Eritrea, la lunga mano della dittatura che torchia i suoi cittadini anche all’estero

Si conclude con questa terza puntata l’inchiesta di Enrico Casale sui ricatti e taglieggiamenti subiti dai cittadini eritrei da parte della loro ambasciata, Africa ExPress ha pubblicato gli articoli per gentile concessione della rivista Popoli.

La minaccia di arresto in ambasciata è abbastanza comune. “Una mia amica eritrea – racconta Yoannes – si è recata al consolato per rinnovare il passaporto. Qui le hanno detto che per avere il nuovo documento doveva presentare anche la carta d’identità eritrea”.

“Lei non solo aveva smarrito la carta d’identità – continua il giovane -, ma era in ritardo con i pagamenti del 2 per cento. I funzionari sono stati inflessibili e le hanno detto: ‘O saldi il debito o non ti rinnoviamo i documenti’. Lei, che aveva già prenotato il volo di ritorno e pagato il biglietto, ha dato in escandescenze. Il console allora l’ha minacciata: ‘Tu non solo hai perso la carta d’identità, ma vieni qui a fare piazzate. Sai che se vogliamo ti arrestiamo e non ti facciamo più uscire dall’ambasciata?’. La ragazza è stata trattenuta fino a sera e poi le hanno dato il passaporto rateizzandole il pagamento”.Manifestazione profughi

DITTATURA DA ESPORTAZIONE
Questa imposta nasconde anche un forte controllo politico. Un controllo capillare che viene esercitato non solo dai funzionari dell’ambasciata, ma anche da persone all’interno delle singole comunità (presidenti, consiglieri, ecc.) che sono direttamente collegate con l’ambasciata e che lavorano per essa. Se, per esempio, un eritreo è disoccupato e non può pagare il 2 per cento, l’ambasciata chiede all’interessato la certificazione di disoccupazione (da parte di enti italiani) oppure, in assenza della certificazione, la testimonianza di una di queste persone di fiducia per garantire che non sta lavorando.Manifestante con poster

Lo stesso accade se un eritreo lavora “in nero”. In questo caso solo una persona di fiducia dell’ambasciata può testimoniare presso l’ambasciata o il consolato che quell’eritreo ha un’occupazione precaria. Questo sistema alimenta un ampio giro di corruzione. Ai disoccupati o a chi ha un’occupazione “in nero” viene chiesta una tangente dalle persone di fiducia dell’ambasciata per attestare il loro status lavorativo.

È un controllo asfissiante che riguarda tutti i campi della vita degli immigrati. Negli archivi dell’ambasciata e dei consolati infatti non è solo registrato se il singolo eritreo ha pagato il 2 per cento, ma anche se quello stesso eritreo ha o meno partecipato alle iniziative della comunità. “È un modo per controllarci – conclude Michael – e questi controlli fanno paura perché si temono ritorsioni nei confronti dei familiari rimasti in Eritrea. Si spiega così l’omertà che regna nelle comunità. Anche le autorità italiane però devono farsi carico delle loro responsabilità. Perché le questure non fanno distinzioni fra chi ha il permesso di soggiorno normale e chi invece è un rifugiato? Perché continuano a mandare i rifugiati in ambasciata per chiedere i documenti? È una situazione intollerabile che molti di noi ormai non accettano più. Ci siamo resi conto che non pagare non basta. Dobbiamo fare crescere la protesta in modo da costringere Asmara a non tassare più la diaspora. È uno scandalo che deve finire!”.

Enrico Casale
(3 – fine)

Nelle foto: una parata dell’esercito eritreo, la dittatura militarista esalta molto il ruolo delle forze armate, una manifestazione antigovernativa in Italia e un manifestante con un poster

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Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi