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Nelle montagne del Puntland, la resistenza somala contro lo Stato Islamico

Speciale Per Africa ExPress Davide Banfi* 11 aprile 2026 Attraverso...
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Assoluzioni in cambio di bustarelle, i video di un giornalista inchiodano 34 giudici in Ghana

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 13 settembre 2015

Il giornalista Anas Aremeyaw Anas ha investigato per oltre due anni, ha messo a disposizione ben cinquecento ore di viedeoregistrazioni che inchioderebbero trentaquattro giudici ghanesi: dodici dell’Alta Corte e ventidue ordinari. Il vice-procuratore generale, Dominic Ayine, ha garantito l’immunità al giornalista, mentre il giudice generale della Corte suprema, Georgina Theodora Wood, ha convocato i magistrati implicati.

https://youtube.com/watch?v=a8Oj-mbMepE

Anas, giornalista e avvocato, durante le sue indagini, ha avvicinato i giudici, offrendo loro una bustarella in cambio dell’assoluzione del suo cliente. In alcune istanze Anas appariva come querelante e come tale offriva la tangente.

Dopo aver ottenuto l’immunità, il giornalista ha seguito un iter costituzionale, chiedendo sia al presidente che al giudice della Corte suprema di procedere con le indagini nei confronti dei trentaquattro giudici.

anas cose imamSi è parlato spesso di giudici corrotti in Ghana, ma è sempre stato difficile dimostrare la loro colpevolezza. Questa volta si sono dovuti presentare alla commissione disciplinare che li ha sospesi immediatamente dai loro incarichi.

Quattordici dei ventidue giudici ordinari sospesi hanno espresso il loro disappunto in una lettera, evidenziando il fatto di essere stati sospesi prima di aver potuto replicare e che non è stata concessa loro l’opportunità di visionare i video che evidenzierebbero la loro colpevolezza. Uno dei ventidue giudici ordinari è stato riabilitato, è stato identificato erroneamente nel video.

Entro il 14 settembre 2015 ai giudici inquisiti è data la possibilità di rispondere per iscritto alle accuse; solo dopo aver esaminato le loro memorie, la Wood deciderà se aprire o meno un’inchiesta formale.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Anas Aremeyaw Anas è un famosissimo giornalista investigativo del Ghana nato alla fine del 1970 http://entertainment.myjoyonline.com/pages/news/201203/83636.php . La sua peculiarità è di mantenere rigorosamente l’anonimato, che considera uno strumento indispensabile per svolgere al meglio il suo lavoro di giornalista investigativo (pochissime persone hanno visto la sua faccia). “Smuggler, Forger, Writer, Spy”.

anas_aremeyaw_anas con in volto coperto

Specializzato in video documentari, Anas concentra le sue indagini su questioni di diritti umani e lotta alla corruzione in Ghana e in Africa sub-sahariana. Ha vinto diversi premi per la difesa del diritto a non essere tenuto in stato di schiavitù e di essere curato in caso di malattia.

 I suoi lavori hanno attirato l’attenzione anche del presidente americano Barack Obama che ha lodato le sue virtù in un discorso pubblico tenuto durante la sua visita nel 2009 in Ghana. Secondo Wikipedia Anas ha vinto oltre quattordici premi internazionali per il suo lavoro investigativo e, nel 20111, è stato segnalato come la quinta persona più influente del Ghana.

a.e.

Nelle foto Anas Aremeyaw Anas travestito da imam e con fronzoli davanti al viso per non mostrare mai la faccia

 

Eritrea, torna l’Inquisizione e chiede autodafé: “Ho sbagliato avete il diritto di punirmi”

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Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 11 settembre 2015

Non basta pagare il pizzo del 2 per cento, ora i rifugiati eritrei che fuggono dalla dittatura intollerante e disumana che governa il loro Paese, devono anche ammettere di aver sbagliato e dichiarano solennemente di accettare con sottomissione la punizione che il governo deciderà di infligger loro. Incredibile, sembra di essere tornati ai tempi dell’Inquisizione dove il condannato per eresia veniva messo al rogo, senza nessuna pietà e nel nome di Dio.

Ma in Svizzera i servitori della tirannia non hanno vita facile. Il governo della confederazione considera estorsione e ricatto il pagamento del 2 per cento mensile del proprio salario. Insomma, una tassa illecita quella che viene incassata dal consolato di Ginevra. Africa ExPress ne ha già parlato dettagliatamente qualche mese fa (http://www.africa-express.info/2014/12/19/svizzera-e-illegale-la-tassa-del-due-per-cento-che-gli-eritrei-pagano-alla-loro-ambasciata/. Chi non la paga non può ricevere i servizi consolari e rimane abbandonato come un apolide. Niente rinnovo del passaporto, niente possibilità di tornare in patria, niente assistenza per pratiche e attività. Neanche un certificato di nazionalità.

Form regret 2 per cent 750

In Svizzera hanno trovato una nuova casa, un futuro, quasi ventimila eritrei. Sono fuggiti dalla dittatura, dal servizio militare (il “national service” che si sa quando comincia, ma non quando finisce, eppure i tentacoli del tiranno Isaias Afeworki arrivano persino nella tranquilla Confederazione. Le sue spie sono ovunque, spesso sono i traduttori, i mediatori culturali che lavorano nei vari Cantoni.

La ricevuta del pagamento del 2 per cento viene rilasciata dal Consolato di Ginevra, che da qualche tempo, per paura dei controlli delle autorità elvetiche, lo fa pervenire direttamente ai parenti dell’interessato in Eritrea. Tale ricevuta deve essere esibita ogni qualvolta le autorità eritree la richiedono. Se i familiari non ne sono in possesso, possono perdere il posto di lavoro, essere ridotti alla fame con il ritiro della tessera alimentare e altro. Ammesso e non concesso che il pagamento del 2 per cento sia un reato, l’espiazione della pena viene assegnata ai parenti.

Ma non finisce qui. L’eritreo fuggito dalla sua patria deve firmare un documento di pentimento, di autoaccusa e accetta una punizione per aver commesso il “grave” reato di essere fuggito dalla dittatura. La dichiarazione recita testualmente: “I, whose name is written above, confirm that previously given personal information is true; and I regret having committed and offense by not completing the national service and I am ready to accept appropriate to punishment in due course”.

Questa lettera si firma direttamente al consolato eritreo a Ginevra, in caso contrario, non solo non si possono rivedere i parenti, ma coloro che sono rimasti a casa, devono pagare molto caro questo rifiuto. Lo stato di polizia di stampo nazista non perdona chi sgarra.

ricevuta

Il tutto avviene nel più assoluto silenzio, i rifugiati hanno paura di parlare, temono le ritorsioni, vendette, rappresaglie e violenze, che il regime della nostra ex-colonia potrebbe esercitare sui congiunti.

I'm volonteerIl diavolo fa le pentole, ma non i coperchi, si sol dire: una giovane eritrea ventiseienne, residente a Lugano, quando le sono stati chiesti duemila franchi svizzeri di tassa, compresi gli arretrati, non ha taciuto. Ha pagato il pizzo al consolato, poi ha rivelato il fatto, con tanto di documentazione attestante, alla stampa ticinese.

L’Eritrea si sta svuotando. Si stima che ogni mese cinquemila e più eritrei lascino la loro patria rischiano di perdere la vita nel viaggio della speranza. Il paranoico dittatore Isaias Afeworki resta a capo del partito unico, il Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia. Peccato che il Paese non goda né di democrazia, né di giustizia, entrambi inesistenti. Nella nostra ex-colonia regna il dolore, la tortura, la paura.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Nelle prime due foto il documento di autodenuncia che gli eritrei devono firmare, poi una ricevuta del 2 per cento versato e infine un volantino di propaganda del regime 

L’inchiesta di Enrico Casale sul pizzo chiesto agli espatriati eritrei dal loro governo

Eritrea, lo stato che ricatta i suoi cittadini all’estero
http://www.africa-express.info/2013/05/03/eritrea-lo-stato-che-ricatta-i-suoi-cittadini-allestero/

Eritrea, i ricatti e le minacce a chi, residente all’estero, non paga la tassa del 2 per cento
http://www.africa-express.info/2013/05/04/eritrea-i-ricatti-e-le-minacce-a-chi-residente-allestero-non-paga-la-tassa-del-2-per-cento/

Eritrea, la lunga mano della dittatura che torchia i suoi cittadini anche all’estero
http://www.africa-express.info/2013/05/05/eritrea-la-lunga-mano-della-dittatura-che-torchia-i-suoi-cittadini-anche-allestero/

Rifugiati, la svolta tedesca è frutto di saggia programmazione

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EDITORIALE
Giovanni La Torre
Roma, 11 settembre 2015

Senza nulla togliere all’alto valore umano della decisione tedesca di aprire finalmente le frontiere, pensiamo che quella decisione sia anche il frutto di una saggia politica di programmazione demografica. Di colpo, la Germania, dal non voler condividere con l’Italia e la Grecia i migranti che sbarcavano, ha annunciato che quest’anno ne accetterà 800 mila (Merkel) e nei prossimi anni 500 mila all’anno (Gabriel).

Si tratta con ogni evidenza di una decisione già assunta da tempo che attendeva il momento opportuno per essere resa pubblica, fatta accettare dalla popolazione e attuata. Il momento “opportuno” purtroppo è arrivato con le immagini del povero bambino siriano ritrovato cadavere, supino e con la faccia nella sabbia, su una spiaggia turca, immagini che hanno sciolto il gelo che covava nel cuore di alcune parti della popolazione tedesca.

We want Germany

La Germania condivide con l’Italia un basso indice di fertilità: 1,4 figli per donna fertile (per la precisione Germania 1,41, Italia 1,38). Come ci insegna la demografia, con un indice di fertilità simile la popolazione si dimezza in due generazioni. L’indice di 2,1 è quello che consente la stabilità della popolazione, mentre indici superiori assicurano una crescita.

Le ultime rilevazioni dell’Istat hanno già certificato la diminuzione della popolazione italiana, che con il tempo sarà sempre più repentina, compensata finora dalla fecondità delle donne immigrate.

Di fronte a una prospettiva demografica di questo tipo che fa un Paese serio? Un Paese che è consapevole di essere una potenza economica? Pianifica la compensazione, non si fa trascinare dagli eventi e dalle contingenze. Capisce che non può correre il rischio di trovarsi con un’insufficienza di braccia e di cervelli, di non avere lavoratori che versano i contributi per pagare le pensioni a chi non lavora.

E allora apre le frontiere e avvia programmi di formazione e di inserimento nella comunità (hanno già stanziato 9 miliardi di euro, a ulteriore prova che era già tutto programmato). Questo fa un Paese serio. Un Paese in declino invece si fa trascinare dagli eventi, senza alcuna scelta consapevole, oppure si oppone agli eventi stessi, come la Gran Bretagna. Paesi corrotti poi, come l’Italia, utilizzano anche questi eventi per alimentare la mangiatoia per gli amici e gli amici degli amici, per le cooperative e per tutto quanto sta a lato della politica e che sorregge economicamente questa classe dirigente corrotta e inetta (“con gli immigrati si guadagna più che con la droga”, diceva il capo della cooperativa).

Renzi continua a dire che non siamo più un problema per l’Europa e che siamo tornati a far parte del gruppo guida dell’Ue. Ma di cosa ciancia il bullo fiorentino? Basta vedere come stanno maturando i nuovi orientamenti proprio in tema di immigrazione, che ci avrebbe dovuti vedere in prima fila, e invece sono scaturiti dai soliti incontri.

folla con Germany

Ormai la Germania sta consolidando la propria egemonia in Europa ed è l’unica che dimostra di avere la vista lunga. Purtroppo questa leadership non viene sempre esercitata nell’interesse comune europeo, ma tant’è. Dopo aver digerito l’unificazione nel giro di qualche anno (noi non ci siamo ancora riusciti in più di 150 anni) regalando ai concittadini dell’Est il cambio 1:1, dopo aver accolto la maggior parte dell’immigrazione dall’ex impero sovietico, oggi si appresta ad aprire una terza fase di espansione attirando nuova forza e nuove energie.

Conoscendo i tedeschi, e la loro storia degli ultimi decenni, resta qualche preoccupazione circa il probabile ulteriore incrudimento della politica di austerità, per evitare ogni rischio di inflazione che ai loro occhi esiste ogni volta che nuove masse diseredate, e da rifocillare adeguatamente prima che contribuiscano alla produzione nazionale, si affacciano sull’economia del loro paese. Si tratta di preoccupazioni tipicamente tedesche, ma chi avrà la lucidità e la forza di opporvisi e farle correggere? 

Giovanni La Torre

Guinea Equatoriale: di giorno a parole diritti umani, di notte nei fatti torture

Speciale per Africa Express
Andrea Spinelli Barrile
Roma, 10 settembre 2015

In Guinea Equatoriale sembra proprio che mentre di giorno si discute di tutela dei diritti umani di notte si faccia di tutto per violarli.

Gli scorsi 3 e 4 settembre a Malabo, capitale insulare dell’ex piccola colonia spagnola, il Centro Per i Diritti Umani e la Democrazia in Africa Centrale ha organizzato un workshop internazionale sui diritti umani e, in particolare, sulla creazione di meccanismi utili alla redazione di rapporti sui diritti umani. I lavori sono stati aperti da un intervento dal Terzo Vice Primo Ministro Alfonso Nsue Mokuy (una carica creata ad hoc e per molti giuristi “incostituzionale”, come anche quella del Secondo Vice Presidente), responsabile proprio dei diritti umani in Guinea Equatoriale.

L’obiettivo del workshop era quello di formare operatori equatoguineani specializzati nella redazione di rapporti in materia di diritti umani: lavori di gruppo sulla cooperazione internazionale e redazione di rapporti, coordinamento con gli organismi internazionali e la realizzazione di una tabella di marcia in tal senso. Il workshop, il primo di questo tipo nel Paese, ha avuto anche “il merito”, scrive in un comunicato stampa il governo di Malabo, “di pubblicizzare l’importanza di questi nuovi parametri” presso i ministeri competenti.

Mokuy ha cominciato il suo intervento leggendo e ricordando a tutti l’articolo 8 della Costituzione del piccolo paese africano, che recita: “Lo Stato della Guinea Equatoriale si attiene ai principi del diritto internazionale e ribadisce il proprio impegno per i diritti e gli obblighi derivanti dall’adesione a Organizzazioni ed Organismi internazionali”.

In effetti, sulla base di questo principio, la Guinea Equatoriale ha ratificato numerosi accordi internazionali atti a tutelare i diritti umani nel Paese, come l’International Covenant on Economic, Social and Cultural Rights (ICESCR) e quello sui Diritti Civili e Politici, la Convenzione Internazionale per l’Abolizione di ogni forma di Discriminazione Razziale e quella per l’Abolizione della Discriminazione della Donna, la Convenzione Internazionale Contro la Tortura ed altri Trattamenti Inumani e Degradanti, oltre che la Convenzione Internazionale per i Diritti dell’Infanzia, tutti trattati multilaterali monitorati da diversi organismi delle Nazioni Unite. In un comunicato stampa del governo si legge che “tutti questi trattati internazionali citati […] sono la prova dell’impegno della Guinea Equatoriale nel garantire, promuovere e proteggere i diritti umani a livello nazionale”.

Black beach prison 2

Sembra però che la due giorni dedicata ai diritti umani non abbia ottenuto gli effetti desiderati: secondo fonti riservate di Africa ExPress infatti soltanto la notte tra l’8 ed il 9 di settembre, nel piano sotterraneo del commissariato di Bata (città costiera sul golfo di Guinea) si sarebbero consumate le solite orrende violenze a danno dei prigionieri. Secondo le nostre fonti infatti solo in quella notte gli uomini di Stato della Guinea Equatoriale avrebbero torturato fino allo stremo, per tutta la notte, 8 persone e violentato 2 donne.

Notizie di questo tipo, che dalla Guinea Equatoriale ci arrivano quotidianamente, stridono in maniera assordante con l’ennesimo tentativo di lavarsi il viso, nel panorama internazionale, della famiglia Obiang, al potere da oltre un trentennio. Nelle scorse settimane continui cali di tensione, che spesso diventavano assoluta mancanza di corrente elettrica (verificatisi in tutto il Paese), hanno comportato la morte di decine di bambini nelle incubatrici degli ospedali, a Malabo come a Bata.   Secondo Gabriel Mbega Obiang Lima, viceministro dell’energia e figlio del Presidente Teodoro Obiang, la mancanza di elettricità è dovuta principalmente ad un aumento della domanda “del 100 per cento”. La realtà, per un Paese che galleggia letteralmente su risorse energetiche sconfinate (petrolio e gas), è però differente: il clima nel Paese è sempre più rovente e questi problemi non fanno che aumentare il malcontento tra la popolazione, stanca della depredazione degli uomini al potere; sembra che persino tra i militari ci sia un forte malcontento verso la famiglia Obiang.

prigione2

Nel frattempo si è chiusa in Francia l’istruttoria dei magistrati parigini a carico di Teodorin Nguema Obiang, Secondo Vicepresidente, Ministro, erede al trono: il Principe, sostengono i francesi, ha riciclato ingentissime somme in Francia, frodate dalle casse pubbliche della Guinea Equatoriale o estorte con la forza mafiosa con cui il Paese è governato dal 1979. Un patrimonio di diverse centinaia di milioni di euro, sostengono i magistrati francesi, ingiustificabile dallo stipendio ministeriale di Nguema: il suo legale a Parigi già in passato ha tentato di patteggiare con i giudici transalpini, senza successo, e sembra che ci siano tutte le carte in regola per rinviare a giudizio il capo di Stato (che secondo nostre informazioni è anche cittadino francese).

Andrea Spinelli Barrile
spinellibarrile@gmail.com
Skype: djthorandre
twitter @spinellibarrile

Trovati in Sudafrica i resti di una specie umana vissuta tre milioni d’anni fa

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Africa ExPress
10 settembre 2015

All’interno dell’ insieme di grotte, Rising Star, in Sudafrica, ad un’ora di macchina da Johannesburg,  è stata ritrovata una camera mortuaria con resti di scheletri appartenenti a quindici individui di  una nuova specie umana.

I “naledi” ( corpo luminoso celeste tradotto letteralmente dalla lingua Sotho del sud), come sono stati chiamati dai ricercatori, sono stati classificati nel gruppo “Homo”, dunque si tratta di un nostro antenato, in grado di organizzare riti funebri. Lee Berger, a capo dei ricercatori, crede che i naledi abbiano vissuto in Africa tre milioni di anni fa e potrebbero essere l’anello di congiunzione tra bipiedi più primitivi e l’uomo.
Sempre secondo Berger, la scoperta è importantissima, in quanto si tratta di una specie estinta, finora sconosciuta, scoperta solo ora nella Camera Dinaledi nelle grotte di Rising Star, la culla dell’umanità.

Naledi ricostruzione

L’Uomo Naledi è caratterizzato da una massa corporea e da una statura simile a un essere umano piccolo,  iI cui cranio è particolarmente ridotto, il suo volume è simile all’australopiteco. La sua morfologia è unica, ma assomiglia a quella del primo Homo sapiens, inclusa quella del Homo erectus, Homo habilis, homo rudolfensis.

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Proprio perché è primitivo, la dentatura è piccola e semplice nell’occlusione morfologica.  Le tecniche manipolative delle mani e del polso sono simili a quelle umane, altrettanto il piede e l’arto inferiore. Il suo aspetto umano è in netto contrasto con la parte posteriore del cranio, più simile all’australopiteco, come pure il tronco, le spalle, il bacino e il femore. E’ il più grande raggruppamento di una singola specie di ominidi mai ritrovato in Africa.

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Il tunnel che porta alla camera mortuaria è assai stretto ed angusto. Non ci si arriva per caso, bisogna essere agili e consci di voler andare proprio in quel luogo. Gli scienziati hanno dimostrato che la morfologia della grotta non è mai cambiata durante i millenni. Risulta dunque chiaro che i naledi erano in grado di organizzare  loro riti funebri.

Africa ExPress

A chronology of human evolution (from the BBC)

Ardipithecus ramidus (4.4 million years ago) : Fossils were discovered in Ethiopia in the 1990s. Pelvis shows adaptations to both tree climbing and upright walking.

Australopithecus afarensis (3.9 – 2.9 million years ago) : The famous “Lucy” skeleton belongs to this species of human relative. So far, fossils of this species have only been found in East Africa. Several traits in the skeleton suggest afarensis walked upright, but they may have spent some time in the trees.

Homo habilis (2.8 – 1.5 million years ago) : This human relative had a slightly larger braincase and smaller teeth than the australopithecines or older species, but retains many more primitive features such as long arms.

Homo naledi (Of unknown age, but researchers say it could be as old as three million years) : The new discovery has small, modern-looking teeth, human-like feet but more primitive fingers and a small braincase.

Homo erectus (1.9 million years – unknown) : Homo erectus had a modern body plan that was almost indistinguishable from ours. But it had a smaller brain than a modern person’s combined with a more primitive face.

Homo neanderthalensis (200,000 years – 40,000 years) The Neanderthals were a side-group to modern humans, inhabiting western Eurasia before our species left Africa. They were shorter and more muscular than modern people but had slightly larger brains.

Homo sapiens (200,000 years – present) Modern humans evolved in Africa from a predecessor species known as Homo heidelbergensis. A small group of Homo sapiens left Africa 60,000 years ago and settled the rest of the world, replacing the other human species they encountered (with a small amount of interbreeding).

Sgominata gang che rubava auto di lusso in Gran Bretagna e le portava in Uganda (via Kenya)

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 9 settembre 2015

Correva il 2010, mancavano pochi giorni a Natale. Quella notte stava nevicando, quando un rumore assordante sveglia il signor Martin McSwiney, residente con la moglie e i loro quattro figli in un paesino appena fuori Maidstone, nel Kent. Il signor McSwiney e la moglie trovano il portoncino di casa spalancato e mancano le chiavi delle loro due macchine. Un’Audi A6 e un’Audi Q7. La prima viene ritrovata la notte stessa, mentre la seconda riappare poche settimane fa a Kampala, capitale dell’Uganda, dopo ben cinque anni.

auto rubate

Alcuni agenti britannici erano sulle tracce di una Lexus a Kampala, e ritrovano casualmente non solo  la Audi Q7 dei signori McSwiney, ma anche alcune Range Rover, BMW, Mercedes e una Nissan Micra.

Durante lo scorso mese di giugno gli agenti inglesi e i loro colleghi ugandesi hanno sequestrato nella capitale dell’ex-colonia automobili rubate in Gran Bretagna per un valore che supera il milione di sterline.

Paul Stanfield, direttore regionale per l’Est e il Sud Africa  dell’ Intelligence and Operations Directorate of the UK’s National Crime Agency ha riferito ai reporter dell’ Independent che dall’autunno scorso c’è stato un importante incremento del furto di autovetture, specialmente in Inghilterra e nel Galles. Solo nei primi tre mesi del 2015 si stima che il valore delle macchine rubate ammonti a oltre cento milioni di sterline. Ovviamente non tutte sono state esportate.

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“La rotta Londra-Kampala è una storia che dura da anni, ma abbiamo potuto verificare che ultimamente il traffico è aumentato parecchio. Generalmente le macchine vengono trasportate su navi-container in partenza da Felixstowe e Southampton”, ha aggiunto Stanfield.

Spesso i veicoli rubati vengono dichiarati come “effetti personali” oppure inseriti tra mobili e altro durante i traslochi oltremare. Stanfiled crede che fuori dalla Gran Bretagna ci siano addetti doganali, complici delle gang e tramite la loro collaborazione le vetture rubate riescano ad attraversare l’Oceano indisturbatamente.

I sequestri delle auto sono stati possibili grazie all’intervento e alla collaborazione di diverse agenzie portuali del Regno Unito. Altre vetture sono state intercettate prima di lasciare la Gran Bretagna, più o meno una dozzina al mese, secondo Nathan Ricketts del “National Vehicle Crime Intelligence Service”, in particolare a Southampton.

Secondo Ricketts, la metà di queste automobili risulterebbe rubata, l’atra metà sarebbe in procinto di esserlo, tramite accordi finanziari fraudolenti. L’ottanta percento delle automobili da lui intercettate erano destinate al mercato dell’Est Africa, nelle ex colonie britanniche dove si guida a sinistra e quindi sono più facilmente smerciabili.

Un controllo rigoroso risulta assai difficile: il personale a disposizione per individuare auto rubate è insufficiente, non più di una manciata  di agenti per un transito di quasi novemila container al giorno.
Seguendo una prestigiosa Lexus RX450, che era utilizzata per noleggio ed era dotata di un dispositivo di monitoraggio ad alta tecnologia, gestito dalla APU Ltd (Accident Investigation & Asset Protection), si è arrivati fino in Uganda. E così, finalmente, si è potuto capire la complessità della rete e la complicità di alcuni agenti doganali.

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La Lexus ha lasciato l’Inghilterra in aprile per la Francia. Un mese dopo la vettura è stata vista da agenti dell’intelligence in Oman. Poco tempo dopo è stata imbarcata per Mombasa.

“Quando abbiamo denunciato il furto, non è stato escluso che la macchina avrebbe potuto essere usata in un’operazione di copertura”, ha spiegato Neil Thomas, direttore della APU. E ha aggiunto: “Era nostro interesse ritrovare una macchina dal valore di cinquantamila Sterline, ma contemporaneamente il nostro servizio di intelligence era ben disposto a fornire alle autorità informazioni utili per smantellare la gang”.

La polizia ha inseguito la macchina mentre veniva trasportata via terra da Mombasa al confine con l’Uganda verso Kampala. Infine la Lexus ha ricevuto un nuovo libretto di circolazione, intestato ad un deposito doganale, controllato dall’Agenzia delle entrate ugandese.

Quando gli esperti inglesi sono arrivati a Kampala si sono messi le mani nei capelli. Molte delle macchine di lusso rubate si trovavano nel deposito doganale senza targa, il numero di telaio abraso, ma molti avevano ancora gli adesivi della concessionaria. Sono state ritrovate ventotto macchine, alcune praticamente nuove.

auto rubate 2

Ora la polizia del Regno Unito sta collaborando con la controparte ugandese per poter rimpatriare le macchine; la soluzione non è semplice, spesso manca la volontà nel voler applicare le leggi .

Asan Kasingye, assistente dell’ispettore generale della polizia e direttore per Interpol e le relazioni intelligence in Uganda è convinto che molte altre vetture rubate in Inghilterra possano essere rintracciate in altri Paesi dell’Est Africa. “Bisogna rinforzare, rivedere le leggi in vigore. Abbiamo a che fare con organizzazioni criminali ben radicate, che hanno complici ovunque, anche nel nostro sistema, disposti a immatricolare vetture rubate. Abbiamo bisogno di una maggiore collaborazione nella regione e con la polizia inglese” ha sottolineato Kasingye.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Burundi, continua la mattanza. Assassinato leader dell’opposizione

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Speciale per Africa Express
Andrea Spinelli Barrile
Roma, 9 settembre 2015

E’ stato assassinato nella notte tra lunedì e martedì a Ghiosha, un sobborgo a nord della capitale del Burundi Bujumbura, con due colpi di arma da fuoco sparati da distanza ravvicinata, Patrice Gahungu, portavoce del partito di opposizione Unione per la Democrazia e la Pace (UDP).

Stava tornando a casa, proprio alle spalle degli uffici comunali di Ghiosha, quando alcuni aggressori ancora non identificati (più di uno, secondo RFI, uno solo, secondo la BBC) gli hanno sparato addosso: la sua auto è stata trovata “crivellata di colpi” (sei bossoli), spiega il vice direttore della Polizia Godefroid Bizimana interpellato da Jeune Afrique: “Secondo i primi elementi raccolti nelle indagini, gli uomini armati si sono nascosti nei pressi di casa sua prima di sparargli. Abbiamo trovato sei bossoli accanto al suo veicolo”, dice Bizimana, ricostruendo gli eventi come fossero un omicidio politico del quale si sarebbe macchiata la stessa opposizione: “Si era recentemente congratulato, pubblicamente, con il Presidente Nkurunziza per la sua rielezione, cosa che ha attirato l’ira dei suoi”, avrebbe riferito una fonte della polizia all’Agence France Presse.

Patrice Gahungu morto

Una versione che tuttavia non convince: l’omicidio di Gahungu (c’è chi la definisce “esecuzione”) non è molto diverso da quello di altri oppositori politici invisi a Pierre Nkurunziza. Zedi Feruzi, ex-leader di UDP, è stato ucciso il 23 maggio con modalità poco dissimili e sono centinaia i morti per le strade in seguito alle proteste che animano il Paese africano da aprile, da quando il (due volte) Presidente Nkurunziza ha annunciato la sua terza candidatura.

demo contro NkurunzizaSolo ieri i morti ammazzati da sicari, nella sola Bujumbura, sono stati tre, mentre sembra continuare nelle periferie una vera e propria mattanza, con il pretesto di stanare resistenti, oppositori e ribelli che vivono nei sobborghi. Chauvineau Mugwengezo, presidente onorario in esilio della UPD, ha dichiarato a Agence France Presse che è chiara la matrice del regime sull’omicidio del portavoce del partito: “Questo crimine efferato è parte di una serie di omicidi mirati, si vuole colpire tutti coloro i quali hanno osato dire che il suo terzo mandato [di Nkurunziza, nda] è illegale”, ha detto  Mugwengezo, che in passato è sfuggito a numerosi attentati contro la sua persona. L’UDP, un piccolo partito d’opposizione che si è rafforzato molto dopo aver raccolto tra le sue fila alcuni esponenti dissidenti del partito al potere, è stato particolarmente coinvolto nei mesi scorsi nelle proteste contro la ricandidatura e la rielezione del Presidente burundese.

Clemence Nsabiyimbona, vedova della vittima, ha confessato ai media burundesi la propria certezza sulla matrice politica dell’omicidio: “Mio marito ha recentemente ricevuto minacce da telefonate anonime. Ha continuato il suo lavoro ma sapeva che poteva morire presto”, ha assicurato la donna.

bambini armati

La vittoria delle elezioni da parte di Nkurunziza ha letteralmente infuocato il paese, inasprito molto la repressione e ripristinato quella latente propaganda hutu-power che rischia di gettare il Burundi in un inferno senza fine: decine di migliaia di persone, ma c’è chi parla di centinaia di migliaia, hanno già abbandonato il paese per il timore di ritrovarsi in una guerra civile senza scampo, e oggi affollano i campi profughi allestiti nei paesi vicini.

Un anno fa, il 7 settembre 2014, morivano trucidate le tre suore italiane Olga Raschietti, Lucia Pulici e Bernadetta Boggian nel convento di Kamenge, altro sobborgo di Bujumbura in queste ore letteralmente sotto l’assedio delle armi pesanti e dell’artiglieria delle forze governative: Christian Claude Butoyi, presunto omicida, resta chiuso in un manicomio ma le indagini si sono arenate e quei tragici eventi restano per ora insoluti.

Andrea Spinelli Barrile
spinellibarrile@gmail.com
Skype: djthorandre
twitter @spinellibarrile

Thread: un progetto sostenibile per la diffusione di arte e cultura in Senegal

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Speciale per Africa ExPress
Alessandra Panunzio
Milano, 08 settembre 2015

Toshiko Mori è nippo-americana, architetto di lunga e diversificata esperienza, con base a New York, docente all’Harvard Graduate School of Design. Nicholas Fox Weber ha diretto per 35 anni la Josef e Anni Albers Foundation, coppia di artisti in fuga dalla Germania nazista, che negli Stati Uniti si dedicarono alla promozione dell’arte come strumento di emancipazione dell’essere umano, creando nel 1971 la fondazione che porta il loro nome. Weber ha maturato un profondo interesse per il Senegal e la sua popolazione nell’ultima ventina di anni. Magueye Ba è un medico senegalese votato all’architettura e ai progetti finalizzati al miglioramento delle condizioni di vita della sua comunità.

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Un destino insolito ha favorito l’incontro tra questi e altri personaggi che sono i principali promotori del progetto Thread, letteralmente “filo”, (www.thread-senegal.org ) un coraggioso ed ambizioso esperimento di polo artistico-culturale realizzato a Sinthian, nel cuore della savana africana, remoto villaggio rurale del Senegal orientale a sette ore di auto dalla capitale Dakar, che conta più animali – 2.800 – che abitanti – 700.

Il progetto è stato inaugurato lo scorso marzo con il completamento dell’avveniristica struttura architettonica realizzata pro bono dallo studio architettonico Mori, è stato ideato e finanziato dalla Anni Albers Foundation e sostenuto dalla dall’associazione umanitaria americana American Friends of Le Korsa, fondata da Nichlas Fox Weber.

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L’idea portante era quella di creare uno spazio a basso impatto ambientale che fungesse da punto di aggregazione della vita sociale, ricreativa e culturale della comunità, oltre che da hub creativo fondato sullo scambio di esperienze tra ospiti esterni ed artisti/artigiani locali, nell’ambito delle discipline più diverse, dalla musica, alla danza, alle arti figurative, all’artigianato.

A pochi mesi dall’avvio delle attività di the Thread, gli obiettivi originali del progetto sembrano essere stati ampiamente raggiunti.

L’edificio, che combina criteri di progettazione occidentali con tradizionali tecniche di costruzione locali, è un esempio di progetto collaborativo cui hanno partecipato maestranze di muratori e artigiani della regione di Tambacounda, con la supervisione – per lo più in remoto da New York – dello studio di architettura Mori. Il Dottor Ba ha svolto il fondamentale ruolo di mediatore architettonico, oltre che linguistico, facilitando la trasformazione della visione dei progettisti nella realtà costruttiva del complesso.

the building

Di forma bassa e allungata, la struttura è interamente realizzata con materiali disponibili in loco, dalla paglia intrecciata e il bambù utilizzati per la creazione del distintivo tetto ondulato, ai mattoni di fango che creano la base portante dell’edificio. L’intera costruzione è all’insegna della più completa eco-sostenibilità: l’ondulazione del tetto è progettata appositamente per favorire la raccolta dell’acqua piovana in una cisterna, in modo da provvedere fino al 30 per cento del fabbisogno d’acqua annuale della comunità e a creare anche nuove ed impensate opportunità per l’agricoltura; gli ambienti, che prevedono laboratori, alloggi per gli artisti residenti e una sorta di agorà centrale scoperta, beneficiano di un sistema di ventilazione naturale che sfrutta e convoglia le correnti d’aria esistenti. La luce filtra naturalmente dalla grande apertura circolare del tetto in corrispondenza della corte centrale destinata a meeting e performance.

Thread 1

Dal punto di vista della funzionalità, presso la sede di Thread hanno già incominciato ad alternarsi artisti “resident”, selezionati in tutto il mondo – Africa inclusa –  tramite il supporto della Fondazione Albers e della curatrice di esperienza internazionale Koyo Kouoh, di base a Dakar: per periodi variabili e superiori alle 4 settimane, gli artisti ospiti si installano presso la struttura per mettere a disposizione dei membri della comunità know-how ed esperienze nel campo dell’arte e della cultura, organizzando seminari, sessioni e presentazioni aperte e ispirandosi al tempo stesso alla tradizione artistico-artigianale locale per la propria personale evoluzione.

L’interscambio tra gli ospiti e la comunità è continuo, multiforme e destinato a svilupparsi in direzioni imprevedibili, e l’auspicio dei fondatori è proprio quello che nel tempo la vitalità della struttura venga mantenuta grazie alla funzione di utilizzo che gli abitanti di Sinthian vorranno attribuirle, che si tratti di centro di formazione, area di espressione creativa o anche solo e semplicemente punto di aggregazione e di esperienza sociale.

Alessandra Panunzio
apanunzio@hotmail.com

Senegal, aereo ambulanza precipita in mare dopo uno scontro in volo

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 7 settembre 2015

Un bimotore HS 125 della società privata Sénégal Air è scomparso dai radar sabato alle ore 19.08 al largo delle coste del Senegal. Il bimotore era stato noleggiato dalla SOS Médecin Dakar, organizzazione che si occupa di trasporti ed evacuazioni di ammalati. Stava tornando da Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso, con a bordo una paziente di nazionalità francese e si stava dirigendo verso Dakar, la capitale del Senegal. A bordo, oltre all’ammalata, c’erano un medico anestesista-rianimatore, due infermieri senegalesi e tre membri dell’equipaggio, due algerini e un congolese.

AEROPORTO DAKAR

Il dramma si sarebbe consumato a diecimila metri di altezza, sopra il cielo della città di Tanbacounda, Senegal. Il piccolo bimotore, secondo una prima ricostruzione dei fatti, avrebbe urtato un Boeing 737 800, aereo di linea della compagnia di bandiera della Guinea Equatoriale, la CEIBA Intercontinental, diretto da Dakar verso Cotonou, la capitale del Benin. Il Boeing ha avvertito soltanto un leggero colpo, ma per sicurezza ha cercato di mettersi in contatto con il comandante del bimotore, ma invano. Nessun collegamento è stato possibile. Il jet ha invertito la sua rotta ed è tornato a Malabo, capitale della Guinea Equatoriale, dove è atterrato alle 21.40 di sabato, 5 settembre.

Il colpo subito dall’aereo della compagnia senegalese, ha quasi certamente provocato una grave depressurizzazione, motivo della morte immediata di tutti gli occupanti. Si suppone che fosse stato inserito il pilota automatico, che avrebbe portato l’aereo al largo della costa senegalese, precipitando poi in mare, una volta esaurita la scorta di carburante.

Finora le ricerche del velivolo o di quel che ne resta e dei suoi occupanti, nessuna traccia. Due aerei e una nave della marina militare senegalese stanno perlustrando la zona.

COCKPIT

L’agenzia nazionale dell’aviazione civile e della meteorologia senegalese (ANACIM) ha reso noto che al momento della sparizione dai radar, l’aereo si trovava a 111 chilometri a ovest di Dakar, ossia sopra il mare. Il direttore generale di ANACIM ha confermato lo scontro tra i due velivoli, e ha precisato che i fattori che causano tali collisioni possono essere materiali o errori umani, come cattiva comunicazione, incomprensione tra il pilota e il controllore di volo oppure tra i due piloti, errore di navigazione, poca attenzione, modifica dei piani di volo.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Un filmato di Al Qaeda mostra l’attacco a un convoglio di caschi blu in Mali

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Africa-ExPress
6 settembre 2015

L’imboscata del 2 luglio 2015, tesa ai militari della missione ONU in Mali, MINUSMA, (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali), costata la vita a sei caschi blu del Burkina Faso e causato il ferimento di almeno altri nove loro commilitoni, era stato rivendicato poco dopo dal gruppo terrorista Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI).

Caschi blu in perlustrazione 600

Qualche giorno fa l’AQMI ha pubblicato un video (la visione integrale del filmato è di 18,25 minuti) di propaganda. Secondo gli esperti che lo hanno visionato, nel filmato è stato ripreso proprio l’attacco del 2 luglio 2015 tra Goundam e Timbuctù, nel Nord della ex-colonia francese. Contiene inoltre tutte le caratteristiche di un attacco come quelli organizzati dall’ISIS.

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Una fonte della sicurezza aveva confermato in un comunicato i primi di luglio, subito dopo l’aggressione al convoglio MINUSMA: “Sembra che i terroristi siano ben informati sui nostri spostamenti”.

Nelle immagini del video sono ripresi i preparativi dell’assalto da parte di AQMI.

Africa ExPress