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sabato, Aprile 11, 2026

Nelle montagne del Puntland, la resistenza somala contro lo Stato Islamico

Speciale Per Africa ExPress Davide Banfi* 11 aprile 2026 Attraverso...
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Altro attentato a Sousse in Tunisia, ucciso un poliziotto

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 19 agosto 2015

Altro attacco terroristico a Sousse, la località balneare tunisina teatro di uno spaventoso attentato nel quale morirono 26 turisti, il 26 giugno scorso. (http://www.africa-express.info/2015/07/06/tunisia-sousse-un-attentato-contro-turisti-britannici-falli-due-anni-fa/). Oggi pomeriggio un poliziotto è stato ucciso da due terroristi in sella a uno scooter.

AGENTI IN SPIAGGIA

Insieme a due colleghi l’agente attendeva l’autobus a Hay Exxouhour, un quartiere popolare della città, situata a 150 chilometri a sud di Tunisi. Secondo radio Mosaïque  in queste ore è in atto una vasta operazione di rastrellamento nella zona per neutralizzare i due attentatori. In Tunisia è stato proclamato lo stato d’emergenza dai primi di luglio. Massimo riserbo da parte delle autorità tunisine, ma, è ovvio, si segue attentamente la pista jihadista.

In un comunicato, il segretario di Stato Rafik Chelly,  incaricato della sicurezza nazionale, ha commentato così l’attacco: “Degli sconosciuti hanno sparato contro tre poliziotti che si trovavano per strada. Uno dei tre è stato colpito ed è morto in ospedale. L’inchiesta è ancora in corso e per il momento non possiamo aggiungere altro”.

Cornelia I.Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Le donne protestano in Sudafrica: in forse la liberazione di Pistorius

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I.Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 19 agosto 2015
Sospesa per il momento la scarcerazione di Oscar Pistorius, prevista per il 21 agosto. Lo ha annunciato il portavoce del ministero della Giustizia sudafricano Mthunzi Mhaga. Il ministro stesso, Michael Masuth, ieri aveva espresso perplessità sul ritorno in libertà dell’atleta.

Masuth aveva rivelato di aver ricevuto forti pressioni da organizzazioni femminili, una delle quali, ONG, “The Progressive Women’s Movement of South Africa” (PWMSA) gli ha addirittura sottoposto una petizione secondo cui la scarcerazione sarebbe stata prematura. Il PWMSA nella sua richiesta aveva evidenziato a caratteri cubitali: una detenzione di soli dieci mesi è un “insulto” verso  tutte le donne.

Oscar Pistorius e Reewa 600

A quanto riferito da Mhaga, il ministro ha preso in considerazione il reclamo delle organizzazioni femminili e ha chiesto alla commissione sulla libertà di parola di rivedere la sua decisione.

Oscar Pistorius, l’atleta conosciuto come “l’uomo più veloce senza gambe”, avrebbe dovuto lasciare la prigione fra due giorni, 21 agosto 2015. Poiché, la legge sudafricana prevede che un detenuto “non pericoloso” debba espiare solamente un sesto della pena inflitta dietro le sbarre.

Nell’ottobre scorso era stato condannato ad una pena detentiva di cinque anni, perché ritenuto colpevole di omicidio colposo per aver ucciso “per errore” la fidanzata Reeva Steenkamp (http://www.africa-express.info/2015/06/10/oscar-pistorius-libero-entro-la-fine-di-agosto/). Proprio oggi, Reeva avrebbe compiuto 32 anni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyespistorius in corsa

Permessi di attracco nei porti, accordo Russia Guinea Equatoriale che tiene in carcere altri 3 italiani

Speciale per Africa Express
Andrea Spinelli Barrile
Potenza, 19 agosto 2015

Il 22 luglio scorso la Repubblica di Guinea Equatoriale e la Federazione Russa siglavano un accordo per facilitare l’ingresso di navi da guerra russe nel porto di Malabo. Il piccolo stato africano è il terzo Paese al mondo, dopo Vietnam e Nicaragua, a raggiungere un accordo con l’Orso russo sulla presenza di navi da guerra: il ministro della Difesa russo Shojgu aveva detto nel febbraio 2014 che la Russia intendeva pianificare l’espansione della propria presenza aerea e navale all’estero.

Nave in porto 2

L’accordo tra i due Paesi è stato firmato in occasione della visita dell’ammiraglio Viktor Tchirkov, comandante dell’imponente marina russa, a Malabo: secondo molti esperti militari africani citati dal giornalista Fulvio Beltrami sul quotidiano indipendente L’Indro, l’accordo sarebbe il preludio alla realizzazione della prima base militare russa in Africa, in una posizione strategica nel bel mezzo del Golfo di Guinea.

Il porto di Malabo inoltre vanta le acque più profonde dell’Africa equatoriale, un dettaglio non di poco conto se consideriamo che i rumors parlano non solo di una base navale ma anche di una aerea per i bombardieri intercontinentali che verranno inviati da Mosca.

obiang riceve Nikolay Ratsi Borinskty

Quella di Mosca sembra una mossa tipica da Guerra Fredda e la posizione del regime di Malabo somiglia molto a quella che fu del muro di Berlino: Gazprom da tempo è coinvolta nella ricerca di giacimenti di gas, di cui la Guinea sarebbe piena, e questo non può non far gola al regime della famiglia Obiang, che con il dimezzamento del prezzo del petrolio ha visto abbassarsi enormemente le tangenti che spettano al regime e gli introiti per lo Stato.

Il piccolo Paese africano paga in tal senso l’assenza sul suo territorio di impianti di raffinazione degli idrocarburi, opere mai realizzate per via degli altissimi costi che il corrottissimo regime non ha mai voluto affrontare, preferendo sfruttare unicamente l’estrazione dagli enormi giacimenti petroliferi del Paese. Giacimenti che, tra l’altro, sarebbero in esaurimento, costringendo la cleptocrazia africana a trovare valide alternative per non tornare nel baratro degli anni pre-petroliferi.

L’accordo russo-guineano però ha anche un valore politico-militare: la base navale russa nel porto di Malabo si collocherebbe in una posizione strategica relativamente vicina al “protettorato” USA in Africa, la Liberia. Qui il Pentagono starebbe cercando di installare, da anni, il quartiere amministrativo per la Difesa AFRICOM: fino al 2007 erano in molti i Paesi africani a contendersi questo quartier generale (oggi ubicato a Stoccarda, in Germania), con Nigeria, Libia e Sudafrica unici paesi pubblicamente contrari ad ospitarlo sul proprio territorio. Etiopia e Liberia sembravano poter essere le destinazioni più naturali ma poi non se ne fece più nulla. Per questo motivo l’accordo tra equato-guineani, un tempo interlocutori privilegiati degli americani, e russi ha un valore geopolitico, economico e strategico non indifferente.

Sarà forse per questa debolezza militare ed economica americana in Africa occidentale che la questione dei diritti umani è sempre più presente nei gelidi rapporti tra Guinea Equatoriale e Stati Uniti? A pensar male, spesso, ci si azzecca: oltre al discorso kenyota di Obama contro i “presidenti a vita”, un chiarissimo riferimento alle dittature africane e in particolare a quella di Teodoro Obiang, la più longeva di tutte, il 7 agosto scorso l’ambasciatore americano a Malabo, Mark Asquino, rincarava la dose.

Obiang e Nikolay Ratsi Borinskty

Rispondendo ad alcune durissime dichiarazioni del segretario generale del PDGE, unico partito politico presente attivamente in Guinea Equatoriale che fu fondato dal presidente Obiang, Jeronimo Osa Osa Ecoro, il quale aveva sostanzialmente invitato Obama a farsi i fatti propri perchè “i 36 anni di democrazia, sviluppo e libertà in Guinea Equatoriale” dimostrerebbero come un mandato presidenziale lungo conduca il Paese verso il progresso, Asquino pubblicava un comunicato stampa velenosissimo: “I limiti al mandato presidenziale sono fondamentali per la democrazia – scrive l’ambasciatore americano ricordando le parole di Obama e rilanciando l’esempio “per tutti i leader africani” di Nelson Mandela. – Secondo i sondaggi il 74 per cento degli africani […] non vuole che i loro presidenti governino per più di due mandati consecutivi. Il limite di mandato fornisce un meccanismo perfetto per il lavoro di leadership responsabili, riduce la tendenza alla corruzione […] permette alle nuove generazioni di competere per una carica politica o anche solo di scegliere i nuovi dirigenti.  […] L’84 per cento degli africani sostiene elezioni libere e giuste, il 77 rifiuta il governo di un solo partito e il 72 crede che la democrazia sia preferibile a qualsiasi altra forma di governo: questi sono numeri schiaccianti che riflettono l’opinione reale di milioni di persone. […] Un certo numero di elezioni presidenziali sono previste in Africa da qui alla fine del 2016 […] cambiare le Costituzioni eliminando i limiti al mandato presidenziale riduce la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, indebolisce i governi e serve solo agli interessi della persona o del partito al potere.”

Asquino, pur senza mai nominare direttamente la famiglia Obiang, si prodiga in una dura reprimenda al regime guineano, parole infuocate alle quali ha risposto direttamente il dittatore Teodoro Obiang, qualche giorno dopo, nel corso di un discorso: “Ci accusano di essere corrotti, ma questa parola ‘corruzione’ non è una nostra parola: è loro! Qui in Africa in generale e in Guinea Equatoriale in particolare non conosciamo la parola ‘corruzione’: se siamo corrotti è colpa loro”.

Nave russa

Ne sa qualcosa Roberto Berardi, recentemente scarcerato dopo aver fatto emergere il machiavellico sistema di corruzione e riciclaggio del suo socio, il figlio del presidente Teodorin Nguema Obiang. E mentre il regime cerca nuovamente di lavarsi l’immagine internazionale i tre italiani Fabio e Filippo Galassi e Daniel Candio restano in prigione senza un motivo apparente e senza accuse formali. Sono sequestrati in carcere, nonostante le promesse e le leggi costituzionali di quel Paese, anche loro sembrano essere “prigionieri personali” di qualcuno. Appare questa come l’ennesima prova di forza del regime finto panafricanista, che cerca così di ingraziarsi un popolo sempre meno convinto, sempre più critico nei confronti del sistema di potere degli Obiang.

Propaganda utile a disinnescare l’effetto della pubblicazione della lista con i nomi degli oltre 300 oppositori politici morti ammazzati direttamente o indirettamente per mano del presidente Obiang, elenco che la coalizione di partiti di opposizione fa girare su internet ma che sembra non interessare a nessuno.

 

Andrea Spinelli Barrile
spinellibarrile@gmail.com
Skype: djthorandre
twitter
@spinellibarrile

Nella seconda e terza foto il dittatore Teodoro Obiang e l’ambasciatore russo a Malabo Nikolay Ratsi Borinskty

Mauritania, abolita (di nuovo) la schiavitù, lanciata una petizione per liberare i liberatori

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 18 agosto 2015

“La schiavitù è un reato contro l’umanità e non è prescrivibile”. E’ il primo articolo della nuova legge approvata all’unanimità dall’assemblea nazionale della Mauritania, il 12 agosto. L’ex colonia francese è stato l’ultimo Paese ad aver abolito la schiavitù nel 1981, ma solo sulla carta. Secondo il rapporto della “ONG Walk Free” nel 2014 la  Mauritania vantava ancora il triste primato di avere il più alto numero di schiavi: rappresentano il quattro percento della popolazione, ossia centocinquantamila persone.

piedi in catene

Una delle forme di schiavitù maggiormente praticata nel Paese è il matrimonio coatto, praticato sin dal XI secolo. Una tradizione talmente radicata nella cultura mauritana, che una prima legge emanata nel 2007, dietro forti pressioni della comunità internazionale, non ha per nulla intimorito gli schiavisti. Le sanzioni, le punizioni per il reato commesso erano infatti troppo miti e, tra l’altro, non venivano quasi mai inflitte applicate e i reati non denunciati.

Il ministro della giustizia mauritano Brahim Old Daddah, ha salutato favorevolmente il testo della nuova legge, che prevede una pena detentiva raddoppiata rispetto alla legge del 2007: da dieci anni di reclusione, è stata portata a venti. Inoltre sono state criminalizzate undici forme di schiavitù, rispetto a una sola. Il vecchio testo dava semplicemente questa indicazione: “Per stato di schiavitù s’intende privazione della libertà e lavoro non retribuito”.

Il matrimonio forzato delle donne “previo pagamento in contanti o in natura” e la loro “cessione a una terza persona o per successione alla morte del marito ad altra persona” rappresenta ovviamente una delle nuove forme di schiavismo. Molte donne sono destinate ad essere vendute come schiave in Arabia Saudita, e, per i loro padroni, violentare una schiava non è un reato, anzi, fino a ieri era un diritto.

Da oggi in poi anche le “ONG” autorizzate potranno denunciare i casi di schiavitù, assistere le vittime, costituirsi parte civile e denunciare i colpevoli.

dimostrazione contro lo schiavismo

La nuova legge è stata varata proprio pochi giorni prima del processo alla Corte d’appello di Aleg, a carico di tre attivisti anti-schiavismo. La data dell’udienza è fissata per il 20 agosto. Tra gli imputati anche Birma Dah Abei, presidente dell’ Initiative pour la Résurgence du Mouvement Abolitionniste (IRA), già condannato a due anni di carcere insieme a un altro militante il 15 gennaio 2015 per appartenenza ad un’organizzazione non riconosciuta.

Questa nuova legge rappresenta certamente una rivoluzione dal punto di vista giuridico e sociale in uno Stato islamico come la Mauritania anche se ci si deve rendere conto che per un ex-schiavo sarà comunque difficile integrarsi come “uomo libero” nella società e far valere i propri diritti, per esempio davanti ai tribunali.

Una ragazza, che ha vissuto in stato di schiavitù in Mauritania, è stata liberata da un militante anti-schiavismo, finito per questo in prigione. La giovane ha lanciato una petizione su avaaz.org (https://secure.avaaz.org/it/mauritania_anti_slavery_biram_loc_dn/?bckudfb&) per chiedere il rilascio del suo salvatore e ha spiegato la sua iniziativa in un’intervista in cui racconta la sua terribile esperienza.

“Sono diventata una schiava a 5 anni. Ogni giorno badavo agli animali, e ogni notte venivo stuprata dal mio padrone. Era l’unica vita che conoscevo, e vi giuro che pensavo fosse normale.

Vignetta abolizione schiavismoavage

Perché nel mio paese, la Mauritania, centinaia di migliaia di persone vivono ancora in schiavitù. Ma io sono stata fortunata: mio fratello è riuscito a scappare, ha trovato un’organizzazione che lotta contro la schiavitù e gli ha chiesto di liberarmi. All’inizio non volevo assolutamente che mi portassero via: non riuscivo a immaginare una vita senza i miei padroni, senza dover lavorare ogni giorno, anche quando ero incinta o a un giorno dal parto. Era l’unica vita che conoscevo.

L’uomo che mi ha salvata, e che ha dedicato tutta la vita a liberare migliaia di persone come me, per questa lotta è stato ora messo in carcereMa tra 4 giorni ci sarà un ricorso in tribunale e possiamo liberarlo. Se ci aiuterete da tutto il mondo, a centinaia di migliaia, chiedendo la libertà di Biram Dah Abeid, potremo permettergli di continuare la sua lotta contro la schiavitù.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

South Sudan, when an agreement is not an agreement

Africa ExPress Special Correspondent
Saba Makeda
Juba, 17th  August 2015

It is finally the 17th of August 2015 and both President Salva Kiir and former Vice President Riek Machar are in Addis Ababa to sign the IGAD sponsored peace agreement to end the fighting that started, between the Opposition and the Government, on the 13th of December 2013.

Since the start of the fighting at least 10,000 South Sudanese have been killed and 2 million have been displaced both within the country as well within neighbouring countries and both sides have raped and committed other human right abuses.

Salva e Rieck

All the major  networks are covering the story and  not matter how  the diplomats try to dress it up it is clear that:

  1. Mr Rieck Machar has signed the Agreement
  2. Mr Pagun Amun has signed the Agreement
  3. Mr Salva Kiir has not  signed the  agreement  – he has initialled it and is  asking  15  days to  discuss the  agreement in Juba where in fact  a number of  voices  were  raised  against  signature of the agreement. A power sharing  deal  will  require  that  some  members  of the  present   Government  make  some  sacrifice

Therefore  there is no  agreement. Is this a surprise? Probably not.

Kenya SudanToday’s events in Addis Ababa  must be analysed having regard to the recent events in Juba such as:
(a) the rumours in Juba that some  members of President Salva Kiir Government  did not  want him to  travel  to Addis Ababa;
(b) the dismissal, under the pretext of security concerns,  of  the  following  senior  members of the  Government on 16th of August:

  • Governor Central Equatoria State – Clement Wani Konga . Mr Ali Juma  appointed as care taker Governor – a member of Parliament who  has previously been  the Commissioner  for Terekeka County
  • Governor  Western Equatoria State – Joseph  Bangasi Bokosoro
  • Acting Care taker  Governor – Northern Bahr  El Gazal State. The new  Governor is Police Commissioner Akot Deng Akot
  • Governor  –  Warap State State – Nyandang. The new  Governor is Akec Tong
  • Governor – Upper Nile – Simon Kun Puoc  was  replaced by SPLA Deputy Chief  of Staff for Moral Orientation Lieutenant General Chol Thon. It is to be recollected that in early June 2015  Simon Kun  had relocated the  Upper Nile state  capital from Malakal  to Renk ( https://radiotamazuj.org/en )

So, despite the fact that many people in South Sudan want peace and despite the best efforts of the diplomats to dress up today’s events as a positive step, there is no Peace Agreement. At best there is a willingness to continue to talk, at worst there is confusion, further division within both the Government and the Opposition and  ultimately within the communities.

South Sudan and its people continue to wait

Makeda Saba
makedasaba@ymail.com

On the picture up Salva Kiir (left) and Rieck Machar. Down Pagan Amun, secretary general of SPLM  

Ricompare Shekau: “Non sono morto e sono ancora il capo dei Boko Haram”

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Speciale per Africa-ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 16 agosto 2015

Essere dato per morto o addirittura destituito come leader di Boko Haram era difficile da digerire per uno come Ababukar Shekau. Infatti la sua risposta è arrivata proprio oggi, domenica 16 agosto 2015, in un messaggio audio di otto minuti, in lingua hausa.

Shekau respinge le affermazioni del presidente del Ciad, Idriss Deby, apostrofandolo come “tiranno” e “ipocrita”.

Shekau video-pic

“Tutti i media del mondo hanno diffuso la notizia che sarei ammalato, qualcuno addirittura che sarei morto. Comunque hanno avanzato l’ipotesi che sarei stato destituito, ho perso la mia influenza all’interno del gruppo, che sono incapace di gestire le questioni religiose. Ebbene tutto ciò è falso una grande bugia. Se fosse vero nessuno potrebbe ora ascoltare la mia voce”

“Sono grato ad Allah di essere vivo. Non morirò finché non sarà giunta la mia ora, stabilita da Allah”
SITE, un gruppo di esperti di intelligence, hanno verificato l’autenticità del messaggio, confermata anche da un corrispondente di AFP, esperto in questioni riguardanti i Boko Haram.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Cambia il leader dei Boko Haram e Buhari cambia i capi di Stato maggiore

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 16 agosto 2015

Mentre nel nord-est della Nigeria continuano incessanti, con uno stillicidio quotidiano, gli attacchi dei feroci Boko Haram, sembra che la setta jihadista abbia cambiato leader e il duro e sanguinario Abubakar Shekau sia stato sostituito dal più morbido e ragionevole Mahamat Daoud.

Muhammadu Buhari, il presidente della ex-colonia britannica, ha autorizzato proprio ieri nuove incursioni aeree e bombardamenti nella foresta Sambisa. Il portavoce dell’aeronautica militare nigeriana, Dele Alonge, ha confermato questo intervento. Alonge ha assicurato che i terroristi saranno presto sconfitti, grazie a incisivi interventi, resi possibili grazie a velivoli aggiuntivi, messi a disposizione proprio pochi giorni fa da Sadique Abubakar, capo di stato maggiore dell’aviazione militare: un aereo da combattimento F-7Ni, un elicottero d’attacco Mi-24/35, un elicottero multiruolo Agusta 109 LUH, un elicottero di supporto Super Puma Combat e un aereo di sorveglianza ATR-42.

auto saltata

NUOVI VERTICI MILITARI

A inizio luglio Buhari aveva defenestrato tutti i vertici delle forze armate nigeriane. Il 13 successivo aveva nominato  Abayomi Gabriel Olonishakin capo di stato maggiore della Difesa, Tukur Yusuf Buratai capo di stato maggiore dell’esercito,  Ibok-Ete Ekwe Ibas capo di stato maggiore della marina e Sadique Abubakar capo di stato maggiore dell’aeronautica. Il loro ruolo è stato confermato dal senato il 4 agosto scorso.

Il presidente è determinato a risolvere la questione Boko Haram una volta per tutte: ha chiesto ai militari di sconfiggere i terroristi entro tre mesi. Gli stessi sforzi devono essere applicati alle bande armate, sequestri di persona e tutte le altre forme di criminalità”, ha aggiunto, compresa, secondo alcuni osservatori, la corruzione (e tutte le sue attività collaterali), malattia endemica del gigante dell’Africa.

CHE FINE HA FATTO SHEKAU?

Tempi duri per i Boko Haram, che sembrano aver perso il loro leader, Abubakar Shekau. Da oltre sei mesi, Shekau, che amava farsi riprendere dalle telecamere per inoltrare al mondo le sue minacce apocalittiche attraverso videomessaggi, non ha fatto più parlare di se.  Le illazioni sulla sua sorte si sprecano: si dice che sia stato ferito gravemente o addirittura ucciso durante qualche incursione delle truppe nigeriane e/o dei suoi alleati (Ciad e Camerun), oppure, come ritiene  Idriss Deby, presidente del Ciad, è stato destituito. Deby ha già individuato il possibile successore di Shekau:  Mahamat Daoud.

shekau

Certamente Shekau ha dovuto affrontare questioni interne, come disaccordi e contestazioni varie, da parte di alcune cellule. Per esempio all’interno della setta si è discusso se aprire colloqui di pace con il governo di Abuja e sull’opportunità di appoggiare incondizionatamente gli Stati islamici di Siria e Iraq.

“Ovviamente trapela poco – spiega Roddy Barclay dell’organizzazione di Africa consultant at Control Risks – ma certamente le pressioni militari esterne hanno causato una frattura all’interno delle strutture di commando dei militanti. Rimane comunque incerto e poco chiaro se ci sia stato un cambio al vertice “.

LE ILLAZIONI DI DEBY

Il presidente ciadiano Idriss Deby, che si è impossessato del potere con un colpo di Stato nel 1990, ha fatto della lotta contro i Boko Haram e il suo leader Shekau una sua guerra personale, che sembra essersi trasformata in un “duello”. Forse sta cercando di mettere una fazione contro l’altra. Il presidente del Ciad ha spiegato che, secondo lui, “i Boko Haram saranno sterminati entro il 2015, ma per vincerli, dobbiamo tagliare la loro “testa”, cioè uccidere il capo.

Gli analisti ritengono che Mahamat Daoud e Shekau abbiano visioni diverse, in particolare Daoud sarebbe assolutamente contrario alla linea di estrema violenza perseguita negli ultimi anni. Sembra che lui non sia  un militante combattente, infatti non ha mai partecipato a eccidi e massacri, come invece ha fatto Shekau. E’ un religioso, uno studioso dell’Islam. Probabilmente è stato lui a voler aprire il dialogo con il governo nigeriano.

LA TERRA E’ PIATTA

Secondo Fulan Nasrullah, un analista politico nigeriano, Daoud dovrebbe avere all’incirca 38 anni. Figlio di un arabo e di una ciadiana è conosciuto come uomo molto religioso che si ispira ai principi di Mohammed Yusuf, fondatore della setta che alle origini era un movimento molto meno violento di quello attuale, nonostante fosse contrario ai modelli di vita dell’Occidente, sostenesse che a Terra non è sferica ma piatta e che la pioggia fosse un dono e creazione di Allah e non il risultato della condensazione dell’acqua, cose per altro sostenute dal Corano. Mohammed Yusuf aveva anche mezzi militari limitati; infatti solo dopo la sua morte, nel 2009, i Boko Haram si sono trasformati in una vera e propria macchina da guerra, sotto la guida di Shekau, appunto.

Sventolio bandiere

Daoud gode di un’ottima reputazione all’interno del gruppo e centinaia di adepti lo appoggiano. Sempre secondo Nasrullah, potrebbe essere un prezioso collaboratore per il governo nigeriano. Se seriamente fosse disposto al dialogo, Abuja dovrebbe aprire immediatamente un canale. Il nuovo leader, se è vero che ha sostituito il vecchio, potrebbe rivelare molti particolari sui Boko Haram, come i nomi dei finanziatori, i dettagli sulla struttura interna del gruppo, e forse, perché no, anche indicazioni su come individuare e uccidere  Shekau.

Per ora sono ancora ipotesi, nessuna certezza sul cambiamento al vertice. Bisogna rimanere cauti e molti analisti hanno espresso il loro scetticismo su quanto dichiarato dal presidente del Ciad.

PRECIPITA UN ELICOTTERO DEI PETROLIERI

Un elicottero della Bristow Helicopters (Nigeria) Limited, società specializzata nel settore, che opera per le compagnie petrolifere in vari Paesi del mondo, si è schiantato nella laguna di Lagos mercoledì scorso. Proveniva da una piattaforma petrolifera situata tra lo Stato di Lagos e quello dell’Ondo. Sei persone sono morte, tra cui il pilota americano e il suo copilota e sei i sopravvissuti.

Testimoni oculari hanno riferito di aver visto in volo l’elicottero e tutto sembrava normale. Poi appena raggiunta la laguna all’altezza di Oworonsoki, un quartiere nella periferia di Lagos, hanno sentito forte scoppio e poi il velivolo è precipitato in picchiata dentro la laguna.

Ora si attendono i particolari dell’incidente dalle registrazioni della scatola nera, recuperata venerdì scorso. Massimo riserbo sulle cause della tragedia, sia da parte delle autorità nigeriane, sia dai vertici della Bristow.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Gaffe maschilista della BIC in Sudafrica sulla giornata della donna: gli risponde la Stabilo

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Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
15 agosto 2015

Certo che la BIC, la famosa marca di penne biro, in Sudafrica con le donne non ne azzecca una. Nel 2012 aveva lanciato la “BIC for her” (cioè la “BIC per lei”) con relativa campagna pubblicitaria fallita perché considerata maschilista e presa in giro sarcasticamente da numerosi siti web.

Ora è la volta di una pubblicità, diffusa sulla sua pagina Facebook sudafricana. Nata per festeggiare le giornata della donna è invece finita miseramente nel tritacarne dei social network per il suo contenuto maschilista. La casa di prodizione di penne si è profusa in mille scuse assicurando che una cosa del genere non succederà mai più. Ma non è stato sufficiente: biasimi e critiche continuano a imperversare sul web mentre il dibattito sui giornali si spreca.

La pubblicità apparsa su internet – e che riproponiamo qui sotto – recita:
Sembra una ragazza
Si comporta come una signora
Pensa come un uomo
Lavora come un boss

Pubblicità BIC facebook

Le reazioni sono state immediate. Gli account Facebook e twitter della BIC sono stati sommersi di insulti e commenti sarcastici. Soprattutto presi di mira, il “Sembra una ragazza” e “Pensa come un uomo”. Furibonde le femministe, ma non solo. La pagina Facebook della BIC Sudafrica è stata invasa da insulti ma anche da consigli sarcastici, del tipo “Mettete qualche donna nel vostro ufficio marketing”, oppure domande ironiche “Ma ci sono donne nel vostro ufficio pubblicità?”

La BIC ha poi postato un messaggio che suonava più o meno così: “Scusate, scusate, non volevamo offendere nessuno. Non lo faremo più”.

Invece di placare gli animi il messaggio ha scatenato nuovi insulti e nuovi commenti sarcastici e ingiuriosi. Il post è stato tolto dopo poche ore e sostituito con un secondo messaggio di richiesta di perdono un pochino più dettagliato. Questo post non sarebbe mai dovuto andare in rete. I vostri commenti ci hanno fatto capire che una cosa del genere non dovrà accadere mai più .  “Hi everyone. Let’s start out by saying we’re incredibly sorry for offending everybody — that was never our intention, but we completely understand where we’ve gone wrong. This post should never have gone out. The feedback you have given us will help us ensure that something like this will never happen again, and we appreciate that.”

Pubblicictà Stabilo Boss

Ma una società concorrente della BIC, la Stabilo,  ha reagito anch’essa postando una pubblicità (che potete vedere qui sopra) corredata con  un commento: “Scusate BIC se sottolineiamo il vostro errore ma è più appropriato il nostro augurio”:
Sembra come vuoi
Comportati come vuoi
Pensa come vuoi
Lavora come un Boss

Già, ma Boss è il modello dei pennarelli evidenziatori prodotti dalla Stabilo

Massimo A. A Alberizzi
massimo.alberizzi@gail.com
twitter @malberizzi

Nigerian Refugees pour into Cameroon fearing Boko Haram

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Special for IRIN
Sylvestre Tetchiada
Minawao (Cameroon), 10th August 2015

It’s still early in the morning in Cameroon’s Far North Region, but hundreds of Nigerian refugees are already hurrying along the Gada Mboulo bridge, a few precious belongings balanced on their head or grasped in their arms.

Fleeing increasingly frequent and deadly Boko Haram attacks, they go through the usual formalities with the Cameroonian military and then walk along a long, dusty dirt road before branching off to find a temporary home.

IN ATTESA REGISTRAZIONE

Many continue on to the Minawao refugee camp, some 40 kilometres west of the regional capital Maroua. The others find refuge with nearby host communities or set up temporary camp in the bush.

Ibrahim Okpyeh explains why he made such a rapid departure from his Nigerian hometown of Gombe. “That country was hell,” he tells IRIN, pointing back to Nigeria on the other side of the bridge. “Never have I seen so many atrocities. These people [Boko Haram militants] killed everyone in our village. They burned my car, our homes and looted cattle.” Okpyeh says he and many others walking alongside him had no choice but to leave.

Inna Djamilla had to walk for more than two weeks before reaching the Cameroon border. “They killed my husband and my eldest son,” she tells IRIN. “What good still remains in this country (Nigeria) that has gone to shit? We have been forced to abandon everything and flee. Several days were spent hiding in the bush. It was horrible.”

CHANGING TACTICS
In recent weeks, the reach of Boko Haram has extended beyond northeastern Nigerian and the Cameroonian border regions further into Cameroon itself, with a spate of suicide bombings in crowded, public places in Maroua adding to existing fears of raids on frontier villages.

Dozens have been killed and hundreds more injured as five suicide bombings rocked the Far Northern Region in the space of just a few weeks. The Cameroonian government responded by tightening security, banning burkas and other full-face veils as well as introducing curfews and checkpoint searches of vehicles and baggage.

See: Cameroon pays high price for joining Boko Haram fight

“The sect (Boko Haram) has opted for an asymmetrical war,” Mathias Owona Nguini, political scientist and lecturer at the University of Yaoundé II Soa, told IRIN, adding that the failure of Cameroon and Nigeria to cooperate in the past had helped the Islamist extremists to spread.

Newly-elected Nigerian President Muhammadu Buhari has made a recent effort to forge closer relations with Cameroon as well as neighbouring Chad, which is also suffering increased insecurity and attacks from Boko Haram. Buhari has made state visits to both countries since being sworn into office in late May. Nigeria has also reportedly pledged $30 million towards the regional task force that is taking on the militants. “We cannot fight against Boko Haram without [better] coordination among states,” Nguini said, urging Cameroon and Nigeria to overcome territorial disputes around Lake Chad and unite against the militants.

check point

Leon Koungou, another political scientist who is a security specialist, drew a link between the emergence of so-called Islamic State and Boko Haram’s increasingly macabre tactics, using children as young as 10 years old as human bombs to explode in open markets packed full of civilians.

The scenario is quite similar as that seen in Iraq,” he said. “The movement has clearly pledged allegiance to the (so-called) Islamic State, and is part of the same approach: one that is to reach not only the morale of states who are mobilising against their actions but also of the public, and to build a territory with substantial resources.”

MORE ATTACKS, MORE REFUGEES
The increased insecurity in northeastern Nigerian and the border region has led to a surge of refugees in recent weeks, most of them trying to flee further into Cameroon and away from the Boko Haram threat.

Between 150 and 300 Nigerian refugees are now being registered each day at the Minawao camp, according to the UN’s refugee agency, UNHCR. The number of Cameroonians fleeing their homes has also increased, although there are no recent, official numbers for internally displaced people.

Mahamat Baiwon, a UNHCR protection officer in Maroua, explained how the refugee agency and Cameroonian government officials were intercepting the incoming refugees soon after they crossed the border. “We want to know where they want to go: either to the Minawao camp or back to another secure area of Nigeria,” he told IRIN. Baiwon said most choose the camp, where they hope to benefit from the free food aid distributions and other services, but added that Minawao had now become “saturated with refugees.”

Created in 2013, and expected to host a maximum of 20,000 refugees, the camp’s population now stands at more than 44,000. In the last six months alone, the number of residents has increased by more than 14,000. Another 30,000 Nigerians are believed to have taken refuge in Cameroon outside the camp, according to local authorities.

The Cameroonian government, along with UNHCR and the World Food Programme (WFP), say they now need to build a second camp to accommodate the increasing number of refugees, but that just 30 percent of the funding appeal has been met. “We’re stilling waiting for donors to respond,” said Laurent Eyenga, who works at Cameroon’s Ministry of Land Management.

HEALTH CONCERNS
With fewer than 30 borehole hand-pumps and only 280 latrines in Minawao – many of which are no longer functional – camp officials say the risk of disease is high.Cholera is of particular concern, as more than 100 people died during an outbreak in April. Now, the camp is more crowded and dirty than ever.

“With the changing demographics, the non-observance of hygiene is deplorable,” Zra Mokol, head of a health clinic near the camp, told IRIN. “Given the current situation, if the (cholera) epidemic were to come again, it would be a disaster.”

Sylvestre Tetchiada
IRIN is an independent, non-profit media organization

The first photo is from Monde Kingsley Nfor/IRIN: Nigerians wait to be registered at Minawao refugee camp. The second is from Brahima Ouedraogo/IRIN: Papers being checked in the Far North Region

La crisi centrafricana investe anche l’ONU nel caos dopo le dimissioni dell’italiana che si occupava di diritti umani

Speciale per Africa Express
Cornelia  I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 13 agosto 2015

Sono passate quasi in sordina – almeno qui in Italia – le dimissioni di Flavia Pansieri, numero due dell’agenzia ONU “Alto commissariato per i diritti dell’uomo” (OHCHR) a luglio di quest’anno. La signora, che vanta una lunga e brillante carriera  all’ONU, se ne è andata, quasi in punta di piedi, per motivi di salute. Questa è la versione ufficiale, confermata dal portavoce dell’agenzia, André-Michel Essoungou in un comunicato stampa del 22 luglio scorso.

La realtà, forse è un’altra. La causa potrebbe essere ricercata negli abusi sessuali su minori per cui sono accusati i caschi blu francesi nella Repubblica Centrafricana, scandalo scoppiato nell’aprile di quest’anno, grazie ad una relazione di Anders Kompass, funzionario della stessa agenzia ONU. Durante l’estate dello scorso anno Kompass aveva presentato un rapporto dettagliato alla Pansieri, suo superiore più alto in grado, che, per sua stessa ammissione, l’ha sottovalutato.

soldati e un morto 600

Come forse spesso capita in casi del genere, la relazione di Kompass è rimasta sul tavolo, forse in un cassetto della Pansieri e per giunta il funzionario è stato sospeso dal servizio, quando ha trasmesso il suo dossier alle autorità giudiziarie parigine, affinché indagassero sui crimini efferati commessi dai soldati francesi di Sangaris (http://www.africa-express.info/2015/04/30/centrafrica-militari-francesi-accusati-di-molestie-sessualiverso-minori/).

Interrogata dalla commissione interna, che ha avviato un’indagine sul perché non avesse dato seguito immediatamente alle gravi accuse di Kompass, la Pansieri ha dichiarato di essere stata molto impegnata e “distratta” da gravi problemi di bilancio. Ci si chiede comunque perché nemmeno Zeid Ra’ad al-Hussein, alto commissario per i diritti umani da settembre 2014, non si sia mosso in tal senso.

Le autorità italiane, in particolare l’allora ministro degli esteri Giulio Terzi, avevano salutato la nomina a vice-commissario per i diritti umani con grande entusiasmo. Ban-Ki moon stesso le aveva conferito l’incarico il 15 marzo 2013. La nostra connazionale, con una laurea in filosofia in tasca, ha esordito all’ONU nel lontano 1983, ricoprendo incarichi anche all’estero.
Terzi, congratulandosi con la Pansieri aveva sottolineato: “E’ un riconoscimento al nostro Paese per l’impegno costante sul fronte dei dirirtti umani”.

Ora, il segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon è infuriato, specie dopo il rapporto di Amnesty International dell’11 agosto 2015 e cominciano a rotolare le prime teste: ieri Ban ha chiesto e ottenuto le dimissioni di Babacar Gaye (http://www.africa-express.info/2015/08/12/scandali-sessuali-e-caschi-blu-si-dimette-il-capo-della-missione-dellonu-centrafrica/ ), capo di MINUSCA (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in the Central African Republic).

Mappa

La situazione generale nel Paese peggiora di giorno in giorno e ci si chiede come possa essere di aiuto il contingente ONU, la Missione MINUSCA, formato da 10.800 uomini, che non solo non rispettano i più elementari diritti umani nei confronti della popolazione, ma che evidenziano anche gravi problemi interni: solo un paio di giorni fa un casco blu ruandese ha ammazzato quattro commilitoni (http://www.africa-express.info/2015/08/10/centrafrica-caso-blu-ruandese-mitraglia-suoi-commilitoni-e-fa-una-strage/ ).
Certo, la violenza che si vive nel CAR è terrificante. Violenza genera violenza, anche in coloro che dovrebbero riportare la pace, proteggere la popolazione civile dalle bande armate.

Il rapporto di Amnesty parla chiaro. Le violenze sui minori, descritte e documentate da Kompass, non sono mai cessate e non si punta solo il dito sui soldati francesi. L’ultimo fatto risale al 2 agosto 2015: durante un’operazione di polizia dei caschi blu nel quartiere PK5 ( abitato da diecimila musulmani, ma anche da alcuni cristiani) di Bangui, capitale del CAR, sono state effettuate delle perquisizioni. Durante una di queste, i maschi della famiglia sono stati portati via, mentre le donne e i bambini sono stati radunati in una stanza della casa.  Regnava il caos più totale, tra le urla disumane dei militari dell’ONU e il pianto disperato dei piccoli, le donne di casa non si sono accorte dell’assenza di una ragazzina di soli dodici anni.

Pansieri e Ban Ki Moon

I ricercatori di Amnesty hanno visto i graffi e i lividi, nonché la sua biancheria intima strappata. In seguito la bimba è stata esaminata da un’infermiera in presenza di un medico. I segni lasciati dall’orco non escluderebbero lo stupro, la violenza carnale. I caschi blu sono accusati anche di altre violenze, come l’uso improprio delle armi e altro. La macchina da guerra dell’ONU, il cosiddetto “corpo di pace”, non funziona più. Necessità di una revisione a 360 gradi.

Il governo di transizione, guidato da Catherine Samba Panza, nel mese di giugno aveva annunciato il calendario elettorale per le prossime elezioni (http://www.africa-express.info/2015/06/19/centrafrica-fissate-le-elezioni-per-ottobre-ma-corruzione-e-violenza-comandano-ancora/). Ieri, come era prevedibile, il presidente del CEEAC (acronimo francese per “Comunità economica per l’Africa centrale), Ali Bongo Ondimba, il capo di Stato del Gabon, ha firmato un nuovo decreto, posticipando le (eventuali) elezione a fine 2015 o inizio 2016, per poter dare una maggiore stabilità al Paese.

Accoltellato a terra

Infatti i punti da chiarire sono ancora molti, non per ultimo – una questione chiave sulla quale non si riesce a trovare un denominatore comune – la possibilità di voto ai centrafricani che si sono rifugiati nei Paesi confinanti a causa della grave crisi nel CAR. Le motivazioni di Ali Bongo sono state le seguenti: “E’ necessario prolungare il periodo di permanenza del governo di transizione dal 18 agosto al 30 dicembre 2015. Ha bisogno di altro tempo per poter indire elezioni credibili e trasparenti”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Nella penultima foto in basso Flavia Pansieri con Ban Ki Moon