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Scappati dal Corno d’Africa, finiti nell’inferno del Sud Sudan

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 15 dicembre 2015

In fuga dai loro Paesi d’origine,scappati da persecuzioni e conflitti interni, centouno persone del Corno d’Africa si trovano dal 2 settembre nel campo per profughi Makpandu,  Western Equatoria State, nel Sud Sudan.

Sono settanta eritrei, due somali e ventinove etiopi di etnia oromo. Tra loro donne, alcune in avanzato stato di gravidanza, e bambini. Sono stati portati qui da un centro per la protezione dei civili di Juba, la capitale del Sud Sudan, per una ricollocazione a lungo termine.

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Il Western Equatoria State confina con la Repubblica centrafricana e la Repubblica democratica del Congo. Molti ospiti del campo provengono da questi due Paesi, anche loro sono scappati da conflitti interni, alla ricerca di protezione.

Da alcune settimane si susseguono scontri tra forze governative e ribelli vicino a Yambio, a pochi chilometri dal campo dell’UNHCR Makpandu. Migliaia di civili hanno lasciato le loro case; si sono rifugiati nelle vicine campagne o nel complesso dell’ Adventist Relief Agency (ADRA), vicino alla base dell’ United Nations Mission in South Sudan (UNMISS).

 I caschi blu  di UNMISS hanno dato protezione a migliaia di sfollati in questi ultimi giorni.  A Masia, in una zona a nord-ovest della città di Yambio, sono stati uccisi due poliziotti, un terzo è stato ferito durante un combattimento tra agenti di sicurezza e bande armate.

Salva-Kiir

Il Sud Sudan è il più giovane Stato del pianeta. Infatti ha raggiunto l’indipendenza dal Sudan il 9 luglio 2011. Dal 15 dicembre 2013 si combatte una brutale guerra civile, causata da lotte di potere tra il presidente sud sudanese Salva Kiir – a capo del Paese dall’indipendenza –  e l’ex vicepresidente Riek Machar. Il primo appartiene al maggiore gruppo etnico , i dinka, mentre Machar è un nuer. Entrambi vorrebbero il controllo dei ricchi giacimenti petroliferi, ma la loro sete di potere ha ridotto la popolazione alla fame. Secondo alcuni analisti è uno dei conflitti interni più crudeli ed ingestibili del Continente africano.

I rifugiati stranieri, che si trovano in questo sfortunato Paese, sono caduti dalla padella alla brace. Un eritreo del campo per profughi Makpandu è riuscito a contattare l’Agenzia Habeshia, della quale don Moussie Zerai è il presidente.  A nome di tutti i cento profughi del Corno d’Africa ha chiesto aiuto. “Siamo terrorizzati, spaventati: sentiamo gli spari, i combattimenti. Abbiamo paura. Non possiamo fuggire come gli altri – i centrafricani e congolesi – non sappiamo dove andare, non riusciamo ad orientarci, non conosciamo la zona e poi, con noi ci sono donne e bambini, non sarebbero in grado di affrontare una lunga fuga a piedi”, ha riferito telefonicamente al suo interlocutore dell’agenzia Habeshia.

E don Zerai, l’instancabile angelo dei rifugiati, lancia un appello alla comunità internazionale, in particolare all’Alto commissariato per i rifugiati (UNHCR): “ Urge un canale umanitario per portare in salvo queste persone, per poi trasferirli in uno Stato sicuro, che sappia dare loro asilo e protezione. Tutto il Sud Sudan è un inferno, ma la situazione del campo è tragica. Non possono restare qui”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Repubblica Centrafricana, violenze nel giorno del referendum

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 13 dicembre 2015

Oggi si è votato nella Repubblica centrafricana. Oltre due milioni di elettori si sono recarti alle urne per un referendum costituzionale. C’è molta tensione a Bangui: almeno due persone sono state uccise, i feriti sono una ventina, alcuni in grave condizioni.

Esplosioni di bombe a mano e spari di mitragliatrici sono stati il buongiorno nel quartiere musulmano  PK5 della capitale, nei pressi della scuola Baya Dombia.

I seggi elettorali avrebbero dovuto essere aperti ovunque alle 6 del mattino. Alle 8.30 molti erano ancora in fase di allestimento. Nel PK5 giovani armati hanno impedito all’agenzia nazionale elettorale e all’ONU di installare le urne. Gli abitanti del quartiere sono profondamente delusi per non aver potuto partecipare a questa prima tornata elettorale. La seconda è prevista per il 27 dicembre. Allora si voterà per le presidenziali e le legislative.

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Molti musulmani si sono diretti verso il quartier generale della “Mission multidimensionelle intégrée de stabilisation dans la République centrafricaine” (MINUSCA) per far valere i propri diritti. “Voglio votare. Se devo morire per votare, non fa nulla, non è grave, ma andrò fino in fondo”, ha commentato un abitante del quartiere PK5.

Il referendum prevede una modifica del testo della Costituzione:  l’instaurazione della VI Repubblica, la riduzione dei mandati presidenziali e la lotta contro la corruzione.

Anche tra martedì e mercoledì notte si sono verificati degli scontri a Bangui, dopo l’annuncio dei quattordici candidati esclusi dalle presidenziali.  François Bozizé, ex-presidente del CAR per dieci anni, è uno di loro. L’ex-presidente punta il dito sulla Corte Costituzionale:  lo avrebbe escluso per le pressioni ricevute dall’estero. E urla allo scandalo.

Bozizé è accusato dal comitato per le sanzioni dell’ONU di appoggiare e fomentare atti e azioni contro la pace nel CAR. Si suppone che sia vicino ai gruppi armati anti-balaka (prevalentemente composti da cristiani). Attualmente i suoi beni sono congelati e  l’ONU gli ha vietato di recarsi all’estero.

Come nasce il conflitto nella Repubblica centrafricana?

Nel 2011 viene rieletto presidente François Bozizé. Ma ben presto la sua autorità vacilla. Non è mai stato in grado di controllare il nord del Paese. Verso la fine 2012 viene formato  il gruppo  Séleka (“Alleanza”, in sango, lingua ufficiale insieme al francese), che raggruppa diversi unità  armate ribelli, per lo più composto da musulmani.

Malgrado un accordo di pace firmato a gennaio 2013, i Séleka occupano Bangui e, nel marzo successivo, costringono il presidente a rifugiarsi in Camerun. Si autoproclama capo dello Stato Michel Djotodia,  per un periodo di transizione di tre anni. Ben presto anche Djotodia si rivela incapace di governare e di tenere sotto controllo i Séleka, un gruppo eterogeneo, sostenuto anche da mercenari stranieri provenienti prevalentemente dal Ciad e dal Niger. Accanto alle  bande armate trovano posto criminali normali. Incendi di interi villaggi, massacri, stupri nei confronti di cristiani sono all’ordine del giorno.

Il 10 gennaio 2014 anche Djotodia lascia la presidenza. Al suo posto Il CNT (Consiglio nazionale di transizione) nomina l’ex-sindaco di Bangui, una donna, la signora Catherine Samba-Panza, per traghettare il Paese verso le prossime libere elezioni, quelle previste a fine mese.

Questo conflitto ha generato una profonda spaccatura tra musulmani e cristiani (che rappresentano quasi l’80 percento della popolazione) e si è trasformato in una guerra di religione, cosa mai avvenuta prima, in quanto i due gruppi hanno sempre vissuto in perfetta armonia gli uni accanto agli altri. E infatti, durante l’autunno 2013 anche i cristiani si organizzano e formano il gruppo anti-balaka, che in lingua sango significa anti-machete; si autodefiniscono  “combattenti per la liberazione del popolo centrafricano”

Secondo l’Agenzia dell’Onu per l’infanzia (UNICEF), dall’inizio delle insurrezioni ad oggi sono stati arruolati tra 6.000 a 10.000 bambini soldato: giovani ragazzi e ragazze al di sotto dei 18 anni che combattono a fianco dei Séleka e anti-balaka, impugnando mitra e machete: defraudati dell’infanzia e dell’adolescenza. Un gruppo di trecento giovanissimi è stato liberato nel mese di maggio. I capi di una decina di formazioni armate hanno promesso di liberarne altri e di rinunciare a nuovi arruolamenti di minori in futuro.

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L’ex-colonia francese conta poco più di 4,7 milioni di abitanti. Quasi un quarto della popolazione ha dovuto lasciare le proprie case per le incessanti violenze. Circa la metà di loro si trova ora in campi per sfollati, gli altri si sono rifugiati nei Paesi vicini, soprattutto in Niger e Ciad. Oltre cinquemila le persone ammazzate o morte di stenti, di fame. Sì, la fame è un’arma potente in guerra. In alcuni luoghi è vietato vendere cibo ai musulmani. Il conflitto ha anche ridotto una parte della popolazione alla povertà estrema.

Tutti, compresa la comunità internazionale, hanno posto molte speranze in queste elezioni, ultima spiaggia per porre fine all’odio, a questa maledetta guerra “di religione”. Tutti attendono la pace e la riconciliazione, per ricominciare a vivere.

Bangui, Papa Bergoglio
Bangui, Papa Bergoglio

Durante la visita di Bergoglio nel Paese che ha dato i natali a Jean-Bedel Bokassa, i media occidentali hanno dato un po’ di spazio alle violenze che affliggono la Repubblica Centrafricana. Ora i riflettori si sono nuovamente spenti. Chissà se nelle condizioni attuali si possa andare al voto il prossimo 27 dicembre.

Cornelia I. Toelgyes
cornneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Burundi in piena guerra civile. E il mondo sta a guardare‏

 

EDITORIALE
Massimo A. Alberizzi
11 dicembre 2015

Precipita la situazione in Burundi. Per la prima volta i ribelli che lottano contro il presidente Pierre Nkurunziza hanno attaccato obiettivi militari in Burundi. La nuova svolta rappresenta una preoccupante escalation nella guerra civile che rischia di coinvolgere i paesi vicini, soprattutto il Ruanda che ha già più volte minacciato di intervenire per difendere la comunità tutsi burundese intimorita dal oltranzismo hutu di Nkurunziza.

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Tra l’altro il presidente ha spesso dichiarato di essere stato scelto da dio per ottemperare al suo incarico e obbedire ai suoi ordine. Insomma un presidente ispirato dal Signore, questo sembrerebbe per giustificare massacri e violenze, nella più classica delle tradizioni africane.

Le Nazioni Unite hanno messo in guardia sia il governo sia ai ribelli sul pericolo che comporta il giocare sulle differenze etniche per esacerbare le tensioni tra hutu e tutsi. Il rischio genocidio, sul modello di quello perpetrato nel 1994 il Ruanda che provocò un milione di morti, è concreto.

Le proteste contro il presidente – che forzando la Costituzione ha voluto farsi eleggere per la terza volta alla massima carica dello Stato – erano cominciate in maggio con manifestazioni di piazza che avevano fatto una dozzina di morti. Ora colpendo obiettivi militari i ribelli hanno cambiato strategia: si sono trasformati in guerriglieri e mirano a rovesciare il regime. Per questo godono del sostegno di Stati Uniti ed Europa che più volte hanno chiesto a Nkurunziza di rispettare la Costituzione e farsi da parte. E tra i ranghi dei rivoltosi non solo tutsi ma anche hutu moderati. Esattamente come accaduto in Ruanda nel 1994.

Allora la comunità internazionale restò a guardare, salvo poi pentirsi qualche anno dopo. Oggi dopo 21 anni da quei massacri sembra ripetersi quel dannato copione. Ci vorranno altre decine di migliaia di morti per scuotere le coscienze?

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
@malberizzi

 

 

Burundi, i ribelli attaccano due campi militari a Bujumbura‏

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 11 dicembre 2015

 

La notte scorsa, poco prima delle quattro, due siti militari sono stati attaccati contemporaneamente a Bujumbura, capitale del Burundi: Il campo Ngagara, a nord della città e l’Istituto superiore per i quadri militari (ISCAM), a sud. Il peggiore assalto dopo il colpo di Stato del 13 -14 maggio di quest’anno.
Una fonte militare, che ha voluto mantenere l’anonimato, ha fatto sapere che dopo ore di combattimenti,  all’ISCAM gli assalitori sono stati respinti, mentre quelli del campo Ngagara sono stati quasi tutti uccisi. Oltre una decina di morti tra gli insorti, ma anche i militari hanno subito perdite e feriti.

 

La stessa fonte ha assicurato che la situazione è completamente sotto controllo. Un comunicato in tale senso si è potuto anche leggere sull’account twitter di Willy Nyamitwe, portavoce del presidente del Burundi, Pierre Nkurunziza: “Un gruppo di ribelli ha cercato di attaccare due campi militari, ma non è riuscito nel suo intento”.

Secondo le più alte cariche militari della ex- protettorato belga, tutti i ponti sono sotto il controllo dell’esercito.  “E’ vietato qualsiasi spostamento da un quartiere all’altro”, ha comunicato un portavoce all’AFP.
Il colonnello Baratuza durante un suo  intervento alla radio verso l’ora di pranzo, ha comunicato: ”Dodici morti da parte dei  ‘nemici’ e venti arresti, tra loro un ferito.  Nessun soldato ucciso, solamente cinque  sono stati feriti” .

Le missioni diplomatiche di Francia, Belgio, USA, Olanda e ONU hanno raccomandato ai loro cittadini presenti nella capitale di non uscire dalle proprie abitazioni o camere d’albergo.

 

Anche i reporter locali hanno difficoltà nel reperire  notizie.  IWACU, un giornale online locale, è riuscito a contattare dei pastori che stavano pascolando le loro mucche nei pressi del campo di Ngagara: “Più di cento uomini armati, alcuni in divisa militare, sono entrati dal recinto che separa il campo dall’area di una scuola elementare verso le 3.45. Abbiamo sentito molti spari. Un po’ prima delle cinque se ne sono andati. Dopo l’attacco molte persone urlavano disperatamente, erano urla di dolore” , hanno raccontato i pastori.

Altri media locali hanno riferito che un ragazzo, residente nel quartiere 4 di Ngagara, è stato crivellato dalle pallottole sparate da agenti per il supporto delle Istituzioni (API) a pochi metri dalla sua abitazione. Nel quartiere 6, invece, almeno una casa sarebbe stata perquisita dalle forze armate in cerca di munizioni e militanti.

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Giornalisti locali hanno detto che nel quartiere 7 i militari avrebbero ordinato a cittadini che si trovavano per strada per scambiarsi qualche parola, di sdraiarsi per terra, in seguito sarebbero stati interrogati.

Un altro testimone oculare di Ngagara ha comunicato: “Non so se potremmo sopravvivere a questa giornata. Gli agenti dell’API sono nascosti ovunque, in ogni cespuglio, in ogni angolo di strada”.

Solo martedì scorso l’UE aveva chiesto alla delegazione del Burundi di riaprire quanto prima il dialogo con l’opposizione (http://www.africa-express.info/2015/12/11/burundi-nel-caos-sempre-piu-isolato/).
Il consiglio non è stato ascoltato.

La repressione continua, ma l’opposizione,  Conseil national pour le respect de l’accord d’Arusha et la restauration d’un Etat de droit au Burund (CNARED) non ci sta.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Burundi nel caos, sempre più isolato

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 10 dicembre 2015

 La delegazione del Burundi, capeggiata dal ministro degli Esteri, Alain Aimé Nyamitwe non ha convinto del tutto l’UE martedì scorso a Bruxelles.
Il governo di Bujumbura è accusato di gravi violazioni dei diritti umani e dei principi democratici di uno Stato di diritto.
 L’audizione è stata tenuta a porte chiuse ed  la risposta dell’UE è arrivata solamente a tarda sera. L’Unione, pur avendo tenuto conto delle risposte ricevute e della volontà espressa dal governo del Burundi di voler accelerare alcune procedure giudiziarie,  non ha ancora risolto le gravi violazioni delle quale è accusato.

Inoltre non è stato ancora aperto un dialogo sincero e costruttivo con l’opposizione, come richiesto anche dall’ONU e dall’Unione Africana (UA).
Le sanzioni saranno sottoposte per approvazione alle istanze decisionali dell’UE. Nel frattempo potrebbero già essere prese delle misure restrittive relative alla cooperazione in corso e limitare quelle future ai soli aiuti umanitari che saranno direttamente distribuiti alla popolazione.

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L’impegno e l’apertura del dialogo in tempi brevi, come imposto dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU con risoluzione numero 224 del 12 novembre 2015, saranno visti come segnali positivi. Dal canto suo l’Europa seguirà con attenzione gli sviluppi in Burundi ed è pronta a riaprire il dialogo, a condizione che il governo  rispetti gli impegni presi, conformi  all’accordo di Cotonou.

Malgrado tutto, la delegazione di Bujumbura è soddisfatta della riunione a Bruxelles: ha permesso di riaprire il dialogo con il partner più importante. In gioco ci sono centinaia di milioni di euro: il venti per cento delle entrate della ex-colonia belga provengono dall’UE, perderli sarebbe una catastrofe.
Il Consiglio Europeo  non è mai stata tanto severo con il Burundi come questa volta e dopo le sanzioni americane nei confronti dei responsabili burundesi e  la decisione dell’Organizzazione sub-regionale dei Grandi Laghi (CIRGL ) di voler ritirare provvisoriamente la sede da Bujumbura, il presidente Pierre Nkurunziza è più isolato che mai sulla scena internazionale.

L’opposizione si dichiara soddisfatta della posizione ferma dell’Unione Europea, “anche se avremmo voluto risoluzioni più veloci”, ha precisato un esponente del  Conseil national pour le respect de l’accord d’Arusha et la restauration d’un Etat de droit au Burund (CNARED), “il dramma del Burundi necessita decisioni molto forti”.

Intanto la popolazione continua a morire. Altri incidenti si sono verificati negli scorsi giorni nella capitale.
Solo ieri, cinque giovani sono stati brutalmente ammazzati a Mutakura, un quartiere della città. La popolazione punta il dito sulla polizia. Testimoni oculari hanno riferito che si è trattato di una vera e propria esecuzione. I cinque sono stati allineati in fila dagli agenti, i quali, dopo averli colpiti alla testa o in pieno petto con una pallottola,  sono ripartiti con il loro pick-up come se nulla fosse accaduto. La popolazione è sotto choc per l’ennesima esecuzione extragiudiziaria.
Secondo il portavoce della polizia, Pierre Nkurikiye, si sarebbe trattato di malviventi. “Due di loro – ha precisato – erano usciti da Mpimba, la prigione principale, proprio il pomeriggio precedente. Facevano parte dei novantasette manifestanti arrestati,  liberati martedì su ordine del presidente”. Sempre secondo Nkurikiye, i cinque ragazzi stavano per attaccare la polizia con delle bombe a mano. “Due dei nostri agenti sono stati gravemente feriti”, ha aggiunto.

Stessa scena nel quartiere di Bwiza, davanti agli uffici del municipio di quartiere. Un ragazzo è stato ucciso verso le quattro del mattino. Morto anche un poliziotto, un altro è stato ferito durante un attacco allo stabile. Alcuni locali sono stati incendiati.

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Dall’inizio della crisi sono state uccise centinaia di persone.  Attualmente mille burundesi scappano dal  loro Paese ogni settimana e secondo l’UNHCR il cinquantanove per cento dei profughi è rappresentato da  bambini e adolescenti.
Iteka, un’organizzazione per i diritti umani burundese,  ha pubblicato recentemente un rapporto che elenca 507 omicidi politici avvenuti tra gennaio e ottobre 2015, 991 arresti arbitrari e 2.203 denunce e condanne arbitrarie.
Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Human Rights Day, Eritrea cannot celebrate rights and freedom

Africa ExPress Special Correspondent
Makeda Saba
10 December 2015

Whereas disregard and contempt for human rights have resulted in barbarous acts which have outraged the conscience of mankind, and the advent of a world in which human beings shall enjoy freedom of speech and belief and freedom from fear and want has been proclaimed as the highest aspiration of the common people, …”. These words are from the preamble of the Universal Declaration of Human Rights.

Mrs. Eleanor Roosevelt of the United States holding a Declaration of Human Rights poster. November 1949
Mrs. Eleanor Roosevelt of the United States holding a Declaration of Human Rights poster. November 1949

In the Human Rights Day, on 10th December, is a time to celebrate the adoption by the UN General Assembly of Universal Declaration of Human Rights. It is a time to remember the many people, from all over the world, who have given and continue to give their lives in the fight to uphold human rights for all of humanity.

Eritrea Map
Eritrea Map

A year long campaign will be launched commemorating the 50th anniversary of the International Covenant on Economic, Social and Cultural Rights and the International Covenant on Civil and Political Rights.

Both of Conventions further elaborate the principles and the provisions of the Universal Declaration of Human Rights and Eritrea has adopted by the United Nations General Assembly on 16 December 1966.

The Universal Declaration of Human Rights together with the International Covenant on Economic, Social and Cultural Rights, and the International Covenant on Civil Political Rights are the cornerstone and foundation of the International Bill of Human Rights, setting out civil, political, cultural, economic and social rights that are birth right of all Human Beings.

It took 20 years of activism, labour and global civil right struggle to move from the Universal Declaration of Human Rights to the establishment of the International Bill of Human Rights and the relevant monitoring infrastructure and the fight is not over and the fight must continue.

At a time when the world is experiencing the biggest asylum seekers and refugee crisis, when walls and fences that were torn down 20 years ago, in Europe are being rebuilt and everywhere we turn new walls and fences are being proposed to keep people out.

Universal Human Rights Declaration
Universal Human Rights Declaration

At a time when the world seems to be slipping back into cold war mode (Russia/USA-NATO and China/USA-Japan) pulling our whole planet ever so deep into spiralling conflict destroying our right and freedoms.

At a time when Human Rights are threatened not only by those who would denounce them on the basis of extremist and absolutist ideologies but also by those who seek to protect us from the practitioners of extremist or absolutist ideologies.

At this time and in this moment is when it is necessary fight harder for Human Rights, and this moment in when it is necessary stand up and fight for our humanity our right.

At this time, this moment is when everybody must remember why Human Rights and in this place all human beings must remember that irrespective of gender; nationality or faith everyone has the right to life; liberty and security of person and be free of slavery or servitude; be free of torture and cruel inhuman or degrading treatment; presumption of innocence and protection from discrimination and many other rights.

All Eritreans at home and all over the world are struggling for the implementation of Human Rights in Eritrea. A tradition that says “Never give up”. A tradition written in blood in the caves in the Sinai desert, when victims of human trafficking wrote: ”this too shall pass”.

Makeda Saba
makedasab@ymail.co.uk

Eleanor Roosevelt reads the Universal Declaration of Human Rights (1st Jan. 1948)
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Images Credits:
Eleanor Roosevelt (Courtesy United Nations)
– Eritrea map Eritrea-CIA WFB Map. Wikimedia Commons.
– Poster Universal Declaration of Human Rights (Courtesy Zen Pencils)

 

Presidenziali alle Seychelles: per la prima volta nella storia si va al ballottaggio

Per la prima volta nella storia delle Seychelles si va al ballottaggio. Nessuno dei candidati al primo turno ha superato il cinquanta per cento delle preferenze. Lo ha confermato il capo della commissione elettorale dell’arcipelago, che comprende 115 isole, Hendrick Gappy: “La seconda tornata elettorale è stata fissata per il 16 dicembre”,  ha poi annunciato.

Novantatremila persone si sono recate alle urne per le elezioni presidenziali. Questa prima tornata elettorale si è protratta per tre giorni: gli elettori delle isole minori hanno espresso le loro preferenze già giovedì, 3 dicembre, mentre gli abitanti delle tre grandi isole Mahe, Praslin e La Digue , dove risiede la maggior parte dei seicellesi, hanno votato sabato.

elezioni seychelles

 

Il presidente uscente James Michel,  al potere dal 2006, con alle spalle già due mandati, ha ottenuto il 47,76 per cento, mentre il suo diretto “rivale”, Wavel Ramkalawan,  un prete anglicano di 54 ani ha raccolto il 33,93 per cento delle preferenze per il “Seychelles National Party “.

Michel ha voluto sottolineare che la sua formazione politica, il Lepep (People’s Party) è comunque quello dominante: “Abbiamo preso più voti di ogni altro partito”, – ha aggiunto.
L’anziano presidente (71 anni) fa parte del gruppo di persone che nel 1977 ha preso il potere alle Seychelles, uno Stato insulare nell’Oceano Indiano, con un colpo di Stato. Fu rovesciato James Macham, primo presidente della giovanissima Repubblica, che aveva ottenuto l’indipendenza solo un anno prima.

Al posto di Macham fu piazzato France-Albert René.  Nel 1993 fu ripristinata la democrazia e si tennero le prime elezioni libere.

Vinse il partito Lepep e René fu eletto presidente. Il suo mandato fu riconfermato per ben tre volte, finchè, messo in difficoltà, nel 2004, cedette il potere al suo vice, James Michel.

risultati

L’economia delle Seychelles si basa prevalentemente sul turismo, anche quest’anno in  crescita. Secondo uno studio del Fondo Monetario Internazionale, nel 2015 è aumentato del quattro per cento.
Anche la pesca e il settore dei servizi finanziari sono in forte espansione.

 “Nessun presidente dovrebbe restare in carica più di due mandati”, – ha sottolineato il candidato del partito d’opposizione Ramkalawan.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

 

Tutto il Senegal difende Diack dall’accusa di corruzione

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 6 dicembre 2015

La prima a schierarsi in sua difesa è stata, ovviamente, la famiglia. Il fratello Asma Demba, 80 anni, a un giornalista di Radio France International  ha dichiarato, mostrando le foto ingiallite sulle pareti e le coppe su una credenza conquistate dal campione che fu: “Il suo motto era: spirito sano nel corpo sano.

Queste le qualità che gli sono state inculcate da piccolo. Lo conosciamo bene, conosciamo i suoi principi, per questo siamo tutti sereni. Non è uno che si sporca con la corruzione”. E il nipote Ibrahima ha aggiunto: “Qui in Senegal, mio zio è una persona rispettabilissima, un esempio unico. Forse non è stato attento a scegliersi i collaboratori, ma lui è proprio per bene”.

Sebastian Coe, il suo successore da agosto e suo vice per 8 anni, ora pieno di rabbia, in tempi non sospetti aveva dichiarato: “E’ mio e nostro padre spirituale. Grazie Lamine, per il tuo aiuto, generosità, guida e soprattutto amicizia che io conserverò come un tesoro”. Compatte le istituzioni sportive e la stampa senegalesi nel sostenere sia la presunzione di innocenza del “Presì” (“Indagato non significa colpevole”) sia il fatto che non è da escludere un accanimento giudiziario nei suoi confronti perché africano. “Come mai altrettanto rigore non è stato usato in Francia verso Michel Platini sospettato pure lui di corruzione nel mondo calcistico e verso Blatter?”

Dakar, vista aerea
Dakar, vista aerea

Quanto al governo senegalese, appoggia senza esitazione l’illustre indagato, una sorta di monumento nazionale. Per il ministro dello Sport, Matar Ba, “Lamine Diack è un uomo di valore che ha servito l’atletica mondiale. Tutta la nazione gli è vicino. Ci dispiace che sia stato tirato in ballo in questo affaire. I senegalesi si mobilitino per sostenere il loro compatriota che ha servito il Paese”. E il ministro degli Esteri, Mankeur Ndiaye, ha dichiarato: “Lamin Diack può contare sul sostegno del Senegal, oggi e domani. Il presidente della Repubblica in persona sta seguendo il caso e ha dato istruzioni all’ambasciatore e al console generale senegalesi in Francia di fornire a Lamine Diack tutta l’assistenza necessaria”.

Non c’è dubbio, comunque, che la pensione per il grande vecchio non sarà così serena come sognava. La festa è finita e non per modo di dire. L’Associazione internazionale delle Federazioni di Atletica ha annullato la serata di gala del 28 novembre a Montecarlo. L’evento dal 1988 premia i migliori atleti dell’anno. Sebastian Coe ha spiegato la decisione: “Vista la nube che incombe sulla nostra associazione, per la famiglia dell’atletica questo non è di certo il momento di unirsi nella celebrazione del nostro sport”. Se per l’atletica mondiale il momento è nero, per l’Africa e il Senegal è nerissimo.

Costantino Muscau
c.muscau@alice.it

Crediti foto:
Veduta aerea di Dakar
Dakar Roofs – Beach & Ocean (5651584098)” by Jeff Attaway from Abuja, Nigeria – Dakar Roofs – Beach & Ocean Uploaded by AlbertHerring. Licensed under CC BY 2.0 via Commons.

Centrafrica, il papa se ne va e ricominciano i massacri

Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 6 dicembre 2015

All’indomani  della visita di Papa Bergoglio a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana (CAR), sono ricominciate le violenze.  Nel quartiere musulmano PK5, davanti alla moschea Ibni Qatab, è stato ammazzato a sangue freddo da alcuni uomini armati, Zaccaria. Aveva solo 35 anni,  padre di tre figli ancora piccoli. I cecchini  erano piazzati sul canale “Essayez-voir” (tradotto “provate a vedere”), che separa l’enclave musulmana dai quartieri cristiani. I sospetti sono puntati su un gruppo armato appartenente agli anti-balaka (vi aderiscono prevalentemente cristiani).

Bangui, Papa Bergoglio (Foto per gentile concessione di Giorgio Algeri)
Bangui, Papa Bergoglio durante la visita in Centrafrica (Foto per gentile concessione di Giorgio Algeri)

Sembrava che il quartiere avesse ricominciato a vivere dopo la visita di Francesco , che ha anche reso omaggio alla moschea centrale dell’unico quartiere musulmano della città.

Nel PK5 avevano ricominciato a circolare i taxi. Timidamente si intravvedeva anche qualche pedone di altri quartieri.  Lentamente sembrava risvegliarsi dal torpore, dalla paura. I negozi avevano rialzato le saracinesche e i clienti affluivano numerosi. La tranquillità non è durata nemmeno un giorno.
L’arcivescovo di Bangui, Dieudonné Nzapalainga, si è recato immediatamente sul luogo della tragedia, per dare il suo sostegno ai dignitari musulmani.

Bangui, la gente durante la visita di Papa Bergoglio
Bangui, la gente durante la visita di Papa Bergoglio (Foto per gentile concessione di Giorgio Algeri)

Le violenze sono scoppiate nuovamente anche altrove: a  Ngakobo, che dista una sessantina di chilometri da Bambari: giovedì 3 dicembre sono stati uccisi otto civili in un campo per sfollati. Un casco blu di MINUSCA ( Mission multidimensionnelle intégrée des Nations Unies pour la stabilisation en Centreafrique) è stato ferito.
Cinque ribelli, appartenenti a Séléka (prevalentemente composto da musulmani), sono morti duranti gli scontri. Altri due sono stati feriti, ha comunicato Farhan Haq, vice-portavoce del segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon.

Secondo i responsabili di MINUSCA, negli ultimi giorni gli scontri tra militanti anti-balaka e Séléka si sono intensificati a Bambari, provocando nuove tensioni in tutta la regione.

Incidenti come questi non aiutano la riconciliazione.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Le foto sono state messe gentilmente a disposizione da Giorgio Algeri

Centosettanta maliani rimpatriati dalla Libia: stavano per essere reclutati dai terroristi

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Africa ExPress
3 dicembre 2015

Il governo del Mali, in collaborazione con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), ha evacuato con un volo speciale centosettanta maliani, tra loro undici donne e ventisei bambini, dalla Libia.

Sono stati accolti all’aeroporto di Bamako, capitale del Mali, il 2 dicembre 2015 da alcuni funzionari e operatori della protezione civile, del Ministero degli Esteri maliano, dell’OIM e dell’Associazione maliana degli espulsi (AME). Quest’ultima associazione da una mano ai concittadini espulsi o rimpatriati.

accampati

 Moctar Sylla della direzione della protezione civile, ha comunicato ai reporter di Agence France Presse (AFP) che gli evacuati hanno scelto liberamente di ritornare nel Mali. I più erano partiti perchè volevano raggiungere l’Europa, in molti hanno rischiato di essere arruolati da gruppi terroristi in Libia.

In molti hanno ammesso di essere stati maltrattati dai trafficanti di uomini o dai libici stessi.

Una signora, che ha preferito mantenere l’anonimato, ha dichiarato: “La Libia è un vero inferno, dove regna l’insicurezza, dove diverse organizzazioni di stampo mafioso prendono i soldi dagli africani, con la promessa di farli partire verso l’Europa”.

Mentre la signora Aïchata Bah ha spiegato di essere ritornata in Mali con le due figlie di dodici e quattro anni, perché ormai diventate orfane di padre. Il marito è deceduto in Libia. “Volevamo andare in Europa, ma il nostro sogno non si è avverato. Allora abbiamo pensato di restare in Libia per lavorare, ma è troppo pericoloso”, ha raccontato la donna, senza aggiungere altri dettagli.

barcone stracarico

Tutte le centosettanta persone hanno ricevuto l’assistenza necessaria nei locali della protezione civile maliana, in attesa di recarsi nei loro luoghi d’origine. A tutti è stato consegnato un contributo di trenta Euro dall’OIM.

Una fonte ufficiale di OIM ha fatto sapere ai reporter di AFP che le persone rimpatriate attualmente farebbero parte di un gruppo di quattrocentosettanta maliani. I restanti dovranno essere evacuati quanto prima dalla Libia, dove regna il caos più totale (http://www.africa-express.info/2015/12/02/i-boko-haram-nigeriani-scendono-in-libia-per-dar-manforte-ai-miliziani-dellisis/).

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