Parigi ritira le sue truppe dal Centrafrica. L’ex colonia francese sprofonda nel caos

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 15 maggio 2015

Il presidente francese, François Hollande, accompagnato dal suo ministro della difesa, Jean-Yves Le Drian, ha visitato Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, dove ha incontrato il neo-eletto capo di Stato, Faustin-Archange Touadéra. Subito dopo è volato ad Abouja, capitale della Nigeria.

Durante la sosta a Bangui, Hollande ha comunicato ufficialmente al suo omologo centrafricano la fine dell’operazione Sangaris, il contingente francese presente nel Paese dal dicembre 2013. Forte di milleseicento uomini, autorizzata all’unanimità dal Consiglio di sicurezza dell’ONU con la risoluzione numero  2127, alla missione era stato assegnato il compito  di disarmare gli ex-Séléka (alleanza di ribelli per lo più musulmani) e gli anti-balaka (gruppi armati composti sopratutto da cristiani e animisti).

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La crisi era iniziata un anno prima, alla fine del 2012: il presidente François Bozizé dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka alle porte di Bangui, chiede un aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente musulmano della ex-colonia francese. Dall’ottobre dello stesso anno i combattimenti tra gli anti-balaka e gli ex-Séléka si intensificano e lo Stato non è più in grado di garantire l’ordine pubblico, Francia e ONU temono che la guerra civile possa trasformarsi in genocidio. Il 10 gennaio 2014 Djotodia presenta le dimissioni e il giorno seguente parte per l’esilio in Benin. Il 23 gennaio 2014 viene nominata presidente del governo di transizione Catherine Samba-Panza, ex-sindaco di Bangui.

Il 15 settembre 2014 arrivano anche i caschi blu dell’ONU della Missione Multidimensionale Integrata per la Stabilizzazione nella Repubblica Centrafricana, fortemente voluta dal segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon. Le forze dell’Unione Africana del contingente MINUSCA presenti con 5250 uomini (850 soldati del Ciad hanno dovuto lasciare il Paese qualche mese prima perché accusati di aver usato la popolazione come scudi umani) e le truppe francesi dell’operazione Sangaris si uniscono al contingente dell’ONU, che ha inviato 6500 soldati e 1000 poliziotti.

Moroccan peacekeepers serving with the UN Multidimensional Integrated Stabilization Mission in the Central African Republic (MINUSCA) escort a UN delegation in Bambari, 400 km northeast of Bangui, on 20 June 2014. Fighting broke out in CAR when the mainly Muslim Seleka alliance seized power in a coup in March 2013. UN agencies estimate that 2 million people, almost half of the population, are in need of assistance. The Security Council voted on 10 April 2014 to send 12,000 peacekeepers to help return order to CAR. UN Photo/Catianne Tijerina
Caschi blu marocchini della missione di pace in pattugliamento a Bambari, 400 chilometri a nordest di  Bangui,il 20 giugno (Foto UN/Catianne Tiberina)

La priorità di MINUSCA è quella di proteggere i civili, riportare nel Paese la legalità, avviarlo verso un nuovo processo politico di stabilità, democrazia e sviluppo che lo porti a libere elezioni, previste inizialmente per il primo trimestre del 2015, rimandate più volte, fino a concretizzarsi alla fine di dicembre con l’elezione di Touadéra.

Alcuni caschi blu e soldati francesi del contingente Sangari sono stati accusati di violenze su minori, un terribile sospetto che certamente non fa onore né alla Francia, né all’ONU (http://www.africa-express.info/2015/04/30/centrafrica-militari-francesi-accusati-di-molestie-sessualiverso-minori/). Per questo motivo Ban Ki-moon ha chiesto le dimissioni al capo di MINUSCA, Babacar Gaye (http://www.africa-express.info/2015/08/12/scandali-sessuali-e-caschi-blu-si-dimette-il-capo-della-missione-dellonu-centrafrica/) e di Flavia Pansieri, l’italiana che si occupava di diritti umani nella ONU (http://www.africa-express.info/2015/08/13/la-crisi-centrafricana-investe-anche-lonu-nel-caos-dopo-e-dimissioni-dellitaliana-che-si-occupava-di-diritti-umani/).

Secondo le Nazioni Unite e le agenzie umanitarie, a fine 2015, 2,7 milioni di persone continuavano a dipendere dagli aiuti umanitari, compresi 460.000 sfollati interni e 452.000 rifugiati nei paesi vicini, su un totale di poco più di 4,6 milioni di abitanti.

Il direttore delle ricerche di IRIS, Jean-Vincent Brisset, ha spiegato così il nome adottato dell’operazione francese: “Sangaris prende il nome da una farfalla rossa africana, la Cimothoe Sangaris perché una farfalla non è pericolosa, non ha una lunga vita, suona bene ed è un nome politicamente corretto”
Il direttore delle ricerche di IRIS, Jean-Vincent Brisset, ha spiegato così il nome adottato dell’operazione francese: “Sangaris prende il nome da una farfalla rossa africana, la Cimothoe Sangaris perché una farfalla non è pericolosa, non ha una lunga vita, suona bene ed è un nome politicamente corretto”.

La situazione sta peggiorando di giorno in giorno, perché dopo tre anni di guerra civile, la gente non ha più nulla, nemmeno i sementi per i campi. La libertà di movimento è ancora limitata, perché nel Paese imperversano le bande armate, anche se non è più una guerra tra due blocchi, se mai è esistita, tra ex-Séléka e anti-balaka; ora sono in atto una miriade di conflitti: lotte per il controllo del territorio, banditismo, “protezione” di comunità.

A  Ndélé, nel nord, un movimento capeggiato da Al-Khatim, un generale degli ex-Séléka, terrorizza la popolazione e la comunità cinese presente sul territorio, impegnata nella ricerca di petrolio. Mentre più a occidente, verso il confine con il Ciad e il Camerun la tensione tra pastori semi-nomadi fulani e gli agricoltori stanziali si inasprisce sempre più. Sono conflitti che vengono regolati a colpi di fucile. L’impunità imperversa ancora e lo Stato di diritto non è ancora stato ristabilito, anche se il neo-presidente ha già risolto alcuni problemi nei primi tre mesi: ha formato il nuovo governo, il cui ministro dell’interno è Jean-Serge Bokassa, uno dei figli dell’ex-imperatore e altri che hanno fatto parte dello staff dell’ex-presidente Bozizé, del quale Touadéra è stato primo ministro dal 2008 al 2013.

I compiti del nuovo presidente non sono pochi; le priorità restano la pace, la sicurezza, la riconciliazione nazionale, il risanamento delle finanze pubbliche e soddisfare le necessità di base della popolazione. Per raggiungere questi obbiettivi, dovrà innanzitutto disarmare i vari gruppi e inserire nel contesto sociale gli ex-combattenti.

Naturalmente ci si attende un aiuto sostanzioso da parte di finanziatori internazionali, dalla Francia in particolare.

Il problema che dovrà affrontare Hollande è quello di uscire dalla missione militare, senza dare l’impressione di voler abbandonare la sua ex-colonia a se stessa. A questo proposito è intervenuto il ministro della difesa francese, Le Drian, che ha assicurato la presenza di circa cento militari francesi, che contribuiranno in seno a una missione europea, all’addestramento di un nuovo esercito centrafricano. Un altro centinaio farà parte della missione MINUSCA. Infine altri duecentocinquanta uomini presidieranno l’aeroporto di Bangui-M’Poko.

Hollande ha anche visitato l’unico quartiere musulmano rimasto nella capitale, il KM5. Anche se l’operazione Sangaris  è stata in un certo senso responsabile della caduta dei Séléka  nel dicembre del 2013, i residenti hanno chiesto al presidente francese di non abbandonare il Paese a se stesso. “La pace è ancora lontana”, hanno sottolineato.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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