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Nelle montagne del Puntland, la resistenza somala contro lo Stato Islamico

Speciale Per Africa ExPress Davide Banfi* 11 aprile 2026 Attraverso...
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Dopo i calciatori dall’Eritrea scappano anche i ciclisti: in 7 chiedono asilo in Etiopia

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 18 ottobre 2015

Tre giorni fa sette ciclisti della categoria Elite hanno lasciato l’Eritrea, sono scappati e hanno chiesto asilo politico al governo etiope. L’Eritrea vanta degli ottimi ciclisti e i sette facevano parte della prima squadra, composta da quattordici ciclisti. A luglio 2015, Daniel Teklehaimanot Girmazion si era distinto nel Tour de France (http://www.africa-express.info/2015/07/17/un-eritreo-fuga-bicicletta-fa-il-giro-del-mondo-cinquantamila-eritrei-fuga-sui-barconi-non-se-li-fila-nessuno) e al suo ritorno era stato accolto come un eroe. Teklemanot corre con l’unica squadra veramente africana, la MTN-Qhubeka, con sede in Sudafrica.

I giovani atleti che hanno lasciato il loro Paese, qualche tempo fa avevano chiesto alle autorità sportive che le loro biciclette e l’equipaggiamento venissero sostituiti, per potersi allenare meglio, precisando che in caso contrario non avrebbero potuto partecipare alle prossime gare.

Poster 600

I responsabili non hanno mai dato seguito alle loro giustificate richieste. Anzi, seccati, arrabbiati per il rifiuto di iscriversi a un’importante competizione che si dovrebbe svolgere fra pochi giorni, gli organi governativi competenti hanno risposto così: “Se non parteciperete alle prossime gare in calendario, dovete presentarvi al distretto militare per l’addestramento”.

E si sa bene cosa è il servizio militare in Eritrea: Infinito, un avvenire senza futuro. Se si diserta, carcere, torture, persecuzioni a vita, se non si muore prima. Senza perdersi d’animo, gli atleti hanno lasciato tutto: affetti, biciclette, fama e hanno attraversato il confine tra Eritrea e Etiopia, consegnandosi spontaneamente alle autorità etiopi, che li hanno accolti e accompagnati al campo per profughi di Enda Abba Guna, nell’ovest del Tigrai.

Se fuggono gli atleti, la situazione si fa seria davvero in Eritrea. Meno di una settimana fa dieci calciatori della nazionale eritrea hanno disertato e dopo una partita contro il Botswana, valevole per i mondiali del 2018, si sono presentati in una stazione di polizia e inoltrato la domanda come rifugiati politici (http://www.africa-express.info/2015/10/14/dieci-atleti-della-nazionale-di-calcio-eritrea-chiedono-asilo-politico-in-botswana/) e malgrado le pressioni del governo eritreo esercitato su quello botswano, sono al sicuro, non saranno deportati nel Paese d’origine.

I calciatori, che hanno partecipato alla trasferta in Botswana erano ventiquattro. Come mai solo dieci di loro hanno chiesto asilo politico? Gli altri quattordici che fanno parte della squadra nazionale eritrea vivono all’estero, alcuni in Paesi occidentali. Giocano per altre squadre. Un giochino imbastito da Isaias Afeworki , ma si sa, il diavolo fa le pentole, non i coperchi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Sudafrica: martedì Pistorius esce dal carcere

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Africa ExPress
16 ottobre 2015

Oscar Pistorius sarà scarcerato martedì prossimo. Lo ha reso noto poche ore fa il “Correctional Services department “. Sconterà il resto della pena agli arresti domiciliari, presso la casa dello zio. La legge sudafricana prevede, infatti, che un detenuto “non pericoloso” debba espiare in carcere solo un sesto della pena inflitta. L’ex-atleta sarebbe dovuto essere scarcerato alla fine di agosto, dopo dieci mesi di detenzione; ma le proteste da parte di ONG femminili e il diretto intervento del ministro della Giustizia sudafricano, Michael Masuth hanno ritardato il suo rilascio.

Oscar Pistorius e Reewa 600

Il ministro in persona aveva chiesto che il dossier venisse esaminato da un’altra commissione, e che anche Pistorius fosse sentito da quest’ultima.

Una decina di giorni fa, la commissione di revisione (http://www.africa-express.info/2015/10/06/sudafrica-oscar-pistorius-resta-in-carcere/), incaricata dal ministro, non ha voluto prendere alcuna decisione, rinviando nuovamente il caso alla Kgosi Mampuru, iI correctional supervision and parole board. Dopo aver riesaminato il fascicolo e sentito i genitori di Reeva Steenkamp, la fidanzata che l’ “Uomo più veloce senza gambe”, aveva ucciso per “errore” il giorno di San Valentino del 2013, ha deciso di concedere alla ex-stella dell’atletica gli arresti domiciliari.

Nell’ottobre dello scorso anno Pistorius era stato condannato per omicidio colposo a cinque anni di carcere. Attualmente ne ha “già” scontato uno.

Primo piano Reeva e Oscar

In un comunicato la commissione ha esposto le motivazioni della sua decisione: “Dopo un’attenta analisi dei fatti, già menzionati e contenuti nel documento G326 (rapporto del profilo), sottomesso al “Case Management Committee” nei termini della sezione 42(2)/*79 dei Servizi correzionali, atto 1998, la commissione sulla libertà condizionale ha deciso di affidare Oscar Pistorius alla supervisione correzionale dal 20 ottobre 2015 al 30 ottobre 2019.

Inoltre abbiamo spiegato al colpevole poste per scontare la pena  nelle sue nuove condizioni, che includono le direttive della commissione di revisione sulla libertà vigilata, come la psicoterapia e il divieto di detenere armi, secondo il “the Fire Arms Control Act” sezione 103”.

Non è detto che Pistorius possa restare a lungo nella casa dello zio. Il Pubblico ministero si è appellato alla sentenza per omicidio colposo. La prima udienza per il processo d’appello è stata fissata per il 3 novembre 2015. In caso di una nuova condanna per omicidio, la pena da scontare in carcere potrebbe essere ben più lunga.

Africa ExPress

Dieci atleti della nazionale di calcio eritrea chiedono asilo politico in Botswana

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Africa ExPress
14 ottobre 2015

Dieci giocatori della squadra nazionale di calcio eritrea hanno chiesto asilo politico in Botswana. Ieri il team della nostra ex-colonia ha disputato il match valido per le qualificazioni per i mondiali del 2018 a Francistown, la seconda città del Botswana, perdendo 3 a 1.

I dieci atleti si trovano attualmente in stato di fermo alla stazione di polizia a Francistown, dove hanno formalizzato la richiesta di asilo politico per le continue violazioni dei diritti umani in Eritrea.

il team scappato in Bot

La notizia è stata confermata da Basadi Akoonyatse, vice-presidente della Botswana Football Association (BFA). Ieri, dopo la partita, dieci calciatori eritrei si sarebbero rifiutati di far ritorno al Tati River Lodge, albergo riservato al team eritreo, composto da ventiquattro giocatori. I dieci atleti si sarebbero recati spontaneamente nella vicina stazione di polizia, mentre gli altri quattordici sarebbero pronti a fare ritorno ad Asmara.

L’  “Eritrean Movement for Democracy and Human Rights” del Sudafrica ha incaricato questa mattina lo studio legale Bayford and Associates di rappresentare gli atleti.

Da fonti diplomatiche è trapelato che il governo eritreo sta esercitando la massima pressione affinché i dieci giocatori vengano rimpatriati quanto prima.

Come tutti i giovani eritrei, anche questi calciatori sono militari. Con la deportazione forzata rischiano la galera, torture, persecuzione dei familiari e altro.

In passato altri giocatori e atleti hanno chiesto asilo politico durante le trasferte all’estero.
Ogni mese oltre cinquecento eritrei lasciano il loro Paese, scappano da una delle peggiori dittature, pari solamente a quella di Kim jong-un, presidente della Corea del nord.

Naturalmente Isaias Afeworki, presidente della nostra ex-colonia nega fermamente tutte le accuse, ma il rapporto dell’ONU dello scorso giugno rivela ufficialmente ciò che avviene nel Paese (http://www.africa-express.info/2015/06/11/il-rapporto-onu-che-inchioda-la-dittatura-eritrea-litalia-non-puo-essere-complice-dei-tiranni/)

Africa ExPress

Zimbabwe, il cacciatore che ha ucciso il leone Cecil non è più incriminato: aveva le carte in regola

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Africa ExPress
13 ottobre 2015

Lo Zimbabwe non procederà legalmente contro Walter Palmer, il dentista americano che durante una battuta di caccia grossa aveva ucciso il leone Cecil. Il medico, infatti, era in possesso dei regolari permessi. “Non può essere incriminato, i suoi documenti sono in regola – ha commentato  Oppah Muchinguri, ministro dell’Ambiente – ma ora dovremo rivedere il rilascio delle licenze da caccia”.

In un primo momento Muchinguri aveva chiesto l’estradizione del dentista (http://www.africa-express.info/2015/08/02/lo-zimbabwe-chiede-agli-stati-uniti-di-estradare-il-dentista-che-ha-ucciso-cecil/), ma ha dovuto rivedere la sua posizione, in quanto sembra che Palmer non abbia infranto alcuna legge, uccidendo Cecil con freccia ed arco.

palmer e cecil Ucciso

Theo Bronkhurst, la guida del dentista, è ancora sotto processo. La prossima udienza è fissata per questo giovedì. Si dichiara innocente e rigetta l’accusa ”di non aver impedito la caccia illegale”.

L’uccisione di Cecil aveva suscitato scalpore nel mondo intero: era il simbolo del parco nazionale dello  Hwange (http://www.africa-express.info/2015/07/31/bracconiere-paga-50-mila-dollari-e-ammazza-cecil-il-leone-simbolo-dello-zimbabwe/). Per oltre due mesi il dentista americano ha dovuto nascondersi e chiudere la sua clinica odontoiatrica, riaperta solo poche settimane fa.

Il mese scorso, durante un’intervista al Minneapolis Star Tribune, Palmer ha confessato: “Non avrei ucciso questo leone, se avessi saputo che si trattava di Cecil”.

Africa Exress

Boko Haram all’attacco in Ciad e in Camerun: decine di morti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 11 ottobre 2015

Cinque bombe sono esplose ieri pomeriggio poco dopo le 15.00 a Baga Sola, città del Ciad, al confine con la Nigeria. A causare la morte di quarantuno persone e il ferimento di altre quarantotto, sono stati cinque kamikaze: due donne, un uomo e due giovanissimi dai dieci ai quindici anni. Stamattina, invece, i terroristi hanno colpito Mora, città del Camerun settentrionale, al confine sempre con la Nigeria. Le notizie su quest’ultimo attentato sono ancora frammentarie. Fonti militari hanno riferito ai reporter di Reuters che due Kamikaze si sono fatti esplodere, uccidendo undici persone e ferendone altre dieci. L’ondata di attacchi è stata attribuita ai Boko Haram, anche se mancano ancora le rivendicazioni.

 

carneficina 600La prima esplosione, è avvenuta al mercato del pesce di Baga Sola ad opera delle due donne. Hanno perso la vita almeno sedici persone, secondo il capo della polizia ciadiana  Banyaman Cossingar.

Gli altri tre kamikaze si sono fatti esplodere nelle vicinanze del campo per profughi Kousseri, che accoglie sfollati ciadiani, situato alle porte della cittadina.

Il bilancio dei morti e feriti è ancora provvisorio. Pare che tra le vittime ci siano anche dei bambini. Le indagini sono ancora in corso. Il governo afferma che la situazione è sotto controllo, ma invita la popolazione a restare vigile, per evitare altri bagni di sangue.

boko

Sul lago Ciad si affacciano quattro nazioni: Nigeria, Niger, Camerun e Ciad. Anche se la superficie del lago si riduce di anno in anno, lo specchio d’acqua è cosparso di isole e isolotti. Abitati prevalentemente da pescatori, sono coperti da una vegetazione molto fitta. Sono quindi difficilmente controllabili attraverso i voli di ricognizione, e per questo rappresentano un ottimo nascondiglio per gli infiltrati terroristi dalla vicina Nigeria.

A febbraio i Boko Haram avevano attaccato un villaggio al confine con la Nigeria (http://www.africa-express.info/2015/02/16/terroristi-di-boko-haram-attaccano-ciad-ma-vengono-respinti-dallesercito-di-ndjamena/), e a giugno, il mercato di N’Djamena, la capitale della ex-colonia francese. (http://www.africa-express.info/2015/07/11/kamikaze-boko-haram-al-mercato-centrale-di-ndjamena-17-morti-e-decine-di-feriti).

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Eni e Anadarko insieme per l’estrazione gas in Mozambico

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 10 ottobre 2015

Due colossi energetici insieme nell’estrazione e lo sfruttamento di gas naturale in Mozambico. L’italiana Eni e la texana Anadarko svolgeranno attività distinte ma coordinate a nord del Paese africano, nel bacino del Rovuma al largo della provincia di Cabo Delgado.

Un immenso giacimento di gas naturale dove, secondo studi dell’Eni, sono state accertate enormi risorse. Secondo Claudio Descalzi ad di Eni, intervistato da RaiNews, si tratta di uno dei più grandi giacimenti scoperti nella storia dell’azienda: 2,4 miliardi di metri cubi di gas., un quantitativo di combustibile che consentirebbe di soddisfare il bisogno degli italiani per trent’anni.

Secondo gli accordi siglati con il governo mozambicano, Eni è operatore nell’Area 4, complesso di Mamba-Coral, con una quota del 50% detenuta attraverso Eni East Africa che controlla il 70%.

L'Area 1 di Enadarko e l'Area 4 di Eni dove sono situati i giacimenti di gas naturale a nord del Mozambico
L’Area 1 di Enadarko e l’Area 4 di Eni dove sono situati i giacimenti di gas naturale a nord del Mozambico

Partner sono Empresa Nacional de Hidrocarbonetos, società di stato mozambicana; la portoghese Galp Energia e la sudcoreana Kogas ognuna delle quali detiene il 10%. Anche la China National Petroleum Corporation (CNPC), nell’Area 4, da luglio 2013 ha una partecipazione indiretta del 20% attraverso Eni East Africa. Eni prevede di produrre fino a 340 miliardi di metri cubi di gas.

Il giacimento dell’Area 4 si trova in un bacino geologico finora inesplorato a una profondità di 2.600 metri nelle acque profonde del Bacino di Rovuma, su una superficie di quasi 13mila km quadrati.

Anadarko, opera invece dell’Area 1 con una quota del 26.5% in partnership con la giapponese Mitsui (20%), Empresa Nacional de Hidrocarbonetos (15%), le le indiane ONGC Videsh (16%), Bharat PetroResources (10%) e Oil India (4%) e la thailandese PTT Exploration & Production (8.5%).

Eni e Anadarko avranno anche impianti di liquefazione di GNL comuni onshore nella penisola di Afungi su un’area di 7mila ettari per la quale è previsto un investimento di 20 milioni di USD. L’impianto prevede la produzione dal 2018 con una capacità di 5 milioni di tonnellate di gas all’anno.

Nel frattempo ci sono stati importanti cambiamenti ai vertici di due aziende strategiche mozambicane. Nella Empresa Nacional de Hidrocarbonetos, Nelson Ocuane, dal 2007 presidente del consiglio di amministrazione, lo scorso 11 agosto è stato sostituito dall’economista Omar Mithá, vice ministro mozambicano dell’Industria e del commercio dopo soli otto mesi di mandato. Cambio anche alla presidenza dell’ Instituto National do Petròleo dove Arsénio Mabote in carica dal 2004, è stato sostituito da Carlos Joaquim Zacarias.

Nella provincia di Cabo Delgado è anche prevista la creazione di una centrale elettrica da 75 MW funzionante a gas. L’estrazione di gas naturale dovrebbe portare 40mila posti di lavoro ma molti, anche tra le elite mozambicane, sono scettici sui benefici portati dallo sviluppo nel nord del Paese.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin

Il golpe si allontana: un nuovo governo per la Guinea Bissau

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Africa ExPress
8 ottobre 2015

Lunedì scorso Jose Mario Vaz, presidente della Guinea Bissau, ha formato un nuovo governo, con l’appoggio del secondo partito del Paese. Baciro Dja – nel governo precedente ministro per gli affari presidenziali – è stato nominato premier.

Alcune settimane fa Vaz aveva licenziato il precedente governo, e tra la popolazione è tornata la paura di un nuovo colpo di Stato. Un sentimento quasi endemico nel Paese: dalla sua indipendenza, ottenuta nel 1973 dal Portogallo, mai nessun presidente è riuscito a portare a termine il proprio mandato.

Mappa

Il mese scorso Vaz aveva letteralmente messo alla porta il primo ministro Domingos Simoes Pereira, anche lui membro del PAIGC (Partido Africano da Independência da Guiné e Cabo Verde), il partito al potere. Il suo allontanamento non è stato apprezzato dal PAIGC e il presidente ha dovuto chiedere aiuto al Partido para a Renovação Socia (PRS).

Il nuovo esecutivo è composto da quindici ministri e altrettanti segretari di Stato; di questi, cinque ministri e cinque segretari di Stato provengono dal PRS.

Il mese scorso l’ONU ha chiesto con insistenza ai vari partiti di riprendere il dialogo per mettere un punto finale alla lotta al potere e per non compromettere ulteriormente la già fragile stabilità del Paese.

Le manifestazioni anti- Vaz si sono svolte in modo pacifico, e ai militari è stato chiesto di rimanere nelle caserme e di non intromettersi nelle faccende politiche.gente

Dal 1980 la Guinea Bissau ha subito nove colpi di Stato o tentativi di golpe. I trafficanti di droga hanno sempre saputo approfittare del caos politico, usando il Paese come punto di transito per il contrabbando di cocaina proveniente dal Sud America e destinata al mercato Europeo.

Le ultime libere elezioni, nel 2014, hanno fatto affluire nuovamente nell’ex colonia portoghese gli aiuti internazionali che erano stati congelati dopo l’ultimo colpo di Stato del 2012.

Africa Express

Guinea Equatoriale: l’economia corre ma il popolo è affamato

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EDITORIALE
Andrea Spinelli Barrile
8 ottobre 2015

La Guinea Equatoriale è il paese più ricco di tutta l’Africa: a dirlo è la Banca Mondiale che, in un rapporto pubblicato lunedì 5 ottobre 2015, quantifica il prodotto interno lordo del piccolo paese dell’Africa subsahariana in 14,31 miliardi di dollari (al 38esimo posto nel mondo) per meno di 800mila abitanti. Un dato storico per l’Africa, superiore a quello di economie in forte crescita come quella del Brasile, del Cile e della Polonia.

Da dove arriva tutta questa ricchezza, distribuita interamente in un ristrettissimo gruppo di accoliti al potere? La realtà sociale equatoguineana, infatti, racconta di un popolo che per l’80% vive con 1,25 dollari al giorno.

La Guinea Equatoriale negli ultimi due anni ha scoperto giacimenti di gas naturale e miniere diamantifere di tutto rispetto, oltre che aver aperto cave per l’estrazione del coltan (un minerale utilizzato per la realizzazione di smartphone e tablet): la verità però è un’altra e orienta il grande business del piccolo paese africano sul solito redditizio petrolio, nonostante il prezzo al barile si sia più che dimezzato negli ultimi 24 mesi.

Povera gente

Il Pil equatoguineano, cresciuto nel 2014 del 4,6 per cento, crescerà nel 2015 “solo” del 3,7 per cento, un calo non da poco che mostra come il crollo del prezzo del petrolio abbia avuto una forte influenza sull’economia estrattiva guineana. Nonostante questi dati che descrivono un’economia in forte crescita, la Camera di Commercio della Guinea ha dichiarato nel novembre scorso lo Stato “insolvente” verso le aziende straniere degli altri settori strategici (opere pubbliche, legname ed energia in particolare).

Chi conosce la realtà economica della Guinea Equatoriale sostiene che “il petrolio è un affare diverso” e in effetti sembra proprio essere così: oggi la Guinea è il terzo esportatore di petrolio dall’Africa e la multinazionale più presente nel mercato estrattivo di idrocarburi è l’americana Exxon Mobil, già coinvolta nel 2004 nello scandalo Riggs Bank, quando una Commissione d’Inchiesta del Senato americano scoprì versamenti per 300 milioni di dollari sui conti coperti che il Presidente Teodoro Obiang Nguema Mbasogo aveva nella banca americana con sede a Washington, versamenti effettuati dalle multinazionali petrolifere Exxon ed Hess Corporation.

Un “affare diverso” quindi da tutti gli altri business pubblici e privati del piccolo paese africano perché il protagonista è “colui che tutto può”: il potentissimo ed anziano Teodoro Obiang.

con occhiali da sole 600

Un affare oscuro e incalcolabile, al netto del fatto che nessuno conosce esattamente gli introiti petroliferi guineani: precedentemente la produzione principale era il legname, grazie ad un territorio coperto per oltre il 60 per cento da foreste e boschi, business oggi precipitato ad un misero 5 per cento del totale e utilizzato ampiamente dal figlio di Obiang, il secondo vicepresidente Teodorin Nguema Mangue, per alimentare i propri conti correnti con mazzette e ricatti agli impresari grazie ad un acuto sistema di concessioni governative, estorsioni e controllo personale del vicepresidente.

Anche Teodorin Nguema, indicato dai più come il successore del padre alla presidenza, è molto vicino al mercato petrolifero guineano e dai suoi ingenti guadagni: già nel 1991, quando le grandi compagnie stavano ancora solo esplorando gli enormi giacimenti della Guinea Equatoriale, la multinazionale Walter Oil&Gas Corporation pagò i suoi studi americani alla Pepperdine University di Malibu (cinque improduttivi mesi di studio) oltre che la sua permanenza al lussuoso Beverly Wilshire Hotel e in alcune residenze di lusso a Malibu.

Il petrolio continua a giocare un ruolo chiave nei rapporti tra Stati Uniti e Guinea Equatoriale, che ufficialmente risulta ancora tra gli “alleati” di Washington: secondo Tutu Alicante, un attivista per i diritti umani e fondatore della ONG EGJustice, il ruolo del petrolio è tutt’ora importantissimo nei rapporti tra i due Paesi, essendo la produzione in mano ad aziende americane: sarà forse questo il motivo per il quale Teodorin Nguema è stato recentemente accolto alle Nazioni Unite con tutti gli onori e ricevuto dalla famiglia Obama con foto di rito nonostante i suoi guai giudiziari con il Dipartimento di Giustizia USA, che attende ancora che il rampollo di casa Obiang onori il patteggiamento da 30 milioni di dollari al termine di un processo per riciclaggio internazionale dei proventi di vari reati (corruzione ed appropriazione indebita) perpetrati come governante nel proprio paese.

teodorino il figlio

Quello americano è un atteggiamento decisamente ambivalente che, ad oggi, ha come unico effetto quello di garantire semplicemente il mantenimento dello stato delle cose: la situazione potrebbe evolversi rapidamente e sembra che possa essere, anche in questo caso, l’arrivo dell’orso russo a motivare gli americani verso un cambio di atteggiamento.

Dopo l’accordo Russia-Guinea Equatoriale per facilitare l’ingresso di navi da guerra russe nel porto di Malabo è stato recentemente siglato un secondo memorandum tra i Ministeri della Difesa dei due paesi: il portavoce del ministero russo, il primo capitano Igor Dygalo Rango, ha incontrato i giornalisti a Mosca venerdì scorso dando la notizia di un nuovo accordo per “ampliare la cooperazione navale sui principi di equità e di partenariato”: le due marinerie effettueranno esercitazioni navali congiunte e collaboreranno nel settore della cantieristica navale militare.

Il documento prevede infatti visite pianificate di navi militari e seacraft ausiliari nei porti di entrambi i paesi, esercitazioni congiunte, addestramento degli equipaggi, formazione navale, idrografia e collaborazione sulla cantieristica navale. Il protocollo porta la firma dell’ammiraglio Viktor Chirkov, comandante in capo della Marina russa, e del ministro della Sicurezza Nazionale della Guinea Equatoriale Nicholas Obama Nchama.

Andrea Spinelli Barrile
spinellibarrile@gmail.com
Skype: djthorandre
twitter @spinellibarrile

Nelle foto dall’alto in basso: gente a Malabò, Teodoro Obiang, il padre, Teodorino Obiang, il figlio

Pace lontana in Centrafrica: ricominciano gli scontri, i saccheggi e le violenze

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 7 ottobre 2015

Decine di morti e almeno 150 in quella che è la più cruenta ondata di violenza che ha colpito la Repubblica Centrafricana (CAR) dal 2013. In un comunicato del ministero della Sicurezza Pubblica centrafricana, il portavoce del governo,  Dominique Saïd Panguindj, ha stilato il triste bilancio di questi ultimi giorni infuocati: sessantuno persone sono morte, altre trecento ferite, alcune anche in modo grave.

Gli scontri si sono verificati durante la notte di sabato 26 settembre, dopo l’uccisione di un giovane conduttore musulmano di boda-boda (cioè di moto-taxi) a Bangui, capitale del CAR. Secondo alcuni testimoni, il ragazzo sarebbe stato sgozzato da due uomini: non è dato di sapere il motivo dell’assassinio. Il suo corpo è stato portato durante la stessa notte nel quartiere musulmano PK5 della capitale, dove giovani residenti hanno eretto delle barricate.

CaSCHI BLU SU CAMION

A rappresaglia del vile atto, altri musulmani hanno aperto il fuoco in un quartiere a maggioranza cristiana, incendiando anche case e macchine. E così le violenze si sono propagate velocemente in diversi quartieri, paralizzando la città per alcuni giorni, durante i quali centinaia di prigionieri, per lo più militanti degli anti-balaka (corpo paramilitare composto prevalentemente da cristiani e animisti), sono riusciti ad evadere dalle galere di Bangui.

A nulla è valsa l’imposizione di un coprifuoco; i manifestanti hanno chiesto le dimissioni della presidente di transizione, Catherine Samba-Panza, che ha definito le brutalità, la ferocia di questi giorni come un colpo di Stato. Una “presa del potere con la forza”, l’ha definita, sottolineando che si è voluto esplicitamente interrompere il processo elettorale, il dialogo politico e il patto repubblicano.

Al momento degli scontri, la Samba-Panza si trovava al Palazzo di Vetro di New York, dove ha presenziato all’assemblea generale dell’ONU. E’ tornata in patria solamente il 30 settembre, accompagnata dal capo di MINUSCA (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in the Central African Republic), il gabonese Parfait Onanga-Anyanga, nominato lo scorso agosto, dopo le dimissioni del senegalese Babakar Gaye, richieste dal segretario generale dell’ONU, Ban-Ki moon, a causa degli scandali sessuali che ha visto protagonisti alcuni caschi blu nella Repubblica Centrafricana. (http://www.africa-express.info/2015/08/12/scandali-sessuali-e-caschi-blu-si-dimette-il-capo-della-missione-dellonu-centrafrica/)

Sconcertante la distruzione di luoghi sacri, come la Chiesa di Saint-Michel nel quartiere musulmano PK5, e, in particolare, la moschea di Lakouanga, già devastata in precedenza dagli anti- balaka (gruppi armati composti prevalentemente da cristiani). Per mesi giovani cristiani, residenti del quartiere, erano impegnati nella sua ricostruzione. Era il cantiere simbolo della riconciliazione tra le comunità.

Il corpo del conducente di boda boda

Padre Etienne Cotowawé, sacerdote di una parrocchia che dista solo cinquecento metri dalla moschea, ha riferito che i ragazzi del quartiere erano disarmati, non potevano intervenire in nessun modo, ma sono stati ugualmente minacciati dai vandali con queste parole: “Non impediteci di distruggere la moschea! Torneremo e distruggeremo tutto il quartiere di Lakouanga”.

La ferocia inaudita si è riversata anche sulle ONG, come l’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), la sede dell’Azione Contro la Fame e altre, presenti nel Paese: uffici e abitazioni di funzionari e impiegati distrutti e saccheggiati. Ora la loro attività stenta a riprendere, almeno duecento operatori umanitari hanno lasciato l’ex-colonia francese. Per il momento sono in funzione solo le attività d’urgenza, come quella di Medici Senza Frontiere (MSF).

Si stima che in questi ultimi giorni oltre trentamila persone abbiano lasciato le loro abitazioni per sfuggire alle violenze. Si aggiungono così ai 430.000 sfollati e ai 460.000 rifugiati nei Paesi confinanti come Ciad, Camerun, Congo-K e Congo-Brazzaville. Oltre la metà della popolazione, ossia 2,7 milioni di persone, hanno bisogno di assistenza umanitaria urgente.

Ora Bangui cerca di ritornare alla normalità. Lunedì uffici e banche sono stati riaperti. Qua e là si trovano ancora resti di barricate. La città era silenziosa e le strade ancora semi-deserte.

Per domenica gli abitanti del quartiere PK5 hanno indetto una manifestazione in favore della pace, della riconciliazione. La comunità musulmana non accetta le accuse e le insinuazioni di essere responsabile della crisi che ha investito la Repubblica centrafricana dal dicembre 2013.

I caschi blu di MINUSCA, che operano a Bangui, il 28 settembre hanno disperso una manifestazione durante la quale sono morte tre persone; i dirigenti di MINUSCA hanno negato di aver sparato contro la folla inferocita e respinto qualsiasi loro responsabilità e coinvolgimento. La popolazione non ama la presenza delle forze internazionali presenti sul territorio. Tutti hanno chiesto il loro ritiro. Durante i disordini i più si sono rinchiusi nei loro alloggi di Bangui per questioni di sicurezza.

Il conflitto nella ex-colonia francese si consuma lentamente e inesorabilmente nel silenzio dei media. Migliaia di morti, centinaia di migliaia di sfollati e rifugiati non fanno notizia, una guerra di “religione” tra bande armate anti-balaka e ex-Séléka, finanziate anche dalle multinazionali del legno pregiato  (http://www.africa-express.info/2015/07/19/centrafrica-le-multinazionali-e-il-saccheggio-delle-grandi-foreste-pluviali/) e dei diamanti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Nella foto in alto caschi blu a Bangui. In basso il corpo del conducente di boda boda

Libia, qualche speranza sui negoziati e molte ombre

Speciale per Africa ExPress
Barbara Ciolli
06 ottobre 2015

Le milizie di Misurata hanno liberato 45 detenuti gheddafiani per la festa islamica del Sacrificio (Eid al Adha), che in Libia quest’anno ha segnato il concretizzarsi dei negoziati per il governo di unità nazionale, con un protocollo da firmare entro il 20 ottobre. Dagli islamisti che controllano anche il Parlamento di Tripoli è un segnale di pacificazione, ma altre notizie non fanno ben sperare.

L’inviato speciale per le Nazioni Unite, Bernardino Leon, ha espresso ottimismo per un “accordo raggiunto all’80%”. Ma poi ha lasciato l’incarico senza proroghe, alla scadenza di mandato, cedendo quella che sarebbe stata una sua vittoria personale al successore, il tedesco Martin Kobler. Se l’intesa era davvero a un soffio dal traguardo, perché consegnarla a un diplomatico che ha lavorato più in Medio Oriente che in Africa e non ha esperienze in Libia?

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Il capo della Farnesina Paolo Gentiloni chiedeva che Leon restasse fino all’auspicata firma dei governi di Tripoli e Tobruk, i due principali poteri che si scontrano in Libia: gli islamisti di Misurata e Tripoli contro il parlamento esiliato nell’Est dei laici (tra i quali i gheddafiani) del generale Khalifa Haftar. “Altrimenti si dovrà ricominciare da capo col rischio di una degenerazione enorme”, ha detto il ministro degli Esteri italiano, ma l’Italia che aspira alla leadership sulla transizione in Libia non è ascoltata né a Palazzo di Vetro né dai leader europei.

All’Assemblea generale dell’ONU il premier Matteo Renzi ha fatto un discorso roboante, rivendicando il “ruolo di guida per l’assistenza e la stabilizzazione della Libia, se il governo libico ce lo chiede”: un intervento non solo militare cioè, legittimato dalle Nazioni Unite con il via libera di un governo libico di unità nazionale come interlocutore.

Poi però il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha incaricato un tedesco, non un italiano, come nuovo inviato speciale in Libia, dove prima della caduta di Gheddafi la Germania, diventata molto attiva anche in Siria, era il secondo Paese Ue con più interessi dopo l’Italia. Tutto può essere, in queste settimane la matassa si potrebbe sbrogliare e Tripoli pacificarsi davvero con Tobruk. Ma il quadro attuale non è incoraggiante per i piani italiani, in un momento in cui l’Italia aspetta risposte importanti dalla Libia.

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Mancano ancora all’appello i quattro tecnici italiani della Bonatti – Gino Pollicardo, Fausto Piano, Filippo Calcagno e Salvatore Failla – rapiti a luglio, mentre erano in viaggio verso l’impianto petrolchimico di Mellitah, a ovest di Tripoli, cogestito dall’Eni. I servizi segreti e la diplomazia italiane sono al lavoro, ma i famigliari non ricevono novità e da un po’ in Libia si susseguono voci – trasversali agli schieramenti, anche se subito strumentalizzate – di trafficanti all’origine di sequestri e delitti collegati a italiani.

Prima di lanciare, a luglio, la missione navale dell’Ue contro barconi e scafisti capitanata dagli italiani, la colpa di rapimenti e omicidi veniva sempre data alle milizie. Poi, qualche giorno prima che, da fonti dell’intelligence italiana, filtrassero le indiscrezioni ai media sul “sequestro dei quattro italiani” come ritorsione per “l’arresto di trafficanti”, le medesime informazioni erano giunte ad Africa ExPress anche dagli abitanti di Mellitah. A livello ufficiale, i vertici dei servizi e della Farnesina hanno poi smentito collegamenti tra il più grosso sequestro di italiani in Libia e arresti di scafisti.

A settembre ha avuto poi molta eco l’arresto in Germania, su mandato europeo di cattura della Procura di Palermo, di un altro boss, di origine eritrea, della rete di Tripoli della tratta di esseri umani, che si spacciava richiedente asilo. Infine il tam tam del giallo, derubricato a bufala, sull’uccisione di un trafficante libico, in un conflitto a fuoco a Tripoli con un commando che usava armi non libiche e “parlava italiano”.

L’identità del morto pare essere stata confusa. Dopo le secche smentite di Roma su “forze speciali” mandate in Libia, i riflettori si sono spenti e la colpa è andata ai soliti scontri tra le tribù libiche foraggiate per decenni da regalie in armi e prebende dal rais . Ma è comunque strano che politici libici, anche discutibili, abbiano (salvo poi ritrattare) puntato il dito direttamente contro gli italiani: un azzardo inedito, tanto è grande la dipendenza economica dell’ex colonia dall’indotto petrolifero dell’Eni.

Rescuers collect the bodies of African would-be migrants that were washed up on the shore of al-Qarboli, some 60 kilometers east of Tripoli, Libya, 25 August 2014. More than 220 migrants were reported dead on 25 August following three shipwrecks at the weekend off the coasts of Libya and Italy. Libyan navy spokesman Ayoub Abul Qassem said that least 200 people died in a shipwreck on 22 August, adding that the search was on for the missing. The wooden boat was carrying African migrants and only 17 had survived so far. ANSA/STR ATTENTION EDITORS: PICTURE CONTAINS GRAPHIC CONTENT

In Libia il Cane a sei zampe continua a pompare gas e petrolio a livelli pre-guerra, grazie ai giacimenti offshore e grazie anche ai rapporti ufficiali e ufficiosi intessuti con entrambi i governi, quello riconosciuto di Tobruk e anche quello gli islamisti di Tripoli, e con le milizie che controllano giunte comunali e parlamenti di un Paese frammentato da oltre 1.700 gruppi armati. L’ambasciata italiana è stata l’ultima a sgomberare a febbraio, mentre tutte le altri sedi diplomatiche erano state bersagliate da attentati e intimidazioni.

Ora anche per l’Italia sembra che il vento inizi a cambiare. Una risoluzione presentata all’ONU a settembre dagli inglesi chiede di autorizzare gli europei a blitz sui barconi dei migranti in acque internazionali, “usando tutte le misure necessarie”, cioè il ricorso all’azione militare del Capitolo 7 della Carta delle Nazioni Unite. A causa delle diverse legislazioni vigenti nell’Ue, Gran Bretagna e Germania avrebbero bisogno del via libera dell’Onu per sequestrare e distruggere i barconi mentre l’Italia, secondo fonti diplomatiche, potrebbe in realtà già farlo dall’inizio della missione.

Nella prima stesura della bozza si chiedeva il Capitolo 7 anche per i blitz nelle acque e sulle coste libiche, ma le fazioni in guerra si sono opposte all’unisono. Dal 2014, secondo un rapporto ONU, in Libia si contano oltre 4.600 morti nei combattimenti. Un terzo degli oltre sei milioni di abitanti vive in alloggi precari. Bengasi, la seconda città e capitale economica del Paese, è distrutta dai bombardamenti. A Tripoli la vita sembra andare avanti, ma sempre più attività sono paralizzate, le famiglie vengono depredate da razzie e sequestri e la disoccupazione è in forte aumento.

 

Barbara Ciolli
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