Burundi, l’ONU prende tempo con una blanda risoluzione

Dal nostro inviato speciale
Andrea Spinelli Barrile
Nairobi, 12 novembre 2015

Le Nazioni Unite hanno votato, lo scorso 12 novembre, una risoluzione contenente un appello al dialogo tra le opposte fazioni in Burundi, dove la situazione è apparentemente più tranquilla di qualche giorno fa. La risoluzione approvata da Palazzo di Vetro dà al Segretario Generale Ban Ki-Moon e al suo inviato a Bujumbura, Jamal Benomar, un mandato di 15 giorni per valutare ed esprimere un parere su un eventuale invio di caschi blu nel paese africano.

Approvata all’unanimità, tale risoluzione pare più un tentativo per prendere tempo visto che per l’invio di un’eventuale forza di pacificazione o di polizia internazionale si dovrà passare da un nuovo voto del Consiglio di Sicurezza, decisamente più ostico visto il diritto di veto garantito a Cina e Russia, o addirittura da un’autorizzazione diretta del Presidente Pierre Nkurunziza, il quale in questo modo vede in un certo senso legittimare il proprio potere dalle Nazioni Unite.

001E’ proprio qui che sta tutta la questione: dall’inizio dell’anno non solo i tutsi burundesi, bensì una larghissima fetta della popolazione chiedeva il ritiro di Nkurunziza (al suo terzo mandato consecutivo). Lo scontro si è inasprito in aprile, quando il Presidente si è candidato e ha vinto modificando la Costituzione e scatenando proteste di piazza che, lentamente ma non troppo, si stanno trasformando in qualcosa più simile ad una guerra che altro.

In un’intervista a Radio Vaticana trasmessa oggi Elena Granchi, responsabile della comunicazione dell’associazione SOS Children, ha inquadrato l’attuale situazione raccontando anche del ferimento di un infermiere colpito da una granata a Bujumbura: “[…] si è parlato di una vera e propria esecuzione in uno dei bar più frequentati della capitale. Purtroppo abbiamo già pianto una vittima: una giovane ragazza che viveva nel villaggio Sos di Muyinga, uccisa a maggio. Adesso c’è stato il ferimento di un infermiere nel nostro centro medico Sos: è stato colpito da una granata”.

Anche il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, in un intervento video pubblicato ieri (sabato 14 novembre) si è appellato alle alte sfere burundesi e ai cittadini del Paese affinchè cessi immediatamente ogni ostilità: “E’ ora il momento di mettere da parte il linguaggio di odio e divisione” sottolineando proprio come la questione semantica, nella crisi burundese, stia giocando un ruolo essenziale.

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Secondo alcuni dispacci dell’ufficio delle Nazioni Unite a Bujumbura inviati nella prima metà del 2014 il partito di Nkurunziza CNDD-FDD, coadiuvato dalle milizie Imbonerakure e dagli ex genocidari ruandesi del FDLR (che oramai controllano le politiche militari e sociali in Burundi dettando l’agenda del Presidente), ha preparato una vera e propria corsa alle armi, aizzando (o tentando di farlo) le masse popolari contadine hutu. Secondo molti analisti si trattava di un preambolo al genocidio, per ora messo da parte dal governo illegittimo di Bujumbura a causa della crescente attenzione internazionale e mediatica sul paese africano.

Un’attenzione mediatica di cui Africa ExPress è parte attiva, tanto da ricevere minacce da parte del sito Burundi Independent, notoriamente vicino al partito del Presidente, che in un articolo pubblicato l’11 novembre scrive, riferendosi al nostro lavoro: “E’ un vero «letame» giornalistico. Nella forma e nel contenuto, l’articolo doveva finire nel bidone della spazzatura, ancora che sarà utile nel futuro, per una eventuale querela da parte delle persone ingiustamente accusate di abominio. […] scrivo proprio l’11/11, per mostrare che in Burundi non è accaduta la fine del mondo predetta per il 10 da Spinelli.”

Per fortuna, aggiungiamo noi, visto e considerato che è stato anche grazie alle denunce di Africa ExPress e di un altro bravo collega, Fulvio Beltrami, che i media internazionali hanno cominciato ad occuparsi di ciò che accade in Burundi, di fatto disinnescando i piani hutu-power. Allo stesso modo lo stesso sito ha attaccato duramente anche Marguerite Barankitse, la più importante attivista umanitaria burundese.

Andando oltre gli attacchi sconclusionati, un dato di fatto è che il Belgio ha ufficialmente chiesto ai propri cittadini di lasciare il paese e i rappresentanti dell’Unione Europea a Bujumbura considerati “non indispensabili” sono stati tutti richiamati in Europa. L’europarlamentare belga Loius Michel, ex commissario europeo per lo sviluppo e gli aiuti umanitari, in una recente intervista all’emittente radio RTBF ha ripreso la questione semantica del linguaggio usato dagli alti esponenti del governo burundese: “La semantica è la stessa utilizzata durante il genocidio ruandese […] nella semantica del genocidio ‘lavoro’ significa sterminare”, paventando anche un rischio di “contagio” della violenza nella regione e definendo Nkurunziza “illegittimo”.

Nel frattempo in Burundi il regime mostra sui media tifosi festanti in coda per acquistare i biglietti della partita Burundi-Congo valevole per i mondiali del 2018 in Russia e operazioni di “spontaneo disarmo” dei civili a Ngagara, maxi-operazione di marketing che tuttavia convince poco.

Andrea Spinelli Barrile
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