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Nelle montagne del Puntland, la resistenza somala contro lo Stato Islamico

Speciale Per Africa ExPress Davide Banfi* 11 aprile 2026 Attraverso...
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Funzionario italiano dell’ONU accoltellato in Congo. Ferito al volto è fuori pericolo

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
2 dicembre 2015

Maurizio Giuliano, funzionario italiano delle Nazioni Unite in Congo–Kinshasa, è stato aggredito a coltellate a Lubumbashi (la ex Elisabethville), capitale del Katanga. Si è salvato per miracolo ma il suo volto è segnato da una profonda ferita che poteva essere letale se la coltellata fosse stata un paio di centimetri più bassa e avesse raggiunto il collo.

L’agguato è avvenuto giovedì scorso ma le notizie frammentarie sono giunte solo oggi. Giuliano, milanese, capo dell’ufficio OCHA di Lubumbashi, l’agenzia per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite, era basato a Bunia, nell’est del Paese, quasi al confine con l’Uganda. Solo da pochi giorni è stato assegnato in Katanga.

Giovedì sera stava entrando nel ristorante greco “Da Toni”, un locale ben conosciuto in città, quando è stato raggiunto da un commando di tre persone armate di coltello. Uno di essi ha sferrato un fendente che ha colpito Giuliano alla guancia. Sono prontamente intervenute le guardie del locale e gli aggressori sono stati costretti a scappare.

Il funzionario dell’ONU è stato inviato a Lubumbashi per cercare di risolvere una questione da 7 milioni di dollari. A tanto ammonta il denaro sottratto dal responsabile amministrativo delle Nazioni Unite in Katanga. Utilizzando il timbro delle Nazioni Unite e la sua firma, Jalon Kuhinia ha ingannato una ventina di fornitori alcuni per poche migliaia di dollari, altri anche per mezzo milione, che si sono fidati. Quando i creditori hanno richiesto i loro soldi Kuhinia era scappato chissà dove.

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Gli uffici delle Nazioni Unite sono stati presi d’assalto. Sono state organizzate manifestazioni, sit in e i più facinorosi si sono accampati davanti alla porta. E sono partite anche le minacce: “Bruceremo la vostra palazzina”, “Vi rapiremo così ci ridarete i nostri soldi”, “Non a passerete liscia”. Il precedente responsabile di OCHA era stato richiamato e al suo posto è arrivato Giuliano che, aveva subito incontrato chi reclamava i propri diritti, cercando di placare gli animi assicurando che sarebbero presto arrivati i risarcimenti.

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Giuliano, che ha perso parecchio sangue dalla guancia spaccata, ora è fuori pericolo. I video con i reportage di una televisione privata congolese che vi proponiamo raccontano la storia dello scandalo e della truffa.

E’ il secondo italiano accoltellato in Congo in meno di 4 anni. Il 17 settembre 2012 Piero Pomponi, giornalista e fotografo documentarista che conosce benissimo tutta l’Africa centrale, stava indagando su un traffico di minerali. Fu aggredito con armi da taglio a Fort Mahagi, sul lago Alberto, all’estremità nord orientale del Congo-K, ai confini con l’Uganda.

Una famiglia di pigmei mbu’ti che vivono all’interno della foresta dell’Ituri infestata di mercenari, multinazionali. Gli mbu’ti sono vittime dei trafficanti di minerali. L’immagine è stata scattata da Piero Pomponi, che lavora su questa storie da anni e ancora viaggia nelle foreste alla ricerca di immagini straordinarie.
Una famiglia di pigmei mbu’ti che vivono all’interno della foresta dell’Ituri infestata di mercenari, multinazionali. Gli mbu’ti sono vittime dei trafficanti di minerali. L’immagine è stata scattata da Piero Pomponi, che lavora su questa storie da anni e ancora viaggia nelle foreste alla ricerca di immagini straordinarie.

Piero, che lavora anche per Africa ExPress, viaggiava in motocicletta e fu fermato da cinque bianchi con il volto coperto da passamontagna che gli intimarono di smetterla di indagare sul traffico illegale di uranio, cassiterite, coltan e oro e sui ragazzini impiegati come schiavi nelle miniere. Alla fine lo colpirono con un coltello al braccio sinistro, provocandogli una profonda ferita. Poi lo lasciarono andare. Piero vive a Lubumbashi e viaggia ancora per tutta l’Africa.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

 

I Boko Haram nigeriani scendono in Libia per dar manforte ai miliziani dell’ISIS

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Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu sant’Elena, 30 novembre 2015

Secondo informazioni di OSINT (cioè Open Source INTelligence) un numero consistente di militanti Boko Haram (si stima 2000 uomini), insieme alle loro famiglie si è trasferito in Libia, a Sirte, città portuale, situata nell’omonimo golfo, da dove fino a poche settimane fa partivano i barconi della speranza. Con loro sono arrivati altri gruppi fedeli al califfato, otto in tutto, provenienti tra l’altro dall’Egitto e dall’ Afghanistan. Da quando le pressioni militari e economiche in Iraq e in Siria si sono fatte più pesanti, i leader dell’ISIS hanno dovuto guardarsi attorno per trovare un nuovo territorio, e, approfittando del caos libico, assieme ai Boko Haram, stanno costruendo una base proprio alle porte dell’Europa.

Per altro nel febbraio di quest’anno il capo della setta nigeriana, Abubakar Shekau, ha giurato fedeltà ad Abu-Bakr al-Baghdadi, il leader dello Stato Islamico.

Corteo auto

ISIS sta controllando ora già centocinquanta miglia di costa del Mediterraneo vicino a Sirte, dalla città di Abugrein, nell ovest, fino a Nawfaliya, nell’est e anche le milizie di Misrata, che un tempo erano pronte a combattere i terroristi, si sono ritirate.

Degli oltre duemila combattenti del califfato in Libia, alcune centinaia si sono stabiliti a Sirte, altri in gruppi più o meno grandi, si trovano nell’est, in direzione di Nawfaiya.

Si teme che il loro prossimo obiettivo sia la conquista della città Ajdabiya, che potrebbe dare all’ISIS il controllo di arterie stradali importanti, nonché dei terminali e dei campi petroliferi che si trovano a sud della città.

A Sirte il gruppo ha già imposto la legge islamica: il velo per le donne è obbligatorio, musica e sigarette sono vietate; chiusura obbligatoria dei negozi durante le ore di preghiera. Sembra che in agosto abbiano crocefisso quattro persone. Il mese scorso due uomini sono stati decapitati pubblicamente, perché accusati di stregoneria.

due pick up

La Libia sta dunque diventando la nuova colonia dell’ISIS. Da settimane non ci sono stati sbarchi importanti sulle nostre coste. Certamente le cause non sono solamente il mare mosso o l’imminente inverno.

I leader della setta islamica jihadista, Boko Haram, affiliata al Califfato da febbraio 2015, continuano a spargere terrore in Nigeria e in Camerun. E gli attentati si susseguono come una catena di montaggio.

Durante quest’ultimo fine settimana a Dabanga, nel nord del Camerun, al confine con la Nigeria, due ragazzine kamikaze si sono state fatte esplodere. Fonti ufficiali affermano che le giovani fossero nigeriane, rifugiatesi in un campo profughi. Poco tempo fa il Camerun ha espulso migliaia di rifugiati nigeriani che avevano cercato protezione nel Paese confinante, per sfuggire ai continui attacchi dei sanguinari settari. Almeno cinque i morti, parecchi i feriti.

Il giorno precedente è stata presa di mira l’annuale processione Arbaeen, organizzata dalla comunità sciita di Kano, nel nord della Nigeria. Un kamikaze, infiltratosi in mezzo ai pellegrini, si è fatto saltare per aria, ferendo una quarantina di persone. Secondo il commissario di polizia Muhammadu Katsina, non ci sono stati morti, ma ha precisato che un secondo militante dei Boko Haram è stato arrestato pochi istanti prima che potesse premere il detonatore della sua cintura, carica di plastico, evitando così una strage. Poco dopo l’attentato è stato rivendicato dai terroristi locali.

miliziani si addestrano

Domenica altri due attacchi: il primo nel Niger. Alcuni testimoni oculari hanno affermato: “I militanti, armati di kalashnikov, hanno attraversato il fiume Komadougou Yobe – confine naturale tra il Niger e la Nigeria – hanno bruciato cinquanta abitazioni e ucciso quattro persone”. Fougou Boukar, un ufficiale nigerino, ha aggiunto: “Hanno creato un danno immenso alla nostra comunità”.

Il secondo, è avvenuto dall’altra parte del confine, in Nigeria, nel Borno State, nel nord-est della ex-colonia britannica. Alle 3.30 del mattino la furia dei sanguinari killer si è scatenata sugli abitanti del villaggio di Bam. Prima hanno ammazzato sette abitanti, poi hanno rapito tutte le ragazzine che sono riusciti a sequestrare.

Testimoni hanno riferito: “Durante il loro raid, durato oltre due ore, cantavano in arabo. Hanno avuto la pazienza e il tempo necessario per suddividere le donne sposate dalle vergini. Se ne sono andati con le nostre ragazze, lasciando il villaggio in fiamme”. Ali, nome inventato del testimone, ha aggiunto: “Abbiamo avvertito i militari, qualcuno aveva visto dei militanti di Boko Haram aggirarsi nei dintorni, in villaggi vicini. Nessuno è venuto a proteggerci.”morti lungo la strada

E’ successo una decina di giorni fa, ma la notizia è trapelata solamente in questi giorni: il 19 novembre i terroristi hanno attaccato la base militare di Gulak nell’Adamawa State, nel nord est del gigante dell’Africa. I militari sarebbero scappati, sono intervenuti uomini della milizia privata di autodifesa locale per proteggere la città, finchè non sono arrivati i rinforzi dell’esercito regolare nigeriano per scacciare i terroristi. Secondo la testimonianza dell’ex-presidente del consiglio comunale di Gulak, James Ularamu, i militanti di Boko Haram avrebbero bruciato tutta la base.

Un ufficiale, che ha voluto mantenere l’anonimato, ha riferito ai reporter di Associated Press che i terroristi si sarebbero impossessati di un Tank T-72 e di decine di tute mimetiche nuove.
Il quotidiano nigeriano Premium Time ha riportato che oltre a 107 uomini del 157° battaglione, mancano all’appello anche tre pezzi di artiglieria, otto camion, uno dei quali carico di sessantamila munizioni.

Abubakar Shekau, è leader della setta Boko Haram dal 2009; durante questi sei anni del suo “regno” i suoi militanti avrebbero ucciso quasi ventimila persone.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Mali, attaccato camion di migranti: quattro morti e sei feriti

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 1° dicembre 2015

Un nuovo assalto mortale in Mali. Domenica scorsa un camion, sul quale viaggiavano migranti maliani, nigerini, nigeriani, guineani e altri, provenienti da diversi Paesi dell’Africa occidentale, diretto verso l’Algeria, è stato attaccato tra Tabankort et Anéfis, in una zona a metà strada da Kidal e Gao.

Fonti ONU e ospedaliere hanno confermato l’accaduto. Secondo alcuni testimoni oculari, quattro uomini armati in sella a due moto, avrebbero sparato contro gli sfortunati migranti, stipati sul camion, uccidendo quattro persone e ferendo altre sei.

Camion migranti 600

La fonte medica ha precisato che tre dei migranti uccisi sarebbero di nazionalità maliana, il quarto sarebbe, invece, guineano. Il trafficante, l’organizzatore del viaggio, era seduto accanto all’autista.

La fonte ONU ha precisato che i morti sarebbero stati sepolti vicino al luogo dell’attentato, mentre i feriti sono stati trasferiti ieri mattina con un elicottero di MINUSMA (missione dell’ONU in Mali) a Gao.

camionetta migranti 600

E’ piuttosto raro che vengano attaccati i migranti in questa parte del deserto maliano. Per il momento nessuno ha rivendicato la responsabilità del vile atto; potrebbe trattarsi di una banda armata jihadista, molte attive nel nord del Mali, come di semplici balordi. Le indagini sono ancora in corso.

Solo una settimana fa sono morti diciotto maliani, tra loro anche due bambini, in un incendio, a Ouargla, un centro di accoglienza a ottocento chilometri a sud di Algeri. I feriti sarebbero trentasette. L’incendio si è divampato rapidamente durante la notte, causato da alcune bombole di gas, utilizzate per il riscaldamento. Tutti maliani del centro erano in attesa di essere rimpatriati.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Mali, terroristi attaccano peacekeeper. Berlino invia 650 militari

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 28 novembre 2015

Otto giorni dopo il massacro all’albergo Radisson Blu, al centro di Bamako, la capitale del Mali (http://www.africa-express.info/2015/11/21/finito-lassalto-allhotel-di-bamako-27-morti-e-132-ostaggi-liberati/), questa mattina, i terroristi hanno preso di mira il campo di Minusma (Mission multidimensionnelle Intégrée des Nations Unies pour la Stabilisation au Mali), a Kidal.

Mappa del Mali
Mappa del Mali

Il campo è stato colpito all’alba da alcuni missili, che hanno ucciso due caschi blu guineani ed un contrattista civile. Altre quattordici persone sono state ferite, tre in modo grave.

Nella primavera del 2012 il nord del Mali è stato flagellato da gruppi jihadisti legati ad al-Qaeda. Grazie ad un intervento militare della Francia (missione Barkhane, presente in tutto il Sahel con tremila uomini, milletrecento son dislocati proprio nel Mali) e la presenza del contingente di pace internazionale Minusma, molti jihqadisti sono stati cacciati e dispersi, ma a tutt’oggi ci sono ancora molte zone non controllate dall’esercito maliano, dai caschi blu e dai militari francesi.

Kidal
Kidal

Per questo motivo, la Germania si è offerta di inviare altri soldati tedeschi nel Paese africano. In un comunicato congiunto del 27 novembre 2015, il ministro della difesa tedesco, Ursula von Leyen e il ministro degli esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier hanno spiegato: “La Francia ci ha chiesto aiuto nella lotta contro l’ISIS. Sappiamo che gli interventi militari non sono sufficienti per contrastare il gruppi terroristi.
Ma solo qualche giorno fa il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha dichiarato che l’ISIS e altri gruppi terroristi sono una minaccia per la pace e la sicurezza nel mondo intero e tutti dobbiamo contribuire per contrastare i loro attacchi.

Von Leyen prevede di aumentare la presenza tedesca in Mali con l’invio di altri 650 militari, in aggiunta degli attuali 200. L’invio delle nuove truppe era già nell’aria da qualche settimana; dopo la terribile tragedia di Parigi del 13 novembre 2015, proprio per sostenere la Francia nella sua ex-colonia, si stanno accelerando i tempi.

Peacekeeper dell'Onu
Peacekeeper Minusma

Il Ministero della Difesa tedesco sta predisponendo un nuovo mandato in tal senso, da sottoporre al Bundestag per l’approvazione. Il Ministro ha specificato: “La Germania sarà presente in modo sostanziale. È essenziale sostenere l’Onu per riportare la stabilità in Mali. Urge applicare il trattato di pace, le condizioni di vita della popolazione devono migliorare al più presto, specialmente nel nord del Paese, dove la sicurezza è ancora molto instabile”.

In linea di massima il nuovo mandato dovrebbe essere approvato all’inizio del 2016. Prevede l’invio dei militari tedeschi che saranno incaricati di ricognizione e anche protezione del campo di Goa. Secondo fonti del Ministero della Difesa francese, le truppe tedesche dovrebbero sostenere quelle francesi dal punto di vista logistico e delle comunicazioni, per permettere alla Francia di alleggerire la sua presenza nel Sahel.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Rischiano di essere rimpatriati tre giovani eritrei rifugiati in Israele: sarebbe morte certa

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 27 novembre 2015

Tre giovani eritrei rischiano di essere deportati dal Kenya ad Asmara. I ragazzi erano scappati i Israele e lo stato ebraico non demorde e continua a rispedire indietro i rifugiati africani, che considera “infiltrati”. La notizia è stata data da un gruppo di attivisti per i diritti umani kenioti che hanno contattato Africa ExPress.

Protestors hold up signs in English as thousands of African asylum seekers who entered Israel illegally via Egypt staged a protest in Tel Aviv on January 7, 2014, slamming the Jewish state's long-term detention of illegal immigrants. The migrants, primarily from Eritrea and Sudan, are protesting for the third day in a row to call for help in the face of Israel's refusal to grant them refugee status and its detention without trial of hundreds of asylum seekers. AFP PHOTO / JACK GUEZJACK GUEZ/AFP/Getty Images
Protestors hold up signs in English as thousands of African asylum seekers who entered Israel illegally via Egypt staged a protest in Tel Aviv on January 7, 2014, slamming the Jewish state’s long-term detention of illegal immigrants. The migrants, primarily from Eritrea and Sudan, are protesting for the third day in a row to call for help in the face of Israel’s refusal to grant them refugee status and its detention without trial of hundreds of asylum seekers. AFP PHOTO / JACK GUEZJACK GUEZ/AFP/Getty Images

I tre giovani eritrei vittime dalla politica israeliana sono, Simone Fissahaye, Filmon Gebreezgabiher e Fissaha Abraha, deportati in Ruanda (http://www.africa-express.info/2014/04/24/israele-un-inferno-per-profughi-africani-come-cadere-dalla-padella-nella-brace/).

Israele ha consegnato loro solamente un documento di transito, ma nessuna carta che attesti il loro status di profugo. Una volta arrivati a Kigali, capitale del Ruanda, hanno ricevuto un visto turistico, valevole pochi giorni, poi sono stati accompagnati in un albergo, “offerto” per tre giorni e tre notti dal governo israeliano.

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Scaduto il visto, i tre sono scappati, verso il Kenya. Ma al confine sono stati arrestati per immigrazione illegale. Ora sono in galera e un giudice ha già emesso la sentenza: “Deportazione nel Paese d’origine”. Il loro avvocato ha proposto appello avverso la decisione. L’udienza di Il secondo grado è stata fissata per lunedì prossimo.

DEMO IN ISRAELE

Il governo Eritreo attende i tre a braccia aperte, per buttarli in una putrida galera, senza possibilità di appello.

I giovani sono scappati da un regime, paragonabile solamente a quello della Corea del Nord, insomma il peggiore del continente africano, governato da Isaias Afeworki, al quale è stato conferito la carica di presidente provvisorio nel 1993. “Rien ne dure plus que le provisoire” (Niente è più duraturo del provvisorio), recita un adagio francese. A ragione.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Tunisia, confermato stato di emergenza per un mese

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 26 novembre 2015

L’attentato del  24 novembre 2015, che ha devastato un pullman della guardia presidenziale mentre percorreva la centralissima  avenue Mohamed V di Tunisi, ha ucciso ben tredici persone. Dodici salme sono state identificate. Il corpo della tredicesima persona non ha ancora un nome.
Secondo Said Aïdi, ministro della Sanità, potrebbe trattarsi di un terrorista che si è infiltrato nel pullman.

Libia - Tunisia
Il vile atto
è stato rivendicato nella mattinata del 25 novembre 2015 dall’ISIS, tramite un comunicato apparso su alcuni account jihadisti: “I tiranni di Tunisi non conosceranno mai la pace, finchè la legge di dio non governerà la Tunisia”. Negli stessi account è apparsa anche la fotografia del presunto attentatore con  cintura toracica carica di esplosivo e il dito alzato – un gesto tipico dei militanti dell’ISIS – e il volto coperto da un foulard. Torna dunque lo spettro dell’ISIS nel Paese, responsabile anche degli attacchi al Museo del Bardo nella capitale e quello di Port El Kantaoui, località balneare turistica vicino a Sousse.

Il tredicesimo corpo confermerebbe dunque la pista dell’attentato-suicidio (http://www.africa-express.info/2015/11/25/tunisia-altro-attacco-dei-terroristi-saltato-il-pullman-della-guardia-presidenziale/).

Stando ai primi accertamenti, risulta che una persona con uno zaino contente dell’esplosivo  militare del tipo TNT e con degli auricolari sarebbe salito a bordo del bus. Sembra che qualche soldato della guardia presidenziale  che viaggiava  nel veicolo, avrebbe posto delle domande allo sconosciuto, che, a quel punto, avrebbe azionato la sua cintura imbottita d’esplosivo.

Nel primo pomeriggio del 25 novembre 2015,  il Ministero dell’Interno tunisino ha confermato che l’attentato è stato causato da dieci chilogrammi di esplosivo, ma non si è espresso ufficialmente che tra gli agenti sul pullman ci fosse anche  un kamikaze.

Sempre nello stesso pomeriggio è stata indetta una riunione straordinaria del Consiglio per la sicurezza nazionale, presieduta  Béji Caïd Essebsi, presidente della Tunisia; al suo fianco il primo ministro,   Habib Essid, il presidente dell’Assemblea Nazionale, Mohammed Ennaceur e i ministri dell’Interno e della Difesa, rispettivamente Mohamed Najem Gharsalli e  Farhat Horchani.

Durante la seduta straordinaria è stato confermato lo stato d’emergenza su tutto il territorio nazionale per un mese, il coprifuoco nella capitale fino a nuovo avviso. Inoltre è stato annunciata la chiusura delle frontiere terrestri con la Libia.
“Queste misure straordinarie  saranno rispettate scrupolosamente” – ha spiegato Habib Essid – “E la legge antiterrorista sarà applicata alla lettera”.

Il ministro dei Trasporti ha fatto sapere che porti e aeroporti sono già sotto sorveglianza speciale.

Secondo le autorità tunisine, gli autori materiali dei due precedenti attentati al Museo del Bardo e a Sousse sarebbero stati addestrati in un campo in Libia, probabilmente a Sabratha, sul litorale occidentale, vicino alla frontiera con la ex-colonia francese.

Fino al 24 novembre 2015 non ci sono più stati altri attacchi jihadisti nel Paese, ma lo scorso 13 novembre è stato decapitato un giovane pastore di soli sedici anni vicino a Sidi-Bouzid. L’assassinio è stato rivendicato dall’organizzazione estremista; ha  specificato che l’esecuzione si è resa necessaria, visto che si trattava di un “informatore”.

Il 17 novembre 2015, il Ministero dell’Interno tunisino ha  reso noto l’arresto di sette donne in località non specificate, per attività di propaganda nel polo mediatico  Jund al-Khilafa, tradotto: soldati del califfato (branca dell’ISIS tunisino).

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Dalla fine del 2014 fino all’inizio del 2015 l’influenza dello Stato islamico ha avuto un certo peso nella galassia jihadista tunisina, cioè fino alla preminenza della brigata Okba Ibn-Nafaa, affiliata ad al-Qaeda del Magreb islamico (AQMI), molto attiva nei massicci montagnosi centro-occidentali, vicino alla frontiera con l’Algeria.

La Tunisia è stata anche teatro di rivalità tra ISIS e al Qaeda, fortunatamente non comparabili agli scontri fratricidi come quelli in Siria e in Libia.

Dopo l’attentato al Museo del Bardo, le autorità hanno lanciato un’offensiva massiccia contro gli uomini dell’Okba bn-Nafaa. Il 28 marzo scorso è stato ucciso il loro capo, l’algerino Khaled Chaib, alias Lokman Abou Sakhr.  Secondo alcuni analisti, il gruppo legato all’AQMI, avrebbe perso  potere dopo la morte del suo leader.

Da allora l’ISIS non dispone più di una vera e propria estensione territoriale in Tunisia, come quella che è riuscito a conquistarsi a Sirte o in prossimità di Derna,  nella vicina Libia, dove vige il caos più totale.

In Tunisia ISIS può comunque fare affidamento su cellule  dormienti, composte da simpatizzanti e combattenti e distribuite su tutto il territorio del Paese, anche negli agglomerati urbani; sono  pronte ad entrare in azione in qualsiasi momento e colpire obiettivi ben identificati come località turistiche, sedi governative o negozi di alcolici. La Libia funge come base di supporto: fornisce armi e addestramento.

L’ISIS può contare su un potenziale umano considerevole (http://www.africa-express.info/2015/02/07/disadattati-emarginati-senza-futuro-ecco-deve-lisis-recluta-jiadisti-europa/); oltre cinquemilacinquecento tunisini sono partiti a combattere per la jihad in diversi Paesi stranieri. Nella sola Siria ci sono più di quattromila foreign fighters tunisini, in Libia tra mille e millecinquecento e sono proprio quest’ultimi a rappresentare il vero pericolo per l’ex-colonia francese,  motivo per il quale  le autorità hanno deciso di costruire un muro al confine tra la Libia e la Tunisia.

Il contrabbando, tollerato fino a qualche tempo fa, fonte di guadagno per molti giovani,  fungeva da ammortizzatore sociale; ora  si è talmente radicato in alcune zone,  che il governo ha deciso di intervenire drasticamente. Non sarà un compito facile. Finchè il governo tunisino non riuscirà creare nuovi posti di lavoro, l’ISIS sarà sempre più potente: sa dove cercare i giovani ed arruolarli per la propria causa.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Specchio delle mie brame, chi è il più brutto del reame?

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Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 24 novembre 2015

 

Sabato sera si è svolta la finale in un noto night-club di Harare, capitale dello Zimbabwe,  per incoronare “Mister Brutto 2015”. Molti i pretendenti che aspiravano a questo titolo, uno più brutto dell’altro. La sala era gremita di amici,di supporter dei partecipanti e di semplici curiosi; allegria, risate e voglia di leggerezza hanno fatto da padroni di casa.

David Machowa, ideatore e organizzatore della manifestazione, arrivata ormai alla sua quarta edizione, intervistato dai reporter di Associated Press, si è espresso in questi termini: “Ho voluto dare una possibilità anche alle persone brutte, l’aspetto è un dono di Dio e ognuno dovrebbe essere fiero di essere così com’è”.

Durante la serata i partecipanti si sono esibiti e hanno sfilato tre volte sulla passerella, cercando di far risaltare il più possibile la propria bruttezza. Valeva la pena, in palio c’erano parecchi soldini.

A mezzanotte è stato acclamato  vincitore il quarantaduenne Milton Sere. I giudici hanno così motivato la sua incoronazione a “Mister Brutto”: l’assenza di diversi incisivi e la sua capacità di sapersi esibire in una vasta gamma di espressioni facciali grottesche.

Il secondo premio è stato consegnato a William Masvinu, detentore del titolo dal 2012.

Subito dopo l’incoronazione di Sere sono scattate le proteste da parte del pubblico e dei supporter di altri partecipanti: “Non è brutto abbastanza per meritarsi il titolo. E’ inguardabile solamente quando apre la bocca”.

Sere è soddisfatto. Si porta a casa trecentotrenta dollari e spera in qualche contratto pubblicitario o in una carriera in TV.
Masvinu, come secondo qualificato, ha percepito cento dollari. Ma ha dichiarato: “Questo concorso ha cambiato la mia vita. Mi ha portato fama e soldi; ho spesso lavorato nel settore pubblicitario”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Tunisia altro attacco dei terroristi : saltato il pullman della guardia presidenziale

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Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 24 novembre 2015

Oggi pomeriggio un pullman della guardia presidenziale è saltato in aria nell’ avenue Mohamed V, una delle principali arterie del centro di Tunisi. L’esplosione si è verificata non lontana dal Ministero del Turismo e a pochi passi dall’edificio che ospitava il l’RDC (acronimo francese per  Rassemblement constitutionnel démocratique), partito dell’ex-presidente Ben Ali.

Il portavoce dell’ufficio presidenziale, Moez Sinaoui, ha confermato che si è trattato di un attentato, il bilancio provvisorio ufficiale è di dodici morti e diciasette feriti.

Una fonte vicina alla presidenza ha fatto trapelare che probabilmente l’esplosione è stata causata da un kamikaze che si trovava all’interno del veicolo. Ulteriori accertamenti e indagini sono ovviamente ancora in corso.

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Bejei Caid Essebsi, presidente della Tunisia, ha proclamato lo stato d’emergenza e proclamato il coprifuoco nella capitale. Il primo commento ufficiale proviene da Firas Guefrech, consigliere del presidente. “E’ una scena da guerra. Atroce. Hanno voluto colpire la Repubblica”.

Il Paese è ancora scosso dai precedenti attentati: il 10 marzo la strage al Museo del Bardo che ha causato la morte di ventiquattro persone; il 26 giugno il tremendo attacco terrorista in un albergo vicino a Sousse durante il quale sono state uccise trentotto persone, per lo più turisti inglesi e per ultimo; un secondo attacco, sebbene minore, commesso a sempre a Sousse, da non sottovalutare anche se è quasi passato inosservato (http://www.africa-express.info/2015/08/20/altro-attentato-sousse-tunisia-ucciso-un-poliziotto/).

Per il momento non è giunta nessuna rivendicazione da parte dei responsabili.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Kenya Wildlife Service statement on death of rare rhinoceros

Redazione
di Africa ExPress

Kenya Wildlife Service (KWS) is saddened that the planet earth is inching closer to extinction of the rare northern white rhinoceros after the death of 41-year-old Nola in the US.

Nolas’s death at the weekend at the San Diego Zoo in California leaves the world with three individuals, all in Kenya at the Ol Pejeta Conservancy. Nola was the only female in the Western World, including North America, South America, and Europe. She was wild caught in the Shambe area, which is located “in the southern savanna woodlands of Sudan and was rescued from the violent poaching that is prevalent in that region when she was only a few years old.” Her age upon capture has been estimated more closely at being 18 months old. She belonged to the Dvůr Králové Zoo in the Czech Republic, but since 1989 she had been on loan in San Diego.

Photo, courtesy http://www.olpejetaconservancy.org
Photo, courtesy http://www.olpejetaconservancy.org

The Northern White Rhino (Ceratotherium simum cottoni) is currently the world’s rarest rhinoceros. The northern white rhino is a sub-species of white rhino, which used to range over parts of Uganda, Chad, Sudan, the Central African Republic, and the Democratic Republic of the Congo. Years of widespread poaching and civil war in their home range have devastated northern white rhino populations, and they are now considered to be extinct in the wild.

The translocation of the last individuals from Zoo Dvůr Králové Zoo in Czech Republic to natural conditions in order to evoke normal territorial and social behaviour essential for regular breeding was thought to be the only conservation option available. All previous breeding attempts in the Zoo had been futile, and the hope was that the climate and rich grasslands of Ol Pejeta, a native habitat for the animals, would provide them with more favourable breeding conditions.

Kenya was chosen to host four individuals due to its proximity to the former ranges i.e. DRC and Sudan and the rhinos repatriated in 2009 through a project dubbed “Back to Africa” spearheaded by The Back to africa organisation based in South Africa. One of the males named ‘Suni’ died in October 2014.

The three northern white rhinos continue to be monitored closely and are kept in two groups with four southern white rhinos which were introduced to stimulate reproduction. To keep the northern white rhinos safe and in good health, Ol Pejeta dedicated 24hr armed security, a 700-acre enclosure, and a nutritious diet supplemented with fresh vegetables.

Various matings have been noted over the period they have been at Ol Pejeta but with no success in conception.

In October 2014, the younger male, Suni died with no prior history of illness. This has now left an old male (over 40 years of age) that has no ability to reproduce naturally.

In early 2015, checks by vets from the Czech Republic and Kenya Wildlife Service dealt us another blow – neither of the females is capable of natural reproduction, and Sudan’s sperm count was disappointingly low (but not surprising given his age). In July 2015, Dvur Kralove Zoo in the Czech Republic lost Nabire, leaving just four northern white rhino left on the planet.

An examination of the remaining three northern white rhinoceroses at Ol Pejeta Conservancy was conducted from 29th to 30th November, 2014 following the sudden death of Suni (Male) in the night of October, 16th/17th, 2014, nearly 5 years after introduction in December 2009.

A contingency plan has since been put in place as it was noted that technology can still save the species. The northern white rhinos steering committee chaired by KWS is assessing the best way forward to save this great sub-species from extinction.

A team of experts both local and foreign collected semen from the remaining male northern white rhinos on 18th and 19th October 2015.

A plan to harvest Oocytes from the female NWR will then follow. Two southern white rhinos have been paired with the two northern white rhinos females for companionship.

The vet checks did conclude one last ray of hope – that in vitro fertilisation (IVF) was a possibility. While this does not come without risks (and significant costs) – all other options have been exhausted and time is running out.

Photo, courtesy http://www.olpejetaconservancy.org
Photo, courtesy http://www.olpejetaconservancy.org

Background

The world has five remaining species of rhino: Black, white, greater one-horned, Sumatran and Javan rhinos. All of the world’s rhino species are under threat, mostly from poaching for their horn. The horn is mainly used for traditional Eastern medicine; however rhino horn does not have any medicinal properties. There is currently an alarming rise in the number of rhino being killed for their horn in Africa, affecting both the Black Rhinoceros and White Rhinoceros population.

The three Asian rhino species, the Greater One-horned Rhinoceros, the Sumatran Rhinoceros and the Javan Rhinoceros, are also threatened by habitat destruction. Current population estimates are:

  • White Rhinoceros – approx. 20,000
  • Black Rhinoceros – approx. 5,000
  • Greater One-horned Rhinoceros – approx. 3,000
  • Sumatran Rhinoceros – Less than 100
  • Javan Rhinoceros – approx. 40.

Kenya’s rhino population has suffered from the same demise as other rhino populations in the world. KWS and county governments, private and community sanctuaries have been working together to minimize threats posed to Kenya’s rhino population.

By end of 2014, Kenya hosted 1,047 rhinos; 648 black rhinos, 396 southern white and, and now 3 last remaining Northern white rhinos after the death of Nana at the weekend.

Kenya has the 3rd largest population of rhinos in the world after South Africa and Namibia, thus a success story in rhino conservation.

More details:
http://www.olpejetaconservancy.org
http://www.kws.go.ke

Redazione
di Africa ExPress

Il viaggio blindato di Francesco a Nairobi

Dalla nostra inviata speciale
Barbara Ciolli
Nairobi, 14 novembre 2015

I preparativi fervono in Kenya per la visita di tre giorni del papa, dal 25 novembre, poi la tappa in Uganda e, il 29 novembre, l’ingresso di Francesco nella Repubblica centrafricana insanguinata dalla guerra. A Nairobi il pontefice alloggerà nella sede della Nunziatura apostolica e da giorni si lavora per sistemare Manyani Road, la via della sede diplomatica vaticana, nel quartiere di Westlands dove si trovano anche diversi centri missionari cattolici, schermando ogni tappa di Francesco da possibili attentati.

Nella capitale keniota è appena arrivata un’ambulanza equipaggiata per le emergenze, il primo dei veicoli speciali predisposti, al momento parcheggiato in un luogo segreto. Dopo la visita al capo di Stato e l’incontro con le autorità e il corpo diplomatico, a Nairobi Francesco celebrerà una messa nel campus dell’Università di Nairobi, anche in ricordo degli studenti cristiani uccisi a Garissa, e terrà incontri interreligiosi. È in programma una visita al compound dell’Onu e, il 27 novembre, nello slum di Kangemi abitato da più di 100 mila poverissimi, migliaia cristiani. Infine il saluto, allo stadio Kasarani, ad altre migliaia di giovani, prima di proseguire il tour per l’Uganda.

nairobi kenya

Ad accogliere il papa si prevede l’ovazione di oltre un milione di kenioti. Molta gente di strada e pochi vescovi, fuori dal Kenya, anticipano i media nazionali, sono attesi per la prima visita in Africa di Francesco, 10 mila poliziotti verranno schierati per garantire la sicurezza del pontefice e la ristretta delegazione che lo accompagna nei viaggi. L’ambulanza per le emergenze li seguirà lungo tutto il percorso e resterà nei punti strategici durante gli impegni pubblici e privati di Francesco. A Nairobi un team di diversi medici specialisti e di personale per la gestione dei disastri ha già svolto sopralluoghi in diverse strade e nei luoghi visitati dal papa.

Normale amministrazione per tutte le visite pontefice, ma in Kenya l’attenzione alla sicurezza è massima dopo le stragi degli al Shebab, la cellula somala di al Qaeda, al campus dell’Università di Garissa, 148 morti nell’aprile scorso, e al centro commerciale Westgate, 68 vittime nel settembre 2013. Francesco ha voluto aggiungere a Uganda e Repubblica centrafricana la tappa del Kenya, in forse dopo l’attentato, e a Nairobi parlerà anche con le vittime di reclutamento forzato in gruppi armati “incoraggiandoli a incanalare le loro energie ed i loro entusiasmo nelle giusta direzione”: un incontro molto delicato.

Papa Bergoglio arriva in Kenya anche dopo le stragi di Parigi e in un momento di massimo allarme terrorismo nell’ex colonia britannica che confina con la Somalia. Secondo un rapporto che Africa ExPress ha potuto leggere, da ottobre le forze keniote sono in stato di allerta per un “obbiettivo clamoroso e problematico da difendere, dove l’invio di rinforzi o assistenza medica può essere complicato” (http://www.africa-express.info/2015/10/29/allarme-attentato-in-kenya-gli-shebab-pronti-a-colpire-un-obbiettivo-clamoroso/). Una caserma dell’esercito, della polizia o un ministero, secondo i servizi segreti, sono da settimane nel mirino delle cellule degli al Shabab.

kenya

L’attacco, sempre secondo il rapporto dell’intelligence, potrebbe essere preceduto dall’esplosione di uno o più veicoli imbottiti di petrolio seguito dal rapido dispiegamento di un commando armato con mitra e fucili automatici. Per la visita a Nairobi la stampa keniota riporta anche dell’arrivo della “papamobile” con i vetri anti-proiettile, che Francesco è altrimenti solito rifiutare durante i suoi bagni di folla. Il papa risiederà inoltre nella nunziatura apostolica, l’ambasciata vaticana a Nairobi, non in un hotel o in un alloggio fornito dal governo keniota.

È comunque abitudine del “papa dei poveri” dormire nelle sedi della Chiesa cattolica durante i suoi frequenti viaggi all’estero. Negli Stati Uniti, a settembre Francesco si fermò alla Nunziatura apostolica di New York, a Philadelphia, non essendoci un’ambasciata, alloggiò poi in un semplice seminario, come a Santa Marta. Per l’arcivescovo Charles Daniel Balvo, nunzio apostolico in Kenya e in Sudan, è “una scelta nella tradizione e nella legge della Chiesa”.

Barbara Ciolli
barbara.ciolli@tin.it
@BarbaraCiolli