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domenica, Aprile 12, 2026

Nelle montagne del Puntland, la resistenza somala contro lo Stato Islamico

Speciale Per Africa ExPress Davide Banfi* 11 aprile 2026 Attraverso...
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Burundi, l’ONU prende tempo con una blanda risoluzione

Dal nostro inviato speciale
Andrea Spinelli Barrile
Nairobi, 12 novembre 2015

Le Nazioni Unite hanno votato, lo scorso 12 novembre, una risoluzione contenente un appello al dialogo tra le opposte fazioni in Burundi, dove la situazione è apparentemente più tranquilla di qualche giorno fa. La risoluzione approvata da Palazzo di Vetro dà al Segretario Generale Ban Ki-Moon e al suo inviato a Bujumbura, Jamal Benomar, un mandato di 15 giorni per valutare ed esprimere un parere su un eventuale invio di caschi blu nel paese africano.

Approvata all’unanimità, tale risoluzione pare più un tentativo per prendere tempo visto che per l’invio di un’eventuale forza di pacificazione o di polizia internazionale si dovrà passare da un nuovo voto del Consiglio di Sicurezza, decisamente più ostico visto il diritto di veto garantito a Cina e Russia, o addirittura da un’autorizzazione diretta del Presidente Pierre Nkurunziza, il quale in questo modo vede in un certo senso legittimare il proprio potere dalle Nazioni Unite.

001E’ proprio qui che sta tutta la questione: dall’inizio dell’anno non solo i tutsi burundesi, bensì una larghissima fetta della popolazione chiedeva il ritiro di Nkurunziza (al suo terzo mandato consecutivo). Lo scontro si è inasprito in aprile, quando il Presidente si è candidato e ha vinto modificando la Costituzione e scatenando proteste di piazza che, lentamente ma non troppo, si stanno trasformando in qualcosa più simile ad una guerra che altro.

In un’intervista a Radio Vaticana trasmessa oggi Elena Granchi, responsabile della comunicazione dell’associazione SOS Children, ha inquadrato l’attuale situazione raccontando anche del ferimento di un infermiere colpito da una granata a Bujumbura: “[…] si è parlato di una vera e propria esecuzione in uno dei bar più frequentati della capitale. Purtroppo abbiamo già pianto una vittima: una giovane ragazza che viveva nel villaggio Sos di Muyinga, uccisa a maggio. Adesso c’è stato il ferimento di un infermiere nel nostro centro medico Sos: è stato colpito da una granata”.

Anche il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, in un intervento video pubblicato ieri (sabato 14 novembre) si è appellato alle alte sfere burundesi e ai cittadini del Paese affinchè cessi immediatamente ogni ostilità: “E’ ora il momento di mettere da parte il linguaggio di odio e divisione” sottolineando proprio come la questione semantica, nella crisi burundese, stia giocando un ruolo essenziale.

kenya

Secondo alcuni dispacci dell’ufficio delle Nazioni Unite a Bujumbura inviati nella prima metà del 2014 il partito di Nkurunziza CNDD-FDD, coadiuvato dalle milizie Imbonerakure e dagli ex genocidari ruandesi del FDLR (che oramai controllano le politiche militari e sociali in Burundi dettando l’agenda del Presidente), ha preparato una vera e propria corsa alle armi, aizzando (o tentando di farlo) le masse popolari contadine hutu. Secondo molti analisti si trattava di un preambolo al genocidio, per ora messo da parte dal governo illegittimo di Bujumbura a causa della crescente attenzione internazionale e mediatica sul paese africano.

Un’attenzione mediatica di cui Africa ExPress è parte attiva, tanto da ricevere minacce da parte del sito Burundi Independent, notoriamente vicino al partito del Presidente, che in un articolo pubblicato l’11 novembre scrive, riferendosi al nostro lavoro: “E’ un vero «letame» giornalistico. Nella forma e nel contenuto, l’articolo doveva finire nel bidone della spazzatura, ancora che sarà utile nel futuro, per una eventuale querela da parte delle persone ingiustamente accusate di abominio. […] scrivo proprio l’11/11, per mostrare che in Burundi non è accaduta la fine del mondo predetta per il 10 da Spinelli.”

Per fortuna, aggiungiamo noi, visto e considerato che è stato anche grazie alle denunce di Africa ExPress e di un altro bravo collega, Fulvio Beltrami, che i media internazionali hanno cominciato ad occuparsi di ciò che accade in Burundi, di fatto disinnescando i piani hutu-power. Allo stesso modo lo stesso sito ha attaccato duramente anche Marguerite Barankitse, la più importante attivista umanitaria burundese.

Andando oltre gli attacchi sconclusionati, un dato di fatto è che il Belgio ha ufficialmente chiesto ai propri cittadini di lasciare il paese e i rappresentanti dell’Unione Europea a Bujumbura considerati “non indispensabili” sono stati tutti richiamati in Europa. L’europarlamentare belga Loius Michel, ex commissario europeo per lo sviluppo e gli aiuti umanitari, in una recente intervista all’emittente radio RTBF ha ripreso la questione semantica del linguaggio usato dagli alti esponenti del governo burundese: “La semantica è la stessa utilizzata durante il genocidio ruandese […] nella semantica del genocidio ‘lavoro’ significa sterminare”, paventando anche un rischio di “contagio” della violenza nella regione e definendo Nkurunziza “illegittimo”.

Nel frattempo in Burundi il regime mostra sui media tifosi festanti in coda per acquistare i biglietti della partita Burundi-Congo valevole per i mondiali del 2018 in Russia e operazioni di “spontaneo disarmo” dei civili a Ngagara, maxi-operazione di marketing che tuttavia convince poco.

Andrea Spinelli Barrile
aspinellibarrile@gmail.com
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twitter @spinellibarrile

Gruppo di migranti massacrato nel Sinai

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Africa ExPress
Il Cairo, 15 novembre 2015

Stamattina la polizia egiziana ha scoperto quindici corpi senza vita, brutalmente uccisi a fucilate, e otto persone gravemente ferite nel Nord del Sinai, vicino alla frontiera con Israele. Si tratta di migranti, ma la loro nazionalità è ancora sconosciuta.

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Le ambulanze hanno portato i feriti in un ospedale a sud di Rafah. Per il momento non sono stati resi noti altri dettagli, comprese le informazioni sui possibili responsabili del vile attacco contro persone indifese.

Africa ExPress

Centrafrica, ventidue morti in una settimana: in forse la visita del papa

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Palermo, 15 novembre 2015

Settimana di sangue nella Repubblica Centrafricana: almeno ventidue persone sono state ammazzate. Dieci persone sono state sgozzate lunedì nel villaggio di Ndassima, mentre durante la notte ci sono state altre vittime vicino a Mala.

attacco a soldato

Yves Mbetigaza, un amministratore locale, ha specificato che Mala, decine di persone risultano ancora disperse. Mentre almeno sei sono stati uccisi a Bandambou.

Il 10 novembre scorso è morto anche un casco blu camerunense durante un conflitto tra le bande armate ex Séléka (vi aderiscono soprattutto musulmani) e anti-balaka (composti per lo più da cristiani) che i militari di MINUSCA (acronimo inglese per United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in the Central African Repubic) hanno cercato di contrastare.

Un portavoce del Vaticano ha fatto sapere che la visita di Papa Francesco, prevista per il 28 e 29 novembre 2015 potrebbe essere annullata a causa di questa nuova ondata di violenza.

Mentre gli occhi del mondo sono ancora puntati sulla terribile strage di Parigi, un atto terroristico che ha duramente colpito il cuore dell’Europa, si muore silenziosamente in altre parti del mondo.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Gli attentati di Parigi e la guerra della Francia in Africa e Medio oriente

Antonio Mazzeo
14 novembre 2015

Profondamente addolorati per le sanguinose stragi terroristiche in Francia, nell’esprimere vicinanza e solidarietà alle vittime è però necessario riportare alla memoria alcune gravi vicende belliche che hanno visto protagoniste, recentemente – in medio Oriente e Africa – le forze armate francesi.

Forze speciali a Parigi e il presidente Françoise Hollande alla TV francese
Forze speciali a Parigi e il presidente François Hollande alla TV francese

Non fosse altro che da più parti è già stata invocata vendetta contro i terroristi islamici, Ue, Usa e Nato annunciano di voler intensificare raid e bombardamenti in Iraq e Siria e le forze politiche ultrarazziste del continente si preparano a nuovi pogrom contro rifugiati e immigrati.

Poco meno di una settimana fa, due cacciabombardieri Mirage 2000 dell’Aeronautica militare francese, decollati da una base della Giordania, avevano distrutto un sito per la produzione e il rifornimento petrolifero nella zona sud-orientale siriana di Deir ez-Zor. L’infrastruttura, secondo le autorità di Parigi, era sotto il controllo dell’Isis ed era utilizzata per l’approvvigionamento di carburante per i mezzi impiegati dallo Stato islamico.

Per intensificare l’offensiva francese contro l’Isis, il 7 novembre il presidente Francois Hollande aveva annunciato lo schieramento della portaerei a propulsione nucleare “Charles de Gaulle” al largo delle coste siriane. Imponente il dispositivo bellico a bordo della grande unità navale: 12 caccia Dassault Rafale e 9 Super Etendard, più 4 elicotteri. Essi si aggiungono ad i 6 caccia Rafale già schierati dai francesi negli Emirati Arabi Uniti, ai 6 cacciabombardieri Mirage in Giordania, a un aereo da pattugliamento marittimo Atlantique 2 e a un aereo cisterna C-135.

Portaerei Charles de Gaulle
La portaerei francese Charles de Gaulle

Questi velivoli e più di 700 militari sono impegnati da un anno nell’ambito dell’Opération Chammal in Iraq (1.285 missioni aeree con 271 bombardamenti e la “distruzione di 459 target” secondo i dati forniti a fine ottobre dal ministero della difesa francese). Ai raid in Iraq, dal 27 settembre si sono sommati quelli in Siria, giustificati da Hollande con la “necessità di colpire terroristi che preparavano attentati contro la Francia”. I bombardamenti erano stati proceduti da decine di missioni ISR (Intelligence Surveillance and Reconnaissance) di ricognizione aerea e individuazione di obiettivi sul territorio siriano.

A settembre, inoltre, secondo l’agenzia Associated Press, Parigi aveva avviato la fornitura di apparecchiature e di denaro a favore dei ribelli in lotta contro il regime di Bashar Assad che controllano cinque città siriane. Ufficialmente gli “aiuti” riguarderebbero attrezzature necessarie a ricostruire “pozzi d’acqua, panifici e scuole”, ma una fonte diplomatica del governo francese non ha escluso la consegna di sistemi radio e comunicazione e altre apparecchiature “non letali”.

Aerei Rafales, Super Etendards e Hawkeye
Aerei Rafales, Super Etendards e Hawkeye

La Francia ha pure sottoscritto un accordo di cooperazione militare con le forze armate libanesi per la consegna entro il 2018 di sistemi d’arma (caccia, navi, veicoli blindati e pezzi di artiglieria da 155 millimetri) per il valore di tre miliardi di dollari. Nel quadro dell’intesa, la Francia invierà in Libano anche 60 militari per addestrare le forze libanesi all’uso degli equipaggiamenti consegnati.

In vista del potenziamento del proprio dispositivo bellico principalmente nello scacchiere mediorientale e nel continente africano, il 13 novembre le forze armate francesi hanno ottenuto dal Dipartimento di Stato Usa l’autorizzazione ad acquistare 4 aerei C-130J per il trasporto truppe e il rifornimento in volo, più relativi equipaggiamenti e ricambi, missili, sistemi radio, di contromisure elettroniche e radar per un valore complessivo di 650 milioni di dollari. Qualche mese prima, il Dipartimento di Stato aveva autorizzato il trasferimento alla Francia pure di 200 missili AGM-114K1A Hellfire (costo stimato di 30 milioni di dollari).

Dall’agosto 2014, la Francia è impegnata con oltre 3,000 militari in una campagna globale contro il “terrorismo di matrice islamica” in Africa (operazione Burkhane). L’intervento si sta sviluppando in una vasta area compresa tra il Ciad orientale, il Niger, il Mali, il Burkina Faso e la Mauritania. A febbraio, nel corso di un’offensiva nel nord del Mali, le forze terrestri francesi hanno ucciso una dozzina di “miliziani islamici” tra Boureissa e Abeissa, a circa 120 km dalla città di Kidal, una roccaforte dei ribelli separatisti Tuareg.

A metà maggio, sempre nel nord del Mali, le forze speciali appartenenti al 1° Reggimento paracadutisti della fanteria di marina hanno ucciso quattro presunti dirigenti di al-Qaeda, sospettati di essere coinvolti nella morte di alcuni cittadini francesi, tra cui i giornalisti di Radio France International, Claude Verlon e Ghislaine Dupont (2013). “I terroristi dovrebbero ricordarsi che la Francia ha la memoria lunga”, aveva commentato allora il ministro della difesa Laurent Fabius. “Noi non dimentichiamo e colpiremo anche tra cento anni, ma raggiungeremo tutti quelli che hanno fatto del male alla nostra nazione”, aveva concluso Fabius.

Secondo Analisi Difesa, l’operazione Barkhane viene condotta da dieci basi diverse: la principale ha sede a N’Djaména, in Ciad, con 800 militari. Altri 600 soldati sono stati stanziati nella base di Niamey, in Niger, mentre nella base di Gao (Mali) sono rischierati altri 1.000 soldati. Da Niamey, in particolare, operano tre droni General Atomics MQ-9 Reaper in forza allo squadrone aereo di Cognac che dal dicembre 2013 hanno compiuto missioni d’intelligence per oltre 4.000 ore nell’Africa sub-Sahariana.

Il comando delle forze speciali francesi è rischierato nella base di Ouagadougou, Burkina Faso. Altre installazioni militari francesi a Tessalit (Mali), Fort de Madama (Niger) e Faya-Largeau (Ciad). Oltre ai Reaper, la Francia schiera nell’area 2 droni EADS Harfang, 4 caccia Dassault Rafale, 4 Mirage 2000, 10 velivoli da trasporto, una ventina di elicotteri, 200 veicoli logistici e 200 tank. Dal gennaio di quest’anno, Parigi ha pure rafforzato la propria presenza in Costa d’Avorio (operazione Licorne): il paese ha assunto il ruolo di “base militare operativa avanzata” per consentire alle forze d’élite un dispiegamento rapido contro-terrorista nell’Africa sub-sahariana.

Come se non bastasse, a conclusione del summit delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile, il presidente francese Hollande ha annunciato che a partire del prossimo anno e sino al 2020 la Francia addestrerà più di 100.000 militari africani per “contribuire a garantire la sicurezza del Continente e preparare forze in grado di sostenere missioni di stabilizzazione”. Gli addestratori giungeranno in buona parte dal contingente di 1.900 unità che le forze terrestri, navali ed aree francesi dispongono nella grande base di Gibuti, in Corno d’Africa.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Quelle Lamborghini e Ferrari di Nairobi targate Congo

Dal Nostro Inviato Speciale
Sandro Pintus
Nairobi, 13 novembre 2015

In Kenya, il benessere del 2 per cento della popolazione viene pagato dal 50 per cento di coloro che vivono sotto il livello di povertà.

Lamborghini Murcielago e Ferrari F439 davanti a un centro commerciale a Nairobi
Lamborghini Murcielago e Ferrari F439 davanti a un centro commerciale di Nairobi

La maggior parte del traffico caotico di Nairobi è composto da minibus ad alto inquinamento carichi di lavoratori che vanno al lavoro alle 5 del mattino e motociclette sovraccariche di merci.

Davanti ai centri commerciali più esclusivi non è raro vedere parcheggiate Ferrari F439, Lamborghini Murcielago, Ferrari 612 Scaglietti, Rolls Royce Phantom, Hummer, Mercedes Benz, Porsche e altre auto extralusso.

Molte di queste appartengono a Barry Ndengeyingoma conosciuto come Ndengeye, originario del Ruanda, uno dei nuovi ricchi della capitale kenyota con la passione delle auto di lusso. Forse vengono dalla Repubblica Democratica del Congo, giacché portano la targa di quel Paese.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin

Kenya, italiano nel vortice della giustizia

Dal nostro inviato speciale
Andrea Spinelli Barrile
Nairobi, 12 novembre 2015

La morte di un militare britannico, i soccorsi, i tempi bibilici, accuse terribili, la galera. Avere perso tutto e continuare ad avere la forza di voler ricominciare, di battersi. Edoardo Vasta oggi comparirà presso la Corte di Kwale, a sud di Mombasa, Kenya, per difendersi dall’accusa di negligenza per la morte del 42enne sergente maggiore britannico John Marley, di servizio a Nanyuki, avvenuta il 26 aprile 2013 a Diani Hotel, Diani Beach (a sud di Mombasa, in Kenya). Vasta è un cittadino italiano che lavorava come diving manager (responsabile di tutte le attività ricreative marittime) proprio per il Diani Hotel. Come lui stesso ha raccontato ad Africa ExPress quel giorno aveva appena terminato il proprio turno di lavoro e si trovava a casa quando una telefonata lo allertò: in hotel un cliente si era sentito male. Doveva accorrere subito.

Il gestore della struttura, il cittadino tedesco Thomas Sollacher, si trovava in quel momento in vacanza all’estero con la fidanzata, anch’essa dipendente dell’hotel e responsabile degli alloggi e dell’assistenza ai clienti. Vasta, che è anche medico di primo soccorso, corre all’albergo e nella stanza si trova di fronte ad una scena preoccupante: “Quell’uomo era blu. Su di lui c’erano due militari che stavano già cercando di rianimarlo ed io non feci nulla perchè per legge in quel caso non posso assolutamente mettere mano sul paziente o prendere iniziative”. Marley morirà quella notte: secondo un referto il sergente maggiore britannico sarebbe morto per una scossa elettrica provocata da un’abat-jour.

Diani-beach

Otto mesi dopo Vasta lascia il lavoro ma resta a Diani Beach, dove lavora da tempo e dove è molto conosciuto, oltre che essere un apprezzato professionista. La vita sembra scorrere normalmente quando, il 13 maggio 2014, le autorità di Ukunda che si erano occupate del caso lo contattano chiedendogli di produrre una dichiarazione con la sua versione dei fatti. Due giorni dopo, il 15 maggio 2014, Edoardo Vasta viene arrestato a Lamu, città su una splendida isola a nord di Mombasa dove ha delle proprietà: l’accusa è di negligenza proprio nella morte del militare britannico. Vasta viene messo in carcere e subito le autorità locali si mobilitano per trasferirlo a Nairobi, un’operazione illegale perchè secondo le leggi keniote in quei casi si prevede esclusivamente la richiesta per l’indagato di mettersi a disposizione dell’autorità giudiziaria, producendo atti a sostegno della propria innocenza. Vasta lo viene a sapere e riesce a bloccare il trasferimento nella capitale: dopo circa 18 ore viene scarcerato, privato del passaporto e del permesso di lavoro.

“Sono venuti a casa mia e mi hanno trattato come un criminale, puntandomi la pistola alla testa e sbattendomi in galera con modi brutali” racconta Vasta ad Africa ExPress.

Da quel giorno comincia un calvario giudiziario che perdura ancora oggi, a due anni e mezzo dai fatti e uno e mezzo dall’arresto: durante le udienze Vasta scopre che il proprietario della struttura, Thomas Sollacher, ha prodotto e messo agli atti dichiarazioni molto differenti da quella fornita dallo stesso Vasta, sul quale viene scaricata l’intera responsabilità: il cittadino italiano viene descritto come il general manager della struttura. Tutte responsabilità, sostiene Vasta con Africa ExPress, a carico invece della compagna di Sollacher, Silvia Poshinova, cittadina della Repubblica Ceca, general manager del Diani Hotel. Decine di turisti ed aziende hanno confermato di avere prenotato le stanze tramite la donna e di avere avuto lei come unica referente responsabile all’hotel.

Udienze fantasma nel quale il magistrato non si presenta, cauzioni da decine di migliaia di euro, la messa in pegno alle autorità keniote di alcune proprietà per poter riottenere il passaporto e poter tornare in Europa a cercare di rifarsi una vita, continui viaggi verso l’Africa per difendersi dalle accuse e il rischio di una condanna tra i 6 mesi e i 6 anni di carcere. La vita di Edoardo Vasta è cambiata completamente da quel 26 aprile 2013: “Io non ho niente da nascondere, sono innocente, non ho alcuna responsabilità. […] I miei genitori sono in Kenya da 45 anni, io stesso sono cresciuto qui, dove ho la mia vita. Le accuse mi hanno bruciato il nome, la mia fedina penale è sporca e in Kenya non lavoro più. Ho dovuto iniziare completamente da capo e ho dovuto farlo in Europa”.

edoardoVasta

Il calvario che Edoardo Vasta e la sua famiglia stanno affrontando è terribile: per stare dietro alle udienze la madre ha perso il lavoro ed oggi si trova in Italia, mentre il figlio fa su e giù tra l’Europa e l’Africa per assumersi le sue responsabilità penali “qualora ce ne fossero”. Le autorità del Kenya gli permettono di allontanarsi dal paese unicamente perchè la famiglia Vasta ha messo a garanzia del figlio le proprietà nel paese africano. Oggi Edoardo Vasta è imputato nello stesso processo nel quale risulta imputato Thomas Sollacher in qualità di proprietario del Diani Hotel, il quale sembra essere più preoccupato di preservare il nome della struttura e tutelare la compagna Poshinova che non di stabilire la verità dei fatti.
Chiediamo a Vasta se in qualche modo abbia ricevuto assistenza dall’ambasciata italiana a Nairobi e scoppia in una risata amara: “L’ambasciata italiana non mi ha mai dato alcun tipo di assistenza: ho dovuto contattarli io, è stato molto complicato.”

La battaglia di Edoardo Vasta si basa su alcune dichiarazioni di Thomas Sollacher al procuratore keniota che detiene il fascicolo, tre differenti documenti nei quali secondo Vasta vengono dichiarate falsità, tra l’altro contraddittorie: “Da parte della Corte non mi hanno attaccato in modo particolarmente forte, la mia battaglia è contro il proprietario. Ho speso già decine di migliaia di euro e in Kenya sono rovinato, spero che la cosa si chiuda in una bolla di sapone. Secondo il mio legale mi conviene lasciare che l’accusa cada per assenza di prove concrete, se cominciamo a fare la battaglia ci sarà sicuramente un’altra udienza e io dovrò tornare di nuovo” cosa, oltre che logorante, anche particolarmente dispensiosa.

Andrea Spinelli Barrile
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Nella foto la spiaggia di Diani Beach e, in basso, Edoardo Vasta

Gli shebab restano fedeli ad Al Qaeda cruenti scontri con i simpatizzanti dell’ISIS

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 12 novembre 2015

Secondo alcune informazioni, provenienti da fonti di intelligence, all’interno degli shebab – il gruppo radicale che in Somalia combatte contro il governo sostenuto dall’Onu e dagli occidentali – c’è stata una profonda spaccatura tra i sostenitori di Al Qaeda e quelli dello Stato Islamico. La lite è culminata in violenti scontri armati. Dato del contendere l’egemonia tra chi dei due gruppi ha l’interpretazione dell’islam più autentica e pura del Corano. In realtà, probabilmente, alla base c’è il controllo di alcuni traffici con relativi lucrosi introiti di denaro.

Camionette cariche

Harakat al-Shabaab al-Mujaheddin (questo il nome completo del gruppo terrorista somalo) per alcune settimane al suo interno ha discusso da che parte stare. Soprattutto si pensava che un’ala particolarmente radicale, Al-Muhajiroun, potesse schierarsi dalla parte dell’ISIS, questo perché negli ultimi mesi si era registrato un costante conflitto con Al-Hijira, un gruppo affiliato agli shebab che opera in Kenya, in Kenya, Tanzania, Uganda e Burundi.

Nel settembre 2013 le cellule di Al Hijira (gruppo che prima era conosciuto con il nome di Muslim Youth Center) hanno offerto il supporto logistico ai terroristi shebab venuti dalla Somalia che hanno attaccato il centro commerciale Westgate a Nairobi. Gli scontri tra militati di Muhajiroun e quelli di Hijira (saldamente legati ad Al Qaeda) avevano fatto pensare che i primi avessero cambiato gruppo di riferimento passando all’ISIS.

Non è così. In un documento distribuito ai giornalisti a Nairobi, il gruppo Al Muhajiroun ha ribadito la sua lealtà agli shebab e ad Al Qaeda e alla sua ideologia: “I fratelli dell’Africa Orientale rimangono uniti dietro i nostri amati fratelli di Al Qaeda e di Harakat al-Shabaab al-Mujaheddin. La nostra fedeltà ai nostri nobili cavalieri si basa sulla Sunnah e continuiamo a giurare la nostra obbedienza ai nostri amati fratelli, sia nei momenti del trionfo che in quelli più difficili”.

SHEBAB IN MOTO

Informazioni provenienti dall’intelligence keniota raccontano che gli shebab e i militanti di Al Muhajiroun hanno cominciato le operazioni contro i simpatizzanti dell’ISIS in Somalia, dopo che un leader spirituale rientrato nell’ex colonia italiana dalla Gran Bretagna dove viveva, Abdul Qadir Mumiin, insieme a una ventina di miliziani, ha giurato la sua fedeltà allo stato islamico. Dopo l’omicidio di altri singoli sostenitori, il gruppo è fuggito da Mogadiscio e ha sistemato il proprio santuario sulle montagne Galgaa nel Puntland, già note per ospitare cellule terroriste, e dove, poco dopo l’attacco alle due torri gemelle a New York, l’11 settembre 2001, Osama Bin Laden aveva mandato i suoi emissari alla ricerca di un eventuale rifugio sicuro e inaccessibile.

Nelle ultime ore gli shebab hanno fatto un repulisti anche al propri interno, arrestando elementi ritenuti inaffidabili perché avevano mostrato una certa simpatia verso lo Stato islamico. Tra gli altri Mohamed Abdi Adam, uno dei comandanti dello spionaggio del gruppo terrorista. Nei loro campi ora è vietato vedere i video raccapriccianti girati dai miliziani dell’ISIS in Siria e in Iraq, per mostrare i boia che si accaniscono con le loro vittime.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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La presidente del Centrafrica: “Contingente internazionale inconcludente”

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 10 novembre 2015

Sono gravi le accuse della presidente di transizione della Repubblica Centrafricana (CAR), Catherine Samba-Panza: “I caschi blu di MINUSCA(United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in the Central African Republic ), non hanno portato la pace nel Paese”.

Come darle torto? Minusca, la missione fortemente voluta da Ban-Ki moon, che conta oltre 10.800 caschi blu, non è riuscita ad impedire le violenze, anzi: basti pensare allo scandalo sessuale nel quale si sono trovati coinvolti anche i soldati francesi (http://www.africa-express.info/2015/04/30/centrafrica-militari-francesi-accusati-di-molestie-sessualiverso-minori/).

Onu su camionetta

E malgrado tutto ciò papa Francesco vuole mantenere la sua promessa . “La visita pastorale di Sua Santità è prevista dal 28 al 29 novembre 2015”, si legge in un comunicato del 2 novembre 2015 del Vaticano. Il Papa è determinato a recarsi in questo così travagliato Paese, dove i cristiani distruggono le moschee e ammazzano i musulmani e viceversa.

Durante la sua visita gli occhi del mondo intero saranno puntati sulla Repubblica Centrafricana, uno tra i Paesi più poveri al mondo. Il sessanta per cento della popolazione ha a disposizione meno di 1,25 dollari al giorno. La guerra civile che si combatte dal marzo 2013, ha prodotto migliaia di morti, centinaia di migliaia di sfollati e rifugiati,una tragedia consumata nel quasi totale silenzio dei media.

Da settembre (http://www.africa-express.info/2015/10/07/pace-lontana-in-centrafrica-ricominciano-gli-scontri-i-saccheggi-e-le-violenze/) ad oggi sono state uccise oltre 90 persone, senza contare i feriti, nella sola Bangui, la capitale della ex-colonia francese e la Croce Rossa ha espresso la sua preoccupazione per la nuova ondata di violenza: ha chiesto a tutte le parti coinvolte nel conflitto, ai responsabili dei gruppi armati, a tutte le persone in possesso di armi, il rispetto per la vita e la dignità umana. Il suo appello è stato forte e chiaro: bisogna risparmiare la popolazione civile, facilitare un’azione umanitaria indipendente e imparziale.

un con scudi

“Durante le ultime settimane centinaia donne in stato di gravidanza e bambini ammalati non hanno potuto raggiungere gli ospedali per le necessarie cure mediche; migliaia di famiglie sono senza un tetto, perché le loro case sono state incendiate e i loro mezzi di sostentamento sono stati distrutti. Vivono nel terrore. La paura li accompagna giorno e notte”, ha denunciato Patricia Danzi, direttrice regionale dell’International Committee of the Red Cross Africa.

La Danzi ha spiegato che i continui confronti tra i gruppi armati, le violenze tra le comunità, l’escalation della criminalità hanno ormai raggiunto tutti i livelli della popolazione e la situazione umanitaria sta precipitando inesorabilmente di giorno in giorno. ”E non di rado – ha aggiunto – il personale dell’ICRC è nell’impossibilità di recarsi sugli scenari di maggiore violenza, per prestare un soccorso rapido ed efficace ai feriti, alle persone in pericolo”.

Migliaia di persone hanno lasciato Bangui, terrorizzate dagli attacchi e dalle ritorsioni delle bande armate ex-Séléka (per lo più composte da musulmani) e anti-balaka (vi aderiscono cristiani e animisti) e cercano rifugio nel campo per sfollati Mpoko, nelle immediate vicinanze dell’aeroporto. A tutt’oggi il campo ha raggiunto la capienza di ventimila persone.

pattuglia 2

La fine di ottobre segna l’inizio dell’anno scolastico nella ex-colonia francese, ma molte scuole sono semi-deserte. Lo ha denunciato Jean Yokanga, direttore del settore scolastico della Prefettura di Ouaka. A Bambari, che dista 280 chilometri dalla capitale, le aule sono praticamente vuote. La causa è da attribuirsi all’insicurezza che regna nella regione. I gruppi armati circolano liberamente, terrorizzando la popolazione.

Durante il forum internazionale sulla sicurezza e la pace in Africa, in corso a Dakar, Senegal, Jean-Yves Drian, ministro della difesa francese, lunedì scorso ha annunciato “Ritengo che la Repubblica centrafricana sia in grado di sostenere le elezioni, malgrado le attuali tensioni. Possiamo organizzare il primo turno per la fine di quest’anno e fissare la seconda tornata elettorale per l’inizio del 2016, perché il censimento degli elettori è stato ormai completato. Ora i capi di Stato del CEEAC (Comunità economica degli Stati dell’Africa centrale) dovranno fissare il calendario delle votazioni”. Una dichiarazione un pochino azzardata.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Swaziland, l’insaziabile avidità di Mswati III, ultimo sovrano assoluto

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 29 ottobre 2015

Mentre i suoi sudditi stanno perdendo la pazienza, anche la Coca Cola pare stanca della bulimia di denaro di Mswati III, re dello Swaziland, incoronato nel 1986. L’ultima trovata del sovrano dello scorso 5 novembre è stata di chiedere alla Coca Cola Swaziland il 10% dell’azienda. Senza dare niente in cambio.

Manifestazione dell'opposizione per la liberazione dei detenuti politici dello Swaziland
Manifestazione dell’opposizione per la liberazione dei detenuti politici dello Swaziland

La multinazionale, secondo un comunicato della Swaziland Solidarity Network (Rete di Solidarietà dello Swaziland), ha risposto che se il re non ritira la sua richiesta, sarà costretta a spostare la produzione in un altro Paese.

Il Network di opposizione al sovrano africano, attraverso il suo forum di discussione su Google, “condanna fermamente l’egoismo di Mswati e invita gli operai dello Swaziland ad alzarsi e chiedere che il re metta gli interessi del Paese prima della sua insaziabile avidità”.

Se la Coca Cola lasciasse lo Swaziland, per il piccolo (18mila kmq) e povero Paese africano sarebbe un dramma visto che colosso americano rappresenta il 40 per cento dell’economia. Il regno fornisce infatti il concentrato zuccherino per preparare la famosa bibita alla maggior parte dell’Africa.

Mappa dello Swaziland
Mappa dello Swaziland

Mentre i suoi sudditi (poco più di 1 milione di abitanti) sono senza terra e vivono con meno di 1 dollaro al giorno, re Mswati continua a spendere. Secondo Forbes, possiede 100 milioni di US$, è proprietario di 13 palazzi, una flotta di vetture di lusso tra le quali Mercedes, BMW e almeno una Rolls Royce.

Tre anni fa, per il compleanno decise di regalarsi un jet privato, un MD-87 riadattato con 36 posti (autonomia di 4.300km). Costo: $17 milioni. Qualche giorno fa, secondo quanto scritto dal giornale online investigativo sudafricano “mAbhungane  (M&G-Centre for investigative journalism), il parlamento Swazi ha approvato il leasing per un Airbus A340-300 privato (autonomia di 13.500km e prezzo sul mercato 228 milioni di US$) che costerebbe 9 milioni di US$ all’anno.

Deve mantenere 15 mogli e le loro famiglie e 24 figli, anche regalando alle sue consorti dimore del valore di circa $800 mila l’una. “mAbhungane scrive che, rispetto al 2014, Mswati III si è aumentato lo stipendio del 25 per cento e il suo salario del 2015 è di $56 milioni, circa il 5 % del bilancio dello stato.

Però ha dichiarato che devono essere abolite alcune le pensioni di vecchiaia per salvare i fondi del governo. Intanto la popolazione è tra le più colpite da Hiv dell’Africa con tassi che arrivano al 26 per cento.

Nell’ex protettorato britannico, diventato indipendente nel 1968, non sono riconosciuti i partiti politici e Mswati III esercita i supremi poteri nominando il Consiglio supremo dello Stato e della Corona composto dal Primo ministro e da un numero imprecisato di ministri con un parlamento bicamerale che ha funzione consultiva.

Due anni fa il re, che ha sempre rifiutato qualsiasi tipo di riforma, ha dichiarato che dopo un temporale fuori stagione, da Dio ha avuto una visione per il cambiamento. “Il regno è una democrazia monarchica: il matrimonio tra il monarca e la consultazione elettorale” ha detto attraverso il suo portavoce.

Swaziland Democratic Campain
Swaziland Democratic Campain

Al di là dell’essere bizzarro è semplicemente pazzo hanno dichiarato gli attivisti a favore della democrazia in gran parte esiliati in Sudafrica visto che le esternazioni del re erano la prova che stava annaspando sotto la pressione internazionale favorevole alle riforme.

L’opposizione al sovrano, nel 2010, ha dato vita alla Swaziland Democracy Campaign, una coalizione di partiti clandestini nel regno di Swati III e in Sudafrica, per avere un Paese multipartitico e democratico e chiedendo la liberazione dei prigionieri politici.

Barack Obama e la First lady Michelle alla Casa Bianca con re Mswati III e la regina Inkhosikati La Mbikiza dello Swaziland in occasione del Summit US-Africa del 5 agosto 2015 (foto courtesy White House)
Barack Obama e la First lady Michelle alla Casa Bianca con re Mswati III e la regina Inkhosikati La Mbikiza dello Swaziland in occasione del Summit US-Africa del 5 agosto 2015 (foto courtesy White House)

Con una lettera, gli oppositori democratici hanno anche chiesto aiuto a Barack Obama che, insieme alla moglie Michelle, lo scorso 5 agosto, al Summit U.S.-Africa ha accolto alla Casa Bianca tutti i leader africani. Tra questi anche re Mswati III e la regina Inkhosikati La Mbikiza. Non si sa se i due leader hanno parlato di democrazia, multipartitismo e diritti umani del piccolo stato africano.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin

Crediti foto
– Swaziland map
Wz-map“. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons.

– Africa subsahariana
LocationSwaziland” di  By  Rei-artur  pt  en  Rei-artur blog  – Original by User:Vardion, Image:A large blank world map with oceans marked in blue.svg. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons

– Barack e Michelle Obama alla Casa Bianca con re Mswati III e la regina Inkhosikati La Mbikiza dello Swaziland (Courtesy U.S. Department of State)

Burundi sull’orlo del baratro, centinaia di migliaia in fuga

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 9 novembre 2015

Il Burundi è sull’orlo del baratro. L’ultimatum del presidente Pierre Nkurunziza ai dissidenti di consegnare le armi se non vogliono essere trattati da traditori e nemici dello Stato, è scaduto sabato a mezzanotte e immediatamente sono cominciati i rastrellamenti nei quartieri di Bujumbura abitati dal tutsi.

In fuga con materassi

Le forze speciali sono andate casa per casa, ma – secondo fonti contattate nella capitale – gli agenti non hanno trovato nessuno: la popolazione è fuggita in massa per evitare di essere massacrata. Si devono registrare però nove morti in un bar dove un commando armato è entrato sparando all’impazzata.

La situazione ricorda quella del Ruanda, il Paese limitrofo che presenta la stessa composizione etnica del Burundi, maggioranza hutu e minoranza tutsi, dove in 100 giorni i radicali hutu sterminarono quasi un milione di tutsi e di hutu moderati.

E proprio dal Ruanda il presidente Paul Kagame, tutsi che nel ’94 vinse la guerra contro gli hutu bloccando il genocidio, è arrivato un avvertimento al suo omologo burundese Nkurunziza. Se inizia il massacro, ha velatamente minacciato Kagame, le truppe ruandesi, militari bene equipaggiati e addestrati, interverranno.

Riot police chase a demonstrator in Bujumbura, Burundi, Monday, May 4, 2015. Anti-government demonstrations resumed in Burundi's capital after a weekend pause as thousands continue to protest the president's decision to seek a third term. (AP Photo/Jerome Delay)

La crisi burundese è scoppiata in aprile quando il presidente Nkurunziza, un mistico pastore protestante che crede di essere unto dal Signore e predestinato a guidare il suo Paese – violando la Costituzione – ha deciso di presentarsi alla elezioni per il terzo mandato.

Gli stessi suoi amici hutu hanno tentato un colpo di stato (fallito) per bloccare le sue aspirazioni. Anche la comunità internazionale ha criticato il leader che comunque se n’è infischiato dei consigli di lasciar perdere. Stanotte rischia di essere decisiva. Nei giorni scorsi si sono sentite dichiarazioni inquietanti, che ricordano quelle sentite in Ruanda nel 1994: “Li distruggeremo, li annienteremo, li ammazzeremo tutti”. A Bujumbura si teme che i massacri possono cominciare da un momento all’altro.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi