Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 22 maggio 2016
Una fabbrica di armi nata dalla collaborazione tra Arabia Saudita, Sudafrica e Germania è stata aperta nel regno wahabita. A fine marzo Jacob Zuma, presidente del Sudafrica, accompagnato da alcuni suoi ministri, è volato per una visita di Stato in Arabia Saudita. Durante la sua breve permanenza nella penisola, Zuma il 27 marzo, assieme al vice principe ereditario, nonché ministro della Difesa,
Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman bin Abdelaziz con il presidenta sudafricano Jacob Zuma
, ha inaugurato il nuovo complesso industriale che produrrà armi, proiettili d’artiglieria e bombe aeree.
Il nuovo stabilimento è stato realizzato grazie alla collaborazione tra la Saudi Military Industries Corp. (SAMIC) e la società Rheinmetall Denel Munition (RDM). Quest’ultima, che ha sede in Sudafrica, è controllata dalla Rheinmetall AG di Dusseldorf, la maggiore industria per armamenti tedesca, con filiali un po’ ovunque nel mondo. In Sudafrica la Rheinmetall AG è associata con la Denel (Pty) Ltd. South Africa, società controllata dallo Stato, che possiede il 49 per cento delle quote azionarie della Rheinmetall Denel Munition, mentre la Rheinmetall AG il 51 per cento.
Mohamed Al-Mady, capo della SAMIC ha confermato che lo stabilimento, situato nel complesso industriale militare Al-Kharj, a sud di Riyad, la capitale saudita, è stato realizzato grazie all’aiuto della RDM.
L’opinione pubblica sudafricana non ha gradito questa joint-venture con l’Arabia Saudita, fatto reso pubblico solo dopo insistenze da parte dell’opposizione. Infine, in un comunicato del 16 aprile 2016, il portavoce del governo, Bongani Majola, ha confermato la partecipazione alla realizzazione della fabbrica in questione.
Negli ultimi mesi la Rheinmetall ha fatto parlare di se per le bombe utilizzate nello Yemen. Questi micidiali ordigni dal peso di 870 chilogrammi di peso, del quale 250 chilogrammi di esplosivo, vengono fabbricati in Sardegna, a Domusnovas, dove ha sede lo stabilimento della RWM Italia S.p.a. dal 2010, di cui òa Rheinmetall è azionista. Armi letali made in Sardinia, che partono dall’aeroporto di Elmas verso l’Arabia Saudita, alla guida della coalizione nello Yemen, dove si contano migliaia di vittime tra i civili. Finora sono partiti 4960 ordigni dallo stabilimento sardo alla volta di Riyad.
L’interno dello stabilimento saudita
Fonti di intelligence da tempo hanno segnalato che i sauditi nella guerra in Yemen sono impegnati al fianco di Al Qaeda (sunniti entrambi) cui forniscono armi per combattere gli huti (sciiti). Il rischio quindi che le armi prodotte in Arabia Saudita con l’aiuto dei tedeschi finiscano direttamente nelle mani dei terroristi dello Stato islamico.
Un fotografo di Human Rights Watch ha fotografato una bomba inesplosa nella regione dei ribelli Hutu e grazie al numero di serie inciso sul fianco si è potuti risalire al luogo di produzione: la filiale italiana della Rheinmetall RMW Italia in Sardegna.
Giorgio Beretta, analista di OPAL (Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa) ha spiegato che a legge 185/90 prevede il divieto di esportazione di armamenti verso Paesi in guerra e dove i diritti umani vengono violati. “Malgrado ciò – ha sottolineato Beretta in diverse interviste e articoli – i numeri non mentono, aumenta l’export di armamenti, ma diminuisce la trasparenza” .
Forse ora Riyad non avrà più bisogno di importare queste micidiali bombe dall’Italia. Grazie al Sudafrica e la Rheinmetall, da oggi è in grado di confezionare i “pacchetti di morte” a casa propria.
Dal Nostro Inviato Speciale Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 21 maggio 2016
I miliziani che nel delta del Niger, in Nigeria, hanno minacciato di attaccare gli impianti delle compagnie petrolifere, non mollano. Dopo aver messo fuori uso, tra le altre cose, una piattaforma d’alto mare della Chevron, martedì scorso hanno attaccato un gasdotto, la Sagbama-Tuomo gas line, che appartiene alla Nigerian Agip Oil Company, NAOC, a Egbembiri, nel Bayelsa State.
L’azione è stata rivendicata da un nuovo gruppo il Red Egbesu Water Lions il cui coordinatore del Creek Network, Torunanawei Latei, che si auto definisce generale, in un comunicato afferma di aver agito in collaborazione con il Niger Delta Avengers e l’Indigenous People of Biafra, IPOB. Egbembiri è al confine tra gli Stati di Bayelsa e Delta.
I miliziani del Red Egbesu Water Lions si mascherano con abbigliamento rosso. Foto EPA
La notizia è stata tenuta riservata ed è filtrata qualche giorno fa quando i giornali, compreso Africa ExPress hanno ricevuto il documento. “Per sabotare l’oleodotto hanno usato la dinamite – ha raccontato uno degli agenti di polizia intervenuti sul luogo dell’attentato, intervistato dai giornali locali -. L’impianto era stato riparato solo qualche giorno fa perché era stato già attaccato e danneggiato”.
I guarriglieri hanno lanciato un ultimatum di 7 giorni al governo, minacciando di attaccare le strutture petrolifere se non sarà scarcerato, Nnamdi Kanu, uno dei leader dell’IPOB, detenuto dall’ottobre scorso e accusato di diverse attività criminali, compresa l’appartenena a un gruppo illegale, l’IPOB, appunto.
Altra richiesta è quella di liberare l’ex consigliere per la sicurezza nazionale, Sambo Dasuki, arrestato in dicembre con l’accusa di essersi appropriato di denaro pubblico, inventandosi una commessa fantasma di elicotteri per l’esercito. Da qualche anno Dasukisi era mostrato critico con il governo e ultimamente, sulla questione delle 276 studentesse rapite a Chibokil 14 aprile 2014, l’aveva accusato di fare poco o nulla per la loro liberazione. I militanti ritengono che si tratti di accuse false per sbarazzarsi di un avversario politico.
Come terza pretesa i miliziani chiedono lo sblocco dei beni del ricco rampollo di una famiglia di monarchi tradizionali biafriani, Government Ekpemupol, detto Tompolo, uno dei leader del MEND (Movment for the Emancipation of the Niger Delta) che assieme ad altri militanti nel 2009 aveva accettato un’amnistia del governo. Avevano consegnato le armi in cambio di impunità e un lavoro.
Infine il “generale” nel suo documento chiede di risarcire le vittime di una grave perdita di petrolio (almeno 40 mila barili) che si verificò il 20 dicembre 2011 nel campo di Bonga, appartenente a varie compagnie petrolifere, compresa (per il 12,5 per cento) l’italiana ENI, e di un’esplosione di gas, in un impianto della Chevron, avvenuta a Koluama, nello stato di Bayelsa, il 16 gennaio 2012 e che provocò oltre a due morti (un francese e un indiano) gravi danni a una comunità di almeno 250 mila persone.
La tensione nella ricca regione petrolifera del delta del Niger è alle stelle specie dopo l’elezione a presidente della Repubblica del musulmano del nord Muhammadu Buhari un anno fa, accusato di violare la legge per accentuare la repressione contro i gruppi dissidenti.Cresce anche il revanscismo dei biafriani che stanno pensando a una nuova guerra di indipendenza dopo quella persa negli anni ’60.
Dalla Nostra Corrispondente Blessing Akele
Benin City (Nigeria), 19 maggio 2016
Desta qualche sospettola notizia del ritrovamento Amina Ali Nkok, una delle 286 ragazze di Chibok, rapita oltre due anni fa. Perchè è stata presentata con tanto clamore da tutti media del mondo se Amina non è la prima studentessa a essere riuscita a fuggire dai terroristi? Ora c’è una seconda ragazza ritrovata in circostanze molto simili a quelle di Amina, sebbene i dettagli non siano ancora noti: “Ve li daremo domani mattina”, ha spiegato ai giornalisti il colonnello Sani Usman Kukashek.
Poche settimane dopo il famoso sequestro di massa a Chibok, il 14 aprile 2014, diverse ragazze erano riuscite a scappare dalla foresta di Sambisa. Alcune di loro erano state portate anche negli Stati Uniti, dove avevano rilasciato diverse dichiarazioni.
Il presidente Buhari saluta Amina Ali subito dopo la sua liberazione
Una di loro aveva spiegato che avrebbe voluto essere come Malala Yussufzai, la giovane pakistana sopravvissuta alla pallottola che un talebano ha cercato di conficcarle in testa, premio Nobel per la pace. Altre, scappate dalla prigione dei Boko Haram erano state trovate nella foresta traumatizzate e indifese.
Secondo le informazioni fornite dall’esercito nigeriano, le ragazze ancora nelle mani dei terroristi di Boko Haram, sarebbero 217, decisamente meno delle 276 rapite. Una sessantina infatti sono riuscite a scappare.
Naturalmente è una buona notizia quella del ritrovamento di due delle ragazze rapite a Chibok oltre due anni fa. A destare qualche sospetto che Amina non sia una delle ragazze rapite a Chibok sono le circostanze del ritrovamento e le dichiarazioni contrastanti, contradittorie e incomplete, che generano qualche dubbio.
In Nigeria ci sono molti sfollati. Hanno abbandonato le loro case per sfuggire ai raid e ai massacri dei terroristi di Boko Haram nel nord-est del Paese, principalmente nello Stato di Borno. E il governo centrale spende parecchio denaro per gestire i campi profughi.
Tutta la vicenda del rapimento a Chibok, sin dall’inizio, presenta lati oscuri, misteriosi e incomprensibili. Ecco un piccolo riassunto: un giorno nella cittadina di Chibok, nello Stato di Borno, i membri del gruppo terrorista Boko Haram, prelevano con tutta calma e tranquillità quasi trecento ragazze in una scuola con strutture fatiscenti, mezze distrutte e praticamente in uno stato di abbandono. Le studentesse vengono trasportate nei nascondigli dei terroristi nella foresta di Sambisa. In quel momento alla presidenza della repubblica siede Goodluck Jonathan, il quale nei giorni successivi al rapimento non dice nulla e solo dopo un po’ deve rilasciare una dichiarazione di circostanza: “Troveremo le ragazze presto e a tutti i costi”. Quando Jonathan termina il mandato le ragazze sono ancora ufficialmente “sparite”.
Ora sulla poltrona di presidente della Nigeria siede il musulmano Mohammadu Buhari. Nel corso della sua campagna elettorale – oltre alla lotta alla corruzione e al miglioramento delle condizioni sociali della popolazione – aveva promesso di trovare e riportare alle famiglie le ragazze rapite.
Amina Ali
Come mai questa risonanza per il ritrovamento di una sola delle ragazze? Sarà perché è la prima nell’era del presidente Buhari? O meglio, è la prima che si vuol far passare per una delle “Chibok girl”? La domanda viene spontanea perché normalmente in Nigeria, le persone che vengono trovate nelle circostanze di Amina (era con un gruppo di persone che vagavano nella foresta senza destinazione, aveva un bambino legata alla schiena, insomma sembravano dei diseredati) vengono recuperate, assistite e trasferite nei campi profughi allestiti da oltre 7 anni. I dubbi sorgono alla luce dei fatti piuttosto strani:
Come hanno fatto i militari a individuare questa ragazza come una facente parte del gruppo rapito nell’aprile del 2014?
Considerato che poteva benissimo sembrare una profuga, come mai non è stata ritenuta tale?
Cosa dire della girandola di nomi che le sono stati attribuiti? Il colonello Sani Usman, dell’esercito, afferma che si chiama Falmata Mbalala (un nome che fa il verso a Malala), il leader dei giovani di Chibok, Manaseh Allan, sostiene che il nome della ragazza sia Amina Ali, mentre il vice-preside della scuola ha fatto vedere un registro dove c’è scritto Aisha Ali. Allora, come si chiama veramente? I media hanno scelto di optare per il nome fornito dal leader dei giovani di Chibok: Amina Ali.
La “Chibok girl” ritrovata racconta che sono morte sei delle sue compagne. Come si fa a verificare questa informazione? Quali sono i loro nomi?
Questo zelo militare nel ritrovare una ragazza di Chibok, a distanza di due anni dal rapimento, potrebbe essere dipeso dalla volontà dell’amministrazione Buhari di esaudire l’impegno politico elettorale. Può darsi, eppure questo primo ritrovamento è ancora avvolto da misteri e incongruenze. Tra qualche settimana sarà un anno dal suo insediamento e per ora non è stato fatto quasi niente.
La sua amministrazione aveva promesso che avrebbe ridotto il costo della vita, invece, di fatto, l’ha incrementato con l’aumento del prezzo al litro di benzina che da 86,50 Naira al litro è passato a Naira 145 di colpo. I sindacati sono sul piede di guerra e i cittadini stanno pagando questo salasso.
Potrebbe far parte di un disegno politico, quello di ritrovare le ragazze con calma e lentamente. Ognuna poi riferirà di compagne morte e così, alla fine, tra quelle fuggite, quelle ritrovate e quelle scomparse, si arriverà presto al numero complessivo di 276 (è bene ricordare che un numero preciso non si è mai saputo, ma si è diffusa una cifra vaga, “intorno ai 300”). Così Buhari si prenderà il merito di aver portato a casa le studentesse di Chibok.
La Corte Suprema della Mauritania ha ordinato martedì scorso la scarcerazione immediata dei due militanti anti-schiavismo, Biram Dah Abeid e Brahim Ould Ramdane.
A Abdeid e Ramdane erano stati inflitti due anni di detenzione dalla Corte d’Appello di Aleg nel gennaio 2015, per appartenenza ad un’organizzazione non riconosciuta dal governo mauritano, assembramento non autorizzato, istigazione a manifestare e resistenza a pubblico ufficiale.
Alioune Tine, direttore per l’Africa occidentale e centrale di Amnesty International, ha salutato favorevolmente la decisione della Corte suprema. Infatti i delitti a loro ascritti sono punibili con un solo anno di detenzione, secondo la legge mauritana.
Tine ha sottolineato: “Questa nuova sentenza dovrebbe far riflettere le autorità del Paese: basta con l’inasprimento contro gli attivisti dei diritti umani, come per esempio il blogger Mohamed Mkhaïtir, detenuto perché ha espresso in modo pacifico la propria opinione”.
Secondo un attivista è stata ritrovata la prima delle 218 ragazze rapite dai sanguinari terroristi Boko Haram il 14 aprile 2014 a Chibok, nel Borno State, nel nord-est della Nigeria.
I dettagli sono ancora confusi ma dalle prime informazioni sembra che Amina Ali Darsha Nkek, così si chiama la studentessa ritrovata martedì, sia stata riconosciuta da un membro delle milizie civili di autodifesa che in quel momento era in pattugliamento in un villaggio della foresta di Sambisa (vicino al confine con il Camerun) assieme ad un gruppo di soldati.
Amina aveva 17 anni al momento del rapimento. Ora è cambiata, ne ha 19 ed è mamma. Quando è stata individuata aveva legato alle spalle il suo bambino. Sembra poi che sia di nuovo incinta.
I suoi liberatori l’hanno immediatamente portata a Chibok dalla madre e dei fratelli. Il padre è morto durante la sua prigionia.
Quella maledetta notte del 14 aprile di due anni fa, i terroristi di Boko Haram fecero irruzione nel campus dove le ragazze avrebbero dovuto dare l’esame finale del loro corso di studi superiori il giorno dopo.
Furono portate via in 276 ma parecchie riuscirono a scappare pochi minuti dopo saltando giù dai camion dove erano state caricate.
In questi mesi si erano intrecciate notizie e voci incontrollate sulla fine di queste giovani: c’è chi le dava arruolate, chi con un lavaggio del cervello trasformate in bombe suicide, chi portate fuori dal Paese e chi vendute nei mercati dei villaggi sahariani. In realtà si spera ora di avere informazioni sicure da Amina.
La Tanzania ha silurato diecimila “lavoratori fantasma” del settore pubblico. I loro nomi non figurano più sul libro paga del governo. Secondo l’ufficio del primo ministro, il salario di lavoratori e impiegati inesistenti è costato al governo oltre due milioni di dollari al mese.
Le autorità competenti hanno fatto sapere che effettueranno ulteriori controlli approfonditi sui libri paga statali e non escludono di trovare altri dipendenti fittizi.
John Magufuli, il presidente della ex-protettorato britannico, eletto l’ottobre scorso, è fortemente intenzionato di tagliare gli sprechi nell’amministrazione pubblica. Il denaro così recuperato potrà essere utilizzato per lo sviluppo del Paese.
Sprannominato “il bulldozer” Magufuli, sin dal momento del suo insediamento, aveva annunciato che avrebbe effettuato dei tagli alla spesa pubblica, comprese le celebrazioni in occasione della festa nazionale.
Attualmente la Tanzania spende oltre duecentosessanta milioni di dollari per cinquecentocinquantamila dipendenti pubblici.
L’ex-prottetorato britannico si colloca al 117 posto su 167 Paesi per quanto concerne l’indice di corruzione .
Nel Continente africano molti altri Paesi sono affetti dai cosiddetti “lavoratori fantasma”. Lo scorso febbraio anche la Nigeria ha cancellato dal libro paga pubblico ventiquattromila dipendenti inesistenti. Il Kenya ha iniziato a controllare sistematicamente tutti i dipendenti pubblici dal 2014, dopo aver scoperto dodicimila lavoratori fittizi.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 15 maggio 2015
Il presidente francese, François Hollande, accompagnato dal suo ministro della difesa, Jean-Yves Le Drian, ha visitato Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, dove ha incontrato il neo-eletto capo di Stato, Faustin-Archange Touadéra. Subito dopo è volato ad Abouja, capitale della Nigeria.
Durante la sosta a Bangui, Hollande ha comunicato ufficialmente al suo omologo centrafricano la fine dell’operazione Sangaris, il contingente francese presente nel Paese dal dicembre 2013. Forte di milleseicento uomini, autorizzata all’unanimità dal Consiglio di sicurezza dell’ONU con la risoluzione numero 2127, alla missione era stato assegnato il compito di disarmare gli ex-Séléka (alleanza di ribelli per lo più musulmani) e gli anti-balaka (gruppi armati composti sopratutto da cristiani e animisti).
La crisi era iniziata un anno prima, alla fine del 2012: il presidente François Bozizé dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka alle porte di Bangui, chiede un aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente musulmano della ex-colonia francese. Dall’ottobre dello stesso anno i combattimenti tra gli anti-balaka e gli ex-Séléka si intensificano e lo Stato non è più in grado di garantire l’ordine pubblico, Francia e ONU temono che la guerra civile possa trasformarsi in genocidio. Il 10 gennaio 2014 Djotodia presenta le dimissioni e il giorno seguente parte per l’esilio in Benin. Il 23 gennaio 2014 viene nominata presidente del governo di transizione Catherine Samba-Panza, ex-sindaco di Bangui.
Il 15 settembre 2014 arrivano anche i caschi blu dell’ONU della Missione Multidimensionale Integrata per la Stabilizzazione nella Repubblica Centrafricana, fortemente voluta dal segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon. Le forze dell’Unione Africana del contingente MINUSCA presenti con 5250 uomini (850 soldati del Ciad hanno dovuto lasciare il Paese qualche mese prima perché accusati di aver usato la popolazione come scudi umani) e le truppe francesi dell’operazione Sangaris si uniscono al contingente dell’ONU, che ha inviato 6500 soldati e 1000 poliziotti.
Caschi blu marocchini della missione di pace in pattugliamento a Bambari, 400 chilometri a nordest di Bangui,il 20 giugno (Foto UN/Catianne Tiberina)
La priorità di MINUSCA è quella di proteggere i civili, riportare nel Paese la legalità, avviarlo verso un nuovo processo politico di stabilità, democrazia e sviluppo che lo porti a libere elezioni, previste inizialmente per il primo trimestre del 2015, rimandate più volte, fino a concretizzarsi alla fine di dicembre con l’elezione di Touadéra.
Secondo le Nazioni Unite e le agenzie umanitarie, a fine 2015, 2,7 milioni di persone continuavano a dipendere dagli aiuti umanitari, compresi 460.000 sfollati interni e 452.000 rifugiati nei paesi vicini, su un totale di poco più di 4,6 milioni di abitanti.
Il direttore delle ricerche di IRIS, Jean-Vincent Brisset, ha spiegato così il nome adottato dell’operazione francese: “Sangaris prende il nome da una farfalla rossa africana, la Cimothoe Sangaris perché una farfalla non è pericolosa, non ha una lunga vita, suona bene ed è un nome politicamente corretto”.
La situazione sta peggiorando di giorno in giorno, perché dopo tre anni di guerra civile, la gente non ha più nulla, nemmeno i sementi per i campi. La libertà di movimento è ancora limitata, perché nel Paese imperversano le bande armate, anche se non è più una guerra tra due blocchi, se mai è esistita, tra ex-Séléka e anti-balaka; ora sono in atto una miriade di conflitti: lotte per il controllo del territorio, banditismo, “protezione” di comunità.
A Ndélé, nel nord, un movimento capeggiato da Al-Khatim, un generale degli ex-Séléka, terrorizza la popolazione e la comunità cinese presente sul territorio, impegnata nella ricerca di petrolio. Mentre più a occidente, verso il confine con il Ciad e il Camerun la tensione tra pastori semi-nomadi fulani e gli agricoltori stanziali si inasprisce sempre più. Sono conflitti che vengono regolati a colpi di fucile. L’impunità imperversa ancora e lo Stato di diritto non è ancora stato ristabilito, anche se il neo-presidente ha già risolto alcuni problemi nei primi tre mesi: ha formato il nuovo governo, il cui ministro dell’interno è Jean-Serge Bokassa, uno dei figli dell’ex-imperatore e altri che hanno fatto parte dello staff dell’ex-presidente Bozizé, del quale Touadéra è stato primo ministro dal 2008 al 2013.
I compiti del nuovo presidente non sono pochi; le priorità restano la pace, la sicurezza, la riconciliazione nazionale, il risanamento delle finanze pubbliche e soddisfare le necessità di base della popolazione. Per raggiungere questi obbiettivi, dovrà innanzitutto disarmare i vari gruppi e inserire nel contesto sociale gli ex-combattenti.
Naturalmente ci si attende un aiuto sostanzioso da parte di finanziatori internazionali, dalla Francia in particolare.
Il problema che dovrà affrontare Hollande è quello di uscire dalla missione militare, senza dare l’impressione di voler abbandonare la sua ex-colonia a se stessa. A questo proposito è intervenuto il ministro della difesa francese, Le Drian, che ha assicurato la presenza di circa cento militari francesi, che contribuiranno in seno a una missione europea, all’addestramento di un nuovo esercito centrafricano. Un altro centinaio farà parte della missione MINUSCA. Infine altri duecentocinquanta uomini presidieranno l’aeroporto di Bangui-M’Poko.
Hollande ha anche visitato l’unico quartiere musulmano rimasto nella capitale, il KM5. Anche se l’operazione Sangaris è stata in un certo senso responsabile della caduta dei Séléka nel dicembre del 2013, i residenti hanno chiesto al presidente francese di non abbandonare il Paese a se stesso. “La pace è ancora lontana”, hanno sottolineato.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus
Firenze, 15 maggio 2016
Un compound da $30mln di dollari Usa a Malibù, in California, varie auto extralusso, jet privato Gulfstream, Teodoro Nguema Obiang Mangue, figlio maggiore del presidente-dittatore della Guinea Equatoriale Teodoro Obiang, torna alla cronaca per ulteriori indagini del Dipartimento del Tesoro Usa sui suoi movimenti illeciti di denaro e riciclaggio.
La villa a Malibu, in California. In alto, Teodorino Obiang
Jennifer Shasky Calvery, direttore del Financial Crimes Enforcement Network (FinCen) del Dipartimento del Tesoro Usa, continua a scavare sull’acquisto nel 2008 della tenuta che si affaccia sull’oceano a Malibù.
Shasky Calvery, ha dichiarato che Nguema Obiang Mangue, già ministro dell’Agricoltura della Guinea Equatoriale, dal 2012 secondo vice presidente della piccola repubblica, conosciuto come Teodorino, “ha acquistato l’immobile con i proventi della corruzione.
Jet Gulfstream G500
Ha pagato in contanti attraverso un fornitore di servizi di una società di comodo per nascondere il suo coinvolgimento nella transazione, cosa che ha destato l’attenzione dei media e del Congresso”.
Il denaro contante, infatti, non è tracciabile nelle banche americane come accade con i mutui o i prestiti anche perché il governo Usa non chiede agli agenti immobiliari di monitorare i flussi di denaro dei loro clienti.
Il governo federale Usa, dal 2010, ha aumentato le risorse umane che si occupano del recupero di denaro sottratto dai cleptocrati. Oggi, secondo il New York Times, oltre alle squadre della Sicurezza interna e Fbi, include anche una dozzina di avvocati.
La politica del Dipartimento del Tesoro, non solo riguardo al 45enne Teodorino Obiang, è la vendita dei beni di lusso acquistati con denaro riciclato e restituire questi soldi ai Paesi ai quali sono stati sottratti. Secondo i Pubblici ministeri Teodorino è accusato di appropriazione indebita aggravata ed estorsione verso il suo popolo.
Mappa della Guinea Equatoriale
Il problema è che, finché al potere ci sono politici corrotti legati a doppio filo con il presidente-dittatore Obiang al potere da 37 anni e appena rieletto, è impossibile restituire la ricchezza recuperata.
Il Dipartimento di Giustizia americano, in Guinea Equatoriale, ha difficoltà ad ottenere aiuto perché i testimoni per paura della prigione sono riluttanti a testimoniare contro il dittatore e i leader corrotti che sono al potere.
Nel piccolo stato africano, secondo in New York Times, il principale testimone contro il dittatore Obiang è rinchiuso in una cella delle patrie galere infestata di insetti e soggetto a torture e fustigazione.
Peccato che il 26 aprile scorso, il FinCen abbia annunciato che Jennifer Shasky Calvery ha lasciato da carica di direttore, fatto che potrebbe rallentare le indagini su Teodorino Obiang.
Dalla Nostra Corrispondente Blessing Akele
Benin City (Nigeria), 10 maggio 2016
Il Paese più corrotto della Terra è la Nigeria? Secondo il Primo ministro britannico David Cameron, il primato spetta al gigante dell’Africa. Al secondo posto il leader inglese mette l’Afghanistan. Il Cameron-pensiero è stato registrato dai dispacci dell’agenzia Reuters, secondo cui nel corso della visita del premier alla regina Elisabetta, in vista del summit anti-corruzione del 12 maggio a Londra, le telecamere l’hanno ripreso mentre, dopo che si era avvicinato alla sovrana, le sussurrava: “Abbiamo avuto una riunione di Gabinetto proficua stamattina. Al summit parteciperanno anche i leader più profondamente (ha usato il termine inglese ‘fantastically’. ndr) corrotti, come i nigeriani”. Il primo ministro è andato avanti rincarando la dose: “Nigeria e Afghanistan probabilmente sono i due Paesi più corrotti del mondo”.
Il premier britannico David Cameron stringe la mano del presidente nigeriano appena eletto, Muhammad Buhari, subito dopo un incontro al numero 10 di Downing Street. Era il 23 maggio 2015 (Foto Afp, Leon Neal/AFP/Getty Images)
La regina, che generalmente si guarda bene da sbilanciarsi in commenti politici, ha ignorato le affermazioni del suo Primo ministro, e non ha risposto. Probabilmente le parole di Cameron s0no state sono provocazioni.
L’Arcivescovo di Canterbury Justin Welby che stava accanto alla sovrana, ha commentato: “Ma il presidente attuale (Muhammadu Buhari, ndr) non è corrotto”.
E’ utile ricordare che la classifica dei Paesi più corrotti al mondo, stilata dall’organizzazione Transparency International, pone l’Afghanistan al 166°, ossia il penultimo. Gli ultimi, a pari merito, o meglio, demerito, sono la Corea del Nord e la Somalia, classificati ex equo 167esimi.
Non è chiara la ragione del gran disprezzo di Cameron verso la Nigeria. Certamente il Paese ha avuto altissimi livelli di corruzione e ancora oggi è sicuramente uno dei più corrotti al mondo, ma è anche vero che il nuovo governo, presieduto dall’ex generale Muhammad Bihari, ha giurato guerra alla corruzione. Sono stati varati diversi provvedimenti, come ha riconosciuto anche il direttore generale di Transparency International, Cobus de Swardt, che hanno fatto risalire la Nigeria al 137° posto della classifica.
La guerra dichiarata dal presidente Buhari contro la corruzione non può essere una guerra lampo. E la si deve combattere anche contro il fuoco amico. Gli effetti benefici del nuovo corso, cominciato con l’insediamento di Buhari un anno fa, sono lenti e impercettibili.
In Nigeria la vita è ancora difficile. I prezzi sono schizzati alle stelle, quasi al livello europeo, la benzina – in un Paese che è l’ottavo produttore di petrolio al mondo – è introvabile. Il disagio sociale resta e la pressione investigativa della lotta alla corruzione si è fermata all’ex ministro del Petrolio, Alison Madueke, e all’ex capo della Sicurezza, Sambo Dasuki .
Per ora l’opinione pubblica sembra avere fiducia nei nuovi dirigenti e nella loro intenzione di cambiare il sistema di amministrazione della cosa pubblica. Il presidente Buhari dice di essere consapevole dell’alto grado di malaffare nel Paese e ha riconosciuto che “la corruzione è diventata un modo di vivere durante la guida dei pseudo-governi democratici recenti”. Non gli ha citati, ma è chiaro che si riferiva a chi era al potere dal 1999 al 2015 e cioè l’ex generale Olusegun Obasanjo, Musa Ya’Ardua e Goodluck Jonathan.
James Ibori, ha personalmente sottratto quasi 100 milioni di euro in contanti durante gli otto anni in cui è stato governatore del Delta State in Nigeria
A far lievitare in quegli anni la corruzione nigeriana a livelli enormi ha giocato un ruolo importante anche la Gran Bretagna, che ha cominciato la sua attività corruttiva durante l’occupazione coloniale. E anche attualmente il tipo di rapporto che intercorre tra il Paese africano e la sua antica potenza coloniale non è proprio così limpido. Il governo di David Cameron stesso ha avvallato diversi contratti con quello che ora definisce il Paese più corrotto del mondo. La British Petroleum (BP) ha stipulato accordi proficui e vantaggiosi. Ma non solo petrolio. La Gran Bretagna ha venduto armi e arsenali bellici ai “pseudo-governi democratici” che si sono succeduti a potere.
Nel 1999, subito dopo la caduta dell’ultima dittatura militare guidata con il pugno di ferro dal generale Sani Abacha, Londra è stata tra i primi a plaudire al governo nigeriano definito democratico. Forse non sapeva che al potere c’erano personaggi corrotti e legati al malaffare?
La corruzione che affligge l’Africa parte da lontano e trova ospitalità nei salotti buoni della finanza e della politica occidentali. Al summit anticorruzione di Londra sembra che questo concetto non sia stato chiarito a sufficienza. Definire i Paesi del continente “drammaticamente corrotti” è piuttosto limitativo (ma anche fuorviante) perché riversa la responsabilità del disastro da una parte sola.
Diepreye Almieyeseigha
Tra l’altro, proprio la Gran Bretagna è uno dei Paesi che più si è opposto alla messa al bando dei paradisi fiscali, quei luoghi dove si annida il malaffare e dove si incontrano flussi il denaro appartenenti a imprenditori insospettabili, politici potentissimi, magnati dell’industria, capi di cosche mafiose, trafficanti di droga e banditi d’ogni genere. Insomma non solo a Panama, ma anche alle Isole Vergini Britanniche, in quelle del Canale (situate nella Manica), all’isola di Man (tra Inghilterra e Irlanda), oltre che nella City londinese si riversano i soldi di tutti coloro che affidano almeno parte delle loro ricchezze alle mani esperte di riciclatori di professione e maneggiatori di denaro sporco proveniente da traffici illeciti, da evasioni fiscali, da transazioni scorrette, da guerre dimenticate e da transazioni finanziarie inconfessabili. D’altro canto il padre dello stesso Cameron non aveva forse una società di comodo proprio a Panama?
Le società fantasma nei paradisi fiscali servono per evadere le tasse a casa propria, un comportamento comunque illecito (oltre che moralmente riprovevole) che – come la corruzione – sottrae risorse alla propria comunità.
Muhammadu Buhari ha reagito pesantemente alle dichiarazioni provocatorie e scarsamente diplomatiche di Cameron. Alla domanda se avrebbe preteso le scuse del premier britannico ha risposto: “Onestamente non so proprio cosa farmene delle sue scuse. Piuttosto il governo del Regno Unito restituisca, e con solerzia, tutti i miliardi di sterline custoditi nei suoi forzieri. Molti di quei fondI provengono da crimini economici e finanziari commessi dai vari leader politici della Nigeria a partire dall’epoca di Olusegun Obasanjo”.
Buhari ha citato esempi concreti di crediti nigeriani vantati presso istituti bancari londinesi come quelli bloccati nei conti dell’ex governatore dello Stato di Bayelsa, Diepreye Almieyeseigha, che nel 2005, arrestato a Londra per sottrazione di fondi pubblici, aveva tentato di scappare travestito da donna. Era stato scoperto e arrestato dai doganieri dell’aeroporto di Heathrow.
Nella foto Kola Aluko un altro cosiddetto businessman nigeriano accusato di essere il riciclatore del denaro dell’ex presidente Goodluck Jonathan e dell’ex ministro del petrolio Diezani Alison Madueke. Accanto a lui nell’istantanea, la lussuosa villa che Aluko, amante delle Ferrari e del lusso sfrenato, possiede nel Canton Ticino. La corruzione e il malaffare non risiedono soltanto in Africa ma abitano anche nella vecchia Europa, complice della loro crescita
Infine, ha ricordato il caso dell’ultimo politico di alto rango, quello della signora Alison Mandueke, ex ministro del petrolio, arrestata a Londra e tuttora sotto cauzione per frode, corruzione, riciclaggio di denaro pubblico.
Cameron, additando altri Paesi super-corrotti ha commesso quindi una leggerezza giacché qualche guaio interno ce l’ha anche Londra che nella stessa classifica di Transparency International si colloca al decimo posto, assieme a Germania e Lussemburgo. (L’Italia è al 61°).
Attentato nel tardo pomeriggio di oggi in Nigeria contro un oleodotto della Chevron, conosciuto come Marakaba line. L’attacco contro l’installazione della compagnia petrolifera americana, è avvenuto nel delta del Niger, nei pressi di Warri, nel Delta State nemmeno un giorno dopo l’ultimatum lanciato dal un nuovo gruppo ribelle, il Niger Delta Avengers (più o meno “I vendicatori del Delta del Niger”), nel quale si intima alle compagnie petrolifere di chiudere tutte le loro attività altrimenti ci saranno attacchi continui.
L’attacco non è stato ancora rivendicato ma Chevron nell’ultimo mese ha subito una decina di aggressioni contro le sue installazioni. La scorsa settimana è stata assalita e messa fuori uso una piattaforma petrolifera off shore http://www.africa-express.info/2016/05/09/delta-del-niger/
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