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sabato, Aprile 11, 2026

Nelle montagne del Puntland, la resistenza somala contro lo Stato Islamico

Speciale Per Africa ExPress Davide Banfi* 11 aprile 2026 Attraverso...
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L’uomo del Tube lancia il suo giavellotto sempre più lontano e il suo Kenya sempre più in alto

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Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 28 agosto 2015

Non si era mai visto un keniano che vince il titolo mondiale del giavellotto, per giunta dopo aver imparato a lanciare studiando i video su YouTube. “Come se un ragazzo italiano diventasse campione di cricket – ha commentato Giorgio Cimbrico, celebre giornalista sportivo, sul sito della Federazione Italiana di Atletica Leggera. L’ennesima, e più sorprendente, medaglia d’oro dl Kenya ai mondiali di Pechino è stata appesa intorno al collo massiccio di Julius Yego , nato il 4 gennaio 1989 (ha quindi 26 anni) nell’area rurale di Tinderet della contea Nandi.

E’ lui ad aver compiuto un’impresa eccezionale: ha scagliato il giavellotto alla mostruosa misura di 92.72 metri conquistando il primo posto nella storia del Kenya e dell’Africa in questa specialità e l’ottava prestazione mondiale di tutti i tempi. “Per 8 centimetri, non gli è riuscito il lancio più lungo del XXI secolo”, ha commentato ancora Giorgio Cimbrico.

Julius Yego lancia giavellotto

La sua vittoria è venuta dopo quella ugualmente inaspettata , il 25 agosto, di Nicholas Bett, sui 400 metri ostacoli maschili. Una conferma, questi due risultati, ma anche il primo posto del sudafricano Wayda Van Niekerk sui 400 metri – dicono gli esperti – che il mondo in atletica sta cambiando.

Il vero stupore, tuttavia, viene da questo atleta dal nome imperiale, Julius, che non aveva niente per diventare campione del mondo nel lancio del giavellotto. “Eh già, a certe cose in Kenya non siamo abituati – ha commentato dopo il suo successo pechinese, mercoledì 26 agosto, e quello di Nicholas Bett – Da noi tutti sono bravi sulle lunghe distanze. A 13 anni, a scuola, provai anche io 10 mila metri, ma venni doppiato e mi cercai una disciplina alternativa. Dentro di me sentivo una strana passione per il lancio. Vedevo i miei compagni di classe dedicarsi ai giochi tipici della nostra età, ma io mi divertivo a lanciare sassi e bastoni e mi sorprendevo a guardare sempre più spesso i lanciatori”.

Inizialmente Julius, quarto di 8 figli, cercava di imitare suo fratello, Henry Kiprono, di 4 anni maggiore,  e ben presto “mi accorsi che ero più bravo di lui. Cominciai con un giavellotto trovato nel magazzino della scuola, ma si ruppe e per fortuna un professore di geografia me ne comprò uno nuovo”.

Da lì prese il via la carriera che ha del miracoloso, se si pensa che non è alto (1,74 per  85 chili), ha il sedere grosso e pure un accenno di pancetta. Inoltre non aveva allenatori, e ancor meno strutture dove allenarsi. Eppure  dopo aver sconfitto il fratello, nelle scuole superiori vinse  il titolo e Yego continuò a crescere. “Su You Tube seguivo le gesta e la tecnica di Andreas Thorkildsen (norvegese, campione mondiale e olimpico, ndr) e  Tero Piktamaki (campione mondiale nel 207, ndr). Il mio desiderio più intimo è stato quello di aprire la via alle specialità messe ai margini in Kenya, perché anche lì ci sono grandi talenti”. Nel 2009 la prima, a Nairobi con 74 metri il 27 giugno; poi lentamente il suo braccio d’oro comincia a perforare il cielo e allunga il tiro fino agli 81,81 dell’Olympic stadium di Londra l’8 agosto 2012 classificandosi dodicesimo, per passare agli 85,40 nei campionati mondiali a Mosca, due anni fa sfiorando il podio.

“Mr YouTube man”, come oggi è noto, ha però avuto la svolta nella sua vita quando nel 2011 è stato il primo keniano a vincere il campionato africano di lancio. Questa vittoria gli fatto guadagnare l’allenamento nel centro di Kuortane, in Finlandia seguito da tecnici europei, in particolare dallo scopritore e lanciatore… di talenti Petteri Piironen.

targa vincitore

“Grazie a lui sono arrivato al podio. Pratico ancora i suoi metodi di allenamento e ogni volta che ho bisogno è prodigo di consigli”, ripete Julius, il cui sport preferito è il calcio. Da accanito tifoso del’Arsenal, molto spesso va a  Londra a seguire la squadra del cuore.

Le giornate di gloria del Paese degli altopiani sembrano non finire mai. Sconfitto pesantemente nella maratona dal giovanissimo eritreo Ghebreslassie, si è rifatto con Ezekiel Kemboi nei 3 mila siepi (prendendo i primi 4 posti!), nei 10 mila femminili , con Vivian Jepkemoi Cheruiyot, nei 400 ostacoli e via enumerando. In conclusione il paese africano è in cima al medagliere, con 11 medaglie (di cui sei d’oro) fino a questo momento. E non è finita: nei 5 mila metri femminili, ben 4 quattro atlete del Kenya si sono qualificate per la finale che si disputa il 30 agosto (ma ci sono anche 3 etiopi)

Eppure non è tutto oro quel che luccica. Il doping getta una luce oscura su tanti trionfi.  La nazione prima nel medagliere è incappata per prima nelle maglie dell’antidoping: sono state trovate positive, e sospese, Koki Manunga, 22 anni, eliminata malamente nei 400 ostacoli, e Joyce Zakari, 29 anni, (detiene il record nazionale dei 400 metri). Questa, misteriosamente, non si è presentata alle semifinali dei 400 metri.

Dato che dal 2012 a oggi sono stati trovati positivi ben 32 atleti kenioti, come non pensare a questa scimmia che – come ha scritto la collega de La Stampa Giulia Zonca – trasforma il Kenya “da nazione dominante a nazione preoccupante”?

Costantino Muscau
c.muscau@alice.it

Sudafrica: la giustizia ci ripensa e Pistorius dovrà rimanere in prigione ancora un po’

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Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 27 agosto 2015

Oscar Pistorius dovrà rimanere in prigione. Il ministro della giustizia sudafricano, Michael Masutha, il 19 agosto scorso aveva chiesto al National Council on Correctional Services, la commissione che valuta se concedere la libertà sulla parola, di riesaminare il caso. Tale commissione si era già espressa favorevolmente per la scarcerazione dell’atleta, prevista per 21 di questo mese.

Il National Council on Correctional Services, è composto da giudici, funzionari del ministero della Giustizia, un generale della polizia sudafricana, un rappresentante del ministero per gli Affari Sociali e due esperti in criminologia, ha a disposizione quattro mesi per riesaminare il caso, ha specificato un portavoce del ministero di Giustizia.

Primo piano Reeva e Oscar

La prima risposta della commissione è arrivata poche ore fa: in un comunicato ha annunciato che la prossima udienza è stata fissata per il 18 settembre 2015.

Masutha aveva ricevuto forti pressioni dalle organizzazioni femminili del Paese, mobilitate contro la scarcerazione dell’atleta, che proprio il giorno di San Valentino aveva ucciso “per errore” la propria fidanzata, Reeva Steenkamp. Una di esse, The Progressive Women’s Movement of South Africa (PWMSA), aveva lanciato una petizione (http://www.africa-express.info/2015/08/19/le-donne-protestano-sudafrica-forse-la-liberazione-di-pistorius/). La PWMSA, molto vicina al partito di maggioranza in Sudafrica, l’African National Congress (ANC), tramite la Women’s Legue, aveva inviato al ministero tempo fa la richiesta di soprassedere, con la motivazione che la prematura scarcerazione rappresenta una mancanza di rispetto verso la vittima. L’istanza era stata inizialmente ignorata. Solo pochi giorni prima della prevista liberazione sulla parola di Pistorius, però Masutha ne ha preso atto.

Jacqui Mofokeng, una delle leader di Progressive Women’s Movement of South Africa è convinta che il ministro non abbia preso questa decisione per motivi politici. Bisogna tener conto che molte donne vengono uccise in questo Paese a causa della violenza domestica: 1024 nel solo 2014.

L’anno scorso, quando ha pronunciato la sentenza, il giudice Thokozile Masipa ha espressamente specificato: “Pistorius è stato giudicato come una persona qualunque”, come se avesse voluto sottintendere: “c’è una sola legge per tutti, ricchi o poveri che siano”.

C’è da chiedersi se con la richiesta di rinvio della scarcerazione sulla parola di Pistorius i politici non abbiano fatto esattamente l’opposto: è stato trattato come una persona “diversa, speciale” e questo provvedimento avrà certamente delle ripercussioni su più ampia scala nei confronti di tutti gli altri detenuti comuni nella sua stessa condizione.

al processo

Mannie Witz, un avvocato che ha seguito attentamente da vicino il caso di Pistorius, è convinto che se la commissione, richiamata dal ministro della Giustizia in persona a riesaminare il caso, dovesse decidere effettivamente di lasciare l’atleta in galera, si vedrà costretta a riprendere in mano anche i fascicoli degli altri detenuti che hanno fatto richiesta di scarcerazione dopo aver scontato un sesto della pena in prigione. Questa possibilità è prevista dalla legge sudafricana, nel caso di detenuti non pericolosi. Le case circondariali sono sovraffollate, visto che la popolazione carceraria sudafricana vanta l’ottavo posto su scala internazionale.

Una revisione di tutti i casi pendenti potrebbe causare dei ritardi di mesi, a volte di anni e potrebbe comportare, in taluni casi, una violazione dei diritti umani.

June and Barry Steenkamp, i genitori di Reeva la fidanzata dell’atleta, avevano dichiarato la scorsa settimana: “Dieci mesi dietro le sbarre non sono sufficienti”. June, la mamma, aveva aggiunto: “L’ha uccisa. L’unica cosa che desidero è che Pistorius realizzi che ci ha rovinato la vita. Ha tolto la vita a nostra figlia.  Forse un giorno si sarebbe sposata, avrebbe avuto un figlio, nostro nipote. Gli dirò tutto questo personalmente, un giorno”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Querelle per 2 miniere di diamanti: aereo del Congo requisito dalla magistratura a Dublino

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Kigali, 26 agosto 2013

Un Airbus 320 della Congo Airways, le linee aeree statali della Repubblica Democratica del Congo, è stato requisito dalla magistratura irlandese su richiesta di alcuni imprenditori che chiedono la restituzione di oltre 10 milioni di dollari da parte del governo dell’ex colonia belga. L’aereo al momento dell’ingiunzione della magistratura si trovava a Dublino per lavori di manutenzione e lì deve restare fino a nuovo ordine.

L’ordine dei giudici è perentorio: il velivolo non si deve spostare dall’aeroporto. E’ stato emesso su richiesta della società Miminco LLC e di due cittadini americani John Dormer Tyson e Ilunga Jean Mukendi (quest’ultimo di chiara origine congolese) che secondo la decisione della Corte vantano un credito di 11,5 milioni di dollari, cioè più o meno 10,1 milioni di euro, da parte del governo congolese.

Congo Airways A320-200 a Dublino

Gli americani, sempre secondo la corte, sostengono di aver pagato quella somma per ottenere la concessione di sfruttamento di due miniere di diamanti. L’autorizzazione, invece, sembra che non gli sia stata mai fornita.

Un arbitrato del 2007 aveva dato ragione agli acquirenti e aveva stabilito un rimborso di 13 milioni di dollari, ma il governo di Kinshasa ne aveva pagati soltanto 1,5.

L’Airbus 320, che fa parte della flotta della nuova compagnia di bandiera del Congo-K, è stato acquistato recentemente, assieme a un suo gemello, dall’Alitalia. I due apparecchi sono relativamente nuovi (gli anni di fabbricazione sono 2007 e 2008) e sono stati pagati entrembi qualcosa come 50 milioni di euro.

Mercoledì della scorsa settimana i creditori – sostenendo che l’aeroplano è di proprietà dello Stato e avendo saputo che si trovava in un hangar dell’aeroporto di Dublino, – avevano chiesto alla magistratura irlandese di intervenire per costringere il governo a pagare il debito.

Il secondo Airbus 320 è stato fermo per lavori nella capitale irlandese, ma era partito senza problemi a fine luglio. I giudici, in ottemperanza alla loro ordinanza, hanno intimato sia all’autorità aeroportuale di Dublino sia alla società che sta effettuando il lavori, la Eirtech Aviation, di non permettere la partenza dell’aereo.

 Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Nuovo accordo franco britannico per fermare i profughi

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 24 agosto 2015

Giovedì scorso il ministro degli Interni francese, Bernard Cazeneuve, e il suo omologo britannico, la signora Theresa May, hanno sottoscritto un nuovo accordo per fermare l’immigrazione “illegale” verso l’Inghilterra.

Attualmente a Calais sono presenti oltre tremila migranti, vivono in condizioni terribili, pronti a tutto per sfidare la sorte e attraversare la Manica: i più  vogliono raggiungere familiari o amici stretti che vivono da tempo nel Paese, pronti ad aiutarli per potersi costruire un futuro.

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Il nuovo accordo prevede un’ancora più stretta collaborazione bilaterale, per fermare la rete di trafficanti che organizza la traversata della Manica. Francia e Inghilterra vogliono istituire un centro di comando e di controllo comune a Calais (Pas-de-Calais) gestito da entrambi i Paesi. Una decina di agenti di polizia britannici affiancheranno i colleghi francesi, oltre agli agenti di confine (border force) già presenti nella città portuale transalpina.

Nel primo accordo, siglato alla fine di settembre 2014 (http://www.africa-express.info/2014/09/24/accordo-franco-britannico-per-combattere-limmigrazione-illegale-attraverso-la-manica/) , il governo di Londra aveva già messo a disposizione quindicimilioni di Euro, suddivisi in tre tranches da cinquemilioni di Euro annui, pagabili in tre anni, per la messa in sicurezza del porto di Calais.  Altri dieci milioni sono stati stanziati all’inizio di questo mese, dopo l’assalto in massa all’Eurotunnel. Serviranno per installare sofisticati mezzi di sorveglianza. E ora un ulteriore assegno di dieci milioni, per un totale di 35 milioni di Euro. Insomma Cameroon è generoso quando si tratta di fermare ospiti indesiderati.

Cazeneuve, durante una conferenza stampa ha specificato che i soldi non serviranno solamente per la messa in sicurezza del porto e dell’Eurotunnel, il reclutamento di nuovi agenti. Una parte sarà utilizzata per scopi umanitari: proteggere le fasce più deboli, cioè donne e bambini, nonché finanziare alloggi per coloro che inoltreranno una richiesta di asilo. Finora novecento persone ne hanno fatto richiesta e hanno potuto lasciare Calais.

Il ministro degli interni francese, il primo ministro Manuel Valls, i commissari europei Dimitris Avramopoulos (affari interni) e Frans Timmermans (primo vice-presidente) saranno a Calais il 31 agosto 2015 per discutere sulla questione dei migranti,con focus su due componenti significative: l’aspetto umanitario e quello economico.accampati a calais

Dunque tanti punti ancora da esaminare, da chiarire, come ha sottolineato anche François Holland, durante la conferenza stampa tenuta congiuntamente con Angela Merkel l’altro ieri oggi a Berlino. Hollande auspica un sistema unificato per il diritto d’asilo in tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, precisando che si tratta di una situazione eccezionale che durerà nel tempo. Dal canto suo la Merkel ha aggiunto:  “E’ necessario elaborare un sistema globale di diritto d’asilo, che tutti Paesi dell’Unione dovranno applicare al più presto possibile”.

Secondo i dati dell’Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea (FRONTEX), da gennaio ad oggi 340.000 persone sarebbero arrivate nell’UE, mentre nel 2014 sono state 280.000. Sono profughi, il significato lo dice etimologia stessa della parola: dal latino pro-fugere cioè cercare scampo; persone costrette ad abbandonare la propria terra, il proprio Paese, la propria patria in seguito a eventi bellici, a persecuzioni politiche, religiose e altro. Chiedono protezione, rifugiandosi in un altro Paese, diritto è sancito dalla Convenzione di Ginevra del 1951.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

L’Italia decide sull’avvocato che vuole far processare i militari algerini all’Aja

Speciale per Africa ExPress
Barbara Ciolli
25 agosto 2015

Le organizzazioni per i diritti umani si sono mobilitate per l’avvocato e attivista algerino Rachid Mesli, arrestato il 19 agosto alla frontiera con la Svizzera dalla polizia italiana che ha eseguito un mandato di cattura internazionale per «terrorismo» emesso dalle autorità di Algeri.

Il 25 agosto la Corte d’Appello di Torino ha fissato un’udienza per valutare se autorizzare o meno l’eventuale estradizione in Algeria di Mesli, ex rifugiato politico in Svizzera ora cittadino francese con una lunga storia di battaglie civili e anche legali contro i militari algerini, dai quali ha subito processi sommari e detenzioni arbitrarie.

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Stranamente la richiesta di estradizione non è ancora arrivata, è possibile che il mandato di cattura pendente dal 2000 sia una forma d’intimidazione. La sua esecuzione è una procedura d’obbligo dell’Interpol, scattata durante un normale controllo dei documenti al traforo del Gran San Bernardo, che Mesli stava attraversando per andare in vacanza con la moglie e il figlio.

In passato l’avvocato algerino era stato fermato anche in Gran Bretagna e Germania e poi rilasciato. In attesa delle decisioni dei magistrati, la Corte d’Appello di Torino ha convalidato l’arresto, ma disposto la sua scarcerazione dalla casa circondariale di Brissogne (Aosta) e l’obbligo di dimora ad Aosta. Mesli è direttore legale e tra i fondatori dell’ong Al Karama, con sede in Svizzera, che dal 2004 si batte contro i casi di torture, detenzioni arbitrarie, scomparse e uccisioni nel mondo arabo.

All’arresto ha ricevuto l’immediato sostegno anche delle sezione elvetica di Amnesty international, che ne reclama la “liberazione immediata”, denunciando il rischio di “altre persecuzioni”. Mesli non è persona gradita in Algeria: appartiene a quella categoria di avvocati che crede nella giustizia e nei diritti di tutti e che in passato ha difeso anche i detenuti islamisti vittime di abusi. Inclusi i leader storici del Fronte islamico di salvezza (FIS) Abbassi Madani e Ali Belhadj.

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Nel 1996 Mesli venne prelevato dall’auto con le armi da assalitori risultati poi membri delle forze di sicurezza, incarcerato illegalmente, picchiato e minacciato di morte. Per tre anni il legale rimase in prigione senza possibilità di difendersi in un processo valutato poi ingiusto da osservatori indipendenti. La sua detenzione, cassata come illegale anche dalla Corte suprema algerina, finì per effetto di una grazia presidenziale, dopo l’apparente accettazione di Mesli di un compromesso.

Poi però l’avvocato e attivista dei diritti umani avrebbe passato alle ong internazionali documenti che possono far finire alcuni militari davanti al Tribunale penale internazionale (TPI) dell’Aja. Nel 2001 Mesli ha anche presentato alla Commissione ONU sulle detenzioni arbitrarie di Ginevra i casi dei due leader fondamentalisti del FIS. Da allora sono rimontate le accuse di appartenenza a un “gruppo terroristico armato” attivo all’estero, per le quali sono in vigore l’ordine di cattura e la condanna a 20 anni in contumacia.

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“L’Algeria mi vuole arrestare solo per ragioni politiche, ma ho fiducia nella giustizia italiana, ha magistrati competenti e indipendenti. Non sono in una dittatura araba”, ha dichiarato l’attivista. Amnesty lo ha adottato come prigioniero di coscienza. Nella sua vita a Ginevra, l’attivista e legale ha co-fondato diverse ong per la difesa dei diritti umani come Justitia Universalis e Rachad, per rovesciare il governo algerino attraverso una resistenza di massa non violenta.  Anche Al Kamara porta avanti centinaia di battaglie legali dei famigliari delle vittime di abusi, torture e violazioni, anche in sede dell’ONU.

Ma dalle rivolte della Primavera araba, l’ong è oggetto di ripetute accuse e bandi. Nel 2012 il direttore esecutivo Mourad Dhina, anche lui algerino, è stato detenuto per sei mesi in Francia su una richiesta d’estradizione delle autorità algerine, giudicata poi lacunosa di prove e incoerente. Nel 2013, il cofondatore Abd Al-Rahman al Nuaimi, banchiere islamista qatarino, è stato inserito nella lista del Tesoro americano come “terrorista finanziatore di al Qaeda”.

 Barbara Ciolli
barbara.ciolli@tin.it
@BarbaraCiolli

Nel cielo velenoso di Pechino brilla una supernova della maratona e viene dall’Eritrea

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Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 24 agosto 2015

Ai campionati mondiali di atletica , Ghirmay Ghebreslassie, ufficialmente appena diciannovenne ,  ha smosso, anzi abbattuto, il sole e le altre stelle della gara suprema.

Il giovanissimo eritreo, quasi omonimo di Gebrselassie,  la leggenda etiope del mezzofondo (al punto che qualche sito internazionale gli ha sbagliato il cognome) ha sorpreso tutti e ha spento nell’ordine: il sole dei 42,195 metri, ovvero Denis Kimetto, 31 anni, keniota, detentore del record del mondo sulla distanza, ritiratosi;   la superstar Wilson Kipsang, 33 anni, altro keniota, plurivincitore di maratone, ex record del mondo e medaglia di bronzo alle olimpiadi di Londra, nel 2012; l’altra superstar Stephen Kiprotich, 26 anni, ugandese, campione olimpionico a Londra e mondiale a Mosca nel 2013, giunto sesto; Lelisa Desisa, 25 anni, vincitore ben due volte della maratona di Boston (compresa quella della strage nel 2013), classificatosi al settimo posto. Non solo: con un tempo non eccezionale (2 ore, 12 minuti e 27 secondi a causa dei 30 gradi di temperatura e dell’umidità all’80%) ha messo in riga anche un altro titolatissimo atleta, l’etiope Yemane Tsgay , giunto secondo, e l’ugandese Munyo Solomon Mutai, terzo.

Ghirmay Ghebreslassie 1

L’immagine che resterà nella storia di questi XV campionati del mondo di atletica leggera (22-30 agosto) e , sicuramente, in quella dell’Eritrea, paese piccolo e povero, ricco solo di disperati che fuggono (circa 5 mila persone al mese) da un regime durissimo e dalla miseria, è quella di questo maratoneta minuto dalle orecchie a sventola e baffi accennati, che solitario entra nel Nido (lo stadio di Pechino), afferra la bandiera verderossoazzurra, e dopo il traguardo imbarazzato non sa dove andare a causa di un’organizzazione deficitaria. E poi innalza sulla testa un foglio bianco su cui si legge questa scritta sbilenca: mai arrendersi finchè vivo (never give up till I live).

Ghirmay è il più giovane campione del mondo in una prova disputata su strada e ha portato al suo martoriato Paese la prima medaglia d’oro mondiale della sua storia. Ufficialmente compirà 20 anni a novembre e non sarebbe dovuto essere lì, nella notte fra il 21 e il 22 agosto, ma chino sui libri. “I miei genitori avrebbero preferito che andassi avanti negli studi, che facessi bene l’università  – ha dichiarato nel suo inglese scheletrico come lui – ma io ho preferito fare il maratoneta e diventare un grande atleta più che un bravo studente. Quando hanno capito le mie potenzialità, mi hanno incoraggiato e questa medaglia è una grande sorpresa per loro. Non riesco a esprimere quello che provo. Mi sono trovato bene, qui in gara, faceva caldo proprio come al mio paese. Nelle maratone cittadine ci sono i battistrada per 25 o 30 chilometri e quindi da solo te ne restano da fare 12. Qui è stato molto più difficile, ma noi eritrei non molliamo mai fino al traguardo!”. La conferma a queste parole si può trovare nella classifica finale della maratona di Pechino: al nono posto compare un altro eritreo, Amanuel Mesel, 24 anni, nato ad Asmara, ma residente in Svizzera. Mesel è un ottimo atleta, ma “speravo di fare meglio in questa gara – ha confessato – soprattutto per i 40 mila eritrei che vivono in Svizzera e che si aspettavano tanto da me. Sono comunque felice di essere nella top ten dato che è la mia prima partecipazione e orgoglioso della nostra vittoria”.

Ghirmay Ghebreslassie mostra la scritta

La sorpresa vera, comunque, è Ghirmay ed è doppia se si pensa che questa era la quarta maratona della sua giovane carriera. Pur essendo sceso in strada fin da adolescente, il suo esordio internazionale risale ad appena tre anni fa.

E’ giunto sesto nella maratona di Chicago nell’ottobre 2014, si è ritirato alla maratona di Dubai (gennaio), e ha conquistato la seconda posizione nell’aprile di quest’anno in quella di Amburgo con un tempo niente male per uno sbarbato (2h 07’e 47”). Neppure il suo allenatore, scopritore, padre-padrino (in senso buono) di tanti altri campioni africani, Jos Hermens, 65 anni, olandese, specialista del mezzofondo negli anni ’70, credeva in questa vittoria. “Mi aspettavo finisse fra i primi 5, non che arrivasse primo. Quando però gli ho passato una bottiglietta d’acqua al km 40 ho capito che era fresco e che poteva vincere”.

Ghebreslassie è profondamente riconoscente verso il suo coach, che portandolo nel suo centro di addestramento in Olanda, gli ha cambiato la vita. “Grazie a lui e alla federazione eritrea ho avuto la possibilità di qualificarmi a questi campionati del mondo. – ha dichiarato il quasi imberbe trionfatore – Se lavori duramente, puoi raggiungere l’obiettivo che ti sei fissato. Me ne sono convinto al 34° km, quando ho deciso di passare all’attacco. Ecco, la mia medaglia d’oro è un messaggio di incoraggiamento non solo per l’Eritrea ma per tutti i giovani e gli atleti di tutto il mondo: che niente è impossibile nella vita, se ci si impegna a fondo”.

Per la nuova star della maratona, ora l’appuntamento è a Rio de Janeiro, alle Olimpiadi del 2016. Allora vedremo se la nuova stella continuerà a splendere o se si è trattato di una splendida cometa, ma passeggera.

Costantino Muscau
c.muscau@alice.itil

Due attentati in Somalia, a Mogadiscio e Chisimaio: oltre 20 morti

Africa ExPress
Mogadiscio, 23 agosto 2015

Due attentati messi a segno ieri in Somalia hanno fatto almeno 21 morti. Un’autobomba è esplosa a Mogadiscio fuori da un ristorante del Juba hotel, molto vicino al Ministero della Sicurezza e frequentato da funzionari del governo e da militari, e ha provocato cinque morti e sette feriti.

Testimoni oculari hanno riferito di aver sentito anche degli spari. Per il momento nessuno ha rivendicato l’attacco.

ministero

A Chisimaio, il secondo porto del Paese a 520 chilometri dalla capitale e a un centinaio dal confine con il Kenya, invece, un terrorista ha fatto esplodere il minibus che aveva fatto entrare nel recinto della ex università ora adibita a centro addestramento reclute.

L’esplosione è avvenuta nella parte riservata all’addestramento dei militari sia dell’esercito sia delle milizie locali da parte dei caschi verdi dell’Unione Africana.

università

Secondo una prima ricostruzione il kamikaze è un disertore delle forze locali che è passato dalla parte opposta, cioè con gli al-Shabaab. Quasi tutti quelli che hanno cambiato casacca, sono stati addestrati da militari kenioti proprio in quella stessa base, che quindi conoscono bene. Sheikh Abdiasis Abu Musab, portavoce di al-Shabaab per le operazioni ha rivendicato l’attacco.

Testimoni oculari hanno riferito di aver sentito anche degli spari. Per il momento nessuno ha rivendicato questo secondo attentato.

Africa ExPress

Congo-K: il criminale di guerra Lubanga vuole studiare le cause dei conflitti tribali

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 22 agosto 2015

“Voglio tornare a casa, nella Repubblica Democratica del Congo, per studiare le cause dei conflitti etnici”. Con queste argomentazioni Thomas Lubanga, uno dei più feroci signori della guerra, ha cercato di convincere i tre giudici della Camera d’Appello del Tribunale penale internazionale dell’Aja, che ieri, si sono riuniti per decidere sulla sua scarcerazione anticipata.

Lubanga è stato condannato nel marzo 2012 a quattordici anni di prigione per aver coscritto e arruolato bambini sotto i 15 anni e averli usati per partecipare attivamente alle ostilità nella regione Ituri  (nel Congo nord orientale),durante la seconda guerra che si è combattuta nel Paese. La sentenza è stata confermata in appello nel dicembre 2014. Potrebbe essere scarcerato dopo aver scontato due terzi della pena.

primo piano cappello militare

E’ stato un signore della guerra, un comandante militare che ha operato nell’Ituri, un territorio ricco di miniere aurifere durante il conflitto etnico tra gli Hema (pastori di origine tutsi) e Lendu (contadini hutu): morirono cinquantamila persone, centomila i senzatetto.

Lubanga si trova in prigione dal 19 marzo 2005: è stato arrestato a Kinshasa, capitale del Congo K, in connessione dell’uccisione di nove caschi blu bengalesi. Solo un anno dopo il Tribunale Penale Internazionale ha ritenuto che ci fossero prove sufficienti per incriminarlo per crimini di guerra. E’ stata la prima persona a essere condannata per questo reato.

Lubanga al processo

“Voglio fare una tesi all’università di Kisangani, improntata su una nuova forma di sociologia che aiuti i gruppi tribali a convivere in armonia”, ha chiesto ai giudici. Dicono che gli ex-fumatori siano I più accaniti sostenitori della lotta contro il fumo. Sarà così anche per gli ex-criminali di guerra, per chi ha commesso crimini contro l’umanità? Saranno loro i primi a sostenere la pace?

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Sud Sudan, ucciso un giornalista è il settimo in un anno

Dal Nostro Corrispondente
Arturo Rufus
Nairobi, 21 agosto 2015

“Freedom of speech does not  mean that you can write against your country” (libertà di stampa non vuol dire che puoi scrivere contro il tuo Paese) aveva sentenziato il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir. Così nel giro di un anno nel Paese più giovane del mondo sono stati uccisi sette giornalisti.

L’ultimo ieri, il giovane reporter Peter Julius Moi. E’ stato ammazzato con due calpi sparatigli vigliaccamente alla schiena. Scriveva per il New Nation. Qualche giorno fa Salva Kiir aveva ribadito le minacce contro i giornalisti accusati di lavorare contro il governo e la nazione: “Se non sanno cosa vuol dire aver perso la vita durante la guerra di indipendenza – aveva commentato con tono di sfida – è giunto il momento di farglielo vedere”. Un appunto che era stato interpretato come un via libera ad ammazzare i giornalisti tant’è l’organizzazione Committee to Protect Journalists per bocca di Tom Rhodes, aveva risposto: “Un leader che minaccia i giornalisti è estremamente pericoloso e totalmente inaccettabile” .

funerale

Un portavoce del presidente aveva poi smentito quest’interpretazione definita ”speciosa e ingiusta”.

Il sindacato dei giornalisti sud sudanesi ha proclamato un giorno di sciopero e tre giorni di lutto.

Salva Kiir sta subendo sotto forti critiche da parte della comunità internazionale per non aver firmato ad Addis Abeba l’accordo di pace, accettato invece dal suo antagonista e suo ex vicepresidente Rieck Machar.  Gli Stati Uniti hanno proposto al consiglio di Sicurezza dell’Onu di varare un embargo sulle armi. Ieri comunque ha assicurato il Segretario di Stato americano John Kerry, che firmerà “molto presto” il documento.

Salva Kiir, comunque, ha risposto alle critiche accentuando la repressione e licenziando una serie di governatori dei quali non si fidava o dai quali non si sentiva appoggiato: quelli del Central Equatoria, del Western Equatoria, del Warap State, dell’Upper Nile, del Northern Bahr  El Gazal State. http://www.africa-express.info/2015/08/17/south-sudan-agreement-agreement/

Il parlamento del Western Equatoria ieri ha formalmente chiesto al ministro degli Interni dove è finito il suo governatore, Joseph Bangansi Bakosoro, rimosso dall’incarico con un decreto presidenziale domenica scorsa. L’allontanamento è stato annunciato quella mattina per radio e televisione. Una specie di monito rivolto a chi non appoggia incondizionatamente il governo. Alle 11 della stessa sera il funzionario è stato arrestato e detenuto in una località segreta. Ieri anche il vescovo dello Stato, Barani Edwardo Hiiboro, ha protestato per l’arresto “arbitrario” e ha chiesto l’immediato rilascio del governatore.

Quanche giorno dopo, alcune fonti in loco hanno riferito ad Africa ExPress che il manager keniota di Equity Bank (una banca di Nairobi che ha aperto sportelli in Sud Sudan) è stato arrestato perchè si è rifiutato di dare dettagli  sul conto del Governatore del Western Equatoria.

Arturo Rufus
arturo.rufus7@gmail.com

 

 

Il basket americano sbarca in Africa. Con un canestro pieno di speranze e di illusioni

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 19 agosto 2015

Un canestro simbolo dell’inarrestabile diffusione mondiale dello sport cestistico targato Usa. O di colonialismo sportivo o commerciale? Tutti gli interrogativi sono legittimi dopo lo sbarco in terra d’Africa della più importante lega professionistica maschile di pallacanestro yankee e la più famosa nel mondo, la NBA, ovvero la National Basketball Association.

Quali che siano le risposte a dubbi e attese, sabato 1° agosto 2015 è destinato a diventare una data “storica” nell’Africa sportiva e non solo.

Sabato 1° agosto scorso, infatti, a Johannesburg , in Sudafrica,  patria di Nelson Mandela, si è disputata la prima partita della NBA nel Continente nero. La leggendaria lega cestistica Usa da tempo ha avviato una campagna – diciamo così – di proselitismo mondiale. Si è esibita in Cina, a Tokio, a Città del Messico, a Londra, a Milano… Insomma in tutto il mondo.

POSTER NBA 580.Africa

Proprio nel capoluogo lombardo, il 6 ottobre prossimo, al Forum di Assago, l’Armani Milano sfiderà i Boston Celtics in una gara amichevole. I biglietti sono già in vendita e a prezzi salatissimi. La manifestazione si inserisce nel Global Game 2015, una delle tante strategie commerciali che la NBA sta attuando da tempo per imporre il proprio brand e allargare il  merchandising al di fuori del continente americano.

Alla globalizzazione del canestro (o alla globalizzazione del “suo” canestro), alla NBA mancava, dunque, l’Africa. Il 1° agosto è stato aggiunto l’anello mancante con l’NBA Africa Game, in cui – secondo gli osservatori più ottimisti – la Lega professionistica Usa ha provato a portare un messaggio di integrazione, unione e speranza cercando di coniugare solidarietà e sviluppo del brand NBA nel continente africano.

Per la cronaca l’incontro è stato vinto 101-97 dal Team World (composto da giocatori provenienti da tutto il mondo) contro il Team Africa (formato da giocatori africani fino alla seconda generazione) e ha riportato in campo anche Hakeem Olajuwon, algerino, e Dikembe Mutombo, angolano, due star africane che oltre 30 anni fa per prime sono state ingaggiate negli States. Alla partita hanno assistito poco più di 4 mila persone, una presenza risibile se paragonata alla quantità di tifosi che affollano le tribune degli stadi calcistici in Sud Africa e non solo. E’ arcinoto che la vera passione continentale è il pallone rotondo, o al più quello ovale del rugby, e non quello a spicchi del basket.

Eppure il match del 1° agosto giocato all’Ellis Park Arena di Johannesburg è stato tutto fuorché una semplice gara di pallacanestro. E’ stato caricato di significati e di aspettative molto più alti delle pur vertiginose stature dei giocatori. La stessa location non è stata scelta a caso. L’Ellis Park è l’arena in cui Nelson Mandela simbolicamente indossò la maglia verde della nazionale sudafricana del rugby in uno dei momenti più toccanti delle sue apparizioni in pubblico. Era il 24 giugno 1995, il giorno della finale tra il Sud Africa e Nuova Zelanda e quel gesto fu un elemento fondamentale per superare l’apartheid e cambiare la storia.

Secondo il ministro degli Sport e della ricreazione, Fikile Mbalula, 44 anni, alla vigilia dell’evento ha affermato “questa partita è la conferma che il Sud Africa è ancora una volta al centro dell’attenzione mondiale e per i giovani africani l’opportunità di vedere quanto lontano possono portare il proprio talento nella migliore Lega del mondo”. Un messaggio di speranza lanciato da un ministro noto per il tifo sfegatato per la più titolata squadra calcistica di prima serie, il Kaizer Chiefs Football Club di Johannesburg.

poster Johannesburg 580

Mbalula è ben noto anche per le sue esternazioni colorite e poco diplomatiche. Quando nel gennaio 2014 i Bafana Bafana (simpatico appellativo della nazionale del pallone) furono eliminati al primo turno dalla Coppa d’Africa, definì i giocatori “un branco di incapaci”.  Per Serge Ibaka, 26 anni a settembre, ala grande degli Oklahoma City Thunder, nato a Brazzaville, nella Repubblica del Congo ma naturalizzato spagnolo, “questa gara rappresenta molto. Ho aspettato questo momento a lungo e mi sento orgoglioso di avere la possibilità di giocare questa partita qui, e lo stesso spero valga per i giovani e bambini, per il basket in Africa e credo sia un evento veramente importante per tutti noi. Anche un incontro di basket può cambiare una vita”.

Ibaka è un idolo internazionale del basket: data la sua origine e la sua mole (è alto metri 2,08 e pesa  oltre 106 chili) è stato ribattezzato Air Congo. Ha aggiunto il senegalese Gorgui Dieng, 25 anni, (altro gigante: 211 centimetri per 111 kg!) centro dei Minnesota Timberwolves: “La mia speranza è che la Nba possa contribuire nella crescita del basket in questo continente”.

Secondo Masai Ujiri, 45 anni, nigeriano, e primo general manager di nazionalità africana nel professionismo sportivo statunitense (dirige i Toronto Raptors) “è incredibile avere tutti questi giocatori che tornano a casa e non solo i giocatori africani, ma provenienti da tutto il globo; significa unità, oltre a dare un’idea di progresso a tutto il continente. Non vogliamo essere più visti come vittime, ma come un continente nascente”. Per capire le parole di Masai Ujiri occorre prendere in considerazione due elementi: nella Nba dal 1984 hanno giocato 35 giocatori africani (i primi – come detto – sono stati il nigeriano Olajuwon e l’angolano Mutombo, divenuti delle leggende sotto canestro). Nella stagione cestistica 2015-2016 la NBA potrebbe arruolare il numero record di 11 giocatori nati in Africa.

Inoltre Ujiri dal 2003 è impegnato con  il programma della Nba  “Basketball without borders” per la diffusione di questo sport in Africa. Così come Bismack Biyombo Sumba, congolese, 23 anni, altra torre dei Toronto Raptors (206 cm per 111 chili). Biyombo crede sul serio nella funzione educatrice dello sport e nello sport come riscatto sociale. Questa estate ha organizzato in Congo campi per circa 2000 ragazzi.

Prima della storica partita ha ricordato con quale desiderio e stupore guardasse in tv le stelle della pallacanestro e come “sia un passo da gigante per i ragazzi africani vedere dal vivo i campioni della NBA. Per me è qualche cosa di molto speciale prendere parte a questo evento”. Così come lo è stato per uno dei lunghi di punta del Team Africa, Giannis Antetokounmpo, 20 anni, greco, figlio di immigrati nigeriani, che per anni hanno vissuto illegalmente ad Atene vendendo per strada riproduzioni di famose griffe. “Certi giorni non vendevamo nulla e ci mancavano i soldi per la cena. Per giunta vivevamo nel terrore che la polizia potesse fermarci ed espellerci”, ha ricordato una volta sbarcato in America. Giannis, infatti, oggi gioca per il Milwaukee Bucks e guadagna quasi 2 milioni di …bucks all’anno. Da ambulante, anzi da vu’ cumprà, a star emergente nella Nba.

Masai Ujiri

Non stupisce quindi che la partita del 1° agosto sia stata giocata da tutti con entusiasmo per fini umanitari oltre che propagandistici: l’obiettivo era anche quello di aiutare Boys&Girls Clubs of South Africa, SOS Children’s Village e la Nelson Mandela Foundation.

Ha commentato il giornalista e scrittore di origini nigeriane, Lanre Alabi, sul Daily Illini, un antico giornale studentesco (risale al 1871) dell’università dell’Illinois: “Con l’emergere di tanti giocatori africani, la popolarità della Nba in Africa è andata alle stelle. La lega americana non è vista più solo come una nuova fonte di svago ma per gli atleti più alti come una strada percorribile per sfuggire alla povertà”. Sembrerebbe, quindi, che educazione ed emancipazione possano andare di pari passo con la diffusione del basket e la commercializzazione del brand della Nba, sempre alla ricerca di nuovi mercati e nuovi tifosi. Sembrerebbe.

Ma la disillusione può essere sempre dietro l’angolo, come ammonisce saggiamente il senegalese Amadou Gallo Fall, che invita tutti a non sognare troppo. Chi è Gallo Fall? E’ l’ideatore e fondatore di Seeds, una Academy no-profit, a 60 km da Dakar, che con il supporto di Nba, Nike e Unicef diffonde la pratica del basket. “Negli anni – ha scritto la Gazzetta dello Sport – ha mandato oltre 40 ragazzi negli Stati Uniti con una borsa di studio: sono circa 30 i ragazzi (ora c’è anche la sezione femminile) che annualmente fanno parte del programma di Seeds: studio, tutoring, sei allenamenti a settimana, camp di specializzazione estivi con giocatori Nba di oggi e di ieri. Il tutto in un paese dove appena il 20 per cento dei ragazzi arriva a studiare al liceo”.

Gallo Fall vuole dare ai ragazzi senegalesi la stessa opportunità che ebbe lui, che andò in America, non giocò mai nella NBA, ma divenne scopritore di talenti (come il sopracitato Gorgui Dieng dei Timberwolves) e oggi è vicepresidente per lo sviluppo di Nba Africa. “Non voglio – ha detto Fall – che si scateni una corsa a trovare il prossimo grande talento africano. Per me il basket è un mezzo per avere maggiori possibilità di essere ascoltati dai ragazzi. Non vogliamo creare giocatori Nba, ma cambiare una cultura: una grande percentuale dei ragazzi che frequentano Seeds non avranno l’occasione di giocare in Nba, ma avranno la chance di avere successo nella vita”.

Costantino Muscau
c.muscau@alice.it

Nella foto in basso Masai Ujiri