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La notte infinita del Medio Oriente

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Tangenti e lotta per il potere: ecco la lite tra presidente e vicepresidente in Sierra Leone

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Speciale per Africa-Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 20 marzo 2015

La lite tra il presidente della Sierra Leone, Ernest Bai Koroma, e il suo vice, Samuel Sam-Sumana, rimosso dall’incarico qualche giorno fa, non è storia recente. I due avevano contratto un matrimonio politico nel 2007, basato solo su interessi reciproci. Sam-Sumana , originario di Kono, ha in gran parte finanziato la campagna elettorale dell’attuale presidente, inoltre ha procurato i voti necessari nel suo distretto. In Sierra Leone mai nessun politico è riuscito a entrare in parlamento e/o al governo, senza una vittoria schiacciante nel distretto di Kono, il più povero di tutto il Paese, malgrado le miniere di diamanti. Una volta diventato presidente, Koroma, visto il patto siglato tra lui e Sam-Sumana, ha dovuto dare l’incarico di vicepresidente al suo “benefattore”.

SAM SUMANA diamon

Da qualche tempo i rapporti tra i due sono tesi e freddi. All’interno del partito al potere, “All People Congress”, l’ex vicepresidente non ha mai goduto di grande considerazione, era considerato un outsider. E’ stato silurato dall’APC non appena è stato reso noto che Sam-Sumana aveva falsificato i suoi titoli di studio e che non era musulmano, religione che da sempre aveva dichiarato di professare. Immigrato negli USA, ha lavorato a Minneapolis come semplice parcheggiatore; un lavoro onesto, ma certamente non abbastanza importante da poter essere inserito nel curriculum di un politico di spicco.

Tutte cose “perdonabili” tranne l’ultima: quella di essere in procinto di formare un nuovo partito proprio nella sua terra d’origine e di aver fomentato violenze politiche proprio a Kono, dunque da alleato, membro dell’APC, Sam-Sumana era pronto per passare all’opposizione per conquistare la tanto desiderata poltrona di presidente, non più vice, tollerato solamente per il patto stretto con Koroma e il suo entourage.

Tronchi a

L’ex-vicepresidente è stato spesso sulle prime pagine dei giornali per il suo coinvolgimento in diversi scandali di tangenti e di corruzione, ma la sua alleanza con Karoma lo ha sempre salvato dall’impeachment. Nel 2012 è stato accusato di aver procurato delle licenze false per l’esportazione di legname, il cosiddetto “Timbergate”, a società che si procuravano la materia prima disboscando smodatamente e scriteriatamente le ricche foreste tropicali della Sierra Leone. Uno dei responsabili, Momoh Conteh, recentemente promosso come direttore delle telecomunicazioni, era stato assolto dal tribunale per assenza di prove, pur essendo stato indicato dalla commissione anti-corruzione come uno dei maggiori responsabili. Se il losco traffico non fosse stato fermato, i già gravi danni inflitti al ecosistema del Paese sarebbero diventato catastrofiche, irreparabili.

Nel 2012 un uomo d’affari americano, in una lettera aperta al popolo della Sierra Leone, racconta altre malefatte del vicepresidente. Lo accusa di aver percepito ingenti somme di denaro e di essersi appropriato di container di abbigliamento. Ma non solo. Sam-Sumana avrebbe trafugato attrezzature per avviare miniere per l’estrazione di diamanti nel distretto di Kono. Il materiale sarebbe stato impiegato invece per costruire strade e altre infrastrutture nel suo distretto e ciò gli avrebbe permesso di guadagnare consensi e fiducia dalla popolazione, necessari per la realizzazione delle sue ambizioni politiche. Nella lettera le accuse sono state estese anche al presidente, in quanto parte del denaro, si parla di milioni di dollari, sarebbe stato utilizzato per la sua campagna elettorale del 2007.

Con l’inizio dell’epidemia di ebola, che ha colpito così duramente il Paese, il vicepresidente, il cui incarico comprende anche quello della sicurezza nazionale, ha costituito l’”Ebola crisis response strategy” per contrastare l’espandersi del virus. Ma l’incarico gli è stato tolto poco dopo dal presidente, che ha voluto occuparsi lui stesso della questione ebola. Ora i suoi avversari insinuano che abbia sperperato il denaro raccolto per tale scopo e di non essere stato in grado far fronte in modo adeguato al terribile virus killer, che ha e sta ancora flagellando il Paese. Insomma manca una rendicontazione ufficiale.

Tangenti, corruzione, giochi di potere sono al centro della politica della Sierra Leone, uno dei Paesi più poveri al mondo, con il sottosuolo di minerali, in particolare di diamanti, dove la mortalità infantile è tra le più elevate del pianeta e dove si continua a morire di ebola. E come capo della “crisis response strategy” nazionale, il presidente Ernest Bai Koroma ha ordinato un nuovo coprifuoco di tre giorni dalle 06.00 del 27 alle 18.00 del 29 marzo 2015 per evitare l’espandersi del virus. E aggiunge: “Nel nostro Paese il male ha falciato la vita di oltre 3700 persone, l’economia è stata fortemente colpita. Entro il 12 aprile 2015 il virus deve essere sconfitto”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Nella foto in alto l’ex vicepresidente Samuel Sam-Sumana

Sierra Leone, il vicepresidente, in quarantena per ebola, chiede asilo politico nell’ambasciata USA
http://www.africa-express.info/2015/03/16/sierra-leone-il-vicepresidente-quarantena-per-ebola-si-rifugia-nellambasciata-usa/

Ebola colpisce ancora: il vicepresidente della Sierra Leone in quarantena
http://www.africa-express.info/2015/03/02/ebola-colpisce-ancora-il-vicepresidente-della-sierra-leone-quarantena/

Sierra Leone, il presidente destituisce il vicepresidente. Ebola continua il suo cammino
http://www.africa-express.info/2015/03/19/sierra-leone-il-presidente-destituisce-il-vicepresidente-ebola-continua-il-suo-cammino/

Sudafrica, primo trapianto di pene riuscito al mondo

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 20 marzo 2015

Era il 3 dicembre 1967 quando all’ospadale Groote Schuur di Città del Capo il professor Christian Barnard esegue il primo trapianto di cuore al mondo. A distanza di 47 anni da quella operazione in un altro ospedale sudafricano, Tygerberg a Bellville quartiere di Città del Capo, un’equipe medica dell’università di Stallenbosch ha portato a termine con successo il primo trapianto di pene al mondo. L’intervento è avvenuto l’11 dicembre 2014 ma è stato reso noto solo qualche giorno fa quando le condizioni del paziente che ha ricevuto l’organo sono state considerate decisamente buone.

Tygerberg Hospital

Tre anni fa un giovane di 21 anni, di cui ovviamente non è stata rivelata l’identità, subì l’amputazione dell’organo genitale. L’operazione fu necessaria per salvargli la vita che rischiava di perdere per le gravi complicazioni seguite a una circoncisione tradizionale. Sebbene non ci siano statistiche ufficiali i medici stimano che in tutto il Sudafrica le  amputazioni di questo genere sono abbastanza frequenti: si stimano in 250 all’anno.

human-organ-for-transplant

Ora dopo l’operazione, durata ben nove ore, la seconda di questo genere ma la prima non ha avuto successo, il paziente sta bene, ha spiegato il professor André van der Merwe, capo delle divisione di urologia del ospelale Tygerberg: Il nostro obbiettivo – ha aggiunto – era quello di fare raggiungere la piena funzionalità del pene in due anni. Invece siamo anche noi sorpresi della veloce ripresa urinaria e riproduttiva”.

Van der Merwe è stato assistito, tra gli altri, dal professor Frank Graewe, capo delle divisione di Ricostruzione Plastica: “Con questa operazione – ha spiegato Graewe – abbiamo dimostrato che questo trapianto si può fare. Posiamo dare a tutti quelli che l’hanno perso un pene con ottime funzioni come quello che avevano prima”.

disegno

“Gli eroi di questa vicenda – ha voluto sottolineare Van der Merwe – sono il donatore e la famiglia. E’ stato molto difficile trovare un pene da trapiantare. La medicina ha salvato la vita a migliaia di persone con i trpianti di cuore, fegato, reni, polmoni, pelle, cornea. Ora anche il pene è entrato nelle cerchia degli organi donabili”.

La pianificazione e lo studio di questa operazione è cominciato nel 2010. Le ricerche di Van der Merwe e del suo team decided hanno portato a concludere che per trapiantare un pene si dovevano utilizzare le tecniche e i modelli utilizzati per i trapianti che riguardano il viso: “Abbiamo adoperato lo stesso tipo di chirurgia microscopica per giuntare i vasi sanguigni e i nervi. Per la riabilitazione psicologica del paziente abbiamo usato le tecniche simili a quelle che si adoperano quando un paziente cambia la sua faccia”.

tavolo operatorio

La procedura può estendersi a pazienti che hanno avuto l’amputazione del penne per un tumore o che soffrono di importati disfunzioni erettili. Infine è stato rivelato che nove pazienti sono in attesa di ricevere un trapianto di pene.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Sierra Leone, il presidente destituisce il vicepresidente. Ebola continua il suo cammino

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 19 marzo 2015

Ernest Bai Koroma, il presidente della Sierra Leone, ha annunciato in un comunicato ufficiale: “Samuel Sidique Sam Sumana non è membro di alcun partito politico, non ha più i requisiti per detenere l’incarico di vicepresidente”.

L’ormai ex vicepresidente è stato accusato nei giorni scorsi dal presidente di voler costituire un suo partito politico e per questo avrebbe fomentato violenze a Kono, la sua Regione d’origine, nell’est del Paese, ricca di miniere di diamanti. Inoltre avrebbe falsificato i suoi titoli di studio.

Sam-Sumana, preoccupato perché la sua casa è stata circondata dai militari sabato scorso, ha chiesto asilo politico per sé e la moglie all’ambasciata americana a Freetown, la capitale del Paese. La rappresentanza non ha commentato il fatto. In attesa di una risposta ufficiale, il vicepresidente destituito si è diretto verso un luogo ignoto; insomma ha lasciato la sua residenza, dove avrebbe dovuto restare ancora qualche giorno in isolamento per terminare la quarantena di tre settimane, alla quale si era sottoposto spontaneamente dopo la morte per ebola di una delle sue guardie del corpo.

Zhao Yanbo, Ernest Bai Koroma, Samuel Sam-Sumana

L’espulsione dal partito All People’s Congress (APC) ha creato non poco scompiglio in Sierra Leone. Infatti,  la Costituzione, dal 1991 permette di esonerare  il vicepresidente dall’incarico solamente se i due terzi del Parlamento votano a favore dell’impeachment. Koroma, silurandolo dal partito, ha reso tutto più semplice.

E mentre i politici si contendono il potere, si continua a morire di ebola. Secondo l’ultimo bollettino rilasciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, le persone contagiate sono 11751, i morti 3691 nella sola Sierra Leone. In Guinea gli ammalati sono 3389, i morti 2224, mentre in Liberia sono 9526 le persone che hanno contratto la malattia e per 4264 l’esito è stato fatale. Se si considerano i morti in nei Paesi limitrofi si arriva a un totale 10179 che hanno perso la vita grazie al virus.

cartellone A

L’OMS comunica inoltre, che da venerdì scorso sono stati rimpatriati negli USA sedici operatori sanitari che operavano nella Sierra Leone. Sono venuti in contatto diretto con il terribile virus killer ed ora si trovano tutti in speciali reparti di isolamento in diversi ospedali americani.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Eritrea, the Dictator Against the People: “Demolish their Houses”

SPECIAL FOR AFRICA EXPRESS
Makeda Saba
Somewhere inside Eritrea, March 15th 2015

Since the start of March 2015 the Eritrean websites:  Asmarino, Awate, Radio Erena are reporting on the Eritrean Government’s campaign to demolish houses. The villages and towns that we know are affected, by the current demolition campaign are: Kushet; Adi Abieto; Zelot, Kahawata, Adi Keyh. In Adi Keyh alone 120 houses are scheduled for demolition. The current demolition campaign is not the first and I fear it will not be the last. In the past houses have been demolished in: Keren, Hashela, and Massawa.

This time more people are reacting, more news (i.e. images, voices etc…) is escaping the tightly controlled country. This time people are throwing stones at the authorities and standing in front of bulldozers these are actions and scenes that are reminiscent of the Palestinian rebellions against Israel or the student rebellion in Beijing in 1994.

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From the reports of the Eritrean websites and from friends and family we know that  in Adi Keyh shots have been fired and that people have been killed and injured. Confirmation of the number of people that have been killed and injured difficult, however there seems to be consistency around the reports of at least 2 dead and 13 injured.

These numbers are in no way a real indication of the number of victims. The experience of the past is that is that many people faced with such destruction and contempt loose hope, lose their resilience succumb to depression and many commit suicide.  Within a very religious and conservative society the act of committing suicide is devastating because the families and friends are never able to share their pain. Suicide happens in Eritrea but it is taboo hence it is never talked about and it is never shown in the records.

Why is this happening? Why the government wants to demolish that houses? The official  reasons are:

  1. Houses have been built illegally
  2. Building  permits have been obtained illegally
  3. The land is  not  for  residential  purpose – therefore  building of a dwelling is  illegal
  4. The land  use has been  reassigned  – therefore  the  current use if illegal

Illegality is the explanation –

On the surface this seems a simple problem – there is a law, the law was not followed, and therefore there are consequences. In fact in Eritrea the situation is not so simple.

camion militare

In Eritrea the situation  is  more like this  – there is a law, however we ( the Government) will make sure  to put you the public in the  condition of never being able to  access the law  or  to comply with it  and then  – without any regard to the  role  we the Government  have played in  creating the chaos, the many exceptions to the legal process and  generally your misery,  we the Government  will punish you  and if you  dare complain  we  will make you disappear – It is  easy  we the Government have done it many times now….

According to the Land Proclamation NO 58/1994 all vacant land in Eritrea belongs to the Government Article 3 – State ownership of land. According to Article 4 of the same Proclamation Eritreans only have the right to use land for particular purposes (Article 4 Usufruct Right). The following are the usufruct rights recognised:

  1. Farming
  2. Housing –
  3. Tiesa – land for housing in own rural village.

In each case when you are allocated land – you have a specific period to use the land for the purpose for which it was given. In the case of land allocated for Housing the Proclamation states that a dwelling must be built within 3 years.  If no house is built within the period then the land must be surrendered to the Government. Vacant Land  anywhere in the country  belongs to the Government

poster contro il 2 per cento

The people whose houses have recently been demolished have not only lost their shelter, they have been damaged psychologically as well as financially. In addition as their plot of land is now technically vacant, they are liable to lose it. As soon as the dwelling is demolished the land is vacant and therefore, technically it reverts back to the Government.

IMPOSSIBILITY OF OBTAINING BUILDING PERMITS OR REPAIR PERMITS

In the current contextEritrean citizens are placed in the impossibility of applying any legality. For years the authorities responsible for issuing building permits have either limited the number of building permits issued or completely frozen the process. This is despite the high  demand for housing in Eritrea

In   2008, under the pretext of corruption, the Government arrested the majority of   qualified architects, engineers, surveyors then privately operating. We should note that though  many were fined and  asked to pay  retroactive penalising  taxes,  none  were actually brought to  court  and in many cases those  arrested were never even interviewed or  questioned  by the Government once  arrested.

The result of these arrests and subsequent penalties imposed on the building sector professionals is that the building industry in Eritrea is in disarray . Many  of the e professionals  working in the industry have not been able to recover and have been  forced to sell their assets and give up their licences to pay fines and back taxes imposed by the Special Court.  The Special Court is a tribunal whose judges are military and are not known, it operates according to conscience, does not allow representation and there is no appeal from it.

Private contractors have been replaced by party /military owned companies that use national service workers at slave labour thus engaging in unfair competition with private contractors, who have  to pay  labour in accordance with the provisions of the Labour  Law. This unfair competition  has  further disrupted  the building sector. The result is simple   Eritreans qualified in construction, both from the private as well as the public sector, have left the country. At best you find them in South Sudan, Uganda, and Kenya. At worst we are losing them in the deserts of Libya or the Mediterranean Sea.

free our heroes

We have lost and are continuing to lose the professionals and we are also losing the qualified labourers / tradesmen.  The Goverment is  telling us that the  national service is training such people but the reality is that it is not. If you want to build anything in Eritrea and somehow you have managed to  navigate the on and off  again  bureaucracy of the  building  permit and you  have found  a qualified  Engineer,  Surveyor or Architect then  your next challenge is finding a  qualified  work force.

It is not around it is sucked into the black hole of the National  Service and as I  said  previously the National  Service is  not producing  a skilled labour force. If you  are not a General or  a member of the ruling elite then  you may have access to  people who:

(a) are  avoiding the  national  service;
(b) are of Ethiopian  Origins  and are desperate for work ;
(c) are doing their national  service but  are able to  work on the sly –  a black market if you like .

Basically you are getting your work force on the black market. The Generals and the ruling  elite  have no problem because they simply use the  workforce of the National Service. Unfortunately it is a common site in such places as Asmara to see National Service personnel  working on the newly  acquired private house of  the ruling  elite (Generals etc…).  The  result of such  as system  is that  nobody is legal  –

EXPENSE OF AND LACK OF BUILDING MATERIALS – GOVERNMENT RESTRICTIONS ON THE MOVEMENT OF BUILDING MATERIALS

The bulk of building materials in Eritrea is imported and is very expensive In fact because of lack of hard currency and the resulting restraints on letters of credits for importation, building materials are   smuggled into the country.

In addition in an effort to control  the sector  the Government  has put  restraints on the internal movement of  such  building materials  as  sand and stones ( both  available in Eritrea in good  quantity)

Given that  :

a)     To leave land  vacant is tantamount to  forfeiting your land to the Government

b)   Officially  more often than not  the process of issuing building permits is  frozen – that is  Government  Authorities  are stopped from  issuing permits

c)    Building  materials are not  easily available and in many cases are  accessible only through the black  market

d)   There is  a lack  of  building professionals in the country due to the persecution of the same by the Government

e)    There is a  lack access to a skilled  work  force  because  the youth is  taken up by the National  Service and the National  Service has  in  fact  de-skilled the population and many young people  are leaving the country

The action of the Eritrean Authorities to declare any houses built illegal and to demolish them is questionable. Such actions are particularly questionable when we realise that in the same areas where the houses are being demolished there has been a tug a war between the Eritrean Government and the people since mid-2014.

MDG : Eritrean and Sudanese asylum seekers in Tel Aviv protest against immigration crackdown

Specifically, since last year, both the youth and the older people in these communities have refused to report for National Service. In  the case of the older people  ( up to  65 years of age )  we  are talking about former  fighters, as well as people who had  been demobilised  on  medical ground. We are talking about people who are of the same generation as the President of Eritrea.  Since mid-2014 two generations of Eritreans have defied the order of the President. To force such people   to report to the military bases the Government resorted to threats and to arresting family members. The tactic was not successful Not only did the people refuse to  report, they also  refused to surrender their weapons , which had been given to as a result of a  security campaign  started in 2008  to  train local militias  .

The Government’s 2014 efforts to draft the youth as well as the older fighters into the national service was timed to coincide with the harvesting months and impacted on the gathering of the harvest causing losses. In this  way a good harvest following  the  good  rains of  2014  was  jeopardised by the actions of the Government . .

In December 2014 ERI TV  (The State Television) questioned President Isaias  on the timing   of the National  Service  round up. His attitude was: “……since training is a priority, harvesting can wait, we can  afford  weeks and months  to do  that….. and one has to make a decision. ………..  Regardless of whatever happens to the harvest, the government opted to have farmers lose their crops instead of missing scheduled training…… We made   a trade-off.”[1]

Clearly the people did not think that military drill was a priority . Clearly the people thought that the harvest was a priority so they disobeyed. Towards the end of  2014  the matter reached  a stalemate  with the President issuing  a God Father like  warning –   much  in the same tone as he had  done in  2001  when  the Government  Ministers  that made up the  G15 insisted to  correct the direction the government  was taking . Twelve of the  G15 minister disappeared  without any trial  and in  2015 it looks like  the people of  Kushet,  Zelot, Kahawta, Adi Keyeh  are paying for their  defiance  and are being made homeless.

Makeda Saba
makedasaba@ymail.com


[1] Awate.com  –  Isaias’ Trade Off:  Military Drill  as Crops  Perish- December 2014

L’Italia verso le deportazioni di migranti in Nord Africa

Antonio Mazzeo
17 marzo 2015

Respingimenti “assistiti” di migranti e richiedenti asilo nel Canale di Sicilia; accompagnamenti coatti ai megacentri d’accoglienza che Bruxelles auspica di aprire in Nord Africa; blocchi navali e ulteriore militarizzazione del Mediterraneo nel nome della guerra alle migrazioni, al terrorismo e ai traffici illegali.

L’Unione  Europea, congiuntamente alle Nazioni Unite e alla Nato, sta per varare il nuovo pacchetto d’interventi armati per “contenere” i flussi migratori dal continente africano mentre l’Italia pensa intanto a varare una nuova operazione Mare nostrum con rotte navali opposte a quelle seguite sino al settembre 2014 dalla Marina militare con il sostegno operativo delle unità da guerra dei paesi nordafricani.

Barcone

Il 12 marzo, nel corso di una riunione ristretta a Bruxelles con i ministri dell’Interno di Francia, Germania, Spagna, e con il commissario europeo all’Immigrazione, Dimitris Avramopoulos, il ministro Angelino Alfano ha presentato una “proposta confidenziale” in cui si chiede d’intervenire per “coinvolgere direttamente i paesi terzi affidabili nella sorveglianza marittima e nelle attività di ricerca e salvataggio”, affinché i migranti salvati nel Mediterraneo vengano poi riportati in Nord Africa.

Secondo l’agenzia di stampa Askanews, il paper di Alfano indicherebbe ai partner europei 14 punti per l’impiego di “meccanismi di cooperazione operativa ad hoc”, in particolare al largo della Libia, l’area più interessate dal fenomeno delle migrazioni dal Nord Africa.

Alfano, in particolare, caldeggia l’idea che nel caso in cui le unità da guerra tunisine intercettino imbarcazioni con migranti “clandestini”, esse facciano rientro in Tunisia per sbarcarvi le persone fermate in mare, “nel rispetto del principio del luogo sicuro più vicino, previsto dalla Legge del Mare”. Giunti a terra, “i rappresentanti degli Stati membri dell’Ue e delle due agenzie Onu dei rifugiati (Unhcr) e dei migranti (Iom) assisterebbero le autorità tunisine fornendo la loro expertise nel campo della gestione dei flussi migratori, delle procedure internazionali di protezione, dell’assistenza alle persone vulnerabili e del ritorno dei migranti irregolari ai loro paesi d’origine”.

militri e gommone

Sempre secondo il documento del ministro degli interni, “questo nuovo possibile modello di cooperazione con i paesi terzi produrrebbe anche un effetto deterrente, così che sempre meno migranti sarebbero pronti a mettere a rischio la loro vita per raggiungere le coste europee, e porterebbe a una riduzione della portata del fenomeno nel medio-lungo termine”.

“Gli interventi – aggiunge Alfano – dovrebbero essere adeguatamente sostenuti dall’Ue, attraverso finanziamenti e fornitura di assistenza tecnica, con l’obiettivo, di costituire a termine una efficiente guardia costiera”. In un primo tempo, il supporto UE andrebbe a favore delle autorità tunisine, ma successivamente potrebbe estendersi anche all’Egitto e al Marocco, dove il 13 marzo scorso si è recata in vista la ministra della difesa Roberta Pinotti per discutere di “controllo delle frontiere e dei flussi migratori e lotta al terrorismo internazionale”.

Nel quadro della cooperazione con i paesi nordafricani nella “prevenzione” dei flussi migratori indesiderati, nel dicembre 2014 si è tenuta nelle acque della Sicilia orientale l’esercitazione bilaterale italo-tunisina “Oasis”. “Con la pianificazione del Comando delle forze da pattugliamento di Augusta, l’esercitazione ha avuto lo scopo di accrescere e consolidare le capacità delle forze navali italiane e tunisine nel campo della ricerca e soccorso marittimo (Sar), sorveglianza e controllo del traffico mercantile, contrasto alle attività illecite via mare e ricerca e rimozione di ordigni rinvenuti sul fondale marino”, ha spiegato il portavoce della Marina militare italiana.

Il mese scorso, il governo italiano ha pure concluso la consegna di dodici pattugliatori alle forze armate della Tunisia, per un valore complessivo di 16,5 milioni di euro, nel quadro di un accordo intergovernativo sottoscritto dai due Paesi nell’aprile 2011. Secondo l’accordo, le unità saranno impiegate nel controllo delle acque territoriali tunisine e per “contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina”.  http://www.africa-express.info/2014/09/11/tunisia-pattugliatori-italiani-per-fare-la-guerra-ai-migranti/

I pattugliatori, realizzati dal Cantiere Navale “Vittoria” di Adria (Veneto), sono stati destinati alla Guardia Nazionale e alla Marina militare tunisina: si tratta di sei motovedette modello P350TN e di sei pattugliatori P270TN. I P270 e P350 sono unità navali specializzate in compiti di sorveglianza marittima, pattugliamento delle coste e oceanico, “intercettazione e combattimento a fuoco”.

Cadavere galleggiante

La motovedetta P270TN è lunga 27 metri, larga 7,20 e ha un dislocamento di 90 tonnellate; il sistema di propulsione assicura una velocità massima di 35 nodi e un range di 500 miglia marittime. I sei P350TN hanno un dislocamento di 140 tonnellate, sono lunghi 35 metri e larghi 7,20; il sistema di propulsione consente un range di 600 miglia e una velocità massima di 38 nodi. Le unità sono state consegnate prive di armamento, ma sono state equipaggiate da Tunisi con cannoni da 20-30 mm.

Nell’ambito dell’accordo bilaterale con la Tunisia, nel maggio 2011, l’Italia ha fornito alla Guardia Nazionale del paese nordafricano quattro motovedette Classe 700 “Carabinieri”, prodotte a Gaeta dai Cantieri Navali del Golfo, di 18 tonnellate di dislocamento. Altre due imbarcazioni Classe 500, 13 sistemi radar di pattugliamento e 38 motori marini sono stati consegnati alla Tunisia tra il 2009 e il 2011.

Nello stesso periodo, l’Italia ha infine sostenuto finanziariamente la manutenzione di sette pattugliatori da 17 metri e di 8 motovedette classe “Squalo”/P58. Nell’aprile 2013, l’Italia ha consegnato alla Tunisia anche alcuni fuoristrada per contrastare e bloccare le partenze dei migranti.

Antonio Mazzeo
a_mazzeo@yahoo.com

Nigeria, il rischio del dopo elezioni: due vincitori e la catastrofe

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Speciale per Africa ExPress
Blessing Akele
Benin City, 16 Marzo 2015

Sono trascorsi circa cinque settimane dall’annuncio del rinvio al 28 marzo 2015, per motivi di sicurezza, delle elezioni presidenziali, previste in un primo tempo, per il 14 febbraio scorso. Subito dopo la comunicazione, sui maggiori media della Nigeria sono cominciate a essere diffuse notizie sui successi dell’esercito contro il gruppo terrorista Boko Haram, attivo nel nordest del paese. E’ stata anche continuamente sottolineata la fattiva collaborazione tra le forze armate regionali alleate, Camerun e Niger.

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Un sostegno di peso spiegato con la ritrovata forza di contrasto militare dell’esercito, rimarcata anche dallo stesso segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Mon, che il 17 febbraio ha spiegato alla BBC che il governo federale della Nigeria è ora in grado di sconfiggere il terrorismo nel Paese. Una campagna ben orchestrata per convincere l’opinione pubblica che nell’ex colonia britannica sono stati ristabiliti ordine e sicurezza.

Demo con cartellone A

E’ vero, ma solo in parte. L’esercito nigeriano e le forze armate alleate hanno raggiunto obiettivi rispettabili: liberato donne, uomini e giovani rapiti; ammazzato alcuni membri della cellula terrorista; ripreso qualche località del nordest caduta sotto il controllo dei bokoharamisti, come la città di Baga, nello Stato di Borno. Proprio a Baga “liberata”, tra l’altro, il Presidente uscente Goodluck Ebele Jonathan, si è recato per la sua campagna elettorale, rifiutando però nell’occasione di incontrare il governatore, perché sostenitore del partito d’opposizione APC,  All Progressives Congress, quello che candida ex dittatore Muhammadu Buhari alla presidenza.

Nonostante tutta l’operazione mediatica che ha mostrato grande fiducia nelle capacità del governo di risolvere gli annosi e gravissimi problemi del Paese, oggi, a meno di due settimane dalle tormentate elezioni politiche, la matassa si sta aggrovigliando ancora di più. La tensione sociale e politica e lungi dall’affievolirsi.  E che fanno i due aspiranti presidenti e tutta la nomenklatura che li segue rispetto alla forte domanda di sicurezza interna non solo nel nordest ma in tutta la nazione?

I nigeriani non desideranno una tregua e/o sicurezza limitata a solo il periodo elettorale. Non hanno solo il cruccio dei bokoharamisti. Prima degli attacchi terroristici, nel Paese vi erano già ben radicati, seri e profondi problemi sociali. Uno sopra tutti: lo stato di povertà drammatica cui la maggioranza assoluta della gente è costretta.

Dopo il rinvio elettorale, il governo federale, oltre alla ferma volontà (?) di sconfiggere i terroristi, ha deciso di adoperarsi per far rientrare nelle rispettive località di origine la gente sfollata all’interno del Paese e ha abbandonato le proprie case per paura dei terroristi. La promessa è che potessero tornare a casa prima delle elezioni, per esercitare il diritto di voto.i 2 cndidati

Oggi invece salta fuori che il governo federale non conosce nemmeno il numero esatto degli sfollati perché non ha mai ordinato un censimento rigoroso degli stessi. Dunque, i profughi sono rientrati nei loro villaggi di residenza d’appartenenza? Molti difficile anche perché il numero di profughi è lievitato nelle ultime settimane. I terroristi di Boko Haram non si sono fatti per nulla intimidire dalle dimostrazioni di forza dei militari. Tutt’altro.

Ora, come poteva un governo minimamente onesto, nelle condizioni come quelle della Nigeria, sostenere che avrebbe potuto in un mese:
1) sconfiggere o comunque, ricacciare in un angolo il gruppo ribelle.
2) Far rientrare nelle proprie case o almeno nelle proprie comunità le centinaia di persone che ora hanno trovato rifugio nei campi profughi?

Erano, come si poteva facilmente immaginare, dichiarazioni politiche elettorali e inconsistenti.

L’intelligence nigeriana e tutto il governo sono consapevoli che la realtà negli Stati del nordest, quelli colpiti ferocemente da Boko Haram, è drammatica:
a) poche sono le case rimaste in piedi;
b) le strutture (pseudo) civili, tipo le scuole, le cliniche, persino qualche caserma della polizia e dei militari sono rase a suolo;
c) le strade e i campi agricoli sono minati;
d) i villaggi sono tutt’ora in balia degli attacchi mortali dei bokoharamisti.

E’ chiaro quindi che le buone intenzioni e le trionfalistiche dichiarazioni dei rappresentanti del governo e dei dirigenti degli organismi internazionali non sono credibili.

Se alle elezioni del 28 marzo il presidente uscente Goodluck Jonathan non dovesse raccogliere sufficienti voti in quei cinque Stati del nordest colpiti dal terrorismo, non potrà raggiungere il livello di percentuale richiesto dal calcolo complessivo dei voti espresso in tutti gli Stati della federazione, necessario per essere eletto.

E lo sa il presidente uscente, perciò, in queste ultime settimane, è disperatamente in cerca del sostegno dei Paesi del nord Africa, vedi il colloquio con il presidente egiziano Al Sisi e il diniego di colloquio, il 12 marzo 2015, ricevuto da parte di re Mohammed VI del Marocco che, a quanto è emerso, non gradisce coinvolgimenti ed interferenze.

Anche il candidato dell’opposizione, l’ex dittatore Muhammud Buhari, cerca appoggi. Il 26 febbraio 2015 è stato invitato a Londra dalla prestigiosa Chatham House ossia, ‘The royal institute of international affairs”, per disquisire sulle prospettive di consolidamento della democrazia in Africa e per inciso, sulla transizione democratica in Nigeria.  Sembra uno scherzo, ma sono fatti.

NIGERIA-VOTE-OPPOSITION

Tirando le somme, nessuno dei due contendenti ha le carte in regola per vincere le elezioni, già imbrogliate ab origine. I terroristi da parte loro hanno giurato di impedire laddove sono forti, l’esercizio del voto. Il 28 marzo s’avvicina, I nigeriani aspettano preoccupati,  il mondo guarda e attende i due candidati al varco: s’accuseranno a vicenda il giorno dopo le elezioni, di brogli oppure, sapranno reggere sino in fondo la recita di uomini civili di un Paese democratico?

La prospettiva più probabile che dal voto escano due vincitori, con un unico risultato: la catastrofe. E’ la minaccia che incombe sulla giovane (1999) democrazia nigeriana.

Blessing Akele
blessing.akele@yahoo.com
twitter @BlessingAkele
#BringBackOursGirls

Sierra Leone, il vicepresidente, in quarantena per ebola, chiede asilo politico nell’ambasciata USA

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Zhao Yanbo, Ernest Bai Koroma, Samuel Sam-SumanaSpeciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 15 marzo 2015

Il vicepresidente della Sierra Leone, Samuel Sam-Sumana ha chiesto ufficialmente asilo politico agli Stati Uniti d’America tramite l’ambasciata USA a Freetown. Il portavoce della rappresentanza, Hollyn Green, non ha voluto rilasciare alcun commento, ha solo laconicamente confermato: “Sì, l’ambasciatore John Hoover ha letto la notizia”.

Sam-Sumana sostiene che la sua vita e quella di sua moglie sono in pericolo. La sua casa è circondata da soldati dell’esercito, dopo che lui è stato espulso dal suo partito la scorsa settimana. “Sono scappato da casa mia insieme a mia moglie in un luogo che non posso rivelare per questioni di sicurezza. Ora sono in attesa di notizie dall’ambasciata USA”, ha dichiarato Sam-Sumana ai reporter di Reuters.

Il ministro dell’informazione, Alpha Kanu, e fonti ufficiali militari e della polizia hanno confermato ai reporter della BBC di aver inviato truppe sabato scorso a casa del vicepresidente, senza precisare da chi avessero ricevuto questo ordine.  Il ministro dell’informazione, Alpha Kanu ha sottolineato: “Sì, abbiamo mandato i soldati semplicemente per rafforzare  la sua quarantena”. Abdulai Bayraytay, portavoce del governo sostiene: “Non c’è alcun motivo per il vicepresidente per lasciare il Paese. La sua sicurezza è garantita”.freetown-sierra-leone

Alla fine di febbraio Sam-Sumana si è sottoposto spontaneamente a un periodo di isolamento di 21 giorni, perché una delle sue guardie del corpo è deceduta per essere stata contagiata da ebola. (http://www.africa-express.info/2015/03/02/ebola-colpisce-ancora-il-vicepresidente-della-sierra-leone-quarantena/).

Mentre era in quarantena, il vicepresidente è stato espulso dall’All People’s Congress Party (APC) perché accusato di “fomentare violenza politica” e di aver intenzione di formare un nuovo partito politico a Kano, suo distretto d’origine. E’ inoltre tacciato di aver falsificato i suoi titoli accademici.  Nel sito web del governo si legge: “Samuel Samu-Sumana ha studiato e lavorato negli USA. E’ specializzato nell’estrazione di diamanti”. Ovviamente il vicepresidente nega tutte le accuse che gli sono state rivolte, apostrofandole come pure invenzione e bugie, aggiungendo: “Non sono assolutamente intenzionato a dimettermi”.

Ora il presidente ha sollevato forti dubbi sulla continuità del mandato del suo vice. I loro rapporti sono freddi da tempo. La Costituzione della Sierra Leone non prevede il licenziamento del vicepresidente che però potrebbe essere allontanato dal suo incarico colo con un impeachment del Parlamento. Il segretario generale dell’APC, Osman Yansaneh, almeno per ora, non vuole procedere con la richiesta d’impeachment. Sam-Sumana, 53 anni, è vicepresidente dal 2007.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Nella fotografia in alto il presidente Ernest Bai Koroma, a sinistra, e il vicepresidente Samuel Sam-Sumana, a destra. In basso disinfestazione contro ebola vicino alla casa del vicepresidente. 

Morto in uno scontro frontale ministro sudafricano eroe antiapartheid

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Africa ExPress
15 marzo 2015

Collins Chabane, ministro dell’amministrazione pubblica del governo sudafricano ed eroe della lotta contro l’apartheid , è morto oggi insieme a due uomini della sua scorta in uno scontro frontale con un camion. L’incidente è avvenuto a Polokwane, 350 km a nord di Johannesburg, capitale economica del Sudafrica.

Chabane era membro del partito al potere, l’ANC (African National Congress) dall’età di 17 anni. In gioventù era stato anche membro dell’organizzazione  “sovversiva” Umkhonto we Sizwe, e per questo era stato costretto all’ esilio in Angola ed in Tanzania.  Nel 1984 era stato arrestato per atti di terrorismo e condannato a sei anni di reclusione.

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Nel 1994 era stato eletto parlamentare nell’Assemblea Nazionale e nel 2009 era stato nominato ministro nel governo di Jacob Zuma dal 2009. Nel 2013 era stato incaricato dell’organizzazione dei funerali di Stato per Nelson Mandela.

Zuma, porgendo le condoglianze alla famiglia, ha commentato: “Era un fedele servitore dello Stato, ci mancherà enormemente”, mentre altri dirigenti del partito ANC lo hanno ricordato così: “La caduta di un baobab lascerà un immenso vuoto sia nel partito che nel governo”.

Le indagini sulla dinamica dell’incidente sono ancora in corso.

Africa ExPress

Droni a Sigonella per le guerre Nato in Africa e Medio Oriente

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Antonio Mazzeo
15 marzo 2015

A partire dal prossimo anno, la base siciliana di Sigonella sarà utilizzata per le missioni dei droni di sorveglianza aeronavale del nuovo sistema AGS (Alliance Ground Surveillance) dell’Alleanza Atlantica. Lo ha annunciato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, a conclusione della sua visita in Italia, dove ha pure incontrato il presidente del Consiglio Matteo Renzi.

La Nato aveva previsto che la capacità operativa iniziale del sistema AGS sarebbe stata raggiunta a Sigonella nel 2017; secondo Stoltbeng, però, le operazioni d’intelligence, sorveglianza e ricognizione dei velivoli senza pilota saranno anticipate di un anno. “Desideriamo intensificare la nostra capacità di presa di coscienza delle situazioni con una maggiore sorveglianza sul terreno con l’uso di droni e faremo riferimento a Sigonella a partire dal 2016”, ha dichiarato Stoltenberg.

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Il primo banco di prova dei velivoli-spia sarà sicuramente la Libia, dove secondo il segretario generale Nato, il deteriorarsi della crisi politico-militare “determina nuove minacce alla sicurezza europea” per cui si dovrà garantire “una difesa costante ed una sorveglianza massiccia”. “Adesso la situazione in Libia è fuori controllo, con due governi separati e diversi gruppi armati, tra cui alcuni affiliati allo Stato islamico”, ha aggiunto Stoltenberg. “Ma la Nato è pronta a sostenere le autorità libiche fornendo consulenze sulla difesa e la creazione di istituzioni per la sicurezza”.

L’AGS fornirà informazioni in tempo reale per compiti di vigilanza aria-terra a supporto dell’intero spettro delle operazioni Nato nel Mediterraneo, nei Balcani, in Africa e in Medio oriente. Il sistema AGS si articolerà in stazioni di terra fisse, mobili e trasportabili per la pianificazione e il supporto operativo alle missioni e da una componente aerea basata su cinque velivoli a controllo remoto RQ-4 “Global Hawk” Block 40, prodotti dall’azienda statunitense Northrop Grumman.

La stazione aeronavale di Sigonella ospiterà sia il Centro di comando e controllo dell’AGS che l’intero apparato logistico e i velivoli senza pilota. Lunghi 14,5 metri e con un’apertura alare di 40, i “Global Hawk” Block 40 potranno volare in qualsiasi condizione meteorologica per 32 ore consecutive, a 18,3 km d’altezza. Grazie al radar ad apertura sintetica ad alta definizione MP-RTIP, i droni rileveranno e tracceranno ogni oggetto a terra e i missili da crociera a bassa quota. Il nuovo sistema s’interfaccerà con l’articolata rete operativa della Nato a livello planetario e con tutti i centri di comando, controllo, intelligence, sorveglianza e riconoscimento alleati.

La stazione guida AGS di Sigonella opererà in cooperazione con i “Global Hawk” e i droni-killer “Predator” che l’US Air Force schiera da diversi anni nella base siciliana e potrà contare pure sul supporto dei velivoli senza pilota “Sentinel” in dotazione alle forze armate britanniche ed “Heron R1” che la Francia ha prodotto congiuntamente ad Israele.

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Dal 2018 Sigonella entrerà a far parte pure del programma di ricognizione su larga scala BAMS (Broad Maritime Area Surveillance) che la Marina militare Usa sta per attivare grazie ai pattugliatori marittimi a lungo raggio Boeing “P-8A Poseidon” e ad una nuova generazione di droni-spia ancora più sofisticati, gli MQ-4C “Triton”, anch’essi di produzione Northrop  Grumman.

Per la realizzazione in Sicilia di una serie d’infrastrutture che consentano di ospitare le componenti di volo del BAMS, la US Navy ha stanziato 29.730.000 dollari per l’anno fiscale 2015. Grazie a questo nuovo programma, la marina degli Stati Uniti d’America punta a rafforzare la propria superiorità strategica nello svolgimento di missioni prolungate ISR (intelligence, sorveglianza e riconoscimento) su vaste regioni oceaniche e costiere, per localizzare e intercettare unità navali di superficie e sottomarini potenzialmente ostili.

Al programma AGS, il più costoso nella storia dell’Alleanza, hanno aderito sino ad oggi solo 15 paesi dell’Alleanza atlantica: Bulgaria, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Germania, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia e Stati Uniti. Per l’AGS, la Nato ha firmato nel maggio del 2012 un contratto da 1,7 miliardi dollari. Al team industriale guidato da Northrop Grumman partecipano con quote assai ridotte pure EADS Deutschland GmbH (Cassidian), Kongsberg e l’italiana Selex Es (Finmeccanica).

Con una commessa di appena il 10 per cento del valore complessivo del contratto AGS (140 milioni di euro), Selex ES predisporrà la componente fissa e mobile del segmento di terra e contribuirà al collegamento dati su banda larga con le piattaforme aeree del sistema di sorveglianza.

Drone 1

La prima simulazione operativa dell’AGS è stata realizzata nel luglio 2014 nel corso della grande esercitazione aeronavale Unified Vision UV14 che la Nato ha realizzato in nord Europa in cooperazione con  il Comando delle forze Usa per il continente europeo e un team di tecnici di Northrop Grumman e delle altre aziende contractor. “Grazie ai Global Hawk di US Air Force decollati dalla base di Sigonella, le simulazioni in alta risoluzione del sistema AGS hanno supportato le attività del Joint Force Commander in quella che è stata la più grande esercitazione militare in Europa per testare e valutare le capacità della Nato nell’implementare e coordinare i sistemi ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance) e raccogliere ed elaborare informazioni dallo spazio, dall’aria, dalla terra e dal mare”, ha rilevato il Comando Nato di Bruxelles.

Antonio Mazzeo
a_mazzeo@yahoo.com

Angola: alluvioni, morti e il regime corrotto e cleptocrate tappa la bocca ai dissidenti

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 14 marzo 2015

Sessantaquattro morti, tra cui trentaquattro bambini, centodiciannove case crollate nella città costiera di Lobito, nella provincia di Benguela, nell’ovest dell’Angola. Secondo Nuno Nacedo, un operatore di Christian Aid, “era notte, le persone dormivano, quando le piogge torrenziali hanno fatto crollare le case. La maggior parte dei morti è rimasta seppellita sotto le macerie. Ancora si cercano i dispersi. La gente è sotto choc, disperata”. Il presidente José Edoardo dos Santos ha promesso aiuti per le zone colpite dall’alluvione.

Auto annegata

L’Angola è sulle prime pagine di molti giornali non solo per questa catastrofe naturale, bensì per i diritti umani pressoché assenti, libertà di parola inesistente. Proprio ieri Amnesty International ha lanciato una richiesta al Dipartimento di Stato americano perché sostenga il suo appello a favore della libertà di parola in Angola.

Rafael Marques de Morais, noto giornalista investigativo e attivista per i diritti umani, sarà processato nuovamente proprio questo mese per aver scritto un libro denuncia contro alti funzionari e generali dell’esercito angolano, corrotti e responsabili di innumerevoli abusi, in particolare nelle zone diamantifere del Paese.

Rafael Marques de Morais

La libertà di parola è un optional in Angola, Marques lo sa bene. Il governo di Luanda lo perseguita da anni: è stato denunciato, imprigionato, processato, ma lui non tace. Non ha mai smesso di denunciare a gran voce gli abusi di potere, la corruzione, il mancato rispetto per i diritti umani. Il petrolio è una iattura per i Paesi africani le cui élite dominanti abbandonano tutte le ideologie e abbracciano quella del denaro che arraffano senza tener conto delle popolazioni che muoiono di fame.  Così è accaduto nell’ex colonia portoghese.

Edoardo Dos Santos, presidente dell’Angola, da rivoluzionario combattente per la libertà si è trasformato in feroce dittatore. Sua figlia, Isabel, è una delle donne più ricche del mondo, grazie alle royalties versate dalle compagnie petrolifere (occidentali e non). Soldi diretti senza vergogna nei conti all’estero della famiglia “imperiale” che da comunista è diventata cleptocrate. Repressione è la parola d’ordine e per i giornalisti stranieri ottenere un visto di entrata è quasi impossibile: il governo vuole mantenere il più possibile segrete le sue malefatte.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

La foto in alto si riferisce all’alluvione del 2007 in basso Rafael Marques de Morais