Durante il suo discorso di fine anno, Paul Kagame, presidente del Ruanda ha annunciato alla nazione: “Mi presenterò come candidato alle presidenziali del 2017. Visto il risultato del referendum costituzionale con il quale il 98,7 per cento dei votanti si è espresso in favore di una mia ricandidatura, accetto la sfida, anche se ritengo che il Paese non abbia bisogno dello stesso leader per sempre”.
Kagame è presidente del Ruanda dal 2000, ma de facto è il leader del Ruanda dalla fine del genocidio, cioè dal 1994.
Paul Kagame poco dopo un’intervista con il direttore di Africa ExPress Massimo Alberizzi
Ha saputo far crescere l’ex-protettorato belga dal punto di vista economico, ma viene criticato per essere troppo autoritario; è inoltre è accusato di non rispettare i diritti umani.
Bernard Makuza, presidente del senato, ha specificato che ora la Costituzione permette a Kagame, il cui attuale mandato termina nel 2017, di ripresentarsi alle elezioni e se dovesse vincere, sarebbe il capo dello Stato per altri sette anni. In seguito potrebbe essere rieletto per altri due incarichi, di cinque anni ciascuno. Insomma, in poche parole, potrebbe regnare fino al 2034.
Il presidente del Ruanda Paul Kagame
Gli Stati Uniti d’America, che sono tra i maggiori finanziatori del Ruanda, non vedono di buon grado l’eventuale terzo mandato di Kagame.
Un portavoce del Dipartimento di Stato americano, John Kyrbi, in un comunicato di sabato scorso ha specificato: “Siamo molto contrariati che il presidente del Ruanda si voglia ripresentare alle votazioni nel 2017”.
Il terzo mandato è diventato un virus, che ha colpito molti vecchi leader africani.
Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 3 gennaio 2016
“Sono pronto ad aprire il dialogo con i Boko Haram per ottenere la liberazione delle oltre duecento ragazze rapite a Chibok nell’aprile 2014”, ha sostenuto Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria in un comunicato alla fine dell’anno. Infine ha aggiunto: “Bisogna identificare una leadership dei Boko Haram che sia credibile, che sappia dirci dove si trovano attualmente le studentesse, allora saremo pronti a sederci al tavolo con loro senza pregiudiziali”.
Bisogna fare in fretta per trovare una soluzione, non solo per le ragazze di Chibok, per tutti coloro ancora nelle mani dei sanguinari terroristi. Secondo un rapporto di Amnesty dello scorso aprile, che ha raccolto testimonianze di chi è riuscito a scappare o è stato liberato, uomini, ragazzi, donne e ragazzine, se sopravvivono alle feroci incursioni, vengono catturati e obbligati a combattere al loro fianco.
Proviamo solo a immaginare cosa succede alle giovani donne e alle ragazze in mano ai militanti jihadisti: stupri di massa, costretti a sposare i loro aguzzini, e come gli uomini, sono costretti a convertirsi all’islam e, dopo un breve, ma intenso addestramento, sono obbligati a partecipare alle incursioni dei terroristi ed ammazzare la propria gente, familiari compresi, nei loro villaggi.
Aisha, una ragazza di 19 anni racconta: “Sono stata rapita durante il giorno del matrimonio di una mia amica, insieme a sua sorella, la sposa e la sorella della sposa. Ci hanno portato in un campo a Gullak, nell’Adamawa State. Dopo una sola settimana hanno costretto la sposa e sua sorella a contrarre matrimonio con i loro sequestratori.
Nel campo c’erano un centinaio di ragazze. Poi è iniziato l’addestramento forzato. Per tre settimane mi hanno insegnato come sparare, usare le bombe. Subito dopo sono diventata operativa. Ho dovuto partecipare a un attacco nel mio villaggio. Durante i tre mesi in mano ai militanti, sono stata violentata molte volte, spesso ho subito stupri di gruppo. In quel periodo ho visto morire più di cinquanta persone, inclusa mia sorella, perché chi si rifiuta di convertirsi o di uccidere, viene ammazzato. I morti vengono buttati in un buco, scavato nel bosco e bruciati. Non ho visto la fossa, ma si sentiva il tanfo dei corpi morti, quando iniziavano a marcire”.
Il 14 dicembre 2014 Ahmed e Alhaji, due giovani, erano seduti l’uno accanto all’altro insieme ad altri uomini, aspettando il loro turno per essere sgozzati a Madagali, durante un’incursione dei Boko Haram.
Ahmed, uno dei sopravvissuti alla mattanza, ha riferito: “Il mio istinto mi diceva di alzarmi, di scappare, ma ero come paralizzato. Due militanti, con un coltello in mano, hanno sgozzato ventisette persone davanti ai miei occhi. Li ho contati, volevo sapere quando sarebbe giunto il mio momento. Quel giorno hanno ucciso un centinaio di uomini a Magadali. Chi si rifiutava di unirsi a loro, veniva trucidato”.
Anche “Human Rights Watch” ha raccolto testimonianze di sopravvissuti alla furia dei terroristi nigeriani.
Miriam, un’adolescente di quattordici anni è stata rapita il 12 aprile 2014 a Marnaghafai, nel Borno State. Quella notte si è svegliata di soprassalto. Alcuni uomini hanno sfondato la porta di casa a calci, hanno portato via il padre e due dei suoi fratelli, poco più grandi di lei. Poco dopo ha sentito degli spari. I suoi cari sono stati uccisi. Terrorizzata, si è nascosta sotto una pila di coperte e vestiti, ma i sanguinari guerriglieri sono tornati, portando via lei, la mamma e il fratellino di soli cinque anni. Sono stati caricati su un camion insieme ad altre donne, ragazzi e bambini del suo villaggio.
Miriam è stata liberata a fine aprile di quest’anno , durante un’incursione dei militari nigeriani in un campo nella foresta Sambisa. All’inizio della sua cattura ha vissuto per alcune settimane con un gruppo di altre 275 donne e bambini in un campo a Malkohi, nell’Adamawa State. Durante la sua prigionia ha dovuto seguire i Boko Haram nei loro spostamenti insieme agli altri prigionieri. Spesso hanno dovuto camminare per giorni e giorni, senza cibo e acqua. Alcuni non hanno retto allo stress psico-fisico e sono morti. La mamma di Miriam e altre donne anziane sono state liberate dopo quattro mesi, senza alcuna spiegazione.
Miriam non è stata così fortunata. Ha dovuto subire violenze di ogni genere per altri otto mesi.
Le “fortunate” sopravvissute, dopo la liberazione devono seguire un “deradicalization program” del governo nigeriano, ma difficile capire in cosa consiste effettivamente, come vengono assistite, se i loro diritti vengono rispettati e quando e se mai potranno tornare nella loro comunità.
In un’intervista rilasciata nel dicembre 2014 a Vatican Insider, fratel Fabio Mussi, membro del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) e responsabile della Caritas della diocesi di Yagoua (Camerun) ha fatto sapere che è stato scoperto un campo di addestramento per “baby kamikaze” nel nord del Paese. Molti di loro vengono rapiti o adescati dai Boko Haram nel campo per rifugiati vicino a Fotokol, dove migliaia di nigeriani si sono rifugiati per cercare protezione.
International Organization for Migration Geneva, 31 December 2015
With over 3,770 estimated deaths, 2015 has been the deadliest year on record for migrants and refugees crossing the Mediterranean, trying to reach Europe. In comparison, approximately 3,270 deaths were recorded in the Mediterranean in 2014. Globally, IOM estimates that over 5,350 migrants died in 2015.
The deadliest month in 2015 was April when nearly 1,250 migrants died, mainly due to the worst tragedy on record involving migrants crossing the Mediterranean from North Africa, in which an estimated 800 migrants died when their overcrowded vessel capsized off the coast of Libya. Only 28 survivors were rescued and brought to Italy.
Seventy-seven percent (77%) of the deaths occurred in the Central Mediterranean route mostly used by smugglers operating from Libyan shores. This compares to 97% of migrant deaths recorded along this route in 2014.
In 2015, 21% of deaths occurred in the Eastern Mediterranean compared to only 1% in 2014. In the Central Mediterranean, deaths recorded were down by 9% from last year with the rate of death at 18.5 deaths per every 1,000 travellers.
Estimated migrant and refugee deaths in 2015 along the Mediterranean routes
Migration Route
Deaths
Central Mediterranean
2,892
Eastern Mediterranean
805
Western Mediterranean
74
Total
3,771
An additional estimated 32 migrants died en-route to the Canary Islands
Globally, the majority of the estimated 5,350 deaths were recorded with the Mediterranean, the most deadly region, followed by Southeast Asia (mostly in the Bay of Bengal, Andaman Sea, Malaysia and Thailand) which saw at least 800 deaths this year. Within Mexico and along the US-Mexico border there have been at least 330 deaths recorded this year.
Reacting to the 2015 figures, IOM Director General William Lacy Swing, said: “It is shocking and inexcusable that desperate migrants and refugees have lost their lives in record numbers this year, when they should not. The international community world must act now to stop this trend against desperate migrants.”
“Migration has been the major theme of 2015, with record numbers of refugees and migrants arriving in Europe, fleeing from conflict and acute poverty. Throughout the year, we have been reminded that much of human mobility is not voluntary and tragically we have seen so many who felt they had no option but to leave their beloved homelands and were lost at sea, in the deserts or trapped in the back of lorries they had hoped would carry them to a safer and better life,” said Ambassador Swing.
“One of the major challenges for the coming years would be for the international community to work diligently towards changing from the current toxic migration narrative to one that is more historically accurate, namely, that migration has been overwhelmingly positive. We can do this through measures that will help governments and societies to manage diversity. This will require addressing several paradoxes of (a) national sovereignty of states and individual aspiration of migrants; and, (b) protecting national security on the one hand and human security on the other,” Ambassador Swing said.
IOM’s Missing Migrants Projectwhich draws on a range of sources to track deaths of migrants along migratory routes across the globe is managed by IOM’s Global Migration Data Analysis Centre (GMDAC) in Berlin, Germany. Data from this project was initially published in the report Fatal Journeys: Tracking Lives Lost during Migration, which provided the most comprehensive global tally of migrant fatalities for 2014, and estimates deaths over the past 15 years. Since the publication of Fatal Journeys, IOM has regularly updated the global estimated figures of migrants who have gone missing or have died during the migration process.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 31 dicembre 2015
“Mi chiamo Anna, provengo dal gruppo etnico Nuer. Sono dovuta scappare. Hanno ucciso mio marito e il mio figliastro. Mia figlia è stata stuprata davanti a me. Ora vivo in un campo per sfollati dell’ONU. Una mattina verso le nove sono arrivate le forze governative. Per prima cosa hanno cacciato via gli uomini. Noi donne, ingenuamente, abbiamo pensato che non avrebbero fatto del male a nessuno. Non possediamo nulla, di cosa avrebbero potuto derubarci? Dopo poco sono tornati i militari governativi e hanno picchiato noi donne, di fronte ai nostri bambini. Hanno bruciato la mia povera casa e stuprato mia figlia. Poi, accecate dal dolore, dalle lacrime, siamo scappate con i figli in cerca di protezione al campo dell’United Nations Mission in South Sudan (UNMISS). Se fossimo morte durante la fuga, forse sarebbe stato meglio”.
Sono in molti a cercare protezione nel campo Bentiu dell’UNMISS. La sua popolazione quest’anno è raddoppiata. Ora ci sono quasi centoventicinquemila persone; il cibo, l’acqua, le tende non bastano più per tutti.
Mary, invece, ha 24 anni, è mamma di due bimbi. Non sa se il marito sia vivo o morto. E’ tornata a casa, nel Sud Sudan, subito dopo l’indipendenza, con tante speranze nel cuore. Ma anche lei è dovuta scappare e rifugiarsi nel campo per sfollati. E’ stata violentata e picchiata quando si è spostata dal campo dell’ONU con altre donne per cercare legna.
“Non sapevo nulla degli stupri. Nessuno ne parlava. Solo ora, che sono iniziati i combattimenti ovunque, è di uso comune. Se si esce fuori dal campo, rapiscono le donne, le prendono, abusano di loro. Dopo uno stupro di massa, non si riesce più a stare in piedi, è come una lenta agonia, una sofferenza atroce. I soldati non usano armi da fuoco con noi donne, ma ci lasciano mezze morte, buttate per terra, soffocate dal dolore e con l’anima a pezzi”.
Il Sud Sudan è il più giovane Stato del pianeta. Infatti ha raggiunto l’indipendenza dal Sudan il 9 luglio 2011. Dal 15 dicembre 2013 si combatte una brutale guerra civile, causata da lotte di potere tra il presidente sud sudanese Salva Kiir – a capo del Paese dall’indipendenza – e l’ex vicepresidente Riek Machar. Il primo appartiene al maggiore gruppo etnico, i dinka, mentre Machar è un nuer. Entrambi vorrebbero il controllo dei ricchi giacimenti petroliferi, ma la loro sete di potere ha ridotto la popolazione alla fame. Secondo alcuni analisti è uno dei conflitti interni più crudeli e ingestibili del continente.
L’Unione africana (UA) ha raccolto testimonianze e prove sufficienti che confermano gli abusi dei diritti umani nel Sud Sudan. L’UA afferma che civili sono stati stuprati, uccisi, talvolta anche smembrati ed è capitato che siano stati obbligati a bere sangue umano e persino costretti all’antropofagia.
Naturalmente il governo nega. Ateny Wek Ateny , portavoce del presidente Salva Kiir, si difende: “Sono tutte menzogne, storie inventate”. Tutte bugie, certo. Ma non le quasi diecimila persone uccise nei due anni di conflitto e gli oltre duemilioni di sfollati.
E’ nel terrore, nella paura che inizia questo nuovo anno per le donne del Sud Sudan, spesso senza un marito o un familiare accanto, che possa proteggerle. Per la comunità internazionale sono numeri, inserite nelle statistiche e niente più. Nessuno psicologo le seguirà mai. Il loro dolore resta nel profondo dell’anima, non c’è tempo per la sofferenza. Bisogna pensare a far crescere i figli, per lo più orfani di padre.
Il presidente nigeriano Muhammadu Buhari appena arrivato il potere nello scorso maggio aveva solennemente promesso di sconfiggere al più presto i terroristi di Boko Haram. Aveva perfino fissato una data: entro il 31 dicembre. Aveva aggiunto anche alcuni dettagli, come l’impegno a riportare a casa le 275 studentesse rapite a Chibock il 14 aprile del 2014.
Ieri ha sostenuto – ma senza alcuna enfasi – che i jihadisti “sono tecnicamente sconfitti”, elegante allocuzione per ammettere che per ora la battaglia è perduta ed ad avere la meglio sono stati gli avversari.
E’ vero che i militanti di Boko Haram sono stati cacciati da città e villaggi e non controllano più fette di territorio che prima amministravano con il pugno di ferro, ma è anche vero che in Nigeria, specialmente nel nord lo stillicidio di attentati quotidiani continua imperterrito. L’altro ieri l’ultimo: una ragazzina ha fatto saltare la sua cintura esplosiva in un mercato. I morti sono quindici e i feriti altrettanti.
Ieri i quotidiani nigeriani cercavano di spiegare ai loro lettori perché, nonostante gli stanziamenti a favore dell’esercito e della polizia, la guerra al terrorismo ha perso le sue battaglie. I commenti erano tutti unanimi: il problema è la corruzione dilagante. Gran parte del denaro stanziato per addestrare le squadre antiterrorismo e per dotarle di nuovi e sofisticati armamenti non è arrivato a destinazione ma si è fermato nelle tasche ( e nei conti all’estero, aggiungiamo noi) di politici e generali sempre famelici nel distrarre fondi pubblici. Incurante del fatto che la struttura sociale nigeriana si sia disintegrata la classe dominante nigeriana si è arricchita e continua ad arricchirsi a dismisura.
Militari corrotti vendono armi ai terroristi, i quali le usano per compiere attentati. È un circolo vizioso che continua giorno dopo giorno. Il presidente Buhari non riesce a bloccare questa contiguità tra militari e terroristi.
Americani, francesi e comunque gli occidentali, tempo si sono offerti di aiutare il governo nigeriano a individuare e distruggere i covi dei fondamentalisti. Hanno messo a disposizione i loro sofisticati mezzi di indagine, anche aerea, una collaudata rete di intelligence, nonché un piccolo nucleo di addestratori.. Si sono sentiti rispondere con un cortese e secco diniego, ma soprattutto ostentando un grande orgoglio di facciata che nasconde complicità con il terrorismo: grazie facciamo da soli. Il terrorismo non si combatte così.
Dal Nostro Staff Africa ExPress Bangui, 30 dicembre 2015
Stamattina presto, dopo ben quattro rinvii, si sono aperte le urne per eleggere il presidente della Repubblica Centrafricana. La speranza della comunità internazionale è che il voto possa portare stabilità e pace in un Paese che da oltre tre anni è sconvolto da una feroce guerra civile. Trenta candidati lottano per prendere il posto della presidente ad interim, Catherine Samba-Panza, che in realtà non ha mai controllato la situazione al di là del palazzo presidenziale e di pochi quartieri della capitale Bangui.
I caschi blu delle Nazioni Unite sono mobilitati per evitare che si ripetano gli incidenti di tre settimane fa quando si è tenuto il referendum costituzionale. Posti di blocco e pattugliamenti a tappeto sono cominciati nella notte.
I candidati più accreditati sono tre. Non sono volti nuovi della politica: due, Martin Ziguele e Anicet Dologuele, sono cristiani, ex primi ministri del un vecchio presidente Ange-Felix Patasse, e il terzo, musulmano, Karim Meckassoua, ex ministro dell’ultimo capo di Stato François Bozizé.
Difficile dire se le elezioni porteranno un po’ di calma. Alcuni osservatori sono concordi nel sostenere che, nonostante le difficoltà logistiche e la sicurezza assai precaria, continuare fino alla fine il processo elettorale sia stata una necessità. Per due motivi: mandare a casa il governo di transizione della signora Samba-Panza, che non ha nessuna autorevolezza, prestigio e credibilità, e per creare un’opportunità e un’inarrestabile onda di pace voluta e cercata da una popolazione stanca e stufa di fare la guerra.
Ma non tutti sono d’accordo. Secondo i ricercatori di International Crisis Group, per esempio, elezioni precarie come quelle di oggi faranno precipitare il Paese ancora più nel caos.
Per conoscere i risultati occorreranno diversi giorni durante i quali è possibile che si scateni la violenza interreligiosa. I musulmani temono infatti che queste elezioni li relegheranno a un ruolo marginale e secondario. Quello che hanno sempre avuto in Centrafrica fino appunto al marzo 2013, quando le loro milizie rovesciarono il presidente cristiano Bozizé.
Dal Nostro Staff Africa ExPress Conakry, 28 dicembre 2015
In due anni ebola ha ucciso almeno 2500 persone in Guinea. Oggi però il piccolo stato dell’Africa occidentale è stato dichiarato libero dal terribile virus. Per domani è stata organizzata a Conakry, la capitale, una grande manifestazione, cui parteciperanno Organizzazioni non Governative, funzionari dell’OMS, cioè dell’organizzazione mondiale della sanità, e dell’ONU, per dichiarare ufficialmente che la Guinea è libera da ebola. L’epidemia è stata sconfitta.
Saranno ricordati anche i 115 infermieri e medici che hanno perso la vita per salvare quella dei pazienti lottando contro il terribile virus, e gli otto membri di un gruppo di sanitari ammazzati dalla folla inferocita, scesa in piazza per protestare contro il governo che ammoniva la popolazione a mettere in atto comportamenti igienici per prevenire il contagio.
Già perché ebola non è stato solo un virus mortale. In alcuni villaggi l’epidemia ha provocato il tracollo economico e la gente impoverita ha protestato contro il governo, accusato di spaventare la popolazione. Nei tre Paesi colpiti dall’epidemia, oltre alla Guinea, la Sierra Leone e la Liberia, almeno 6200 bambini sono rimasti orfani, si sono registrati 28.600 casi di ammalati e 11.300 persone hanno perso la vita.
In Guinea l’ultimo ammalato di ebola è guarito 42 giorni fa. Dopo di lui non ci sono state nuove infezioni. In Liberia, uccise dal terribile virus sono morte 4.800 persone ma il Paese, se non saranno registrati nuovi casi, sarà dichiarato libero da ebola entro gennaio. Aveva raggiunto l’obiettivo in maggio prima e poi in settembre, ma entrambe le volte erano stati individuati nuovi casi.
Nel novembre scorso invece la Sierra Leone è stata dichiarata “ebola free”.
Il primo ministro del Benin, Lionel Zinsou, è salvo per miracolo. Sabato scorso, l’elicottero su cui viaggiava, si è schiantato al suolo, mentre era in fase di atterraggio allo stadio municipale di Djougou, ai piedi della catena montuosa nel nord-ovest del Benin, a 461 chilometri da Cotonou, capitale dell’ex-colonia francese.
Avrebbe dovuto partecipare alla festa della Gaani, molto popolare nel nord del Paese. Durante il mese di dicembre di ogni anno si tengono le celebrazioni “du trône et du souvenir” in memoria della fuga del popolo Wassangari, perche minacciato dai fondamentalisti , che lo costringevano con la forza alla conversione all’Islam.
Lionel Zinsou è stato nominato primo ministro lo scorso giugno (foto AFP)
Oltre a Zinousou, c’erano altre sei persone a bordo dell’elicottero dell’aeronautica beninese: il pilota, il co-pilota, entrambi francesi, due guardie del corpo, un meccanico e un aiutante di campo. Poteva essere una strage, per fortuna non si contano vittime, solamente due feriti.
Prima di schiantarsi al suolo, l’elicottero ha girato su se stesso ad un altezza di cinque metri. Le cause dell’incidente non sono ancora state rese note ufficialmente, le autorità competenti hanno aperto un’inchiesta per fare piena luce dell’accaduto. Secondo alcune indiscrezioni, trapelate da fonti vicine al primo ministro, il rotore di coda dell’elicottero avrebbe colpito un muretto in costruzione al momento dell’atterraggio. L’equipaggio non sarebbe stato avvisato dei lavori in corso e una nube di polvere avrebbe offuscato la vista del pilota.
Zinsou, franco-beninese, è primo ministro da giugno di quest’anno. A novembre il partito al potere, Force Cauris pour un Bénin Emergeant (FCBE), lo ha candidato alle prossime presidenziali che si terranno nel febbraio 2016.
Sulla sua pagina Facebook, Zinsou ha ringraziato tutti coloro che si sono preoccupati per lui e il suo stato di salute. Afferma di stare bene, anche se la figlia, Marie-Cécile Zinsou ha confidato ai giornalisti: “Papà si è rialzato immediatamente dopo l’incidente. Ma è ancora scosso e avverte dolori alla schiena”.
Elizabeth Cole and Muhammad Fraser-Rahim Nairobi, December 27th 2015
After a year marred by violence that has led some people to suppose that confrontation is inevitable among humanity’s religions, a busload of Muslims in northeast Kenya has given us all a gift beyond measure for Christmas and the New Year.
On December 21, when armed al-Shabab extremists halted a bus near the town of Mandera, they asked the Muslims on board to help separate out the Christian passengers for execution – a pattern of attack with which they have repeatedly traumatised Kenyans in recent years.
A medical worker and security forces walk near a bus that was ambushed by al-Shabab gunmen who singled out and killed 28 non-Muslim passengers in Kenya’s northern Mandera County, Nov. 22, 2014. The Islamic militant group is suspected of again attacking a Kenyan bus and trying to separate Christian from Muslim passengers. PHOTO: STRINGER/AFP/GETTY IMAGES
But the Muslim passengers threw a human shield around their Christian compatriots and told the attackers that they would have to kill the entire busload, Muslims and Christians alike.
Muslim women took off their traditional headscarves and handed them to non-Muslims to wear for protection.
The gift of these Kenyans went far beyond offering protection for their Christian neighbors. Kenyan society is predominately Christian, but communities of Muslim, Bahai, Buddhist and African traditional religion add an important cultural, economic and social fabric to its citizenry.
Organisations such as the Inter-Religious Council of Kenya – composed of a cross-section of faith-based communities – work vigorously to promote inclusion, and speak to the long-standing tradition in Kenyan society promoting tolerance and inclusion.
Thus, the past week is a reminder to all of us of the power of solidarity against extremism in an increasingly anguished and angry world.
The message of these Muslim bus passengers, with their courage at gunpoint, is that extremist groups will ultimately fail to drive a wedge between Christians and Muslims, in part because the vast majority of the world’s 1.6 billion Muslims oppose any religious ideology that embraces violence.
The world’s two most populous religious communities share values of tolerance and peace that can prevail over any religious or ethnic division.
Indeed, the Muslim-Christian commitment to mutual respect is rooted in 7th-century East Africa, to which early Muslims fled as refugees and were granted protection in the ancient Christian kingdom of Axum, in an event known as the “First Hijra”.
This week’s defiant act of peace at a rural roadside is no singular event in Kenya. While communal divisions have flared, it is a nation also steeped in long traditions of tolerance and cooperation among its disparate ethnic and religious communities.
In Nairobi, Garissa and other localities that have been traumatised by terrorist attacks in recent years, local women now run an organisation, called Sisters Without Borders, to prevent radicalisation of young people. They also have lobbied Kenyan legislators to provide better support for Kenyan police.
We too often fail to notice the acts of courageous compassion just like that at Mandera. In February, more than 1,000 Muslims formed a human chain of protection around a synagogue in Norway to condemn an extremist’s attack on Jews.
Orthodox Jews in a London district recently formed street patrols in part to protect their Muslim neighbours from hate crimes.
The continuous headlines of warfare in Syria, Iraq, Afghanistan and elsewhere have generated deep public frustration with international policies that often seem not to have dented the appeal of extremist groups such as the Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL), al-Shabab and Boko Haram.
But social scientists, digging into real data far below the notice of those headlines, are learning about what actually works in preventing extremism. A global research network called RESOLVE, coordinated by the US Institute of Peace, is underscoring a simple point – that any successful strategy must be tailored for, and rooted in, the community where it is being applied.
This point – the criticality of the local context – was illustrated dramatically in the bus confrontation near Mandera. The Muslim passengers acted almost instinctively because they were protecting people they knew as neighbours.
The drama at Mandera triggered an outpouring of support. Kenya’s government and the global community have praised the courage of ordinary citizens.
Radio, internet and social media platforms in Kenya, Africa and worldwide are flooded with the hashtags #KenyanMuslims and #WeareallMuslims. Suddenly and for a moment, the buzz about solidarity, courage and unity is stronger than the narrative of division, violence and “otherness”.
But we must remember that Mandera is not a rare event – and that parallel stories of human familyhood are all around us.
When those stories of solidarity are consistently louder than the narratives of those who justify violence or bigotry in the name of religion, we will be a step closer to defeating violent extremism and rebuilding peace in our communities.
Elizabeth Cole Muhammad Fraser-Rahim
Elizabeth Cole is a senior programme officer in the Center for Applied Research on Conflict at the United States Institute of Peace.
Muhammad Fraser-Rahim is a programme officer for Africa programmes at the United States Institute of Peace.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 26 dicembre 2015
Venerdì notte duecento persone sono partite dalle coste del Marocco e hanno cercato di raggiungere a nuoto l’enclave spagnola di Ceuta. Durante la traversata due giovani sono morti. Secondo le autorità marocchine sono originari del Camerun e sarebbero morti per annegamento. La polizia sta indagando le cause dei decessi.
Alcuni sono stati intercettati dalle autorità magrebine, mentre ben 185 persone sono riuscite a scavalcare la recinzione, che rappresenta il confine tra il Marocco e Ceuta. Tra loro, dodici feriti, che sono stati trasferiti in ospedale per fratture, ipotermia o segni di annegamento. Il fatto è avvenuto vicino a Benzu, quartiere nel nord di Ceuta.
E’ da oltre sei mesi che non si è più verificato un tentativo così massiccio per entrare in una delle due enclave, Ceuta e Melilla. Nel febbraio di quest’anno quindici persone sono annegate, cercando di raggiungere Ceuta, territorio africano che però fa parte dell’Unione Europea.
Migranti cercano di scavalcare la barriera di protezione a Ceuta
Ceuta e Melilla sono due porte laterali per entrare nel mondo occidentale, senza dover affrontare la terribile traversata del canale di Sicilia, dove in tanti trovano ormai la morte quasi quotidianamente.
Ovviamente Madrid non apprezza questi arrivi “in massa”, non li ha mai graditi ed è per questa ragione che a Ceuta è stata costruita una barriera lunga 9 chilometri, mentre quella a Mililla è di dodici. Si dice che siano costate trenta milioni di euro, totalmente finanziati dall’Unione Europea e naturalmente approvati dall’agenzia FRONTEX. Durante l’estate le recinzioni sono state rinforzate e alzate, per rendere ancora più difficile l’accesso.
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