25.9 C
Nairobi
domenica, Aprile 12, 2026

La guerra di Israele a Hezbollah rischia di distruggere il Libano

Speciale Per Africa ExPress Emanuela Ulivi 12 aprile 2026 Le...

Nelle montagne del Puntland, la resistenza somala contro lo Stato Islamico

Speciale Per Africa ExPress Davide Banfi* 11 aprile 2026 Attraverso...
Home Blog Page 434

Problemi tecnici: rinviate di tre giorni le elezioni presidenziali in Centrafrica

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 26 dicembre 2015
Le elezioni presidenziali  sono state rinviate di tre giorni nella Repubblica centrafricana.
La popolazione si sarebbe dovuta recare alle urne il 27 dicembre, ma per motivi tecnici, questa tornata elettorale è stata rinviata a mercoledì, 30 dicembre.
Tale decisione è stata presa da Catherine Samba-Panza, presidente del governo di transizione dopo una riunione con rappresentanti dell’autorità nazionale delle elezioni, delle istituzioni incaricate di organizzare lo scrutinio, dei candidati, con funzionari della Missione ONU e influenti leader del corpo diplomatico.
2011123142631561427_20
I motivi del rinvio sarebbero solamente dovuti a questioni di ordine tecnico e organizzativo, ha spiegato il primo ministro Mahamat Kamoun e non a problemi di sicurezza interna, che è addirittura migliorata in questi ultimi giorni.
I cittadini della ex-colonia francese si sono recati alle urne il 13 dicembre scorso per un referendum costituzionale, per il quale si è espresso favorevolmente il novanta per cento della popolazione (http://www.africa-express.info/2015/12/13/repubblica-centrafricana-violenze-nel-giorno-del-referendum/).
Durante questa tornata elettorale si erano riscontrati dei notevoli ritardi nell’apertura dei seggi elettorali, perché il materiale, comprese le urne, non sono stati consegnati nei tempi prestabiliti. Inoltre, la formazione dei presidenti dei seggi per la compilazione dei moduli è stata piuttosto superficiale e ciò ha avuto come conseguenza un notevole rallentamento dello scrutinio. Infatti, in questi giorni un corso accelerato è in fase di esecuzione, anche per evitare eventuali brogli elettorali.
 france_sergal2
Dal punto di vista logistico queste elezioni rappresentano una grande sfida per il Centrafrica, soprattutto a causa delle comunicazioni, come strade e telefonia. La presenza di gruppi armati ex-Séléka (per lo più musulmani) e anti-balaka (formati da cristiani e animisti), pronti a tendere imboscate lungo le strade, complica assai la consegna del materiale elettorale.
Centrafrique-Minusca
Diecimila caschi blu dell’ “United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in the Central African Republic” (MINUSCA) sono stati mobilitati per assicurare la sicurezze a questa importante tornata elettorale. Un portavoce di MINUSCA ha comunicato mercoledì scorso: “Insieme alle forze di sicurezza nazionali e i militari francesi della missione Sangaris, cercheremo di fare in modo che ogni cittadino centrafricano possa recarsi alle urne senza problemi”.
Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes


A rischio i finanziamenti: il Malawi sospende le leggi anti-gay

Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 23 dicembre 2015
Il Malawi ha deciso di sospendere la legge anti-gay. L’ha annunciato ieri Samuel Tembenu, ministro della giustizia: “Abbiamo imposto una moratoria – ha comunicato – in attesa della decisione se abrogare o meno tali decreti”.
Malawi+gay+protest+
Tembenu ha poi aggiunto: “Bisogna rivedere tutte le leggi sulla sodomia dell’era coloniale; avvieremo una pubblica consultazione a questo proposito e saranno i malawiani a decidere.
Il ministro ha anche ordinato l’immediato rilascio di due omosessuali, incarcerati perché accusati di aver avuto rapporti sessuali “contro natura”.
La decisione del governo malawiano non è piaciuta per nulla ai leader religiosi del Paese. Tutti in coro, cristiani e musulmani delle diverse confessioni, chiedono a gran voce di non lasciarsi influenzare dalla comunità internazionale e dai finanziatori occidentali.
Il Malawi è uno tra i Paesi più poveri del mondo: ha una popolazione di quasi dodici milioni di abitanti; tre quarti vive con meno di 1,25 dollari al giorno. L’economia è basata sostanzialmente sull’agricoltura. Non avendo sbocchi sul mare né infrastrutture adeguate, l’esportazione dei prodotti agricoli ha un costo piuttosto elevato.
Le ricchezze del Paese sono in mano a un’élite ristretta e la corruzione della classe politica è proverbiale. Si suppone che negli ultimi dieci anni cinquecentocinquanta milioni di dollari siano spariti nel nulla, (http://www.africa-express.info/2014/01/29/malawi-un-governo-africano-che-combatte-la-corruzione/) . La cifra rappresenta un terzo del budget dello Stato. Gli accusati della sottrazione del denaro pubblico, per lo più funzionari e politici, sono ancora sotto processo.
Samuel-Tembenu
Il quaranta per cento del bilancio proviene da finanziatori occidentali, che, dopo questo scandalo, hanno parzialmente sospeso i pagamenti accordati. Il governo non ha voluto varare la leggi anti-gay proprio per non irritare nuovamente la comunità internazionale, che da tempo chiede che nell’ex protettorato britannico siano rispettati i diritti umani, anche per gli omosessuali.
Dopo l’arresto dei due gay, poi liberati dal ministro della Giustizia, molti Stati occidentali hanno protestato, in particolare Germania, Gran Bretagna e USA.  Gli americani finanziano da anni campagne in favore dei diritti degli omosessuali e delle organizzazioni che tutelano la loro libertà e le loro scelte nell’Africa sub-sahariana. Secondo il New York Times, dal 2012 Washington avrebbe speso per tale scopo trecentocinquanta milioni di dollari.
La decisone del governo malawiano è stato accolta positivamente non solo dalle organizzazioni per i diritti umani, ma anche dai governi occidentali, in particolare dai finanziatori del Paese. L’Uganda, che l’anno scorso aveva varato leggi draconiane contro i gay, ha dovuto rivedere la sua posizione contro le minoranze omosessuali, rischio chiusura dei finanziamenti (http://www.africa-express.info/2014/08/06/uganda-la-corte-costituzionale-cancella-la-legge-anti-gay/).
Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Accordo in Libia, l’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione

EDITORIALE
Barbara Ciolli
20 dicembre 2015

Il 17 dicembre in Marocco parte delle fazioni in guerra in Libia ha firmato l’intesa per un governo di unità nazionale. Un accordo, se si concretizzerà, storico: la popolazione spera nella pacificazione dopo quattro anni di turbolenze, la comunità internazionale prepara una missione di peacekeeping a guida italiana. È d’obbligo crederci ma è un ottimismo della volontà, non della ragione. L’esecutivo “della concordia” uscito dai negoziati dell’Onu non è accettato dai capi dei due blocchi al potere contrapposti, cosiddetti islamisti e laici. Per non parlare dei jihadisti di Ansar al Sharia che comandano a Bengasi, dei qaedisti di Derna, della roccaforte Isis di Sirte.

Il presidente del Congresso nazionale di Tripoli Nuri Busahmein, capo del parlamento islamista, e il generale Khalifa Haftar, che ha in mano il parlamentino laico a Tobruk, si fanno la guerra dal 2013. Hanno entrambi fatto assaltare il Congresso e tentato golpe per scavalcare le elezioni democratiche: una guerra civile che non si è conclusa con la presa degli islamisti di Tripoli, nell’estate del 2014. Busahmein e Haftar guidano tuttora potenti milizie, foraggiate da potenze straniere (Qatar e Turchia, contro Egitto ed Emirati arabi), e fino all’ultimo hanno tentato di scongiurare l’accordo dell’Onu, incontrandosi a Malta e pilotando fronde di parlamentari.

 

Libya's General National Congress (GNC) deputy president Saleh al-Makhzoum (2ndR), the new national government head, Prime Minister, Fayez al-Sarraj (C) and the head of the Tobruk-based House of Representatives Mohamed Ali Shoeb (2ndL) celebrate after signing a deal on a unity government on December 17, 2015, in the Moroccan city of Skhirat. Rival Libyan politicians signed a deal on a unity government despite opposition on both sides, in what the United Nations described as a "first step" towards ending the crisis. AFP PHOTO / FADEL SENNA / AFP / FADEL SENNA

Mentre a Skhirat i rivali di buona volontà sottoscrivevano il compromesso – le donne libiche hanno cantato l’inno nazionale per interrompere le liti dell’ultimo minuto – a Tripoli Busahmein proseguiva come se nulla fosse la sua seduta parlamentare in un’aula semivuota. Nella capitale molte milizie restano contrarie all’insediamento del governo di unità: non è chiaro quanti dei parlamentari “uscenti” di Tripoli e Tobruk stiano con l’intesa e si temono futuri nuovi assalti alle istituzioni. I presenti in Marocco (la minoranza) dicono di essere la maggioranza, adducendo pacchetti di deputati assenti ma favorevoli.

In realtà entrambi i parlamenti e i governi potrebbero continuare a operare sine die e si potrebbe aprire una faglia anche nel cartello degli islamisti, tra le milizie di Misurata e quelle di Busahmein. Il nuovo inviato speciale dell’Onu in Libia, il tedesco Martin Kobler, ha accelerato molto le trattative, puntando a chiuderle il prima possibile. Entro 40 giorni vuole portare il nuovo esecutivo nella capitale, ma il suo consigliere militare, l’italiano Paolo Serra, sta ancora facendo moral suasion tra le milizie e avrebbe trovato sostegno in particolare nelle brigate di Misurata, la città-Stato di commercianti che più paga lo scotto per essersi alleata per interesse anche a gruppi di jihadisti: croci nei cimiteri dei morti in battaglia contro l’Isis, oltre mille sfollati dalla vicina Sirte.

Ma altre milizie puntano i piedi. I firmatari di Tripoli e Tobruk avranno di certo accettato la proposta dell’Onu anche in cambio di poltrone delle quali il nuovo governo abbonda (un premier e due vice premier con potere di veto, ampio parlamento e Consiglio di Stato consultivo, per includere e accontentare il più possibile tutti), ma sono dei dead men walking. L’esecutivo bipartisan non avrà vita facile, anche perché chiamato a decidere su i vertici della Lia (Libyan Investment Authority) e della Banca centrale, le due casseforti finanziarie pomo della discordia dalla caduta di Gheddafi.

In Tripoli, Libya, women celebrate the revolution against Moammar Gadhafi's regime and call for a strengthening of women's rights, Sept. 2. After playing large but largely unsung roles during the uprising, women are now seeking a greater political role.

Veti e contro veti lo bloccheranno, anche sulla missione peacekeeping dell’Onu. La comunità internazionale conta di usare il governo di unità come interlocutore per legittimare un intervento per la stabilizzazione e contro l’espansione dell’Isis: un contingente di 5 mila caschi blu italiani e mille inglesi a protezione delle sedi istituzionali di Tripoli e al confine tra Libia e Tunisia, dove passa un corridoio dell’Isis. Unità speciali sarebbero in arrivo, da mesi si rincorrono voci di militari italiani già in Libia. Ma i libici non vogliono stranieri in casa, non sono capaci di disarmare le milizie e formare un esercito ma vogliono fare di testa loro: Tobruk e Tripoli hanno sempre detto di no a missioni internazionali e anche il terzo governo vuole solo “addestratori”.

Anche la minaccia dell’Isis, per i libici sarebbe “sovrastimata” dagli Occidentali. Ci sarebbero infiltrati, mele marce sedotte dal Califfato tra gli scissionisti di Ansar al Sharia e tra gli islamisti, ma niente di sostanziale. L’unico posto dove l’Isis avrebbe davvero attecchito, dicono, è nella città natale di Gheddafi, tra i consanguinei dell’ex Colonnello estromessi dal potere e dalle lotte fratricide. Gli impresentabili di Sirte che avevano tutto e ora gli unici libici – fino al crack delle risorse finanziare – a non avere più nulla da perdere.

 

Barbara Ciolli
barbara.ciolli@tin.it
@BarbaraCiolli

Seychelles, al ballottaggio vince il presidente uscente

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 19 dicembre 2015

Sabato mattina  Hendrick Gappy,  capo della commissione elettorale delle Seychelles, ha proclamato  vincitore delle elezioni  James Michel, che ha ottenuto così il terzo mandato come presidente dello Stato insulare, che comprende 115 isole.

Michel, del partito Lepep (People’s Party)  è stato rieletto al ballottaggio (http://www.africa-express.info/2015/12/08/presidenziali-alle-seychelles-per-la-prima-volta-nella-storia-si-va-al-ballottaggio/) sul filo del rasoio con il 50,2 per cento delle preferenze, solo 193 voti in più del suo diretto rivale, Wavel Ramkalawan, del partito d’opposizione, il “Seychelles National Party”.  Ramkalawan ha chiesto immediatamente un riconteggio delle schede, avanzando l’accusa che ci siano stati brogli elettorali.

James-Michel
“Ci sono state molte irregolarità in questo ballottaggio, il partito al potere Lepep ha comprato molti voti e sulla base del basso margine di differenza, chiedo alla commissione elettorale di contare nuovamente le schede. Non accetto il risultato”, ha comunicato Ramkalawan.

La prima tornata elettorale delle presidenziali si è svolta i primi di dicembre.  Allora nessuno dei candidati ha raggiunto la maggioranza assoluta: Michel si era aggiudicato il 47,76 percento dei voti, mentre Ramkalawan il 33,93 percento.

photo_verybig_4292

Il ballottaggio si è protratto per tre giorni, da mercoledì a venerdì scorsi. Mercoledì  hanno cominciato a votare  nelle Isole minori. Gli abitanti delle tre grandi isole Mahe, Praslin e La Digue , dove risiede la maggior parte dei seicellesi, si sono invece recati alle urne venerdì.

Il partito Lepep è al potere dal 1993, anno nel quale  fu ripristinata la democrazia e si tennero le prime elezioni libere.

Questo, comunque, è l’ultimo mandato di Michel, perché la Costituzione delle Seychelles prevede che un presidente non può restare in carica più di tre legislature.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

L’avorio distrutto e quei cento mila elefanti uccisi in due anni

Dal Nostro Inviato Speciale
Sandro Pintus
Nairobi, 20 dicembre 2015

L’associazione ambientalista Save the Elephants stima che tra il 2002 e il 2011 (Maisels et al 2013) la popolazione di elefanti del mondo sia stata ridotta del 62 per cento e che tra il 2010 e il 2012, siano stati uccisi 100mila elefanti. Per l’avorio.

Il bracconaggio per il traffico di avorio è infatti uno dei maggiori problemi per la sopravvivenza dei 350mila elefanti africani rimasti. E non sembra facile da fermare. L’ong Burn the Ivory afferma che ogni anno vengono uccisi 35mila elefanti. A conti fatti, con questi ritmi, l’elefante africano sarà completamente estinto entro 10 anni.

Cenere delle zanne bruciate-Ivory Burning Memorial Site Nairobi National Park, (foto © Sandro Pintus)
Cenere delle zanne bruciate-Ivory Burning Memorial Site, Nairobi National Park, (foto © Sandro Pintus)

Nonostante la CITES-Convention on International Trade in Endangered Species (Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione) – conosciuta come la Convenzione di Washington – per la protezione di 35mila specie di piante e animali o parti di esse che rischiano l’estinzione, il commercio di avorio continua senza sosta.

Alla CITES, entrata in vigore nel 1975, hanno aderito 181 stati tra i quali anche il Sudan e la Cina, nazioni dove prospera il traffico e la vendita di avorio illegale, grezzo e lavorato. Un segnale positivo arriva però dalla Cina che il 26 febbraio scorso, ha sospeso per 12 mesi l’importazione di avorio lavorato.

L’uccisione degli elefanti e la vendita di contrabbando di avorio però continua, con lauti guadagni per trafficanti e commercianti, in cambio della rapida estinzione dei pachidermi e l’impoverimento delle economie dei Paesi africani che vivono di turismo nei parchi naturali con animali selvatici unici al mondo.

In Kenya, nel 1973, si contavano 130mila elefanti. Nel 1989, a causa del bracconaggio mosso dal traffico di avorio, erano diventati 16mila. Il governo keniota fece una stima degli elefanti uccisi dai bracconieri: in media mille elefanti al mese.

Monumento agli elefanti nell'Ivory Burning Memorial Site Nairobi National Park, (foto © Sandro Pintus)
Monumento agli elefanti nell’Ivory Burning Memorial Site, Nairobi National Park (foto © Sandro Pintus)

Per fermare il massacro, l’allora presidente Daniel Arap Moi decise di mettere al bando l’avorio attraverso un’azione esemplare: un grande falò con il motto “Una Nazione rende omaggio ai suoi elefanti”. Per dare un esempio contro il traffico di avorio e per salvare gli elefanti rimasti, il 18 luglio del 1989, inaugurò un luogo speciale nel Nairobi National Park: l’Ivory Burning Memorial Site, il Memoriale dove l’avorio diventa cenere.

La catasta di avorio data alle fiamme all'Ivory Burning Memorial Site Nairobi National Park, (Courtesy Nairobi National Park)
La catasta di avorio data alle fiamme all’Ivory Burning Memorial Site Nairobi National Park, (Courtesy Nairobi National Park)

È un monumento agli elefanti inaugurato con un falò di 12 tonnellate di avorio. Quel giorno il Kenya aveva rinunciato alla vendita all’asta di tutte le zanne sequestrate ai trafficanti di avorio giacenti nei suoi magazzini per un valore di 1 milione di US$. Un evento ripreso dalle televisioni di tutto il mondo che convinse la CITIES a mettere l’elefante africano in cima alla lista degli animali in via di estinzione facendo così crollare il mercato dell’avorio da 13 US$ al kg a 1,5 US$. L’operazione è stata ripetuta nel 2011 con la distruzione di altre 5 tonnellate di zanne di elefante.

L’esempio del Kenya è stato imitato da altri Paesi. Lo Zambia nel 1992 ne ha distrutte 9,5 tonnellate;  seguito dal Gabon nel 2012 con 4,8;  le Filippine, 5 nel 2013; gli Stati Uniti, 6 tonnellate nel 2013; la Cina, 6 tonnellate all’inizio del 2014; nel febbraio del 2014 Francia e Chad, rispettivamente con 6 e 1,1 tonnellate e il Belgio che nel mese di aprile del 2014 ne ha distrutte 1,5 tonnellate.

Una guida mostra il manifesto dell'avorio messo al bando-Ivory Burning Memorial Site Nairobi National Park, (foto © Sandro Pintus)
Una guida mostra il manifesto dell’avorio messo al bando-Ivory Burning Memorial Site Nairobi National Park, (foto © Sandro Pintus)

Ma era la fine degli anni Ottanta. Secondo uno studio di Esmond Bradley Martin e Lucy Vigne, esperti mondiali dei mercati dell’avorio, a Beijing (riportato da Save the Elephants) il prezzo dell’avorio illegale grezzo, tra il 2010 e il 2014, è triplicato arrivando all’ingrosso a una media di 2.100 US$ al kg. La buona notizia è che a novembre è sceso di oltre il 50 per cento, arrivando a 1.100 US$ al kg.

“La caduta del prezzo dell’avorio ci dà speranza, ma dal numero di elefanti uccisi in Africa, siamo ancora molto lontani per festeggiare”, ha dichiarato il fondatore di Save the Elephants, Iain Douglas-Hamilton – “Le minacce gravi rimangono, ed è di vitale importanza che in Cina venga applicato al più presto il totale divieto di importazione di avorio”.

(3 – Fine)

Leggi anche:
A Nairobi dove si curano elefantini orfani vittime del bracconaggio
I traumi psicologici del bracconaggio sui cuccioli di elefante orfani

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin

Eritreo muore cadendo dalla finestra di un ospedale di Cagliari

1

 

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 19 dicembre 2015

 

Giovane eritreo di ventitre anni muore durante la notte in un ospedale cagliaritano, il “Santissima Trinità”, dove era ricoverato nel reparto di malattie infettive. Fonti ospedaliere hanno specificato che il ragazzo non era ne indagato, ne piantonato in ospedale. Era libero di uscire dalla camera, di girare nel reparto, anche perché la sua patologia non era grave: scabbia, malattia infettiva comune a molti profughi . Era in fase di dimissione.

cagliari

Secondo una prima ricostruzione dei fatti, il profugo avrebbe legato della lenzuola, formando una  corda. Ma durante la discesa dalla finestra qualcosa è andato storto. E’ scivolato, cadendo rovinosamente a terra, sbattendo la testa. Come riporta cagliaripad.

E’ morto sul colpo alle 0.45 di questa notte. Ora i carabinieri di Cagliari stanno procedendo all’identificazione della salma, per poter avvisare la famiglia in Eritrea nei prossimi giorni.

13525_650_320_dy_Sbarcati_a_Cagliari_1000_profughi_Tutti_gia_trasferiti_nelle_strutture_daccoglienza

Il giovane è arrivato in città lo scorso 4 dicembre insieme a altri 285 profughi sulla nave della marina spagnola Canarias, inserita nel dispositivo EUNAFORMED, che aveva prestato soccorso al barcone sul quale viaggiavano a Largo della Libia.

Un viaggio della speranza che si è spezzato sull’asfalto nell’area di un ospedale sardo in una notte di dicembre.

 Perché si scappa dall’Eritrea? Ne abbiamo parlato spesso nei nostri articoli: diritti umani praticamente inesistenti, servizio militare obbligatorio a vita. Un regime autoritario, paragonabile solamente a quello della Corea del Nord. Ogni mese quasi cinquemila eritrei scappano dal loro Paese in cerca di vita. Un rapporto dell’ONU (http://www.africa-express.info/2015/06/11/il-rapporto-onu-che-inchioda-la-dittatura-eritrea-litalia-non-puo-essere-complice-dei-tiranni/) dello scorso giugno ha denunciato i misfatti del regime. Malgrado ciò, l’UE ha votato in favore di un finanziamento di duecentomilioni di euro da destinare all’Eritrea proprio pochi giorni fa.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

 

I traumi psicologici del bracconaggio sui cuccioli di elefante orfani

0

Dal Nostro Inviato Speciale
Sandro Pintus
Nairobi, 18 dicembre 2015

 

Una quindicina di elefantini orfani del David Sheldrick Wildlife Trust di Nairobi (foto © Sandro Pintus)
Una quindicina di elefantini orfani del David Sheldrick Wildlife Trust di Nairobi (foto © Sandro Pintus)


Oltre alle ferite sul corpo, sono pesantissime e durature quelle psicologiche dovute al bracconaggio. Lo conferma Daphne Sheldrick che, per il suo importante lavoro sul campo con gli elefanti e altri animali selvatici, nel 1989 ha avuto dalla regina Elisabetta il titolo di Member of the Order of the British Empire.

Allattamento di un cucciolo di elefante orfano al David Sheldrick Wildlife Trust di Nairobi (foto © Sandro Pintus)
Allattamento di un cucciolo di elefante orfano al David Sheldrick Wildlife Trust di Nairobi (foto © Sandro Pintus)

“Gli elefanti sono animali molto umani” ha raccontato al National Geographic in un ampio servizio di Charles Siebert sul numero di settembre 2011, “Le loro emozioni sono esattamente uguali alle nostre. Se perdono le loro famiglie e hanno visto le loro madri macellate, quando arrivano da noi sono pieni di aggressività, distrutti, affranti e in lutto. A causa di tutto ciò che hanno passato hanno incubi e soffrono di insonnia”.

Purtroppo non tutti gli orfani che arrivano all’orfanotrofio di Nairobi ce la fanno a sopravvivere. Losoito, un maschio di pochi mesi, è stato testimone della terribile strage a fucilate di tutta la sua famiglia per mano dei bracconieri che hanno loro strappato le zanne. Alla fine di luglio, quando lo hanno trovato è stato portato subito al Centro di riabilitazione.

Il cucciolo, nonostante la terribile esperienza con gli esseri umani, era amichevole e indifeso e succhiava le dita di coloro che lo curavano. Gli sforzi dei custodi purtroppo non sono bastati. Il piccolo non ha superato il profondo trauma per lo sterminio della sua famiglia ed è morto tre giorni dopo il suo arrivo.

UNa scolaresca di scuola primaria assiste all'allattamento di uno degli elefantini orfani del David Sheldrick Wildlife Trust di Nairobi (foto © Sandro Pintus)
Una classe di scuola primaria assiste all’allattamento di uno degli elefantini orfani del David Sheldrick Wildlife Trust di Nairobi (foto © Sandro Pintus)

Il David Sheldrick Wildlife Trust ha anche un programma di adozione, oltre al salvataggio, la cura e il reinserimento degli orfani di elefante nel loro habitat. “Ngilai e Godoma sono i due cuccioli più giovani del nostro programma. Fino ad oggi abbiamo salvato e riabilitato oltre 200 elefanti orfani. Di quelli ora in libertà la più vecchia è Emily che ha 22 anni – racconta Angela Sheldrick, figlia di David e Dafne che oggi gestisce il DSWT – Siamo immensamente orgogliosi delle testimonianze arrivate: molte delle nostre femmine hanno avuto cuccioli nel loro habitat naturale, siamo a conoscenza di 17 piccoli. Emma è nata da Emily, Eden è figlio di Edie, Wendi ha avuto Wiva e, nel dicembre 2014, Sweet Sally ha dato alla luce Safi”.

Malgrado le atroci vicende vissute dai cuccioli la loro vivacità e simpatia è visibile dai visitatori dell’orfanotrofio quando, chiamati per nome, arrivano trotterellando allegramente per la poppata con lo speciale latte. Il nutrimento per i piccoli di elefante è il risultato di una particolare formula creata da David e Daphne durante i lunghi anni spesi lavorando alla cura e riabilitazione degli animali nel Tsavo National Park, a sud del Kenya. Si tratta di una ricetta che rende il latte simile a quello che i cuccioli poppano dalle madri.

Prendono il latte da un biberon tenuto dai custodi e alcuni riescono mangiare reggendolo da soli con la proboscide. Ne bevono con avidità tra 15 e 27 litri e dopo, come tutti i cuccioli, giocano. Tutto accade tra lo stupore e la curiosità dei bambini – e degli adulti – presenti alla “performance” nel vederli mangiare e giocare tra loro nella pozza d’acqua.

Forse la parte più toccante è quando si avvicinano al pubblico con lo stesso entusiasmo con cui giocano. Viene spontaneo toccarli, accarezzarli per capire come sono fatti. Il contatto fisico con questi cuccioli dell’essere terrestre più grande del pianeta è emozionante. Decine di mani che attraverso il tatto li studiano e pare che questo contatto fisico faccia loro piacere e che sembrano cercare.

Il pubblico e gli elefantini orfani del David Sheldrick Wildlife Trust di Nairobi (foto © Sandro Pintus)
Il pubblico e gli elefantini orfani del David Sheldrick Wildlife Trust di Nairobi (foto © Sandro Pintus)

Ma a ricordare cosa è un elefante ci pensa uno dei cuccioli più grandi – 1 metro al garrese del peso di un centinaio di kg. che – probabilmente per gioco – emette un potente barrito e accenna una carica verso il pubblico. Un suono energico che interrompe l’atmosfera creando un istintivo fuggi-fuggi del pubblico. Non succede niente e non è pericoloso, torna tutto come prima. Fa però capire ai presenti che hanno a che fare con un cucciolo che diventerà un pachiderma di quasi 4 metri che può pesare 5 tonnellate.

(2 – Continua – L’avorio distrutto e quei cento mila elefanti uccisi in due anni)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin

Arrestato in Ghana trafficante d’armi ultra-settantenne

Speciale per Africa-Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 17 dicembre 2015

La polizia ghanese ha trovato una vera e propria santabarbara nella casa dell’ultra-settantenne Moro Sata, un trafficante dalla nazionalità non ben definita: c’è chi dice che sia ivoriano, c’è, invece, chi sostiene sia originario del Burkina Faso.

traffico armi

Le forze dell’ordine  lo hanno arrestato nel suo appartamento di Kumasi (Ghana) insieme ad altre quattro persone tutte cittadine dell’ex colonia britannica. Le loro generalità non sono state rese note. Per tutti e cinque l’accusa è pesante: traffico di armi.

Sata ha confessato di contrabbandare armi dal Bukina Faso, Niger e Costa d’Avorio. Ha fatto anche il nome di un altro complice, Abdul Kadri Aria, ivoriano, che gli spediva le armi dalla Costa d’Avorio.

L’arsenale era ben fornito:  armi antiaeree, undici mitragliatrici AK 47, dieci fucili d’assalto G3, fucili automatici, e munizioni a volontà. Secondo il comandante regionale della polizia di Ashanti, Nathan Kofi Boakye, la quantità di pallottole ritrovate è tale che si potrebbe sparare per oltre sei ore senza interruzione. Inoltre la santabarbara conteneva armi pesanti, in grado abbattere un aereo.

Moro Satta

“Siamo alla ricerca di un trafficante di armi, da fine ottobre, dopo il ritrovamento di un consistente numero di  cartucce e pallottole” , ha fatto sapere Boakye durante una conferenza stampa tenutasi lunedì scorso.  “La gang ha usato il Ghana come punto di transito, le armi erano destinate a zone di conflitto nell’Africa occidentale”, ha poi aggiunto.

Non si conoscono atri dettagli sul losco traffico, almeno per il momento.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

 

Liberati tre eritrei in carcere per immigrazione clandestina in Kenya

0

Africa-Express
17 dicembre 2015

Sono stati liberati oggi i tre eritrei , Simone Ashmelash, Filmon Gebrezgabiner Gebregris e Fysha Abrha Redae, arrestati per immigrazione clandestina il 24 novembre in Kenya, mentre stavano attraversando il confine con l’Uganda.

Il giudizio di primo grado li aveva condannati al rimpatrio forzato, mentre con la sentenza di oggi, emessa dalla Cassazione, sono stati assolti perché il fatto non sussiste.
Il loro avvocato, Karen Nduva,  ha proposto appello a tale crudele sentenza il 2 dicembre, che è stato accolto in data odierna.

Tribunale
Anni fa i tre hanno attraversato il Sinai per cercare aiuto e protezione in Israele. Da tempo la politica dello Stato ebraico nei confronti dei profughi di origine subsahariana è più che discriminatoria: li considera  degli infiltrati e con tale accusa vengono arrestati per un tempo indeterminato. Spesso Israele li deporta in Paesi africani “amici”, con i quali ha stipulato delle convenzioni particolari (http://www.africa-express.info/2014/04/24/israele-un-inferno-per-profughi-africani-come-cadere-dalla-padella-nella-brace/).

Africa Express ha seguito la triste vicenda dal momento dell’arresto dei tre ( http://www.africa-express.info/2015/11/27/rischiano-di-essere-rimpatriati-i-patria-tre-giovani-eritrei-rifugiati-in-israele-sarebbe-morte-certa/ ).

Ieri sera un’attivista di un’organizzazione keniota per i diritti umani ha chiamato la redazione di Africa ExPress  e ci ha confermato il rilascio dei giovani, originari della nostra ex-colonia. Abbiamo sentito anche  uno di loro: “la fine di un incubo” ha esclamato.

Africa Express

 

 

A Nairobi, dove si curano elefantini orfani vittime del bracconaggio

1

Dal Nostro Inviato Speciale
Sandro Pintus
Nairobi, 16 dicembre 2015

Simotua, un cucciolo di elefante salvato a 15 mesi, è una delle numerose vittime del bracconaggio. Orrendamente ferito alla testa con una lancia era riuscito a liberarsi da un laccio di fil di ferro stretto a una zampa che gli aveva lacerato la carne quasi fino all’osso.

Alla fine dello scorso giugno è stato trovato mentre vagava, ferito e debole, in cerca di cibo nei dintorni di una casa i cui abitanti hanno chiamato i veterinari. Trasportato urgentemente a Nairobi per le cure e la riabilitazione oggi sta bene, anche se i segni delle ferite sono evidenti.

[embedplusvideo height=”400″ width=”600″ editlink=”http://bit.ly/1O0P8aF” standard=”http://www.youtube.com/v/4-V-1pByTHA?fs=1″ vars=”ytid=4-V-1pByTHA&width=600&height=400&start=&stop=&rs=w&hd=0&autoplay=0&react=1&chapters=&notes=” id=”ep6357″ /]

(Nel video, il salvataggio di Simotua. Courtesy David Sheldrick Wildlife Trust)

Simotua, 18 mesi dopo il suo salvataggio (foto © Sandro Pintus)
Simotua, 18 mesi dopo il suo salvataggio (foto © Sandro Pintus)

Il David Sheldrick Wildlife Trust si trova accanto al Nairobi National Park, nella capitale keniota, ed è uno dei luoghi più amati. Ospita l’Orphan’s Project, conosciuto come Orfanotrofio degli elefanti, un centro di accoglienza, recupero e riabilitazione per i cuccioli di elefante, provenienti da tutto il Kenya.

La sua origine à dovuta a due appassionati studiosi della fauna africana: David Sheldrick (deceduto nel 1977) e sua moglie Daphne, che nel 1976 crearono la struttura diventata il Centro di recupero odierno.

Attira turisti, studiosi e ricercatori da tutto il mondo ma anche numerose classi delle scuole keniote che vanno a visitare i cuccioli ospitati e conoscere il prezioso lavoro dell’orfanotrofio e i suoi studi sugli elefanti e i rinoceronti.

Gli elefantini sono una trentina ma il numero varia a seconda dei periodi e della frequenza dei cacciatori di frodo o degli infortuni. Molti dei cuccioli hanno perso la madre o addirittura tutta la famiglia, per mano dei trafficanti di avorio, vera piaga del continente africano.

Tra gli ospiti del centro ci sono anche vittime di infortuni, spesso cadute, all’interno di pozzi quando il branco va ad abbeverarsi. Come Ngila, che aveva solo 3 settimane quando è arrivato al Centro di riabilitazione.

Il piccolo era finito dentro un pozzo in un’area a 500 km a nord della capitale, luogo da cui ha preso il nome. Il suo branco, non riuscendo a salvarlo, lo ha dovuto lasciare. È stato trovato dagli abitanti di una comunità locale che portavano il bestiame all’abbeveraggio. Avvertite le autorità è partito da Nairobi l’aereo di soccorso con i veterinari che sono riusciti a estrarre l’elefantino dal pozzo. Era rimasto nell’acqua per circa 48 ore e si era ferito nel tentativo di liberarsi. Dopo le medicazioni il cucciolo è stato nutrito e portato in aereo alla nursery di Nairobi. Oggi sulla schiena gli sono rimaste le cicatrici.

Di Alamaya, un maschio di 14 mesi, invece non si conoscono le ragioni del suo abbandono. Si sa che è stato trovato vicino al Maasai Mara ed è sopravvissuto a un attacco delle iene, perdendo la coda.

Da sinistra, Alamaya sopravvissuto alla iene e le cicatrici di Ngila caduto dentro un pozzi a 3 mesi (foto © Sandro Pintus)
Da sinistra, Alamaya sopravvissuto alla iene e le cicatrici di Ngila caduto dentro un pozzo a 3 mesi (foto © Sandro Pintus)

L’ultimo cucciolo di elefante arrivato all’orfanotrofio del David Sheldrick Wildlife Trust si chiama Naseku, una femmina di 15 mesi. Anche lei vittima di una caduta dentro un pozzo a Namunyak una riserva naturale di quasi 400 mila ettari nel centro del Paese africano. Dopo aver passato una quindicina di ore intrappolata è stata trovata dagli scout della riserva che hanno avvisato i veterinari.

Naseku, spaventata ma salva, è stata trasportata a Nairobi. Viene curata e nutrita per poi tornare nel suo ambiente naturale in una delle numerose riserve del Kenya. Come è successo a Wendi, ex orfana ora in libertà, che ha avuto il suo primo cucciolo.

Ma il più piccolo degli orfani è una femmina che quando è stata trovata aveva un giorno di vita: Kamok. Era una neonata con il cordone ombelicale ancora fresco e non si reggeva sulle zampe. Si pensa che sia stata abbandonata perché nelle 24 ore dopo la nascita i piccoli devono percorrere 20 km con la madre e il branco e non ce l’avrebbe fatta perché troppo debole. Oggi ha 2 anni.

(1 – continua – I traumi psicologici del bracconaggio sui cuccioli di elefante orfani)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin