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La notte infinita del Medio Oriente

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 8 aprile 2026 È...
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Caos elettorale in Nigeria, prolungato il voto in alcune zone. I risultati? Non si sa quando

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Dal Nostro Corrispondente
Blessing Akele
Benin City, 29 marzo 2015 (sera)

Nessuna previsione su quando saranno comunicati
i risultati delle elezioni presidenziali in Nigeria
La nostra corrispondente, Blessing Akele,
ci ha mandato diversi SMS
avendo un black out con internet e il suo computer.
Eccoli

Sabato, 28 marzo, sera
Qui, non sarà ripristinato il collegamento internet fino a lunedì. Userò gli sms. La procedura per il voto è troppo complicata, complessa e scomoda: dalle 8 di stamattina, fino alle 13 accreditamento votanti. Dalle 13 alle 18 si è votato. La gente è stata in file sotto il sole o la pioggia per 6/8 ore. Se avessero speso quel tempo lavorando, sarebbero stati almeno pagati. Tanti non hanno PVC (Permanent Voter Card, il documento che serve per votare, ndr) e tra quelli che ce l’hanno molti non vanno al seggio:
1) per evitare eventuali atti violenti
2) perchè hanno chiesto il PVC a mo’ di carta d’identità e non già perché volessero andare a votare;
3) perché la procedura è lunga e stressante. 

vecchietta vota

Intanto, permane uno stato d’assedio nel Paese. Le città sono spettrali, aspettando lunedì.  C’è stato un patto tra i due candidati, il presidente uscente Goodluck Jonathan e lo sfidante Muhammadu Buhari, di non provocare violenze qualunque sia il risultato elettorale.

Non mi sento però di assicurare che l’accordo di non belligeranza sarà rispettato.

fila davanti urna 2

Domenica, 29 marzo, mattina
In alcune zone del Paese si vota ancora, perché ieri il processo elettorale non ha potuto essere completato.  Vari i motivi: mancanza di schede, mancanza del personale che non è arrivato al seggio, difficoltà incontrate nella registrazione degli elettori.  Insomma, un esercizio elettorale fallimentare. Gli osservatori europei non si sono visti da nessuna parte. La gente e i giornali si chiedono che cosa siano venuti a fare, allora.

fila davanti urna

Domenica, 29 marzo, a mezzogiorno
Il governo centrale e la Nigeria Broadcasting Commission hanno ammonito i media di non pubblicare resultati elettorali non autorizzati. Come da previsione ci sono stati diversi episodi di confusione, lettori PVC non configurati, materiali inesistenti o insufficienti, in altri casi, non si sono visti gli ufficiali INEC (Independent National Electoral Commision, l’agenzia che organizza le elezioni) oltre ai ritardi.

Domenica, 29 marzo sera
Il lettore biometrico (l’apparecchio che legge le impronte digitali per impedire che qualcuno voti più di una volta) non ha rilevato ieri i dati del dito indice del presidenti uscente, Jonathan. 

fingerprint 2

Domenica 29 marzo, sera
L’imponente apparato predisposto in piedi in tutto i Paese ha impedito a Boko Haram di mettere in atto le minacce annunciate. I morti di sabato (una quarantina) sono purtroppo nella norma quotidiana. Chi ha parlato di decapitazioni di massa nel giorno delle elezioni ha raccontato vecchie storie. Vedremo nei prossimi giorni. Ma sabato è stato tutto abbastanza tranquillo.

 Blessing Akele
blessing.akele@yahoo.com
twitter @BlessingAkele
#BringBackOursGirls

Guinea Equatoriale: studenti in piazza, stato d’emergenza e tre italiani in galera

Speciale per Africa ExPress
Andrea Spinelli Barrile
Roma, 29 marzo 2015

Proseguono le proteste degli studenti universitari nella piccola Guinea Equatoriale e prosegue anche la durissima repressione del regime di Malabo, che ha aBlack beach prisonffidato alla polizia e ai militari l’ingrato compito di tenere sotto controllo l’università della capitale e i punti chiave delle principali città del Paese: da Malabo a Bata, da Annobòn a Mongomo, da Ebibeyn a Nsang, le notizie sulle proteste si sono diffuse in pochissime ore in tutta la Guinea costringendo il regime alla dura reazione.

Il blocco di internet e dei principali social network, in particolar modo Facebook, si è aggiunto al preesistente blocco d’accesso ai siti di informazione di eguatoguineani all’estero, molto critici con il regime; a questo si sommano le decine di arresti di studenti in tutto il paese, conseguenza della repressione delle manifestazioni spontanee di giovani che gridavano “libertà” e chiedevano che fine avessero fatto i soldi delle loro borse di studio.

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Il punto della questione, infatti, è proprio questo: le borse di studio. Gli studenti universitari contestano al ministro dell’istruzione e della scienza, secondo vicepremier, Lucas Nguema Esono Mbang di essersi intascato i soldi destinati ai giovani universitari: secondo alcuni elenchi pubblicati sul network Diario Rombe l’assegnazione dei premi in denaro infatti sarebbero state palesemente contraffatti e quei soldi incredibilmente scomparsi. Il ministro, “Lukito” per i contestatori, ha per tutta risposta annunciato il blocco delle borse di studio, fatto occupare la UNGE (l’Università di Malabo) dalla Polizia e fatto arrestare decine di giovani ragazzi e ragazze, i quali secondo alcune fonti sarebbero stati anche vittime di torture nelle carceri e nei commissariati.

UNGE_Malabo5

Secondo alcune informazioni non confermate alcuni agenti di polizia e militari avrebbero cercato un approccio più conciliante con i manifestanti, almeno nei momenti di calma, manifestando persino solidarietà con loro: un fatto che, se confermato, sarebbe assolutamente inedito e cambierebbe di molto gli scenari futuri nel piccolo paese dell’Africa Occidentale.

Molte madri però si sono recate inutilmente davanti alle carceri per chiedere la scarcerazione dei figli e secondo le informazioni di cui Africa ExPress dispone le proteste continueranno anche la prossima settimana: la popolazione del Paese, stremata dalla cleptocrazia degli Obiang al potere dal 1979, cerca in ogni modo di comunicare come possibile al di fuori del Paese, mentre la televisione di Stato tranquillizza tutti gli altri. Le pezze della propaganda nguemista sembrano tuttavia non reggere di fronte alle richieste della popolazione, che chiede la fine delle corruttele “libertad”.

General Debate of the 66th General Assembly Session

La stretta del regime sull’opposizione che ha immediatamente seguito la fine della Coppa d’Africa, dopo il fallimento del “dialogo nacional” tra il regime e le opposizioni, una farsa voluta da Obiang a novembre, è cominciata con gli arresti dei principali leader politici avversi al clan presidenziale, continuata con il confinamento degli stessi e di molti altri cittadini critici con il regime, e proseguita con la repressione degli studenti.

UNGE_Malabo4

Nel frattempo, mesi fa il governo ha decretato insolvenza con le imprese straniere e proprio in questi giorni sono in corso numerose riunioni con le principali aziende, che dovranno decidere sul da farsi: un problema non da poco, come dimostra la vicenda che ha colpito l’italiano Roberto Berardi, incarcerato e torturato a Bata da più di due anni, e Fabio e Filippo Galassi, arresto avvenuto una settimana fa.

Fabio Galassi è detenuto a Bata, nello stesso carcere in cui vive Roberto Berardi (ai due non sarebbe permesso vedersi né parlarsi), mentre il figlio Filippo, dopo tre giorni di isolamento in commissariato a Bata, è oggi agli arresti domiciliari. A carico dei due non sono state ancora formulate accuse precise, anche se la magistratura nguemista lavorerebbe su alcune denunce per bancarotta e appropriazione indebita di beni della società amministrata da due.

UNGE_Malabo3

Ma una situazione non facile la vivono anche le decine di lavoratori italiani che ancora vivono nel paese, molti senza stipendio da mesi proprio perché dipendenti di quelle imprese che non vedono più pagarsi le commesse dal governo di Malabo, che sembra avere da poco incassato un sostanzioso assegno staccato dalla Repubblica Popolare Cinese: formalmente, soldi destinati all’organizzazione delle prossime elezioni, anche se in molti sono più propensi a pensare che verranno utilizzati per terminare le faraoniche opere “pubbliche” nel paese. Con buona pace dei legittimi assegnatari dei lavori.

Andrea Spinelli Barrile
Skype: djthorandre
twitter @spinellibarrile

In alto la famigerata prigione Black Beach Prison, Nella seconda, quarta e quinta foto (tratte dal sito Diario Rombe) le proteste degli studenti. Nelle terza si vede il trepidante Teodoro Obiang che parla all’ONU.

Si rinnova l’avventura militare italiana in Corno d’Africa

Antonio Mazzeo
25 marzo 2015

L’Italia ha donato all’esercito somalo 54 mezzi da guerra di seconda mano nell’ambito di un programma di cessione di equipaggiamento che include anche vestiario e altre dotazioni militari. La consegna è avvenuta a Mogadiscio lo scorso 5 marzo: si tratta di autocarri e veicoli multiruolo corazzati MAV 5 4×4 prodotti dalla Carrozzeria Boneschi Srl e da Iveco Spa, in grado di trasportare sino a sei persone e utilizzati la prima volta dalle forze armate italiane proprio in Somalia nel 1993, con l’Operazione Ibis. I mezzi saranno utilizzati dalle forze armate somale in attività di ordine pubblico e contro le milizie anti-governative degli al Shabaab.

Attualmente l’Italia partecipa alla missione d’addestramento EUTM Somalia (European Union Training Mission) dell’Unione Europea, con 78 militari impiegati in vari ambiti. “Oltre alla formazione militare di base, a quella specialistica e a quella finalizzata alla leadership, EUTM fornisce al ministero della difesa ed alle forze armate nazionali della Somalia consulenza strategica sullo sviluppo del settore della sicurezza, anche per quanto riguarda la gestione del personale, la pianificazione strategica e la legislazione relativa alla difesa”, spiega il Ministero della difesa.

Sentinelle italiane A foto Massimo Alberizzi

Prorogata dal Consiglio dei ministri degli esteri europei fino al 31 dicembre 2016, la missione Ue ha contribuito sinora alla formazione di circa 4.000 militari somali e opera in stretta collaborazione con il Comando militare statunitense per il continente africano (US AFRICOM) ed AMISOM, la missione militare dell’Unione africana in Somalia.

Dal gennaio dello scorso anno la base di EUTM è stata trasferita dall’Uganda nel complesso portuale-aeroportuale di Mogadiscio, mentre tutte le attività addestrative sono condotte presso il Jazeera Training Camp, sito a una ventina di chilometri dalla capitale. EUTM comprende a sua volta due missioni Ue complementari: EUNAVFOR Somalia – Operazione Atalanta contro la pirateria al largo delle coste somale ed EUCAP Nestor “per lo sviluppo delle capacità nel settore della sicurezza marittima nel Corno d’Africa e nell’Oceano indiano occidentale”.

militari italiani A foto Massimo Alberizzi

Dal 6 agosto 2014 al 3 marzo 2015, l’Italia ha dispiegato per EUNAVFOR nell’aeroporto di Chabelley, Gibuti, i velivoli a pilotaggio remoto Predator A+ del 32° Stormo dell’Aeronautica. I droni sono stati impiegati in ben 28 interventi (con oltre 300 ore di volo) per la raccolta dati d’intelligence, la ricognizione e la sorveglianza in mare e sulla terra ferma.

Le forze armate italiane guidano da più di due anni le attività di EUTM in Corno d’Africa. Dall’8 marzo scorso, Bruxelles ha nominato comandante della missione il generale di brigata degli alpini Antonio Maggi, che ha sostituito il generale Massimo Mingiardi. “EUTM Somalia rischia di fallire nelle sue finalità addestrative e di equipaggiamento del Somali National Army (SNA) se gli Stati Uniti e l’Unione Europea non assicureranno congrui finanziamenti a lungo termine”, ha dichiarato Mingiardi, prima di lasciare il proprio incarico.

Alessandra Moreggi e Massimo Mingiardi foto Massimo Alberizzi

Nello specifico, l’ufficiale ha invitato Bruxelles ad impiegare i 2,5 milioni di euro stanziati nel 2015 per EUTM, nell’acquisizione di attrezzature “non letali” e nella costruzione in Somalia di caserme, alloggi e altre infrastrutture. Intanto, lo scorso mese di febbraio, i militari italiani di EUTM Somalia hanno donato una serie di attrezzature ai soldati somali che hanno frequentato i corsi tenuti a Mogadiscio: blu guns (repliche di armi in plastica blu, necessarie per l’addestramento di base individuale e di squadra), scudi e caschi protettivi, maschere antigas e altri accessori per le operazioni anti-sommossa e di ordine pubblico. Nell’aprile 2014, l’Italia aveva consegnato alle forze di polizia somale pure 30 veicoli blindati.

Decine di ufficiali somali sono addestrati in questi mesi a Livorno (http://www.africa-express.info/2014/12/06/militari-somali-italia-li-addestra-la-folgore/) presso le apposite strutture del Comfose, il Comando Forze Speciali dell’Esercito, dagli incursori del  9° Reggimento d’Assalto “Col Moschin”, reparto d’eccellenza della Brigata Folgore.

Le attività rientrano nel programma di cooperazione militare rivolto alla Somalia, avviato dopo la firma a Roma, nel settembre 2013, di un Memorandum bilaterale nel settore Difesa e gli accordi messi a punto con la visita a Mogadiscio, il 10 ottobre 2014, dell’allora Capo di stato maggiore, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli.

Contestualmente ha preso il via a Gibuti la missione addestrativa MIADIT dell’Arma dei Carabinieri, “volta a favorire la stabilità e la sicurezza della Somalia e dell’intera regione del Corno d’Africa, accrescendo le capacità nel settore della sicurezza e del controllo del territorio da parte delle forze di polizia somale”. I moduli formativi per 150-200 agenti somali alla volta, hanno una durata di 12 settimane e sono curati da un team di 30 militari dell’Arma.

Massimo Mingiardi foto Massimo Alberizzi

L’ultima fase di MIADIT ha preso il via il 24 febbraio scorso ed è stata estesa pure a 40 elementi delle forze di polizia gibutine con istruttori provenienti dal GIS – Gruppo Intervento Speciale (specializzato in operazioni antiterrorismo), dal 1° Reggimento Paracadutisti “Tuscania” e dai ROS dei Carabinieri.

Nell’ambito dell’accordo sottoscritto tra le forze amate italiane e quelle di Gibuti, nel giugno dello scorso anno sono stati consegnati al piccolo paese africano pure sei blindati 4×4 “Puma” e una decina di obici semoventi M-109L da 155 millimetri prodotti da Oto Melara, dismessi in Italia dopo l’acquisto dei nuovi semoventi Pzh-2000.

michele cervone foto Massimo Alberizzi

Il decreto del governo Renzi del 10 febbraio scorso che ha rifinanziato le missioni militari all’estero fino al 30 settembre 2015, ha destinato complessivamente 21.235.771 euro a favore di EUTM Somalia, EUCAP Nestor, al funzionamento della base logistica dell’esercito italiano a Gibuti (operativa dal 2013) e alla proroga dell’impiego di personale militare in attività di addestramento delle forze di polizia somale e gibutiane.

Altri 29,4 milioni di euro sono stati stanziati per la partecipazione delle unità navali della Marina alla missione antipirateria “Atalanta” nel Golfo di Aden. Fuori bilancio la spesa necessaria ad aprire, quest’anno a Mogadiscio, una missione autonoma italiana di “consulenza e assistenza militare” delle forze armate somale, come auspicato dai vertici della difesa qualche mese fa.

Antonio Mazzeo
a_mazzeo@yahoo.com

Nelle foto scattate da Massimo Alberizzi il 2 giugno 2014 al campo Al Jazeera di Mogadiscio, dall’alto verso il basso: sentinelle italiane, soldati italiani in parata per la festa delle repubblica, Il generale Massimo Mingiardi con Alessandra Morelli, capo dell’ufficio UNHCR nella capitale somala, ancora il generale Mingiardi e infine Michele Cervone, delegato, cioè ambasciatore, dell’Unione Europea per la Somalia. 

Mogadiscio, assalto delle forze speciali all’hotel in mano ai terroristi di Al Qaeda

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 28 marzo 2015

Era cominciato alle 16, 30 di ieri e si è concluso questa mattina alle 7,12 (le 5,12 in Italia) l’attacco degli shebab contro l’hotel Maka Al Mukarama, uno dei più popolari di Mogadiscio, nell’omonima strada che porta al parlamento nel centro della città. I miliziani islamici sono stati uccisi tutti, ma avevano seminato l’edificio di trappole esplosive, così gli uomini dell’”Alfa Team”, il corpo scelto addestrato dagli Stati Uniti, entrati dal tetto, dopo aver eliminato i terroristi che si erano barricati lassù, hanno dovuto muoversi tra le stanze e i corridoi con la massima attenzione. Insomma gli assalitori hanno tenuto le posizioni per quasi 15 ore. Non c’è ancora un bilancio ufficiale dei morti e non si sa esattamente quanti fossero i terroristi.

ferito

Un comunicato delle autorità somale sottolinea che prima di fornire il bilancio esatto delle vittime, occorre capire quanti si sono salvati scappando, specie dalle finestre, e identificare i cadaveri. La strada Maka Al Mukarama, dove si trova l’hotel è ancora chiusa perché “va messa in sicurezza”.  I terroristi erano ben armati ed equipaggiati con mitragliatrici leggere di tipo LMG (Light Machine Gun)

L’attacco degli shebab (il gruppo si definisce la filiale somala di Al Qaeda) si è svolto con un copione già ben collaudato: prima un kamilaze fa esplodere un’autobomba davanti alla porta dell’edificio da assalire, quindi un commando, sparando all’impazzata e lanciando granate, entra nel palazzo e tiene le posizioni finché può.

soldati spiano

Le guardie, tra cui alcuni elementi dell’Alfa Team, hanno posto subito resistenza, ma a favore degli assalitori ha giocato l’effetto sorpresa.

Sembra che i morti siano una trentina e “tra questi l’ambasciatore somalo in Svizzera, Yussuf Mohamed Ismail Beri Beri”, ha confermato ad Africa ExPress il rappresentate del governo di Mogadiscio a Nairobi, Mohammed Ali Nur “Americo”. Beri Beri è stato colpito da diverse pallottole. Trasferito immediatamente in ospedale per lui non c’è stato nulla da fare. L’ambasciatore in Germania è riuscito a mettersi in salvo scappando dalla finestra.

hotel da fuori

In un primo tempo sembrava che gli assalitori avessero catturato alcuni ostaggi, ma da alcune testimonianze degli scampati. Si evince che abbiano preferito ammazzare a sangue freddo chiunque incontrassero sul loro cammino: persone inermi e senza colpa. Sembra che il commando fosse formato da 9 terroristi, molti dei quali uccisi con la prima reazione delle forze dell’ordine. Ieri sera, barricati, probabilmente sul terrazzo, ne erano rimasti solo due o tre.

Il Maka al Mukarama, aperto alla fine degli anni ’80 e più volte devastato dalla guerra, appartiene all’ex presidente ad interim, Ali Mahdi che prese il posto di Siad Barre dopo la rivolta del gennaio 1991, quando il dittatore fu cacciato.  Non esercitò mai veramente il potere perché gli si oppose il generale Mohammed Farah Aidid. Tra i due scoppiò la prima guerra civile che nel novembre 1991 provocò la distruzione di Mogadiscio i cui palazzi furono sventrati dalle cannonate: compreso l’albergo che fu ridotto in macerie. Entrambi sono del “super clan“ hawiya ma Ali Mahdi è un abgal, una tribù originaria di Mogadiscio, mentre Mohammed Farah Aidi, ucciso in battaglia il 1° agosto 1996, era habergidir. Gli habergidir costituiscono la spina dorsale degli shebab. L’albergo ha subito un altro devastante attentato il 9 novembre 2013.

scalinata

Yussuf Beri Beri, dardod migiurtino, sposato con una somala naturalizzata svizzera, l’ambasciatore di Somalia presso le Nazioni Unite a Ginevra rimasto ucciso nell’attacco, è assai conosciuto in Italia dove aveva vissuto per anni in esilio assieme alla sua famiglia d’origine, durante la dittatura di Siad Barre.

Studente universitario, si era laureato in scienze politiche a Bologna (parlava italiano con un leggero accento emiliano). Subito dopo era rientrato in Somalia, ma era sempre comunque rimasto legato all’Italia.  Sua sorella Mariam ha sposato un italiano e a Milano è la leader delle donne africane. L’ultima apparizione pubblica della donna in piazza del Duomo nel capoluogo lombardo durante la manifestazione di protesta contro l’omicidio dei giornalisti di Charles Hebdo da parte di un commando islamista a Parigi. Yussuf, come la sorella, credeva in una Somalia laica, democratica e in pace. Anche per questo non era amato dai fondamentalisti, anche se sembra che non fosse lui in particolare l’obbiettivo dell’operazione omicida di ieri.Bari-Bari

“Mio fratello è stato colpito all’addome e a un braccio – ha raccontato Mariam – ma ha fatto in tempo a telefonare per chiedere aiuto. I soccorsi non riuscivano a entrare nell’edificio dove si sparava. Quando infine l’hanno raggiunto aveva perso tanto sangue. E’ arrivato all’ospedale, i medici hanno tentato il possibile per salarlo, ma non c’è stato nulla da fare. Spero solo che il suo sangue serva a portare la pace in Somalia. Era quello che voleva e quello in cui credeva Yusuf”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com

twitter @malberizzi

Le foto sono state scattate durante l’attacco, tranne l’ultima, che mostra Yusuf Beri Beri

Somalia, viaggio dentro gli Shebab, addestramento militare, religioso e psicologico

Mogadiscio, gli shebab attaccano l’albergo dell’ex presidente: decine di morti

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Alle 3 di notte ora locale (l’1 in Italia) alcuni terroristi sono
ancora asserragliati in un’ala dell’hotel con alcuni ostaggi.
Fuori  gli uomini delle forze speciali
pronti a intervenire, sembra alle prime luci dell’alba.

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 27 marzo 2015

Un gruppo di miliziani shebab (il gruppo si definisce la filiale somala di Al Qaeda) è penetrato oggi in uno dei più popolari hotel di Mogadiscio, il Maka Al Mukarama, nell’omonima strada che porta al parlamento nel centro della città. Secondo lo stringer di Africa ExPress nella capitale somala, gli assalitori, una decina, si sono fatti largo lanciando delle granate. Sono poi entrati nell’albergo a colpi di mitra ed è scoppiata una violenta sparatoria con le guardie, tra cui alcuni elementi della squadra d’elite addestrata dagli americani.  Ci sono molti morti, ma non si sa bene quanti. sembra una trentina  e “tra questi l’ambasciatore somalo in Svizzera, Yussuf Mohamed Ismail Beri Beri”, ha confermato ad Africa ExPress il rappresentate del governo di Mogadiscio a Nairobi, Mohammed Ali Nur “Americo”. Beri Beri è stato colpito da diverse pallottole. Trasferito immediatamente in ospedale per lui non c’è stato nulla da fare. L’ambasciatore in Germania è riuscito a mettersi in salvo scappando dalla finestra.

Maha al mukarama file foto

Gli assalitori, ma le notizie sono frammentarie e imprecise giacché è impossibile avvicinarsi all’hotel, hanno catturato alcuni ostaggi e poi si sono barricati assieme a loro sul terrazzo del palazzo. Sembra che del commando iniziale ne sia rimasto vivo solo uno. Altre fonti, però, parlano di tre terroristi asserragliati.

scappano dal tetto

Il Maka al Mukarama, aperto alla fine degli anni ’80 e più volte devastato dalla guerra, appartiene all’ex presidente ad interim, Ali Mahdi che prese il posto di Siad Barre dopo la rivolta del 1991 quando il dittatore fu cacciato.  Non esercitò mai veramente il potere perché gli si oppose il generale Mohammed Farah Aidid. Tra i due scoppiò la prima guerra civile che nel novembre 1991 provocò la distruzione di Mogadiscio i cui palazzi furono sventrati dalle cannonate: compreso l’albergo che fu ridotto in macerie. Entrambi sono del “super clan“ hawiya ma Ali Mahdi è un abgal, una tribù originaria di Mogadiscio, mentre Mohammed Farah Aidi, ucciso in battaglia il 1° agosto 1996, era habergidir. Gli habergidir costituiscono la spina dorsale degli shebab. L’albergo ha subito un altro devastante attentato il 9 novembre 2013.

Bari-BariYussuf Beri Beri, dardod migiurtino,  è assai conosciuto in Italia dove aveva vissuto per anni in esilio assieme alla sua famiglia d’origine, durate la dittatura di Siad Barre. Erano gli anni in cuoi aveva frequentato l’università a Bologna. Subito dopo era rientrato in Somalia, ma era sempre comunque rimasto legato all’Italia.  Sua sorella Mariam ha sposato un italiano e a Milano è la leader delle donne africane. L’ultima apparizione pubblica della donna in piazza del Duomo nel capoluogo lombardo durante la manifestazione di protesta contro l’omicidio dei giornalisti di Charles Hebdo da parte di un commando islamista a Parigi. Yussuf, come la sorella, credeva in una Somalia laica, democratica e in pace.

“Mio fratello è stato colpito all’addome e a un braccio – ha raccontato – ma ha fatto in tempo a telefonare chiedendo aiuto. I soccorsi non riuscivano a entrare nell’edificio. Quando infine l’hanno raggiunto aveva perso tanto sangue. E’ arrivato all’ospedale, i medici hanno tentato il possibile per salarlo, ma non c’è stato nulla da fare. Spero solo che il suo sangue serva a portare la pace in Somalia. Era quello che voleva e quello in cui credeva Yusuf”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

La foto in alto si riferisce all’attentato subito dall’hotel Maka al Mukarama nel novembre 2013. Più in basso gli ospiti dell’albergo tentano di rifugirsi sul tetto. Infine l’ambasciatore Yusuf Beri Beri

Nigeria: sabato il voto, la benzina scarseggia, si teme il caos e il ritorno dei militari

Speciale per Africa ExPress
Blessing Akele
Benin City, 26 Marzo 2015

Totale incertezza sull’esito delle elezioni presidenziali di sabato prossimo. O sul non-esito, cioè sulle conseguenze che il risultato delle elezioni porterà con sé. Il timore è che il presidente uscente Goodluck Jonathan, se il risultato non gli sarà ragione, possa mettere in atto qualche azione di forza.

Nei Paesi occidentali entro il mezzanotte o comunque, il giorno dopo, si conosce con certezza qual è il vincitore e con che percentuale ha vinto. In Nigeria, neanche per idea. Si parla di tre settimane. Senza bisogno di avere una particolare intelligenza, è chiaro che in quelle tre settimane si tenterà di raggiungere un accordo sulla spartizione del “national cake”, cioè della torta nazionale (i proventi del petrolio). Se non un’intesa non sarà possibile, c’è il rischio che si riaprano pagine tragiche per il Paese: l’oppressione, l’anarchia, maggiori  sofferenze e fame per la popolazione inerme. La situazione è quindi assai critica.

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In questi giorni stanno accadendo alcune cose che possono servire a comprendere meglio lo scenario che potrebbe aprirsi il 28 marzo 2015, il giorno delle elezioni. Più o meno da tre settimane scarseggia la benzina nelle maggiori città del Paese, tra cui Port Harcourt, Kano, Lagos, Benin City, e persino Abuja. La presidenza ha gridato al sabotaggio, accusando direttamente i petrolieri che, a suo dire, avrebbero limitato l’approvvigionamento proprio nel periodo della campagna elettorale nel tentativo di mettere Jonathan in difficoltà e per screditarlo di fronte alla popolazione che andrà a votare. I petrolieri hanno rimandato l’accusa al mittente.

Il 24 marzo, la presidenza, per discutere la situazione, convoca una riunione ad Aso Rock. L’intenzione è quella di derimere la controversia. Presenti tutti: il governatore della Banca Centrale, Godwin Emefiele, il Ministro dell’Economia e Finanze, Ngozi Okonjo-Iweala, il presidente dell’NNPC (Nigerian National Petroleum Corporation, la compagnia petrolifera statale),  i segretari dell’associazione dei mega petrolieri, e quello dei petrolieri indipendenti, il rappresentante di gestori dei depositi e quello dei commercianti dei prodotti petroliferi, nonché tutti gli amministratori delegati e presidenti delle maggiori banche.

Conclusa la riunione si scopre che la colpa della penuria di carburante è del governo: non ha adempiuto agli obblighi finanziari, ossia non ha ancora completamente corrisposto  agli importatori di benzina e affini l’ammontare del sussidio dovuto per il primo trimestre del 2015. Centinaia di migliaia di dollari americani.

Il ministro Okonjo-Iweala ammette lo stato debitorio e promette di saldare al più presto il debito e nei prossimi mesi di ottemperare agli obblighi nei tempi stabiliti.  I dirigenti bancari a loro volta assicurano che solleciteranno la Banca Centrale a rendere disponibile immediatamente circa cinquecento milioni di dollari in lettere di credito

E’ possibile che il Presidente Jonathan non sapesse nulla? Può essere altrimenti non si comprenderebbe l’accusa di sabotaggio indirizzata inizialmente ai petrolieri. L’amministrazione nigeriana è così una confusione totale dove spesso la mano destra non sa cosa fa la sinistra.

demo 2

Infatti, dalle informazioni raccolte, risulta che il Dipartimento delle Risorse Petrolifere (Agenzia dell’ NNPC), non è in grado, per sua stessa ammissione, di indicare il livello del greggio estratto e disponibile attualmente nel Paese. Cioè, come ormai si usa dire in Italia dove i ministri ricevono in dono una casa senza sapere chi è l’autore del regalo: la Nigeria produce greggio ma non lo sa.

La raffinazione del petrolio prodotto in Nigeria avviene all’estero oltreoceano e il governo ricompra il prodotto finito a caro prezzo (sussidiato).  L’amministrazione Jonathan ha promesso da anni (anche il governo di Obasanjo a suo tempo, ha promesso) di mettere mano alla ristrutturazione delle tre raffinerie esistenti nel Paese. Gli impianti sono obsoleti, inaffidabili e sono decenni che NNPC ripara e rappezza con materiali scadenti comprati a costi esorbitanti dagli spietati burocrati della compagnia petrolifera e dei Ministeri interessati, dietro i quali agiscono politici corrotti e spregiudicati.

In queste condizioni lo Stato rischia una seria e devastante crisi petrolifera qualora non si realizzi nei prossimi sedici–diciotto mesi (al massimo entro l’aprile 2016) quanto promesso dal governo federale, e cioè la messa in piena operatività delle tre raffinerie presenti nel Paese, rispettivamente a Warri, a Port Harcourt e a Kano. Occorre tener ben presente che, la riserva strategica petrolifera del Paese, potrà rispondere al fabbisogno nazionale solo per un mese, trenta giorni circa.

REGISTER TO VOTE

Non male, per un Paese che è l’ottavo produttore di greggio al mondo. Non solo: la Repubblica Federale Nigeriana quest’anno presiede l’OPEC, attraverso il ministro per il Petrolio Deziani Madueke. La situazione per il colosso dell’Africa occidentale è grave, molto grave, sull’orlo di un nuovo precipizio.

Si usa dire: al peggio non c’è mai fine. Sicuramente per la Nigeria questo adagio è calzante. E infatti emerge un altro particolare inquietante che riguarda Olusegun Obasanjo, l’ex presidente civile (1999-2007), ma qualche anno prima anche lui generale dittatore, ora sostenitore di Goodluck Jonathan, giacché militano nello stesso partito, il PDP,  People’s Democratic Party

Nell’occasione del ricevimento qualche giorno fa della consorte di Buhari, candidato contro Goodluck Jonathan nella corsa alla presidenza, Obasanjo ha raccontato che l’amministrazione è pronta a consegnare il potere ai militari nel caso di sconfitta elettorale. La notizia si è sommata a una voce che circola da giorni: il presidente dell’INEC (la Commissione elettorale), Attahiru Jega, tifa Mohammud Buhari al quale vorrebbe consegnare lo scettro del potere.

NIGERIA-VOTE-OPPOSITION

E’ chiaro che una vittoria con i brogli (veri o presunti) di Buhari non garberebbe affatto a Jonathan. Se veramente in uno scenario del genere il presidente decidesse di consegnare il potere ai militari, sarebbe una catastrofe. Occorre sperare che questa sia solo un’ipotesi di fantapolitica e che Jonathan non intenda azzerare tutti gli sforzi compiuti negli ultimi 16 anni di sfida democratica in Nigeria solo perché ha perso le elezioni. Obasanjo teme l’imbarbarimento della situazione e che Jonathan possa comportarsi come Laurent Gbagbo in Costa d’Avorio: perse le elezioni presidenziali scatenò la violenza. La Nigeria sta entrando in un tunnel, speriamo ne esca in fretta perché in questo momento non si vede nessuna via d’uscita.

Per il ruolo preminente che occupa all’interno dell’area regionale sub-sahariana, la Nigeria dovrebbe ergersi a modello di buon governo democratico per altri Paesi Africani. Invece no. Continua a perseguire la sistematica distruzione del fragile tessuto civile e sociale del Paese.

Per garantire la tranquillità e il buon esito della tornata elettorale, ieri per ordine del governo sono stati chiuse le frontiere: porti, aeroporti e posti di confine sulle strade. Boko Haram fa ancora paura e ci si aspetta qualche azione dimostrativa. Dichiarato lo stato si massima allerta per offrire un minimo di sicurezza ai cittadini che andranno al voto. Militari e polizia sono dispiegati a presidio di tutte le città maggiori e non.

Blessing Akele
blessing.akele@yahoo.com
twitter @BlessingAkele
#BringBackOursGirls

Guinea Equatoriale: si inasprisce la repressione, altri due italiani in galera

Speciale per Africa ExPress
Andrea Spinelli Barrile
Roma, 25 marzo 2015

Erano le 5:30 di sabato mattina, 21 marzo, quando Fabio e Filippo Galassi, due cittadini italiani, padre e figlio, dipendenti del gruppo Rangerbourg a Bata, in Guinea Equatoriale, venivano visti uscire di casa con alcune valigie: fermati da una guardia di sicurezza dell’azienda per cui lavorano, la General Works, i due sono stati accusati di aver tentato di trasferire all’estero alcuni fondi della stessa società.

Padre e figlio

Sabato pomeriggio, al Tribunale di Bata, avrebbe dovuto tenersi la prima udienza di un concordato tra alcune imprese creditrici e la stessa General Works, che da diversi mesi non paga gli stipendi ai propri dipendenti e le fatture ai fornitori: a novembre infatti lo Stato della Guinea Equatoriale ha dichiarato ufficialmente l’insolvenza con le aziende creditrici, con molti appalti pubblici dati in gestione proprio al gruppo Rangerbourg e alla General Works.

“Quando ci siamo resi conto che sia lui che suo figlio stavano scappando con sei valigie, li abbiamo inseguiti e fatti arrestare” racconta Hassan, uno dei dipendenti della General Works, citato da Diario Rombe, che ha avvisato la polizia. Perquisiti nel commissariato di Bata, ai due non è stato trovato nulla di compromettente nè addosso nè all’interno delle valigie. Sabato pomeriggio però un giudice ha deciso per emettere un ordine di carcerazione per entrambi, che in questo momento si trovano in stato d’arresto: Fabio Galassi nel carcere militare di Bata, dove è detenuto un altro italiano, l’imprenditore Roberto Berardi, ed il figlio Filippo nel commissariato di Bata, dove Berardi fu detenuto illegalmente e in isolamento per 21 giorni.

Valige

Alle autorità consolari italiane è stato impedito di vedere i due Galassi e non è stato fornito loro neppure un preciso capo di imputazione: non ufficialmente i due sono accusati di aver tentato di trasferire fondi all’estero. Un’accusa mossa pochi giorni fa anche nei confronti dell’ex-allenatore dello Nzalang, la nazionale nguemista, Adoni Goikoetxea, bloccato in aeroporto a Malabo mentre trasferiva soldi in Spagna (a suo dire il suo compenso per la Coppa d’Africa, completamente sequestrato), liberato dopo qualche ora.

Secondo altre informazioni in possesso di Africa ExPress ieri mattina sono stati convocati al Tribunale di Bata i direttori delle più importanti aziende straniere che operano in Guinea Equatoriale: il clima nel paese nguemista ricorda quello che portò all’evacuazione di tutti gli stranieri dalla Costa d’Avorio nel novembre 2004.Filippo Galassi

Il dittatore Teodoro Obiang venerdì scorso ha firmato lo stato d’emergenza (Estado de Sitio), che generalmente viene decretato solo in caso di invasione, guerra o guerra civile: dalla fine della Coppa d’Africa nel piccolo paese subsahariano il regime ha messo in atto una stretta repressiva molto dura nei confronti dei cittadini stranieri: brutali arresti di chi viene trovato senza documenti, espulsioni collettive, torture pubbliche rivolte in particolare a cittadini camerounensi e gabonensi.

Il pretesto adottato dal regime nguemista è lo spauracchio Boko Haram, che opera ad oltre 1600 km dal confine nord della Guinea Equatoriale: gli uomini di Obiang ci avevano già provato durante la Coppa d’Africa, quando Crisantos Obama Ondo (più noto come Ondo Cris, ambasciatore a Roma presso la FAO e personaggio molto controverso) aveva denunciato un sedicente complotto messo in atto da parte di alcuni oppositori al regime, che avrebbero trovato un malato di ebola disposto a recarsi in Guinea Equatoriale durante la competizione sportiva internazionale per rovinare “la festa” agli Obiang. Panzane prive di fondamento ma che offrono al regime il pretesto per lo stato d’emergenza: l’obiettivo, in verità, è mettere a tacere l’opposizione.Fsbio

Molti esponenti politici avversi al regime, tra cui il noto Guillermo Nguema Ela, sono stati arrestati e messi in condizione di non nuocere (isolati dai militari agli arresti domiciliari o in carcere): questa mattina 7000 studenti della UNGE (l’Università della Guinea Equatoriale) hanno convocato una manifestazione per chiedere le dimissioni del ministro dell’istruzione e della scienza Lucas Nguema Esono Mbang (che è anche secondo vicepremier). La reazione dei militari è stata violenta: 20 studenti sono detenuti nei locali dell’Università e, secondo Diario Rombe, una giornalista della rivista Ekos, Ana Modjo Ela,  è stata duramente “avvertita” di non passare informazioni fuori dal paese.

 Andrea Spinelli Barrile
Skype: djthorandre
twitter @spinellibarrile

Nelle foto Fabio e Filippo Galazzi, poi Filippo e infine Fabio

Assalto al museo: infiltrazioni islamiche in Tunisia sottovalutate dai diplomatici

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Speciale per Africa ExPress
Barbara Ciolli
Milano, 24 marzo 2015

Gli attentatori del Museo del Bardo di Tunisi erano stati addestrati nei campi dell’ISIS spuntati nella Libia post Gheddafi. Tunisini, sarebbero rientrati nel loro Paese già a Natale, secondo la ricostruzione delle autorità locali. La terra dei gelsomini che nel 2010 ha dato il la agli sconvolgimenti della Primavera araba è pesantemente influenzata dalle turbolenze negli Stati confinanti, dopo averli in origine contagiati. Esploso l’allarme ISIS in Libia, dopo l’attentato del 27 gennaio 2015 all’hotel Corinthia di Tripoli, gli analisti indicavano “Tunisia e Algeria” come gli “Stati limitrofi” più esposti all’effetto domino della penetrazione jihadista.

“Paesi confinanti nei quali la deriva può facilmente espandersi”, spiegava l’esperto di Libia  dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr) di Londra Mattia Toaldo, prevedendo pericoli concreti per in Nord Africa, visti gli “elementi crescenti di preoccupazione in Libia”. Anche per l’analista di Paesi arabi e ricercatore dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica internazionale) Stefano Torelli, dagli inizi del 2014, la Tunisia – seconda destinazione extraeuropea dei turisti italiani, dopo il Marocco – era “uno dei Paesi a più alto rischio terrorismo, ma i governi occidentali, compreso quello italiano, hanno sottovalutato”.

I gunmen incontrano il turista

Diversi fattori, oltre al flusso di 3 mila combattenti tunisini (stime di gennaio 2015 dell’inglese International Centre for the Study of Radicalisation) verso la Siria e l’Iraq, spingevano a innalzare il livello di guardia. A un lustro dall’inizio delle rivolte arabe, l’entroterra povero di Mohamed Bouazizi – il 27enne tunisino che cinque anni fa si diede fuoco innescando le proteste a catena – ha il triste primato di regione a più alta densità di foreign fighters, i combattenti jihadisti stranieri confluiti nell’ISIS. Altri 9 mila giovani, da fonti del governo tunisino, sarebbero stati bloccati alla frontiera, in partenza per la guerra santa in Siria e in Iraq. E, secondo altre stime non ufficiali, fino a 7 mila tunisini sarebbero si sarebbero uniti al Califfato.

All’inizio del 2014, prima della fondazione del cosiddetto Stato islamico, in Tunisia sventolavano le prime bandiere nere dell’ISIS. Un anno dopo, il corridoio di jihadisti non scorre più solamente da e per il Medio Oriente. Ma da e verso i campi d’addestramento e di battaglia in Libia (frequentati dagli attentatori di Tunisi), dove si è spostata la guerra. Ai foreign fighters di ritorno dal Medio Oriente si aggiungono le reclute delle nuove basi ISIS in Libia. Politicamente e anche culturalmente, Tunisia e Libia sono diverse, ma hanno legami geografici ed economici molto forti. Nonostante l’anarchia e la mancanza di sicurezza, ancora oggi migliaia di lavoratori tunisini attraversano la frontiera con la Libia, per sfuggire alla disoccupazione.

In generale l’economia tunisina ha risentito gravemente dell’instabilità seguita alle rivolte. Caduto Ben Ali (presidente della Tunisia dal 1987 al 2011), nel 2012 i visitatori stranieri risultavano dimezzati. Soltanto nel 2014 l’industria del turismo, risorsa primaria del Paese, aveva iniziato a riprendersi. L’impoverimento e la criminalità, soprattutto nei centri urbani, sono aumentati. I milioni di giovani disoccupati come Bouazizi, il venditore ambulante suicida eroe delle proteste, sono diventati acqua al mulino dell’ISIS. Facili prede degli imam salafiti radicali sono anche i ragazzi senza prospettive dei campi  profughi: mezzo milione di rifugiati dalla Libia dei quali la Tunisia si fa carico dal 2011.

Esplosa la guerra contro Gheddafi, milioni tra libici e residenti in Libia sono poi transitati nelle tendopoli tunisine lungo la frontiera di Ras Jedir e dell’entroterra islamista, ancora più a sud: valichi ora super sorvegliati per stroncare il passaggio di armi e jihadisti tra i due Paesi. Negli anni, migliaia di giovani, insofferenti all’isolamento e alle privazioni nei campi profughi, si sono affidati ai trafficanti che gestiscono le tratte di migranti verso il Mediterraneo.

Come in Giordania, Libano, Kurdistan iracheno e anche Turchia, l’ISIS ha gioco facile a infiltrarsi tra i sunniti scappati dai conflitti in Siria, in Iraq e, in Africa, anche in Libia e nel Sahel, saldandosi ai network criminali locali che gestiscono il trafficking.

Solo nel 2011 – anno della crisi libica meno devastante della attuale -, il Dipartimento di Pubblica sicurezza italiano registrò 519  barconi partiti dalla Tunisia e 101 dalla Libia. Nella regione, il traffico di armi, droga ed esseri umani è alimentato anche dai movimenti ai confini di Libia e Tunisia con l’Algeria, la terra del superterrorista Mokhtar Belmokhtar. http://www.africa-express.info/2013/03/03/mali-chi-e-muktar-belmuktar-lalgerino-sfuggito-sempre-alla-cattura/

Gente in fuga

Sia le intelligence occidentali sia l’ISIS vorrebbero mettere le mani sul capo jhadista, signore della guerra del Sahara, dedito agli attentatati e al contrabbando dal Sahel verso il Mediterraneo. E potenziale anello di congiunzione tra Boko Haram, Isis e criminalità organizzata.

La strage al Museo del Bardo, a Tunisi, che tra i 23 morti ha fatto anche quattro italiani, è la spia di quanto, nella regione, la posta in gioco sia alta per l’ISIS. La Tunisia è più vicina della Libia a Lampedusa: 113 chilometri di mare. E come l’Italia, da mesi è bersaglio di pesanti minacce del Califfato. Per il quotidiano panarabo Asharq Al Awsat, con base a Londra, l’ultimo pericolo sono le armi chimiche. “Iprite e gas nervino sarin” sottratti agli arsenali libici “potrebbero cadere nelle mani dello Stato islamico”.

Barbara Ciolli
barbara.ciolli@tin.it
@BarbaraCiolli

Mercenari sudafricani e dell’Est in aiuto della Nigeria per combattere Boko Haram

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 23 marzo 2015

Azem Bermandoa Agouna, un alto ufficiale delle truppe ciadiane, che insieme a quelle camerunensi, nigerine e nigeriane portano avanti le offensive contro i Boko Haram nel nord-est della Nigeria, ha dichiarato ai reporter di AFP venerdì scorso: “Abbiamo trovato un centinaio di corpi ormai quasi mummificati sotto un ponte a pochi passi da Damasak. Molti avevano la gola sgozzata, altri sono stati decapitati”. La città si trova a duecento chilometri da Maiduguri, nel Borno State ed è stata presa d’assalto dai terroristi il 24 novembre 2014. Le truppe alleate hanno liberato Damasak solo pochi giorni fa, respingendo i sanguinari terroristi islamici.

Secondo il portavoce del Ministero della Difesa nigeriano, Chris Olukolade, le truppe avrebbero respinto militanti di Boko Haram a Bama,  sempre nel Borno State, città già così duramente provata nel recente passato. Olukade ha dichiarato: “Venti militanti sono stati uccisi, altri sono stati feriti, ma sono riusciti a fuggire. Abbiamo sequestrato un enorme quantitativo di armi e munizioni, nonché un pick-up. Presto i Boko Haram saranno sconfitti. Un solo soldato ha perso la vita, alcuni i feriti”.

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Prima di allontanarsi, i terroristi hanno sgozzato decine di giovani donne, loro “mogli”, ragazzine rapite in scuole, nei villaggi, costrette a sposare i loro aguzzini. “Un musulmano radicale non può permettere che la propria moglie vada in sposa ad un infedele, che possa essere di un altro uomo, una volta liberata”. Ciò è quanto hanno riferito testimoni oculari dell’ennesimo orrendo, atroce atto dei sanguinari settari.

Peccato che Olukolade non abbia raccontato che le truppe nigeriane sono in stato di agitazione, perché non sono stati pagati gli incentivi promessi qualora avessero combattuti contro i Boko Haram. Il soldo percepito mensilmente da un soldato ammonta a trentamila Naira (150 dollari), secondo gli accordi con il governo avrebbero dovuto percepire un bonus mensile di centocinquantamila Naira! I soldati sono poco motivati per buttarsi in un campo di battaglia, il cui esito è sempre molto incerto per pochi denari.

Ed ecco perché – invece di retribuire le proprie truppe adeguatamente – il governo nigeriano nelle ultime sei settimane ha fatto ricorso a mercenari provenienti dal Sudafrica e dai Paesi dell’ex Unione Sovietica. Centinaia di stranieri, ingaggiati per contrastare le offensive dei jihadisti, percepiscono una paga giornaliera di quattrocento dollari!

cadaveri

Goodluck Jonathan, presidente uscente della Nigeria e candidato alle prossime elezioni presidenziali che dovrebbero svolgersi sabato 28 marzo 2015, si è dichiarato sorpreso degli enormi progressi delle sue truppe e di quelli degli alleati sul fronte Boko Haram.  Con le elezioni alle porte, viene fatto ciò che è stato omesso da anni. Chiunque vinca, Jonathan, cristiano, o il suo antagonista, Muhammadu Buhari, musulmano, golpista del 1983, dovrà prestare molta attenzione alla sicurezza del Paese, alla gente, le cui esigenze e necessità non sono mai state prese in considerazione, anzi, spesso sono state calpestate nella  ex-colonia britannica, così ricca di petrolio, dove una buona fetta della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. (http://www.africa-express.info/2015/03/16/nigeria-il-rischio-del-dopo-elezioni-due-vincitori-e-la-catastrofe/).

In questo momento gli occhi del governo nigeriano e dei mass media sono tutti puntati verso il nord-est del Paese, ci si dimentica della cosiddetta “cintura di mezzo”, che divide il sud cristiano dal nord prevalentemente musulmano, troppo spesso teatro di violenti scontri tra i fulani, pastori seminomadi, musulmani, e la popolazione agricola stanziale, prevalentemente cristiana.

Dopo bomba 2

All’alba del 15 marzo 2015 in un villaggio del Benue State, al confine con il Camerun, un centinaio di persone, compresi bambini e donne, sono state ammazzate a sangue freddo: “Un consistente gruppo di uomini armati è penetrato nel nostro villaggio all’alba – ha raccontato un testimone oculare, che ha chiesto di mantenere l’anonimato -.  Dormivamo tutti. Hanno sparato all’impazzata contro persone e animali; hanno seminato terrore e morte”.

E’ il peggior attacco degli ultimi quattro anni e Muhammadu Buhari, egli stesso di etnia fulani, ha condannato fortemente questo ennesimo atto di violenza. Negli ultimi anni molti fulani hanno stretti legami con i miliziani dei Boko Haram.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Emergenza medica: dirottato in Namibia il volo Lufthansa da Città del Capo a Monaco

Africa ExPress
Città del Capo, 24 marzo 2015

Secondo il sito di monitoraggio dei voli Flight Radar, il volo Lufthansa da Città del Capo a Monaco, in Germania, è stato dirottato stamattina all’alba a Windhoek, capitale della Namibia. Nulla di grave comunque, dopo un primo allarme si è saputo che l’atterraggio è stato provocato da un’emergenza medica.

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Si tratta del volo LH 575 e del Airbus A340.

Un altro dirottamento si è verificato negli Stati Uniti. I piloti del volo Qatar Airways da Miami a Doha, un Boeing 777, sono atterrati a Gander, nell’isola di Terranova: una donna ha partorito un bimbo mezz’ora dopo l’atterraggio.

Africa ExPress