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Nelle montagne del Puntland, la resistenza somala contro lo Stato Islamico

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Sierra Leone ebole free, ma ancora un caso in Guinea

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 8 novembre 2015

Il picco di ebola è passato, la Sierra Leone è stata dichiarata “ebola free” ma la malattia ancora non è scomparsa del tutto e il virus killer continua a uccidere. Secondo i dati dell’OMS, da dicembre 2013, quando l’epidemia è comparsa a Gueckedou, in Guinea, al confine con la Sierra Leone, uccidendo un piccolo di soli due anni, sono decedute 11.299 persone e 28.581 sono state infettate.

cartello Ebola

Pochi giorni fa è nato un bambino in un centro specializzato per il trattamento dell’ebola, dove era ricoverata la sua mamma, che era deceduta subito dopo il parto. Il neonato è stato contagiato e sta combattendo la sua lotta contro il terribile virus. Al momento è l’unico ammalato registrato ufficialmente in Guinea. La sua famiglia è originaria di Kondeyah, nel distretto di Forecariah. Oltre la mamma e lui, altri due membri del nucleo familiare sono stati infettati. Molte altre persone, che sono venute a contatto con la famiglia, sono attualmente monitorate da personale specializzato, perché ritenute ad alto rischio.

In Sierra Leone non ci sono stati nuovi casi di ebola dal 25 settembre scorso, da qui la decisione dell’OMS di dichiarare il Paese “ebola free”.

In un ospedale in California, Ada Igonoh, un medico nigeriano guarita dall’ebola, ha partorito un bambino completamente sano. La dottoressa è stata contagiata a Lagos nell’estate 2013, quando è venuta in contatto con Patrick Sawyer, un liberiano-americano. Sawyer ha manifestato i primi sintomi della malattia proprio al suo arrivo all’aeroporto della metropoli nigeriana (http://www.africa-express.info/2014/07/26/ebola-contagiato-il-dottore-che-combatte-il-virus-comparso-ora-anche-nigeria/).

La signora Igonoh è stata monitorata durante tutta la gravidanza. I medici hanno tirato un sospiro di sollievo, quando i test hanno rivelato che il neonato non era affetto. Può accadere, infatti, che nei sopravvissuti il virus resista in parti del corpo dove il sistema immunitario riesce a circoscriverlo, senza riuscire però a sopprimerlo.

cartellone A

Possono così insorgere problemi di salute a lungo termine, come è successo all’infermiera inglese Pauline Cafferkey. L’infermiera aveva contratto il virus in Sierra Leone diversi mesi fa. Era stata dichiarata guarita. All’inizio di ottobre è stata ricoverata nuovamente in un reparto di isolamento al Royal Free Hospital di Londra per una meningite, causata dalla precedente infezione di ebola.

Michael Jacobs, medico dell’ospedale londinese, ha precisato: “Pauline non ha avuto una ricaduta dell’ebola; il virus si è nascosto per mesi nel suo cervello, probabilmente con un livello di replicazione estremamente basso. E’ riemerso ora, provocando questa meningite”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Eritrea, the old nakfa vs new nakfa

Africa ExPress Special Correspondent
Saba Makeda
Somewhere in Eritrea, 7 th November 2015

This week the Eritrean Government has issued legal notice 124/2015 Legal Tender Nakfa Currency Notes Regulation. The Regulation provides for the exchange of exchange of the current Nakfa legal tender with new Nakfa legal tender.

http://www.shabait.com/news/local-news/20720-2015-11-05-12-26-32
https://www.youtube.com/watch?v=S9kVxW4Vl6g

1 Nakfa

The Regulation makes the following provisions:

  1. The rate of exchange old Nakfa to new Nakfa is 1:1                                         Article 3(2)
  2. The exchange can be made at the Commercial Bank of Eritrea                        Article 4 (1)
  3. Individuals /businesses are allowed to redeem currency only at one bank and only once

Article 4 (2)

  1. Any amount greater than Nakfa 20,000 must be deposited into an account. That is there is a limit on cash exchange                                                                                                 Article 4 (3)
  2. During the redemption period only 20,000 Nakfa may be withdrawn from bank deposit account. Transactions in excess of 20,000 Nakfa must be made by cheques payments in excess

Article 4 (4)

  1. Foreigners/visitors may exchange old Nakfa for new Nakfa but must produce evidence of the legal purchase of the old Nakfa                                                                                 Article 4(5)
  2. According to Eritrean news sources the redemption /exchanges will take place over a period of 6 weeks                                                                                                                           Article 4 (6)
  3. The 6 weeks starts from 04 November 2015

The explanation for the measure is that the Government wants to stimulate the economy and address and stop: the foreign exchange black market; the circulation of counterfeit money, the laundering of money, the hoarding of large bills.

The reality is that this measure does not inject new capital into the ERITREAN economy it does not build business or investment confidence, nor does it actually address the declining trust and confidence of the people.

Makeda Saba Makeda
makedasaba@ymail.com

 

Burundi sull’orlo del baratro: si rischia un nuovo genocidio africano

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Speciale per Africa Express
Andrea Spinelli Barrile
Roma, 6 novembre 2015

Secondo alcune fonti burundesi, definite dal giornalista italiano di base a Kampala Fulvio Beltrami “degne di fiducia”, milizie FDLR e Imbonerakure, coadiuvate da forze di polizia e bassa manovalanza hutu arruolata nelle scorse settimane nelle campagne con fiumi di birra e magnifiche promesse, starebbero preparando in queste ore l’attacco definitivo ad alcuni quartieri della capitale del Burundi Bujumbura (Nyagabiga, Murakura, Cibitoke, Ngagara), alla ricerca selettiva di cittadini burundesi di etnia tutsi.

L’ordine dato alle milizie hutu-power sarebbe di non far uscire vivo “nessun terrorista” dal Burundi e di isolare i quartieri a maggioranza tutsi, nei quali uomini, donne e bambini si starebbero mobilitando per una difesa armata con ogni oggetto offensivo possibile: armi da fuoco, machete, spranghe, martelli, una resistenza che se si giungesse allo scontro definitivo potrebbe causare molte vittime.

barricata con falò

Nel frattempo nei pressi della capitale, nel distretto di Bujumbura Rural, le forze di liberazione organizzate dalla FORSC (Forum per il Rafforzamento della Società Civile) e comandate da tre ex-generali dell’esercito, composte perlopiù da disertori burundesi, avrebbero ricevuto armamenti dai paesi vicini e starebbero muovendo sulla capitale fronteggiati da cinque battaglioni delle FDLR ruandesi, la nuova guardia personale di Nkurunziza, molto ben armati e addestrati. Nelle scorse settimane infatti alcune forze speciali dell’Esercito Popolare di Liberazione Cinese sarebbero atterrati a Bujumbura in sostegno a Pierre Nkurunziza.

Violenza e terrore, colpi di fucile automatico, granate, tintinnio di machete, odore nauseabondo di morte: Bujumbura, la capitale del Burundi, è teatro oramai da settimane di vere e proprie prove tecniche di genocidio. Il Presidente Pierre Nkurunziza, pastore protestante al suo terzo e illegittimo mandato, ha sostituito le proprie guardie del corpo con miliziani ruandesi dell’FDLR (Forze Democratiche per la Liberazione del Rwanda), già tragicamente famosi per i “100 giorni” del 1994, quando circa un milione di persone furono trucidate nel silenzio complice di tutto il mondo “civilizzato”.

Il legame tra Nkurunziza, che domenica ha inviato moglie e figli in Tanzania, e le milizie hutu-power rwandesi giunte in soccorso della spaventosa Lega Giovanile del CNDD, meglio nota come Imbonerakure (quelli che vedono lontano) addestrata da FDLR in Congo già da almeno due anni e avente funzione di milizia paramilitare del regime burundese, è oramai consolidato. Secondo molti analisti l’unico sbocco possibile, al netto di un (per ora improbabile) intervento internazionale, è quello di un nuovo genocidio.

Nkurunziza, che appare e scompare come un fantasma, è oramai alla mercè dei miliziani FDLR e mantiene l’esercizio del potere grazie a omicidi mirati, epurazioni e l’eliminazione di ogni forma di opposizione: un preludio a quello che potrebbe essere un nuovo Olocausto africano.

Proteste e agente con mitra

Giovedì 5 novembre il primo vicepresidente della repubblica Gaston Sindimwo ha usato parole durissime nei confronti di oppositori e società civile: “Siete stati avvertiti, useremo tutti i mezzi: anche gli aerei. Che i leader politici avvertano i loro sostenitori: non c’è più spazio per le polemiche, la ricreazione è finita”. Parole che fanno tremare i polsi in vista della fine dell’ultimatum alla resa, che scade il domani 7 novembre, dato dal governo agli oppositori, e che fanno il paio con quelle del Presidente del Senato Révérien Ndikuriyo, il quale, intervenendo pubblicamente e non sapendo di essere registrato, ha sbraitato: “Il giorno in cui sentirete la parola ‘lavoro’ vedrete la differenza! […] vedrete la differenza quando (la polizia, nda) riceverà l’ordine di lavorare”.

Ndikuriyo ha l’arduo compito di reclutare, nei quartieri, nei villaggi e fino alle zone più remote del paese, manovalanza per le violenze: con lui Pascal Nyabenda, presidente dell’Assemblea Nazionale, gira il paese promettendo alla popolazione hutu la confisca dei beni ai tutsi e la loro redistribuzione, uno stipendio dignitoso, la rivalsa etnica finale. Nell’immediato il regime fornisce ai contadini fiumi di birra, memori della saggezza che l’uomo bianco ha saputo esportare in tutto il mondo, aizzando masse di ubriachi ignoranti plagiati dall’odio etnico profuso dal regime: “Kora! Kora!” urlano loro le milizie FDLR.

La questione è legata alle tempistiche: in forte ritardo, anche la comunità internazionale, dall’Unione Africana alle Nazioni Unite fino all’Unione Europea, ha espresso profonda preoccupazione e intimato al regime di Nkurunziza di cessare le violenze sulla popolazione. Tempo concesso: 30 giorni.

Un’infinità, se consideriamo che era il 03 aprile 2014 quando Parfait Onanga-Anyanga dell’Ufficio delle Nazioni Unite in Burundi informava Jeffrey D. Feltman, sotto segretario al quartier generale delle Nazioni Unite a New York, dell’avvenuta distribuzione di armi e uniformi di esercito e polizia ai giovani miliziani Imbonerakure: quel rapporto però non ha sortito alcun effetto, almeno fino a questo momento.

poliziotto e gas

Sono mesi che le Imbonerakure, con l’esercito burundese prima e con le milizie FDLR poi, rispondono con la violenza alle richieste della popolazione: la situazione ha continuato a deteriorarsi, i morti sono oramai già migliaia e ogni giorno i quartieri Mutakura, Cibotoke, Ngarara Musaga, Jabe della capitale Bujumbura vivono intensi attacchi sotto le granate, nel terrore di assassini e rastrellamenti. In particolare la violenza si sta scatenando contro i tutsi burundesi, una violenza non solo fisica ma anche verbale.

Nell’operazione mediatica di copertura del nuovo genocidio africano il linguaggio ha infatti un ruolo essenziale: i tutsi (gli “scarafaggi” del 1994) vengono oggi definiti sui media burundesi “terroristi Al-Shebab”, come i jihadisti somali, Nkurunziza sembra aprire al dialogo (lunedì 2 novembre in un discorso alla televisione nazionale) ma non con i suddetti “terroristi”. Le parole più emblematiche sono però quelle del presidente del Senato, che quando usa il termine “lavoro” richiama proprio alla parola d’ordine che diede il via al genocidio in Ruanda nel 1994: sulle pagine Facebook di alcuni sostenitori hutu-power del regime burundese compaiono sempre più spesso fotografie di machete ben affilati recanti status del tipo: “Le elezioni sono finite, ora andiamo al lavoro”.

Allo stesso modo, la cautela con cui il resto del mondo si sta pronunciando contro Nkurunziza è figlia proprio dalla terminologia: “genocidio” è una parola, nella regione dei Grandi Laghi, da pronunciare con le dovute cautele perché riapre ferite mai completamente rimarginate: il rischio di una deflagrazione dell’odio etnico nella regione avrebbe conseguenze inimmaginabili.

Il Rwanda, sostenuto dall’Uganda, accusa il Burundi di offrire protezione alle milizie genocidarie FDLR, tra le quali si nascondono molti generali complici e autori del genocidio del 1994, e di averle integrate con forze hutu-power fresche mentre il Burundi accusa il Ruanda di nascondere ex-funzionari e avversari politici scappati all’estero.

Nel frattempo le FDLR soffiano sul fuoco dell’odio etnico, risvegliando il ricordo della guerra civile burundese nel dittatore Nkurunziza: in tal senso, tornano alla mente le parole che lo stesso Nkurunziza pronunciò in un’intervista rilasciata nel 2004 all’agenzia stampa IRIN: “Nel 1995, l’esercito tutsi attaccò il campus ed uccise 200 studenti. Essi tentarono di uccidere anche me. Gli attaccanti spararono alla mia automobile ma riuscii a fuggire. Diedero fuoco alla mia auto. A quel punto mi arruolai come soldato nel CNDD-FDD. Questa guerra ci fu imposta, non l’abbiamo iniziata noi”, ricordava l’allora segretario generale del partito, che l’anno successivo sarebbe diventato presidente. Oggi centinaia di migliaia di burundesi, sopratutto tutsi ma anche moltissimi hutu che si oppongono al regime di Nkurunziza, affollano i campi profughi nella Repubblica Democratica del Congo, in Tanzania e in Ruanda.

Manifestanti e cartellone

Lo spettro ruandese è vivo oggi più che mai nei piani del regime burundese: Nkurunziza, lo raccontano i fatti, sembra determinato a non dialogare in nessun modo con gli oppositori, vuoi per il timore di una vendetta delle FDLR vuoi per una strategia politica dissennata. Secondo David Gakunzi, intellettuale burundese che vive in Francia intervistato dal quotidiano Liberation, fin dall’inizio della crisi il regime ha fatto di tutto per rinfocolare l’odio tra hutu e tutsi con un sapiente lavoro fatto di omicidi mirati sia di oppositori che di “nemici interni” definiti “animali traditori” in kirundi e “terroristi” in lingua francese.

Mentre di giorno il paese cerca di prendere fiato, di notte le violenze imperversano ovunque: tutsi torturati e uccisi, intere famiglie massacrate, oppositori hutu pestati e arrestati. Secondo il giornalista Fulvio Beltrami, che riporta i racconti di testimoni oculari, pochi giorni fa un corteo funebre di ritorno dal funerale di un giovane ragazzo assassinato dalla polizia è stato attaccato a Buringa, nel comune di Gihanga vicino all’aeroporto di Bujumbura, dalle FDLR ruandesi che hanno compiuto una carneficina: sedici persone sono state uccise sul posto, altre portate nei campi e decapitate. L’ordine al massacro è stato dato dal colonnello Desire Nduwamahoro, comandante delle unità anti sommossa della polizia.

Questo episodio, apparentemente di scarsa rilevanza, è in realtà solo l’apice del formicaio: intere zone del paese sono isolate e il regime ha creato tutti i presupposti, sociali, mediatici e militari, per scatenare l’inferno a partire dalla scadenza dell’ultimatum: sabato 7 novembre.

Ufficialmente l’obiettivo sarà il disarmo di chi non ha obbedito all’ordine di resa (armandosi proprio per contrastare il regime hutu-power), con fantomatiche promesse di amnistia dopo qualche mese di campi di riabilitazione: la storia degli ultimi 20 anni e i protagonisti nella storia recente del Burundi suggeriscono però un rischio molto più alto, in termini di vite umane.

Tra l’8 e il 10 novembre prossimi il Burundi potrebbe trasformarsi in una fossa comune di dimensioni inimmaginabili: il tempo “concesso” dalla comunità internazionale è infinitamente lungo, vista la manifesta intenzione di “terminare il lavoro” per Natale, e sembra che il regime non abbia comunque alcuna intenzione di cedere.

Andrea Spinelli Barrile
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Skype: djthorandre
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Peter Greste (Al Jazeera) torna a Nairobi ed è portato in trionfo dai colleghi giornalisti

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 6 novembre 2015

Il corrispondente dell’edizione inglese del network televisivo Al Jazeera, Peter Greste, è rientrato a Nairobi, dopo aver passato 400 giorni in una prigione egiziana. Peter è stato accolto dai colleghi della Foreign Correspondents’ Association of East Africa (FCAEA), che hanno organizzato una sorta di conferenza stampa per festeggiarlo e portarlo in trionfo.

Greste, che è nato a Sidney ed è cittadino australiano, era stato arrestato il 29 dicembre del 2013, assieme ai suoi due colleghi Mohamed Fahmy e Baher Mohamed, poco dopo essere arrivato nella capitale egiziana e avere realizzato i primi servizi giornalistici. L’accusa formulata dai giudici parlava di sostegno al movimento islamista Fratellanza Musulmana e di diffondere notizie che avrebbero nuociuto alla sicurezza del Paese. Imputazioni fabbricate e false, ma che avevamo provocato una sentenza durissima: sette anni di prigione.

IO E PETER GRESTE

Il carcere ai tre giornalisti aveva provocato dure reazioni internazionali e la federazione dei giornalisti basati in Africa Orientale (la FACEA, appunto) aveva lanciato la campagna #freeAJstaff, cui aveva aderito anche la redazione di Africa ExPress. Nel gennaio scorso l’organizzazione aveva poi teso un’imboscata al ministro degli esteri egiziano che era appena arrivato a Nairobi per partecipare a un vertice delle Nazioni Unite. Nel frattempo Peter, in segno di solidarietà, era stato nominato presidente della FCAEA.

Nel febbraio scorso, anche per le pressioni internazionali, il giornalista ha ottenuto il perdono dal presidente della repubblica egiziana, Abdel Fattah el-Sisi, ed è stato liberato. E’ tornato così in Australia, dai genitori, dove è rimasto fino a pochi giorni fa quando è rientrato a Nairobi per riprendere il suo posto di corrispondente di Al Jazeera.

Il giornalista, che nel 2011 ha vinto il premio Peabody per un documentario sulla Somalia mandato in onda dalla BBC nel prestigioso programma Panorama, ha lavorato, sempre in giro per il mondo, oltre che per il network britannico, anche per la Reuters, la CNN e altre reti minori.

Durante la conferenza stampa ha ricordato che centinaia di giornalisti sono in prigione nel mondo, semplicemente perché fanno il loro lavoro. “Dobbiamo tutti restare vigilanti”, ha spiegato. Gli ha fatto eco l’attuale presidente della FCAEA, Ilya Gridneff, che ha aggiunto: “Il giornalismo non è un crimine” .

Massimo A Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Nella foto Peter Greste con Massimo Alberizzi all’Hotel Tribe di Nairobi

Shell accusata di aver barato: in Nigeria non ha bonificato come avrebbe dovuto

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 4 novembre 2015

L’accusa lanciata da Amnesty International e dal “Centre for Environment, Human Rights and Development” (CEHRD) è pesante: la Shell, il colosso petrolifero anglo olandese, non ha ottemperato alla raccomandazioni molto severe dell’UNEP, il Programma per l’Ambiente dell’ONU, che l’avevano vincolata a bonificare un territorio nel delta del Niger, in Nigeria, devastato da un inquinamento spaventoso.

La relazione dell’UNEP aveva evidenziato il fatto che l’inquinamento causato dalla Shell era tale che ci sarebbero voluti forse trent’anni per risanare completamente l’intera area e riportarla allo stadio iniziale.

BIDONE E LIQUAMI

Già nello scorso mese di agosto alcuni gruppi per la difesa dei diritti umani e anche Amnesty avevano accusato il governo nigeriano e la Shell di negligenza e lentezza nel risanamento delle zone inquinate nel Delta del Niger.

In un nuovo rapporto di trentotto pagine pubblicato ieri, intitolato “Clean It Up: Shell’s False Claims about Oil Spill Response in the Niger Delta”, Amnesty International e il CEHRD, accusano la società petrolifera di non aver bonificato le zone inquinate dalla fuoriuscita di greggio. Inoltre occorrono più azioni per venire incontro alle comunità maggiormente colpite.

Durante i sopralluoghi effettuati tra luglio e settembre, in tredici delle quindici zone colpite, c’erano ancora segni di evidente inquinamento e/o contaminazione, anche se il governo nigeriano e la Shell hanno dichiarato esattamente l’opposto.

oil spillllll

Mark Dummett, ricercatore di Amnesty, ha affermato: “Migliaia di persone sono costrette a vivere da anni, in alcuni casi da decenni, in zone contaminate, bere acqua e respirare aria inquinata a causa della mancata bonifica”.

La Shell Petroleum Development Company of Nigeria (SPDC) respinge tutte le accuse e dichiara di aver messo in opera le raccomandazioni richieste dall’UNEP.

MANI SPORCHE

La relazione è stata resa pubblica proprio una settimana prima del ventesimo anniversario dell’esecuzione di Ken Saro-Wiwa. Il mondo era venuto a conoscenza della drammatica situazione ecologica nel Delta del Niger, causata dall’inquinamento provocate dalle perdite di greggio, anche grazie alle sue denunce.

Il 10 novembre 1995 Ken Saro-Wiwa è stato impiccato con altri otto leader, che erano stati processati in gran segreto per aver assassinato quattro capi locali. Inutili furono gli appelli di clemenza giunti dal mondo intero. Il governo militare di allora – guidato dal sanguinario Sani Abacha – non ne volle sapere.

“In vent’anni non è cambiato nulla. L’Ogoniland (nel sud della Nigeria) ha gli stessi problemi di allora. Non abbiamo avuto giustizia”, sono le amare parole di  Fyneface Dumnamene Fyneface, ambientalista e attivista per i diritti umani.

Bidone in testa

Amnesty ha annunciato veglie e proteste per la prossima settimana, in concomitanza con l’anniversario dell’impiccagione di Wiwa, davanti alle stazioni di benzina della Shell.

Da tempo l’opinione pubblica quando parla di Nigeria pensa solo ai jihadisti di Boko Haram e ai loro massacri. Si crede che nel colosso dell’Africa si muoia solamente per mano dei sanguinari terroristi. Poca attenzione è rivolta al gravissimo problema dell’inquinamento nel Delta del Niger e agli altri mille problemi, i più grossi povertà e corruzione, che affliggono l’ex-colonia britannica.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Da Cagliari all’Arabia Saudita bombe italiane usate contro i civili in Yemen

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Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
Catania, 1° novembre 2015

Missione compiuta. Il 29 ottobre scorso, centinaia di bombe d’aereo prodotte in Italia, hanno raggiunto l’Arabia Saudita dove saranno quasi certamente utilizzate per le operazioni di guerra in Yemen da parte della coalizione internazionale a guida saudita e di cui fanno parte pure Marocco, Egitto, Sudan, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait, Giordania e Pakistan.

Secondo la giornalista Malachy Browne, che ha documentato grazie a FlightRadar24.com le rotte del velivolo che ha trasportato le bombe (un Boeing 747 della compagnia aerea azera Silk Way Airlines), il cargo 4K-SW888 è decollato dallo scalo di Cagliari Elmas, ha sorvolato l’Egitto e il Mar Rosso e ha poi iniziato la sua discesa verso la città di Gedda, anche se dopo un improvviso cambio di rotta è atterrato nell’aeroporto “King Fahd” di Taif, base strategica dell’Aeronautica militare dell’Arabia Saudita e della stessa US Air Force.

cagliari helmas

A Taif, in particolare, sono rischierati i cacciabombardieri Eurofighter “Typhoon” che i sauditi hanno acquistato dal consorzio europeo composto dai colossi BAE, EADS e dall’italiana Alenia Aermacchi (Finmeccanica), utilizzati dal 25 marzo per gli attacchi aerei in Yemen.

Nei giorni scorsi, alcuni giornalisti e attivisti sardi avevano documentato le operazioni di carico a Cagliari Elmas di alcuni container “sospetti” a bordo del Boeing 747. L’Enac, in una nota, ha confermato le operazioni del velivolo con a bordo materiale bellico, spiegando che “si trattava di un volo di natura commerciale regolarmente autorizzato nel contesto delle previsioni normative internazionali tecniche che disciplinano il trasporto di tali materiali”.

sotto l'aereo

“Con ogni probabilità si è trattato di una nuova fornitura di bombe fabbricate nell’azienda tedesca RWM Italia di Domusnovas che prosegue le spedizioni degli ultimi anni”, ha dichiarato Giorgio Beretta, ricercatore dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Difesa e Sicurezza (OPAL) di Brescia. “Sappiamo che ordigni inesplosi del tipo di quelli inviati dall’Italia, come le bombe MK84 e Blu109, sono stati ritrovati in diverse città dello Yemen bombardate dalla coalizione saudita e il nostro Ministero degli Esteri non ha mai smentito che le forze militari saudite stiano impiegando anche ordigni prodotti in Italia in questo conflitto”.

Con un comunicato congiunto, la Rete Italiana per il Disarmo, Amnesty International Italia e l’OPAL di Brescia hanno duramente stigmatizzato il trasferimento di materiale bellico al regime saudita. “E’ inaccettabile – scrivono le organizzazioni non governative – che nello stesso giorno in cui l’Unione Europea ha assegnato il Premio Sakharov al blogger saudita incarcerato Raif Badawi, dall’Italia siano partite nuove bombe destinate all’Arabia Saudita, il paese che guida la coalizione la quale – senza alcun mandato internazionale – da sette mesi sta bombardando lo Yemen con migliaia di morti tra i civili”.

Il sanguinoso conflitto ha causato finora più di 4.000 morti (di cui almeno 400 bambini) e 20.000 feriti – di cui circa la metà tra la popolazione civile, provocando quella che è stata definita dalle stesse Nazioni Unite come una “catastrofe umanitaria” con oltre un milione di sfollati e 21 milioni di persone che necessitano di urgenti aiuti.

rotta

Ai bombardamenti dell’Aeronautica dell’Arabia Saudita sono state imputate diverse stragi di civili; la più recente ha riguardato la morte di 131 persone (un’ottantina le donne) che partecipavano a una festa di matrimonio nella provincia di Taiz.

La settimana scorsa i raid della coalizione hanno colpito un ospedale di Medici Senza Frontiere nella provincia settentrionale di Sa’dah. “Il personale ospedaliero e due pazienti sono riusciti a fuggire prima dei successivi attacchi”, ha denunciato MSF. “Era l’unico ospedale ancora funzionante nella zona di Haydan. Ora che l’ambulatorio, il reparto maternità, il laboratorio e il pronto soccorso sono tutti distrutti, almeno 200.000 persone non hanno più accesso a cure mediche salvavita”.

La RWM Italia, azienda produttrice delle bombe giunte in Arabia, è una sussidiaria della multinazionale tedesca Rheinmetall Defence. Oltre a quello sardo di Dosmunovas con una ventina di addetti, la società dispone di uno stabilimento a Ghedi (Brescia). Secondo il sito dell’AIED (Aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza), la RWM Italia cura lo sviluppo, la ricerca e la produzione delle parti elettroniche, inerti ed esplosive (tradizionali e insensibili) attualmente richieste per i sistemi d’arma.

rotta arrivo

In particolare si tratta di bombe d’aereo MK81, MK82, MK83 ed MK84, di bombe ad alta capacità di “penetrazione” Blu-109/B, munizioni, spolette, testate per missili, siluri, mine marine, cariche di demolizione e contromina. Le bombe a caduta libera MK82 con cariche esplosive da 89 Kg sono utilizzate negli scacchieri di guerra sin dai primi anni ’50; le MK84 sono molto più grandi, più pesanti e distruttive: utilizzate dalla guerra in Vietnam, possono produrre crateri di circa 15 metri di diametro e 11 di profondità e penetrare corazze di metallo di 28 cm o colate di cemento di oltre 3 metri di spessore, spargendo nel raggio di 360 metri schegge e frammenti letali. Le bombe Blu-109/B, a guida elettronica o laser, caricate con lo speciale esplosivo termo insensibile Pbxn-109, possono perforare velivoli corazzati e pareti d’acciaio di 4-6 piedi di spessore. Secondo Peacelink, la versione da 870 Kg della Blu-109/B è un “ordigno all’uranio impoverito, in grado di produrre tumori e malattie in seguito allo spargimento di nano e micro particelle nell’ambiente”.

Il 2 maggio scorso, sei container con centinaia di bombe MK82 e MK84 senza esplosivo (classificate quindi come semplici involucri accessori), prodotte da RWM Italia, erano stati trasportati a bordo della nave Jolly Cobalto del Gruppo Messina, dal porto di Genova sino a Jeddah e da qui, via terra, sino ad Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti). Negli Emirati, la società Burkan Defence ha provveduto all’assemblaggio delle varie componenti grazie a un contratto stipulato con il ministero della Difesa saudita nel 2008. “Per quanto riguarda quella spedizione, sulla base dei dati ufficiali forniti dal registro del commercio estero dell’ISTAT, si è avuta conferma che sono state esportate dall’Italia agli Emirati Arabi Uniti armi e munizioni (tra cui bombe) per un valore di oltre 21 milioni di euro e per un peso di circa 16.900 chili”, spiega il ricercatore Giorgio Beretta.

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L’Osservatorio sulle Armi Leggere e Politiche di Difesa e Sicurezza di Brescia, grazie alla relazione europea sulle esportazioni di sistemi militari, ha potuto accertare che nel solo 2013 dall’Italia sono state rilasciate autorizzazioni al trasferimento verso l’Arabia Saudita per la categoria ML 4 (bombe, razzi, missili ecc.) per un totale di 69.641.471 euro.

L’anno precedente, il governo italiano aveva invece autorizzato RWM Italia ad esportare in Arabia Saudita bombe MK82 e MK84 e componentistica accessoria per un valore di 8,5 milioni di euro (precisamente per 1.000 bombe MK82 da 500 libbre e 300 MK84 da 2.000 libbre). “Nella relazione presentata alle Camere nel 2014 e relativa all’export del 2013, l’autorizzazione all’esportazione rilasciata a RWM Italia è invece per più di 62 milioni di euro per 3.650 bombe MK83 da 1.000 libbre attive e per 120 mila euro per 300 bombe MK83 inerti”, aggiunge Giorgio Beretta.

Il registro del commercio con l’estero dell’ISTAT per l’anno 2014 riporta invece spedizioni di “armi e munizioni” dalla Provincia di Cagliari per l’Arabia Saudita per un valore complessivo di 18.076.175 euro, grazie a due spedizioni avvenute la prima ad aprile per 10.250.725 euro e la seconda a novembre per 7.825.450 euro.

La giornalista Malachy Browne, in un’inchiesta pubblicata per Reported.ly, ha documentato che frammenti delle bombe MK83 esportate da RWM Italia tra il 2012 e il 2014 sono stati rintracciati in Yemen. Ole Solvang, un ricercatore della ONG Human Rights Watch, ha fotografato questo specifico modello di bomba in Yemen, con il marchio di RWM Italia. “Le indicazioni GPS che accompagnano le fotografie di Solvang mostrano che le bombe hanno colpito in vari punti un complesso governativo di Sa’dah, una roccaforte houthi nel nord dello Yemen”, ha riportato Malachy Browne. Un secondo ricercatore di Human Rights Watch, Mark Hiznay, ha spiegato a Reported.ly che la bomba MK83 da 450 chilogrammi trovata in Yemen è stata realizzata “per causare danni, morti e lesioni grazie alla deflagrazione e all’effetto di frammentazione”.

Gli operatori dell’ONG statunitense hanno altresì accertato l’uso in Yemen da parte della coalizione guidata dall’Arabia Saudita di bombe a grappolo, contenenti cioè un certo numero di sub munizioni, che, al funzionamento dell’ordigno principale (cluster), vengono disperse a distanza. “Questi armamenti dall’impatto devastante, sono stati utilizzati contro la popolazione civile, provocando morti e feriti, in almeno sette casi tra la fine aprile e la metà di luglio nella provincia nord-occidentale di Hajja”.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

La prima immagine e l’ultima (la stessa ingrandita) sono state scattate da Roberto Cotti, del Movimento 5 Stelle, all’aeroporto di Cagliari Elmas e mostrano le bombe poco prima di essere caricate su cargo azero. Nella seconda immagina un’auto della polizia osserva. Le due foto in mezzo illustrano la rotta dell’aereo da Cagliari a Taif

Altro massacro a Mogadiscio: assaltato l’hotel dei giornalisti

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 1° novembre 2015

L’hotel Sahafi, l’albergo di Mogadiscio diventato famoso al tempo dell’intervento delle Nazioni Unite in Somalia, all’inizio degli anni ’90, perché frequentato dai giornalisti stranieri, è stato teatro di un violentissimo attacco dinamitardo. Stamattina due autobombe sono state scaraventate contro il cancello e il muro di cinta del palazzo. E’ stata una devastazione. Subito dopo dall’enorme breccia aperta dall’esplosione sparando all’impazzata è entrato un commando di shebab, i terroristi somali che vogliono rovesciare il fragile governo sostenuto dall’Onu e dall’Occidente.

Sahafi distruzione

I miliziani a guardia dell’albergo hanno risposto al fuoco, ma c’è stata una carneficina: hanno perso la vita almeno 15 persone. I feriti sono almeno il doppio, alcuni molto gravi. Tra i morti il proprietario dell’albergo Abdirashid, di etnia habergidir saad, suo figlio, il generale Abdikarim Dhagabadan, che nell’agosto 2011 ha sconfitto gli shebab a Mogadiscio cacciandoli dalla capitale, e il parlamentare Mohamed Abdi Abtidoon.

Ucciso dai terroristi anche un fotografo, Mustaf Abdi Shafana, molto ben conosciuto dai giornalisti occidentali che frequentamo Mogadiscio e la Somalia. Abbiamo tutti lavorato con lui o lo abbiamo incontrato dietro qualche barricata o check point, nelle situazioni più complicate e pericolose. Le foto di Mustaf sono state pubblicate da giornali di tutto il mondo. La battaglia all’interno del complesso è durata un paio d’ore. Poi i miliziani, i soldati somali e quelli ugandesi corsi in aiuto degli attaccati hanno avuto la meglio.

Con Ilaria fuori da Sahafi

L’hotel Sahafi (Sahafi vuol dire press, stampa in arabo: quindi l’hotel dei giornalisti) era la base di tutti i reporter occidentali che hanno frequentato la Somalia negli ultimi 25 anni. Io ci ho vissuto 9 mesi dal 1993 al 1994 assieme ad altri colleghi stranieri e a Ilaria Alpi, che abitava nella stanza numero 314, accanto alla mia. In questi anni ci tornavo, ma saltuariamente. Una quarantina di quegli operatori dell’informazione che hanno raccontato quella stagione a Mogadiscio, molti dei quali hanno rischiato la vita, si sono raccolti in una pagina Facebook, “Sahafi Rooftop Club”, aperta da Philp Davies, che allora lavorava per la BBC.

L’albergo si affaccia sulla piazza cosiddetta del 4° chilometro, non molto lontana dall’aeroporto, centro di un quartiere commerciale affollatissimo. Oltre che dai giornalisti occidentali, sempre più rari e sparuti, è frequentato dai politici e da quel che resta della società civile somala. Non è la prima volta che l’hotel viene preso di mira dai terroristi islamici.

Il 9 febbraio 2005 la producer della BBC Kate Peyton, che si trovava a Mogadiscio con il reporter Peter Greste, che qualche ora prima si era registrata alla reception, è stata uccisa con una fucilata alle spalle davanti al cancello d’ingresso. Qualche anno dopo un’inchiesta delle Nazioni Unite stabilì che a organizzare l’omicidio della giornalista fu Aden Hashi Aeru, un comandate islamico che mi fece rapire nel 2006 e che fa sua volta fu ammazzato da un drone americano il 1° maggio 2008, mentre stava dormendo nella sua casa di Dusamareb, nel centro della Somalia.

Il 14 luglio 2009 un commando che si era spacciato per guardie del ministero dell’Interno si è presentato alla reception del Sahafi e si è fatto indicare le stanze dove alloggiavano di consiglieri militari francesi incaricato dell’addestramento di soldati somali. I due sono stati poi consegnati agli shebab e ai miliziani dell’ Hizbul Islam. Uno degli ostaggi Marc Aubriere riuscì a scappare il 29 agosto successivo. Il secondo Denis Allex, rimase ucciso l’11 gennaio 2013, quando le teste di cuoio francesi cercarono di liberarlo con un’operazione fallita.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twittar @malberizzi

Nalla foto in alto i soccorsi ai feriti, in basso Ilaria Alpi e Massimo Alberizzi fotografati seduti fuori dall’Hotel Sahafi sotto quell’ala che oggi è andata quasi completamente distrutta 

Luglio 1993: qui Al Sahafi, l’hotel dell’inferno somalo

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Mogadiscio, 29 luglio 1993

Ci sono due modi per testimoniare una guerra. O stare seduti davanti alla piscina dell’Hilton. O muoversi, girare, cercare delle storie da raccontare, snidare le notizie e andare alla loro fonte. A Mogadiscio l’Hilton (o un equivalente) non c’è. Esiste un fetente albergo (che in Italia sarebbe di infima categoria) dove comunque ci si può piazzare.

E’ ben sicuro, di fronte all’ambasciata italiana, sotto il controllo delle sentinelle della nostra legazione. Per uscire si può chiedere una forte scorta militare di parà che, ovviamente, si muovono solo se non ci sono altri impegni. Le notizie ufficiali arrivano comunque (come, per altro, giungono nelle redazioni). Lì alloggia la maggior parte dei giornalisti italiani.

Cameramen on the roof

Gli stranieri sono invece all’hotel al Sahafi, “del giornalista” in arabo, sempre fetente ma molto più vivace e interessante, perché al centro della zona controllata dal generale Mohammed Farah Aidid (il ribelle) e vicino alle installazioni civili e militari dell’Onu. Nel bel mezzo del quartiere “Quarto chilometro” dove gli elicotteri americani bombardano, le milizie dei signori della guerra combattono, la popolazione dimostra contro i caschi blu, i posti di blocco pachistani vengono assaliti, i somali litigano armi in pugno davanti alle bancarelle dei mercati, le fazioni ribelli si incontrano e si scontrano, i feriti vengono ricoverati negli ospedali, gli obici e i mortai martellano il porto e l’aeroporto, i cecchini e gli accoltellatori sono in agguato. Insomma, dove la guerra si vive dal di dentro.

E’ qui che alloggiavano Dan Eldon, Anthony Macharia, Hos Maina, della Reuters, e Hansi Krauss, Ap, i colleghi ammazzati selvaggiamente dai somali il 12 luglio. Cari amici, specie Dan, che avevo incontrato in Somalia diverse volte.

Mike Hanna

Ospiti fissi dell’Hotel Al Sahafi le più importanti agenzie di stampa Reuters, France Presse, Associated Press e il network televisivo americano CNN; ospiti saltuari i grandi giornali da Le Monde, all’Independent, al New York Times alle tv Usa Cbs, Nbc, Abc e gli italiani Corriere della Sera e Tg3 più una schiera di fotografi, cameramen e freelance, come Cristiano Laruffa, Fausto Biloslavo (famoso per le sue campagne in Afghanistan dove fu fatto prigioniero e fu gravemente ferito) e Gian Micalessin, cronista di guerra d’assalto, Raffaele “Lele” Ciriello.

In quest’albergo, in cui la parola pulizia è del tutto sconosciuta, non si dorme mai e c’è una gara a cercar le storie da raccontare, scambiarsi informazioni, correre su e giù per i tre piani aiutando i colleghi con notizie dell’ultimo momento. Al ristorante sanno che i reporters mangiano a qualunque ora e in cambio di una buona mancia Abdulkadir tiene la sala quasi sempre aperta. Una sera si è persino esibito nel “safari” contro un grosso topo che aveva avuto la brutta idea di entrare nell’enorme stanzone. L’animale, contro cui era stato lanciato di tutto, forchette, coltelli, un tazza ed un piatto è stato finito a scarpate al termine di un grottesco quanto divertentissimo raid.

La mia stanza al Sahafi

La giornata comincia molto presto. Alle 7 le radioline sintonizzate sulla Bbc danno le prime notizie e risuonano nei corridoi. Bisogna prepararsi al breefing dell’Onu che è alle 9. Poi via si corre a cercare leader politici arrabbiati, miliziani bellicosi, pacifisti incalliti, terroristi islamici, donne determinate a contare qualcosa, organizzazioni umanitarie, uomini d’affari maneggioni, notizie che sbugiardino le dichiarazioni ufficiali degli uni e degli altri, senza peli sulla lingua, e particolari che chiariscano ai lettori (e a noi stessi) l’ingarbugliata situazione somala. Si lascia sempre detto dove si va. Non serve a niente, ma dà la sicurezza che in caso di impiccio qualcuno ti venga a tirar fuori. Il grande stanzone della Cnn è il centro di ritrovo comune.

Tra cavi, telecamere, apparecchiature elettroniche e telefoni ci sono i frigoriferi pieni di bevande. Sui tavoli cartacce biscotti e snack. Lo dirige Ingrid Formanek, insieme a Rober Wiener, la vera protagonista del network americano a Mogadiscio. Produttrice, operatrice, giornalista, non compare mai in video ma se non ci fosse lei la CNN dalla Somalia non trasmetterebbe nulla.

Ingrid e il suo team

Sempre vestita rigorosamente di nero è un’instancabile lavoratrice. Ai polsi e più su inanella una lunga serie di braccialoni esotici che, secondo le voci correnti, non si possono più sfilare, neanche di notte. E’ una curiosità che non vuol svelare: “Domanda privata, non rispondo”, scherza. La prima ad alzarsi, l’ultima ad andare a letto. Cecoslovacca di nascita, naturalizzata americana, parla otto o nove lingue, tra cui l’italiano. Esce sempre con giubbotto antiproiettile che si getta sulle spalle con non chalance. “Dove si va stamattina”. “Prendiamo il check-point Pasta”. “Ok, andiamo”. E Maria Fleet, un’operatrice dai riccioli rossi, la segue quasi come un’ombra. Maria a Bagdad filmò il missile che colpì l’hotel Rashid e finì a due passi dalle sua gambe.

Per confermare una notizia Ingrid non si ferma davanti a nulla. Alle conferenze stampa dell’Onu fa le domande più intelligenti, ma litiga con i portavoce che lesinano le informazioni. Chiama, facendo piazzate telefoniche senza problemi, l’ufficio di Butros Ghali o il Pentagono o il Dipartimento di Stato. “Pronto, qui è la CNN da Mogadiscio. Voglio sapere se è vero che … E me lo dica subito, non intendo aspettare. La telefonata costa cara e voi siete al servizio dei cittadini”. Normalmente ottiene quel che vuole.

Alberizzi con Ingrid nel salone della CNN

Andy Hill, il capo dell’ufficio della Reuters (ora purtroppo chiuso dopo il tragico assassinio di tre dei suoi componenti) è un tipo calmo e serafico, diventa però un leone quando c’è da entrare in azione. “Tutti sul terrazzo, sparano”, grida come un matto quando fuori si sente mitragliare; e tutti corrono su per vedere cosa succede. Si porta su il suo telefono collegato a un filo lunghissimo e detta a braccio ciò che vede. Quando l’azione si calma il gruppo si lancia giù dai gradini come un branco di bisonti per correre a vedere sul posto.

Il ristorante

Al Sahafi non esiste privacy. Le chiavi delle stanze di ciascuno di noi sono sullo stipite della porta a disposizione dei colleghi. Chiunque può entrare, servirsi del telefono satellitare per chi ce l’ha (e la Reuters ha messo a mia disposizione quello che ha lasciato a Mogadiscio), leggere gli articoli scritti o quelli in programmazione, consultare archivi personali.

Altro veterano è David Chazan, della France Presse, gran conoscitore della Somalia, sempre pronto a lanciarsi nelle avventure più incredibili. Ilaria Alpi segue a ruota. Poco più di 30 anni, conosce l’arabo e è preziosissima quando si deve intervistare qualcuno che non parla né italiano né inglese. Ilaria durante i bombardamenti del 12 luglio, quando furono uccisi i quattro colleghi, era sparita ed è stata una gara di solidarietà per andare a capire dove si fosse cacciata. Quando si è scoperto che in quel gran casino si era rifugiata a casa di amici, tutti al Sahafi hanno tirato un sospiro di sollievo. Il suo cameraman è Alberto Calvi, diventato famoso durante la guerra del Golfo. A lui si arrese quel gruppo di soldati di Saddam che voleva chiudere con la dittatura.

DavIes,Alberizzi,Strand,Miller, Lorch

Nella stanza 315 lavora con la testa completamente fasciata con bendaggi bianchi Scott Peterson, del Daily Telegraph. E’ stato colpito da una pietra quel terribile 12 luglio. Sempre in prima fila i fotografi Cristiano Laruffa (era qui anche durante la guerra contro Siad Barre) e Danilo Malatesta. Danilo a ogni raffica di mitra che passa vicino ride: “La senti la scarica d’adrenalina dietro la schiena?” E poi c’è l’inglese Karl Maier, dell’Independent. Parla anche un po’ di italiano e questo non guasta in Somalia.

Al Sahafi i giornalisti sono sempre vestiti male: jeans, scarpe da tennis, magliette e quelle giacche piene di tasche dove si fa una gran confusione e si perde mezz’ora a trovare ciò che serve urgentemente.

Paul Watson

Un giorno al cancello ha bussato un collega italiano di un grande quotidiano. Pantaloni ben stirati (la riga era perfetta), valigia Samsonite con rotelle, scarpe di camoscio, camicia candida. Gli mancava solo la cravatta. Arrivava dall’aeroporto e l’unico passaggio che aveva trovato portava al Sahafi. Dopo aver visto la situazione ha chiesto con ingenuità: “Vorrei andare all’hotel degli italiani, mi chiama un taxi?”. Forse credeva di essere a Parigi e non si è reso conto che se fosse uscito dal cancello così con la sua Samsonite lo avrebbero lasciato in mutande in un baleno. Al Sahafi questa storia ha fatto il giro degli impiegati che ne ridono ancora oggi.

Con i nuovi arrivati “che si adattano” (in questo momento è pieno di tedeschi giornali e televisioni) si lega invece subito, perché alla sera, dopo una giornata passata a correre a destra e a manca, ci si ritrova sulla terrazza dell’albergo, all’ultimo piano, rigorosamente al buio per evitare che i cecchini possano mirare meglio, ad aspettare il quotidiano scambio di armi da fuoco.

Sahafi a calcetto

Vietato inciampare in cavi, antenne paraboliche per i telefoni satellitari, apparecchiature di trasmissione televisive. Il tetto dell’albergo è carico di apparati tecnologici all’avanguardia e stona se confrontato con il resto della città cascante e diroccata. In attesa dei fireworks, i fuochi d’artificio come vengono chiamati i tiri, si discute dei servizi di domani, si stimolano le idee per nuove storie, si confrontano le ipotesi diverse.Philip Davies

Alle 23 qualcuno comincia a crollare. “Ciao, vado a letto, buonanotte”. Ma non è finita. I colpi di cannone, di mortaio e le sparatorie con armi automatiche cominciano più tardi, alle due, alle tre, alle quattro. E c’è sempre qualcuno che ti bussa alla porta. “Correre, correre”. E tutti di nuovo sulla terrazza, in pigiama, in mutande, a piedi nudi, in ciabatte, a vedersi passare le pallottole sulla testa perché il Sahafi è sempre al centro di tutto. I cameraman strisciano per terra per raggiungere il parapetto e piazzare con meno pericolo possibile le loro telecamere. E così spesso si tira mattina. Ma, tra un colpo di cannone e l’altro, c’è sempre qualcuno che con una battuta fa scoppiare una grossa risata generale.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Dopo aver letto questo articolo pubblicato sul “Magazine” del Corriere della Sera, Ilaria Alpi che era anche lei a Mogadiscio, mi rimproverò quasi indignata che non avessi raccontato anche di me. Le risposi che non mi sembrava il caso e allora prese il suo taccuino e mi disse: ” Lo scrivo io il pezzettino che ti riguarda”. Non ho mai tirato fuori quei foglietti che conservo gelosamente ma che oggi dopo aver parlato con una collega, Chiara Bazzani che vive in Inghilterra, ho pensato di tirar fuori e di pubblicare. In originale. Eccoli.
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Qui in pdf l’articolo intero Ilaria Alpi su di me pdf

Nelle foto dall’alto: il terrazzo del Sahafi pieno di giornalisti, Mike Hanna (CNN), la mia stanza, il team di Ingrid Formanek, poi il salone della  Philp DaviesCNN, la sala da pranzo, un party per il compleanno di qualcuno (da sinistra Philip Davies, Massimo Alberizzi, Cyndie Strand (CNN), Reid G. Miller (AP), Donatella Lorch (New York Times), Paul Watson (Toronto Star, vincitore di un premio Pulitzer), un momento di svago si gioca al calcetto, Philip Davies.
In fondo all’articolo due foto di Ilaria Alpi con Massimo Alberizzi

Somaliland: People With Disabilities Abused, Neglected

Rather than providing appropriate and voluntary
medical care or rehabilitation, these centres subject residents to
prison-like regulations, isolation, and involuntary treatment.
Laetitia Bader
Africa Researcher

Human Right Watch
Nairobi, 1st November 2015

People with mental health conditions in Somaliland are increasingly forced into institutions, where they face serious abuses and poor conditions. The Somaliland authorities should provide oversight for all mental health facilities, prohibit chaining, and establish voluntary community-based services for people with mental health conditions.

PIEDI INCATENATI

The 81-page report, “‘Chained Like Prisoners’: Abuses Against People with Psychosocial Disabilities in Somaliland,” finds that men with perceived or actual psychosocial disabilities face abusive restraints, beatings, involuntary treatment, and overcrowding in private and public health centres. Most are held against their will and have no possibility of challenging their detention. In private centres in particular, those with psychosocial disabilities face punitive and prolonged chaining, confinement, seclusion, and severe restrictions on their movement. The findings highlight the importance of mental health services in post-conflict regions. According to the World Health Organization, Somaliland has high rates of psychosocial disability.

“Rather than providing appropriate and voluntary medical care or rehabilitation, these centers subject residents to prison-like regulations, isolation, and involuntary treatment,” said Laetitia Bader, Africa researcher at Human Rights Watch. “The Somaliland authorities should act quickly to address the abuses inside mental health institutions.”

PIEDI INCATENATI 2

Human Rights Watch conducted research in Hargeisa, Berbera, and Gabiley, and interviewed over 115 people, including 47 with actual or perceived disabilities who have been placed in institutions. Most had faced abuse. Basic due process, judicial oversight, and channels of redress are non-existent. The research focused primarily on privately run residential centers in Hargeisa. As most centers hold men, the findings largely address their situations, though women with psychosocial disabilities also suffer serious abuses.

Somaliland does not keep official data on the prevalence of mental health conditions, but existing research points to alarmingly high levels because of violence and trauma from the civil war, lack of health services, and widespread use of the amphetamine-like stimulant khat. For years, people with mental disabilities have been left on their own to confront significant social stigma or have had to rely largely on relatives who have little information and understanding about their conditions and have nowhere to turn to for assistance.

In 2014, the Somaliland authorities endorsed plans that identified mental health as a priority and called for the drafting of legislation in line with the Convention on the Rights of Persons with Disabilities. But the plans have not been implemented, and international support for health services has largely overlooked mental health. Somaliland currently has only two psychiatrists for approximately 3.5 million people.

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In recent years, in addition to the handful of under-resourced and dilapidated public mental health wards, privately run centres have sprung up across Hargeisa to meet the massive demand for mental health care. Voluntary community-based services are virtually non-existent.

Rather than providing appropriate medical care and counseling, with the person’s consent, these centres are largely places of detention and solitude, Human Rights Watch found. Most people interviewed had been admitted against their will by their relatives. Some had been detained for up to five years, with no means of challenging their detention. A number of residents in the centers were from the diaspora.

Guards and other staff at the private centres hold residents in a heavily controlled, at times punitive, environment and subject them to stringent timetables, protracted confinement, beatings, and chaining. Chaining is widely used on admission to control residents and as a form of punishment in the private centers and, although to a lesser extent, at the Berbera General Hospital mental health ward.

“It’s the rule for all the new arrivals to have chains,” said a 27-year-old  man who spent two months in a private center after his parents placed him there without his consent. “I was in chains the whole two months I was there. I felt as though my freedom was taken away.”

TARGA INGRESSO

The Hargeisa Group Hospital mental health ward is the only centre Human Rights Watch found to be chain-free. Other government-run mental health wards and private centers should follow its lead, Human Rights Watch said.

Guards sometimes beat residents who refuse to take their medication or follow orders or who show signs of aggressive behaviour, Human Rights Watch found. “Yesterday, one of the patients fought with the security guard – then they used a belt to hit him,” a patient in a private center said. “He wanted them to remove his chains. They hit him five or six times with the belt.”

Some residents at both public and private centres are subjected to involuntary medical treatment, through force and sedation. Psychotropic drugs are widely prescribed based on perfunctory medical assessments. Residents often are not informed of their diagnosis.

The centres largely fail to prepare and support residents’ return to the community, Human Rights Watch found. They provide few meaningful activities. In most private centers, residents spend most of their time inside their rooms, often in chains or behind locked doors and sometimes in darkness.

CORTILE

Addressing Somaliland’s mental health crisis will require significant efforts, Human Rights Watch said. The authorities should start by banning chaining, regulating and monitoring all mental health institutions, and ensuring that people who are institutionalized have channels for redress.

Somaliland should also focus on halting the move toward institutionalization and work with people with psychosocial disabilities, their families, and communities, including the diaspora, to tackle underlying stigma associated with mental health. The government should find appropriate ways for people with psychosocial disabilities to live in a safe, independent, and dignified manner in their community.

FEMALE SECTION

Given the apparent significant number of people institutionalized because of their consumption of khat, the authorities should provide similar community-level services for people who use drugs.

Somaliland and international partners are currently reviewing health plans and should take the opportunity to include mental health services in their planning and programming, Human Rights Watch said.

PAZIENTE DORME

Somaliland, with the help of its international partners, should recruit and train more mental health professionals and social workers, include mental health in provisions of primary care, guarantee access to treatment and counselling on the basis of free and informed consent, and ensure a steady, regulated supply of psychotropic medication. The government should also strengthen its mental health policies and implement these plans, including adopting mental health legislation in line with international human rights standards.

“Long-term warehousing of people with psychosocial disabilities is discriminatory, violates their basic rights, and doesn’t provide them with the services they need,” Bader said. “But, Somaliland has an opportunity to build a system for people with psychosocial disabilities that provides both support and autonomy.”

Human Right Watch
www.hrw.org

Caos elezioni in Tanzania (annullate a Zanzibar): l’opposizione denuncia brogli

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 31 ottobre 2015

Damian Lubuva, capo della commissione elettorale nazionale della Tanzania (NEC), ha proclamato John Pombe Magufuli, il candidato del “Chama Cha Mapinduzi” (CCM,partito da anni al potere), vincitore delle presidenziali 2015 con il 58,46 per cento delle preferenze. Edward Lowassa,il candidato del partito all’opposizione “Chandema” (Civic United Front, “CUF”) si sarebbe fermato al 39, 97 per cento.

Urne sulla testaT

Lowassa ha accusato i suoi avversari di aver falsificato i risultati di questa tornata elettorale: “Ci rifiutiamo di accettare questo risultato; i cittadini della Tanzania sono stati defraudati dei loro diritti democratici. I risultati reali delle urne non corrispondono con quelli annunciati dal NEC. La nostra vittoria è stata spazzata via così”. E ha aggiunto: “Secondo il conteggio fatto dal CUF, mi sarei aggiudicato il 62 per cento dei voti. Chiediamo al NEC di annunciare, senza esitazioni, che il vincitore delle elezioni presidenziali della Repubblica Unita di Tanzania è Edward Lowassa”.

Edward Lowassa è stato primo ministro dal 2005 al 2008. Ha dovuto rassegnare le dimissioni per uno scandalo finanziario

A Zanzibar, l’isola della Tanzania con una status di semi autonomia, le cose sono andate ancora peggio. Le elezioni si sono svolte domenica scorsa, parallelamente a quelle nazionali. Il risultato non è mai stato comunicato, la Commissione elettorale di Zanzibar (ZEC) ha annullato il voto. Seif Sharif Hamad, candidato del CUF, ha sostenuto: “Ho visto alcuni dati ufficiali che dimostrano la mia vittoria. Con questa revoca, si è voluto mantenere al potere il CCM. Si tratta di un vero e proprio attacco alla democrazia. Si è voluto deliberatamente creare il caos a Zanzibar”.

Giovedì, 29 ottobre 2015, Londra e Washington hanno intimato ai loro connazionali, presenti a Zanzibar, di restare negli alberghi e nelle proprie case per paura di disordini dopo l’annuncio dell’annullamento delle consultazioni elettorali. Il quaranta per cento degli oltre duecentomila turisti che visitano l’isola ogni anno sono britannici e americani.

cuf

Jecha Salim Jecha, direttore della ZEC, ha giustificato così il provvedimento: “In alcuni seggi , specialmente sull’isola di Pemba, si sono verificati dei veri e propri imbrogli, ci sono stati più voti degli aventi diritto. Dunque non ho avuto altra scelta che annullare queste elezioni”.

I governi occidentali sono seriamente preoccupati per l’invalidazione della consultazione elettorale a Zanzibar, che, secondo gli osservatori dell’ambasciata USA, dell’UE, del Commonwealth e della Southern Africa Development Community si sarebbero svolte correttamente e pacificamente. In un comunicato congiunto si sono appellati alla ZAC, chiedendo la massima trasparenza per quanto concerne l’annullamento del voto, mentre, rivolgendosi agli esponenti dei partiti, hanno sottolineato: “E’assolutamente necessario mettere in disparte i contrasti nell’interesse della Tanzania e di Zanzibar”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes