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Nelle montagne del Puntland, la resistenza somala contro lo Stato Islamico

Speciale Per Africa ExPress Davide Banfi* 11 aprile 2026 Attraverso...
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Terrorismo: manca coordinamento tra servizi. Chiudere i paradisi fiscali

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 23 novembre 2015

“Ogni ambasciata ha un paio di 007, questi agenti non comunicano con l’ambasciatore perché dipendono dal ministero degli Interno. Dove c’è antagonismo tra i servizi e i diplomatici italiani l’ambasciatore non sa niente perché gli agenti riferiscono in Italia al ministero degli Esteri”. Lo ha affermato Massimo Alberizzi, intervistato da Federica de Santis, in studio nella diretta su SkyTG24 delle 10.00 dove è stato fatto un approfondimento sulla lotta all’Isis e al terrorismo globale.

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“Come si può parlare di efficienza dei servizi segreti? Ho fatto parte del panel del Consiglio di sicurezza Onu sul traffico d’armi nel Corno d’Africa. Mi sono trovato davanti al blocco delle intelligence dei Paesi occidentali che non dialogano tra di loro. Alcuni degli agenti mandati all’estero non parlano nemmeno inglese”.

“Il vero problema è tagliare i legami tra l’economia e i terroristi islamici – continua Alberizzi – Questi si muovono con tanti soldi e hanno mezzi: armi, auto 4×4, telefoni satellitari e una logistica importante”.

Massimo ALberizzi, direttore di Africa ExPress, in diretta a SkyTG25
Massimo Alberizzi, direttore di Africa ExPress, in diretta a SkyTG24

Dopo la seconda serie di attentati a Parigi del 13 novembre scorso, che hanno causato 129 morti e 433 feriti, e l’attacco all’hotel Radisson Blu di Bamako, in Mali (27 morti), in Europa il livello di allarme si è alzato. Bruxelles durante il fine settimana ha decretato il coprifuoco che probabilmente continuerà ancora alcuni giorni.

Ma quanto è giusto alzare il livello d’allarme e quanto è efficace? “È sicuramente la risposta giusta – conferma Alberizzi – perché è l’unica cosa che si può fare dal punto di vista operativo immediato ma tagliare i fondi ai terroristi deve essere prioritario. Per esempio, molti dei sequestri delle navi nel Mar Rosso di cui sono stati pagati i riscatti finiscono nelle mani degli Shabaab, movimento islamista sunnita attivo in Somalia. Questo denaro non resta in Somalia ma finisce nei paradisi fiscali e serve per comprare le armi, le intelligence. Molti servizi di intelligence africani, anche quelli che collaborano spesso sono corrotti. In alcuni casi i terroristi sono stati rilasciati probabilmente perché qualcuno ha pagato i carcerieri”.

François Hollande e il premier britannico David Cameron
Il presidente francese François Hollande e il premier britannico David Cameron davanti al Bataclan

Nel frattempo in Europa continua la caccia ai terroristi delle stragi di Parigi e ai loro fiancheggiatori. La polizia francese, via twitter, fa appello per aiutare l’identificare il terzo kamikaze dello Stade de France e in Belgio sono state arrestate 16 persone. Secondo quanto scrive La Repubblica, in Italia gli 007 stanno controllando un centinaio di persone di cui la metà sono in carcere perché potenzialmente vicine al fondamentalismo islamico.

“Il vero problema sono i paradisi fiscali dove le organizzazioni terroristiche nascondono i loro tesori – spiega Alberizzi – Quando si pagano 10 o 20 milioni di US$ per liberare una nave in Somalia, questi soldi vengono dirottati nelle grandi capitali economiche: Dubai, New York, Londra che è considerata un grande paradiso fiscale. Questi fondi vengono spesi per organizzare la logistica degli attentati. Dietro agli attentatori c’è una rete che va pagata: viaggi aerei e traffici di armi. Riguardo a questo problema la politica, non fa niente”.

Tweet della polizia francese per l'identificazione del terzo Kamicaze dello Stade de France
Tweet della polizia francese per l’identificazione del terzo kamikaze dello Stade de France

Il direttore di Africa ExPress ha fatto l’esempio della cooperante italiana Rossella Urru rapita il 22 ottobre 2011 nel campo profughi Saharawi nel deserto algerino. Per la sua liberazione le autorità italiane hanno smentito il pagamento di un riscatto. “Il mio stringer Serge Daniel – dice Alberizzi – Stava facendo un’intervista al capo islamico. Costui ha interrotto l’incontro perché, ha detto scusandosi, doveva andare a contare i soldi”.

Durante un vertice dell’Unione Europea a Nizza,  qualche anno fa, qualcuno disse che bisognava mettere sotto controllo i paradisi fiscali. “Tony Blair, allora premier britannico, si rifiutò perché le isole della Manica, l’Isola di Man, le isole Vergini e Londra sono paradisi fiscali – conferma Alberizzi – Non si vuole agire sul piano finaziario perché troppi interessi coinvolgono troppa gente”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin

Eritrea something is happening here

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Africa ExPress Special Correspondent
Saba Makeda
Somewhere in Eritrea, 23th November 2015

This morning I walked past a group of young Eritreans on the cusp of manhood squatting on a street corner huddled close together talking. One had his back to me. He was wearing a black T shirt with the following words written in bright yellow: SOMETHING IS HAPPENING HERE.

As I passed him I smiled remembering these lyrics from a Buffalo Springfield song of the 1960’s:

There is something happening here

What it is ain’t exactly clear….”

Something is happening in Eritrea, though what is happening may not presently be clear.

Once again the disappearance of President Isaias Afewerki from the national media in combination with his failure to attend international events such as the India-Africa Summit have fuelled the usual rounds of rumours as to his whereabouts and specifically his health. Freedom Friday (Arbi Harinet) a movement committed to peaceful resistance and sharing of information has reported that in fact in Asmara (the capital city ) nothing out of the ordinary is happening

http://asmarino.com/news/4449-eritrea-issias-afewerki-s-health-is-deteriorating-but-alive

The President has recently re-appeared on EriTv and we are all glued to the pictures and commenting on how he looks . We are missing the point!!!

It is a fact that the President has serious health problems for which he is receiving treatment in Qatar and other capital cities. Reliable sources are reporting that in the health of the President is deteriorating and that doctors are not able to do much more to sustain him.

This fact in the current context of Eritrea is problematic, as his iron fist rule has a created a situation where it is not clear to the people of Eritrea who will govern after the President or how such a person would be chosen. All that the people are left with are rumours, suspicion,fear.

primo piano di Afeworki

In the context of Eritrea, where there is no clear process for changing government; there is an absence of any political parties in the country; communication within the country is fully controlled by the Government; communication outside the country is difficult and the engagement between the Eritreans at home and Eritreans in the Diaspora is difficult and fraught with mistrust rumours and fear are heightened.

In such situation it is natural and understandable that Eritreans feel apprehensive as to the health of the President and his capacity to govern and that there is much speculation and talk as to what is next. Fuelling the apprehension is a very real concern of the possibility that the sudden absence of President Isaias Afeworki could result in a military power struggle to settle the issue of who will govern next as well as provide an opportunity for revenge by those aggrieved by the current regime.

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The current rumours are that the three Generals: Major General Filipos Woldeyohannes chief of staff and possibly the acting Minister of Defence ;General Abraha Kassa; General Simon Dengel , are running things.

Reliable sources are telling me that in fact the present the situation in Eritrea is more complicated and that in fact we may be posed at a historical turning point, whereby with good will and cooperation it may be possible to avoid a bloody power struggle. In this regard we not that the political and humanitarian dynamic of the Eritrean leadership in the diaspora is changing, that they are meeting and reaching consensus on the need to work together, they are starting to engage more with the younger generation and there are reports that they are linking with people inside the country.

At this point the key questions are:
(a)are we ready?;
(b) when the transition comes will we mange to prevent power struggle and violence?
(c)will we be mature enough as a people to ensure that the next leader does not become an other dictator?

More testing and interesting times coming up for Eritrea. Possible change. As I say this I am well aware that it is almost the end of the year and that this is then time when we as Eritreans start to tell each other: “Things will change next year” “Next Year it will be better”

I just want to say: Something is happening here .

Makeda Saba
makedasaba@ymail.com

Continua la furia di Boko Haram in Camerun e Nigeria: nel 2014 uccisi 6644 civili

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 21 novembre 2015

I terribili fatti di Parigi e l’attentato ieri in Mali hanno distolto l’attenzione dai sanguinari Boko Haram. Pochi sanno che nel 2014 i militanti jihadisti della setta islamista hanno ucciso 6.644 persone. Il 77 per cento erano civili. Boko Haram ha persino superato l’ISIS, con il quale si è alleato nel marzo 2014. Secondo uno studio dell’Org, “Vision of Humanity” quest’ultimo gruppo terrorista avrebbe ammazzato “solo” 6.073 persone nello stesso anno; tra le vittime il 44 per cento erano cittadini civili. In Nigeria i morti per mano di gruppi terroristi sono aumentati del 300 per cento nel 2014, ovviamente non solo “grazie” ai Boko Haram, i militanti fulani hanno contribuito ad aumentare questo triste primato. Nell’ex colonia britannica hanno ammazzato 1229 persone.

I gruppi terroristi che sconvolgono il mondo intero hanno un denominatore comune: non praticano la religione. La usano.

Un gruppo di militanti di Boko Haram
Un gruppo di militanti di Boko Haram

Ieri un kamikaze si è fatto esplodere in Camerun, a Nigue, un sobborgo di Fotokol città al confine con la Nigeria, uccidendo almeno dieci persone. Decine di innocenti sono stati feriti.

Questa settimana Boko Haram è entrato pesantemente in azione in Nigeria. A Yola, capitale del Adamawa State, nel nord-est del gigante dell’Africa. Mercoledì altra scena, stessa dinamica: un kamikaze si è fatto saltare per aria nelle vicinanze di un mercato. Trentaquattro persone hanno perso la vita, oltre ottanta i feriti, taluni in modo grave. Sempre mercoledì altri due kamikaze hanno provocato la morte di quindici abitanti a Kano, città nel nord del Paese, e ferito un centinaio di persone.

Negli ultimi sei anni 2,3 milioni di persone hanno abbandonato le loro case per fuggire alla violenza dei Boko Haram, e si stima che nello stesso periodo siano stati ammazzati ventimila civili.

Muhammadu Buhari, presidente della ex-colonia britannica, ha accusato proprio in questi giorni Sambo Dasuki, responsabile della Sicurezza Nazionale del suo predecessore, Goodluck Jonathan, di aver rubato milioni di dollari alla Nazione, soldi che erano stati destinati all’acquisto di armi per contrastare i terroristi.

massacre

Da anni ci si chiede come mai i il gruppo jihadista sia meglio armato dei militari regolari, che non hanno che poche pallottole a disposizione. Eppure il budget annuale destinato alla difesa ammonta a 5,6 miliardi di dollari; lo scorso anno è stato concesso addirittura un finanziamento supplementare di un altro miliardo.

Buhari ha chiesto l’arresto di alcuni alti ufficiali e di Dasuki . Sono accusati di aver falsificato contratti per l’acquisto di armamenti per un totale di 5,4 miliardi.

Anche il segretario generale dell’ONU Ban Ki- moon ha condannato gli ultimi attacchi del gruppo Boko Haram. Nel suo comunicato ha reiterato il supporto dell’ONU al governo nigeriano nella lotta contro il terrorismo, “che, per essere effettiva – ha precisato Ban – dovrebbe basarsi sui diritti umani internazionali e sulle leggi per i rifugiati”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Finito l’assalto all’hotel di Bamako: 27 morti e 132 ostaggi liberati

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Speciale Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 21 novembre 2015

Da mesi la capitale del Mali vive nella paura di attacchi terroristici. In marzo fu colpito un noto night-club di Bamako, dove morirono un francese, un belga e tre maliani (http://www.africa-express.info/2015/03/07/attentato-al-night-club-degli-stranieri-bamako-uccisi-un-francese-un-belga-e-tre-maliani/).

L’offensiva di ieri mattina (http://www.africa-express.info/2015/11/20/mali-assalto-jihadista-in-hotel-a-bamako-3-morti-e-90-ostaggi/ ) è stata studiata nei minimi dettagli. Secondo alcuni testimoni oculari i terroristi sarebbero arrivati nell’aerea del Radisson Blu a bordo di alcune auto con targa diplomatica. Appena giunti davanti all’albergo, avrebbero sparato contro il personale addetto alla sicurezza, poi si sarebbero riversati nei piani superiori dell’albergo.

gente in fuga da hotel

I clienti presenti erano tutti stranieri, di quattordici nazionalità, solamente gli impiegati dell’hotel erano cittadini maliani.

Alle ore 20 di ieri sera, si contavano 27 morti tra clienti e impiegati, e tre terroristi. Tra le vittime anche un francese e un funzionario del governo belga. Secondo un portavoce del Ministero della Sicurezza del Mali, 132 ostaggi, alcuni feriti, sono stati liberati dalle forze maliane, aiutati dalle forze speciali francesi; tutti i clienti e il personale dell’albergo si trovano ora all’esterno dell’edificio, mentre alcuni attentatori sono ancora nei piani superiori dell’albergo. Le azioni di bonifica da parte delle forze dell’ordine maliane sono tutt’ora in corso.

L’attentato all’albergo Radisson Blu è stato rivendicato da due gruppi islamisti: “Kātiba al-mulaththamīn” (battaglione mascherato), capeggiato da Muktar Belmuktar
(http://www.africa-express.info/2013/03/03/mali-chi-e-muktar-belmuktar-lalgerino-sfuggito-sempre-alla-cattura/) e da al Qaeda nel Magreb islamico (AQIM). Che dietro l’attacco ci fosse anche lo zampino di Muktar Belmuktar, era dato quasi per scontato; lo aveva annunciato anche il ministro della Difesa francese, Jean-Yves Le Drian in un comunicato di ieri.

Il primo ministro francese, durante una conferenza stampa ha assicurato: “Siamo accanto al popolo del Mali, ora e sempre”.

militanti aqmi

La Francia è presente nel Sahel con la missione Barkhane, composta da tremila soldati, milletrecento dei quali dislocati in Mali. Il loro compito è quello di contrastare i gruppi armati jihadisti, che controllano anche il traffico di droga. Il comando è in Ciad.

Nel Paese è schierato anche un contingente dell’ONU, MINUSMA (Mission multidimensionnelle Intégrée des Nations Unies pour la Stabilisation au Mali), autorizzato per un massimo di 12.640 soldati, inclusa una Quick Reaction Force, e 1.440 agenti di polizia ed è presente nel Paese dal 2013 (con risoluzione del Consiglio di Sicurezza 2100 del 25 aprile 2013). I caschi blu sono stati inviati nel Mali inizialmente solo per sostenere il processo politico di transizione e aiutare la stabilizzazione.

Con la risoluzione 2164 del 25 giugno 2014, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha inoltre deciso all’unanimità che la missione si concentrasse su compiti specifici, come garantire la sicurezza, la stabilizzazione e la protezione dei civili; sostenere il dialogo politico e la riconciliazione nazionale; assistere il ristabilimento dell’autorità statale, la ricostruzione del settore della sicurezza, e la promozione e protezione dei diritti umani nel paese.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Mali, assalto jihadista in hotel a Bamako: 4 morti e 90 ostaggi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 20 novembre 2015

Una settimana dopo la strage di Parigi, ecco una nuova aggressione alla Francia, al mondo intero. Cambia la scena, non la violenza.

Hotel Radisson a Bamako
Hotel Radisson a Bamako

Questa mattina, alle 7, un commando armato è penetrato nell’albergo Radisson a Bamako, capitale del Mali. I terroristi, secondo, il giornale online Mali Actu, sarebbero arrivati a bordo di un’auto con targa diplomatica.

Le notizie sono ancora frammentarie: si parla di almeno 4 morti tra cui un cittadino francese e due maliani. Gli ostaggi sarebbero una novantina.
L’albergo si trova al centro della città, non lontano da vari ministeri e ambasciate ed è considerato il più sicuro della capitale.

Serge Daniel, inviato storico di France 24, riferisce che l’albergo è circondato dalle forze dell’ordine. Al momento dell’attacco nell’albergo sarebbero stati presenti diversi equipaggi di linee aeree occidentali, tra loro anche personale della Turkish Airways e Air France.

Il ministro degli esteri francese Laurent Fabius ha confermato che 80 ostaggi sono stati liberati grazie all’intervento dei 40 militari delle Forze speciali francesi.

Smentita invece la presenza nell’hotel del nigeriano Aliko Dangote, considerato l’uomo più ricco del continente africano che secondo Bloomberg era presente al Radisson nella giornata di ieri.

Mappa dell'area dell'attacco jihadista a Bamako
Mappa dell’area dell’attacco jihadista a Bamako

L’albergo è circondato dalle forze dell’ordine. Secondo alcuni analisti la responsabilità sarebbe da attribuire a Mokhtar Belmokhtar, dato per morto diverse volte, algerino, a capo del gruppo jihadista “Kātiba al-mulaththamīn” (battaglione mascherato) , che recentemente avrebbe stretto alleanze con l’ISIS.

Il gruppo jihadista, pare composto da 2-4 individui, per sfuggire alle Forze speciali che controllano l’albergo piano per piano, sta cercando portare gli ostaggi nei sotterranei dell’albergo.

Insicurezza e instabilità si respirano nuovamente da settimane nel Paese, malgrado la firma del trattato siglato da tutte le parti in questione il 20 giugno scorso. Nel giugno scorso il governo francese ha vietato giornalisti francesi di recarsi nel Paese africano per motivi di sicurezza.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Crediti foto
Mappa Bamako (courtesy Google maps)

Terroristi assaltano hotel a Bamako: tra gli ostaggi l’uomo più ricco d’Africa

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Africa ExPress
Bamako, 20 novembre 2015

Un commando di terroristi ha attaccato alle 7 di questa mattina l’hotel Radisson a Bamako, la capitale del Mali. Gli assalitori hanno preso in ostaggio 140 ospiti e 30 impiegati. Tra i primi sembra ci sia anche Aliko Dangote, il multimilionario nigeriano e uomo più ricco di tutta l’Africa.

palazzo esterno

Dalle prime informazioni sembra che alcuni ostaggi siano stati liberati dopo che hanno dimostrato la loro fede islamica recitando alcuni versetti del Corano. I morti. Per ora, sarebbero almeno sette.

Gli assalitori sono entrati nel recinto dell’albero a bordo di alcune auto con targa diplomatica, cosa che ha facilitato il loro ingresso. Sono saliti poi al settimo e ultimo piano e da lì mitragliato chiunque cerchi di avvicinarsi all’edificio.

Le forze dell’ordine maliane hanno preso posizione tutt’intorno all’albergo. Un cordone di agenti blocca qualunque ingresso. Sono cominciate le trattative con gli assalitori.

Africa ExPress

 Il Conflitto in Mali e il terrorismo nel Sahel: colloquio con Serge Daniel

http://www.africa-express.info/2013/12/24/il-conflitto-mali-e-il-terrorismo-nel-sahal-colloquio-con-serge-daniel/

 

Salvi cinque minatori rimasti intrappolati 41 giorni in una miniera d’oro in Tanzania

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 18 novembre 2015

Cinque minatori sono stati salvati, dopo essere stati intrappolati in una miniera aurifera per 41 giorni nella regione di Shinyanga, nel nord-ovest della Tanzania. Altri undici risultano ancora dispersi. Per sopravvivere, i cavatori si sono cibati di radici, scarafaggi e rane, dissetandosi con acqua sporca. Ora sono ricoverati in un ospedale per accertamenti e per essere rifocillati.

Amara sorpresa, quando i cinque “resuscitati” hanno appreso che durante la loro assenza sono stati celebrati i loro funerali per morte presunta. La moglie di Joseph Burule Robi, padre di quattro figli, ha venduto persino la casa ed è ritornata dalla famiglia originaria a Mwanza.

Manciata d'oro

Gerard Msafiri, anche lui un padre di famiglia, ha confessato: “Non ho più nulla, nemmeno le mie scarpe; sono andate in eredità a mio fratello. Con quale coraggio posso ora andare da lui e pretendere indietro le mie calzature? Sono stato dichiarato morto, dunque la mia famiglia aveva il diritti di dividersi i miei averi”.

Imboccatura di una miniera in Tanzania. E' in quel tunnel strettissimo che si calano i cercatori d'oro
Imboccatura di una miniera in Tanzania. E’ in quel tunnel strettissimo che si calano i cercatori d’oro

Secondo le informazioni della polizia, il gruppo era sceso in profondità per soccorrere altri undici colleghi, ma sono rimasti bloccati in un cunicolo. Ovviamente è accaduto in una miniera aurifera non autorizzata e poco attrezzata. Molte persone s’improvvisano minatori, pronti a qualsiasi sacrificio, perché attratti dal sogno della ricchezza.

Inizialmente i residenti del luogo, insieme ad altri cavatori si sono prodigati per raggiungere i colleghi bloccati. Dopo una settimana, però, si sono arresi.

Qualche giorno fa alcuni minatori hanno sentito un fievole grido, proveniente da un tunnel vicino e subito sono scattati nuovamente i soccorsi. Stavolta con successo. I cinque sono vivi, ma più poveri di prima.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Israele accetta l’immigrazione degli ultimi falascià dall’Etiopia

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 18 novembre 2015

“Oggi abbiamo preso un’importante decisione: porteremo in Israele gli ultimi discendenti delle comunità che vantano origini ebraiche”, c’è scritto in un comunicato che cita il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu.

Wolleka, a Falasha Village near Gonder, Ethiopia, Africa
Wolleka, a Falasha Village near Gonder, Ethiopia, Africa

Dopo anni di attesa, il gruppo composto da poco più di novemila falascià, etiopi di religione ebraica, potranno immigrare in Israele nei prossimi cinque anni.

Questi ultimi falascià, che si trovano da anni nei campi di transito ad Addis Ababa e Gondar hanno atteso a lungo l’autorizzazione di Israele. Anche se il gabinetto ha votato all’unanimità questa delibera, il permesso d’entrata è vincolato all’esito positivo del processo di omogeneità con l’ebraismo, ha precisato il ministro degli interni Silvan Shalom.

La “legge del ritorno” dovrebbe permettere ai falascià di richiedere cittadinanza israeliana oltre che la residenza.

Mappa falasha

Alla fine degli anni settanta, minacciati da carestie e repressione del governo etiope, molti Beta Israel, come preferiscono farsi chiamare, visto il significato negativo che la parola falascià ha assunto nella lingua amarica (emigrato o straniero), passarono in Sudan. Purtroppo il governo musulmano sudanese fu altrettanto ostile nei loro confronti. Israele prese allora la decisione di trasportarli nel proprio territorio tramite un ponte aereo. Grazie a tre interventi, denominati “operazione Mosè”, “ operazione Giosuè” e “operazione Salomone” vennero trasferiti dall’Etiopia novantamila ebrei fino al 1991.

pitturaAttualmente nello Stato ebraico vivono centotrentacinquemila falascià, per lo più in miseria , soggetti a discriminazioni di ogni genere, ma ciò che contestano maggiormente è il crescente razzismo. Solo la metà dei giovani ebrei di origine etiope riesce ad ottenere il diploma, contro il sessantatré per cento del resto della popolazione.

Anche se alcuni di loro hanno raggiunto posizioni importanti nell’esercito, nel pubblico impiego, altri sono diventati politici di rilievo e occupano una poltrona alla Knesset, la loro vita in Israele non è semplice e in linea di massima guadagnano un terzo in meno rispetto alla media.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

La vita di Lamine Diack riflette le quattro fasi del salto in lungo

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 18 novembre 2015

La parabola di Lamine Diack sembra ricalcare fedelmente le 4 fasi del salto in lungo: rincorsa, stacco, volo e atterraggio.

Lamine Diack a Doha
Lamine Diack a Doha

RINCORSA – È nato il 7 giugno 1933 a Rebeus, uno dei più antichi, popolari e popolosi quartieri di Dakar, a poca distanza dal centralissimo Le Plateau. Rebeus è noto anche per l’omonimo carcere dove è rinchiuso , per corruzione, Karim Wade, figlio dell’ex presidente Abdoulage Wade . In questa prigione alla fine dello scorso ottobre un gruppo di detenuti ha iniziato lo sciopero della fame per protestare contro le lunghe e immotivate carcerazioni preventive, le condizioni disumane e il superaffollamento: costruito per accogliere 800 persone, ne ospita quasi 2400.

La partenza di Diack è, sia detto con tutto il rispetto, ad handicap. Diack , infatti, soffre fin da piccolo di una forma di rachitismo. Eppure si butta nello sport: scende in campo, come calciatore, e, poi, in pista, come saltatore . Riesce a conquistare un titolo di campione di Francia con 7,63 metri nel 1958 (l’indipendenza del Senegal risale al 1960) e a conservare il record del salto per 3 anni nell’Africa occidentale con un primato personale di 7,72 nel 1959, quando vince le Universiadi francesi.

“Come ho potuto io, Lamine Diack, il rachitico – scherzava nell’agosto scorso con un giornalista di “Jeune Afrique ” – divenire campione di Francia di salto in lungo?”. Il suo sogno di partecipare alle Olimpiadi di Roma nel 1960, però, sfuma a causa di un incidente a un ginocchio. Il futuro “Presì” deve interrompere la sua carriera agonistica.

LO STACCO – L’incidente non lo demoralizza. Lamine cambia terreno, entra nel calcio. E avviene lo “stacco” dalla pista per fare l’ingresso nel campo non meno impegnativo della carriera dirigenziale sportiva. Nel 1963-1964 è direttore tecnico del forte club Foyer France Senegal (l’attuale Asc Diaraf Dakar) , quindi presidente (lo resterà fino al 1994); poi dirige i ” Leoni della Teranga”, ovvero la nazionale calcistica, dal 1964 al 1968, con la partecipazione a due coppe d’Africa delle Nazioni e l’approdo in finale nel 1968. Nel 1974 entra nel Comitato olimpico senegalese, di cui diventa presidente nel 1985. (Questa carica la terrà fino al 2002). E’ la prima presidenza, cui ne seguono molte altre, che alla fine giustificheranno l’appellativo affibbiatogli di “Presì”, presidente per eccellenza.

IL VOLO – E’ proprio negli anni ’70 che Lamine prende il volo. Un’ascesa inarrestabile: i suoi modi felpati, la sua semplicità lo portano a conquistare consensi anche al di fuori dello sport. E così diventa sindaco di Dakar dal 1978 al 1980, deputato dal 1978 al 1993, fra le fila del partito socialista di Leopold Sèdar Senghor e due volte ministro, oltre che vicepresidente della Camera dei deputati.

Contemporaneamente alla carica di primo cittadino occupa quella di presidente della Federazione di atletica del Senegal (1974-1978) e (1985-2002) del Comitato nazionale olimpico. Non solo: nel 1973 comincia la sua lunga presidenza della confederazione d’ atletica dell’Africa, (la lascerà nel 2003).

Nel 1976 entra nel Comitato esecutivo dell’Iaaf e nel 1991 sale alla vicepresidenza. Nel 1999 succede, per acclamazione, all’italiano Primo Nebiolo, deceduto improvvisamente dopo ben 18 anni di comando della Associazione internazionale di atletica. La sua elezione venne definita storica. Era stato scelto per la prima volta un africano a dirigere una grande federazione sportiva internazionale, che, dalla sua fondazione (1912), era stata retta solo bianchi europei.

Un lungo regno di 16 anni in cui Diack si vanta di aver mondializzato la disciplina, di averla aperta all’Africa e all’Asia, di averla allargata alle donne e di aver riempito d’oro le casse dell’organismo : le sponsorizzazione e le vendite dei diritti televisivi hanno portato un miliardo di euro e le riserve finanziarie della Iaaf (che ha sede a Monaco di Montecarlo, nello stupendo palazzo Belle Epoque Villa Miraflores) a 67 milioni di dollari. “Quando nel 1976 sono entrato nella Iaaf – ricordò Diak in agosto tracciando un bilancio del suo mandato con l’agenzia France Presse – la sfida impegnativa era la democratizzazione della istituzione e lo sviluppo dell’atletica nel mondo partendo dal suo nucleo europeo e nordamericano.

Nel 2015 penso che, con 214 federazioni nazionali, ciascuna delle quali al congresso dell’Iaaf può contare su un voto, questo obiettivo sia stato raggiunto. Ai Giochi Olimpici e ai Campionati mondiali non c’è stato nessun altro sport che abbia avuto così tanti paesi finalisti e medaglie. Sono fiero che l’Atletica sia diventata lo sport più universale”.

E Diack ha potuto sciorinare i suoi successi, soprattutto favorendo la diffusione dell’atletica in Asia con i campionati mondiali in Giappone (Osaka, 2007) , Corea del Sud (Daegu, 2011), Cina ( 2015, Pechino). L’apertura verso l’immenso mercato asiatico ha portato a considerare i suoi tre lustri passa di governo “una parentesi dorata sul terreno della mondializzazione”.

Durante questa parentesi anche “monsieur le Presì” ha vissuto, giocoforza, una vita dorata fra i gran galà di Montecarlo, incontri con figure mondiali (Putin nel 2011), dirigenti delle multinazionali (Adidas, sponsor in Corea), banche (la russa Vtb altro sponsor in Corea). Tanto attivismo gli è stato universalmente riconosciuto con prestigiose onorificenze : da commendatore dell’Ordine del Leone, senegalese, a grand’ufficiale del Gabon e della Repubblica Centroafrica, dell’Ungheria, a cavaliere della Legion d’Onore della Francia…e altre ancora.

L’ATTERRAGGIO – “Sogno una vecchiaia serena, intento a curare i miei nipotini, a recarmi ogni mattina in moschea, a leggermi il giornale. E a scrivere, dato che ho una lunga storia da raccontare considerando le esperienze sportive e politiche vissute. Mi impegnerò anche per lo sport nelle scuole. C’è tanto da fare in Senegal. Ad esempio recuperare lo stadio del liceo Lamine Gueye di Dakar: qui Pape Gallo Thiam ha battuto il record di salto in alto nel 1950. Ora è un campo di patate”.

Così parlava, in agosto, alla vigilia della conclusione del suo mandato, le “Presì”, intervistato da Jeune Afrique. Era stato già lambito dalle inchieste della tv tedesca Ard e dal quotidiano britannico Sunday Times che accusavano l’Iaaf di lassismo nei confronti di almeno 800 atleti drogati. Un altro scandalo lo aveva sfiorato ancor prima quando era stato tirato in ballo una prima volta, il figlio Papa Massata Diack, 55 anni, che ricopriva in seno alla IAAF l’incarico di responsabile del marketing. Nel dicembre 2014, Massata si era dovuto dimettere perché accusato di corruzione: avrebbe coperto, in cambio di soldi, atleti russi “bombati”.

Mai, però, “monsieur le Presì” avrebbe immaginato di finire lui stesso nel mirino della procura nazionale francese con due accuse gravissime, che gettano ombre fosche sulla sua luminosa carriera. Corruzione e riciclaggio. Ma può una figura così imponente passare impunemente dai massimi onori alla massima infamia? No, la famiglia, il Senegal tutto si è ribellato. Anche nel nome della Negritude (Senghor insegna).

(continua 2)

Costantino Muscau
c.muscau@alice.it

Crediti foto:
Lamine Diack
Lamine Diack Doha 2012” di Doha Stadium Plus Qatar from Doha, Qatar – Lamine Diack. Con licenza CC BY 2.0 tramite Wikimedia Commons.

Senegal: doping, bufera su Diack ex presidente e re dell’Atletica mondiale

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 16 novembre 2015

L’atterraggio rischia di essere rovinoso. Un mito sportivo africano dopo una lunga rincorsa, uno stacco prodigioso e un volo eccezionale potrebbe crollare miseramente.
Lamine Diack, ex campione senegalese di salto in alto, primo presidente non europeo della Associazione internazionale delle Federazioni di Atletica (Iaaf), ha forse fatto il passo, anzi il salto, più lungo della gamba?

Lamine Diack (a sinistra) stringe la mano al principe Faysal bin al-Husayn
Lamine Diack (a sinistra) stringe la mano al principe Faysal bin al-Husayn

A 82 anni, al termine di una carriera sportiva, politica e dirigenziale ai massimi livelli locali e mondiali, deve difendersi da un’imputazione infamante: aver coperto, o peggio, ricattato, atleti russi dopati in cambio di molto denaro. Chi dice 200mila euro, chi (come il quotidiano sportivo francese L’Equipe) addirittura 1 milione di euro.

È stato sottoposto a controllo giudiziario, ma gli è stata concessa la libertà, dopo 36 ore di arresto, dietro versamento di una cauzione di 457 mila euro, con l’obbligo di non lasciare la Francia. In più la commissione etica del Comitato olimpico internazionale ha chiesto la sua sospensione provvisoria. E lui si è dimesso dalla carica di membro onorario del Comitato.

Mercoledì 4 novembre scorso questo distinto, massiccio signore dai capelli cotonati, vero “collezionista” di presidenze e onorificenze, è finito sotto il tiro della magistratura “esagonale” (come sarcasticamente l’ha definita un quotidiano senegalese) per “corruzione passiva e riciclaggio aggravato”.
Il Sepp Blatter nero è stato tirato dentro l’inchiesta aperta in Francia dopo la segnalazione della Agenzia mondiale antidroga e che in questi giorni sta facendo tremare il mondo dell’atletica russa, e non solo russa.

Da boss onnipotente per 16 anni dell’Atletica mondiale (ecco perché è stato paragonato allo svizzero patron del calcio mondiale) a boss del malaffare – secondo il procuratore nazionale parigino per i reati finanziari e il giudice istruttore antitangenti Renaud Van Ruymbeke – in nome di quello sport che proprio lui, Diack, o monsieur “Le Presì” (come era chiamato) voleva e predicava pulito.

“Il doping è un flagello, una vera calamità – dichiarava nell’agosto scorso Lamine Diack, che durante i suoi tre mandati presidenziali consecutivi (un record, battuto solo dal suo predecessore, l’italiano Primo Nebiolo) era riuscito a imporre il passaporto biologico – Quando la gente comincia a dubitare di quello che vede, lo sport è morto”. In realtà, sono la sua vicenda e la collegata inchiesta dell’Agenzia antidoping mondiale (Wada) sull’atletica russa a mettere in serio pericolo sia la credibilità della regina dello sport moderno sia l’onore e la dignità del Senegal, di cui era un fiore all’occhiello, sia della sua famiglia.

Eh sì, perché, monsieur le Presì è sospettato di essere al centro di una rete di corruzione internazionale assieme a due dei suoi 15 figli: Papa Massata e Khalil. Con la complicità – sostiene l’accusa – di Habib Cissè, avvocato di origine senegalese affermatosi a Parigi, consigliere giuridico del Presidente; di Gabriel Dollè, un ultrasettantenne medico ex responsabile del programma antidoping dell’Iaaf  di Valentin Balakhnicev, già presidente della federazione russa di atletica nonché ex tesoriere dell’Iaaf; e di Alexey Melnikov, allenatore degli atleti di Mosca.

Mappa dell'Africa e del Senegal
Mappa dell’Africa e del Senegal

Tutto sarebbe partito nel 2011 quando Pape Massata avrebbe recuperato la lista degli atleti russi sospettati di essersi dopati. Avrebbe passato, quindi, l’elenco alla Federazione russa di atletica, che se ne serve per ricattare i “drogati”: “Se pagate vi copriamo le anomalie nel passaporto biologico e presso l’Iaaf e quindi non sarete squalificati”. Un esempio concreto: la maratoneta Lilya Shobukova avrebbe versato, in tre rate, ben 569 mila dollari, tra gennaio e luglio 2012, all’allenatore Alexey Melnikov.

Il denaro – secondo l’accusa – passava per Singapore in una società di Papa Massata Diack. Poiché – sostiene sempre l’accusa – i principali collaboratori del Presidente erano implicati in questo circuito, Lamine Diack non poteva non sapere.

Di fronte a sospetti così gravi e incredibili su un uomo che ha fatto dello sport pulito suo vanto e bandiera, il quotidiano britannico Independent ha commentato : “Talvolta un’accusa è così vergognosa che trascende la vergogna stessa. Se Lamine venisse giudicato colpevole, supererebbe la più torbida delle canaglie”.

(continua 1)

Costantino Muscau
c.muscau@alice.it

Crediti foto:
Lamine Diack
Lamine Diack Doha 2012” di Doha Stadium Plus Qatar from Doha, Qatar – Lamine Diack. Con licenza CC BY 2.0 tramite Wikimedia Commons.

Mappa del Senegal
Sg-map” di Dubaduba – CIA Worldfactory. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons.

Senegal (orthographic projection)” di FlappiefhOpera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.