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domenica, Aprile 12, 2026

Nelle montagne del Puntland, la resistenza somala contro lo Stato Islamico

Speciale Per Africa ExPress Davide Banfi* 11 aprile 2026 Attraverso...
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Sudafrica: Oscar Pistorius resta in carcere

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Africa ExPress
Johannesburg, 5 ottobre 2015

Oscar Pistorius deve rimanere in galera. Una commissione di revisione del National Council on correctional services, ha negato gli arresti domiciliari all’atleta, che il giorno di San Valentino del 2013 ha ucciso “per errore” la sua fidanzata Reeva Steenkamp. Nell’ottobre dello scorso anno era stato condannato a cinque anni di detenzione per omicidio colposo.

oscar pistorius vince

La legge sudafricana prevede che un detenuto “non pericoloso” debba espiare solo un sesto della pena inflitta in carcere. In un primo momento la commissione aveva espresso parere favorevole alla scarcerazione dell’ex-atleta , ma alcune ONG femminili, in particolare The Progressive Women’s Movement of South Africa (PWMSA) non hanno visto di buon occhio il fatto che venissero concessi gli arresti domiciliari a Pistorius. Hanno presentato una petizione al ministro della giustizia sudafricano, Michael Masutha, che pochi giorni prima della liberazione del campione, prevista per la fine di agosto, dopo dieci mesi di detenzione, ha chiesto alla commissione di riesaminare la propria decisione.

Oscar Pistorius e Reewa 600

Oggi la commissione di revisione si è finalmente riunita; non ha voluto prendere decisioni affrettate e ha rinviato nuovamente il fascicolo al Consiglio sulla libertà sulla parola.

Bisognerà attendere il 3 novembre 2015, data del processo d’appello, che potrebbe condannare “l’uomo più veloce senza gambe” a una pena ben maggiore.

Africa ExPress

Uganda: troppi candidati affollano la sfida a Museveni

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Speciale per Africa ExPress
Giacomo Albrieux
Kampala, 4 ottobre 2015

L’ex primo ministro ugandese Amama Mbabazi, ha deciso di sfidare alle prossime elezioni, previste per il febbraio 2016, il presidente Yoweri Museveni, al potere dal 1986. Mbabazi aveva già tentato di scalzare l’uomo forte dell’Uganda e aveva chiesto le primarie all’interno del loro partito, il National Resistance Army, ma gli sono state rifiutate. Si è messo così alla guida di parte della opposizione.

In un primo tempo aveva cercato di trovare un accordo con lo sfidante di Museveni alle precedenti elezioni, il dottor Kizza Besigye ex medico personale del presidente e leader del Forum for Democratic Change, ma il progetto di un’alleanza tra i due gruppi, aperto a tutte le opposizioni per tentare di trovare un candidato unico, è miseramente fallito.

nemici 2

Kizza Besigye è un acerrimo nemico delle politiche di Museveni che accusa di brogli nelle precedenti sfide elettorali e di controllo dei mezzi di informazione e della potentissima Electoral Commission. Ma la mossa odierna di Amama Mbabazi in pratica favorisce il vecchio leader perchè divide le opposizioni. La campagna elettorale di Besigye quindi è cominciata prendendo di mira l’altro oppositore.

Amama Mbabzi, potente ex segretario generale dell’NRM, primo ministro fino alla scorso anno ed ex uomo di fiducia del presidente uscente, non ha convinto il portabandiera dell’FDC che continua a ritenerlo come colui che ambirebbe alla presidenza della Repubblica per continuare a esercitare il potere nello stesso modo e con gli stessi mezzi (corruzione diffusa, malgoverno e controllo dei mezzi di comunicazione) dell’attuale governo.

L’ex primo ministro, che recentemente è stato arrestato due volte e che ha la sua residenza perennemente controllata dalla polizia, quindi ha deciso di lanciarsi la solo nella sua corsa alla presidenza. Può contare certamente su un seguito popolare capace di scalfire una buona parte di elettori all’interno dell’NRM. Sensibili al suo richiamo sono soprattutto le donne che vedono nella potente moglie, Jacqueline Mbabazi, una loro leader, essendo stata per anni e anni alla guida delle iscritte all’NRM, con battaglie per l’emancipazione femminile nel Paese.

Inoltre Mbabazi è popolare nella parte Occidentale dell’Uganda il vero feudo del presidente e quindi rappresenta la vera ‘’spina nel fianco’’.

La situazione dell’Uganda andrà d’ora in avanti monitorata con grande attenzione, per evitare che vengano modificate le condizioni di svolgimento della campagna elettorale. La comunità internazionale dovrebbe vigilare soprattutto sulla attività della Electoral Comission, uno strumento in mano sempre alla presidenza.

manifestazione uganda

Recentemente sono state fortemente disattese le condizioni di democrazia e libertà, con arresti di militanti e intralci ai raduni, alle assemblee e ai comizi. Il mese scorso Amama Mbabazi è stato arrestato per alcune ora mentre si recava a Mbale nella parte orientale del Paese per un raduno di militanti, che, per altro era stato preventivamente comunicato alla polizia.

L’Uganda gioca una partita da protagonista nella regione dei Grandi Laghi e nell’intero scacchiere dell’Africa Orientale. In Somalia schiera la spina dorsale del contingente dell’Africa Union impegnato nell’ex colonia italiana. Di conseguenza dovrebbe orientare la sua politica interna in senso liberale e aperto per esercitare una forte leadership sugli Stati vicini, nella Regione e per essere un credibile interlocutore a livello internazionale.

E’ un esame di maturità per il Paese e i suoi governanti non possono fallire. Museveni deve dimostrare lungimiranza se vorrà essere poi ricordato come il grande padre della patria.

Giacomo Albrieux
Console Onorario Uganda dal 2001 a Genova
consulgiacomo@icloud.com

Nella foto in alto Amama Mbabzi (a sinistra) e Yoweri Mseveni in basso una manifestazione a Kampala

Nigeria: arrestata per corruzione a Londra l’ex Ministro delle risorse petrolifere

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Speciale per Africa ExPress
Blessing Akele
Milano, 4 ottobre 2015

Venerdì scorso l’International Corruption Unit (ICU) ha pubblicato nel suo sito ufficiale la notizia dell’arresto a Londra dell’ ex ministro nigeriano del petrolio, la signora Alison Diezani Madueke, assieme ad altre quattro persone. Le accuse sono di malversazione, peculato, corruzione, appropriazione indebita e riciclaggio di denaro pubblico. Fosse stata arrestata in Italia non avrebbe o meglio, non avrebbero, potuto sfuggire all’aggravante di associazione per delinquere.

Gli agenti dell’agenzia anti-corruzione ICU, istituita nell’agosto scorso dal governo di David Cameron, – proposta e voluta dall’attuale Segretario allo Sviluppo Internazionale, Justine Greening, con il mandato di perseguire la corruzione internazionale, ossia i reati commessi dagli ufficiali della pubblica amministrazione dei paesi emergenti che considerano la Gran Bretagna un paradiso fiscale oltreché residenziale – hanno perquisito la sua abitazione londinese, così come gli agenti nigeriani dell’Economic and Financial Crime Commission (EFCC) hanno, nello stesso giorno, setacciato la residenza della stessa in Nigeria, ad Abuja, e sequestrato documenti rilevanti, e, si legge, probatori, che sostanziano le pesanti accuse di mala gestio a suo carico.

Madueke

Il portavoce, e consigliere speciale del Presidente Buhari, Femi Adesina sentito dai media locali sull’arresto del ex ministro a Londra, ha dichiarato: “Non ci sono commenti per ora. La notizia comunque è confermata”.

L’operazione che ha portato all’arresto dell’ex ministro Madueke è stata descritta come un’investigazione internazionale, coordinata congiuntamente da varie agenzie internazionali e definita ”un‘operazione di natura sensibile”, anche perché coinvolge l’interesse nazionale della Repubblica Federale di Nigeria.

piattaforma

A quanto pare la presenza di Mohammadu Buhari a Chatham House – prestigiosa sede dei think thank londinesi – prima delle elezioni presidenziali del marzo scorso poi vinte, è servita a qualcosa. La lotta alla corruzione sembra essere stata un impegno reale da entrambe le parti: Nigeria e Regno Unito. Forse ne è una prova tangibile la creazione da parte della Gran Bretagna di questa nuova agenzia investigativa internazionale.

La classe dirigente corrotta, politica ed economica, della repubblica nigeriana usava migrare nel Regno Unito per godersi il maltolto. Il Presidente Buhari, ha applicato la regola, come si dice, in inglese, means business on corruption. Non c’è paradiso fiscale che tenga per i criminali economici.

Forse per la Nigeria il tempo sta cambiando davvero per il meglio. Non è una certezza. Ma una speranza. Intanto gli arrestati sono stati rilasciati a Londra su cauzione e attendono il processo che – l’opinione pubblica nigeriana lo spera – dovrebbe portare alla restituzione dei miliardi di dollari sottratti alle casse dello Stato.

Blessing Akele
blessing.akele@yahoo.com

twitter @BlessingAkele
#BringBackOursGirls

Nella foto in alto l’ex ministro del petrolio Alison Diezani Madueke. In basso una piattaforma petrolifera nel Golfo di Guinea

Sulla graticola il vecchio governo nigeriano: i ministri rischiano di essere incriminati per corruzione

http://www.africa-express.info/2015/05/12/sulla-graticola-il-vecchio-governo-nigeriano-ministri-rischiano-di-essere-incriminati-per-corruzione/

Burkina Faso, arrestato il leader dei golpisti. Si era rifugiato nelle nunziatura apostolica

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Africa ExPress
2 ottobre 2015

Il generale della guardia presidenziale del Burkina Faso, Gilbert Diendéré, è stato arrestato il 1° ottobre a e condotto in un commissariato di polizia di Ouagadougou.

Prima della sua cattura, Diendéré aveva trovato rifugio presso la rappresentanza diplomatica del Vaticano e per due giorni era stato ospitato da Monsignor Vito Rallo, nunzio apostolico per il Burkina Faso e il Niger.

In un breve comunicato, il primo ministro, Isaac Zida ha espresso soddisfazione per l’arresto del capo dei putschisti e ha spiegato: “Abbiamo bussato alla porta, abbiamo discusso e trattato. Diendéré sarà processato da un tribunale militare”.

Pattugliamento notturno

I beni e i conti bancari del capo dei golpisti e di altre tredici persone, sospettate di essere coinvolte nel putsch, sono già stati congelati la scorsa settimana.

Eppure è stato proprio questo anziano ufficiale del Régiment de sécurité présidentielle (RSP) a nominare Zida come capo del governo di transizione 11 mesi fa.

L’RSP è stato sciolto. Secondo alcune fonti dell’esercito lealista, si cercherà di recuperare i milletrecento soldati del corpo d’élite, che hanno eseguito gli ordini ricevuti:  hanno deposto le armi e abbandonato la caserma Naba Koom 2, nella capitale burkinabé. Tra ottocento e novecento ex pretoriani hanno già raggiunto il campo 1173, come è stato richiesto .

Africa ExPress

http://www.africa-express.info/2015/09/24/accordo-burkina-faso-golpisti-si-arrendono-ma-non-depongono-le-armi/

http://www.africa-express.info/2015/09/22/burkina-faso-si-tratta-ma-lesercito-da-un-ultimatum-ai-golpisti-arrendetevi/

http://www.africa-express.info/2015/09/18/colpo-di-stato-burkina-faso-saltano-le-elezioni/

http://www.africa-express.info/2015/09/20/scontri-tra-gruppi-opposti-burkina-faso-si-tratta-per-tornare-alla-democrazia/

Nigeria: Buhari vara il nuovo governo e guida la lotta contro la corruzione

Speciale per Africa ExPress
Blessing Akele
Milano, 1° ottobre 2015

Come promesso il presidente della Nigeria, Mohammadu Buhari, ha presentato ieri la lista dei ministri che comporranno il gabinetto del suo governo. Aveva promesso che entro il 30 settembre 2015, avrebbe indicato i nomi e così è stato. La notizia è stata diffusa del portavoce del capo dello Stato, Femi Adesina, che ha parlato da New York, dove Buhari si trova per partecipare ai lavori dell’Assemblea generale dell’ONU.

MOHAMMADU-BUHARI con l ramazza 600

Scorrendo la lista dei futuri ministri, si apprende che il presidente ha tenuto per sé (come abbiamo già scritto subito dopo il suo insediamento, il 29 maggio 2015 http://www.africa-express.info/2015/06/14/nigeria-promesse-parole-e-annunci-nelle-parole-del-nuovo-presidente-buhari/ ) il dicastero del Petrolio. L’aveva anticipato e ha mantenuto la promessa.

E’ bene ricordare che Buhari ha giurato di combattere senza quartiere la corruzione endemica nel Paese e ritiene che l’unico modo per incidere significativamente sia quello del suo diretto coinvolgimento nella gestione del settore petrolifero che incide per il 90 percento delle risorse economiche nigeriane ed è la prima e principale fonte di degenerazione del sistema politico. Come ministro delle risorse petrolifere, dice di voler combattere l’emorragia che affligge le entrate dovute alle royalty perché non finiscano più nei conti all’estero dei politici e dei burocrati corrotti ma siano spese realmente per la collettività.

La Nigeria National Petroleum Company (NNPC), solo nel 2014, ha sottratto alle casse dello Stato qualcosa come 20 miliardi di dollari. Quell’enorme montagna di denaro, sparito nelle mani di pochi potentati corrotti che spesso agiscono con il sostegno delle banche estere, avrebbe potuto essere impiegato per creare servizi e strutture per i cittadini, tra i più poveri del pianeta.

Il presidente Buhari, ex militare, ex dittatore e oggi democratico convinto, ha contribuito a fondare la società petrolifera nigeriana, NNPC nel 1977, ricoprendo egli stesso la carica di ministro del petrolio, sotto il regime dittatoriale di Olusegun Obasanjo. Successivamente, negli anni ’90, è stato a capo del Petroleum Trust Fund (PTF), sotto il regime del sanguinario dittatore Sani Abacha.buhari giacca e cravatta

Buhari, è stato molto cauto nella scelta dei ministri (la lista dovrà essere approvata dal parlamento nei prossimi giorni), tanto da guadagnarsi l’appellativo di “Baba go-slow” (papà lumaca). Tra le altre novità, vi è la riduzione dei numeri dei dicasteri. Dal “poltronificio” che era, sotto la presidenza del suo predecessore Goodluck Jonathan, ora il numero è decisamente ridotto. Il presidente aveva per primo dato il buon esempio, obbligando il suo emolumento e ordinando ai capi tradizionali, gli oba, gli enogie, gli obi, i sultani, di fare altrettanto.

La Nigeria, che in questi giorni ha negato l’ingresso al segretario della Lega Matteo Salvini, è affetta da problemi sociali ed economici severissimi. Salvini ha sostenuto che voleva andarci per portare sviluppo e investimenti. E’ curioso che gli sia stato impedito l’ingresso se l’intenzione realmente fosse stata questa, visto che il Paese ha bisogno di investimenti esteri sani, concreti e non propagandistici.

Secondo fonti dell’ambasciata nigeriana a Roma, Salvini non ha richiesto un regolare visto d’ingresso. Perché? Voleva forse entrare in Nigeria da irregolare per provare l’ebrezza della clandestinità in terra africana? La domanda è pertinente , anche perché il motivo ufficiale del suo respingimento (e quello del gruppo di imprenditori del nord che si portava appresso) resta un mistero.

Buhari in abito islam

La Nigeria vuole industrie e posti di lavoro. I nigeriani hanno fame e la soffrono. In settembre il vice presidente Osinbanjo, ha ammesso che 100 milioni di suoi concittadini vivono al di sotto della soglia di povertà e altre decine di milioni sono poveri. Quasi il 90 per cento dei 160 milioni di abitanti si trova nello stato di bisogno. Questo spiega perché i giovani, ma non solo, scappano dal Paese. Non è solo Boko Haram e la paura che suscita ad angosciare la gente. Soprattutto la fame, la mancanza di lavoro e di prospettive giocano un ruolo determinante sulle coscienze e sulla indecente realtà quotidiana della popolazione. Il terrorismo non è il problema principale della Nigeria. Al primo posto della classifica ci sono la corruzione onnipresente, la fame pervasiva, la povertà dilagante.

Ora Buhari è anche il capo del dicastero più importante (in quanto genera, come abbiamo detto qui sopra, il 90 percento delle entrate statali) e prestigioso del Paese. Non avrà quindi alcun alibi né potrà scaricare su altri le responsabilità, qualora il suo piano anti-corruzione dovesse fallire. Naturalmente, se dovesse riuscire nell’impresa, il successo sarà tutto suo e sarà riconosciuto come il padre e salvatore della patria.

buhari con farfallino

La messa in carreggiata della Nigeria dovrebbe comportare anche la riduzione della spinta all’immigrazione.

Il Primo ottobre scorso la Nigeria ha compiuto 55 anni d’indipendenza dalla colonia inglese. Forse le celebrazioni sono state improprie e, in realtà, non c’è nulla da celebrare, se non la perfetta disorganizzazione della cosa pubblica per l’assoluto senso d’irresponsabilità finora tenuto dalla classe dirigente, politica ed economica, del Paese.

Tuttavia, il minimo ottimismo che si può nutrire risiede soltanto nella volontà dell’attuale presidente Buhari di fare una pulizia generale e completa nelle stanze del potere. Proprio per questo non possiamo che unirci al coro anche noi, augurando alla Nigeria: Happy Independence!

Blessing Akele
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Etiopia, si arrende in Sudan, gruppo ribelle finanziato dall’Eritrea

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 29 settembre 2015

Un gruppo ribelle etiopico, tigrino, esattamente, il TPDM, Tigray Peoples’s Democratic Movement, che aveva le sue basi in Eritrea, ha deposto le armi e si è arreso. Mola Asgedom, il leader del movimento, ha raggiunto Hamadit, città sudanese al confine, l’11 settembre scorso, era un venerdì, e, insieme a 683 dei suoi uomini, ha consegnato le armi alle autorità della ex colonia britannica.

Eritrea army3

La stessa mattina, i militanti del TPDM si erano scontrati con soldati eritrei alle porte di Omhajer e, durante la battaglia, sarebbero stati uccisi sette ribelli etiopi.

Per evitare che i combattimenti tra gli uomini di Asgedom e le truppe regolari eritree continuassero, il governo di Khartoum ha evacuato i ribelli a Wad al-Hilu nel Kassala State, mentre i leader di TPDM sono stati trasferiti in un’altra località sudanese.

eritrean-troops

Il TPDM è stato fondato nel 2001, quando Isaias Afeworki ha iniziato ad armare ribelli etiopi. Da allora questa milizia ha sempre sostenuto il dittatore eritreo. Dopo il fallito colpo di Stato del gennaio 2013, sembra che fossero addetti alla sicurezza personale di Isaias. Ad Asmara li riconoscevano perché il tigrino parlato in Etiopia e il tigrigna parlato in Eritrea sono esattamente la stessa lingua ma differiscono per alcune parole come tavolo o forchetta “neologismi” che nel paese rivierasco utilizzano in lingua italiana.

Pochi giorni prima degli scontri, il 7 settembre, quattro gruppi ribelli (tutti finanziati da Asmara e tutti con base in Eritrea) avevano deciso di fondersi in un solo fronte, il United Front for Salvation of Ethiopia: avevano aderito il Tigray People’s Democratic Movement (TPDM), l’Arbegnoch Ginbot 7 for Unity and Democratic Movement (AGUDM, o più semplicemente AG7), l’Afar People’s Liberation Movement (APLM), e l’Amhara Democratic Force Movement (ADFM). Berhanu Nega, leader del AG7, era stato scelto come leader e Mola Asgedom come suo vice. Berhanu Nega vive negli USA, dove insegna economia all’università di Bucknell a Lewisburg, Pennsylvania. Recentemente è stato condannato a morte con l’accusa di terrorismo dal governo di Addis Ababa.

soldati eritrei 2

In un breve comunicato, la televisione di Stato etiopica ha annunciato come una grande vittoria il ritorno a casa dei ribelli, sottolineando che questa operazione era prevista: da un anno l’intelligence di Addis Ababa e Asgedom avevano avviato trattative segrete in merito. E’ stato anche molto apprezzato come il governo sudanese ha saputo proteggere i ribelli, una volta arrivati nel Paese.

In un rapporto dell’ONU si legge: “Il TPDM è considerato il più importante gruppo d’opposizione etiope in Eritrea, e opera nel Paese come gruppo armato d’opposizione e come protettore del regime di Afeworki. Questi militanti sono molto stimati e percepiscono ottimi stipendi, splendide automobili, che non sono nemmeno riservate ai più alti ufficiali eritrei”.

Cornelia I.Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Guinea Equatoriale alle Nazioni Unite, quando l’ipocrisia lascia spazio alla crudeltà

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Speciale per Africa ExPress
Andrea Spinelli Barrile
Roma, 28 settembre 2015

Negli ultimi giorni è andata in scena a New York una pantomima decisamente poco edificante per la comunità internazionale e le sue istituzioni, imbrigliate tra l’ipocrisia dei rapporti diplomatici e la realpolitik dell’ignoranza: Teodorin Nguema Obiang Mangue, secondo vicepresidente della Guinea Equatoriale e ministro della Difesa e della Sicurezza nazionale, ha capitanato il codazzo di delegati della piccola repubblica subsahariana al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, dove si è tenuta l’Assemblea Generale.

Nguema, che per la prima volta in consesso così “alto” ha fatto ufficialmente le veci del padre Teodoro Obiang, si è prodigato in sorrisi smaglianti ai fotografi, strette di mano emblematiche con i paesi amici, Cuba, Gabon e Cina in particolare, ed un discorso decisamente inconcludente e fuori tempo massimo al secondo giorno di lavori dell’Assemblea.

Secondo fonti ufficiali vicine al Dipartimento di Stato americano il capo delegazione Teodorin Nguema è stato accettato di buon grado sia dal governo di Washington che dalle Nazioni Unite in virtù del processo di democratizzazione in atto nel piccolo paese africano: le elezioni del 2016, il prossimo congresso del PDGE in novembre, unico partito nel paese, le promesse del governo di Malabo.

Si è perciò preferito girare il volto dall’altra parte, forse in nome della realpolitik, forse in nome del “Signor Dollaro”, concedendo ad un criminale internazionale (acclarato e pregiudicato) di sedersi nella più importante assemblea di capi di Stato del pianeta. Anzi, c’è di più: nell’elenco degli interventi il titolo con cui viene presentato il giovane rampollo della famiglia Obiang non è quello di vicepresidente ma di Presidente della Repubblica, una promozione inconsapevole (e solo su carta) che ironicamente fa gettare un occhio al futuro. Nguema è infatti l’erede designato per succedere al padre al potere.

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Per questo forse il rampollo di casa Obiang sta muovendo le sue pedine più importanti: Crisantos Obama Ondo, ex-ambasciatore in FAO a Roma, travolto da un presunto complotto da lui denunciato che avrebbe voluto alcuni oppositori tentare di introdurre un malato di ebola nel paese durante la coppa d’Africa, potrebbe presto prendere il posto di Anatonio Ndong Mba, ambasciatore presso le Nazioni Unite, recentemente schiaffeggiato in pubblico da Teodorin durante un incontro diplomatico in Gabon.

Obama Ondo, definito “l’uomo di Nguema in Italia” fino a pochi giorni fa, avrebbe in questo modo garantita una scappatoia diplomatica ad un processo intentatogli in Spagna dalla coalizione di partiti d’opposizione in esilio, la Cored, nel quale risulta già essere contumace.

Nonostante ciò, l’immagine che la Guinea Equatoriale è riuscita a confezionare per il mondo dei media internazionali è, come al solito, quella di un paese progressista in cui la ricchezza viene equamente distribuita, la sanità e l’istruzione garantiti e la democrazia rappresenta il valore assoluto per gli uomini dello Stato.

nguema-obamas 600

Nel suo intervento Teodorin Nguema, che non può mettere piede in Francia, Spagna, Svizzera e Brasile perché verrebbe immediatamente arrestato ma che ha tranquillamente passeggiato per la Quinta strada di New York onorando il suo affamato popolo con un pomeriggio di shopping da centinaia di migliaia di euro (nonostante debba ancora concludersi il patteggiamento faraonico per riciclaggio internazionale, 30 milioni di dollari, con il governo degli Stati Uniti), ha parlato di “pace e prosperità per gli esseri umani” ricordando “l’importanza della pace e della giustizia per tutti” e sottolineando gli obiettivi raggiunti dal suo paese in materia di sviluppo: “la riduzione del 50% della mortalità infantile”, in particolare, è stato uno dei passaggi più crudeli del vicecapo di Stato, che ha omesso completamente la parte più recente di questo “sviluppo”; secondo fonti mediche locali infatti nelle ultime settimane sono decine i bambini neonati morti nelle incubatrici negli ospedali pubblici di Malabo e Bata, ove si sta affrontando una crisi elettrica quasi senza precedenti con blackout che durano anche diverse ore. Lo sviluppo economico e “la riduzione del 50% della povertà”, sostiene Nguema, ha dato nuova linfa all’economia della Guinea Equatoriale, che oggi è tuttavia al collasso per gli eccessi della corruzione, arrivata a un punto tale che lo Stato si è dichiarato insolvente con le imprese straniere.

L’ipocrisia però non è finita qui: mentre Nguema si riposava dopo il suo discorso all’Assemblea Generale a Roma, di fronte l’ambasciata della Guinea Equatoriale, quattro donne si incatenavano per chiedere il rispetto dei diritti del prigioniero e la liberazione di quattro connazionali, Fabio e Filippo Galassi e Fausto e Daniel Candio, tutti romani, dalle soffocanti maglie della giustizia guineana, che accusa Fabio di reati societari e detiene nelle sue carceri, a cascata, tutti gli altri senza motivazioni concrete.

La Guinea Equatoriale ha inoltre fatto sapere di aver donato 100mila dollari per la Ark of Return, il monumento alle vittime africane della schiavitù inaugurato pochi mesi fa proprio di fronte al Palazzo di Vetro: un monumento che è stato finanziato anche dagli schiavisti di oggi, tra cui un regime crudele di Malabo che affama e letteralmente schiavizza uomini e donne di tutte le età e nazionalità. Forse questa è l’ipocrisia più grande, nel mondo dei gesti simbolici e delle cerimonie ufficiali.

Andrea Spinelli Barrile
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Terminata in Mozambico bonifica dalle mine I ratti protagonisti dello sminamento

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 Ratto gigante del Gambia in un campo minato
Landmine Rat (Ratto gigante del Gambia) al lavoro  in un campo minato

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 1 ottobre 2015

Dal 2000, tra bombe a grappolo, mine antipersona e anticarro disseminate in tutto il Mozambico, ne sono state eliminate oltre 214mila di cui 170mila dal 2008. Il governo di Maputo, attraverso il ministro degli Esteri e della Cooperazione, Oldemiro Baloi, ha annunciato ufficialmente che la bonifica dalle mine è terminata.

Un’operazione durata oltre 21 anni, con il contributo di vari organismi internazionali dalla United Nations Mine Action Service (UNMAS)  a Handicap International, Halo Trust e la ong belga Apopo. Personale specializzato, cani addestrati e ratti. Sì proprio questi roditori, con un sofisticato olfatto sono tra i protagonisti dello sminamento di vasti territori del Mozambico.

Il nome scientifico del topo è “cricetomys gambianus, ratto gigante del Gambia, che con i suoi 35 cm di lunghezza (e altrettanti di coda) è il più grosso roditore e, con il suo sensibilissimo olfatto, è anche il più prezioso. Apopo, per lo sminamento di 240 kmq di territorio ne ha utilizzati 40 con ottimi risultati.

HeroRAT viene premiato dopo il ritrovamento di una mina
HeroRAT viene premiato dopo il ritrovamento di una mina

Sono stati chiamati HeroRATs (ratti eroi) e grazie al loro peso (1,3kg), possono avvicinarsi alle mine senza farle esplodere come può succedere ai cani. Per questa ragione sono sono stati efficacissimi nello sminamento. Inoltre hanno il vantaggio essere facilmente addestrati, sono facili da trasportare e sono degli instancabili lavoratori che pretendono solo banane e noccioline.

La loro preparazione al rilevamento del TNT che compone le terribili e vigliacche mine antipersona è anche molto più conveniente dell’addestramento dei cani: 7.300 USD per 9 mesi di training invece dei 25.000 USD. Inoltre, sono anche utilizzati per rilevare da un campione di saliva umana, attraverso il loro sofisticato olfatto, il bacillo di Koch (Mycobacterium tuberculosis) batterio della tubercolosi nell’uomo.

Dal 1975, anno dell’indipendenza della colonia africana dal Portogallo, fino al 1992, anno della firma della pace tra il partito al governo Frelimo (Frente del libertaçao de Moçambique) e la guerriglia antigovernativa Renamo (Resintencia national moçambicana), ci sono stati un milione di morti. Dal 1992 ad oggi le vittime delle mine, soprattutto bambini e donne che lavoravano nei campi, sono state tra 10 e 12 mila. Oltre a migliaia di mutilati.

Uno sminatore (Courtesy Halo Trust)
Uno sminatore (Courtesy Halo Trust)

Il programma di sminamento, al quale hanno partecipato anche partner internazionali, è costato 220 milioni di dollari. Eppure stime delle Nazioni Unite parlano di circa 2 milioni di mine di ogni tipo disseminate nel Paese africano. Rispetto alle 214mila trovate, all’appello ne mancano parecchie.

Sandro Pintus
Sandro.P@catpress.com
twitter: @sand_pin

Foto:
LandmineRat” di GooutsideOpera propria. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons
– “HeroRAT” by From one to anotherOwn work. Licensed under CC BY-SA 3.0 via Commons

Guinea Equatoriale alle Nazioni Unite, quando l’ipocrisia lascia spazio alla crudeltà

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Speciale per Africa ExPress
Andrea Spinelli Barrile
Roma, 28 settembre 2015

Negli ultimi giorni è andata in scena a New York una pantomima decisamente poco edificante per la comunità internazionale e le sue istituzioni, imbrigliate tra l’ipocrisia dei rapporti diplomatici e la realpolitik dell’ignoranza: Teodorin Nguema Obiang Mangue, secondo vicepresidente della Guinea Equatoriale e ministro della Difesa e della Sicurezza nazionale, ha capitanato il codazzo di delegati della piccola repubblica subsahariana al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, dove si è tenuta l’Assemblea Generale.

Nguema, che per la prima volta in consesso così “alto” ha fatto ufficialmente le veci del padre Teodoro Obiang, si è prodigato in sorrisi smaglianti ai fotografi, strette di mano emblematiche con i paesi amici, Cuba, Gabon e Cina in particolare, ed un discorso decisamente inconcludente e fuori tempo massimo al secondo giorno di lavori dell’Assemblea.

Secondo fonti ufficiali vicine al Dipartimento di Stato americano il capo delegazione Teodorin Nguema è stato accettato di buon grado sia dal governo di Washington che dalle Nazioni Unite in virtù del processo di democratizzazione in atto nel piccolo paese africano: le elezioni del 2016, il prossimo congresso del PDGE in novembre, unico partito nel paese, le promesse del governo di Malabo.

Si è perciò preferito girare il volto dall’altra parte, forse in nome della realpolitik, forse in nome del “Signor Dollaro”, concedendo ad un criminale internazionale (acclarato e pregiudicato) di sedersi nella più importante assemblea di capi di Stato del pianeta. Anzi, c’è di più: nell’elenco degli interventi il titolo con cui viene presentato il giovane rampollo della famiglia Obiang non è quello di vicepresidente ma di Presidente della Repubblica, una promozione inconsapevole (e solo su carta) che ironicamente fa gettare un occhio al futuro. Nguema è infatti l’erede designato per succedere al padre al potere.

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Per questo forse il rampollo di casa Obiang sta muovendo le sue pedine più importanti: Crisantos Obama Ondo, ex-ambasciatore in FAO a Roma, travolto da un presunto complotto da lui denunciato che avrebbe voluto alcuni oppositori tentare di introdurre un malato di ebola nel paese durante la coppa d’Africa, potrebbe presto prendere il posto di Anatonio Ndong Mba, ambasciatore presso le Nazioni Unite, recentemente schiaffeggiato in pubblico da Teodorin durante un incontro diplomatico in Gabon.

Obama Ondo, definito “l’uomo di Nguema in Italia” fino a pochi giorni fa, avrebbe in questo modo garantita una scappatoia diplomatica ad un processo intentatogli in Spagna dalla coalizione di partiti d’opposizione in esilio, la Cored, nel quale risulta già essere contumace.

Nonostante ciò, l’immagine che la Guinea Equatoriale è riuscita a confezionare per il mondo dei media internazionali è, come al solito, quella di un paese progressista in cui la ricchezza viene equamente distribuita, la sanità e l’istruzione garantiti e la democrazia rappresenta il valore assoluto per gli uomini dello Stato.

Nel suo intervento Teodorin Nguema, che non può mettere piede in Francia, Spagna, Svizzera e Brasile perché verrebbe immediatamente arrestato ma che ha tranquillamente passeggiato per la Quinta strada di New York onorando il suo affamato popolo con un pomeriggio di shopping da centinaia di migliaia di euro (nonostante debba ancora concludersi il patteggiamento faraonico per riciclaggio internazionale, 30 milioni di dollari, con il governo degli Stati Uniti), ha parlato di “pace e prosperità per gli esseri umani” ricordando “l’importanza della pace e della giustizia per tutti” e sottolineando gli obiettivi raggiunti dal suo paese in materia di sviluppo: “la riduzione del 50% della mortalità infantile”, in particolare, è stato uno dei passaggi più crudeli del vicecapo di Stato, che ha omesso completamente la parte più recente di questo “sviluppo”; secondo fonti mediche locali infatti nelle ultime settimane sono decine i bambini neonati morti nelle incubatrici negli ospedali pubblici di Malabo e Bata, ove si sta affrontando una crisi elettrica quasi senza precedenti con blackout che durano anche diverse ore. Lo sviluppo economico e “la riduzione del 50% della povertà”, sostiene Nguema, ha dato nuova linfa all’economia della Guinea Equatoriale, che oggi è tuttavia al collasso per gli eccessi della corruzione, arrivata a un punto tale che lo Stato si è dichiarato insolvente con le imprese straniere.

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L’ipocrisia però non è finita qui: mentre Nguema si riposava dopo il suo discorso all’Assemblea Generale a Roma, di fronte l’ambasciata della Guinea Equatoriale, quattro donne si incatenavano per chiedere il rispetto dei diritti del prigioniero e la liberazione di quattro connazionali, Fabio e Filippo Galassi e Fausto e Daniel Candio, tutti romani, dalle soffocanti maglie della giustizia guineana, che accusa Fabio di reati societari e detiene nelle sue carceri, a cascata, tutti gli altri senza motivazioni concrete.

La Guinea Equatoriale ha inoltre fatto sapere di aver donato 100mila dollari per la Ark of Return, il monumento alle vittime africane della schiavitù inaugurato pochi mesi fa proprio di fronte al Palazzo di Vetro: un monumento che è stato finanziato anche dagli schiavisti di oggi, tra cui un regime crudele di Malabo che affama e letteralmente schiavizza uomini e donne di tutte le età e nazionalità. Forse questa è l’ipocrisia più grande, nel mondo dei gesti simbolici e delle cerimonie ufficiali.

Andrea Spinelli Barrile
spinellibarrile@gmail.com
Skype: djthorandre
twitter @spinellibarrile

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EDITORIALE

Africa Express non è uscito per quasi una settimana. Il sito non è stato più accessibile su nessun tipo di browser. Problemi tecnici o attacchi dolosi? Non è chiaro. E’ stata sporta una denuncia alle autorità competenti che stanno svolgendo indagini i cui esiti vi comunicheremo prontamente.

Una prima ipotesi è stata quella di un attacco  dei sostenitori della dittatura fascista al potere n Eritrea: siamo stati spesso minacciati e insultati dai pretoriani del regime. Nelle nostre caselle di posta abbiamo conservato i loro messaggi che traboccano di improperi.

Africa-press 600

Grazie a quanti ci hanno scritto in questi giorni e mostrato la loro solidarietà. Ringraziamo  anche quel gentile lettore che ha messo in dubbio le minacce che abbiamo ricevuto e chiede di rivelare le fonti relative: che sono depositate presso la Procura della Repubblica, sotto segreto istruttorio.  Il compito di Africa ExPress è informare i nostri lettori con la maggior cura possibile e con l’onestà intellettuale che ci contraddistingue, cercando di tenere a bada i provocatori.

Freedom af the press 600

Tra qualche ora, a mezzanotte, ricominceremo a pubblicare i nostri articoli. Iniziamo con un gustoso pezzo di Andrea Spinelli Barrile, sul rampollo di casa Obiang, Teodorino, che ha rappresentato la Guinea Equatoriale all’ONU e mostrato così al mondo l’ipocrisia e il cinismo dei grandi leader. Cornelia Toelgyes propone poi uno stuzzicante articolo: ci racconta di un gruppo di ribelli etiopici che operava dall’Eritrea, che si è arreso. Sandro Pintus ci regala una curiosità militar-scientifica e parla dei protagonisti dello sminamento in Mozambico: i ratti. Infine Barbara Ciolli spiega con la solita chiarezza quello che sta accadendo nella complicata e forse impossibile da sbrogliare matassa libica.

Grazie ancora a tutti (e in particolare al nostro webmaster Mauricio Montoya)

La redazione di Africa ExPress