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La notte infinita del Medio Oriente

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 8 aprile 2026 È...
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Pronto il trattato di pace in Mali, ma i tuareg non lo firmano

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 4 marzo 2015

La pace stenta a decollare in Mali. Domenica scorsa è stato presentato ad Algeri il documento che avrebbe dovuto sancire la fine delle ostilità e la riconciliazione tra i tuareg e le diverse popolazioni arabe del nord (e le diverse fazioni che li rappresentano) e il governo centrale. Avrebbe dovuto essere firmato all’unanimità, almeno nelle intenzioni del ministro degli esteri algerino Ramtane Lamamra, ma non è andata così. I gruppi ribelli hanno sostenuto che il documento non concedeva loro l’autonomia richiesta e così si sono rifiutati di sottoscriverlo.

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Ad Algeri c’erano tutti: l’Algeria, capofila dei mediatori, rappresentanti dell’ECOWAS, la Comunità Economica dell’Africa occidentale, dell’Unione Africana, delle Nazioni Unite, dell’Unione europea, dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC), del Burkina Faso, della Mauritania, del Niger e del Ciad.  Presenti anche il governo maliano e i vari gruppi armati e politici: il Movimento Arabo dell’Azawad (MAA), Coordinamento per il Popolo dell’Azawad (CPA), la Coalizione dei Movimenti e Fronti per la Resistenza Patriottica (CM-FPR), Movimento Nazionale per la liberazione dell’Azawad (MNLA), Alto Consiglio per l’unità dell’Azawad (HCUA) e il Movimento Arabo per l’Azawad (dissidenti). L’Azawad è quella regione Sahariana nel Nord del Mali che i tuareg rivendicano come loro patria.

Ramtane Lamamra, ha sottolineato durante il suo discorso d’apertura alla cerimonia di domenica: “Questa è una giornata storica, frutto di lunghe trattative, iniziate nel luglio 2014. Il documento che sarà firmato oggi, apre prospettive di un futuro migliore per tutti maliani. E’ un importante passo verso la pace e la riconciliazione”. Peccato che il ministro algerino si sia scordato di specificare che Bilal Ag-Acherif, rappresentante dell’MNLA,  e altri leader dei gruppi e delle popolazioni, soprattutto tuareg, che lo abitanodell’Azawad si siano rifiutati, per ora , di apporre la propria firma allo storico documento. Dalla vigilia Ag-Acherif aveva chiesto “un ritardo ragionevole”.

La richiesta era stata fatta con la massima gentilezza, ed è stata provocata, probabilmente, dalle pressioni esercitate da chi è contrario alla sigla del trattato di pace. Purtroppo il testo del  documento non menziona alcuna prospettiva di autonomia per il nord del Mali, tanto meno di un eventuale rapporto federale con i territori settentrionali.

MNLA

Il “documento di Algeri” propone più poteri per il nord, ma sempre nell’ambito di uno stato unitario, una forza di sicurezza regionale e uno speciale piano di sviluppo, ma lascia ancora aperta la questione dell’identità politica dell’Azawad e delle popolazioni tuareg che lo abitano.

Mohamed Ould Mauoloud Ramadan, rappresentante di uno dei gruppi ribelli ha spiegato: “Non possiamo firmare oggi, abbiamo ancora alcune riserve: vogliamo uno statuto speciale per l’Azawad”.
Il governo maliano e i mediatori internazionali auspicano che il documento possa essere siglato definitivamente entro la fine di questo mese, ma le prospettive non sono rosee. Infatti mentre era in corso la cerimonia in Algeria, centinaia di persone hanno protestato a Kidal, nel nord del Mali, forse la città più importante dell’Azawad, contro il trattato di pace, definendolo  “la pagliacciata di Algeri”

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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© RIPRODUZIONE RISERVATA

Il sanguinario dittatore Obiang in visita dal Papa e intanto tiene in galera Roberto Berardi

 


Nella foto in alto  Ramtane Lamamra firma il trattato

 

La Corte costituzionale del Kenya boccia la legge antiterrrismo

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 23 febbraio 2015

La Corte costituzionale del Kenya ha annullato otto clausole della controversa legge antiterrorismo che era stata approvata dal parlamento nel dicembre scorso. In particolare sono state cancellate quelle norme che mettevano il bavaglio alla stampa e che fissava a 150 mila il numero dei richiedenti asilo nel Paese.

Sono invece state considerate costituzionali altre norme come quella che autorizza la polizia a effettuare operazioni coperte o quella che consente di tenere in stato di arresto per più di 24 ore e senza formulare accuse precise, chiunque sia sospettato di terrorismo.

Arredstato

Il governo aveva sostenuto quella legge, necessaria per combattere le attività sovversive degli shebab, gli islamisti somali legati ad Al Qaeda, che nel settembre 2013 hanno colpito al cuore il Kenya e la sua capitale Nairobi con l’assalto al centro commerciale Westgate. Ufficialmente i morti furono “solo” 67, mentre, a detta degli esperti, se ne contarono molti di più.

L’opposizione del CORD (Coalition for Reform and Democracy), guidata da Raila Odinga, aveva contestato la legge, sostenendo che violasse le libertà civili fondamentali, cardine del sistema democratico in Kenya. Odinga si è congratulato con la Corte: “Ha impedito che il Kenya diventasse uno Stato di polizia”. In particolare Odinga ha apprezzato la cancellazione delle norme sull’informazione. I giudici “hanno rispettato il principio della libertà di stampa che non può essere violato per nessun motivo”.

Arrestato 2

Tra l’altro la decisione della Corte cade in un momento in cui in Kenya sono state cancellate tutte le televisioni private chiuse perché non hanno adeguato le apparecchiature e non sono riuscite a passare dall’analogico al digitale alla data prevista la settimana scorsa.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Ebola colpisce ancora: il vicepresidente della Sierra Leone in quarantena

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 2 marzo 2015

Il vicepresidente della Sierra Leone, Samuel Sam-Sumana, ha deciso di autosospendersi in quarantena per 21 giorni, cioè di non entrare in contatto con nessuno, dopo la morte per ebola della sua guardia del corpo.. Un esempio importante. Molte persone, infatti, nei Paesi flagellati dal terribile, invisibile killer, vuoi per paura vuoi per vergogna, evitano di segnalare di essere a rischio ebola. Eppure se si autodenunciassero e si sottoponessero ai test prima della comparsa dei sintomi, potrebbero impedire il continuo diffondersi della malattia. Anche lo staff del vicepresidente è stato sottoposto a quarantena.

trasporto cadavere

Verso la fine dello scorso anno e l’inizio del 2015 ebola aveva leggermente rallentato la sua folle corsa. Infatti in Liberia è stato tolto il coprifuoco, sono state riaperte la maggior parte delle scuole, naturalmente con le dovute precauzioni: all’entrata viene misurata la temperatura agli alunni ed ognuno di loro deve disinfettarsi le mani.

Durante un meeting tenutosi a metà febbraio a Conakry, la capitale della Guinea, i capi di Stato dei tre Paesi maggiormente colpiti da ebola, Ellen Johnson Sirleaf, (Liberia),  Alpha Conde  (Liberia) e  Ernest Bai Koroma (Sierra Leone) hanno espresso con determinazione di voler sconfiggere l’epidemia entro 60 giorni.

Samuel Sam-Sumana

Purtroppo nell’ultima settimana di febbraio c’è stato un incremento dei contagi, si sono registrati  nuovi casi: 35 in Guinea e 63 nella sola Sierra Leone.

Un intero villaggio di cinquecento anime, che si trova alle porte della città di Makeni, è stato messo in quarantena dall’esercito: 31 persone sono state infettate da un uomo che, scappato dalla quarantena a Freetown, si è recato nel suo villaggio d’origine per sottoporsi alle cure di un guaritore tradizionale. Molti dei residenti sono pescatori e l’area sottoposta a quarantena si trova a poca distanza da un albergo dove risiedono molti operatori sanitari di organizzazioni internazionali.

questuante

Bill Boyes, portavoce dell’ International Medical Corps (IMC) ha riferito : “Nel giro di pochissimi giorni abbiamo dovuto ricoverare cinquanta persone. Per ora i casi confermati sono trentuno!”. Tutto ciò, perché una sola persona, pur sapendo di essere ammalata, è scappata, si è sottratta alla quarantena e alle cure.  L’uomo è deceduto il giorno dopo il suo arrivo nel villaggio. Il guaritore e i parenti stretti si sono ammalati nel giro di pochi giorni, perché le cure tradizionali implicano il contatto fisico diretto con il malato: bisogna lavarlo, toccarlo, cospargerlo di unguenti.

mappa

L’epidemia è ormai scomparsa dalle prime pagine dei giornali, ciò non significa che sia sconfitta. La situazione attuale è la seguente: 9.675 persone sono decedute, mentre 23.825 hanno contratto il terribile virus killer. Questi sono gli ultimi dati ufficiali riportati dall’Organizzazione mondiale della salute, quelli effettivi sono certamente di più.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Concorso in tutte le scuole del mondo (anche africane) di lettura dantesca

Paola Garifi
Milano, 1° marzo 2015

Rileggere i versi di Dante ai giorni nostri e con l’ausilio dei nuovi media, per riscoprire l’attualità della Divina Commedia e la sua capacità immutata di parlare a tutte le generazioni. E’ questo l’intento del premio di Lettura Dantesca promosso da Loescher editore e dall’Accademia della Crusca per il terzo anno consecutivo. L’edizione 2015 del premio “La Selva, il Monte, le Stelle” apre le porte alle scuole di tutto il mondo, rivolgendosi per la prima volta anche a chi studia italiano all’estero.

Negli ultimi anni si è registrata una presenza sempre più importante della lingua italiana in Africa, soprattutto nella sua parte sub-sahariana. Attraverso il premio “La Selva, il Monte, le Stelle” gli studenti africani che studiano la lingua italiana, quindi, potranno dilettarsi nell’iiniziativa di completare la lettura dell’intera Divina Commedia: ogni partecipante (singolo studente, gruppo, classe o scuola) potrà “prenotare” uno dei canti disponibili dell’Opera non ancora realizzati nelle precedenti edizioni, leggerlo o recitarlo, e quindi caricare il filmato sul sito www.loescher.it/dante entro il 13 aprile 2015.

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Nella scorsa edizione, quattro studenti egiziani dell’Università del Cairo e dell’Università al-Azhar (anche questa nella stessa capitale) hanno inviato il loro contributo, ricevuto la menzione d’onore nel corso del Salone del Libro di Torino.

Shahed Gamil, Amr Abd el Hakim, Ahmed Mohamed Ali, Mohamed Khalafalla – questi i nomi dei quattro studenti – guidati da Lucia Bonato, hanno letto e cantato versi della Commedia, a testimonianza di quanto sia ancora oggi attuale e universale il messaggio del Sommo Poeta, e sono stati poi invitati all’evento “All’ombra delle Piramidi”, uno dei principali appuntamenti della quarta edizione di Dante 2021, realizzato in collaborazione con il Premio di lettura dantesca “La selva, il monte, le stelle” di Loescher Editore e con l’Istituto Italiano di Cultura del Cairo.

I contributi dell’edizione 2014 hanno attualizzato la Divina Commedia, mettendo in scena un contemporaneo Inferno Party o trasformando i versi danteschi nel videogioco Super Dante Bros, dimostrando la capacità di destreggiarsi tra i grandi classici della letteratura e l’impiego dei nuovi media.

“Dante si rivela ogni anno la chiave che permette agli studenti di lavorare per competenze e di mostrare le loro capacità creative –  spiega Marco Griffa, Direttore Generale di Loescher Editore – e questo ci incoraggia a riproporre l’iniziativa e a perseguire l’ambizioso obiettivo di far rileggere interamente le tre Cantiche della Divina Commedia”.

STATUA DI DANTE

Ogni filmato sarà sottoposto a una triplice giuria, composta da Loescher, dal Comitato scientifico dell’Accademia della Crusca e da quella popolare: chiunque, collegandosi al sito dante.loescher.it potrà esprimere la propria preferenza. I tre vincitori riceveranno un premio in denaro di 1.000 euro da devolvere a una ONLUS, e la premiazione avrà luogo a maggio in occasione del XXVIII Salone Internazionale del Libro di Torino. In caso di vittoria da parte di concorrenti non residenti sul territorio italiano, l’importo sarà devoluto a Emergency.

Paola Garifi
garifi.paola@gmail.com

Catastrofiche inondazioni in Madagascar con morti, feriti, sfollati e distruzione

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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 27 febbraio 2015 Le forti piogge cadute incessantemente dal 14 febbraio hanno provocato inondazioni catastrofiche,  smottamenti del terreno e frane, uccidendo 14 persone nel centro-est e nord-est del Madagascar.  Gli sfollati sono 24.000 mila. Hanno perso tutto o quasi 40.000 persone. Nell’agglomerato di Antananarivo, la capitale, la situazione si è aggravata negli ultimi giorni, dopo la rottura della diga di Sisaony. La maggior parte della città è senza corrente elettrica. Da otto giorni vige lo stato di massima allerta in tutta la zona. Secondo l’ufficio nazionale di gestione dei rischi e delle catastrofi (BNGRC), il grave bilancio è ancora provvisorio. Severe_flooding_in_Madagascar Nella sola capitale gli sfollati sono oltre 19.000. Ottomila cinquecento  ettari di coltivazioni di riso si sono allagate, distrutte 600 case. Per le prossime 48 ore sono previste ancora forti precipitazioni. Altri 22 comuni sono a rischio alluvioni  e frane; non si esclude che la popolazione debba essere evacuata. La maggior parte della città non dispone di in sistema fognario adeguato, praticamente inesistente nelle zone periferiche, dove le case sono state costruite selvaggiamente, senza alcun piano urbanistico. Tra l’altro nel novembre scorso è scoppiata un’epidemia di peste bubbonica che non tende a fermarsi. http://www.africa-express.info/2015/02/03/non-si-ferma-madagascar-lepidemia-di-peste-bubbonica/ Auto in acqua Per far fronte ad una tale emergenza, la Croce Rossa locale ha messo a disposizione tutti i suoi operatori e volontari. Sono stati allestiti 80 ripari di fortuna per gli sfollati, inoltre scuole, chiese, palestre sono state requisite per ospitare temporaneamente coloro che hanno dovuto abbandonare le proprie case nelle aeree a rischio. Il primo ministro Jean Ravelonarivo ha visitato ieri mattina, 27 febbraio 2015, i territori colpiti. Le operazioni di soccorso saranno intensificate nei prossimi giorni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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La vita terribile nei campi dei rifugiati nigeriani: stupri traffico di bambini, rapimenti

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Speciale Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 25 febbraio 2015

Uno degli ultimi attentati bomba in Nigeria, quello del 22 febbraio scorso, porta ovviamente la firma dei Boko Haram, anche se non è stato ancora rivendicato ufficialmente. A Potiskum, nello Stato dello Yobe,  sono morte cinque persone, altre dodici sono state ferite gravemente, perché una bambina di sette/otto anni è stata usata come kamikaze. E’ un gioco psicologico sottile, arguto, quello dei militanti terroristi: utilizzano ragazzine/ bambine per dimostrare l’inferiorità del genere femminile, per suscitare rabbia e indignazione nella popolazione e in noi occidentali. Generalmente si tratta di giovanissime rapite in scuole o durante le loro incursioni nei villaggi. Li trattano come schiave, e come tali, devono assoluta obbedienza.

Mentre esplode la bambina, echeggia ancora il canto di gloria dei vertici militari nigeriani. “Baga, è nuovamente nelle nostre mani. Ci sono stati feriti e morti, una dura battaglia. Dettagli seguono” si legge in un twitt del 21 febbraio 2015 del Defense HQ Nigeria”. Baga è stata presa d’assalto dai sanguinari miliziani all’inizio di gennaio (http://www.africa-express.info/2015/01/16/ammazzati-bambini-donne-partorienti-e-le-foto-agghiaccianti-della-distruzione-provocata-dai-boko-haram/http://www.africa-express.info/2015/01/09/inizio-dellanno-tragico-nigeria-sotto-il-segno-dei-massacri-di-boko-haram-che-conquistano-una-base-militare/) , seminando morte, violenze di ogni genere, atrocità mai viste prima.

tenda UNHCRAli Taka ha 36 anni ed è padre di 7 figli. E’ scappato in Camerun con le sue due mogli e quattro dei loro figli. Sono al sicuro nel campo per profughi a Minawao, nel nord del Paese. Ma Ali Taka non dorme e non mangia quasi più: tre delle sue figlie sono state rapite dai Boko Haram nel caos della fuga. Happy ha sette anni, Daga e Lakwa 5. Il loro papà teme ogni giorno che possano essere usate come kamikaze dai terroristi.

Gli operatori umanitari in Nigeria e fonti delle Nazioni Unite stimano che gli sfollati abbiano raggiunto il milione, mentre 157.000 persone abbiano cercato rifugio negli Stati confinanti.

I campi per profughi e per sfollati non sono certamente alberghi a cinque stelle, chi è costretto a fuggire lo sa e mette al primo posto la sicurezza, la protezione della quale ha bisogno. Spesso anche queste vengono negate. Succede in Nigeria, nei campi dove vivono migliaia di persone, costrette a lasciare i loro villaggi distrutti dai Boko Haram o/e perché temono che possano ritornare  per uccidere, violentare le  giovani donne, rapirle.

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Qualche giorno fa è stata aperta un’inchiesta sulle gravi accuse lanciate contro alcuni operatori umanitari locali (stupro, traffico di bambini e altri abusi) contenute in un rapporto stilato dal giornalista freelance Charles Dickson e apparso in alcuni quotidiani nigeriani. Secondo l’Associated Press, Dickens avrebbe scoperto gli illeciti all’interno dei campi. Un’infermiera, che ha chiesto di mantenere l’anonimato, afferma che molti ragazzini vengono rapiti e portati in ospedale. Si suppone anche che alcuni sfollati siano stati venduti come domestici, mano d’opera gratuita. Tutto fa presupporre la presenza di bande di criminali organizzate.

Nel rapporto di Dickens si legge inoltre: “Ad una giovane mamma è stato rapito il suo bambino e una sedicenne è stata stuprata a più riprese. Ora è incinta di tre mesi. Un’altra ragazza della stessa età afferma che un operatore sanitario le avrebbe offerto lavoro come domestica nella sua casa, poi l’avrebbe stuprata per tre giorni di seguito, finchè non è riuscita a scappare”.

donne sedute

Nessuna delle vittime è stata identificata con nome e cognome. Dickens conclude: “Non si possono descrivere le condizioni di vita in questi campi. Terribili”. Ora si indaga su vasta scala. Uno speciale team investigativo è stato istituito qualche giorno fa ad Abuja, capitale della Nigeria.

Durante una conferenza stampa a Washington, il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Jan Psaki ha sottolineato che il governo degli Stati Uniti d’America ha già messo a disposizione 24,7 milioni di dollari per i rifugiati, sfollati e le persone coinvolte in conflitti con i Boko Haram in Ciad, Camerun, Niger e Nigeria. Ha precisato che: “questi soldi sono destinati alla protezione, cibo, agricoltura, mezzi di sussistenza, sanità, acqua potabile, igiene. Il governo di Barrak Obama stanzierà altro denaro in futuro”.

L’intelligence americana stima che Boko Haram abbia a disposizione non più di 4000 – 6000 uomini, ma sono capaci di essere ovunque in qualsiasi momento e hanno sufficientementi munizioni da mettere in difficoltà le guarnigioni nigeriane.  Per sostenere le forze armate nigeriane, l’Unione Africana si sta mobilitando con 8750 uomini ( soldati, poliziotti e operatori umanitari) che dovrebbero supportare la Nigeria nella guerra contro i terroristi.

Sambo Dasuki, consigliere della Sicurezza nazionale nigeriana ha dichiarato: “Ci stiamo impegnando per sconfiggere i Boko Haram entro il prossimo 28 marzo, data delle elezioni presidenziali”. Le elezioni erano previste per il 14 febbrario scorso, poi sono state rinviate di sei settimane, proprio a causa degli incessanti attacchi dei terroristi.  Se in tanti anni non è stato fatto nulla o quasi, sarà possibile annientare la setta islamica in sole sei settimane? Riusciranno a portare a casa le ragazze rapite a Chibok nella notte tra il 14 e il 15 aprile 2014. Il mondo intero le sta aspettando.

E come se tutto ciò non bastasse, un missionario metodista statunitense, Phyllis Sortor, è stato rapito lunedì scorso a Emiworo, nello Stato di Kogi, Nigeria centrale.

Cornelia I. Toelgyes
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#BringBackOurGirls

Sud Sudan, bambini soldato mandati al massacro: ce ne solo almeno 12 mila

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 18 febbraio 2015

La denuncia di Human Rights Watch è chiara, precisa e circostanziata: in Sud Sudan sia il governo sia i ribelli stanno reclutando bambini, anche sui 13 anni, per farli combattere nella guerra civile che insanguina il Paese dal dicembre 2013. Il rapporto è stato respinto dal governo che cita una legge in vigore dal 2008 secondo cui è vietato l’impiego di bambini soldato. Già, ma le leggi spesso vengono violate e calpestate, specie in casi dove la guerra infuria senza quartiere. Reclutare minori sotto i 15 anni viene considerato dalle leggi internazionali crimine di guerra. Comunque la coscrizione sotto i 18 anni è vietata, specie poi se è forzata.

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Daniel Bekele, il direttore dell’ufficio Africa di HRW è stato molto categorico: “Entrambi i contendenti hanno più volte promesso che avrebbero bloccato la pratica di reclutare ragazzini ma non hanno mantenuto la parola. Usano regolarmente i minori in combattimento”.

Il ministro dell’informazione sud sudanese, Michael Makuei ha affidato la sua risposta alle agenzie ed è apparso piuttosto stizzito quando ha risposto: “Siamo pieni di uomini pronti a combattere. Perché dovremmo reclutare ragazzini”?

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Ma Human Rights Watch ha raccolto prove e interviste sul campo, per esempio a Malakal, capitale dello Stato Upper Nile, passata di mano diverse volte e dove nell’enorme recinto delle Nazioni Unite hanno trovato rifugio migliaia di persone.  “Proprio fuori dal quartier generale dell’ONU abbiamo trovato 15 ragazzini reclutati dal capo miliziano filogovernativo Johnson Olony (conosciuto anche come John Uliny). Alcuni erano stati arruolati con la forza poche settimane prima. Il governo ha fatto dei progressi vietando per legge il reclutamento di minori di 18 anni. Peccato che la regola non venga applicata”, c’è scritto nel rapporto.

Un ragazzino sedicenne intervistato a Bantiu ha raccontato il suo terrore quando il giorno dopo essere stato reclutato con la forza gli è stato messo in mano un mitra da un comandante ribelle e spedito in prima linea a combattere.

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Ma i reclutamenti non sono solamente forzati. HRW ha documentato a Malakal che in alcuni casi, i ragazzini hanno lasciato volontariamente il campo profughi protetto dalle Nazioni Unite per entrare nella milizia di Olony, il capo di una milizia che prima era schierato con i ribelli e ora è passato nel campo dei filogovernativi. Una mamma ha raccontato come i suoi figli, uno di 13 anni e l’altro di 14, si siano arruolati con Olony nel dicembre 2014. Un’altra donna ha raggiunto il figlio nelle baracche del capo ribelle per convincerlo a tornare a casa, ma non c’è riuscita.

Secondo l’UNICEF (il fondo dell’ONU per l’infanzia) l’anno scorso sono stati arruolati oltre 12 mila bambini, la maggior parte maschi, sia da parte del governo sia da quella dell’opposizione. Dall’inizio del 2015 l’agenzia ha negoziato il rilascio di 3000 ragazzini da parte del gruppo ribelle comandato da David Yau Yau nella regione di Pibor nello Stato di Jonglei: “Non abbiamo potuto portarli via tutti e molti continuano a combattere”, ha raccontato un portavoce dell’organizzazione.

TO GO WITH AFP STORY ON UN HUMAN RIGHTS

La legge del 2008 era stata promulgata, sotto la pressione internazionale sia dal presidente Salva Kiir Mayardit sia dall’allora vicepresidente e ora capo ribelle, Riek Machar Teny Dhurgon, ma appena scoppiate le ostilità tra i due, il 15 dicembre 2015, ovviamente è stata ampiamente ignorata. Rieck fu accusato da Salva di avere tentato un colpo di Stato, cosa, probabilmente non vera. Da allora tra massacri, pulizia etnica, vendette contro la popolazione civile, la guerra continua, nonostante i ripetuti accordi di cessate il fuoco violati immediatamente dopo la loro proclamazione.

Il rapporto di Human Rights Watch è pieno zeppo di testimonianze con parecchi dettagli agghiaccianti.  Governo e opposizione hanno bisogno di carne da macello da mandare al massacro. Insieme ai ragazzini vengono reclutati con la forza giovani e anche meno giovani in un circolo vizioso che nessuno, neanche le Nazioni Unite, riescono a spezzare.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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Italia e terrorismo: impedire che in Libia la criminalità degli scafisti si saldi all’Islam

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Speciale per Africa ExPress
Barbara Ciolli
Milano, 25 febbraio 2015

La propaganda con le minacce dell’ISIS – ”siamo a sud di Roma”, “stiamo arrivando a Roma con il grilletto in mano”, “coloreremo l mare con il vostro sangue” – si è concentrata verso la penisola italiana che ospita la Santa sede e il Colosseo, terra di approdo per centinaia di migliaia di migranti ed è vicina alle basi dell’ISIS in Libia. Fondato il Califfato in Siria e in Iraq, nel giugno 2014, il califfo Abu Bakr al Baghdadi ha investito moltissimo nell’ex Stato di Muammar Gheddafi, infiltrandolo pesantemente e in tempi brevi dopo alcuni proclami sulla Libia, come dimostrano gli sviluppi.

A settembre il luogotenente iracheno Abu Nabil al Anbari è arrivato a Derna, in Cirenaica, dopo aver messo in piedi le strutture ISIS in Iraq, nell’al Anbar. Con lui l’imam saudita Mohammed Abdullah, promosso a giudice religioso, e una batteria di 300 jihadisti libici della Brigata Battar, dispiegata a Deir Ezzor, in Siria, poi a Mosul, in Iraq, infine rimpatriata in Libia. A novembre Derna, già terminal di reduci dall’Iraq e dall’Afghanistan, ha giurato fedeltà ad al Baghdadi. Poi è scattata l’offensiva, con gli attentati terroristici da Tobruk, sede del Parlamento libico esiliato, fino alla capitale Tripoli. E le conquiste dell’ex roccaforte gheddafiana Sirte e di Bengasi, capoluogo della Cirenaica, quest’ultima grazie all’alleanza con i jihadisti di Ansar al Sharia.

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Infine la campagna mediatica contro l’Italia. Il magazine dell’ISIS Dabiq prende il nome da una città siriana vicina ad Aleppo, conquistata con grandi festeggiamenti, dove Maometto è riportato aver detto che le armate di Roma avrebbero allestito i loro campi, per la battaglia (e la sconfitta) finale contro l’Islam. Prima ancora della Spagna, lembo europeo del primo Califfato islamico nelle terre di al Andalus (711-1492 d.C.), a parole al Baghdadi ha posto Roma, la città del papa, in cima alla lista degli obiettivi da colpire e occupare, per rifondare, nel sangue, il Califfato dei primi discendenti del profeta.

A ottobre nel racconto su Daqib, Riflessioni sulla Crociata finale, si incitava “ogni musulmano a uscire di casa, trovare un cristiano e ucciderlo, finché la bandiera non sventolerà su Roma”. Poi i fotomontaggi delle bandiere nere issate sul Colosseo. La Quilliam Foundation, think tank contro l’estremismo, basato a Londra, ha analizzato il saggio, diffuso a gennaio, di un “prominente supporter dell’ISIS in Libia”, terra dal “potenziale immenso”, per l’abbondanza di armi in circolazione e per la “lunga costa che guarda sugli Stati crociati del sud, facilmente raggiungibili anche da barche rudimentali”.

Sharia only solution

Nel testo, l’estensore sotto lo pseudonimo Abu al Arhim Libim cita il “numero enorme di viaggi dell’immigrazione clandestina”, “solo parzialmente sfruttati e sviluppati strategicamente”, ma tali da scatenare un “pandemonio nell’Europa meridionale”, anche attraverso attacchi “alle linee di trasporto e alle navi e petroliere crociate”.  Per gli analisti al Arhim Libim è un “affiliato influente e molto letto”. Twitter ne ha più volte chiuso gli account e, ogni volta che ne spunta uno nuovo con lo stesso nome, i follower crescono rapidamente.

Significativamente il testo scoperto – in precedenza mai tradotto dall’arabo
– non è diretto a un’audience occidentale da intimidire, ma a jihadisti regionali da convincere e istruire per l’assalto. Gli esperti di Difesa italiani escludono che gli arsenali libici nascondano missili in grado di colpire la Sicilia o anche l’avamposto di Lampedusa, a circa 200 miglia marine. Ma concordano sul pericolo concreto di infiltrazione di combattenti ISIS tra i migranti. La propaganda è di per sé iperbolica, ma l’Italia non è mai stata così esposta al terrorismo islamico. Anche prima delle offensive in Medio Oriente e in Africa, l’ISIS aveva infiltrato Mosul, in Iraq, e anche Tripoli, in Libia.

bandiere e miliziani

In pochi mesi, l’intelligence americana stima che al Baghdadi abbia radunato almeno 800 combattenti in Libia. E grazie al passaparola tra tribù sunnite, il numero degli affiliati cresce rapidamente. Fonti libiche del governo esiliato filo-egiziano di Tobruk denunciano campi d’addestramento anche a Misurata e Sirte, in Tripolitania, oltre a una decina di strutture nell’hinterland di Derna e sulle Montagne verdi, in Cirenaica. In arrivo, dalla Libia l’Ufficio immigrazione di Roma prevede tra i 200 mila migranti, in aggiunta ai 170 mila del 2014, il numero più alto mai registrato dal Paese. L’ISIS ne ha minacciati mezzo milione.

Per Nasser Kamel, ambasciatore egiziano a Londra, un “esodo senza precedenti. Se non agiamo insieme, nelle prossime settimane le barche saranno piene di terroristi”. L’ambasciatore libico negli Emirati Arabi Uniti, Aref Ali Nayed, ha dichiarato che, nel Paese, l’ISIS “controlla sette centri urbani” e punta a “trasformare il territorio in una piattaforma da cui lanciare attacchi contro l’Europa”. Per Mattia Toaldo, esperto di Libia all’European Council on Foreign Relations (Ecfr) di Londra, non sarà facile per il Califfato islamico impossessarsi del traffico di essere umani, armi e droga della costa libica, “storicamente in mano ai clan criminali locali. Gruppi di beduini, berberi e tuareg spesso non arabi, già ricchissimi senza le prebende dell’ISIS”.

fila di auto

Ma, anche attraverso emissari di punta coinvolti nella strage dell’11 settembre 2001, al Baghdadi sta facendo scouting tra i qaedisti più potenti d’Africa, con una campagna di proselitismo che, dal Sinai egiziano, penetra nel Sahel, fino alla Nigeria. L’affiliazione più ambita da ottenere è quella del signore della guerra e super-ricercato algerino Mokhtar Belmokhtar, in quota al Qaeda del Maghreb (AQIM). Attiva in Libia da anni nel Fezzan e in Cirenaica, insieme con una galassia di altri gruppi jihadisti, da Ansar al Sharia all’Esercito dei Mujaheddin, alle brigate Rafallah al Sahati e dei Martiri del 17 Febbraio. Se le rotte storiche del contrabbando si saldano all’ISIS è fatta. Anche Toaldo ammette che “l’Italia sarebbe una destinazione meravigliosa per lo Stato islamico”.
http://www.quilliamfoundation.org/wp/wp-content/uploads/publications/free/libya-the-strategic-gateway-for-the-is.pdf

Barbara Ciolli
barbara.ciolli@tin.it
@BarbaraCiolli

China at the conquest of Africa: in Kenya a new whistleblower is back

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Special for Africa ExPress
Michael Backbone
Nairobi, February 23rd 2015

When looking at large infrastructure projects taking place in Kenya, a certain sense of silent indifference comes from the General Public and the civil society. No one really challenges anything because visibly the feeling is that nothing will change, regardless of the efforts put into the challenge.

Examples of this attitude can be easily earmarked as some national deals are and have been sealed with pump and rhetoric, in particular when it comes to projects involving China.

In those infrastructural projects of great magnitude shaping the future of the Country, some groups of people often in leadership positions take unfair and undue advantage of their position in order to illegally benefit of the pretended “largesses” that some Chinese groups put forth in order to win markets and projects.

If conditions were since inception spelt out transparently and the tangible advantages for the Kenyan people brought to evidence first and foremost, the general opinion would possibly be more forthcoming when it comes to such megaprojects.

For example:

Why the Single Gauge Railway has gone through more than a year of scrutiny and controversy if it was evident to anyone this is a needed project for the future of Kenya as trade and communications hub to East Africa? This still remains to be understood. And the project went to China Inc., when visibly all local plants were adequately watered.

Why the Safety and Security network, heralded in May 13th of 2014 has not seen a single stone laid in its execution remains quite unheard of.  And this has been financed by China through the firm Huawei fronted by the most presentable face of Kenya’s economy, Safaricom.

We do not lack lurid cases that could be helped in its resolution: the recent MP homicide right under a surveillance camera 100 meters away from one of the most notoriously protected buildings in town (Nyayo House,) could not offer forensic evidence of the events, is even more so shocking. Is this not part of the Safety network? Are we sure that the Chinese vendor can walk the security talk? Have all plants been watered?

Why the digital migration, heralded in early 2012 for execution on December 31st 2013 is yet still to happen is another mystery. Ask Star Times and the most recent ownership controversy/ignorance. Is the gardener doing its job here?

This sense of exhaustion pervading the Kenyan minds (“nothing will ever change”) has been all of a sudden challenged rather unexpectedly by a  voice raised by Daily Nation’s Managing Editor Jaindi Kisero in an article appeared on February 18th, page 12. http://www.nation.co.ke/oped/Opinion/-/440808/2627116/-/3rcbqgz/-/index.html

His article was taking inspiration from the rather disappointing saga concerning the Digital Migration and how the matter was quite dubiously handled by both the Kenyan Communications Regulating  Authority and the Kenyan Ministry of Information and Communications.

Kisero’s article made me think we could be witnessing the birth of a new John Githongo, a whistleblower whose voice was quickly put to silence in 2005 (by his resignation) by the strong powers taking undue advantage from the dirty dealings Githongo uncovered and that were put under friendly carpets in those times (In excess of 1Bn$. Source: The BBC http://www.bbc.com/news/world-africa-13682176).

His last statements in the article draw quite a grim picture of the natural partners of Kenya, China, from the Digital Migration controversy to several other projects that have in a least to say opaque way, transited Eastbound to China:

“Make no mistake. I don’t suffer Sinophobia. But where is national interest in allowing the Chinese to control broadcasting in Africa? Mark you, many countries in the West, including the United States, still have laws which impose foreign ownership restrictions in the broadcasting industry. In this country, do we ever consider strategic interests when dealing with foreigners?

A few years ago, the Americans barred the Chinese ICT conglomerate, Huawei, from bidding for government contracts. I liked the way a senior American security official, Mr Michael Chertoff defended the action against Huawei. He said: “If you allow a foreign company to build for you the network  on which all data flows, the company will be in a perfect position to populate it with backdoors and vulnerabilities that only the foreign company knows about. And, each time the foreign company upgrades it, that will be an opportunity to install new spyware”.

For once, let’s think about national interest.” Endnote
http://www.nation.co.ke/oped/Opinion/-/440808/2627116/-/3rcbqgz/-/index.html

In 2006 Premier Hu Jintao of China came to visit the country and since then things rapidly took a different turn.

Until that time, financing (call it investment money), was dramatically missing for kickstarting strategic infrastructure projects for the country to evolve towards modernity and progress, triggered by a program document called Vision 2030 presented at around similar time by the former President Kibaki.

The thorough and meticulous work prepared by State House’s team of experts resulted in a program document heralded as the roadmap for Kenya to bridge the development divide. It still represents the cornerstone for gaining a recognized developed nation status in the world. I may say this document rightly so aims at legitimating Kenya’s position in the world map.

When China came to Kenyan shores, it picked from Vision 2030 the projects that could favour China’s goal towards securing the resources it needed and still needs towards their own goal of becoming a ruling power of this world.

Some strategic sectors of Kenya were selected amongst others, road infrastructure, ports and energy, to some great extent telecommunications and related sectors, like media broadcasting or National Safety and Security as anchor projects to win at all costs in return of Kenya’s resources.

We have to thank the new Kenyan whistleblower for giving a new wake up call to the civil society of this country.

China or any other country willing to be friendly to Kenya should not deplete national strategic assets and interests by luring local corrupt politicians towards hefty personal paybacks to the disadvantage of the civil society and ordinary citizens.

Current projects will certainly be completed, but there will always be the same friendly voice reminding Kenyans they owe their newly acquired bit of wealth thanks to others, and time for payback will be billed back with interests to the Kenyan generations to come. 

Michael Backbone
michael.backbone@gmail.com

 

Marco Vancini, Italian Consul in Malindi died in a car accident

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Special for Africa ExPress
Robert Nyagah
Malindi February 24th 2015

Italian Consul in Malindi has died. Marco Vancini died  this morning in a road crash at Msabaha area long Mombasa-Malindi highway. Vancini died on the spot when his car collided head on with a lorry.

Kilifi County Police Commander Mr Joseph Nthenge confirmed the accident. Vancini died on the spot when his car collided head on with a lorry. Kilifi County Police Commander Mr Joseph Nthenge confirmed the incident.

Mr Nthenge said the deceased was heading to Mombasa when his Suzuki saloon car collided with the lorry. ‘The consulate was driving towards mombasa when he collided with an oncoming lorry that was heading to Malindi’, he noted. The County police Boss said the consulate was driving alone and died on the spot.

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The driver of the lorry and his turn boy escaped unhurt. “We have launched  investigations to establish the cause of the accident as he had moved from his lane towards the other lane before colliding with the lorry”, Mr Nthege noted.

Police and members of public had a rough time trying to remove his body from the wreck of his car. The body was later taken to the Star hospital mortuary. Police later towed the car to the Malindi police station.

The deceased owned five hotels in Malindi. The hotels are Coralkey, Blue key, kivulini, Victoria beach resort and Tsavo buffalo camp. He also owned St peter hospital in Malindi.

Mr Vancini was married with one kid. He was appointed as the consulate less than three years ago and took over from former consulate Mr Roberto Macri.

Robert Nyagah