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Nelle montagne del Puntland, la resistenza somala contro lo Stato Islamico

Speciale Per Africa ExPress Davide Banfi* 11 aprile 2026 Attraverso...
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I tuareg litigano tra loro: barcolla il trattato di pace in Mali

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I.  Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 4 settembre 2015

L’ONU, la MINUSMA (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali), la mediazione internazionale e le autorità maliane hanno fortemente condannato le violenze scoppiate il 15 agosto 2015 ad Anéfis, a centoventi chilometri da Kidal, nel nord del Paese, tra militanti della coalizione dei movimenti per l’Azawad (CMA) e il Gruppo Autodifesa Tuareg Imghad e Alleati (GATIA), contrari all’autonomia o separazione  dell’Azawad, cioè filo governativi. Gli Imghad costituiscono la più grande tribù tuareg nel nord del Mali. Il fondatore di GATIA, El Hadje Ag Gamou, è l’unico generale Tuareg in seno all’esercito maliano.

Miliziani 600

La scaramuccia tra i due gruppi si è trasformata in un vero e proprio combattimento con parecchi morti e feriti nella zona di Kidal, capoluogo di Regione e feudo del CMA.  Per evitare che la situazione sfuggisse di mano, il 18 agosto 2015 e fino a nuovo ordine, l’ONU ha dichiarato Kidal e l’area intorno alla città per un raggio di venti chilometri, come zona di sicurezza.

Ora i due gruppi cercano di scaricare la responsabilità dell’inizio degli scontri gli uni sugli altri.

Una fonte della sicurezza regionale ha riferito: “Siamo preoccupati per il seguito, soprattutto per le armi pesanti utilizzate da entrambi i gruppi. Durante il periodo delle piogge molte strade sono inutilizzabili nel Nord per le organizzazioni di traffici illeciti. Una delle poche strade praticabili si trova proprio nel settore dove hanno avuto luogo i combattimenti, dunque quasi certamente uno dei motivi degli scontri è il controllo sui traffici illeciti”.

Ora proseguono le trattative affinché il gruppo GATIA abbandoni la città di Anéfis, dopo averla “liberata” dai ribelli del CMA. La loro ritirata incondizionata è stata chiesta anche dal governo di Bamako, dalla mediazione internazionale e dall’ONU. Il 26 agosto scorso il gruppo ha dichiarato di non voler lasciare la città senza la presenza di truppe dell’esercito maliano e di MINUSMA.

Il 23 agosto 2015 il CMA ha fatto sapere che avrebbe sospeso la propria partecipazione ai lavori del comitato incaricato di seguire il trattato di pace, firmato definitivamente da tutte le parti interessate il 20 giugno 2015 (http://www.africa-express.info/2015/06/24/firmato-laccordo-di-pace-mali-anche-dai-ribelli-maggioranza-tuareg/).

miliziani

Non si sono verificati altri scontri da quando GATIA ha occupato Anéfis, ma la situazione resta tesa e compromette la sicurezza del Paese e la piena attuazione dell’accordo di pace.

Ed è per questo motivo che il presidente del Mali, Ibrahim Boubakar Keita, ha raggiunto il suo omologo, Abdekaziz Bouteflika ad Algeri domenica scorsa: discutere con lui la completa attuazione del trattato di pace nel nord del Mali. L’Algeria ha avuto il ruolo leader durante la lunga mediazione internazionale per arrivare alla firma dell’importante accordo, che finalmente prevede una riconciliazione e pace durevole tra le parti.

Malauguratamente i punti essenziali sono ora nuovamente messi in forse, dopo la ripresa delle ostilità tra alcune fazioni.

I due presidenti hanno anche parlato di altri problemi. Infatti è loro intenzione di incrementare la cooperazione militare, quella sulla sicurezza e la lotta contro il terrorismo. Inoltre vogliono elaborare un programma speciale per lo sviluppo economico per le regioni del nord del Mali e delle zone di confine.

I problemi di questo travagliato Paese sono molteplici. Il 1° settembre 2015 sono stati uccisi due soldati dell’esercito maliano ad un check point a Timbuktù, un altro è stato ferito e un quarto risulta introvabile insieme ad un automezzo militare. Sono stati attaccati da persone armate ancora non identificate. Un atto di terrorismo fortemente condannato dal governo che chiede a tutte le parti coinvolte di rispettare l’accordo di pace.

soldato a Kidal

Grazie all’intervento delle truppe internazionali, i gruppi jihadisti  legati ad al- Qaeda, che controllavano gran parte del nord del Paese, sono stati scacciati nel gennaio 2013. A tutt’oggi ci sono ancora alcune zone che fuggono al controllo dell’esercito e ai militari della coalizione internazionale e contro i quali i jihadisti hanno sferrato un assalto dietro l’altro negli ultimi mesi, mentre il Paese sta cercando faticosamente di ricostruire la pace.

Anche il 3 settembre, verso le 18.00, l’ennesimo attacco terrorista. Un gruppo di soldati delle forze armate è caduto in un’imboscata a Diafarabé, nella Regione di Mopti. Un soldato è stato ucciso, altri sette sono stati feriti, un altro disperso. Un portavoce del ministero della Difesa in un breve comunicato ha annunciato che per il momento i colpevoli non sono ancora stati formalmente identificati.

Mentre si susseguono le violenze, nel Paese è iniziato il periodo delle piogge. Forti inondazioni hanno causato il crollo di diverse case nella zona di Goa, un morto e diversi feriti. Sempre a causa delle importanti precipitazioni, si è rovesciato un battello sul Niger che trasportava alcune decine di passeggeri da Mopti a Niafunké. Diciannove persone sono annegate, quattro risultano disperse e settanta sono state salvate.

Dal 31 ottobre 2015 e per la durata di tre mesi ha luogo la biennale della fotografia e della diaspora africana a Bamako, curatrice è la nigeriana Bisi Silva. Sarebbe dovuto essere l’evento dell’anno, almeno dal 30 ottobre al 4 novembre 2015,  giornate dedicate ai professionisti del mestiere, in particolare a quelli francesi che avevano già confermato la loro presenza nella capitale maliana. Un grande apparato di sicurezza era già stato mobilitato per quei giorni. Con la firma dell’accordo di pace, si pensava di poter finalmentevoltare pagina. Gli ultimi gravi avvenimenti, l’insicurezza e l’instabilità che si respira nuovamente in tutto il Paese, hanno fatto cambiare idea ad una dozzina di redazioni parigine: nessuno dei loro inviati stampa sarà  presente all’evento per motivi di sicurezza.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Burundi, torture ai dimostranti. Si rischia un nuovo genocidio come in Ruanda

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Speciale per Africa ExPress
Andrea Spinelli Barrile

Roma, 5 settembre 2015

E’ sempre più critica la situazione in Burundi, dove il “neo eletto” presidente per la terza volta Pierre Nkurunziza ha giurato il 20 agosto scorso, malgrado i numerosi appelli, dell’opposizione e della comunità internazionale, per le sue dimissioni.

Il terzo, contestatissimo, mandato presidenziale di Nkurunziza si apre all’insegna delle violenze, che rischiano di trascinare il Paese lungo un’escalation di sangue che potrebbe mettere in ginocchio non solo il Burundi ma tutta l’area: il voltafaccia di Agathon Rwasa, leader dell’opposizione nel quale speravano in molti e che sarebbe stato convinto dal presidente dell’Uganda Yoweri Museveni (con “decine di milioni di franchi” scriveva Burundinews) ad accettare il risultato delle elezioni farsesche, se non addirittura di tirare i remi in barca in piena campagna elettorale, sarebbe finalizzato a mantenere intatti gli accordi segretamente siglati tra Uganda e Burundi per lo sfruttamento illegale di importanti giacimenti di nickel presenti nella zona di Rutana.

Manifestanti e cartellone

Le proteste inscenate in tutto il Burundi vengono represse da settimane con la forza bruta: secondo quanto denuncia un rapporto di Amnesty International le forze armate del Paese, i servizi di intelligence e la polizia burundese avrebbero torturato gli oppositori arrestati, senza accuse né mandati, nel corso delle manifestazioni per obbligarli a rilasciare informazioni sui gruppi d’opposizione nel piccolo paese africano.

“Hanno iniziato a picchiarmi con una sbarra di ferro. Poi mi hanno chiesto di spogliarmi. Hanno preso un contenitore pieno di sabbia e l’hanno legato ai miei testicoli. Mi hanno lasciato così per oltre un’ora e sono svenuto. Quando ho ripreso conoscenza, mi hanno fatto sedere sopra una pozza di acido di batteria, che bruciava terribilmente”, si legge nel rapporto di Amnesty, citando un uomo che racconta di essere stato chiuso in stanze piccolissime e qui torturato per estorcere confessioni e impegni formali a non manifestare più contro il Presidente.

Molte torture sono state praticate in un centro di detenzione della polizia che ufficialmente non esiste, chiamato Da Ndadaye: i malcapitati (giornalisti, attivisti per i diritti umani, semplici cittadini) sono stati costretti, denuncia Amnesty, a immergere la testa in secchi d’acqua sporca, picchiati con cavi elettrici e sbarre di metallo: “Una sera di luglio mi hanno portato in una stanza minuscola, dove non c’era spazio neanche per stare sdraiato. Ho dormito seduto. Il mattino dopo mi hanno spostato in un’altra stanzetta, col pavimento ricoperto di sassi. Il terzo giorno, un’altra stanza piena di schegge di vetro. Mi hanno obbligato a scrivere i nomi di tutte le persone che conoscevo e a firmare una dichiarazione per cui non avrei mai più preso parte a manifestazioni”.

Questa settimana si sono registrati scontri nei quartieri Cibitoke e Kamenge della capitale Bujumbura, con gruppi di ribelli armati che hanno commesso incursioni violentissime contro l’esercito che difende la capitale. Per tutta risposta le forze armate di Nkurunziza, scrive l’Ugandan Time, hanno risposto con armi pesanti ed artiglieria contro la popolazione dei quartieri su ordine diretto della presidenza, che sembra volersi concentrare più sul massacro che sulla difesa dello stato di diritto.

Poliziotto spara

Secondo il quotidiano ugandese non si potrebbe escludere l’intervento armato del vicino Ruanda, anche se tutte le informazioni che arrivano dal Burundi vanno verificate con attenzione. Sul posto, infatti, non ci sono molti giornalisti internazionali e coloro i quali restano nel Paese vivono in una condizione di controllo costante degli spostamenti e delle comunicazioni da parte delle autorità burundesi.

Molti media, africani e occidentali, tendono per questo motivo a minimizzare quanto sta accadendo: la corsa alle armi di una parte della popolazione civile, la resistenza armata da parte di gruppi organizzati, le sconfitte della polizia e dell’esercito e le reazioni spropositate e violentissime contro civili e oppositori però, per quanto abbiamo potuto verificare, sono una realtà che sarebbe criminale negare al mondo.

Secondo i conoscitori del piccolo ex protettorato belga, la rielezione di Pierre Nkurunziza alla presidenza del Burundi potrebbe avere presto gravissime ripercussioni sull’intera Comunità dell’Africa Orientale (EAC, East African Community) cui fanno parte Burundi, Kenya, Ruanda, Tanzania e Uganda: fonti interne al Segretariato EAC avrebbero confermato al sito del settimanale The East African che GIZ, l’Agenzia di sviluppo tedesca che risulta essere tra i principali donatori nell’area, avrebbe chiesto formalmente l’esclusione del Burundi dai programmi di sviluppo regionale da essa finanziati. Un problema che potrebbe ingrandirsi in fretta, visto che anche già alcuni paesi UE, come il Belgio, la Francia e il Regno Unito, hanno tagliato i fondi destinati al Burundi; così hanno fatto anche gli Stati Uniti, che hanno sospeso vari accordi di cooperazione preannunciando l’imminente esclusione del Paese dal programma americano di crescita e opportunità per l’Africa (AGOA).

 

Anche l’Unione Africana e la Comunità Internazionale hanno deciso di non riconoscere il Presidente in carica e minacciano di aprire indagini giudiziarie internazionali, in particolare sui crimini contro l’umanità registrati in queste settimane.

Nel frattempo però nel Paese sembra che il regime stia cercando di inasprire nuovamente l’odio etnico tra hutu e tutsi, probabilmente per mascherare meglio le violenze a danno degli oppositori: la notte tra il 12 ed il 13 agosto scorso si è tenuta una riunione nazionale delle Imbonerakure, “quelli che vedono lontano” i giovani miliziani paramilitari che sostengono il regime hutu-power di Nkurunziza. Presenti all’incontro un centinaio di quadri dell’organizzazione e di decine di comandanti ribelli ruandesi delle FDLR (Forces Democratiques de Liberation du Rwanda, dominato dagli hutu).

Secondo alcune informazioni uscite dalla riunione e puntualmente riportate da Fulvio Beltrami sul sito L’Indro, in quella riunione di criminali internazionali e personaggi molto poco raccomandabili si sarebbe delineata una vera e propria strategia militare per garantire la stabilità del Paese: aumento della propaganda hutu-power, che punta il dito innanzitutto ai “traditori” hutu e poi agli odiati tutsi, e preparazione per un imminente escalation di violenza in tutto il Paese. Il rischio è che in Burundi si riapra un capitolo, a dire il vero mai chiuso, che rischia di affogare l’intera regione in un nuovo bagno di sangue civile, rinfocolando l’odio etnico tra hutu e tutsi.

Secondo le notizie che arrivano dal Paese, l’offensiva potrebbe essere preceduta da una prima fase di purghe tra gli ufficiali dell’esercito. Si sono già registrati i primi casi, come quello del colonnello Richard Hagabimana, vice capo della Direzione Generale della Polizia Nazionale; l’ufficiale è stato torturato brutalmente in carcere perché accusato di aver partecipato al tentativo di colpo di Stato, un fatto denunciato dai media internazionali grazie alle dichiarazioni del suo avvocato di nazionalità greca. Il legale ha spiegato che l’unica “colpa” dell’ufficiale sarebbe quella di aver rifiutato di sparare contro la popolazione durante le manifestazioni di giugno.

A questo si aggiungono le prime violenze perpetrate dalle forze armate burundesi coadiuvate dai ruandesi del FDLR: in quartieri ghetto della capitale come Musaga, ma non solo, polizia e FDLR hanno bloccato le vie d’accesso per non far più entrare né uscire nessuno. L’obiettivo, riferiscono fonti locali, è di bloccare ogni tentativo di rivolta ma di fatto la popolazione si sta riducendo alla fame e i molti feriti muoiono come mosche per mancanza di cure.

I generali fedeli al regime hutu-power avrebbero inoltre informato, sempre nel corso della riunione del 12 agosto, della liberazione di numerosi criminali comuni dalle carceri burundesi, come già avvenuto più volte in passato: sono queste le persone cui vengono affidati i lavori sporchi da Imbonerakure.

Il rischio di una nuova guerra razziale tra hutu e tutsi, che potrebbe infettare tutta l’area EAC, non è da sottovalutare: l’obiettivo di molti infatti, con il sapiente uso di una forte propaganda nazionale ed internazionale su un fantomatico “complotto tutsi”, non solo in Burundi ma anche in Rwanda e Congo, è rinfocolare l’odio, per meglio nascondere i crimini commessi nelle ultime settimane, ed affiancarsi l’opinione pubblica, soprattutto europea.

Ferito in scontri

Anche in Africa “la storia si ripete”, ma il Burundi non è il Ruanda del 1994: l’attenzione mediatica sulle elezioni di maggio, sulle violenze e le violazioni dei diritti umani di quest’estate e sui crimini perpetrati contro la popolazione, rischia di rovinare la strategia del regime burundese prima ancora che questa venga attuata. La gente burundese sembra avversa al potere di Nkurunziza, oltre che poco disposta a tacersi, così come anche molte ong internazionali; i governi di Belgio e Stati Uniti stanno apertamente preparando il dopo-Nkurunziza ed anche gli amici del regime sembrano cercare di ritagliarsi più un ruolo da frenatori (occulti ovviamente) che da incendiari. Certo è che la fragilità sociale dell’intera area non fa pensare a nulla di buono.

Andrea Spinelli Barrile
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Boko Haram attacca ancora: due attentati e una decina di morti

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Africa ExPress
3 settembre 2015

Cellule di Boko Haram nuovamente in trasferta all’estero. Questa mattina due esplosioni nel Nord del Camerun, al confine con la Nigeria. Le notizie che giungono sono ancora frammentarie: si parla di una decina di morti e un centinaio di feriti.

Alle 09:45 una kamikaze si è fatta esplodere al mercato di Kewara, nel circondario di Kolofata.

Sventolio bandierePoco dopo, una seconda si è infiltrata nel BIR, fingendosi ammalata (battaglione di intervento rapido). E’ l’unico centro sanitario ancora aperto e accoglie tutti i feriti; gli altri presidi sanitari vicini al confine sono stati chiusi qualche mese fa. La giovane ha premuto il detonatore a pochi metri dall’infermeria.

Solo ieri il portavoce dell’aeronautica militare nigeriana, Dele Alonge, ha comunicato alla stampa che, durante un attacco aereo nella Foresta Sambisa da parte delle forze nigeriane, sono stati distrutti tutti i panelli solari, utilizzati presumibilmente da militanti dei Boko Haram per produrre corrente elettrica.

Alonge ha aggiunto: “Le nostre truppe hanno anche scacciato i sanguinari terroristi da  Gamboru-Ngala, città nel Borno State (Nord-Est della Nigeria) dove si trova il più importante mercato dello Stato”.

Africa ExPress

Mozambico, accademico e giornalisti colpevoli di diffamazione al presidente

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 2 settembre 2015

L’accusa di diffamazione all’ex presidente della Repubblica Armando Guebuza è stata confermata. Il giudice ha dichiarato colpevoli l’accademico mozambicano Carlos Nuno Castel-Branco e i giornalisti Fernando Veloso, direttore di “Canal de Mocambique”, e Fernando Mbanze, direttore di “MediaFax”. (http://www.africa-express.info/2015/07/29/mozambico-chi-critica-il-presidente-rischia-la-galera-alla-faccia-della-costituzione/)

Nel novembre 2013 Castel-Branco, prestigioso economista e docente all’Università “Eduardo Mondlane” di Maputo pubblicò sulla sua pagina Facebook una forte critica all’allora presidente Guebuza smontando la sua politica economica e accusandolo di alimentare il settore privato a scapito del servizio pubblico. Lo accusò anche di restringere lo spazio politico per aumentare il controllo dei media a vantaggio delle élite politiche del Paese e ne chiese le dimissioni.

Carlos Nuno Castel-Branco

Veloso e Mbanze ripresero il post e lo pubblicarono sui rispettivi giornali e anche loro, secondo il giudice, sono colpevoli – e quindi dichiarati tali, perché diffamare il presidente della repubblica è considerato un attentato alla sicurezza dello Stato.

Dopo una petizione a favore dei tre accusati ( https://www.amnestyusa.org/get-involved/take-action-now/mozambique-drop-all-charges-against-carlos-nuno-castel-branco-and-fernando-mbanze-ua-16215 ), Amnesty International accusa il governo mozambicano di utilizzare il processo come tattica per soffocare le voci di dissenso.

Intanto nel Paese africano si muove anche la società civile che ha dato vita “Vozes não silenciadas” https://www.facebook.com/vozesnaosilenciadas/ (Nessuna voce sotto silenzio) un movimento di solidarietà a Castel-Branco, Fernando Mbanze e Fernando Veloso.

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“La Costituzione, all’articolo 73, dà il diritto di partecipazione politica ai cittadini e questa partecipazione implica il diritto di critica e di opinione politica – sostiene il movimento nella sua pagina Facebook -. La libertà di parola non può servire solo per lodare ed esaltare ciò che fanno le istituzioni politiche. Questo diritto comprende anche la critica e l’opposizione al potere. Considerare la libertà di parola come un crimine contro la sicurezza dello Stato è un’esagerazione che va oltre lo scopo finale dei principi sanciti dalla Costituzione”. Chissà se l’ex presidente gradisce queste parole.

La sentenza a Castel-Branco, Mbanze e Veloso sarà emessa entro la fine di settembre.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin

Nella foto in alto Carlos Nuno Castel-Branco, in basso la pagina Facebook aperta per sostenere i tre accusati di diffamazione

Dopo più di un secolo Capo Verde colpito da un violentissimo uragano

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 2 Settembre 2015

L’uragano Fred ha flagellato lo Stato insulare di Capo Verde nell’Oceano Atlantico, situato a cinquecento chilometri dalla Costa senegalese. L’epicentro di “Fred” è stata l’Isola di San Nicola, nel nord-ovest dell’arcipelago.

Onde altissime

Il forte vento ha raggiunto centotrentacinque chilometri all’ora, causando piogge torrenziali e onde altissime. In un’intervista alla radio portoghese RDO-Africa, il capo della protezione civile di Capo Verde, Arlindo Lima, ha annunciato che a causa delle violente raffiche e gli incessanti rovesci, sono stati chiusi tutti gli aeroporti e i porti e in alcune isole anche diverse strade. Non ha fatto menzione di feriti e/o vittime.

Lunedì notte la forza dell’uragano si è placata e Fred è stato degradato a tempesta tropicale.

A memoria d’uomo nessuno ricorda un uragano simile a Capo Verde. L’ultimo risale al 1892. Infatti nel registro delle tempeste nell’Oceano Atlantico, che il “Centro Nazionale degli uragani americani” (NHC) ha iniziato stilare nel 1851, risulta il rapporto di tale evento.

L’uragano Fred risulta nella categoria 1, su una scala da 1-5. La sua forza e le forti piogge potrebbero anche provocare smottamenti del terreno importanti. Per ora non sono giunte notizie circa i danni che ha provocato.

Mare in  tempresta

L’arcipelago di Capo Verde ha ottenuto l’indipendenza solamente nel 1975; fino al 1980 è rimasto legato alla Guinea-Bissau. Entrambi sono restati per cinque secoli sotto il dominio portoghese. Dopo il colpo di Stato del 1980 in Guinea Bissau, i dirigenti di Capo Verde hanno abbandonato il Partito Africano per l’indipendenza della Guinea e di Capo Verde (PAIGC) e fondato il Partito Africano per l’indipendenza della de Cabo Verde nel 1981.

Le prime libere elezioni si sono svolte solamente nel 1991. Lo sviluppo turistico di Capo Verde è abbastanza recente e solo nel 2007 il Paese è stato escluso dalla lista dei Paesi meno sviluppati (LDC). Gli abitanti delle isole sono poco più di mezzo milione, ma bisogna aggiungere i settecentomila capoverdiani che sono emigrati all’estero.

Capo Verde non ha una popolazione propria, ma la sua gente è frutto di immigrazioni delle più svariate etnie sia africane che europee che con il passare dei secoli si sono completamente mescolate.

Le lingue ufficiali sono il portoghese e il creolo. La capital è Praia, situata sull’isola di Santiago. E’ la più grande città dello Stato insulare ed è anche il maggiore centro commerciale.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Radio Ghetto, la voce dei senza voce africani in Italia

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Speciale per Africa ExPress
Andrea Spinelli Barrile
Rignano Garganico, 1° settembre 2015

Dal 25 luglio c’è una voce che si diffonde nell’etere, grazie alle frequenze radiofoniche italiane, una voce che racconta i senza voce, gli invisibili, i moderni Nessuno. Si chiama Radio Ghetto e trasmette e trasmetterà fino al 6 settembre dalle campagne di Rignano Garganico, in provincia di Foggia, un luogo dove il feudalesimo ed il caporalato sono realtà quotidiane crude e apparentemente incontrastabili. Si trova nel cuore della cosiddetta “Capitanata” dove, annualmente, la raccolta dei pomodori richiama migliaia di lavoratori (italiani e non): qui una cassa di pomodori da mezzo quintale vale massimo 5 euro, di cui 1,50 vanno al caporale di turno.

Significa poter intascare anche solo 20 euro per 10 ore di lavoro ogni giorno, con il rischio di doversi pagare il viaggio dalla baraccopoli al campo. Nei mesi estivi nel ghetto di Rignano Garganico arrivano oltre 2000 lavoratori, quasi tutti africani (principalmente di area sub-sahariana) che dormono in baracche di lamiera, legno, cartone e plastica – senza elettricità, acqua e fognature – sorte abusivamente su terreni privati e non.

la sede 3

Molti braccianti sono arrivati in Italia solo da pochi mesi, poche settimane. Ignorano tutto, dalla lingua ai loro diritti, e hanno l’unico obiettivo di lavorare, spaccarsi la schiena per continuare ad alimentare la propria inguaribile speranza: restare in Europa per dare un futuro alla famiglia lontana. Qui, secondo quanto denunciato da Yvan Sagnet, coordinatore del Dipartimento Immigrazione della Flai-Cgil Puglia, pochi giorni fa un bracciante 30enne del Mali è morto e il suo cadavere è stato occultato.

Proprio in questo teatro tre anni fa è nata Radio Ghetto, per dare voce ai senza voce che in questo ghetto ci vivono: l’emittente radiofonica trasmette ogni giorno, dal 25 luglio al 6 settembre, diffondendo le voci dei dj africani che la mattina raccolgono pomodori e la sera si mettono in consolle. La Rete Campagne in Lotta, che promuove questa iniziativa, allestisce ogni anno il piccolo e fortunoso studio in una delle baracche del ghetto della “Capitanata”: l’obiettivo è istruire i migranti sui loro diritti (e doveri), migliorarne l’italiano, restituir loro un piccolo angolo d’Africa laddove l’Africa sembra essere più vicina dell’Italia.

“Il lavoro che faccio lo pagano male, 3 euro al cassone. Penso che sia troppo poco. I capi italiani pagano i nostri capi 5 euro a cassone e noi ne prendiamo 3. […] Mi alzo alle 4 della mattina per andare a lavorare. Alle 5 inizio, fino alle 8 di sera, ma non guadagno tanti soldi quanti vorrei: solo 30 euro al giorno. E’ difficile, difficilissimo”, racconta un lavoratore a Radio Ghetto.

Grazie ai volontari, alle associazioni e ai padri Scalabriniani (che vivono nel seminario di Siponto, lungo la statale Garganica) quest’anno la Radio ha trasmesso in tutta Italia, attraverso la sinergia con molte emittenti nazionali e locali, un’esperienza che si spera di poter ripetere anche i prossimi anni. Da Radio Popolare a Radio Onda Rossa fino a Radio Blackout, sono decine le stazioni che hanno deciso di dare voce ai senza voce, ai braccianti del pomodoro delle campagne lucane e pugliesi.

Cassa pomodori

Il palinsesto di Radio Ghetto è in divenire ogni giorno: informazione locale (anche sulla stessa vita del ghetto), nazionale e internazionale diffusa in italiano, francese, inglese, ma anche e sopratutto wolof, fang e bambarà. Tutto dipende dall’identità e dal sentimento di colui il quale indossa le cuffie e alza il volume della voce nel mixer: Radio Ghetto segue il flusso della vita nei campi, racconta la resistenza delle anime nere nei ghetti italiani.

Trasmette oltre 12 ore al giorno, dalla mattina fino a mezzanotte, e la prospettiva per il futuro si fa sempre più interessante: si chiama Radio Ghetto Africa, un programma d’informazione in francese, con cui far conoscere la realtà del ‘Gran Ghetto’ e la situazione italiana anche dall’altra parte del Mediterraneo, nei paesi d’origine dei flussi migratori. Qui potete ascoltare la puntata del 30 agosto (https://www.mixcloud.com/radioghetto/notre-vie-en-europe-radio-ghetto-africa-4/).

All’informazione si uniscono i dibattiti e le discussioni sui problemi del ghetto e dei lavoratori che lo popolano, si raccontano le storie di queste tantissime vite difficili: dal migrante appena fortunosamente arrivato dal Ghana, al ventenne senegalese che vive al nord e che considera il caporalato “lavoro estivo stagionale” per pagarsi gli studi, nel ghetto c’è chiunque e chiunque ha voglia, dopo il lavoro, di mettersi in gioco, aiutare, raccontarsi: “radio pomodoro”, così è soprannominata, aggrega e unisce i braccianti africani sul suolo italiano fornendo loro quel servizio che altrove non troverebbero, per negligenza o perché “la crisi ha chiuso i rubinetti”. Un servizio che integra e informa, che unisce e racconta le vite di queste persone: socialità e musica, battaglie di hip-hop e dibattiti sulla cittadinanza e sul diritto di asilo. Un po’ come il sacro e il profano, trasmessi nello stesso momento, nello stesso giorno.

Andrea Spinelli Barrile
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Sarà la Turchia a gestire e ammodernare il porto di Mogadiscio

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 31 agosto 2015

Il governo federale somalo ha affidato per vent’anni la gestione, la ristrutturazione e l’ampliamento del porto di Mogadiscio a una società turca, del gruppo economico finanziario e di costruzioni Albayrak, che si è impegnata a dotare il più importante scalo dall’ex colonia italiana di nuove e evolute tecnologie che lo rendano più moderno, efficiente e conforme agli standard internazionali attuali.

La decisione del governo somalo ha inquietato gli operai e gli impiegati dello staff del porto di Mogadiscio che hanno manifestato la loro contrarietà all’operazione. Temono di essere rimpiazzati da turchi che potrebbero arrivare direttamente dall’Asia minore.

turkISH WARSHIP

Lo scalo è la più importante opportunità di lavoro di tutta la Somalia e se i locali dovessero perdere il lavoro a favore di “stranieri” sarebbe un vero disastro.

Il quotidiano è diventato famoso per la sua scarsa professionalità e per l’eccessiva tendenza alla disinformazione. Ha inventato di sana pianta intere parti di un’intervista a Noam Chomsky (sulle moti di piazza in Egitto) e creato con la fantasia storie per screditare i manifestanti che protestavano contro il governo turco durante le dimostrazioni a Istanbul del 2013: attacchi mai avvenuti alle donne che portavano il velo o festini a base di birra, descritti nei dettagli usciti da una penna prolifica, nella moschea dove i giovani si erano rifugiati entrando con le scarpe ai piedi. Tutte cose assai sacrileghe per i musulmani.

La grande compagnia è stata fondata subito dopo la seconda guerra mondiale, nel 1952, da Ahmet Albayrak, che l’ha gestita assieme ai sui sei figli fino alla morte, nel 2010. Uno degli eredi, Mustafa Albayrak, è amministratore delegato del Yeni Şafak.

La scarsa o cattiva reputazione di cui gode il gruppo Albayrak fa legittimamente sospettare che gli affari ottenuti dal governo Erdoğan in patria non siano proprio limpidi e trasparenti. Da qui lo stesso dubbio che anche la nuova concessione per gestire in porto di Mogadiscio sia costata qualche mazzetta o kickback, come si dice in inglese.

IL PORTO DI MOGADISCIO

L’accordo non è piaciuto neppure a alcuni membri del parlamento somalo che hanno sollevato critiche e domande. Chi ha negoziato l’accordo di cui non si è saputo nulla sino al momento in cui è stato sottoscritto dalle parti, e è stato concesso un periodo così lungo, vent’anni, si sono domandati alcuni legislatori?

Da un po’ di tempo il governo è accusato di negoziare e chiudere contratti con società straniere a detrimento dei locali. Si sta parlando dei diritti di pesca o di quelli per lo sfruttamento delle risorse minerarie o della gestione dell’aeroporto. Anche i donatori sono piuttosto seccati perché vedono alcuni contratti poco chiari, con rischi di corruzione e norme che favorendo troppo le compagnie fanno pensare a tangenti e mazzette.

Çevik Bir nel 1993

La penetrazione turca in Africa, soprattutto nei Paesi musulmani, è ogni giorno più evidente, seconda solamente a quella cinese. La Turkish Airines vola ormai quasi ovunque, i supermercati Afra hanno aperto filiali e branch dappertutto (il grande magazzino di Khartoum è enorme), le compagnie di costruzioni, come l’Albayrak Gruop, sono impegnate in diversi progetti. L’infiltrazione dell’unico Paese islamico della NATO è cominciata all’inizio degli anni Novanta quanto il comando della missione dell’ONU, UNOSOM 2 (United Nations Operation in Somalia) fu affidata al generale turco Çevik Bir.

Massimo A. Alberizzi
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Nella foto in alto navi da guerra turche nel porto di Mogadiscio. In centro il porto in attività e in basso il generale Çevik Bir fotografato nel 1993 mentre era capo della missione UNISOM in Somalia.

Swaziland, andavano alla cerimonia per essere scelte come nuova moglie del re, 38 sono morte in un incidente stradale

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 31 agosto 2015

Sono almeno trentotto le ragazze che hanno perso la vita il 28 agosto in un terribile incidente stradale che si è verificato sulla strada che collega Mbabane, capitale dello Swaziland, a Manzini, la seconda città per ordine di grandezza e importante centro economico del Paese. Una ventina le giovani ferite, alcune in modo grave, sono state ricoverate al Raleigh Fitkin Memorial Hospital di Manzini.

“Le ragazze, una cinquantina, erano stipate sul pianale del camion come degli animali – ha riferito un testimone oculare che ha prestato i primi soccorsi, citato da sito sudafricano ENCA – . Ci aspettavamo un simile terribile incidente prima o poi”, ha aggiunto.

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Le giovani vergini erano dirette al “Reed dance festival”, durante il quale ogni anno si esibiscono, spesso in topless, decine di migliaia di ragazze davanti alla famiglia reale. Una specie di sfilata delle “più belle del Paese”, che permette al re Mswati III, l’unico monarca assoluto dell’Africa ancora al potere, di scegliere ogni anno una nuova consorte. Attualmente è marito di quattordici mogli. Il festival è considerato l’evento dell’anno e dura otto giorni.

Le ragazze viaggiavano su un camion aperto. Al momento della collisione con un altro mezzo, molte di loro sono state catapultate fuori. Il conducente dell’autocarro è stato arrestato per negligenza.

Alcuni gruppi di difensori per i diritti umani, in particolare lo “Sawziland Solidarity Network” (SSN) ritengono che questo spettacolo sia antiquato e sessista. Affermano che la polizia ha cercato di nascondere questo grave incidente, giornalisti e fotografi hanno incontrato non poche difficoltà per poter scattare  le foto sul luogo della sciagura. Chiedono che venga dato un risarcimento alle famiglie delle ragazze da parte della casa reale.

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Mswati III, che ha frequentato l’International College a Sherborne in Gran Bretagna, durante il suo discorso alla Fiera internazionale di Mazini, ha ricordato la tragedia, porgendo le sue condoglianze ai congiunti e ha sottolineato che sta predisponendo un indennizzo per i familiari delle vittime.

L’ex- colonia britannica conta solamente 1 milione e 250 mila i abitanti. Il reddito annuo pro capite supera di poco i tremila dollari. Un Paese povero, che vanta il triste primato di avere la più alta incidenza di infezione HIV al mondo. L’aspettativa di vita è inferiore ai quarantanove anni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Burkina Faso, tra una settimana in parlamento la legge sull’abolizione della pena di morte

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Speciale per Africa ExPress,
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 29 agosto 2015

Ieri, 28 agosto, i deputati del Burkina Faso hanno avviato l’esame di una proposta di legge per l’abolizione della pena di morte. Nel Paese, uno dei più poveri del mondo, attualmente tredici persone si trovano nel braccio della morte in attesa dell’esecuzione della pena.

Promotore di questo disegno di legge è  Cherif  Sy, presidente del Consiglio nazionale di transizione (CNT), l’assemblea interinale che resterà in carica fino alle nuove elezioni che si terranno il prossimo ottobre. Il governo e il parlamento erano stati sciolti il 31 ottobre 2014, dopo la caduta di Blaise Campaoré. L’ex-presidente aveva chiesto un terzo mandato, una pretesa di fronte alla quale la società civile del Paese si era opposta (http://www.africa-express.info/2014/11/01/burkina-faso-campaore-dimissionato-ma-il-nuovo-leader-non-piace-alla-piazza/).

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L’abolizione della pena di morte è fortemente sostenuta da varie organizzazioni della società civile, nonché dal foro degli avvocati burkinabè. Il governo di transizione ha già approvato il testo della norma, si attende ora che venga esaminato e discusso in parlamento.

Sy, mentre ha presentato il disegno di legge davanti ad una commissione parlamentare, ha esordito con queste parole: “Si può condannare qualcuno all’ergastolo, ma uccidere una persona tramite fucilazione, impiccagione o mozzandogli testa, avvilisce la società, certamente non esalta l’essere umano. Anche se la pena capitale è stata applicata solamente quattro volte da quando abbiamo ottenuto l’indipendenza, cinquantacinque anni fa, non ci ha fatto crescere né come nazione, né come persone”.

L’ultima esecuzione risale al 1988, eppure solo lo scorso luglio un militare è stato condannato a morte per aver ammazzato la sua ex-fidanzata.

Convegno

Ora si attente il prossimo 6 settembre. Quel giorno saranno in tanti a osservare l’ex colonia francese Burkina il Faso, perchè in parlamento si aprirà il dibattito sulla nuova legge, che prevede come pena massima l’ergastolo al posto della pena capitale.

“Il Burkina Faso ha un’occasione storica per riconoscere l’inviolabilità del diritto alla vita”, ha sottolineato il direttore regionale per l’Africa occidentale di Amnesty International, Alioune Tine, in un comunicato.

Nel corso degli ultimi vent’anni molti Stati africani hanno abolito la pena capitale. Il Burundi, il Gabon, la Costa d’Avorio, il Senegal, il Togo, le Isole Mauritius, il Ruanda e all’inizio di quest’anno si è aggiunto anche il Madagascar. Ora si attende che anche il Burkina Faso faccia la stessa scelta per poter essere inserito nell’elenco dei Paesi abolizionisti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Nella foto in basso un convegno sulla pena di morte a Bobo Dioulasso in Burkina Faso

How to Use the World “Migrants”

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IRIN
Oxford, 27August 2015

Using the right terms when referring to Europe’s migration crisis has become a minefield for journalists. For starters, it’s not exactly a “migration crisis” since most of those on the move are Syrian, Afghan and Eritrean refugees fleeing wars and persecution. Al Jazeera’s recent decision to stop using the word “migrant” entirely in reference to people crossing the Mediterranean is one reflection of the evolving debate, but there are still plenty of major media brands getting it wrong.

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Here are a few of the most common mistakes:

CALLING PEOPLE MIGRANTS WHEN THEY ARE CLEARLY REFUGEES

“They are fleeing persecution, war and famine in their home countries with the majority of the migrants believed to be from Eritrea, Syria and Afghanistan,” read a recent Associated Press story in The Independent. If they have fled persecution and war (as in the case of Eritreans, Syrians and Afghans), they are refugees – or at the very least asylum seekers.

To call them migrants is not technically wrong, in the sense that anyone moving from one place to another is a migrant. But if they are fleeing countries we know to be at war or that are guilty of widespread human rights violations, a much more specific term – ie. refugee – is available.

The major migratory routes into Europe right now are used by a mixture of asylum seekers (people who have applied or intend to apply for refugee status but have not yet had their cases decided) and so-called ‘economic migrants’, so it can get confusing. But when reporting exclusively on Syrians, as this CBS report does, there is no good reason for referring to them all as migrants.

CALLING EVERYONE REFUGEES WHEN SOME ARE NOT

This is much less common, but Al Jazeera’s move makes it likely we’ll see more sentences like this one from a story the news network released this week: A record number of refugees streamed into EU member Hungary from Serbia, police said, just days before Hungary completes a border fence.”

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Although the majority of people arriving in Hungary would qualify for refugee status, some are trying to reach Europe in search of economic opportunities rather than safety.

While it is not technically wrong to call a refugee a migrant, it is incorrect to call all migrants refugees.

See: Refugee versus migrant: time for a new label?

GETTING EU POLICIES WRONG

In the past few months, the European Union has released a number of important proposals and policies relating to migration. The most controversial and hotly debated have been those concerning the resettlement of recognised refugees to EU member states and the relocation of asylum seekers arriving in Greece and Italy to other EU countries.

Many media outlets misrepresent the policies by referring to those being resettled or relocated as migrants.

This BBC report talks about “plans to resettle tens of thousands of migrants across Europe” and “objections to relocating migrants according to mandatory quotas”.

This Daily Mail article makes the same mistake: “Britain will not heed an EU call for member states to take in 40,000 migrants from Italy and Greece.”

Migrants and failed asylum seekers do not qualify for resettlement or relocation and are more likely to face deportation. Using the term “migrants” in this context reinforces misperceptions that the EU is pushing for member states to admit more migrants.

USING TIRED, DEHUMANISING METAPHORS

Nearly every journalist who has written about the record levels of migration to the EU in recent months has probably been tempted to use the words: ‘wave’, ‘flood’ or ‘tide’. This Washington Post story from April uses them all and takes it up a notch with “tidal wave of humanity”.

ANot only have the sea metaphors become tired and clichéd, they are alarmist and reinforce irrational fears that Europe is in danger of being engulfed by a sea of unwanted foreigners.

Yes, the numbers of arrivals are high relative to previous years, but we’re still only talking about a few hundred thousand people spread across a region with a total population of 508 million.

IRIN

IRIN is an independent, non-profit media organization