Il governo etiopico ha comunicato che diciannove dei cento bambini rapiti lo scorso mese sono stati rilasciati da un gruppo armato sud sudanese che li aveva tenuti in ostaggio. I negoziati per il rilascio degli altri piccoli sono tutt’ora in corso.
Getachew Reda, portavoce del governo di Addis Abeba, ha sottolineato che i bambini sono stati consegnati grazie alla mediazione delle autorità sud sudanesi. “Siamo fiduciosi” – ha aggiunto Reda – che anche gli altri piccoli saranno riportati sani e salvi, senza dover ricorrere alle armi. Siamo comunque pronti ad intervenire anche militarmente, se dovesse essere necessario”.
Le piccole vittime sono state portate a Gambella, città nell’ovest dell’Etiopia, al confine con il Sud Sudan,, lunedì.
Reda non ha voluto precisare se o quanti militari della nostra ex-colonia si trovano attualmente nel Sud Sudan, dilaniato da una crudele guerra civile, iniziata nel dicembre 2013. Attualmente proprio nella Regione di Gambella ci sono 272.000 profughi sud sudanesi. Ma il governo etiopico non crede che ci sia alcuna relazione tra il raid da parte di componenti della comunità dei Murle e la presenza dei profughi sul territorio di Gambella.
Speciale per Africa Express Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 9 maggio 2016
Una piattaforma petrolifera off shore della Chevron, è stata attaccata e messa fuori uso da un’attacco di ribelli in Nigeria, al largo del delta del fiume Niger. Danneggiate gravemente anche alcune condotte che portano il greggio e il gas ai terminali petroliferi.
L’assalto è stato rivendicato dai militanti del “Niger Delta Avengers”, un gruppo di recente formazione. La Chevron ha dovuto chiudere l’impianto di Okan. L’azienda americana ha fatto sapere in un comunicato: “Attualmente stiamo valutando la situazione. Sta di fatto che si sta perdendo la produzione di 35.000 barili al giorno”.
Il gruppo ha iniziato una campagna contro il governo di Buhari. Secondo il quotidiano nigeriano “The Herald” i ribelli avrebbero stilato una lista di richieste, indirizzate al presidente della ex-colonia britannica. Alcune fonti hanno rivelato che i militanti sarebbero pronti a far crollare l’economia del gigante dell’Africa, qualora le loro richieste non venissero accolte. Per ora non è stato possibile controllare l’autenticità di queste dichiarazioni.
Un gruppo di ribelli nel delta del Niger
L’emergente gruppo ribelle del Delta del Niger ha rilasciato un comunicato nel quale avvisa le compagnie petrolifere internazionali che operano in Nigeria: “L’esercito nigeriano non è in grado di proteggere gli impianti. Rivolgetevi al presidente, chiedetegli di prendere in considerazione le nostre richieste. Siamo pronti a colpire nuovamente le vostre piattaforme, le condotte di greggio e di gas”.
Secondo i quotidiani locali i militanti del “Niger Delta Avengers” hanno minacciato di colpire installazioni di petrolio a Lagos e di portare attacchi anche nella capitale Abuja.
Il presidente della Nigeria Muhammadu Bhuhari
Government Ekpemupolo, ex-comandante del Movement for the Emancipation of the Niger Delta, (MEND), uno tra gli uomini più ricercati in Nigeria, in una lettera indirizzata al presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari, ha fatto sapere che non ha nulla a che vedere con il nuovo gruppo “Niger Delta Avengers”.
Secondo i quotidiani nigeriani il presidente ha dichiarato guerra ai militanti del gruppo ribelle e ha dato istruzioni speciali ai militari, in particolare al capo di stato maggiore della marina, Ibok-Ete Ekwe Ibas .
Il capo delle forze della difesa keniote, Samson Mwathethe, ha incontrato in questi giorni al Cairo Mohamed el Assar, ministro della produzione militare e Mahmoud Hegazy, capo di stato maggiore.
Mwathethe e i Hegazy hanno affrontato diverse tematiche, in particolare si è discusso di una maggiore cooperazione militare tra Kenya ed Egitto.
Durante la sua visita in Egitto Mwathethe si è anche recato nello stabilimento “Factory 200”, una delle fabbriche militari all’avanguardia in Egitto. I due militari hanno anche discusso anche di un’eventuale co-produzione di armi.
Assar ha sottolineato l’importanza di una stretta collaborazione militare tra i due Paesi per combattere il terrorismo.
Speciale per Africa Express Cornelia I. Toelgyes
Quartu sant’Elena, 6 maggio 2016
Sono quasi cinquanta i minori dimenticati da tutti, che marciscono da anni nel carcere minorile Random Home, nel quartiere di Kingtom di Freetown, la capitale della Sierra Leone, senza assistenza legale, senza poter ricevere visite. Sono in attesa di un processo che forse non arriverà mai, con la costante paura di essere trasferiti nel penitenziario per adulti, una volta diventati maggiorenni.
Anche se il Paese ha firmato svariati trattati internazionali per la protezione di minori, i ragazzi accusati di aver commesso un crimine in Sierra Leone, non hanno diritto ad un processo con il risultato che sono considerati colpevoli, finchè non viene provata la loro innocenza.
Secondo Mariatu Bangura, vice-direttore dei servizi sociali presso il Ministero del Welfare, il vero problema sono le forze dell’ordine, che dovrebbero fungere da filtro, perché un adolescente al di sotto dei quattordici anni è considerato non responsabile penalmente. Bangura ha specificato: “Spesso sono violenti con i ragazzi, li accusano di dichiarare dati anagrafici falsi. Il carcere minorile Remand Home è sovraffollato, perché la polizia non svolge il proprio dovere, malgrado avessimo dato loro delle linee guida da seguire. Non le leggono nemmeno”.
Il personale del carcere minorile ha riferito che attualmente ci sono anche due bambini di otto e dieci anni. Il poliziotto che li ha arrestati per una piccola rissa, li ha malmenati, perché non sapevano la loro età. Sul rapporto l’agente li ha indicati come due quattordicenni.
Gli uffici della prigione
Quattro giovanissimi sono addirittura stati portati nel penitenziario per adulti perché anche in questo caso le forze dell’ordine hanno inserito dati errati nella relazione. Difficile dimostrare l’età quando non si possono produrre certificati di nascita, quando non c’è un familiare che possa confermare le deposizioni rilasciate da questi sfortunati ragazzi.
Francis racconta che ha passato un periodo terribile in quella casa circondariale, finche la ONG italiana “Don Bosco” non l’ha scoperto e lo ha fatto trasferire nel carcere minorile. “Dovevo dormire per terra, non c’era spazio per muovermi. Non avevo vestiti all’infuori dei calzoncini che indossavo e poi i vecchi prigionieri mi molestavano in continuazione” , ha precisato il ragazzo.
La ONG Don Bosco ha fatto assistere Francis da un legale per poter aprire il processo,ciò nonostante l’udienza è stata rinviata per ben sei volte: una volta perché il camioncino per portarlo al tribunale dei minori si è rotto, un’altra volta per malattia dell’avvocato e così via. Recentemente il giudice ha chiesto un nuovo rinvio di sei mesi: in assenza di un certificato di nascita è impossibile stabilire se Francis era minorenne al momento del suo arresto. Se non sarà prodotto, dovrà essere giudicato da un tribunale ordinario.
Attualmente il Randome Home ospita quarantanove giovani. Quaranta di loro non sono mai stati incriminati formalmente. Gli altri sono arrivati poco fa. I più resteranno lì per un tempo indeterminato, nell’attesa di un processo o del pagamento di una cauzione che non arriveranno mai.
Inutile precisare che nel carcere minorile non ci sono bambini, giovani della classi agiate. Gli “ospiti” di questa prigione sono tutti figli di un dio minore, spesso orfani di uno o entrambi i genitori, uccisi durante la guerra civile, terminata solo nel 2002, bambini senzatetto, abbandonati a se stessi.
Ian Leigh, funzionario logistico per Defence for Children International’s in Sierra Leone ha precisato che la velocità del sistema giudiziario dipende dal contesto sociale dal quale provengono i bambini. Leigh ha aggiunto: “Qui troviamo minori vulnerabili già prima dell’arresto. Spesso non hanno nemmeno commesso reati, sono stati semplicemente stati presi perché erano in strada da soli o per piccoli furti perché avevano fame. Marciscono qui dentro per anni, perché nessuno si occupa di loro, perché non hanno i soldi per potersi permettere un avvocato”.
Qui i bambini non possono continuare l’iter scolastico. Non hanno nulla da fare tutto il giorno. Restano confinati nelle loro celle per sedici ore al giorno, non possono mai lasciare il caseggiato. Solo una decina, i più educati, possono uscire per due ore il sabato per fare due tiri a pallone. Un mondo atroce per questi bambini, che non possono nemmeno usufruire dei bagni. Per le loro necessità personali devono usare dei sacchetti di plastica che vengono ritirati solo il giorno dopo dal personale .
Situazioni simili si trovano un po’ ovunque in Africa.La ONG Human Rights Watch ha denunciato lo scorso aprile la presenza di ventinove bambini nel carcere militare di Angenga, situato nel nord-ovestCongo Kinshasa. Secondo HRW sono stati arrestati tra febbraio e giugno del 2015. La ONG afferma che i bambini fanno parte di un gruppo di 262 persone di nazionalità ruandese, congolese e burundese, accusati di appartenere ad un movimento ribelle ruandese hutu delle forze democratiche per la liberazione del Ruanda. Naturalmente il governa nega e fa sapere tramite il suo portavoce Lambert Mende che si tratta semplicemente di un centro di smistamento. Infanzie rubate. L’unica colpa di questi bambini è quella di essere nati, cresciuti in un contesto sociale debole e fragile, spesso soli, senza una famiglia.
International Organization for Migration South Sudan, May 5th 2016
In December of 2013, violent clashes erupted across South Sudan, displacing nearly 2.4 million people. Fearing for their lives, thousands of civilians sought refuge at UN bases throughout the country. The protection of civilian (PoC) areas within the bases were not adequate to accommodate the tens of thousands of internally displaced persons (IDPs) that arrived, and the UN and humanitarian actors struggled to provide protection, food, shelter, medical and other assistance required at these sites. As many as 200,000 IDPs continue to seek shelter in these UN PoC sites as they flee the vicious civil war.
Today, an independent report, “If We Leave We Are Killed: Lessons Learned from South Sudan Protection of Civilian Sites 2013–2016,” was launched in Juba to take stock of the PoC response to date and offer guidance for future action. The report, authored by Michael J. Arensen, was commissioned by IOM and the Swiss Agency for Development and Cooperation.
The launch event included a panel discussion with key stakeholders, including the author, representatives from the UN peacekeeping mission, humanitarian organizations and Special Rapporteur on the Human Rights of IDPs Dr. Chaloka Beyani.
“The PoC sites in South Sudan are unprecedented and illustrate the best example of a UN Mission and humanitarian actors working together to save lives. Now, we must evaluate our response with the aim of improving it for the future,” said David Derthick, IOM South Sudan Chief of Mission.
Conditions for IDPs within the PoC sites can be crowded and harsh, but the sites represent one of the only sources of safety for civilians as they continue to bear the brunt of the conflict. Despite cautious optimism as implementation of the peace agreement moves forward, key stakeholders recognise that PoC sites are likely to remain necessary in the years to come.
As one IDP, Apon, interviewed for the report told the author, South Sudanese are often faced with the difficult decision of living in crowded PoC sites or facing the threat of violence outside of the sites: “The PoC is hot, but it is better than death—if we leave we will be killed.”
Testimoni oculari hanno riferito che lunedì mattina truppe etiopiche, pesantemente armate, sarebbero penetrate nel Sud Sudan con venti carri armati e mezzi corazzati da trasporto, alla ricerca dei bambini sequestrati il mese scorso nella Regione di Gambella in Etiopia (http://www.africa-express.info/2016/04/22/etiopia-sud-sudan/).
I militari della nostra ex-colonia hanno perlustrato la città di Pochalla, dove hanno anche passato la notte. Ieri mattina si sono diretti verso Pibor. I testimoni hanno precisato che martedì all’alba hanno visto degli aerei da combattimento provenienti da Gambella e diretti verso Pibor; dopo aver fatto alcuni giri di ricognizione, sperando di intravvedere i bimbi sequestrati, sono tornati in Etiopia.
Il coordinatore del Boma State a Juba, Gabriel Amokori, ha specificato di essere stato informato della presenza di truppe etiopiche a Jebel Raat, Akobo e Pochalla e altre aree.
Secondo il ministro dell’informazione de Boma State, Julius James Otong, grazie alla collaborazione delle autorità locali, trentadue bambini sono già stati ritrovati nella Contea di Likuangole, mettendo sotto sopra ogni villaggio. E ha aggiunto: “Li consegneremo all’ONU, affinchè possano essere ricondotti a casa sani e salvi. Nel frattempo la ricerca degli altri piccoli è in atto”.
Speciale per Africa ExPress Massimo A. Alberizzi
3 maggio 2016
La polizia keniota ha annunciato di avere individuato e sgominato un gruppo di terroristi islamici che intendevano attaccare Nairobi con armi biologiche, in particolare con carbonchio, il terribile batterio che inalato attacca le vie respiratorie e porta alla morte. Sono stati arrestati un uomo, la moglie e un’altra donna. Gli inquirenti non hanno aggiunto molti dettagli, se non il fatto che i tre erano parte di un network con diramazioni in Somalia, Libia e Siria.
L’uomo, Mohammed Abdi Ali, uno stagista in medicina al Kenyatta Hospital di Nairobi, era il capo del terzetto che stava pianificando un attentato colossale sullo stile di quello perpetrato al centro commerciale Westgate, che nel settembre 2013 causò la morte di 67 persone (secondo le stime ufficiali). Sua moglie, Nuseiba Mohammed Haji, e l’amica di questa, Fatuma Mohammed Hashi, sono state arrestate in Uganda mentre altri due complici, anche loro stagisti ospedalieri, Ahmed Hish e Farah Dagane, sono in fuga e sono ricercati dalla polizia.
Sulla loro testa è stata posta la taglia di 2 milioni di sterline (20 mila euro). La foto segnaletica è stata distribuitas in giro per tutto il Kenya. Assieme alla raccomandazione di fornire tutte le informazioni possibili e i movimenti sospetti.
Gli arrestati: da sinistra: Mohammed Abdi Ali, Nuseiba Mohammed Haji and Fatuma Mohammed Hashi
Sempre la polizia ha spiegato ai giornalisti che il gruppo era impegnato in attività di proselitismo e reclutamento di studenti kenioti per convincerli a raggiungere i gruppi terroristi in Libia e Siria. Il network creato da Mohammed Abdi Ali comprendeva anche esperti in medicina che dovevano aiutare a organizzare l’attacco biologico con batteri del carbonchio.
Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus Firenze, 2 maggio 2016
Il più grande falò di avorio della storia, il 30 aprile, per dare l’esempio contro la strage di elefanti e di rinoceronti e mette in pericolo le fragili economie di quei Paesi del continente africano che vivono dal turismo ecosostenibile.
Falò di avorio in Kenya (foto, courtesy IFAW)
Con una cerimonia solenne, nel Parco nazionale di Nairobi, in Kenya, sono state bruciate 105 tonnellate di zanne di elefante, 13,5 quintali di corno di rinoceronte e avorio lavorato.
Montagne di avorio confiscato ai trafficanti, accatastato ordinatamente in 11 roghi, accesi dal presidente keniota Uhuru Kenyatta che continua la guerra per contrastare il bracconaggio e il traffico illegale di avorio. Erano le zanne di quasi 7.000 elefanti che sul mercato hanno un valore di 170 milioni di dollari Usa.
Ogni anno in Africa, secondo fonti dell’ong Burn the Ivory, sono 35mila gli elefanti sterminati, numeri che vedrebbero estinto, l’elefante africano entro 10 anni.
Il presidente keniota ha dichiarato, alla conferenza stampa nel Parco nazionale di Nairobi, : “Esistono prove evidenti che il bracconaggio è sostenuto da organizzazioni criminali internazionali. Un sistema che alimenta la corruzione e ostacola il percorso del nostro Paese verso uno sviluppo sociale ed economico sostenibile.”
Campagna contro il bracconaggio dell’International Fund for Animal Welfare (courtesy IFAW)
Kenyatta, al Giant’s Club Summit, il Forum dei leaders che combattono il bracconaggio degli elefanti in Africa, qualche giorno fa ha affermato che sarà possibile vincere la lotta contro il bracconaggio e la vendita illegale di avorio sono attraverso alleanze e maggiore cooperazione tra Stati africani che ospitano elefanti.
Tra il 2002 e il 2011,Save the Elephants ha stimato che la popolazione di elefanti del mondo sia stata ridotta del 62 per cento e che tra il 2010 e il 2012, siano stati uccisi 100mila elefanti.
Mercato dell’avorio (fonte IFAW)
La domanda maggiore di avorio, da fonti IFAW-International Fund for Animal Welfare, viene dall’estremo oriente. La Cina copre il 54% del mercato e tra il 2010 e il 2014, il prezzo dell’avorio grezzo è triplicato arrivando a 2.100 dollari Usa al kilo (vedi: L’avorio distrutto e quei cento mila elefanti uccisi in due anni).
Boko Haram e Al-Shabaat, secondo New Scientist, sono tra i responsabili del bracconaggio di elefanti. Il gruppo jiadista nigeriano colpisce gli elefanti del Camerun e i somali di Al-Shabaat fanno bracconaggio in Kenya. I fondi della vendita di avorio vengono utilizzati per finanziare le loro azioni di terrore.
Orfanotrofio degli elefanti a Nairobi
A Nairobi esiste l’Orphan’s Project, conosciuto come Orfanotrofio degli elefanti. É un progetto del David Sheldrick Wildlife Trust , che ospita una trentina di elefantini, si occupa di riabilitazione dei cuccioli scampati all’uccisione del gruppo familiare per prenderne le zanne o infortunati e lasciati dal gruppo che non poteva salvarli.
Speciale per Africa Express Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 30 aprile 2016
Secondo l’ultimo rapporto della ONG britannica Action on Armed Violence (AOAV) i Boko Haram avrebbero aumentato i loro attacchi del 190 per cento nel 2015 rispetto all’anno precedente. Lo scorso anno i militanti del gruppo terroristico avrebbe effettuato ottantaquattro assalti, causando così la morte di 3.084 persone, delle quali il novantasei per cento erano civili; ciò significa l’uccisione di trentacinque persone in media per ogni aggressione.
Dal 2009 ad oggi hanno perso la vita oltre ventimila persone e quasi duemilioni hanno dovuto lasciare le loro case.
Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria, ha ordinato alle forze dell’ordine di prendere severi provvedimenti contro i predoni di bestiame, pastori semi-nomadi Fulani (di religione musulmana), accusati di aver ammazzato centinaia di persone quest’anno. Buhari ha chiesto ai militari e ai poliziotti di inseguire il gruppo che ha seminato morte ovunque nella ex-colonia britannica; oltre ai sanguinari terroristi Boko Haram, anche i pastori Fulani sembrano essere diventati un serio problema per la sicurezza pubblica.
Secondo il Vanguard, quotidiano nigeriano, all’inizio della settimana un gruppo di cinquecento fulani, armati di fucili, ha bruciato una chiesa e undici abitazioni nello Stato di Enugu. Quaranta persone sarebbero state uccise.
I fulani sono di origini antiche. Si ipotizza che siano i discendenti di una popolazione preistorica del Sahara, immigrata in seguito nell’attuale Senegal, per poi spostarsi verso l’anno 1000 d.C. lungo le rive del fiume Niger, alla ricerca di nuovi pascoli per le loro mandrie. A loro si deve la diffusione della religione islamica nell’Africa occidentale. Vivono in un territorio che va dalle coste dell’Oceano Atlantico a quelle del Mar Rosso.
Loro stessi si chiamano con il nome “fulbe” (singolare pullo, infatti in francese sono conosciuti come poel), vocabolo che deriva dalla lingua fufulde che significa “nuovo”.
Nel passato i fulani e gli agricoltori vivevano in armonia. I primi, grazie alle loro mandrie, fertilizzavano i campi dei secondi e offrivano latte e carne. In cambio ricevevano grano e altri prodotti agricoli. Con il passare degli anni questa pacifica convivenza è venuta meno. Anzi, si è trasformata in guerra e questo anche a causa dei cambiamenti climatici, sviluppo e incremento delle aree coltivabili da una parte e l’aumento delle mandrie dall’altra.
Questo conflitto d’interessi ha portato a scontri importanti un po’ ovunque, non solo in Nigeria, ma anche in tutto il Sahel, con la differenza sostanziale che in nel colosso africano gli agricoltori sono per lo più di religione cristiana, mentre i fulani sono musulmani.
Lo scorso mese di febbraio sono state ucciso oltre trecento persone dai pastori semi-nomadi e decine di migliaia sono dovute scappare dalle loro case, dai loro villaggi nello Stato centrale del Benue.
Secondo il global terrorism index 2015, milleduecento persone sarebbero stata ammazzate da diversi gruppi di fulani nel 2014 e in effetti i pastori nomadi fulani potrebbero diventare un problema ben più serio dei Boko Haram in Nigeria.
Pochi giorni fa il ministro francese della difesa, Jean-Yves Le Drian e Buhari hanno siglato un accordo sulla cooperazione militare ad Abuja, in particolare per contrastare i sanguinari Boko Haram. Il ministro della difesa nigeriano, Mansour Dan Ali, si è dichiarato soddisfatto di questa collaborazione contro la lotta al terrorismo, iniziata nel dicembre 2014 a Parigi.
Nello specifico, la Francia fornisce da tempo alla ex-colonia britannica immagini satellitari e altre riprese fatte dai caccia Rafale, basati in Ciad, che sorvolano quotidianamente la zona del Lago Ciad, dove i militanti di Shekau hanno campi di addestramento. I militari nigeriani vengono anche istruiti dai loro colleghi francesi nell’interpretazione delle immagini . La Francia ha ancora una grande influenza presso Paesi francofoni con i quali la Nigeria intende stringere ulteriori alleanze nella lotta contro i Boko Haram.
I Paesi della regione devono assolutamente rafforzare la cooperazione militare tra loro ancora insufficiente, malgrado la forza multinazionale mista che comprende ottomila uomini, se vogliono sconfiggere i terroristi.
L’accordo nigeriano-francese prevede anche la consultazione del governo transalpino per l’acquisto di equipaggiamento militare come droni e blindati leggeri .
Speciale per Africa Express Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 28 aprile 2016
Il sanguinario Teodoro Obiang Nguema è stato rieletto presidente della Guinea Equatoriale con il 93,7 per cento. Obiang si è impossessato del potere nel 1979 con un violento colpo di Stato.
Le elezioni si sono svolte lo scorso 24 aprile; l’affluenza alle urne, secondo l’ufficio del Ministero dell’Informazione della ex-colonia spagnola, è stato del 92,9 percento e si sarebbero svolte in modo sereno, senza incidenti. Non così per l’opposizione: sostiene che ad almeno duecento dei suoi membri è stato vietato di esprimere la propria preferenza alle urne.
Avelino Mocache Benga, candidato dell’opposizione, si è aggiudicato appena 1,5 per cento dei voti.
La Guinea Equatoriale registra il PIL pro capite più elevato del Continente, grazie ai ricchi giacimenti di petroli e gas, eppure secondo il rapporto “Human Development Inde” del 2014, è in fondo alla lista: 144esimo su un totale di 187 Stati.
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