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La notte infinita del Medio Oriente

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Scappano dai Boko Haram e si rifugiano in Niger: scoppiano i campi profughi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 13 marzo 2015

Emergenza Boko Haram anche in Niger dove quasi centomila persone si sono rifugiate dalla vicina Nigeria negli ultimi due anni: i profughi sono in parte nigeriani, in parte nigerini, ex-espatriati economici che ritornano nel loro Paese. Ora, dopo gli ultimi attacchi nelle città nigerine di Bosso e Diffa, si stima che le persone in fuga siano centocinquantamila, cinquantamila sono gli sfollati.

Un mese fa il governo del Niger ha decretato lo stato di emergenza per la regione di Diffa, colpita all’inizio di febbraio dai terroristi di Boko Haram, penetrati dalla vicina Nigeria. Si sospetta inoltre, che molte cellule dormienti si siano riattivate nell’ex colonia francese.

fila rifugiati

Testimoni raccontano che Diffa, capoluogo della provincia omonima, sembra una città morta, nulla funziona più, né trasporti, né i servizi essenziali. La popolazione e i rifugiati sono scappati nelle campagne, o verso la città di Zinder.  “Per ragioni di sicurezza, l’ONU ha dovuto sospendere gli aiuti umanitari ai rifugiati”, ha dichiarato M. Monder, un portavoce dell’ONU alla fine di febbraio.

Anche la Croce Rossa denuncia lo stato di totale miseria cui vivono i profughi. La maggior parte è arrivata dalla Nigeria solo con gli abiti che indossavano. Sfiniti dalla fuga, disperati per la perdita di familiari e amici e terrorizzati sono arrivati in Niger in cerca di protezione. Ma i tentacoli dei Boko Haram arrivano ormai anche nei Paesi confinanti.

Zinder, città nel sud del Niger, che ha accolto un gran numero di profughi nigeriani giunti da Diffa (400 chilometri a est) vive con la paura delle minaccia degli infiltrati dei Boko Haram. Un impiegato di una ONG straniera racconta ai reporter di AFP: “Qualche giorno si è presentato alla moschea un uomo con un turbante; non lo avevamo mai visto in precedenza. Abbiamo chiesto di allontanarsi, di andarsene. E’ questo il clima che respiriamo ormai. Dobbiamo essere molto prudenti”.

Dall’inizio di febbraio, dopo la sanguinosa incursione dei terroristi a Diffa, le strade di ingresso nella città di Zinder, che conta trecentocinquantamila abitanti, sono controllate da decine di poliziotti. Moto, camion, macchine particolari, minibus e pullman vengono ispezionati minuziosamente.

Kalla Moutari, governatore della Regione spiega ai reporter di AFP: “Queste attente perquisizioni e i controlli, sono di vitale importanza. Ci permettono di intercettare persone che si infiltrano tra i rifugiati. Finora abbiamo arrestato una decina di presunti militanti Boko Haram, subito trasferiti presso il nucleo antiterrorismo nella capitale Niamey”.

donna e figli

In una lettera aperta di due giorni fa l’Organizzazione Non Governativa SOS Villaggi dei bambini parla di un’emergenza umanitaria drammatica in Niger: insicurezza alimentare, malnutrizione, flussi migratori, epidemie. L’ufficio di SOS in Niger ha lanciato un appello umanitario per Diffa, in particolare per i bambini, che rappresentano il 48 per cento dei rifugiati giunti in questa provincia. Molti di loro sono non accompagnati, traumatizzati, denutriti, ammalati.

Benedetta Niederhaeusem, responsabile emergenze dell’organizzazione per l’Africa occidentale e centrale ha spiegato: “Urge la protezione dei minori contro la violenza, lo sfruttamento sessuale, la discriminazione. E’ necessario identificare quanto prima i bimbi non accompagnati e ricongiungerli alle loro famiglie. Stiamo inoltre predisponendo un piano sanitario e nutrizionale”.

Salifou è un ragazzino di tredici anni, magro, pelle e ossa. “Sono arrivati degli uomini armati. Hanno sparato, ucciso i miei fratelli, mamma e papà. Ora sono solo al mondo”, ricorda.

Un’altra donna racconta: “Sono iniziate le doglie, quando sono arrivati i terroristi, mio marito era introvabile. Ho legato il maschietto di due anni dietro la schiena, ho preso per mano le mie due bambine e siamo scappati nella foresta. Ho partorito il mio quarto bambino da sola. Ora sono qui nel Niger, terra straniera, con quattro figli da crescere. Non so dove sia mio marito, non so se è ancora vivo”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Somalia, il superterrorista pentito Hassan Turki: “Vi aiuto a catturare Samantha Lewthwaite, la vedova bianca”

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 12 marzo 2015

Quattro terroristi che vestivano le uniformi dell’esercito somalo hanno attaccato questa mattina a Baidoa il compound fortificato che ospita la sede del governo regionale, gli uffici delle Nazioni Unite e l’aeroporto. I morti sono almeno 12 e feriti una ventina. Questo bilancio non è confermato.

Gli assalitori si sono avvicinati ai cancelli d’ingresso e hanno cominciato a sparare all’impazzata. Due degli assalitori sono riusciti a entrare e hanno fatto saltare le loro cinture esplosive. Un terzo è stato ucciso dalle forze di sicurezza. De quarto non si sa bene la sorte. Ucciso anche un soldato etiopico del contingente dell’Unione Africana

shabab

“Le loro uniformi ci hanno ingannato – ha spiegato allo stringer di Africa ExPress a Baidoa – un funzionario di polizia”. Sempre secondo lo stesso ufficiale l’obbiettivo dei terroristi era l’ufficio del presidente della “Stato del Sud Ovest”, un’entità nell’ambito della Federazione Somala costituita nel novembre scorso.  Il leader, Sharif Hassan Sheikh Adan, detto “coniglietto” per i suoi denti in fuori, è l’ex presidente del parlamento federale. Lo Stato del Sud Ovest è uno dei più fedeli alleati del governo di Mogadiscio. I terroristi comunque non sono riusciti a penetrare negli uffici e sono rimasti nel cortile.

Baidoa, 256 chilometri a nord-ovest da Mogadiscio, è una città chiave nella recente storia somala. Dopo il periodo dei signori della guerra finito nel giugno 2006, la maggior parte dell’ex colonia italiana è finita nelle mani delle corti islamiche che hanno per sei mesi pacificato il Paese. Il Governo Federale di Transizione (TFG) si era stabilito a Baidoa. Alla fine del 2006 sono intervenuti gli etiopi che hanno spazzato via i seguaci di Allah. Il TFG, guidato dal migiurtino Abdullahi Yusuf, è rimasto qualche tempo a Baidoa, prima di ritornare a Mogadiscio nel 2007.

incendio

Gli elementi più radicali dei militanti islamici (l’ala più vicina ad Al Qaeda, gli shebab) hanno organizzato la resistenza al TFG e hanno riconquistato Baidoa alla fine del 2008. La città è ritornata sotto il controllo governativo solo nel febbraio 2012.

Gli shebab nelle ultime settimane sembrano aver perduto forza e le loro azioni sono più rare, anche se un nocciolo duro è sempre attivo. Gli americani hanno messo a segno numerosi colpi con i droni che hanno centrato alcuni obiettivi, uccidendo parecchi dei capi. Gli islamici poi hanno avuto parecchie defezioni una delle più importanti quella di Hassan Abdullah Hersi al-Turki, conosciuto anche come Zakaria Ismail Hersi, o ‘Zaki’, il capo dell’intelligence degli shebab, la Amniyat, che il 27 dicembre scorso si è costituto alla polizia nella regione del Gedo.

Hassan Turki, su ci pendeva una taglia di 3 milioni di dollari del governo amaricano può essere considerato il fondatore dell’islamismo islamico. Nato nel 1944, nel 1977 durante la guerra scatenata dalla Somalia di Siad Barre contro l’Etiopia del dittatore militar-comunista Mengistu Haile Mariam per conquistare l’Ogaden, terra etiopica abitata da tribù somale, assieme al colonnello Shek Hassan Daher Aweys, costituì le brigate islamiche, che furono comunque sconfitte grazie all’intervento sovietico a fianco di Addis Abeba.  I due sono stati fotografati per le strade di Mogadiscio pochi giorni dopo l’attacco alla due torri di New York, l’11 settembre 2001, mentre inneggiavano a Osama Bin Laded e brandivano le fotografie del capo di Al Qaeda.

pattuglia

La resa di Hassan Turki, che per anni è stato l’uomo di Al Qaeda in Somalia, è stata motivata da alcuni osservatori con il fatto che qualcuna delle fazioni antagoniste all’interno dei guerriglieri islamici voleva ammazzarlo.

Non sarebbe il primo caso. Anche lo stesso Shek Hassan Daher Aweys è scappato tra le braccia governative per cercare protezione (ed è agli arresti domiciliari a Mogadiscio) mentre Omar Shafik Hammami, più conosciuto come Abu Mansur Al Ameriki, uno dei comandanti più famosi perché cittadino americani, è stato ucciso dagli shebab che l’avevano condannato a morte per “narcisismo”.

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Per altro proprio un paio di giorni fa Hassan Turki è stato tolto dalla lista dei terroristi più ricercati dagli americani. Secondo alcune fonti somale avrebbe promesso la sua collaborazione per la cattura di Samantha Louise Lewthwaite o Sherafiyah Lewthwaite, la vedova bianca, una ragazza inglese (ora dovrebbe avere 30 anni), accusata di essere uno dei comandanti degli shebab e di essere una degli organizzatori dell’assalto al centro commerciale Westgate di Nairobi, nel settembre 2013.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Nella foto in basso Samantha Lewthwaite

Comore l’opposizione vince le elezioni e si impadronisce del Parlamento

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 10 marzo 2015

Il 22 febbraio scorso si è svolto il secondo turno delle elezioni nelle Isole Comore. I risultati sono stati resi pubblici solo pochi giorni fa, il 6 marzo, dalla Corte Costituzionale dello Stato insulare, che si trova nell’estremità settentrionale del Canale del Mozambico, nell’Oceano Indiano. Ha vinto, anche se di poco, il partito all’opposizione JUWA (Sole). http://www.africa-express.info/2015/02/21/comore-si-vota-per-eleggere-il-parlamento-una-situazione-politica-sempre-piu-instabile/

Solo dopo aver esaminato i vari ricorsi, presentati da alcuni candidati e dopo un’attenta valutazione, l’organo preposto ha potuto rilasciare i risultati definitivi.

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Non sarà facile per il presidente, Ikililou Dhoinine, del partito UPCD (Union pour le développement des Comores, prima al potere e ora passato all’opposizione), traghettare il suo governo fino alle prossime presidenziali del 2016.  Mohamed Ali Soilih, ministro delle finanze, aveva già espresso le sue preoccupazioni prima che si andasse alle urne: “Sarà difficile portare a termine questa legislatura, figuriamoci con una maggioranza dell’opposizione”.

La legge prevede tre consiglieri per ogni isola, scelti dai partiti che hanno ottenuto la maggioranza. Juwa ha fatto l’en plein a Anjouan, aggiudicandosi tre consiglieri e un consigliere per ognuna delle altre due isole, dunque complessivamente cinque.

Il 23 febbraio 2015, durante una conferenza stampa, Jean Omer Beriziky, capo degli osservatori dell’Unione Africana (UA), si è complimentato con le autorità, sottolineando che rispetto al primo turno lo scrutinio è stato molto più veloce, opinione condivisa da Abdellatif Abid, a capo della missione della Lega degli Stati arabi. Il bilancio è stato positivo. Le elezioni si sono svolte in modo trasparente e in un clima sereno.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

La furibonda guerra in Libia si combatte con un arsenale italiano

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Antonio Mazzeo
9 marzo 2015

“L’Isis occupa la Libia e il Califfo è pronto a salpare e annettersi la Sicilia e il Sud Italia!” Servizi segreti, establishment militare, leghisti, neo e postfascisti sono concordi a lanciare l’allarme sulla penetrazione del terrorismo di matrice islamica nel martoriato paese nordafricano, ipotizzando perfino l’infiltrazione di agenti e kamikaze tra i migranti che sfidano il Mediterraneo per raggiungere Lampedusa o Pozzallo. A Roma, parlamentari, generali e forze di polizia esprimono sgomento. “Il conflitto è esploso improvvisamente e non era possibile prevedere ciò che sarebbe accaduto a Tripoli e Bengasi!”,  il comune ritornello.

Crisi imprevedibile, dunque, per la maggioranza e le opposizioni. Ma mentre in Libia divampava la guerra tra bande e alcune di esse adottavano in franchising le bandiere nere del Califfato, l’Italia si faceva in quattro per addestrare e armare le fazioni militari locali. Armi e milizie che oggi terrorizzano la popolazione civile e i rifugiati sub-sahariani e contro cui si è pronti a scatenare l’ennesima guerra preventiva e globale, in nome delle libertà e della cristianità minacciate.

tappeto bossoli

La guerra civile che Roma né vede né sente
Il 17 febbraio 2014, Bernard Selwan El Khoury e Roger Bou Chahine, rispettivamente vicedirettore e direttore dell’Ogmo (Osservatorio geopolitico mediorientale) pubblicavano su Limes un lungo articolo dal titolo La Libia rischia la bancarotta e una nuova guerra civile. “A oltre 2 anni dalla caduta del regime di Muammar Gheddafi, la Libia è entrata in una fase che diversi osservatori definiscono come di vera e propria guerra civile”, scrivevano i due ricercatori. “Il paese è preda delle milizie e formazioni armate che ancora non si sono sottomesse alle deboli istituzioni militari e di sicurezza statali, mentre il governo centrale di Tripoli ha serie difficoltà nel controllare il vasto territorio libico. A ciò si aggiunge la crisi petrolifera – e quindi economica – legata alla sospensione, dallo scorso luglio, delle esportazioni di petrolio in buona parte dei porti della Cirenaica, controllati da Ibrahim al-Jadran, già capo della Guardia degli impianti petroliferi e oggi leader del movimento separatista denominato Ufficio esecutivo di Barqa”.

War-torn Libyan city

Con lucidità e lungimiranza l’Ogmo imputava alle lotte per il controllo delle risorse nazionali il motivo principale del disordine libico. “Una lotta intestina dalla quale si evince come i nemici del governo libico siedano al suo interno: lo scontro per il controllo del potere economico è fra quanti gestiscono il petrolio e quanti appongono le firme per deliberare ogni spesa”, spiegava.

“Inoltre, bisogna considerare la minaccia crescente rappresentata da formazioni jihadiste o dichiaratamente qaediste. Soprattutto quest’ultima emergenza preoccupa i paesi vicini, fra cui il Niger, che in più di un’occasione ha invocato un intervento militare internazionale guidato da Francia e Stati Uniti…”.

Osservatori internazionali, diplomatici e strateghi militari erano dunque al corrente perlomeno dall’autunno del 2013 sui devastanti processi politico-sociali e militari in corso in Libia. Il governo e le forze armate italiane invece sembravano non accorgersene, e mentre nelle cancellerie occidentali era già allarme generale, Roma rafforzava i programmi di addestramento e riarmo dell’esercito libico.

Il 9 gennaio 2014 giungeva in Italia il primo contingente di militari libici per essere addestrati principalmente in “attività in ambito urbano” e nella vigilanza e contrasto dei flussi migratori. Si trattava di 340 uomini che per 14 settimane sono stati ospiti a Cassino (Fr) dell’80° Reggimento addestramento volontari dell’Esercito. Il ciclo addestrativo, dal nome in codice Operazione Coorte, era frutto dell’Accordo di cooperazione bilaterale tra Italia e Libia nel settore della Difesa, firmato a Roma il 28 maggio 2012 e rientrava tra le iniziative di “ricostruzione” delle forze armate libiche, varate al vertice G8 tenutosi a Lough Erne (Irlanda del Nord) nel giugno 2013. In cambio dell’assistenza, Tripoli s’impegnava a versare alle forze armate italiane 50 milioni di euro.

“L’obiettivo dell’addestramento è quello di creare delle forze armate libiche efficienti che siano un riferimento alla democrazia, alla stabilità e alla sicurezza del Paese”, spiegò il Capo di stato maggiore dell’Esercito, gen. Claudio Graziano. “In Libia c’è una crescita importante di democrazia rispetto al passato ma è chiaro che c’è bisogno del supporto internazionale”. Il personale libico, proveniente dalle conflittuali regioni di Fezzan, Cirenaica e Tripolitania, era stato selezionato nell’ottobre 2013 direttamente in Libia da una trentina di ufficiali italiani.

“Una volta tornati a casa, i militari del nuovo esercito libico saranno in grado di svolgere le funzioni fondamentali del combattimento, della sicurezza e del controllo e della sorveglianza delle frontiere”, aggiunse Graziano. Che tra gli uomini giunti in Italia si potesse nascondere qualche “infiltrato” fu una possibilità rilevata dal colonnello dell’esercito libico Mohamed Badi, che però si disse certo che “con l’aiuto degli amici e soldati italiani saremo in grado di scoprirli”.

armi in alto

Alle reclute furono consegnati fucili “Beretta” ARX 160, in dotazione all’esercito italiano dal 2010, con la speranza del complesso militare industriale nazionale che le armi fossero poi acquistate dalle autorità libiche.

Un secondo contingente di 300 militari giunse in Italia il 19 aprile 2014 per un ciclo addestrativo di 10 settimane con l’8° Reggimento Bersaglieri di Persano (Sa). Nella stagione primaverile si svolse a Brindisi pure un corso di qualificazione anfibia per marinai libici con gli incursori della Brigata “San Marco”, mentre 31 allievi libici furono ammessi a frequentare le accademie militari italiane. Una parte delle attività di formazione è stata realizzata in Libia da un team dell’Esercito integrato nella Missione Italiana in Libia (MIL), istituita l’1 ottobre 2013 per “organizzare, condurre e coordinare le attività addestrative, di assistenza e consulenza nel settore della Difesa”.

A Tripoli, nei primi mesi del 2014 si tennero pure i corsi della 2^ Brigata Mobile dell’Arma dei Carabinieri a favore di 500 unità della Polizia nazionale, 100 Guardie di frontiera e 26 allievi della Polizia di protezione delle Ambasciate. “La preparazione raggiunta in pochi mesi permetterà ai militari libici di svolgere compiti di sorveglianza dei confini e di protezione dei pozzi di petrolio”, spiegò il Ministero della difesa italiano.

Come sia andata a finire è noto a tutti. Con la beffa aggiuntiva che per il training in Libia nel biennio 2013-2014 sono stati spesi dall’Italia svariati milioni di euro. Per il 2015, nonostante le bande filo-Isis controllino villaggi e città, il decreto del governo Renzi che ha rifinanziato per i primi nove mesi dell’anno le missioni all’estero assegna 1.348.239 euro all’European Union Border Assistance Mission in Libya (EUBAM) e proroga l’impiego di personale militare “in attività di assistenza, supporto e formazione delle forze armate libiche”.

L’Italia addestra i libici per fare le guerre ai migranti
“Questi nostri figli che si addestrano in Italia sono pietre miliari nella ricostruzione della Libia e troveranno il primo impegno nella battaglia contro il terrorismo, ma anche nella guerra contro l’immigrazione clandestina”, dichiarava qualche mese fa al quotidiano la Repubblica, il “Capo” di Stato maggiore della difesa libico, gen. Abdulsalam Jadallah Al Obeidi. A fare da sponda l’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, la più alta carica militare italiana, entusiasta per il contributo fornito alla Marina da guerra libica nella realizzazione di “operazioni come la nostra Mare Nostrum, per fermare chi specula sul traffico di esseri umani…”.

Dopo la caduta di Gheddafi, Roma e Tripoli hanno riconfermato in sostanza tutte le vecchie intese siglate dai due governi in materia di lotta all’immigrazione “irregolare”, compresa quella sui famigerati respingimenti in mare, duramente stigmatizzata dalla Corte europea dei diritti umani. Il 3 aprile 2012, in particolare, fu sottoscritto dai ministri dell’Interno italiano, Annamaria Cancellieri, e libico, Fawzi Altaher Abdulati, un accordo per eseguire “programmi addestrativi in favore degli ufficiali della polizia libica su tecniche di controllo della polizia di frontiera (confini terrestri e aeroporti); l’individuazione del falso documentale e la conduzione delle motovedette”.

L’accordo italo-libico formalizzò altresì la creazione di un centro sanitario a Kufra, oasi della Libia meridionale ai confini con Egitto, Sudan e Ciad, per “garantire i servizi sanitari di primo soccorso a favore dell’immigrazione illegale”. E senza troppi giri di parole, infine, i due ministri invocarono il “coinvolgimento d’urgenza” della Commissione Europea per il “ripristino dei centri di accoglienza presenti in Libia”.

Il 6 febbraio 2013, in occasione della visita a Tripoli dell’allora ministro della difesa, ammiraglio Gianpaolo Di Paola, fu raggiunto un nuovo accordo per la “formazione” dei reparti militari e delle forze di polizia e – come spiegato dallo stesso Di Paola – “di cooperazione, anche tecnologica, nelle attività contro l’immigrazione clandestina e di supporto nazionale alla ricostruzione della componente navale, sorveglianza e controllo integrato delle frontiere”.

Per contrastare l’immigrazione, nell’ottobre 2013 Tripoli rinnovò la collaborazione con l’industria Selex ES (Finmeccanica), per l’installazione di un sistema di sorveglianza radar e monitoraggio elettronico delle coste libiche e delle frontiere con Niger, Ciad e Sudan, dal costo di 300 milioni di euro. Il contratto in verità era stato firmato il 7 ottobre 2009, ma era stato sospeso nel 2011 dopo il completamento di una tranche dei lavori per 150 milioni. Il sito specialistico Analisi Difesa rivelò altresì che i libici chiesero pure di dotarsi di un non meglio precisato “monitoraggio aereo delle frontiere”, con l’ausilio di droni-spia “Falco”, prodotti sempre da Selex.

Del resto proprio gli aerei senza pilota erano divenuti uno strumento chiave nelle guerre alle migrazioni: l’ennesimo accordo “tecnico” di cooperazione sottoscritto il 28 novembre 2013 dai ministri della difesa Mario Mauro e Abdullah Al-Thinn aveva autorizzato l’impiego dei Predator dell’Aeronautica militare (rischierati a Sigonella e Trapani-Birgi nell’ambito dell’operazione Mare Nostrum) a supporto delle attività di controllo dei confini del sud della Libia. Grazie ai Predator, cioè, lontani dagli occhi dei media e delle Ong dei diritti umani, è stato possibile intercettare le carovane dei migranti mentre attraversavano il deserto e informare i militari libici perché intervenissero per arrestarli o deportarli prima che raggiungessero le città costiere.

Gli intenti tutt’altro che umanitari dell’operazione di “salvataggio” di vite umane nel Mediterraneo emergono ancora dalle dichiarazioni del Ministero della difesa durante il vertice italo-libico del 28 novembre 2013. “Nell’ottica di uno sviluppo delle capacità nel settore della sorveglianza e della sicurezza marittima – si legge – è emersa la possibilità di imbarcare ufficiali libici a bordo delle unità navali italiane impegnate in Mare Nostrum, nonché di avviare corsi di addestramento sull’impiego del V-RMTC (Virtual Maritime Traffic Centre)”. Un pass cioè a favore dei militari di un paese all’indice per le violazioni dei diritti umani per condividere le illegittime operazioni d’identificazione e gli ancor più illegittimi interrogatori dei migranti “salvati” nel Canale di Sicilia.

Con l’arrivo a Palazzo Baracchini di Roberta Pinotti (Pd), la stretta anti-migranti si è rafforzata. “Al fine di fronteggiare e ridurre l’emergenza immigrazione, è stata confermata la disponibilità alla cooperazione nel campo dei sistemi aerei a pilotaggio remoto e nelle attività di Search and Rescue (SAR)”, dichiarava la neoministra della difesa a conclusione del vertice con il libico Abdullah Al-Thinni (8 marzo 2014).

Onu, Ue e Nato denunciano che in Libia non esiste più alcun controllo governativo delle frontiere e che i gruppi paramilitari gestiscono indisturbati i traffici di migranti, ma Roma si ostina a sostenere e finanziare le border guard libiche. Nel recente decreto di proroga delle missioni militari all’estero, si destinano 4.364.181 euro per i prossimi otto mesi “a favore della Guardia di finanza, che dovrà garantire la manutenzione ordinaria delle unità navali cedute al Governo libico e per lo svolgimento di attività addestrative del personale della Guardia costiera libica, in esecuzione degli accordi di cooperazione sottoscritti il 29 dicembre 2007 per fronteggiare il fenomeno dell’immigrazione clandestina e della tratta degli esseri umani”.cannoni su carro 2

Nello specifico, sono state consegnate ai libici sei motovedette armate con mitragliere “Breda” cal. 30/70, “MG” cal. 7,62 Nato ed “M/12 parabellum”. Due unità sono affondate con i bombardamenti alleati del 2011; le quattro rimanenti, danneggiate, furono trasferite a Napoli nell’agosto 2013 per essere sottoposte a lavori di riparazione e riconsegnate ai libici nel maggio 2014.

Nel febbraio 2013 l’Italia ha consegnato alla Libia “a titolo gratuito” pure 20 blindati da trasporto e combattimento VBL “Puma” 6X6, prodotti dal consorzio Fiat Iveco-Oto Melara, mentre la Marina militare ha donato quasi 70.000 capi di “vestiario in disuso”.

Da tempi remoti Tripoli è una delle maggiori clienti delle industrie belliche italiane. Secondo il Sipri (l’istituto svedese di ricerche sui temi della pace e il disarmo), nel solo biennio 2008-09 le licenze autorizzate dal governo sono state pari al 34,5 per cento di tutte quelle rilasciate verso la Libia in ambito Ue, per un valore complessivo di 205 milioni di euro.

Alla vigilia della caduta del regime di Gheddafi, Agusta-Westland (Finmeccanica) ha venduto alla Libia 10 elicotteri AW-109E “Power” per controllare coste e frontiere e 20 elicotteri AW-119K “Koala” e AW-139 per missioni d’emergenza e il combattimento. Nel gennaio 2008 le forze armate libiche hanno comprato da Alenia Aeronautica 9 pattugliatori marittimi Atr-42Mp e affidato alla stessa azienda la revisione di 12 velivoli addestratori SF-260. Top secret i dati sull’export di armi leggere, molte delle quali oggi in mano a “terroristi” e jihadisti.

Secondo il ricercatore Francesco Vignarca, tra il 2009 e il 2011, dalla Beretta-Benelli di Brescia sono partiti per la Libia 11.500 armamenti, “fatti passare per armi ad uso civile (come pistole, revolver e fucili da caccia ad uso sportivo) che in base alle norme italiane possono essere esportate senza il via libera del Governo, al contrario dei sistemi d’arma a scopo militare, regolati dalla legge 185/90”.

Antonio Mazzeo
a_mazzeo@yahoo.com

The Ridiculous and Silly Reaction of Eritrean Embassy in Nairobi on the Diaspora Meeting

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Special for Africa ExPress
Saba Makeda
Juba, March 9th 2015

African ExPress through its own reliable sources was able to obtain a copy of the letter written by the Eritrean Embassy to Diplomatic Community in Kenya.

I have viewed the letter and have found it to be  very revealing as to the attitude of the Eritrean Government towards its citizens and   provides glimpse of what the restrictions and the harassment that are applied to Eritreans in Eritrea.

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The letter:
“The Embassy  has learn that a group of  subversive Eritreans  national  in Naiorbi  are planning  to organise an illegal  political gathering or meeting under the name of  “Eritrean Diaspora in East Africa” on  Friday  20th February 2015 with a main aim of inciting national  against the Government of the State of Eritrea”

Saba Makeda:
The meeting organised by the Eritrean Diaspora in East Africa (EDEA) was not illegal in  Kenya. The organisation is registered in Kenya and in fact Kenyan officials were invited to attend.  Therefore the reference to illegality can only be reconciled with the fact that the EDEA was organised by Eritrean citizens independently of the Eritrean Embassy or the Eritrean Government. The objection is to Eritreans exercising, in the host country, the right of free assembly and free speech.  These are rights that at present Eritreans are not able to exercise in Eritrea and are often intimidated so as to not to exercise the rights in host  countries. . The message is that  Eritreans who  want to  exercise their  right to  meet and discuss  issues independently of  the Government suddenly lose their  status of Eritrean  Citizens  and  become  Subversive Nationals.

The letter:
The Embassy has also received information that the Group has invited the Ambassadors or representatives of East African Countries namely Kenya, Uganda, Tanzania, Sudan, South Sudan, Rwanda Burundi and Democratic Republic of Congo. 

The Embassy would like to inform the esteemed  Diplomatic Community that neither the group nor their idea is recognised by the Government of the State of Eritrea and their  agenda is  unacceptable and  doesn’t represent the interest of the Eritrean People  and Government and would  therefore kindly  request  the  esteemed Missions  or their  representatives not to attend the illegal meeting”

SM:
The letter fails to mention, that in fact the Eritrean Embassy was invited to attend.  It was the choice of the Eritrean Embassy to embark in a process of intimidation and threats and to silence the process thus eminently demonstrating the nature of the Eritrean Government and the difficulties faced by Eritreans who want to engage and   openly exercise their rights and have their real concerns heard.

Given the plight of the Eritrean Youth  and the fact that  presently there are Eritreans seeking asylum  in Angola, Namibia, Ethiopia,  Egypt, Libya, Israel , Europe ;  it can be  argues that . The situation of Eritreans in the diaspora and specifically that of young  Eritreans is desperate enough  that more  diplomats and  representatives of such  organisations as UNHCR, Danish Refugee Council, and ICRC could have been invited.

With this letter the Eritrean Embassy seems to be saying that the Eritrean People that  are not allowed to independently gather and talk about the state of Eritrea nor are we allowed to discuss and look for solutions to  the following issues:
– The condition of our youth in Eritrea
– The flight of our youth from Eritrea
– The kidnapping and  trafficking of our youth

Because it is not an  agenda of the Government of Eritrea, Eritreans are not e not allowed to talk about the fact that many of our young  Eritreans are moving or are  being  moved into  areas that are  now heavily influenced by the ISIS  agenda . We are not allowed to discuss   or find solutions for the problem that many of our youth may be killed and others again may be enticed to join ISIS.  Surely we should not await for the permission of the Government of Eritrea address these issues . Surely we should lead.

The letter:
To the amazement of the Embassy of the State of Eritrea, Amb Haile Menkerious and Eritrean with South African passport and a very senior official in the UN system to indicate his position exactly. UN special envoy to African Union, is cited as a guest of honour in the gathering. The Embassy categorically opposes such involvement by a UN staff because it is against the principles and charter of the United Nations.

pag 2 ok

SM:
The letter is disingenuous. Ambassador Haile Menkerious is one of the Group of  15  who in  in 2001 had  dared to hold the Government to  task and to account on such issues as accountability, implementation of the constitution,  hearing the voices of the people. For the request of accountability and to listen to the voices of the People, the members of G 15 have disappeared and or are in exile. Lest we forget the G15 are:

  1. Mahmud Sheriffo                                   presumed  dead
  2. Haile Woldensae ( Duro)                      unknown
  3. Mesfin  Hagos                                         exile
  4. General  Ogbe Abrha                             presumed  dead
  5. Hamid Hmd                                            presumed  dead
  6. Saleh Kekya                                             presumed dead
  7. Brigadier General  Estifanos Seyoum presumed  dead
  8. Berhane GhebreEgzabiher                     presumed  dead
  9. Astier Feshatsion                                      presumed  dead
  10. Mohammed Berhan Blata                       unknown
  11. Petros  Solomon                                        unknown
  12. Germano Nati                                            presumed  dead
  13. Beraki  Ghebreselassie                            presumed  dead
  14. Adhanom  Ghebremariam                     exile
  15. Haile Menkerios                                      exile

Ambassador Haile Menkerious is a South African citizen, because the Eritrean Government has pursued a policy of persecution so as to render him stateless a situation  remedied by South Africa

The letter:
Ambassador  Menkerios and other participants such as Mr Andebrhan Weldegiorgis (a former Ambassador of Eritrea to Brussels)  are , according to their  agenda, scheduled to  address the gathering with politically motivated  speech sucha  as “ Current situation in Eritrea and the Region” as part of their ongoing agenda to oust the constitutionally elected Government of Eritrea illegally”

The statement made above is not correct. According to the agenda of the meeting the only person  that was to speak on the issue of “Current  situation in Eritrea and the Region” was  Ambassador  Andebrhan  Weldgiorgis  who also happens to be  Adjunct Professor  – Diplomacy and African Studies at the Vesalius College  Brussels.

The statement is also incorrect in referring to the current Government of Eritrea as “constitutionally elected”.  Since the 1992 independence referendum there has been no election in Eritrea to elect either the President or the Parliament. Therefore the current Government can’t be referred to as constitutionally elected. It is not logical  for the  same entity that continuously asserts that the constitution is not implemented and  worst that the constitution is “ Dead” to  then  rely on the same instrument for its legitimacy;

The letter:
The Embassy further would also like to bring to the attention of the esteemed Diplomatic Missions that the office of the Embassy of the State of Eritrea in Nairobi and the Association of Eritrean Community in Nairobi are the only appointed and legal representatives of the Government of the State of Eritrea and the Eritrean Community in the Republic of Kenya respectively and hence kindly request the Government of Kenya to stop the illegal activities of these subversive elements.

This is an assertion that inverts the roles and makes the Association of Eritrean Community in Nairobi a tool of the Government of Eritrea   that is a community organisation is viewed by the Embassy and the Government of Eritrea as   a   representing the  Government of Eritrea. Clearly we are not talking about a Government interested to hear and represent the People of Eritrea

Saba  Makeda
makedasaba@ymail.com

Stupri, mutilazioni genitali, rapimenti: così si festeggia l’8 marzo in Africa

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 8 marzo 2015

Nella notte tra il 14 e il 15  aprile 2014 furono rapite quasi trecento ragazze in una scuola di Chibok, nel nord-est della Nigeria. La maggior parte sono ancora in mano ai loro sequestratori. Solo una sessantina è riuscita a scappare dalle fauci dei militanti di Boko Haram. Oggi, a distanza di quasi un anno, quasi nessuno le ricorda, fanno parte di un “lontano” passato che non ci riguarda. Eppure, laggiù, nel nord-est della Nigeria, così flagellata dagli incessanti attacchi dei terroristi ci sono mamme e papà, fratelli e sorelle, che attendono il loro ritorno. Il loro dolore si fa più acuto quando una bambina/ragazza kamikaze si è fatta esplodere, perché potrebbe essere la loro figlia.

Giovani, giovanissime non solo rapite, private dagli affetti più cari, ora sono anche schiave. Stavano per sostenere gli esami di fine corso per avere un’istruzione, un futuro. Sono state tradite due volte: prima di tutto dallo Stato, che non ha saputo e voluto proteggerle, e che non mostra volontà alcuna  per liberarle e poi dai “Grandi” della terra che durante le prime settimane avevano fatto tante promesse. I genitori ci avevano creduto!

Bambine

E vogliamo parlare degli stupri di massa, che altro non sono che vere e proprie armi da guerra? Senza andare lontano nel tempo, l’autunno scorso sono state stuprate oltre duecento donne nel villaggio di Tabit, nel Darfur da soldati sudanesi, incoraggiati dal proprio governo di compiere questo vile, drammatico atto. Un crimine contro l’umanità. (http://www.africa-express.info/2015/02/15/ordine-ai-soldati-sudanesi-stuprate-tutte-le-donne-di-quel-villaggio/)

Ragazze e donne che resteranno segnate per tutta la vita. Non solo nell’anima e nel corpo, ma anche di fronte alla società, che li additerà per sempre come “ecco la ragazza stuprata dai soldati sudanesi”. Difficilmente troverà un marito e se è già sposata, il coniuge potrà sempre respingerla, perché ormai è impura, è stata di un altro.

In Africa ed in Medio Oriente sono circa 125 milioni le bambine e donne che sono state sottoposte alla mutilazione degli organi genitali femminili, comunemente conosciuta come FGM (Female Genital Mutilation) o infibulazione o circoncisione femminile. Non è per nulla una pratica islamica e non c’è niente in proposito nel Corano. Si tratta invece di un’usanza faraonica, che proviene dall’antico Egitto e in alcune regioni dell’Africa sub sahariana è stata adottata da da comunità cristiane e animiste. Generalmente la mutilazione viene effettuate sulle bambine che hanno raggiunto 10/13 anni: a volte anche prima. Una vera e propria barbaria che impedisce alle donna di raggiungere l’orgasmo. (http://www.africa-express.info/2013/07/24/linfibulazione-una-piaga-che-affligge-130-milioni-di-donne/)

Una donna che non è stata sottoposta a infibulazione, viene considerata poco seria, non degna di diventare sposa e viene messa al bando dalla società.

Due terzi dei 774 milioni di adulti analfabeti nel mondo sono donne. In Africa la situazione più drammatica è in Somalia, dove il 98 per cento delle ragazzine tra 7-16 non va a scuola, seguita dal Niger con il 77 per cento, Liberia 76 per cento, Mali 75 per cento, Burkina Faso 71 per cento ed infine la Guinea con il 68 percento. Nella maggior parte di questi Paesi la scuola non è gratuita, ma anche dove lo è, la famiglia deve sostenere le spese per i libri, le divise e quant’altro. Quando manca anche il cibo in una casa anche i ragazzini devono lavorare e così devono rinunciare alla scuola. E se ci sono figli maschi in una casa, i sacrifici si fanno per loro. Eppure l’istruzione potrebbe cambiare il mondo: le figlie dell’Africa hanno diritto all’istruzione. Con un lavoro qualificato potrebbero contribuire non solo al benessere della propria famiglia, ma anche alla crescita economica del proprio Paese.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

8 marzo: lotta alla fame, il ruolo chiave delle donne

IFAD
Roma, 6 marzo 2015

In preparazione allaGiornata Internazionale della Donna che cade oggi, , dirigenti e alti funzionari delle tre agenzie del polo alimentare delle Nazioni Unite con sede a Roma si sono riuniti per ricordare al mondo che le donne impegnate nell’agricoltura giocano un ruolo chiave nel garantire sicurezza alimentare e qualità dell’alimentazione.

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Durante l’incontro svoltosi a Roma, dirigenti e alti funzionari dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD) e del Programma Alimentare Mondiale (PAM) hanno condiviso testimonianze relative ai loro interventi innovativi che hanno assicurato alle donne un maggior potere decisionale, contribuendo in tal modo al raggiungimento della sicurezza alimentare e al miglioramento della qualità dell’alimentazione. Hanno anche sottolineato che promuovere pari opportunità tra i sessi e garantire maggior potere decisionale alle donne può contribuire in modo significativo a rendere più efficaci gli sforzi per ridurre la povertà rurale.

La ricorrenza di quest’anno cade per di più nel ventesimo anniversario della storica Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne tenutasi a Pechino nel 1995 (Pechino +20).

Il presidente dell’IFAD Kanayo F. Nwanze ha pronunciato il discorso di apertura, sottolineando come – dal momento che nei paesi in via di sviluppo gli uomini migrano verso i centri urbani o si orientano verso lavori meglio remunerati – si sia verificata una “femminilizzazione dell’agricoltura”, per cui circa la metà della forza lavoro agricola di tutto il mondo è attualmente composta di donne.

donne africane

“Le donne rappresentano la spina dorsale delle società rurali, occupandosi sia della produzione che della trasformazione degli alimenti e garantendo che le loro famiglie abbiano cibo sufficiente e di buona qualità”, ha dichiarato Nwanze. “Troppo spesso, i lavori agricoli più pesanti gravano sulle spalle delle donne. Per migliorare le loro condizioni sociali ed economiche, dobbiamo far sì che venga maggiormente riconosciuto il ruolo essenziale che esse svolgono nelle economie rurali. Nelle aree rurali, le donne hanno bisogno di maggiori opportunità di partecipare, migliorare le proprie capacità, ottenere accesso alle risorse ed essere coinvolte nei processi di produzione agricola e di commercializzazione. Dobbiamo lavorare tutti insieme per dare loro il potere decisionale necessario a raggiungere la sicurezza alimentare e un’alimentazione di qualità. Per il loro bene e per il bene delle loro famiglie e delle loro comunità.”

Ertharin Cousin, direttrice esecutiva del PAM, ha presentato l’innovativo programma Acquisti per il Progresso (P4P), che mette i piccoli agricoltori in contatto con i mercati e che in cinque anni ha triplicato il numero di donne che fanno parte di organizzazioni di agricoltori sostenute dal programma P4P in venti paesi.

“Sfruttando il potere di mercato del PAM, l’organizzazione ha avuto un impatto diretto e positivo sulla vita di 300.00 donne”, ha dichiarato Cousin. ”Acquistando prodotti tradizionalmente coltivati da donne, come fagioli e soia, il PAM ha dimostrato il ruolo essenziale delle donne delle aree rurali nello sforzo collettivo volto a eliminare definitivamente la fame in tutto il mondo. Nel riconoscere il successo di questo programma, dobbiamo riprodurre su larga scala le lezioni apprese per garantire maggiori opportunità a un numero crescente di donne.”

Marcela Villarreal, direttrice dell’Ufficio Partenariati, Advocacy e Sviluppo competenze della FAO, ha sottolineato che la sicurezza alimentare in tutto il mondo aumenterebbe in modo significativo se le donne avessero pari opportunità rispetto agli uomini, e ha lanciato un allarme relativo specificamente alla condizione femminile nelle aree rurali.

“Benché dalla conferenza di Pechino siano stati fatti progressi significativi nel migliorare le condizioni di vita delle donne, siamo preoccupati del fatto che nelle aree rurali le donne risultino rimaste indietro, secondo qualsiasi indicatore di sviluppo, sia rispetto agli uomini delle aree rurali sia rispetto alle donne che vivono nelle città”, ha dichiarato. “Nei vent’anni trascorsi dalla conferenza, non abbiamo ottenuto abbastanza per queste donne, che svolgono un ruolo fondamentale contribuendo a provvedere al fabbisogno alimentare, e dobbiamo moltiplicare i nostri sforzi per consentire loro di sviluppare appieno il proprio potenziale.”

Le donne delle aree rurali hanno meno possibilità degli uomini di accedere a risorse produttive e servizi. Questa diseguaglianza comporta perdite ingenti per le società in termini di minore produzione agricola, sicurezza alimentare e crescita economica.

Le varie iniziative promosse nel corso dell’anno per celebrare Pechino +20 offrono alle agenzie delle Nazioni Unite con sede a Roma, alla comunità internazionale nel suo insieme e ai governi nazionali un’opportunità per riflettere sui progressi fatti, colmare i divari ancora esistenti e rinnovare il proprio impegno a promuovere le pari opportunità e garantire un maggiore potere decisionale alle donne. Nonostante lo storico accordo tra 189 governi che ha portato alla Piattaforma d’Azione di Pechino del 1995, nessun paese del mondo ha ancora raggiunto una condizione di vera parità tra i sessi. La disparità tra i salari di uomini e donne è solo un esempio delle diseguaglianze che affliggono le donne in tutto il mondo.

IFAD

Bamako, attentato al night club: uccisi un francese, un belga e 3 maliani

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Africa ExPress
Bamako, 7 marzo 2015

Attentato terroristico in un noto night club “La Terrasse” nella zona dell’ippodromo, a Bamako, capitale del Mali. Sono stati uccise almeno cinque persone: un francese, un belga, tre  maliani. I feriti sarebbero otto, tra cui due militari e una donna svizzeri.

Il portavoce di MINUSMA, il corpo di pace dell’ONU in Mali, in un comunicato di stampa ha dichiarato: “In un primo momento è circolata la notizia che i deceduti europei fossero tre. Così non è.  Sono due, gli altri tre sono cittadini del Mali”.

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Un uomo con viso coperto da un passamontagna sarebbe entrato nel locale con un fucile automatico. Due persone sospette coinvolte nell’attentato sono già state arrestate dalle forze dell’ordine maliane. Molti ancora i punti oscuri. I testimoni devono ancora essere sentiti per ricostruire i fatti con precisione, anche se uno di loro ha già raccontato che gli assalitori hanno urlato: “Allah Akbar”, cioè Dio è grade.

Immediatamente dopo attentato, i corpi di un poliziotto e di una guardia privata maliani sono stati trovati privi di vita in una strada, vicino al night club. Per il momento il vile atto non è stato rivendicato da nessun gruppo terroristico attivo nel Mali.

Africa ExPress

Il Lesotho volta pagina: alle elezioni generali vince l’opposizione

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 6 marzo 2015

Il Regno del Lesotho, il piccolo Stato completamente circondato dalla repubblica del Sudafrica, ha finalmente un nuovo governo. La popolazione si è recata alle urne il 28 febbraio 2015 per eleggere i 120 rappresentanti dell’Assemblea nazionale. Un voto anticipato, dopo il tentato colpo di Stato della scorsa estate (http://www.africa-express.info/2014/08/30/colpo-di-stato-lesotho-il-primo-ministro-fuga-sudafrica/). Su consiglio dell’allora primo ministro, Tom Thabane, il re  Letsie III aveva sciolto il parlamento. Nessuno dei partiti ha potuto incassare una vittoria eclatante e perciò è stato necessario formare un governo di coalizione con cinque partiti.

The All Basotho Convention, il partito dell’ex primo ministro Thabane, si è piazzato al secondo posto, guadagnando 46 seggi.

Il Democratic Congress, guidato da Pakalitha Mosisili è “il vincitore” con 47 seggi e forma una maggioranza insieme ad altri partiti minori che insieme hanno conquistato 61 seggi.

Mothejoa Metsing avrà nuovamente l’incarico di vice primo ministro. Il suo partito, Lesotho Congress for Democracy fa parte della nuova coalizione con 12 seggi in parlamento.

Donna alle urne

Durante la tornata elettorale i militari sono stati confinati nelle caserme. Quattrocentosettantacinque agenti di polizia hanno garantito la sicurezza e, secondo gli osservatori, le votazioni si sono svolte in modo tranquillo e regolare.

Questi sono i seggi ottenuti dai vari partiti, informazione diramata da Lesotho’s Independent Electoral Commission:

  • Democratic Congress (DC): 47
  • All Basotho Convention (ABC): 46
  • Lesotho Congress for Democracy (LCD): 12
  • Basotho National Party (BNP): 7
  • Popular Front for Democracy (PFD) – 2
  • Reformed Congress of Lesotho (RCL) – 2
  • Quattro altri partiti (BCP, LPC, MFP, NIP) – 1 ciascuno

Il regno del Lesotho (che in bantu significa: il popolo che parla la lingua sothu), è una monarchia parlamentare.  I rapporti tra il re Letsie III, i partiti e l’esercito sono fragili, ma stabili. Il Paese conta poco più di due milioni di abitanti e il 40 percento della popolazione vive con meno di 1,25 dollari al giorno. La maggior parte è cristiana, il 15 per cento animista, mentre solo il 5 per cento è musulmana. Economicamente è uno dei Paesi meno sviluppati al mondo; la sua economia dipende quasi esclusivamente dal Sudafrica.

Il tasso di propagazione del virus HIV è uno tra i più alti del mondo: un abitante su tre (compreso donne e bambini) ne è affetto.

dito nell'ichiostrio

Anche se durante il periodo pre-elettorale i politici si sono dimostrati più maturi del previsto, il piccolo regno necessita di riforme istituzionali urgenti, come, per esempio, chiarire quale sia il ruolo della polizia e quello delle forze armate e, non ultimo, il compito e il ruolo dell’opposizione in parlamento. Infatti, annunciando il risultato del voto, la Commissione ha esortato tutti partiti a mettere in disparte una volta per tutte l’intolleranza politica.

Il Lesotho ha bisogno di uno sviluppo economico preciso ed  è necessario creare nuovi posti di lavoro per i giovani. Non sarà facile per questo nuovo governo, visto che  il primo ministro uscente è all’opposizione con 46 seggi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Gli affari sospetti tra una sconosciuta società svizzera e il figlio del presidente del Congo-B

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Speciale per Africa ExPress
Federico Franchini
Ginevra, 5 marzo 2015

I suoi locali hanno sede al numero 42 della prestigiosa Rue du Rhône di Ginevra, una via famosa per le banche, le gioiellerie e i negozi di orologi di lusso. All’esterno della palazzina nessuna placca indica la presenza di questa società attiva nel commercio di materie prime. Solo una volta arrivati nell’atrio si può scorgerne il nome all’entrata di un ascensore: Philia. Un appellativo che non dice niente. Nemmeno a chi conosce bene tutti i segreti della piazza di trading petrolifero ginevrina, la più importante del mondo.

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Eppure, negli ultimi due anni, la piccola e sconosciuta Philia ha ottenuto il diritto esclusivo per esportare il petrolio raffinato della Repubblica del Congo (o Congo-Brazzaville). Un diritto che ha permesso a questa società di generare una cifra d’affari di oltre 170 milioni di dollari. Il successo di Philia nel Paese africano è ambiguo. Il Congo-Brazzaville è un Paese notoriamente corrotto dove il petrolio genera l’80 per cento dei ricavi pubblici. Che si tratti di produzione o di commercializzazione, gli accordi petroliferi sono gestiti da un piccolo gruppo di persone vicine al presidente Denis Sassou-Nguesso. Conclusi nella più grande opacità i contratti sul petrolio favoriscono dei partner scelti sulla base di criteri dubbiosi. Come è possibile che Philia, società creata nel 2012, guidata da perfetti sconosciuti nel settore, abbia ottenuto il monopolio dell’esportazione del petrolio raffinato congolese generando profitti milionari?

Per saperlo occorre fare un passo indietro.

UNA LETTERA ANONIMA
Aprile 2014, Losanna. Presso la sede di Losanna dell’Organizzazione Non Governativa svizzera “Dichiarazione di Berna” viene recapitata una lettera anonima. Al suo interno un contratto petrolifero. Datato 30 maggio 2013 il documento è siglato tra la Philia SA e la raffineria di Stato congolese, la Coraf (Congolaise de raffinage), appartenente al 100 per cento alla società petrolifera pubblica SNPC (Société nationale des pétroles congolais). Il contenuto della busta è il punto di partenza per un’inchiesta approfondita condotta da questa ONG specializzata nello svelare le pratiche corrotte del commercio di materie prime. Nel corso dei mesi seguenti la misteriosa fonte, nel frattempo dichiaratasi, continua a inviare a Losanna documenti, fatture, contratti e conti bancari. Materiale che, in seguito, sarà mostrato a diversi trader e operatori della piazza ginevrina i quali ne confermano l’autenticità.

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KIKI IL PETROLIERE
Il primo contratto recapitato a Losanna porta la firma dell’amministratore delegato della Coraf: Denis-Christel Sassou-Nguesso. Suo padre Denis dirige il Congo-B dal 1979 (tranne la parentesi di Patrice Lissouba tra il 1992 e il 1997). Soprannominato “Kiki il petroliere”, Denis-Christel è un amante del lusso: conduce Maserati, Bentley e Porsche e adora vestirsi bene. La leggenda narra che cambi tre camicie al giorno e che si vanti di portarle una volta sola. Poi le butta via. Non sappiamo se sia vero, ma è dimostrato dalle autorità francesi che, tra il 2005 e il 2011, Kiki ha speso quasi 500.000 euro in una famosa boutique di lusso parigina.

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Sono anni che gli inquirenti francesi seguono le tracce della dinastia Sassou-Nguesso. Gli investigatori transalpini stimano che, dal 2005, il presidente e la sua famiglia, avrebbero speso in Francia almeno 60 milioni di euro provenienti dal denaro pubblico per finanziare il loro stile di vita stravagante. Se è impossibile risalire all’origine di questo denaro non vi è dubbio che questa ricchezza è generata dal petrolio, il cui controllo è gestito dal clan al potere. Una decina di anni fa un tribunale di Londra aveva già dimostrato come Kiki avesse svenduto, a proprio vantaggio, importanti quantità di petrolio ai trader svizzeri Glencore e Vitol.

PRATICHE SOSPETTE E BENEFICI MILIONARI
Pubblicata lo scorso primo marzo, l’inchiesta della Dichiarazione di Berna mostra il ruolo parassitario di Philia SA e le implicazioni di Denis-Christel Sassou-Nguesso. Kiki il petroliere è il direttore generale aggiunto della SNPC nonché amministratore generale della Coraf. Grazie a questa carica è lui che sceglie gli intermediari cui vendere i prodotti raffinati.

È lui quindi che, nel 2013, concede alla sconosciuta società ginevrina il diritto esclusivo di esportazione del petrolio raffinato in Congo-B. Si tratta di un contratto a termine, valevole tra il 1° giugno e il 31 dicembre 2013 e rinnovabile di un anno. Secondo i documenti in possesso alla Dichiarazione di Berna, Philia ha ottenuto cinque carichi di petrolio nel 2013. Grazie a ciò, semplicemente rivendendo il combustibile ad altri operatori, il mediatore elvetico ha realizzato una cifra d’affari di 140 milioni di dollari. A questo bisogna aggiungere un carico di nafta e uno di benzina leggera per un totale di altri 35 milioni di dollari di vendite. Tutto questo senza che la società pubblica congolese abbia lanciato nessuna procedura di commessa pubblica.

Il domenicale svizzero le Matin Dimancheha pubblicato un esempio di transazione sospetta. Il 15 ottobre 2013, Philia SA riceve un cargo di 43.981 tonnellate di petrolio da parte dalla Coraf. Lo stesso giorno lo rivende per 29,4 milioni di dollari a un’altra società svizzera, la AOT Trading di Zugo. AOT si occupa di trasportare fisicamente questo petrolio negli Stati Uniti dove si trova l’acquirente finale. Soltanto due mesi più tardi, il 14 dicembre, Philia Sa versa la somma su un conto dello Stato congolese trattenendo però 418.000 dollari di commissione.

Denis Christel sassou Nguesso

Oltre ad un beneficio di quasi mezzo milione di dollari effettuato praticamente senza muovere un dito, la transazione presenta alcuni aspetti dubbiosi. Il pagamento effettuato due mesi dopo non è abituale per questo tipo di operazioni: di norma il denaro deve essere versato entro dieci giorni dopo la fornitura del carico. Grazie a questo margine di tempo favorevole, Philia può finanziarsi gratuitamente senza dovere passare tramite un credito bancario. I contratti tra la società svizzera e la raffineria statale congolese prevedono altre clausole sfavorevoli a quest’ultima. Ad esempio, Philia è autorizzata a prelevare il 2 per cento di margine delle sue operazioni, il doppio di quanto avviene di norma sul mercato.

In totale, i documenti in possesso alla Dichiarazione di Berna dimostrano che, tra maggio e novembre 2013, sono avvenute una dozzina di transazioni di questo tipo. Il beneficio totale di “commissioni” ottenuto da Philia è di 2,8 milioni di dollari.

CHI È PHILIA?
Secondo il registro di commercio del Canton Ginevra, Philia Sa ha come amministratore unico un certo Ikenna Okoli, un banchiere d’affari d’origine nigeriana residente in Svizzera. L’azionista unico di Philia sarebbe però il cittadino gabonese Jean-Philippe Amvame Ndong.

L’ONG non è riuscita a stabilire con certezza che i benefici della società elvetica siano andati a gonfiare le tasche del clan al potere in Congo-Brazzaville. Diversi elementi lasciano però ipotizzare che Jean-Philippe Amvame Ndong intrattiene delle relazioni privilegiate con Denis-Chritel Sassou-Nguesso. Diverse fonti interrogate dall’ONG hanno affermato che i due uomini sono amici e avrebbero passato diverso tempo assieme nel sud della Francia, dove Amvame Ndong ha vissuto per diversi anni.

dichiarazione di berna

Contattato dall’organizzazione svizzera, Amvame Ngong afferma laconico: “conosco delle persone. Tutte le persone che lavorano nel settore petrolifero congolese. Ci sono delle discussioni. È normale”. A seguito dell’inchiesta pubblicata dalla ONG Philia ha affidato ad una società di comunicazione la pubblicazione di un comunicato stampa in cui la direzione della società si dice “stupefatta e costernata dalle accuse infondate” di cui è vittima. Philia rifiuta formalmente l’insieme delle insinuazioni “probabilmente indotte in errore da un ex impiegato che aveva tentato d’ottenere dei bonus non dovuti”.

A DISCAPITO DEL POPOLO CONGOLESE
È vero, le transazioni che implicano Philia non hanno all’apparenza niente d’illegale. Resta da spiegare come mai questa sconosciuta società elvetica ha beneficiato di questi contratti particolarmente vantaggiosi in Congo-Brazzaville. Marc Guéniat, responsabile delle inchieste presso la Dichiarazione di Berna, sospetta che Philia agisca su comando di Denis-Chritel Sassou-Nguesso, permettendole d’intascare una parte dei redditi petroliferi del Congo-Brazzaville. “Per la Coraf, la scelta di Philia Sa non è fondata da criteri economici. Al contrario, la raffineria di Stato non soltanto prende dei rischi inutili ma si priva di lucrosi benefici”. Una cosa è certa: il contratto che lega Philia a Coraf avvantaggia la società svizzera a discapito della raffineria statale congolese. A fare le spese di questo genere di pratiche è, ancora una volta, il popolo congolese.

Federico Franchini
f.franchini83@gmail.com
twitter @ffranchini83