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Nelle montagne del Puntland, la resistenza somala contro lo Stato Islamico

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Mussie Zerai e i migranti sacrificati per petrolio e rifiuti. I patti col diavolo dell’Ue

Speciale per Africa ExPress
Barbara Ciolli
25 ottobre 2015

“Non muri e prigioni ma corridoi umanitari e veri finanziamenti allo sviluppo”. Il prete eritreo Abba Mussie Zerai (nella foto), arrivato in Italia vent’anni fa da richiedente asilo, raccoglie gli sos dei migranti nel Mediterraneo, “la sua missione”, salvando migliaia di vite, ora negozia a Bruxelles le soluzioni per l’emergenza. Discute con l’alto rappresentante per le Politiche estere e di Sicurezza Ue Federica Mogherini e anche con il duro Commissario Ue per le Migrazioni Dimitris Avramopoulos. “Almeno c’è interesse ad ascoltarci”, racconta il sacerdote, che quest’anno era tra i candidati al Nobel alla Pace, ad Africa Express al termine di un dibattito sul traffico di migranti, all’Internet Festival di Pisa. “Sto cercando di conciliare le nostre ragioni umanitarie con i loro interessi economici”.

ZErai eritrea

Perché l’Europa che parla con “l’angelo dei migranti” continua a privilegiare i rapporti strategici e di potere con i regimi, per sfruttare le risorse minerarie ed energetiche di territori usati anche illegalmente dagli stranieri come discariche abusive. Per il gas e il petrolio nel Corno d’Africa per esempio – dove l’Italia è in prima linea – attraverso il processo di Khartum si stanno riabilitando il dittatore sudanese Omar Bashir (ricercato dal Tribunale internazionale dell’Aja per crimini di guerra e contro l’umanità) e l’omologo eritreo Isaias Afewerki, al quale l’Ue vuole dare 300 milioni di euro (http://www.africa-express.info/2015/07/08/leritrea-schiaccia-la-sua-gente-leuropa-le-dona-300-milioni-di-euro-e-respinge-migranti/). “Ma i finanziamenti devono essere vincolati a creare posti di lavoro, non bisogna continuare a fare come con Gheddafi”, ammonisce don Zerai, “altrimenti l’Europa resta una mucca da mungere”.

Il primo Paese europeo a riaprire con Afewerki è stato proprio l’Italia Perché, se da decenni agli eritrei viene riconosciuto lo status di rifugiati politici proprio per una terribile dittatura?

Le ragioni sono economiche. Ė stato Lapo Pistelli, allora sottosegretario agli Esteri, ad andare ad Asmara nel 2014, per rilanciare le relazioni bilaterali. A me disse, “ho un mandato non solo europeo, anche oltre” e infatti poi si è dimesso per diventare vicepresidente dell’Eni.

Che interessi hanno le compagnie petrolifere nel Corno d’Africa?

C’è molta attesa per alcuni sondaggi su gas e petrolio in Eritrea, in Somalia… Non c’è solo l’Eni, la Gran Bretagna sta stringendo accordi con Asmara. Per questo l’Europa si è accodata all’Italia, con la proposta dei 300 milioni. E non c’è solo l’Europa: anche il Qatar ha messo un piede in Eritrea, dalle ultime notizie sembra che controlli una raffineria per il petrolio.

Ma l’Eritrea era considerata vicina all’Iran e all’asse dei non allineati, opposto al Qatar. Per quanto altre notizie, riportate anche da Africa Express (http://www.africa-express.info/2015/08/08/le-orecchie-di-israele-sul-corno-dafrica-chi-controlla-le-isole-del-mar-rosso/), indicassero una forte presenza di Israele nel Corno d’Africa, e anche l’aiuto dell’Eritrea ai sauditi, nella guerra in Yemen.

La logica è riequilibrare gli assetti. Isolare troppo Afewerki, che finanzia diversi gruppi armati per i suoi comodi, era considerato pericoloso. Così l’Eritrea si sarebbe avvicinata troppo all’Iran, disturbando Israele, che ha basi militari nel Corno d’Africa e dalle isole eritree del Mar Rosso può bloccare i sottomarini iraniani e controllare il Medio Oriente. Il nostro territorio e le nostre acque hanno sempre fatto comodo a governi anche contrapposti: in Eritrea si parla da anni, con insistenza, di rifiuti tossici scaricati dall’Iran, da Israele. Anche dall’Italia, si dice di un’azienda che fa assemblaggio per elicotteri di Caserta. Siluri di scorie sparati dalle navi sul fondo del mare, che nel tempo rilasciano le sostanze.

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Perché crede che il processo di riapertura in corso renderà l’Europa ancora ricattabile dai regimi?

In Eritrea, per esempio, Afewerki giustifica la leva obbligatoria perpetua con l’assenza di altri settori d’occupazione. Se gli si danno soldi, allora lo si deve impegnare a reinvestimenti controllati e rispettare i diritti umani. Ma al momento i piani dell’Ue non prevedono tali vincoli.

A cosa serve il cosiddetto “processo di Karthum”, il protocollo firmato un anno fa a Roma tra l’Ue, i Paesi del Corno d’Africa, il Sudan e altri Paesi africani di transito dei migranti?

L’Europa – con l’Italia apripista – è disposta a dialogare con i dittatori nella speranza di bloccare flussi, in cambio dell’apertura di canali economici. Se in Libia Gheddafi caricava i migranti sui camion e li mandava a morire nel deserto, ora si esternalizzano i confini sempre più a sud, con respingimenti e altre prigioni sotto l’insegna di “centri d’accoglienza”. Lo si sta già facendo in Niger, i cadaveri del Mediterraneo sono spostati nell’Africa centrale. L’Europa non ha messo in campo strumenti di tutela.

L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom) stima in almeno 3.100 i morti nel Mediterraneo dall’inizio del 2015, e ancora non si conoscono i numeri dei Balcani.

Lo strazio nei Balcani e nel Mediterraneo poteva essere evitato con ponti aerei e corridoi umanitari dai Paesi dei conflitti o loro confinanti. Colpire gli scafisti come vuol fare l’Ue è inutile: sono come gli spacciatori, se ne troveranno sempre di altri. Anche di trafficanti, che tra l’altro sono già in molti. C’è domanda, si escogitano sempre nuove vie. In Eritrea ci sono anche dei governativi corrotti a organizzare i trasferimenti in auto verso la Libia.

Recentemente non ci sono stati degli arresti importanti, in Europa, di capi e cassieri delle reti di trafficanti, uno dei quali eritreo, in Germania, e operativo su Tripoli?

Finora le inchieste internazionali hanno colpito solo i livelli bassi, e al limite medi, delle reti. Su alcuni naufragi nel Mediterraneo si è poi indagato, ma senza fare piena luce sulle responsabilità delle autorità competenti. I migranti non si fermeranno e i trafficanti si possono stroncare solo offrendo vie legali di spostamento e cercando rimedi alle cause di fuga.

Barbara Ciolli
barbara.ciolli@tin.it
@BarbaraCiolli

Dagli al terrorista, i politici italiani scatenati contro un marocchino innocente

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Speciale per Africa Express
Andrea Spinelli Barrile
Roma, 30 ottobre 2015

Abdelmajid Touid è un giovane marocchino di 22 anni. Gli occhi vispi e la fronte spaziosa, i capelli ricci e il volto paffuto. La testa piena di sogni. Abdelmajid, che gli amici chiamano semplicemente Abdallah, vive in Marocco con il padre mentre la madre Fatima vive da tempo nelle piatte campagne a sud-ovest di Milano, a Gaggiano. Il 17 febbraio scorso Abdelmajid è arrivato a Porto Empedocle: viaggiava su un barcone lungo 15 metri partito dalla Libia in compagnia di 639 persone. L’imbarcazione era stata intercettata, quella notte, dalla Marina Militare italiana.

Abdelmajid non ha con sé documenti ma viene identificato e riceve prontamente un foglio di via che gli impone di lasciare l’Italia. Senza rispettare l’ordine, il ragazzo raggiunge Gaggiano, nel milanese, dove la madre vive in regola già da nove anni insieme ai suoi fratelli e dove i Touil sono perfettamente integrati nella comunità.

Poliziotti e Abdelmajid Touid 500

Qui, il 19 maggio 2015, Abdelmajid viene arrestato: la giustizia tunisina lo aveva indagato come parte attiva nell’organizzazione del commando che il 18 marzo 2015 ha assaltato il Museo del Bardo di Tunisi provocando la morte di 24 persone. Sulla testa di Abdelmajid pendeva un mandato di cattura internazionale. Da qualche giorno gli uomini della Digos di Milano lo seguono e ne studiano gli spostamenti cercando di coglierne la pericolosità descritta dai cabli inviati dall’intelligence tunisina, che non ha trasmesso alcuna foto né alcuna impronta: Abdelmajid vive tranquillamente, passa molto tempo in casa e va a lezioni di italiano.

Non frequenta la moschea, non possiede alcun Corano. Secondo quanto aveva spiegato un anonimo investigatore del Ros dei Carabinieri proprio quel giorno “in questa fase il Paese che chiede l’estradizione [la Tunisia, nda] non è tenuto a descrivere le condotte contestate. Si è limitato a comunicarci il titolo del reato: omicidio volontario e partecipazione ad attività terroristica internazionale”, comunicazione che sarebbe arrivata dopo il fermo del giovane e dietro forti insistenze italiane.

Gli uomini della Digos chiedono di verificarne l’identità, tramite un controllo, ai Vigili Urbani: il ragazzo è sprovvisto di documenti e, la mattina del 19 maggio scorso, viene fermato e poi arrestato. Una volta in Questura si scopre che le impronte del ragazzo erano già presenti nel database della polizia di Stato, registrate al suo arrivo in Sicilia diversi mesi prima, e schedate sotto il nome di “Abdimajid Tawid”.

Il-sindaco-di-Lampedusa-Giusi-Nicolini

Abdelmajid non parla bene l’italiano, è spaesato, si dichiara innocente e sostiene che il giorno dell’attentato a Tunisi lui era in Italia, a Gaggiano, a lezione di italiano. Ma gli inquirenti non gli credono: il pomo della discordia è quella trascrizione errata del suo nome nello schedario della polizia, che suggerisce agli investigatori più una volontà del giovane a non voler declinare le proprie generalità che un errore di trascrizione fonetica dell’agente a Porto Empedocle, come invece è emerso successivamente.

La mattina dopo la polizia organizza una conferenza stampa a Milano, raccontando la storia recente del giovane Touil e le accuse a suo carico in Tunisia, fornendo abbastanza materiale al ministro dell’Interno Angelino Alfano per twittare trionfalmente “Siamo stati più forti noi!” e ancora “Arrestiamo chi fa paura!” e al primo ministro Matteo Renzi “Arrestato in Lombardia uno dei ricercati strage di Tunisi”.

Ma di carne nel tritacarne ne è stata messa da chiunque: il Movimento 5 Stelle descriveva “il nostro paese in una retrovia per cellule jihadiste”, Matteo Salvini scriveva che “Stanotte un terrorista marocchino, coinvolto nella strage del Museo di Tunisi, è stato arrestato vicino a Milano”, Giorgia Meloni dichiarava che “Fratelli d’Italia lo aveva detto: con i barconi arrivano anche i terroristi […] Ci chiediamo cosa debba accadere ancora prima che Renzi e Alfano si diano una svegliata”, Ignazio La Russa seguiva con “il problema dell’immigrazione può avere implicazioni evidenti con il terrorismo”, il governatore del Veneto Luca Zaia diceva “arriva la prova provata che sui barconi dalla Libia arrivano anche terroristi della peggior specie”, Mariastella Gelmini sosteneva che “è chiaro che il terrorismo integralista utilizza il nostro Paese come base logistica. Abbiamo il nemico in casa”, Giovanni Toti twittava definitivo che il “terrorismo islamico viaggia su barconi”, Daniela Santanchè sbraitava che “questo governo invece di difenderci dai tagliagole ha trasformato l’Italia in una passerella utile per i terroristi” e persino il deputato democratico italo-marocchino Khalid Chaouki definiva l’arresto “un risultato importante nella guerra al terrorismo”, condannando l’altrui “malafede e bassa speculazione demagogica”.

Abdelmajid Touil viene messo a disposizione dell’autorità giudiziaria in regime di 41bis nel carcere di Opera, dove vivono condannati per gravi reati in via definitiva: gente come Totò u curtu Riina e Francesco Sandokan Schiavone, in quel carcere scontano le loro pene assassini, mafiosi, stragisti, terroristi. Veri, e non presunti come lo è ancora Touil.

Nel frattempo in procura a Milano cercano di capirci di più e cominciano ad emergere i primi dubbi. Gli insegnanti dell’Istituto Franceschi di Trezzano sul Naviglio, intervistati da Carlo Bonini di Repubblica, forniscono un alibi di ferro: quel giorno il ragazzo era a scuola, cosa verificabile tra l’altro dal registro di classe, notizia confermata poche ore dopo dagli stessi magistrati.

Angelino Alfano

Touil era in Italia il 18 marzo 2015, giorno dell’attentato. E allora, ci si chiedeva, quale era stato il suo ruolo alla strage del Bardo? Cominciano strani ricami (puramente mediatici) su un suo viaggio lampo in Tunisia il 16 e il 17 marzo 2015 e un fantomatico rientro a Milano proprio il 17 marzo in serata, ma chi scrive quelle “notizie” mente sapendo di mentire: Abdelmajid Touil non aveva documenti di nessun tipo, sarebbe stato impossibile per lui viaggiare in aereo.

Mentre le autorità tunisine facevano pressioni su quelle italiane affinché il ragazzo venisse estradato e consegnato alla giustizia nordafricana, la procura di Milano pretende di vederci chiaro: i tunisini forniscono alcune prove, che riguardano in particolare le chiamate in entrata e uscita su un numero telefonico intestato a Abdelmajid Touil.

Le prove sarebbero alcuni contatti avuti tra il ragazzo e un sedicente “terrorista” (certamente uno degli scafisti) il 4 e il 5 febbraio, mentre Abdelmajid viaggia dal Marocco alla Libia. Il ragazzo racconta agli inquirenti italiani che il suo cellulare fu sequestrato dagli scafisti libici il 5 febbraio e da quel momento, come verificano gli italiani, la sua scheda resta inattiva fino al successivo 8 marzo. In quella data Touil può provare di essere in territorio italiano ma la scheda risulta essere nuovamente operativa in Tunisia, caricata su un telefono differente da quello di cui era proprietario Abdelmajid.

Abdelmajid, a un mese dall’arresto, vede negarsi dalla V sezione della Corte D’Appello di Milano la richiesta di modifica di misura cautelare, dal carcere ai domiciliari: “pericolo di fuga attuale e di grado intenso”, scrivono i giudici. Il procuratore aggiunto Maurizio Romanelli e il pm Enrico Pavone però hanno sempre più dubbi sulla liceità delle accuse tunisine a carico del ragazzo e vogliono tutelarne l’incolumità e l’integrità giuridica, visto e considerato che in Tunisia rischia la pena di morte.

Dopo cinque mesi in isolamento in regime di carcere duro, durante i quali ha potuto vedere la madre solo una volta la settimana, dopo essersi visto piovere addosso accuse terribili, nel vortice delle difficoltà linguistiche e culturali, il 22enne Abdelmajid Touid è stato scarcerato il 28 ottobre 2015: la Corte d’Appello di Milano ha rigettato la richiesta di estradizione perché, per Costituzione, l’Italia non può estradare un detenuto o un sospettato in un Paese in cui rischia la pena di morte e la Procura di Milano ha chiuso il fascicolo a suo carico: per i pm non ci sono elementi sufficienti per ritenerlo responsabile.

Ma Abdelmajid non è un uomo libero: dal carcere di Opera in cui era rinchiuso il ragazzo è caricato su un cellulare, e da qui finisce in Questura in qualità di immigrato irregolare che ha ricevuto il provvedimento di espulsione. Qui sorge l’ennesimo inghippo: non c’è spazio per Abdelmajid a Milano, i Centri di accoglienza sono pieni, riservati a eritrei e siriani, e il 22enne marocchino viene portato, sempre su un cellulare della Polizia giudiziaria, nel CIE di Torino. Qui attende di essere espulso in Marocco, suo paese d’origine. Se Abdelmajid in Tunisia rischia la pena di morte in Italia rischia la morte per pena.

“Ci hanno rovinato la vita. L’hanno rovinata prima a lui e poi a tutti noi…”, dice la madre Fatima a Il Giorno “ha solo 22 anni, capisce? L’hanno fatto passare per terrorista, gli hanno rovinato la reputazione, gli hanno fatto passare mesi in una cella. Mio marito è in Marocco malato e anche per lui non è stato facile. Io ho passato cinque mesi col pensiero di mio figlio in carcere senza poterlo vedere tutti i giorni, senza averlo con me a casa”. Parole che meriterebbero una riflessione in più e magari una telefonata di scuse da parte dei succitati politici che all’epoca si dimostrarono rapidissimi a reagire e oggi sembrano struzzi che nascondono la testa sotto la sabbia ma ben mostrando le terga quasi in segno di ulteriore sfregio.

Abbiamo scoperto che le colpe di Abdelmajid sono principalmente due: la prima è di non avere diritto di asilo in Italia e la seconda è di essere arrivato qui su un barcone. Colpe terribili, che gli sono valse la negazione della presunzione d’innocenza e 5 mesi di galera in isolamento e che gli costano oggi un benservito perfettamente a norma di legge.

Andrea Spinelli Barrile
spinellibarrile@gmail.com
Skype: djthorandre

twitter @spinellibarrile

Nella foto in alto la fotografia di Abdelmajid Touid proiettata su un tabellone in mezzo a due agenti della polizia. Poi un fotomontaggio di un periodico che sbeffeggia il sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini, infine il ministro dell’Interno Angelino Alfano che troppo frettolosamente aveva dato del terrorista al migrante arrestato

Donne e bambini ostaggi di Boko Haram liberati in Nigeria

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 29 ottobre 2015

Sono 338 gli ostaggi, tra cui 192 bambini e 130 donne oltre a 8 uomini, del gruppo jihadista Boko Haram, liberati dalle Forze armate nigeriane nella foresta di Sambisa, nel nord-est della Nigeria. Lo dichiara il Quartier generale della Difesa nigeriano in un comunicato postato sulla pagina ufficiale Facebook e divulgato anche via Twitter.

Militari delle Forze armate nigeriane (foto Defense Headquarters - https://www.facebook.com/DefenceInfoNG/)
Militari delle Forze armate nigeriane (foto Nigerian Defense Headquarters)

Il comunicato è accompagnato da alcune immagini crude (che non pubblichiamo) di jihadisti morti durante l’operazione militare che mostrano anche il corpo straziato di una donna e un bambino.

Vari i commenti alle immagini postate dal Ministero della Difesa che esaltano l’intervento delle forze armate con “Ottimo lavoro. Dio benedica i nostri militari. È una questione di tempo prima che questi pazzi si estinguano” ma anche “Sporchi maiali, ammazzateli tutti. I maiali hanno avuto la fine che si meritano”.

Secondo il comunicato il raid è stato effettuato con successo in campi di presunti terroristi di Boko Haram nei villaggi di Manawashe e Bulajilin lungo la strada di Chifakuto e Damboa e che per liberare i prigionieri sono stati uccisi 30 terroristi del movimento jihadista. I militari nigeriani hanno anche recuperato armi e munizioni in possesso dei terroristi. Nessuna conferma è arrivata da altre fonti. Il governo di Abuja non ha specificato se tra gli ostaggi liberati ci siano anche le studentesse nell’aprile 2014 nella scuola di Chibok.

Armi recuperate (foto Defense Headquarters - https://www.facebook.com/DefenceInfoNG/)
Armi recuperate (foto Nigerian Defense Headquarters)

I militari nigeriani hanno anche confermato l’uccisione di 4 presunti terroristi di Boko Haram, che si stavano preparando a fare un attentato suicida nello stato di Adamawa, al confine con il Camerun. In questa operazione sono stati recuperati un mortaio, due fucili AK-47 e varie munizioni.

Secondo Amnesty International, nonostante i successi dell’esercito nigeriano, gli attacchi di Boko Haram in Nigeria, Niger, Chad e Cameroon, hanno ucciso almeno 3.500 civili nei primi otto mesi del 2015.

Gli scontri tra le forze armate nigeriane e i gruppi armati nell’area nord della Nigeria hanno aumentato il numero degli sfollati. Secondo l’UNHCR oltre mezzo milione di civili sono in fuga dai luoghi degli scontri e altri cercano rifugio in Camerun, Ciad e Niger. Si tratta di una crisi umanitaria che secondo l’agenzia Onu per i rifugiati non mostra segni di cedimento nel 2015.

Nelle elezioni che si sono svolte lo scorso marzo, il presidente uscente cristiano Goodluck Jonathan, travolto da scandali, corruzione e dall’incapacità di trovare le studentesse rapite, è stato sconfitto dal 72enne musulmano ex dittatore e militare Muhammadu Buhari. Per la sua vittoria sono stati determinanti i voti dei cristiani del sud del Paese.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin

Allarme attentato in Kenya: gli shebab pronti a colpire un obbiettivo clamoroso

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 29 ottobre 2015

La polizia del Kenya ha lanciato un avvertimento su possibili imminenti attacchi terroristici contro obiettivi civili e sensibili nel Paese, da parte del gruppo al Shebab che opera dalla Somalia ma ha anche importanti cellule segrete nell’ex colonia britannica. Le forze dell’ordine keniote sono state messe in stato d’allerta, hanno confermato ad Africa ExPress fonti del ministero dell’Interno a Nairobi.

Secondo quanto è emerso dalle indagini dello spionaggio keniota, potrebbe essere colpita una caserma dell’esercito o della polizia o un ministero in una regione periferica o anche nella stessa Nairobi. I terroristi vogliono compiere un’azione dimostrativa per far vedere che sono ancora ben presenti e radicalizzati in Kenya. Insomma sembrerebbe che stiano preparando qualcosa di eclatante, tipo l’attacco del Westgate del settembre 2013.

HOTEL MILANO 600

In un rapporto che Africa ExPress ha potuto leggere si dice che i terroristi potrebbero scegliere un obbiettivo clamoroso problematico da difendere e dove l’invio di rinforzi o assistenza medica può essere complicato. L’attacco potrebbe essere preceduto dall’esplosione di uno o più veicoli imbottiti di petrolio seguito dal rapido dispiegamento di un commando armato con mitra e fucili automatici.

Una visita a Eastleigh, il quartiere somalo di Nairobi dove gira un fracasso di armi e dove, come sostiene qualcuno, si nascondono diversi terroristi, mostra comunque che la capitale è calma e tranquilla. La gente si assiepa nelle strade e non fa nessuna particolare attenzione al “muzungu”, cioè al bianco, che passa. Al New Hotel Milano che è anche ristorante, nel centro del rione, si mangiano le specialità dell’ex colonia italiana compresa la pasta al pomodoro (devo dire che non è particolarmente invitante) e il pollo arrosto con patatine fritte (idem). Gli avventori sono tranquilli mentre in altre occasioni (come durante l’attacco al Westagate) la tensione si tagliava con il coltello e una certo timore attanagliava anche il cronista.

Poco lontano dal “Milano” c’è la moschea Abubakar, frequentata dai più duri e puri fedeli di Allah e dove la polizia ha fatto diversi rastrellamenti alla ricerca di terroristi e loro fiancheggiatori. Dicono che lì i sermoni dei predicatori alle funzioni del venerdì siano particolarmente violenti e agitino con una certa foga gli animi. Hassan, il manager (come si autodefinisce), è gentile e cortese, ma non si lascia sfuggire una parola sui frequentatori del tempio.

City Market 600

Spiega che si deve parlare con il comitato spirituale, con il portavoce, o qualcuno degli imam. Nessuno comunque è presente e lui ribadisce di non saper niente. Alla domanda, lo so, banale, “Ci sono terroristi qui?”, sorride con aria sorniona e scoppia a ridere muovendo il braccio destro come per ricacciare indietro la questione: “No, certo che no; noi non ci occupiamo di queste cose!”.

Anche nella moschea Jamia, nel centro di Nairobi, tutto è calmo e tranquillo e non c’è segno di tensione. A mezzogiorno è gremita per la preghiera. Non ci sono pericoli. Ma c’è una cosa cui si deve stare molto attenti: che non ti rubino le scarpe da lasciare, è un obbligo, all’ingresso.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Le foto scattate a Eastleigh e al City Market, vicino alla moschea Jamia, sono di Luca Noto

Eritrea: l’Onu prolunga l’embargo. In Svizzera inchiesta sulla riscossione del 2 per cento

Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 27 ottobre 2015

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nella seduta del 23 ottobre 2015, ha confermato la precedente risoluzione 1907 del 2009, relativa all’embargo sulle armi contro l’Eritrea fino al 15 gennaio 2016.

Inoltre, con la risoluzione 2244 del 2015 ha esteso il mandato del Gruppo di monitoraggio Somalia-Eritrea fino al 15 dicembre 2016 per entrambi i Paesi. Il Consiglio di Sicurezza con la risoluzione 2182 (2014) aveva invitato il governo eritreo di collaborare con i funzionari dell’ONU e di autorizzare il loro ingresso nel Paese.  Finora questo permesso è sempre stato negato.

struggle against dictator 600

Africa ExPress ha già parlato dettagliatamente del rapporto sull’Eritrea (http://www.africa-express.info/2015/06/12/amnesty-international-un-report-eritrea-urges-strong-action/) e (http://www.africa-express.info/2015/06/11/il-rapporto-onu-che-inchioda-la-dittatura-eritrea-litalia-non-puo-essere-complice-dei-tiranni/). La relazione spiega allora la fuga in massa degli eritrei dalla loro patria: più o meno cinquemila lasciano ogni mese il loro Paese, cercando di attraversare il confine con l’Etiopia, per continuare il loro lungo viaggio attraverso il Sudan, la Libia, per approdare finalmente sulle nostre Coste, se non si muore prima.

Il Consiglio di Sicurezza ha chiesto ulteriori spiegazioni sulla sorte dei prigionieri gibutiani, arrestati durante gli scontri che si sono verificato al confine tra i due Paesi nel giugno 2008.

Con la risoluzione 1862 del 14 gennaio 2009, il Consiglio di Sicurezza ha invitato i due Paesi, Gibuti ed Eritrea, a risolvere la questione pacificamente e chiesto il ritiro delle truppe dai confini entro cinque settimane dalla risoluzione.

Durante il breve conflitto ci furono morti, feriti e prigionieri da entrambe le parti e alcuni militari eritrei avrebbero disertato, rifugiandosi a Gibuti. L’Eritrea non si è mai espressa circa i prigionieri gibutiani, ma il Consiglio di Sicurezza chiede trasparenza e chiarezza. Dove sono questi detenuti? Che fine hanno fatto?

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Nel rapporto del Gruppo di monitoraggio è menzionata anche la tassa del due percento che il governo di Isaias Afeworki estorce illegalmente agli eritrei residenti all’estero. E’ di questi giorni la notizia che l’Ufficio della Polizia federale elvetica ha presentato una denuncia penale per riscossione illegale di tasse da parte dell’amministrazione di Asmara ai cittadini residenti in Svizzera. Il fatto che la nostra ex-colonia chieda una tassa ai suoi cittadini residenti all’estero non rappresenta di per sé un problema, ma nella fattispecie risulta essere una riscossione di imposte senza l’autorizzazione della Confederazione.
(http://www.africa-express.info/2015/09/12/torna-linquisizione-eritrea-che-chiede-lautodafe-ho-sbagliato-avete-il-diritto-di-punirmi/) e (http://www.africa-express.info/2014/12/19/svizzera-e-illegale-la-tassa-del-due-per-cento-che-gli-eritrei-pagano-alla-loro-ambasciata).

Secondo un portavoce della polizia elvetica: “Ora si tratta di chiarire se la riscossione di tasse da parte di uno Stato straniero sul nostro territorio sia già di per sé un atto illegale. Non sarà semplice, invece, provare che si tratta di un’attività criminale.

Nicoletta della Valle, direttore della polizia federale è molto determinata e si è espressa in questi termini: “Abbiamo bisogno di testimoni, disposti a collaborare con la polizia. Proseguiremo con le indagini finchè non saremo in grado di produrre prove concrete e inconfutabili”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Pistorius: le ragioni della violenza sulla sua fidanzata

Speciale per Africa ExPress
Clara Agosti
Milano, 25 ottobre 2015

Sono davvero tanti, troppi, i casi di violenza sulle donne che accadono un po’ ovunque, nel mondo. L’ultima ragazza ad aver perso la vita, per mano del proprio marito, fidanzato, aggressore, non chiude mai l’elenco di una lunga serie. La morte in questo modo diventa un’abitudine, come in guerra.

Sono state fatte ipotesi e date tante spiegazioni per cercare di comprendere questo tipo di evento: perché un essere umano uccide un proprio simile?

Nella notte di San Valentino del 2013, Oscar Pistorius uccide con 4 colpi di pistola, una della sua collezione, la fidanzata Reeva Steenkamp.

al processo

Lei è chiusa a chiave nel piccolo bagno della camera da letto, lui si sveglia per via dei rumori che arrivano da lì, è spaventato, pensa ci sia un intruso, e non Reeva, chiusa nel bagno. Lui recupera la pistola carica che tiene sotto il letto, infila le protesi e una volta davanti alla porta del bagno, dopo aver urlato, spara quattro colpi mortali. I fatti li racconta così Pistorius in tribunale.

Per un professionista che si occupa dell’animo umano, l’analisi di una qualsiasi situazione, richiede pochi secondi. Un certo tipo di sguardo, il tono della voce possono essere sufficienti per avere un’idea delle emozioni, i sentimenti che sono in gioco. Poi cosa se ne faccia dell’analisi lo psicoanalista è un altro paio di maniche: c’è il segreto professionale, la responsabilità dell’ambiguità dei fatti, l’assenza della vittima e la negazione del paziente. La percezione di una società che non è pronta a vedere o ascoltare.

Pochi secondi che racchiudono anni di terapia personale, tirocini, studio, aggiornamenti, ricerche. Anni vissuti senza la certezza che quella che è un’arte, trovi i giusti territori in cui potersi sperimentare. Perché ci si deve curare e comprendere prima di poter curare gli altri, prima di pensare di poter comprendere il loro comportamento? Perché si è simili. Esseri umani che si muovono secondo quelle leggi naturali di adattamento vitale e di limite.

Primo piano Reeva e Oscar

Uno psicologo potrebbe ipotizzare la reazione di Pistorius come conseguenza della paura. Un comportamentista leggerebbe i fatti esposti in tribunale, cercando i significati che collegano gli eventi. La rabbia arriva dalla paura, entrambe attivano soluzioni da attuare: o scappi o attacchi.

La rabbia istintiva fa agire in questo modo. Un’emozione molto sana che permette a ciascun individuo di preservare la propria vita, di proteggersi. Un’emozione che, come le altre, può essere gestita con piccole esposizioni graduali fino ad arrivare ad educarla, ad educarsi. L’essere umano senza questo tipo di rabbia non si sarebbe potuto evolvere.

Torniamo alla realtà, quella concreta, quella dell’analisi. Un uomo di meno di 30 anni, fisicamente e psichicamente allenato (o educato), abituato alla disciplina che impone lo sport agonistico, capace di percepire l’adrenalina in ogni cellula del suo corpo, spara, ad una persona chiusa in un bagno della propria abitazione.

Oltre a quello psicologico, ci sono almeno altri due punti di vista per leggere questo tipo di comportamento umano. Quello esclusivamente medico psichiatrico: un uomo percepisce la propria realtà fisiologicamente (con i propri sensi) per quella che non è. Pensa di sentire un suono, una voce, ma la voce non c’è, il suono non è stato emesso, un’allucinazione nel deserto del proprio animo.

pistorius in corsa

Il male ha raggiunto gli strati profondi degli organi. Oppure il punto di vista integrato: una certa parte della mente, quella dell’emisfero destro, analizza la percezione dei sensi in modo distorto. Quest’ultimo strumento, quello ibrido, unito al mistero del fato, credo sia il più attendibile, per poter comprendere una situazione così complessa com’è quella di Oscar e Reeva.

Nei tribunali si espongono i fatti e, se vengono richieste, le perizie psichiatriche (e non psicologiche). Psichiatrico è il campo che si occupa del corpo e di come si comporta. Psicologico, per la cultura della salute mentale occidentale, è il settore della filosofia della mente. Entrambe le discipline insieme non hanno più di 130 anni. Questo per dire che ci chiediamo da troppo poco tempo chi siamo, come ci comportiamo e perché.

Agiamo quando usiamo solo o prevalentemente una parte del nostro cervello: quello istintivo. L’istinto ci dice che, se siamo forti nell’aggredire e siamo in pericolo, dobbiamo attaccare, se siamo veloci, dobbiamo scappare. Il corpo dice alla mente cosa fare. Il corpo sa. La mente si spegne e lascia che il corpo agisca. Questo accade sia che io voglia eliminare un ipotetico aggressore chiuso nel bagno di casa mia, sia che io voglia eliminare rabbia (o la furia ?) che ho in corpo.

Bisognerebbe chiedere a Pistorius perché dopo aver sentito i rumori nel bagno non sia tornato indietro a svegliare la fidanzata per portarla in salvo fuori dalla casa. Lontano dall’ipotetico aggressore. Ma saremmo nell’ambito dei se dei comportamenti della psicologia, dove la ragione riesce a raggiungere la corteccia prefrontale. Visti i fatti, questo non è il caso. Quando la percezione si distorce, entra in gioco l’agito e si penetra nel campo della medicina e della psichiatria, dove gli attori del dramma sono il corpo e i suoi sofisticati e velocissimi dinamismi.

Così veloci che nella quotidianità famigliare spesso non vengono neppure notati o evitati: “Cos’hai ? Niente”. Risposte che lasciano cadere in un vuoto di non detti, pesanti emozioni. Accumulati nel tempo. Esplosivi appunto. Fino ad arrivare alle tristi dichiarazioni di alcuni vicini di casa increduli: “Era una persona assolutamente normale. Non alzava mai la voce”. Oppure che confermano comportamenti allarme: “Lei era sempre triste”.

A due anni e mezzo di distanza dall’episodio, l’analisi è ancora lì, nell’animo di Oscar Pistorius. Se ne percepisce la natura cristallizzata e immutata dal timbro della voce, durante la deposizione. Si potrebbe ipotizzare di ricostruire il vissuto di Oscar, che affronta frustrazioni e sofferenze al limite dell’umano (il soprannome Blade Runner forse ha un significato che va oltre l’apparenza).

oscar pistorius vince

Si potrebbe cercare di comprendere il contesto sociale e ambientale in cui è cresciuto Pistorius: in Sud Africa il numero delle persone con porto d’armi è uno dei più alti al mondo. E troppo poche sono le riflessioni fatte sulle conseguenze per chi impugna un’arma, chi prende la mira (anche se lo fa in direzione di una sagoma di cartone) e fa fuoco, con l’intento di eliminare qualcosa o qualcuno all’esterno di se’.

Bisognerebbe chiederlo a Pistorius dove la sente la rabbia quando qualcuno lo guarda in un certo modo (con pietà ?), quando nonostante arrivi secondo in una gara, abbozza a un sorriso, e quando, nonostante tutte le sofferenze affrontate, qualcuno gli rimanda l’ennesima fatica da vivere.

A volte gli sguardi che sento addosso sono di persone che non comprendono la scelta personale di voler conoscere il lato oscuro dell’umanità. Nonostante le disapprovazioni di alcuni colleghi, vado avanti a cercare, sperando prima o poi di trovare il drago da uccidere, la bestia che stritola il cuore dell’ennesimo carnefice. Uccidere il drago, così che l’aggressore, che agisce, spostando sempre la propria furia sulla vittima, possa veramente essere libero.

Clara Agosti
clara.agosti@virgilio.it

Italia e Sudan riprendono i colloqui per bloccare il flusso dei migranti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 26 ottobre 2015

Riprendono i dialoghi bilaterali tra il governo sudanese e quello italiano. In questi giorni una delegazione italiana del ministero degli Esteri e di quello degli Interni si è recata a Khartoum, per incontrare rappresentanti del governo della ex-colonia britannica, tra loro anche il titolare degli Interni,  Esmat Abdel Rahman.

A luglio il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni aveva ricevuto a Roma il suo omologo sudanese, Ibrahim Ghandour . Durante il colloquio Gentiloni ha confermato la forte volontà del nostro Paese di voler collaborare con il governo di Khartoum per garantire una maggiore sicurezza e stabilità all’intera regione.

Al centro dei colloqui, il “Processo di Khartoum”, fortemente voluto dall’ex-sottosegretario degli esteri Lapo Pistelli, ora vicepresidente dell’ENI.

barcone 3

In sintesi, si tratta di una sorta di intesa per affrontare il problema migratorio in seno alle relazioni internazionali, accordandosi con dittatori e plutocrati vari per regolamentare la migrazione, creando centri di accoglienza nei Paesi di transito, e per lottare contro il traffico di esseri umani. Un progetto ambizioso che finora sembra fallito giacché il flusso migratorio non accenna ad arrestarsi

Durante una conferenza, tenutasi nella capitale italiana, alla fine di Novembre 2014, è stato firmato un documento politico intitolato “Dichiarazione di Roma”, siglato da 58 Paesi:  28 Stati membri, due Paesi Schengen, Svizzera e Norvegia, e 28 paesi africani, tra i quali anche l’Eritrea e il Sudan e l’Algeria in qualità di osservatore. Il nostro ministro degli interni, Angelino Alfano, aveva definito così lo “storico” accordo: “Difende la dignità umana e unisce tutti i paesi interessati contro la criminalità e la migrazione illegale”. Probabimente Alfano non sa cosa succede in Eritrea, in Congo e nello stesso Sudan, solo per fare tre esempi. Secondo Paolo Gentiloni, invece: “L’immigrazione non riguarda soltanto le iniziative umanitarie ed il controllo delle frontiere, ma passa anche attraverso la cooperazione economica”. Ottimo proposito, restato sulla carta.

Naufraghi

Per avvalorare la tesi del ministro Gentiloni, proprio pochi giorni fa, durante il Consiglio dei Ministri del 12 ottobre 2015, è stato stanziato un milione di euro ad integrazione dei finanziamenti per iniziative a sostegno dei processi di pace e di rafforzamento della sicurezza nell’Africa sub-sahariana e in America Latina e caraibica.

Si parlerà nuovamente del “Processo di Khartoum” durante il vertice che si terrà a La Valletta, Malta l’11 e 12 novembre 2015, fortemente voluto dall’UE, che nell’aprile 2015 aveva chiesto che venisse organizzato un summit internazionale  per discutere di migrazione con i paesi africani e altri paesi chiave coinvolti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Senegal, a Dakar nasce la lega degli hacker per la democrazia in Africa

Speciale per Africa ExPress
Barbara Ciolli
25 ottobre 2015

Dal Senegal al Burkina Faso della difficile transizione al deposto presidente Blaise Compaoré, al Kenya, alla Guinea e alla lunga catena di Stati senza libertà d’espressione, contro la censura. Gli hacker di Africtivistes, una 70ina di esperti della Rete tra blogger e mediattivisti di 27 Paesi africani e anche qualche specialista e appassionato europeo, si ritrovano a Dakar dal 26 al 28 novembre per fondare la Lega africana per la democratizzazione (il manifesto:http://www.africtivistes.org/!/index.php/les-africtivistes/les-web-activistes-d-afrique-a-dakar).

Mente e iniziatore della start up è il senegalese Cheikh Fall (nella foto), web manager, giornalista e blogger, “hacker civile” come ama definirsi, che per le Presidenziali del 2012, con una ventina di blogger, ha lanciato la piattaforma informatica Sunu 2012 per monitorare sulla trasparenza del voto. Dopo le elezioni, l’osservatorio neutrale è diventato una finestra di controllo aperta ai cittadini, per vigilare su tutti i processi democratici in Senegal: verificare l’operato del governo, seguire l’agenda delle promesse. Poi, esportare la cyber democratizzazione fuori.

hacker1
Per Cheikh Fall, che ha presentato il suo progetto in Italia all’Internet Festival, le nuove tecnologie sono un canale molto efficace in Africa per diffondere informazioni e formare coscienze e attivismo civile, “in pochi immaginano che esiste più di una carta sim per abitanti del continente, l’utenza di telefonia mobile è superiore al 100%”, spiega ad Africa Express. La digitalizzazione e l’accesso a Internet restano appannaggio di pochi. Ma, nel bene e nel male, i giovani che studiano sono molto attratti e stimolati dall’informatica, e in Africa esiste una realtà vivace di sviluppatori di software e start-up interessanti.

Computer e smartphone sono per gli africani quello che nel Secondo dopoguerra è stata la tivù per gli occidentali. “Per i governi che non vogliono cittadini consapevoli, liberi di votarli o no, gli hacker sono i nuovi terroristi. La libertà d’informazione uccide i regimi, e per questo attivisti come me sono stati feriti alle manifestazioni in Kenya, tempo fa anche in Senegal. In Congo i giornalisti sono stati picchiati e arrestati”, racconta Cheikh Fall “la piattaforma lanciata in Guinea dove stanno imparando centinaia di blogger è stata hackerata”.

logo Africtivistes
Capita molto spesso in Africa che un sito con informazioni scomode sulla politica e sullo stato del Paese sia oscurato. “La sorveglianza elettronica è molto stretta. Un giornale può sparire dalla Rete con un attacco informatico o essere censurato dalle autorità, è molto frequente. L’accesso a Internet viene tolto. Anche in Camerun, per esempio”, continua, “è limitato, non si vuole che la gente apra gli occhi e cambi lo status quo”. Ma i web attivisti possono fare la differenza, i nuovi mezzi di comunicazione sono più forti dei boicottaggi e anche lentamente ampliano l’accesso alle informazioni.

Per Cheikh Fall è Internet la strada da battere per cambiare l’Africa, risvegliare la popolazione contro i golpe tentati, come in Burkina Faso, e creare sviluppo economico. Certo, l’illegalità diffusa e la mancanza di regolamentazione hanno creato centrali di spam e frodi informatiche che dall’Africa mietono vittime anche in Europa. Ma il continente delle riserve di coltan e delle discariche di computer veicola un sistema di mobile-banking sorprendentemente capillare: alla casse si può pagare con un sms, dai cellulari si trasferiscono piccole somme che raggiungono i villaggi rurali più sperduti, spingendo anche l’economia del microcredito.

Innovazione e tradizione camminano vicine, Facebook è un social network molto usato e gli Africtivistes scommettono sulla rivoluzione digitale. In Guinea, dove si è votato questo ottobre, è in corso un loro progetto di monitoraggio elettorale. Altri gruppi di hacker civili, come gli Ushaidi in Kenya e i Lwili in Burkina Faso, sono in azione.

Barbara Ciolli
barbara.ciolli@tin.it
@BarbaraCiolli

Comore: le tragedie del mare dimenticate da tutti (50 mila morti dall’indipendenza)

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 22 ottobre 2015

Si stima che dal 1975 ad oggi nell’Oceano Indiano, più precisamente nel Canale del Mozambico, dove si trovano le Isole Comore e l’isola francese di Mayotte, siano annegate oltre cinquantamila persone.

L’Unione delle Comore, formata da tre isole – Grande Comore, Moheli e Anjouan – hanno avuto l’indipendenza dalla Francia nel 1975, mentre la popolazione di Mayotte, che dista solo sessanta chilometri dall’isola di Anjouan, in due referendum ha votato contro l’indipendenza dalla Francia.

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I giovani comoriani sono attratti come da una calamita da Mayotte, da quel fazzoletto di terra francese, in mezzo all’Oceano Indiano, diventato il 101º dipartimento francese nel 2011. Come tale, la valuta ufficiale dell’isola è l’euro.

Nouriati el Hairia Houmadi, originaria da Anjouan, viveva da tempo a Mayotte con la sorella maggiore, quando è andata a prendere il fratellino di quattordici anni. Le sorelle volevano offrigli un’istruzione migliore, un futuro meno incerto. Quella mattina Nouriati e Ahmed sono saliti su una piccola imbarcazione insieme ad altre persone verso le otto. Alle dieci e trenta, a poche miglia da Mayotte, un’onda enorme ha capovolto la piccola imbarcazione, stracarica di persone. Ahmed è annegato. Ora giace negli abissi del Canale del Mozambico, diventato il cimitero di decine di migliaia di persone.

Sì, è proprio la fotocopia di ciò che succede nel mar Mediterraneo, attraversato da profughi, persone alla ricerca di una vita migliore. Con la differenza che i giornali parlano abbondantemente delle morti atroci sotto casa nostra, mentre nell’oceano Indiano, i massacri si consumano nell’assoluto silenzio dei media, della comunità internazionale e in particolare della Francia.

Pochi mesi fa, Anissi Chamsidine, governatore di Anjouan ha dichiarato: “Abbiamo la triste reputazione di avere il più grande cimitero marino del mondo. Dall’indipendenza sancita da un referendum nel 1975, oltre cinquantamila persone sono annegate e pochi, forse nessuno, ha parlato di questa immensa tragedia che si consuma nella totale indifferenza verso la sofferenza umana”.

La situazione è precipitata nel 1995, quando l’allora primo ministro francese Edouard Balladur per frenare il flusso migratorio, ha introdotto l’obbligo del visto per chi si vuole recare a Mayotte. Di fatto tutti potrebbero richiederlo, ma spesso chi vuol lasciare le Comore viene da villaggi dell’interno, senza documenti e senza i requisiti necessari per ottenerlo. Dunque la maggior parte delle persone entra in territorio francese illegalmente.

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Per attraversare il breve tratto di oceano chi scappa utilizza i kwassa kwassa, tradizionali imbarcazioni da pesca il cui nome probabilmente è stato mediato da quello di una danza congolese (kwassa, appunto) a sua volta proveniente dal francese quoi ça? Che cos’è questo?) come il ballo, le barche “oscillano” pericolosamente e parecchio. Basta poco per trasformare la danza dei kwassa kwassa in naufragio. Per evitare le motovedette, poi, si viaggia soprattutto di notte e i natanti sono strapieni: si sa, i trafficanti vogliono trarre il maggior profitto possibile, esattamente come succede nel Mediterraneo.

Secondo i dati delle autorità francesi, ogni anno vengono presentate centomila richieste – compresi i rinnovi – per ottenere il permesso di soggiorno; solo diciottomila sono state concesse nel 2014 e quasi ventimila persone sono state rimpatriate.

I comoriani sono attratti da Mayotte perché offre una maggiore qualità di vita. Ad Anjouan c’è poco lavoro all’infuori dell’agricoltura: ci sono grandi piantagioni di vaniglia e di ylang ylang (albero della famiglia delle Anonacee, con fiori dai quali si estrae un’essenza profumata). Anche i servizi pubblici essenziali scarseggiano. Qualche anno fa è stato costruito un ospedale, finanziato dai cinesi. A tutt’oggi è chiuso per mancanza di medici.

Da qualche anno le leggi francesi sull’immigrazione sono cambiate. Ora si procede alla deportazione immediata, senza dover ricorrere alla sentenza di un giudice. La giurisdizione francese non permetteva di rimpatriare forzatamente i minori, a meno che non viaggiassero con almeno uno dei genitori o un tutore. Ora, invece, basta che sullo stesso barcone nel quale sono imbarcati ci siano degli adulti, anche non legati da parentela, e le autorità di Mayotte respingono tutti senza alcuna distinzione.

L’anno scorso oltre cinquemila minori sono stati detenuti in centri prima del rimpatrio forzato.

Amirdine Mohamed, il neo-eletto sindaco di Mutsamudu, capitale di Anjouan, ha commentato la migrazione verso Mayotte: “Le ragioni sono principalmente due. La prima è puramente psicologica. Chi se ne va da qui, è convinto che la vita su un’isola francese sia migliore, come del resto in tutta l’Africa si crede che si viva meglio in Europa. Ma spesso, chi riesce ad arrivare, alla fine è deluso, si rende conto di essersi sbagliato. La seconda riguarda lo stato dei servizi pubblici, come gli ospedali. Qui ad Anjouan non possiamo offrire un’assistenza adeguata: i centri sanitari sono inesistenti”.

Nel 2013 è stato istituito un comitato franco-comoriano per la sicurezza marittima, con la speranza di evitare le tragedie nell’Oceano Indiano. Un portavoce del ministero degli Esteri dell’arcipelago ha fatto sapere ai reporter della BBC: “Come per il Mediterraneo, bisogna trovare una soluzione, combattere i trafficanti di uomini”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Mali, il ritorno del caos mentre la pace si allontana

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 18 ottobre 2015

“Sono passati tre mesi dalla firma del trattato di pace (http://www.africa-express.info/2015/06/24/firmato-laccordo-di-pace-mali-anche-dai-ribelli-maggioranza-tuareg/ ), ma finora non si sono verificati  progressi nella sua attuazione. Il calendario previsto ha subito ritardi importanti e le difficoltà incontrate sono state molto più gravi del previsto”, Mongi Hamdi, rappresentate speciale del segretario generale dell’ONU per il Mali, ha esordito con queste parole davanti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 6 ottobre.

Sono state accertate ripetute violazioni del cessate il fuoco. Inoltre controversie e conflitti d’interesse legati al traffico di stupefacenti hanno segnato questi ultimi mesi. Malauguratamente MINUSMA (Mission multidimensionnelle Intégrée des Nations Unies pour la Stabilisation au Mali), autorizzata per un massimo di 12.640 soldati, inclusa una Quick Reaction Force e 1.440 agenti di polizia, non ha alcun mandato per combattere la droga nel Paese.

soldato nel tank

Ed è proprio questo il problema che incide maggiormente nel conflitto in Mali. La missione Barkhane ha tremila soldati francesi nel Sahel, milletrecento di loro si trovano nel Mali, nelle zone di frontiera, per combattere i jihadisti, spesso coinvolti in traffici illeciti di droga. Pochi giorni fa tre militari della missione francese sono stati feriti da una mina. La conferma è arrivata prontamente dal portavoce del Ministero della Difesa francese, Pierre Bayle: “Sono saltati su una carica esplosiva e hanno riportato delle ferite”.

Venerdì, 9 ottobre 2015, tre persone sono state uccise durante un attacco, imputato a un gruppo di jihadisti.  Il fatto è avvenuto nel villaggio di Dounapen nella regione di Mopti, al confine con il Burkina Faso.
Un testimone oculare, che ha chiesto di mantenere l’anonimato, ha dichiarato: “Era il giorno della fiera. Gli aggressori erano parecchi; sono arrivati in sella alle loro moto e avevano bandiere nere. Hanno sgozzato il vice-sindaco, ammazzato altri due civili e ferito alcuni altri”.

Finora non si sa bene se un secondo attacco, avvenuto nel Burkina Faso, sia collegato a quello del Mali. Questa  aggressione è costata la vita a tre poliziotti e a uno degli assalitori. Secondo il Ministero della Difesa burkinabé ,  la stazione di polizia di Samorogouan sarebbe stata attaccata da una cinquantina di uomini armati che avrebbero anche rapito due uomini delle forze dell’ordine.

Gruppo aqim

La violenza non è il solo problema che deve affrontare il Mali. I cambiamenti climatici influenzano sempre di più la produzione agropastorale. La carenza d’acqua e l’insicurezza alimentare hanno colpito una gran fetta della popolazione. Per questo motivo molti giovani lasciano le zone rurali oppure si uniscono a gruppi armati della zona. Per porre fine alla povertà estrema, il Mali non solo necessità di energie rinnovabili, ma dovrebbe aver accesso più facilmente a finanziamenti internazionali.

A Kabara, nella zona di Gourma, a nove chilometri da Timbuctù, non cresce più un filo d’erba, dai pozzi non sgorga più nemmeno una sola goccia d’acqua. Le mandrie muoiono davanti agli occhi impotenti degli allevatori. Questa situazione dura ormai da oltre sette anni.

Il Niger attraversa la regione di Gao per quattrocento chilometri. Ma oggi il fiume è a rischio d’insabbiamento e l’agricoltura risente già di questo effetto. La portata dell’acqua utilizzata per irrigare i campi non solo è molto bassa, ma anche mal ripartita nello spazio e nel tempo.

Secondo OCHA (l’ufficio di coordinamento per gli affari umanitari dell’ONU), durante lo scorso mese di luglio, 54.600 persone hanno sofferto a causa della carenza d’acqua nelle regioni del Gao e di Timbuctù. Situazione grave anche a Kidal, dove ogni giorno si formano lunghe code davanti ai pozzi pubblici.

La mancanza d’acqua è ovviamente collegata all’insicurezza alimentare, che colpisce 3,1 milioni di persone tra giugno e agosto. Attualmente  oltre quattrocentomila persone necessitano di aiuti umanitari urgenti,  settecentocinquantamila bambini sono a rischio di malnutrizione acuta.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes