di spicco del mondo politico, degli affari e anche militari coinvolte. (http://www.africa-express.info/2014/12/04/niger-lo-scandalo-del-traffico-dei-neonati-investe-la-politica/)

Hama Amadou, fugge in Francia per paura di essere arrestato, perché accusato di aver partecipato al losco traffico di bambini. Amadou ha sempre sostenuto che si tratta di un complotto politico. Era passato con  l’opposizione nel 2013. Tramite i suoi avvocati fa sapere: “Sono un personaggio chiave della politica in Niger e sarò l’avversario numero uno dell’attuale presidente Mahamadou Issoufou durante le prossime presidenziali del 2016”.

Ora tutte le accuse sono cadute, anche quelle nei confronti dell’ex portavoce dell’Assemblea nazionale.
Il giudice del Tribunale, infatti, ha dichiarato quanto segue: “Non è mai emerso nessun caso nel diritto civile dove la maternità di neonati viene attribuita a donne che non li hanno partoriti”. Ovviamente tutti gli imputati hanno accolto la sentenza con un immenso sorriso.

Nessuna giustizia per i neonati, per le loro giovani mamme, che hanno partorito i loro piccoli nelle baby factories nigeriane . L’Africa è anche questa.

(http://www.africa-express.info/2014/06/28/smantellato-traffico-di-neonati-tra-niger-nigeria-e-benin/)

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Nella foto Hadiza Amadou.

Si avvicinano le elezioni in Togo, chi corre per la presidenza lo fa solo per se stesso

0

Speciale per Africa Express
Albert Galmot Akori
Lomé, 20 febbraio 2015 

LA DEMOCRAZIA IN AFRICA NERA
In Guinea Conakry dopo la morte di Sekou Toure chiesi a varie persone
“cosa volesse dire per loro democrazia e la risposta fu:
prima fra tribù e tribù c’erano anche scontri per cause commerciali
ma poi con la democrazia ogni tribù ha creato un partito
e quindi ora non ci si parla nemmeno piu”.
a. g.

Una volta la durata del regno di un monarca presso parecchi popoli dell’Africa Nera era limitata, normalmente si aggirava attorno agli otto anni. Nei tempi più remoti al termine di questi otto anni di regno se il re non se ne voleva andare, era messo a morte. Successivamente la morte rituale del re diventò simbolica. Ciò che bisogna rammentare di questa antica pratica è la durata del regno.

Oggi alcuni uomini e alcune donne entrano in politica non per vocazione e neppure perché hanno idee o progetti apportatori di cambiamenti per la società. Ancora meno per servire i loro concittadini. Entrano in politica solamente per servire i propri interessi.

map_of_togo

Allora per le prossime elezioni i togolesi si chiedono: bisogna votare o astenersi? E si domandano ancora: una manifestazione di consenso verso le opposizioni potrebbe essere utile e potrebbe finalmente portare al cambiamento? E le domande non finiscono qui. L’ultima, la più importante è questa: il partito al governo, quello dell’attuale presidente Faure Essozimna Gnassingbé, non ha già calcolato quanti voti gli saranno destinati il giorno dello scrutino? In altri termini senza garanzie di trasparenza, senza controlli sarà facile addomesticare il voto.

Quale nome uscirà dall’urna è già deciso da chi è ora al potere e ha in mano le chiavi delle urne e quindi i voti stessi. Per chi è al potere aggiungere o annullare dei voti, o addirittura inventare un risultato favorevole non è per nulla difficile.

bimbo denutritoL’immagine che proietta l’attuale “democrazia” togolese è stata paragonata al mito di Sisifo, personaggio della mitologia greca che, per essersi opposto a Zeus, era stato condannato a spingere un masso fino alla cima di una montagna. Quando stava per raggiungere la meta, il macigno sfuggiva al suo controllo e rotolava giù così il forzato doveva ricominciare la sua fatica.

Per il Togo la montagna è il processo di democratizzazione, la democrazia è la cima della montagna, il masso la mentalità e il comportamento antidemocratico dei politici verso la società.

soldato calcia dimostrante

Normalmente in una democrazia il popolo detiene la sovranità ed esercita il suo potere attraverso i rappresentanti eletti. Ma in uno stato come il Togo non si può parlare di elezioni libere e trasparenti. In Togo si osservano irregolarità di natura tale che dovrebbero mettere in discussione i risultati definitivi, cosa che non accade. Il popolo ha solo l’illusione di esercitare la sovranità, che invece viene esercitata da altri.

In Togo, come per altro accade spesso in Africa, le élite politiche quando sono all’opposizione fanno discorsi repubblicani, ma una volta al potere si comportano come monarchi.

Albert Galmot Akori

 

Comore: si vota per eleggere il parlamento in una situazione politica sempre più instabile

1

Speciale Africa-ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 21 febbraio 2015

Secondo turno delle elezioni legislative nelle Isole Comore domani. Al vaglio degli elettori i due partiti principali: Juwa (sole, opposizione) quello di Ahmed Abdallah Mohamed Sambi (il precedente presidente della confederazione), e UPCD (Union pour le développement des Comores), quello al potere, dell’attuale capo dello Statp, Ikililou Dhoinine. Tre deputati sono già stati eletti al primo turno. Due nell’isola di Mohéli. del partito al potere, un altro sull’Isola Grande Comore, dell’opposizione Juwa. Inoltre si eleggeranno i sindaci, per la prima volta a suffragio universale.

La prima tornata elettorale ha avuto luogo il 25 gennaio scorso e, secondo gli osservatori de la Commission Électorale Nationale Indépendante (CENI), si è svolta in modo regolare e pacifico. La commissione ha elogiato la forte determinazione di tutti partiti di voler combattere la corruzione e l’utilizzo di beni pubblici a fini elettorali. L’affluenza alle urne è stata leggermente al di sopra del 60 percento.

Abdhallah Sambi

Per questa seconda giornata, il presidente dell’Unione africana (UA) Nkosazana Dlamini-Zuma, ha autorizzato l’invio di osservatori, capeggiati da Jean Omer Beriziky, l’ex presidente del governo di transizione del Mozambico. Il team è arrivato nel Paese il 17 febbraio 2015 e ci resterà fino al 27 febbraio per controllare sia il periodo pre sia il  post elettorale.

Il risultato di queste elezioni sarà indicativo per le presidenziali, che si svolgeranno nel 2016.

L’ex-presidente Sambi, “l’uomo dal turbante verde”, come viene chiamato qui, spera di ritornare al potere. I suoi avversari lo accusano di “giocare con il fuoco” e di andare contro l’unità nazionale e la Costituzione. Il potente ministro delle finanze, Mohamed Ali Soilihi, che potrebbe essere anche uno dei suoi maggiori avversari l’anno venturo, è molto preoccupato della situazione politica che potrebbe dover affrontare nel caso dovesse trovarsi in parlamento una maggioranza del partito Juwa. “Sarà difficile portare a termine questa legislatura, figuriamoci con una maggioranza dell’opposizione”.
Il risultato delle elezioni sono attese per martedì o mercoledì, salvo ricorsi.

Non è facile votare nelle isole Comore. Bisogna presentarsi alle urne in Sahri (le donne) e il djallabia e  il kofie (la cuffietta tonda sul capo), gli uomini. Tutti gli iscritti devono votare due volte: scegliere il proprio deputato e il rappresentante insulare; inoltre indichare anche la preferenza per  il consigliere municipale.

mappa

La Repubblica Federale islamica delle isole delle Comore è uno Stato insulare che si trova nell’estremità settentrionale del Canale del Mozambico, nell’Oceano Indiano. E’ composto da tre isole, Grandi Comore, Mohéli e Anjouan, che hanno ottenuto l’indipendenza dalla Francia nel 1975. La quarta isola, Mayotte, ha sempre rifiutato di far parte della Repubblica Federale Islamica ed è rimasta fedele alla Francia, cioè territorio d’oltremare.

La stabilità politica delle Comore è fragile. Dal giorno dell’indipendenza ad oggi ci sono stati una ventina di tentati colpi di Stato. Il più famoso quello del 1975, poche settimane dopo l’indipendenza. I golpisti, che rovesciarono il presidente Ahmed Abdallah, erano assistiti dai mercenari guidati dal colonnello francese Bob Denard. Dal 1997 al 2001 le isole Mohéli e Anjouan si erano separate dalla Grande Comore, dove si trova anche la capitale Moroni. Solo grazie all’intervento della comunità internazionale e alla promessa di una nuova costituzione che garantisse larga autonomia, le tre isole si sono ricongiunte in una confederazione.

comoros-islands-beach

Gli abitanti vivono in un paradiso terreste ma sono tra i più poveri del mondo. L’economia si basa sull’esportazione di chiodi di garofano, vaniglia e qualche altra spezia profumata. Nell’arcipelago si sopravvive grazie alle rimesse di parenti e amici che lavorano in Francia o in Mozambico.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Nella foto il leader islamico Abdallah Sambi arringa la folla a un comizio  

Stato Islamico, un nuovo attore sul palcoscenico della Libia

0

Dalla caduta del colonnello Gheddafi nel 2011,
in Libia è in corso una guerra civile permanente
che i vari governi di transizione
e i negoziati promossi dalle Nazioni Unite non sono riusciti a placare.
Il vuoto creato dalla rivoluzione
ha favorito l’ideologia
islamista, importata dai combattenti jihadisti
provenienti dalla Siria e dall’Iraq.

Africa ExPress
Roma, 20 febbraio 2014

Sin dal mese di settembre del 2014 sono arrivate le prime segnalazioni sulla presenza dello Stato Islamico nella caotica situazione in Libia, o meglio durante gli scontri tra le milizie filo governative di Tobruk e quelle jihadiste di Tripoli.

Dopo la conquista della città di Derna, i miliziani dell’Is e il gruppo Ansar al Sharia hanno suggellato la loro alleanza sferrando un attacco – dopo quello più eclatante all’Hotel Corinthia di Tripoli del 27 gennaio – all’impianto petrolifero della Total nella regione di al Jafra, a sud della città di Sirte.

appesi a pick upDurante l’attacco del 4 febbraio al campo di al Mabrouk sono state uccise almeno 13 persone, tra guardie libiche e operai di diverse nazionalità, anche se l’impianto era stato chiuso sin dal mese di dicembre del 2014 per motivi di sicurezza (potenzialmente è in grado di fornire una produzione giornaliera di quasi 50.000 barili di petrolio).

In effetti, lo Stato Islamico si è sempre distinto dalle altre formazioni jihadiste per una strategia più efficace, come la ricerca di obiettivi concreti, la conquista delle fonti di potenziale ricchezza e uno stretto controllo dei territori occupati, senza contare l’indiscussa capacità di stringere alleanze strategiche (in Libia, i sostenitori del Califfo stanno oggi cercando di garantirsi i finanziamenti necessari, da una parte il petrolio, dall’altra i sequestri di persona e il business del traffico di essere umani).

Secondo Aref Ali Nayed, ambasciatore libico presso gli Emirati Arabi Uniti e consigliere del premier Abdullah al Thani, i risultati sono arrivati in poco tempo: “ogni momento che passa Isis è più forte, e commette atrocità ovunque […] dopo aver messo piede in Libia nella città di Derna, lo Stato Islamico controlla sette centri urbani, puntando ad estendere i territori di conquista per trasformare il territorio in una piattaforma da dove lanciare attacchi contro l’Europa”.

mitragliatrice su camionetta

Le due istituzioni libiche che si combattano da anni attraverso le varie milizie – il governo e il parlamento di Tobruk, frutto delle elezioni di giugno del 2014, riconosciuti dalla comunità internazionale ma sconfessati dalla Corte costituzionale e con il premier Adullah al Thani, e il governo e il parlamento di Tripoli, riesumati dai jihadisti dalla vecchia Assemblea Transitoria con il premier Omar al Hassi – devono oggi fare i conti con questo nuovo attore, pronto a sfruttare l’assenza di strutture dello Stato, la presenza incontrollata di armi e l’estrema porosità dei confini, senza contare le risorse sia naturali che finanziarie che la Libia può offrire.

Luogo di transito e addestramento per i terroristi, il paese è stato da anni la tappa intermedia ideale per i jihadisti intenzionati ad entrare in Turchia per raggiungere la Siria. Nel mese di ottobre del 2014, l’esercito regolare libico aveva già individuato campi di addestramento allestiti dallo Stato Islamico per combattenti stranieri (non solo a Derna, ma anche nella zona di Sirte e di Misurata). Nelle regioni meridionali, invece, sono state individuate altre basi logistiche per combattenti integralisti, ma in questo caso di diversa matrice, o meglio per i combattenti impegnati in Mali.

miliziano mascherato

L’avanzata dello Stato Islamico sembra inarrestabile. Il 12 febbraio i miliziani arrivano nel porto di Sirte, prendono il controllo della televisione governativa – ma anche di due radio locali, Radio Syrte” e “Mekmedas” – e trasmettono i rassicuranti proclami del califfo Abu Bakr al Baghdadi e i versetti del Corano. Inoltre, lanciano anche un ultimatum alle milizie filo-islamiche che controllano parte della città portuale, le stesse che operano a Tripoli con un governo parallelo molto vicino alla Fratellanza Mussulmana: “Le forze di Fajr Libya hanno tempo fino a domenica per lasciare Sirte”.

Contemporaneamente, i miliziani di Is si spingono verso il confine con la Tunisia, nella città costiera di Surman, e distribuiscono volantini con le indicazioni che devono osservare le donne, minacciando il ricorso alle armi per chi non si adegua immediatamente (il generale Khalifa Haftar, oggi al comando di interi reparti dell’esercito, ha comunque provato ad attaccare i jihadisti dell’Is a Derna ma senza successo).

In Libia agisce una galassia di gruppi jihadisti vicini a al Qaida: gli uomini di Ansar al Sharia, attivi a Derna e a Bengasi con il leader Sufyan ben Qumu, detenuto prima nel carcere di Guantanamo e poi in una prigione libica. Nella capitale sono operativi anche l’Esercito dei Mujaheddin, la Brigata Rafallah al Sahati e la Brigata dei Martiri del 17 Febbraio (tutti i miliziani hanno già giurato fedeltà ad al Baghdadi). Gli altri gruppi qaedisti sono Aqmi e el Muwaqiin bi Dam. Il primo è “al Qaida nel Maghreb Islamico”, nato in Algeria come evoluzione del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento, e il secondo è “Coloro che firmano con il sangue”, guidato dal temibile Mokhtar Belmokhtar (entrambi i gruppi sono operativi in Cirenaica e nel Fezzan).

In sintesi, in Tripolitania agiscono le milizie islamiste alleate al governo di Tripoli (Alba Libica e Misurata), mentre in Cirenaica sono di casa le milizie jihadiste di ispirazione salafita, come Ansar al Sharia e oggi anche lo Stato Islamico.

Cannone

A Tobruk operaagiscono le forze armate del generale Khalifa Haftar, vagamente laiche, alleate dell’Egitto e tenute in considerazione dalla comunità internazionale.

Infine, nella regione meridionale del Fezzan domina la logica delle realtà tribali, con la presenza di Taureg (che sostengono Misurata), di Tebu (alleati del generale Haftar) e di Amazigh, al momento non schierati. Si tratta di un’area estremamente vasta – al confine con l’Algeria e la Tunisia – dove si trovano alcuni dei giacimenti petroliferi più grandi del paese

Al momento, l’avanzata dello Stato Islamico sembra orientarsi verso Misurata e la capitale, ma ad altre forze collegate potrebbe essere lasciato il compito di penetrare nelle regioni meridionali, proprio come sembra che abbia intenzione di fare Boko Haram.

Africa ExPress

Repubblica Centrafricana nel caos, massacri e violenze in vista delle elezioni in agosto. Ma si terranno davvero?

0

Speciale per Africa-ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 18 febbraio 2015

Non si placa l’ondata di violenza nella Repubblica centrafricana, malgrado la massiccia presenza dei caschi blu, il cui compito principale è quello di disarmare i gruppi ribelli. All’inizio di febbraio sono stati attaccati sei villaggi a Kaga Bandoro (prefettura di Nana-Gribizi) da un gruppo di pastori fulani armati, appartenenti all’etnia Mbarara, che popolano Kabo, una regione del nord. Sono venuti con le loro mandrie, che hanno distrutto tutte le coltivazioni. Hanno ucciso almeno tre persone, molte altre sono state ferite.  Gli abitanti in fuga dalle violenze, hanno raccontato: “Sono venuti per vendicare i loro parenti uccisi dagli anti-balaka (prevalentemente cristiani)”.

attacco a soldato

La regione di Kaga Bandoro è stata teatro in passato di violenti scontri tra anti-balaka e Seleka (miliziani prevalentemente musulmani). Tuttora è la base di un migliaio di ex-Séléka sotto il commando di Nourredine Adam, numero due dell’ex-coalizione e vicino a Michel Djotodia, costretto alle dimissioni nel gennaio 2014.

Nuovi scontri anche a Bangui, la capitale della Repubblica Centrafricana: sabato 14 febbraio sono state uccise due persone di religione islamica. Nel quartiere musulmano PK5 si sono sentiti spari sporadici anche domenica. I controlli attorno al quartiere sono stati rafforzati.

L’imam Oumar Kobine Layama, presidente della comunità islamica del Centrafrica (CICA) ha precisato: “Chiediamo agli anti-balaka e ai musulmani che hanno rinunciato alla violenza , di unire le loro forze per smascherare gli autori di questi delitti. Anche il governo di assumersi le sue responsabilità e far sì che gli autori di questi atti criminali vengano arrestati. Occorre fare giustizia”.

Donne profughe HRW

Le prossime elezioni dovrebbero svolgersi in agosto di quest’anno e proprio per questo il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon chiederà al Consiglio di Sicurezza di approvare l’invio nel Paese di altri 1030 caschi blu (750 militari e 280 poliziotti). Da settembre 2014 la missione dell’ONU MINUSCA (United Nations Multidimensional Integrated  Stabilization Mission in the Central African Republic) è presente con un contingente di 11.070 uomini, “Ma – sottolinea Ban Ki-moon –  la situazione è ancora molto fragile e gli scontri tra gli anti-balaka e gli ex-Séléka non si arrestano. Molti musulmani vengono ancora minacciati e perseguitati dagli anti-balaka. Le condizioni umanitarie sono disperate. In molti sono costretti a fuggire dalle loro abitazioni, dai loro villaggi”. La missione MINUSCA deve avere una nuova autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza il prossimo aprile.

Il generale Babacar Gaye, capo di MINUSCA e rappresentante speciale del segretario generale dell’ONU nell’ex colonia francese, ha spiegato durante l’assemblea annuale dell’Unione Africana ad Addis Abeba a fine gennaio: “Le consultazioni popolari in vista delle prossime elezioni proseguono abbastanza bene, malgrado le sacche di violenza ancora presenti, notevolmente ridotte, grazie alla presenza massiccia delle forze internazionali. MINUSCA continuerà a proteggere il processo democratico, affinché ogni cittadino possa essere libero di esprimere la propria opinione e che essa venga presa nella dovuta considerazione come previsto dal Forum di Bangui”.

Rispetto a qualche mese fa, la situazione generale nella Repubblica Centrafricana è leggermente migliorata; resta il fatto che ora la rabbia è esplosa anche nei confronti di cittadini stranieri. Infatti, in gennaio una cooperante francese e un’impiegata dell’ONU sono state rapite da militanti anti-balaka. L’Eliseo, tramite la sua ambasciata a Bangui, ha diramato un appello nel quale chiede di evitare movimenti se non strettamente necessari. Nel comunicato si legge inoltre: “Mai spostarsi da soli, specie di notte; mai andare nei quartieri nr. 4, 5 e 8”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Spente le TV private in Kenya: resta solo la voce del governo. A casa 200 giornalisti

0

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 17 febbraio 2015

La maggior parte dei kenioti dallo scorso week end non vede più la televisione. Il governo ha deciso di rendere operativa la migrazione dall’analgico al digitale con il risultato che la maggior parte delle stazioni televisive private ha dovuto interrompere le trasmissioni. Continuano regolarmente con i loro programmi la Kenyan Broadcasting Corporation (KBC, come la Rai gestita dalla politica e quindi con poco prestigio e autorevolezza) e K24 (canale all news appartenente alla famiglia del presidente Uhuru Kenyatta).

Dn+Digital+Migration+1402+h.JPG

Hanno visto invece i loro impianti smantellati e confiscati dalla polizia sabato notte la Kenya Television Network (KTN del gruppo editoriale Standard), la Nation TV e la QTV (del gruppo Nation appartenente all’Aga Khan, la seconda trasmette in swahili) e la Citizen TV. Oltre 200 tra giornalisti e operatori, rischiano così di perdere il postondilavoro, vittime di un braccio di ferro tra gruppi editoriali da una parte e l’autorità delle comunicazioni che ha deciso di bloccare tutte le trasmissioni in analogico.

ntvGli editori televisivi si sono rivolti ai giudici per ottenere un rinvio di tre mesi del passaggio dall’analogico al digitale, sostenendo che le apparecchiature necessarie alla migrazione, ordinate all’estero non sono ancora arrivate il Kenya, ma hanno avuto torto.

In realtà in Kenya esistono due piattaforme che potrebbero trasmettere in digitale e sono a disposizione delle stazioni che lo chiedono. Una appartiene al governo la Signet e la PANG, Pan African Network Group di proprietà cinese.

La sensazione è che la cocciutaggine con cui si è impedito di prorogare il termine di tre mesi per la migrazione, nasconda la precisa volontà di mettere il bavaglio alla stampa e soprattutto alle televisioni private molto critiche con il governo del presidente Kenyatta. Kenyatta, per altro ha evitato in questi giorni di prendere una posizione sulla vicenda e di giocare quel ruolo di arbitro che gli è stato chiesto da più parti.

ktn

Oggi in Kenya chi vuole avere notizie non controllate dal governo deve abbonarsi alla pay tv satellitare che trasmette canali di prestigio come BBC, Al Jazeera, CNN o France 24, i cui canone è spesso proibitivo. Sul satellite si trova anche un canale RAI (RAI Italia) assolutamente anacronistico già che ha una programmazione fatta di vecchi filmati che pochi italiani guardano con interesse.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Nella foto lo studio vuoto di Nation TV ieri

I terroristi di Boko Haram attaccano in Ciad ma vengono respinti dall’esercito di N’Djamena

1

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 14 febbraio 2015

Il villaggio di Ngoubona nel Ciad è stato assalito dai Boko Haram venerdì 13 febbraio. Una trentina di militanti,  armati fino ai denti, a bordo di 4 motoscafi, hanno attraversato il lago Ciad, che traccia il confine tra i due Paesi;   oltre agli abitanti, il villaggio ospita molti profughi nigeriani, che si sono rifugiati lì all’inizio di gennaio (http://www.africa-express.info/2015/01/16/ammazzati-bambini-donne-partorienti-e-le-foto-agghiaccianti-della-distruzione-provocata-dai-boko-haram/).

I sanguinari miliziani hanno dato fuoco a molte case e attaccato la locale stazione di polizia. Parecchi i morti: oltre ad un poliziotto e un leader locale, sono stati ammazzati sette civili, tra cui una donna, bruciata viva nella sua casa. “Hanno persino ucciso le nostre capre”, ha riferito un testimone oculare.

Colonna

L’esercito del Ciad è intervenuto prontamente, respingendo i terroristi. Due di loro sono stati uccisi, le loro imbarcazioni bruciate. In seguito sono continuati i controlli a tappeto in tutta la zona. Ora si cercano cellule dormienti, soprattutto sugli isolotti del lago Ciad. I soldati ciadiani sono molto ben addestrati, inoltre, truppe francesi presenti nel Paese (Missione Berkhane) fornisce loro intelligence e supporto logistico.

Il generale Bayana Gossingar, governatore della Regione dei laghi ha annunciato: “Volevano farsi un po’ di pubblicità; hanno pensato di poter entrare nel nostro Paese indisturbati”.

Il portavoce dell’UNHCR di Ginevra, Adrian Edwards, ha commentato: “Gli abitanti e i rifugiati nigeriani hanno paura di restare ora a Ngoubona. Un camion di un’organizzazione umanitaria ciadiana è stato attaccato mentre trasportava i fuggitivi”.

Sembra che non si tratti della prima aggressione nel Ciad. Qualche settimana fa i Boko Haram avrebbero attaccato il villaggio di Kanatrom, uccidendo tre persone. Il fatto è venuto alla luce solamente venerdì scorso.

pattuglkie

Sabato scorso 14 febbraio i militanti islamici hanno tentato una nuova offensiva attaccando Gombe, città nigeriana capitale dello Stato del Gombe, nel Nord-est del Paese, ma l’esercito con il supporto di un aereo da combattimento, li ha respinti, obbligandoli a ritornare nello Stato del Borno.

Testimoni oculari hanno riferito ai reporter della BBC che i terroristi si sarebbero dapprima inoltrati nel villaggio di Dadin Kowa, che dista 40 chilometri da Gombe. Gli abitanti, al loro arrivo, sono scappati nelle campagne e nelle colline vicine e hanno dato l’allarme.

Tutte le strade intorno alla capitale dello Stato sono state bloccate ed è stato imposto un coprifuoco di 24 ore. In passato ci sono stati alcuni attacchi suicidi, ma è la prima volta che i Boko Haram hanno tentato un’offensiva in questo Stato della Nigeria.

Altri testimoni oculari hanno riferito che i terroristi hanno intimato alla popolazione di non andare a votare. Le elezioni presidenziali avrebbero dovuto tenersi il giorno di San Valentino, ma sono state posticipate di tre settimane anche a causa dei possibili attacchi minacciati da Boko Haram (http://www.africa-express.info/2015/02/08/caos-nellorganizzazione-e-minacce-dai-boko-haram-saltano-nigeria-le-presidenziali/)

BN-GY429_chad02_P_20150213064847

Domenica, 15 febbraio, una kamikaze donna si è fatta esplodere a Dumataru, capitale dello Stato dello Yobe, davanti ad un’affollata stazione di pullman. Sette persone sono rimaste uccise, i feriti sarebbero una trentina, ha dichiarato una fonte della polizia locale. Secondo una prima ricostruzione, la giovane sarebbe giunta sul luogo a bordo di un’automobile. Una volta scesa, si sarebbe diretta a piedi verso una drogheria, situata alla fine del terminal e lì si sarebbe fatta esplodere.

Durante l’ultima assemblea dell’Unione Africana (UA), tenutasi ad Addis Abeba a fine gennaio,  è stato deciso l’invio di 7500 uomini per combattere i terroristi di Boko Haram. Anche il segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon appoggia questa iniziativa e persino l’Iran e gli USA hanno promesso il loro aiuto tecnico e logistico.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Ordine ai soldati sudanesi: ”Stuprate tutte le donne di quel villaggio in Darfur”

1

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 14 febbraio 2015

Emergono altri terribili dettagli sugli stupri di massa perpetrati dall’esercito sudanese nel villaggio di Tabit, in Darfur, a fine ottobre dell’anno scorso. Li ha rivelati l’organizzazione Human Rights Watch in un rapporto di 48 pagine (http://www.hrw.org/node/132716/) pubblicato qualche giorno fa. A Tabit in 36 ore, a cominciare dalla sera del 30 ottobre 2014, 221 donne e ragazze sono state violentate dai soldati. “Si è trattato di attacchi sistematici contro la popolazione civile, crimini contro l’umanità – accusa l’organizzazione per la difesa dei diritti umani – se ne deve occupare il Tribunale Penale Internazionale mentre le Nazioni Unite e l’Unione Africana devono intraprendere immediatamente passi per proteggere i civili della città contro futuri attacchi”.

sudan_darfur_girl_rape_-_ron_haviv_vii_photoIl governo sudanese aveva smentito gli atti di violenza e aveva inviato sul posto un team investigativo che aveva concluso negando l’evidenza. L’Onu, che in un primo tempo aveva anch’esso sposato la tesi governativa, dopo forti pressioni internazionali (e soprattutto dopo testimonianze precise) aveva deciso di riaprire il caso ma Khartoum aveva impedito agli investigatori di indagare senza il controllo delle autorità.

Human Rights Watch insiste con la sua richiesta formulata all’indomani dell’attacco: “I sudanesi devono smetterla di negare l’evidenza e permettere all’ONU e ai suoi investigatori di indagare”, ha spiegato Daniel Bekele, direttore dell’ufficio Africa di Human Rights Watch.

Le prime informazioni sugli stupri di massa sono state diffuse il 2 novembre da Radio Dabanga, un’emittente a onde corte che trasmette dall’Olanda. Dopo le prime richieste dell’ONU rivolte al governo per permettere agli investigatori di indagare, il team di delle Nazioni Unite aveva potuto raggiungere Tabit solo il 9 novembre. Ma non era stato libero di porre domande giacché le interviste con la popolazione erano strettamente controllate dalla polizia politica sudanese.

donne tabit

Tra novembre e dicembre Human Right Watch ha parlato, al telefono per l’impossibilità di recarsi sul posto, con una cinquantina di testimoni e vittime dell’ondata di violenza e il quadro che ne è uscito è impressionante. Altri colloqui sono avvenuti con funzionari dell’ONU della missione UNAMID  (United Nations Africa Union Hybrid Mission in Darfur) altri addirittura con impiegati del governo. Incrociando testimonianze e racconti è stato possibile verificare la veridicità di quanto accaduto a Tabit in quelle maledette 36 ore. Il villaggio è abitato da gente della tribù Fur ed è stato controllato per anni dai ribelli darfuriani. Al momento dell’attacco però non c’era neppure l’ombra dei guerriglieri.

L’esercito sudanese è intervenuto tre volte con tre diversi attacchi. I soldati sono andati casa per casa: hanno saccheggiato proprietà, arrestato e picchiato gli uomini e violentato le donne e la ragazze nelle loro case. HRW ha potuto documentare 27 casi di  stupro e raccolto informazioni assai credibili su altri.

Terribile e sconvolgente la testimonianza di due soldati che hanno disertato: “Prima dell’attacco i nostri ufficiali ci hanno ordinato di entrare nelle case e stuprare più donne possibile”.

donne tabit 4

Una donna sulla quarantina ha raccontato l’attacco contro di lei e le sue tre figlie, due delle quali sotto gli 11 anni: “Hanno fatto irruzione e urlato: ‘Voi avete ucciso i nostri uomini. Ora vi facciamo vedere cos’è il vero inferno’. Ci hanno picchiato, seviziato e infine violentato una ad una”. Stessa scena è stata raccontata in altre case. I soldati cacciavano vestiti nella bocca delle ragazze per non farle urlare.

Una delle due notti gli uomini sono stati portati fuori dal villaggio e picchiati mentre le donne sono state lasciate nelle capanne indifese dagli attacchi dei militari.

 

Subito dopo gli stupri di massa e la denuncia di Radio Dabanga il governo sudanese ha bloccato le inchieste delle Nazioni Unite. Gli abitanti di Tabit sono stati intimiditi e minacciati: se avessero parlato e raccontato i fatti i soldati sarebbero tornati a ammazzato tutti.

Human Rights Watch ha accertato che diverse persone che avevano raccontato lo spaventoso attacco sono state torturate per evitare che continuassero a parlare. Alcuni di loro sono scappati e hanno trovato rifugio in un campo profughi fuori da Sudan e si sono decisi a rivelare nuovi dettagli.

donne tabit 3Quello di Tabit non sembra essere un episodio isolato, ma piuttosto parte di una strategia precisa di annientamento delle popolazioni darfuriane. La regione, sebbene i media non ne parlino quasi più, è lontana dall’essere pacificata. Il governo ha sostituito i terribili janjaweed (milizie irregolari arabe chiamate “diavoli a cavallo” il cui compito era quello di attaccare i villaggi, bruciarli, uccidere gli uomini, rapire i bambini e violentare le donne) con le Rapid Support Forces (RSF) che, secondo quanto riportato dal panel di esperti dell’ONU che investigano per conto del Consiglio di Sicurezza nel 2014 hanno bruciato più o meno 3000 villaggi. Sempre secondo le Nazioni Unite nel 2014 almeno mezzo milione di persone sono state costrette a scappare nei campi di rifugiati e settanta mila solo nelle prime tre settimane di gennaio.

Lo stupro come arma da guerra è stata recentemente documentata in diverse occasioni da Human Rights Watch, non solo in Darfur, ma anche in altre regioni del Sudan, Blue Nile e in Sud Kordofan. HRW ha chiesto l’intervento immediato dalla Corte Penale Internazionale che ha minacciato di sospendere tutte le indagini in Sudan per mancanza di qualunque cooperazione da parte del governo. D’altro canto sul capo del presidente sudanese Omar Al Bashir e di altri cinque alti dirigenti del Paese, pende un mandato di cattura emesso dalla Corte per crimini di guerra, crimini contro l’umanità (compresi gli stupri di massa) e genocidio proprio per le violenze commesse in Darfur.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Riscatto pagato: libero in Centrafrica il ministro rapito in gennaio

0

Africa ExPress
13 febbraio 2015

E’ stato liberato nella notte tra martedì e mercoledì  Armel Ningatoloum Sayo, ministro dello sport della Repubblica Centrafricana. Sayo era stato rapito il 25 gennaio 2015 da un gruppo di uomini armati del gruppo anti-balaka (per lo più cristiani) e tenuto prigioniero per 16 giorni. Le trattative, svolte dal ministro degli interni, Raymond Ndougou, e dall’arcivescovo di Bangui, Dieudonne Nzapalaing, si sono protratte per oltre dieci giorni perché il riscatto richiesto è stato ritenuto troppo elevato: 4,5 milioni di franchi CFA più o meno 7 mila euro.

linciaggio

Inoltre, sembra che alcuni elementi degli anti-balaka avrebbero chiesto anche la nomina di nuovi rappresentanti governativi della loro coalizione. E’ la prima volta che un membro del governo della Repubblica Centrafricana viene sequestrato.

In gennaio gli anti-balaka hanno rapito anche  un’operatrice umanitaria francese insieme ad un collega centrafricano, rilasciati dopo sei giorni, e una collaboratrice  di MINUSCA (Missione dell’ONU nella Repubblica centrafricana) liberata dopo poche ore.

Africa ExPress