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Distribuzione di cibo in Mauritania: schiacciate dalla folla otto anziane donne

Africa Express
Nouakchott, 2 giugno 2016

Otto donne anziane sono morte, schiacciate dalla folla. Altre persone sono state ferite durante la distribuzione di generi di prima necessità ai più bisognosi.

 Il fatto è successo ieri a Nouakchott, la capitale della Mauritania, nel cortile della casa di  Zeine Abidine Ould Cheikh Ahmed, un ricco uomo d’affari, per la tradizionale “zakat” (obbligo religioso prescritto dal Corano di purificazione della propria ricchezza che ogni musulmano  in possesso delle facoltà mentali deve adempiere per definirsi un vero credente. E’ uno dei cinque pilastri dell’Islam).

Mohamed Mahmoud Issa, direttore della fondazione caritatevole di Ould Cheikh Ahmed, ha dovuto chiedere aiuto alla polizia per controllare l’incredibile ressa.

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“Siamo stati informati dalle forze dell’ordine che le donne sono morte mentre cercavano di entrare nel cortile”, ha fatto sapere Issa. Secondo alcuni testimoni oculari, sarebbero cadute per terra e calpestate dalla folla.

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La Mauritania è uno tra i Paesi più poveri dell’Africa occidentale e oltre un quarto della popolazione vive con meno di 1,25 dollari al giorno. Ould Cheikh Ahmed, appena è stato informato dell’accaduto, è andato a rendere visita alle famiglie delle vittime e ha offeto a ciascuna di loro la somma di quattro milioni di ouguiyas, l’equivalente di 12.800 dollari e ha pagato le spese mediche per gli altri venti feriti.

Africa ExPress

Arresti arbitrari, carcere e violenze: cominciata in Sudan la caccia all’eritreo

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 1. giugno 2016

Da alcune settimane il governo sudanese sta dando la caccia agli habesha (parola tigrina con la quale si definiscono gli eritrei). Le forze dell’ordine arrestano chiunque abbia anche solo lontanamente le sembianze di un eritreo. Effettuano razzie nelle loro case, li bloccano per strada o sul posto di lavoro. La polizia straccia i permessi di soggiorno a coloro che ne sono in possesso e porta tutti quanti in galera con l’accusa di immigrazione clandestina. Si salva solamente chi ha con se cinquecento dollari per pagare “la multa” (cioè il “pizzo”) e sono in pochi a potersi premere la sanzione.

Il Sudan, in particolare la sua capitale Khartoum, è una tappa quasi obbligatoria per i profughi eritrei che vogliono raggiungere le coste libiche e affrontare il terribile viaggio attraverso quel famigerato tratto di mare del Mediterraneo, con la speranza di trovare la salvezza e la libertà.

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Da settimane gli eritrei di Khartoum sono terrorizzati, non escono di casa, non riescono a procurasi il cibo. Quando la polizia li trova nelle loro abitazioni, li spoglia di tutto: del poco denaro, dei cellulari, dei pc. Una volta in prigione, non possono contattare nessuno, sono completamente isolati, nell’attesa della deportazione forzata.

Sono aumentate anche le sparatorie al confine tra Sudan e Eritrea. Il 12 maggio sono stati trovati tre cadaveri, una donna e due uomini, con ferite di arma da fuoco, certamente uccisi dalle guardie di confine.

Sudanese President Omar al-Bashir (R) sits with his Eritrean counterpart Isaias Afwerki (L) during a meeting following the latter's arrival in SUdan's capital Khartoum, on June 11, 2015. AFP PHOTO / EBRAHIM HAMID
il Presidente sudanese Omar al-Bashir (a destra) con il leader eritrei Isaias Afeworki (sinnistra)

Il 17 maggio oltre cento cittadini della nostra ex-colonia sono stati sorpresi dagli agenti eritrei a Tessenei, città al confine con il Sudan, mentre tentavano la fuga. Sono stati arrestati e buttati in galera.

Centinaia di eritrei sono stati fermati a Dongola (il sito archeologico sudanese),  mentre cercavano di muoversi verso la Libia. Ormai le prigioni e i centri per rifugiati sono stracolmi di eritrei. Per gli arrestati è difficile entrare in contatto con gli operatori dell’Alto Commissariato per i rifugiati (UNHCR) di Khartoum, mentre le autorità sudanesi non perdono tempo ad informare l’Ambasciata eritrea di Khartoum.

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 Tantissimi eritrei sono già stati deportati, anche i minorenni;  vengono caricati su un camion di notte e trasportati al confine. Una volta giunti in Eritrea, non li attende un tappeto rosso, bensì la galera; spesso nemmeno i familiari possono chiedere notizie dei loro cari. Certo, lasciare l’Eritrea senza autorizzazione è un reato, un crimine, non si perdona un disertore. Nella nostra ex-colonia il servizio militare è obbligatorio praticamente per tutta la vita.

 Omar Al Bashir, presidente del Sudan, salito al potere con un colpo di Stato militare ventisette anni fa, è ricercato dalla Corte Penale Internazionale, per crimini di guerra, contro l’umanità e genocidio. Nel sue Paese la parola d’ordine è repressione verso chiunque osi opporsi.

Lo scorso anno ha nuovamente “vinto” le elezioni.  Pochi giorni prima dell’apertura dei seggi elettorali erano stati arrestati e picchiati brutalmente decine e decine di oppositori, attivisti e studenti. In un comunicato congiunto USA, Gran Bretagna e Norvegia avevano scritto: “Il risultato di queste elezioni non può essere ritenuto come credibile espressione del popolo sudanese”. Poco prima del voto Federica Mogherini, commissario agli esteri dell’Unione Europea, aveva fatto sapere: “Il risultato non potrà essere credibile, perché non è legittimato dai cittadini sudanesi”.

Il presidente sudanese continua a spostarsi liberamente da un vertice internazionale all’altro, malgrado penda su di lui un mandato di arresto internazionale. http://www.africa-express.info/2016/03/18/alta-corte-sudafrica-contro-governo-illegale-e-vergognoso-non-arrestare-al-bashir-2/

Eppure Al Bashir è un interlocutore interessante per l’UE. E’ un Paese di transito per migliaia di migranti che cercano di raggiungere le nostre coste. Il Sudan è un a figura chiave nel “Processo di Khartoum”, lanciato proprio dal nostro governo nell’estate del 2014, nel corso della sua presidenza dell’UE, per difendere le frontiere europee di fronte al crescente numero di migranti.

Attualmente il governo di Al-Bashir ha già ricevuto quarantacinque milioni di dollari dalla Commissione europea dall’ “Emergency Trust Fund for Africa” per gestire meglio la migrazione. Grazie allo stesso fondo saranno finanziati equipaggiamenti comprese vetture) destinati alla polizia sudanese per poter controllare meglio i confini con l’Eritrea. E’ prevista anche la costruzione di due centri di accoglienza chiusi a Gadaref e Kassala con l’aiuto dell’Emergency Trust Fund for Africa.  L’Eritrea, invece riceverà  assistenza per l’attuazione di una regolamentazione  del traffico di esseri umani .

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Regimi corrotti, accusati entrambi di non rispettare i diritti umani.  La stessa polizia sudanese è stata spesso rimproverata di trattenere, arrestare i profughi eritrei per estorcere del denaro. E il rapporto dell’ONU parla chiaro per quanto riguarda la nostra ex-colonia (http://www.africa-express.info/2015/06/12/amnesty-international-un-report-eritrea-urges-strong-action/).

La Commissione europea ha anche annunciato di voler mettere a disposizione un pacchetto di  centododici milioni di dollari per combattere le cause dell’immigrazione irregolare e i trasferimenti forzati in Darfur, nel Sudan occidentale , sud Kordofan e Blue Nile, senza tenere conto che i miliari sudanesi sono spesso coinvolti nell’instabilità di queste Regioni.

Pur di frenare l’immigrazione, prodotta da governi corrotti, dove i diritti umani sono un optional o inesistenti,  l’UE è disposta ad una stretta collaborazione con i dittatori.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Egitto, arrestato presidente del sindacato dei giornalisti. Denuncia di Amnesty

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 31 maggio 2016

Yahia Galash, presidente del sindacato dei giornalisti egiziani
Yahia Galash, presidente del sindacato dei giornalisti egiziani

Yahia Galash, presidente del sindacato dei giornalisti egiziani e Khaled Elbalshy e Gamal Abd el-Reheem, membri del direttivo, stamani sono stati arrestati al Cairo.

Sono stati accusati di aver nascosto Amro Badr, direttore di “Yanaer”, giornale web di opposizione e di al-Saqqa, redattore della stessa testata, ricercati dalla polizia e di aver diffuso notizie false sui due colleghi.

La denuncia arriva da Amnesty International attraverso un comunicato che parla dell’arresto di Galash, Gamal ed el-Reheem convalidato al Cairo dopo 13 ore di interrogatorio.

Il 1 maggio quaranta uomini armati delle forze dell’ordine avevano assaltato la sede centrale del sindacato dei giornalisti picchiando chiunque capitasse a tiro e avevano arrestato Badr e Al Saqqa.

Il 4 maggio, migliaia di giornalisti, al grido “I giornalisti non sono terroristi” si erano radunati sotto la sede del sindacato, chiedendo le dimissioni del ministro dell’Interno Magdy Abel Ghaffar, il rilascio dei giornalisti arrestati e l’adozione di misure di protezione nei confronti di chi fa informazione in Egitto.

Magdy Abdel Ghafar, ministro degli Interni egiziano
Magdy Abdel Ghafar, ministro degli Interni egiziano

I due detenuti, ancora in carcere a Tora, si sono rifiutati di pagare una cauzione di oltre 1.000 dollari, per aver denunciato il presidente egiziano Al Sisi di aver ceduto due isole all’Arabia Saudita.

Secondo Amnesty sono accusati di “di aver dato vita a un gruppo illegale con l’intento di rovesciare il governo, istigazione alle proteste, pubblicazione di notizie false e militanza nel ‘Movimento 6 aprile’, uno dei protagonisti della rivoluzione del 25 gennaio 2011”.

Sindacato giornalisti al Cairo
Sindacato giornalisti al Cairo

L’irruzione delle forze dell’ordine nella sede del sindacato preoccupa gli operatori dell’informazione e la società civile perché è il segnale di un ulteriore giro di vite alla libertà di stampa. Infatti, è la prima volta che accade dalla fondazione del sindacato avvenuta nel 1941. Con l’arresto dei tre giornalisti del sindacato il regime di Al Sisi dimostra di voler continuare a imbavagliare la stampa e a stroncare il dissenso.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin

Al via in Sudafrica l’esproprio delle terre: applausi e critiche

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 28 maggio 2016

Il parlamento sudafricano giovedì scorso ha varato a larga maggioranza – duecentotto favorevoli, solo sette contrari – la legge sugli espropri.

Una vittoria dei cittadini sudafricani che durante il colonialismo sono stati derubati delle loro terre, secondo il partito al governo, l’African National Congress (ANC).

Negli ultimi anni ci sono state diverse manifestazioni per chiedere una riforma della legge fondiaria
Negli ultimi anni ci sono state diverse manifestazioni per chiedere una riforma della legge fondiaria (foto AFP)

Dopo le prime libere elezioni, svoltesi nel 1994, i sudafricani bianchi sono ancora i proprietari della maggior parte delle terre. Finora la riforma agraria dell’ANC era basata sulla politica “willing seller-willing buyer”, cioè venditori e compratori consapevoli e disponibili. Le norme però si sono dimostrate lente e poco efficaci. In oltre vent’anni dalla fine dell’apartheid, solo tra l’otto e il dieci per cento dei terreni, ossia otto milioni di ettari, sono stati trasferiti ai cittadini neri, il rimanente è ancora in mani bianche.  Dunque rappresenta solo un terzo del trenta per cento che l’ANC si era prefisso dopo l’ascesa al potere.

 La nuova legge, che dovrà essere ancora firmata da Jacob Zuma, il presidente del Paese, mira a velocizzare questo processo, autorizzando lo Stato ad espropriare dei terreni contro il pagamento di una somma che sarà determinata da un “perito indipendente”.

In un comunicato l’ANC ha dichiarato la propria soddisfazione per l’approvazione di questa legge e precisa “E’ un fatto storico, si annuncia una nuova era, finalmente si potrà intensificare il programma della distribuzione delle terre e porterà la tanto attesa giustizia alla maggior parte dei sudafricani espropriati dei loro terreni”.

La legge è stata criticata da alcuni economisti e associazioni di agricoltori, specificando che potrebbe rallentare gli investimenti e la produzione, in un momento dove il Sudafrica sta uscendo da un periodo di siccità. Puntano il dito anche verso lo Zimbabwe, dove l’esproprio delle aziende agricole ha portato seri problemi economici al Paese. Inoltre lamentano la poca chiarezza sulla sua applicazione.

L’ANC ha replicato che gli espropri saranno effettuati con un giusto ed equo compenso.

La “Democratic Alliance” (AD), partito all’opposizione, è contrario alla nuova legge sugli espropri. Un loro portavoce ha fatto sapere che presenteranno una petizione a Zuma con la richiesta di non firmare il decreto approvato dal parlamento. In caso contrario si rivolgeranno alla Corte Costituzionale che dovrà esprimersi sulla costituzionalità.

Anche un altro partito all’opposizione, the “African Christian Democratic Party” (ACDP) ha espresso il proprio disappunto e ha sottolineato che tale legge crea solamente insicurezza.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Da Nairobi il mondo si impegna a una politica si rispetto dell’ambiente

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 28 maggio 2016

Si è conclusa all’alba di oggi a Nairobi con una “discussione animata” la seconda assemblea dell’ambiente (UNEA, United Nations Environment Assembly) voluta dall’UNEP (United Nation Environment Programme) l’agenzia che si occupa della salute della Terra. Tutte le risoluzioni sono state approvate all’unanimità, meno una, quella che parla di Gaza. Vengono affrontati vari temi dalla tutela del mare e delle sue risorse, al traffico illegale di animali e di parti di essi, zanne d’elefante e corni di rinoceronti, tra l’altro), all’ inquinamento dell’aria, al consumo responsabile delle risorse. L’assemblea, cui hanno partecipato oltre 2 mila delegati provenienti da 170 Paesi, 120 dei quali rappresentati a livello ministeriale, ha invitato tutto il pianeta a unirsi agli sforzi per raggiungere l’obbiettivo fissato per il 2030 di uno sviluppo sostenibile e per implementare gli accordi sul clima raggiunti a Parigi.

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Per 5 giorni nella cittadella dell’ONU nella capitale keniota (un complesso enorme dove lavorano quasi 5 mila persone) si sono susseguite tavole rotonde, discussioni, confronti di esperienze diverse. Impossibile seguire tutto perché gli appuntamenti si accavallavano con cadenza continua. Anche la delegazione italiana, guidata dal sottosegretario all’ambiente Barbara Degani, ha presentato i suoi lavori, che sono stati apprezzati dai presenti durante un apposito incontro a latere . A parte l’introduzione piuttosto atipica (Degani non conosce l’inglese è stata aiutata da un’interprete trovata in fretta e furia e all’ultimo momento) la professoressa di microbiologia agraria Claudia Sorlini, presidente del comitato scientifico di Expo 2015, ha illustrato le proposte contenute nella “Carta di Milano”. “Il cibo – ha spiegato – deve essere considerato come un diritto inalienabile dell’umanità. A questo proposito i sindaci di 120 città (per un totale dei 400 milioni di cittadini) hanno steso e firmato un documento nel quale si sostiene che lotteranno per garantire un’alimentazione sana, proveniente da fonti sostenibili con un forte impegno nella lotta contro gli sprechi”.

Dicevamo dell’unica risoluzione che non è stata approvata, ma rimandata alla prossima assemblea. Parla di Gaza (CRP6 Environmental assessment of the Gaza strip http://www.africa-express.info/2016/05/28/13622/). Presentata dal gruppo dei 77 (cioè i Paesi in via di sviluppo, presieduti dall’Argentina) e dalla Cina ha bloccato l’assemblea per un decina di ore.

Claudia Sorlini
Claudia Sorlini

Per evitare che passasse anch’essa per acclamazione, come probabilmente sarebbe accaduto, Israele ha chiesto che fosse messa ai voti. La Siria è intervenuta con una mozione d’ordine di tipo procedurale, relativa alla possibilità di “no action motion” (Rule of procedure 55 para 2), ossia chiamare l’assemblea a votare per il “non voto” per preservare così la consuetudine di prendere decisioni all’unanimità nell’ambito dell’assemblea dell’UNEP. Gli Stati Uniti si sono decisamente schierati, com’è loro consuetudine, con Israele mentre l’Europa ha preferito attestarsi su una posizione intermedia (si sarebbe poi trasformata in astensione al momento del voto).

A questo punto, dopo una diatriba legale fatta di cavilli, interpretazioni, ostruzionismi e meline è stato stabilito che se fosse passato il “non voto”, la risoluzione sarebbe stata automaticamente rimandata alla prossima assemblea, cioè tra un anno.

Nel tentativo di bloccare il documento, con incontri a latere,è stato deciso di rimettere la palla nelle mani dell’Argentina, proponente della risoluzione, chiamata a valutare l’ipotesi di ritirarla. Assieme alla Cina i sudamericani hanno confermato di insistere. E così si è andati a una votazione su una mozione d’ordine che diceva più o meno così: “Volete che la risoluzione su Gaza sia messa ai voti?”

“Non si è raggiunto il quorum calcolato sugli aventi diritto al voto”, ha annunciato la presidenza. Ne è seguita una violentissima rissa verbale con gli arabi che hanno accusato il presidente, il ministro dell’ambiente costaricano, Edgar Gutiérrez, di parzialità e addirittura di disonestà, fin quando il Pakistan ha fatto notare che il quorum si doveva calcolare sul numero dei presenti e non degli aventi diritto.

Poster esposti all'UNEA durante l'assemblea UNEA
Poster esposti all’UNEA durante l’assemblea UNEA

Marcia indietro della presidenza che si è prostrata in scuse profonde e dopo un controllo sul numero dei presenti ha dichiarato che la mozione che chiedeva di non votare era stata respinta dal numero di voti contrari.

Finalmente alle 3 di notte si è votato sul contenuto della mozione. Schiacciante il numero dei favorevoli, 36, con 35 astenuti (tra cui Italia e tutta l’Unione Europea) e solo 4 contrari. Poiché però non si è raggiuto il quorum la risoluzione è stata rimendata alla prossima assemblea UNEA, tra un anno.

E’ chiaro che la mozione presentata dal gruppo dei 77 e dalla Cina era strumentale. Nel pianeta ci sono decine di conflitti che richiederebbero la presenza dell’UNEP per valutarne l’impatto ambientale. Mirare solo alla Striscia di Gaza è stato un errore. Probabilmente però gli Stati Uniti, invece di impegnarsi in un goffo tentativo di bloccare la risoluzione, avrebbero raggiunto un risultato migliore, se avessero presentato altre mozioni chiedendo la stessa cosa per aree geografiche situate nel mondo arabo-islamico, come il Darfur o il Mali. Ovunque durante i conflitti le tragedie non colpiscono solo la gente, ma anche l’ambiente.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Ambiente, all’assemblea dell’UNEP la solita rissa verbale per bloccare mozione su Gaza

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 28 maggio 2016

Non si è conclusa proprio con una pacca sulle spalle e una stretta di mano tra gentiluomini la seconda assemblea dell’UNEA (United Nations Environment Assembly) a Nairobi. La riunione, cui hanno partecipato 170 Paesi, ha prodotto una serie di documenti approvati all’unanimità. Ma sull’ultimo, una risoluzione sull’intervento dell’UNEP (l’agenzia dell’ONU sull’ambiente) nella striscia di Gaza, è scoppiata la rissa, per fortuna solo verbale.

La risoluzione sulla striscia di Gaza che ha bloccato i lavori dell'UNEA per parecchio tempo
La risoluzione sulla striscia di Gaza che ha bloccato i lavori dell’UNEA per parecchio tempo

Alla risoluzione, proposta dalla Lega Araba e dalla Cina, si sono opposti Israele e gli Stati Uniti. La battaglia verbale ha portato a polemiche procedurali, a schermaglie sui numeri degli aventi diritto al voto, sui quorum delle votazioni. Il presidente dell’assemblea, il costaricano Edgar Gutiérrez Espeleta, è stato messo in difficoltà, costretto a rivedere alcune decisioni sulle validità delle votazioni, accusato di non sapere condurre i lavori.

L'assemblea dell'UNEA
L’assemblea dell’UNEA

Qualche scivolata procedurale effettivamente se l’è permessa. Per esempio è stata ribaltata la decisione che non si poteva votare una mozione procedurale perché non c’era il quorom. O ha tentato, vista l’impossibilità di votare sulla mozione su Gaza, di aggiornare, alle 3 di notte, l’assemblea a stamattina. Gli è stato fatto notare che il meeting era previsto finisse il 27 e che quindi sarebbe stato scorretto farlo continuare fino al 28.

Alle 3,30 di notte, le 2:30 in Italia, da parte dei delegati, vista l’impossibilità di votare, si è deciso di portare la mozione su Gaza alla prossima riunione, cioè tra un anno. Una soluzione che salva la faccia, ma che suona comunque come un sconfitta per gli Stati Uniti e per Israele.

Domani su Africa ExPress altre notizie e la risoluzione finale adottata a Nairobi.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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Le autorità ordinano nel Kenya orientale: mettete i pannoloni agli asini

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 27 maggio 2016

Dal 26 maggio il pannolone per asini diventerà obbligatorio a Wajir, città del Kenya orientale quasi ai confini con la Somalia. L’hanno stabilito le autorità locali con un ordinanza, inviata a tutti i carretti tirati dai simpatici quadrupedi, nella quale si specifica che nella parte posteriore degli asini dovrà essere applicata qualcosa che impedisca agli escrementi di cascare in terra. Insomma una sorta di pannolone come quello che si usa per i neonati.

“L’amministrazione cittadina – c’è scritto in un comunicato alla popolazione – apprezza l’aiuto dei proprietari dei carretti nello sviluppo dell’economia di Wajir. Ma la nostra città deve essere tenuta sempre pulita. Per questo motivo vi ordiniamo di provvedere per impedire alla popò (la parola usata in inglese è poop, ndr) dei vostri asini di cadere sull’asfalto perché ciò crea un continuo fastidio. Nessun asino potrà più circolare in città, senza una borsa di raccolta delle feci dal 26 maggio”. Naturalmente i proprietari dei carretti si sono subito dovuti adeguare, postando su internet le foto dei loro animali attrezzati.

Un asino con un pantalone in una foto postata su facebook
Un asino con un pantalone in una foto postata su facebook

I kenioti si sono scatenati sui social network, postando commenti ironici e satirici. E’ impossibile contare le faccine illustrate con le lacrime agli occhi per le risate. Una nota per tutte: “Chiedo a Dolce e Gabbana di disegnare una borsa che si adatti con stile agli asini”.

In Kenya si discute parecchio degli animali da tiro, specie dopo che il governo ha autorizzato una società cinese, la Goldox Donkey, ad aprire un macello nella contea di Baringo. Il mattatoio, appena entrato in funzione, può abbattere 100 animali al giorno. La loro carne sarà esportata in Oriente. Sembra che i cinesi l’asino sia una ghiottoneria, una vera prelibatezza.

L'ordine della autorità che vieta agli asini di circolare senza pannolone a Wajir
L’ordine della autorità che vieta agli asini di circolare senza pannolone a Wajir (foto dalla BBC)

La Goldex Donkey sostiene che oltre alle parti commestibili, la pelle e i genitali del quadrupede sono un ottimo rimedio contro l’infertilità femminile. Il pene poi, mescolato al cioccolato, è una leccornia. I cinesi non hanno fornito la ricetta.

La fabbrica macella una settantina di animali al giorno e, poiché si stima che in Kenya vivano un paio di milioni di esemplari, se ne deduce che in pochi anni si arriverà alla loro estinzione in Kenya giacché la Goldox Donkey ha promesso di mettere in piedi anche un allevamento, cosa che per ora si è ben guardata di fare. Per ora quindi acquista sul mercato.

Il commercio degli asini ha provocato un aumento repentino dell’abigeato e provocato la reazione di alcuni cittadini. La Kenya Donkey Owners Miolongo (un’associazione di possessori di asini) scrive:”Senza un allevamento si rischia di restare senza animali in Kenya. Ora per far macellare i proprio capi arrivano da tutto il Paese. Occorre bloccare questa pratica crudele verso animali che sono utilissimi”.

Stanotte a Nairobi si chiuderà l’assemblea delle Nazioni Unite sull’ambiente (United Nations Environment Assembly) voluta dell’UNEP (United Nation Environment Programme) e tra le altre cose dibattute c’è anche l’impatto ambientale dei rifiuti.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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Kenya, conferenza dell’ONU sull’ambiente per frenare il collasso del pianeta

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 26 maggio 2016

Il presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, ha inaugurato oggi la Seconda Assemblea delle Nazioni Unite (UNEA-2) al quartier generale dell’UNEP a Nairobi. Tema dei lavori “Delivering on the environmental dimension of the 2030 Agenda for Sustainable Development”.

L’UNEA rappresenta il massimo livello decisionale mondiale per le risoluzioni sulla tutela dell’ambiente. I suoi lavori sono in realtà cominciati lunedì con incontri, tavole rotonde, interventi di ministri dell’ecologia provenienti da tutto il mondo. A capo della delegazione italiana il sottosegretario all’ambientem Barbara Deganim e il nostro ambasciatore a Nairobi, Mauro Massoni.

Kenyatta inaugura conferenza UNEA
Kenyatta inaugura conferenza UNEA

I lavori si svolgono in inglese. Parlano francese solo i rappresentanti dei nostri cugini d‘oltralpe, tra cui Ségolène Royal, ministro dell’ambiente e dell’energia del governo di François Hollande. La Royal, tra l’altro, è nata in Africa, in Senegal.

Gli argomenti in discussione vanno dal traffico illegale di avorio e corno di rinoceronte, alla qualità dell’aria, alla implementazione delle leggi e delle regole, al finanziamento della Green Economy, agli obbiettivi da inseguire per uno sviluppo sostenibile. Purtroppo nei documenti ufficiali non si parla di uno dei problemi strettamente collegati alla distruzione ambientale: la corruzione. Ma il problema emerge nelle tavole rotonde, nei dibattiti e nei risultati delle ricerche.

Tutti gli interventi inaugurali hanno messo l’accento sulla necessità di agire in fretta per impedire al pianeta di scivolare irrimediabilmente verso un drammatico peggioramento delle condizioni di vita. La crescita economica non può e non deve essere selvaggia: deve fare i conti con la tutela dell’ecosistema. Ma non solo: deve confrontarsi anche con i diritti umani e con la vita sociale. Occorre combattere contro il traffico illegale degli animali o di parte del loro corpo, come le zanne d’avorio o i corni di rinoceronte. La deforestazione selvaggia sta spolpando intere parti della Terra e la sta distruggendo.

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Il presidente Kenyatta ha incoraggiato i Paesi africani a impegnarsi a incrementare le politiche di tutela ambientale. “Dobbiamo investire sostanziali risorse – ha ammonito – . Il Kenya ha firmato il protocollo sul clima e gli accordi di Parigi e siamo impegnati ad aiutare le Nazioni Unite in questo sforzo di salvare il pianeta”.

Da anni nell’ex colonia britannica è vietata la caccia grossa ma nonostante le severe regole e punizioni i bracconieri continuano a uccidere elefanti e rinoceronti. Il servizio di vigilanza del Kenya Wildlife Service di tanto in tanto sequestra avorio e corni proveniente dalla caccia di frodo. Seguono immensi roghi dei corpi di reato: “Quest’anno – ha sottolineato Kenyatta – abbiamo bruciato 105 tonnellate di zanne e 1,3 tonnellate di corno. Qiesti ultimi appartenevano a oltre 1000 rinoceronti uccisi dai bracconieri”.

Il presidente del Kenya si è poi complimentato con i Paesi che hanno messo al bando il commercio d’avorio: “Sostengono la nostra politica di tolleranza zero verso chi vuol distruggere l’ecosistema in cui viviamo”.

“La tutela dell’ambiente – ha concluso il presidente del Kenya – richiede l’impegno e lo sforzo di ognuno di noi, del pubblico e del privato. Il pianeta è un bene collettivo e la battaglia per conservarlo è comune: o vinciamo tutti, o perdiamo tutti”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmil.com
twitter @malberizzi

In Sudafrica, la figlia di Tutu sposa una donna: cacciata dalla Chiesa anglicana

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 26 maggio 2015

Mpho Tutu, la figlia di Desmond Tutu, primo arcivescovo anglicano nero del Sudafrica e Premio Nobel per la Pace, si è sposata con una donna. Dopo di che il clero sudafricano l’ha costretta ad abbandonare la Chiesa.

Il Paese è ancora profondamente lacerato da differenze razziali e classi sociali, affiliazioni politiche e molto altro. Il matrimonio di Mpho ha creato scompiglio nella società sudafricana.

Mpho Tutu e Marceline Van Furth
Mpho Tutu e Marceline Van Furth

La Tutu, che ora si chiama Tutu-Van Furth e la sua compagna provengono da due realtà completamente diverse. Mpho è nera, di piccola statura, sudafricana. Marceline Tutu-Van Furth è alta e magra, olandese, atea, professore di pediatria ad Amsterdam. Entrambe sono divorziate con figli.

Fino a poco tempo fa la Tutu-Van Furth  è stata un devoto pastore della chiesa anglicana sudafricana. Oggi, invece, non può più esercitare la sua missione, perché il clero anglicano non è ancora pronto ad accettare pastori con preferenze sessuali alternative.

Mpho Tutu e il padre Desmond
Mpho Tutu e il padre Desmond

Le due donne hanno contratto matrimonio il 30 dicembre 2015, ma solo in questi giorni Mpho ha rivelato di essere stata cacciata dal clero anglicano sudafricano, che non riconosce il suo matrimonio.

Sebbene in Sudafrica le unioni omosessuali siano state legalizzate nel lontano 2006, la chiesa anglicana non si è adattata al passo dei tempi e ammette solamente matrimoni tra uomo e donna.

Raphael Hess, vescovo della diocesi di Cape Town e ex-superiore della Tutu-Van Furth ha voluto sottolineare: “La chiesa anglicana sudafricana deve avere il coraggio di avvicinarsi agli omosessuali,  dobbiamo adattarci alle leggi vigenti nel Paese. Spero che presto Mpho possa riprendere il suo lavoro pastorale qui da noi”.

Cornelia I. Toelgyes
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Happy Birthday Eritrea. Independence without freedom is nothing

Africa ExPress Special Correspondent
Saba Makeda
Somewhere in Eritrea, 24th November 2015

On this day as we celebrate 25 years of independence let us also strike a sombre note, a minute of silent contemplation a prayer even for the many prisoners of conscience in our, for the many who are snared into a never ending national service, for those who are crossing deserts and seas to pursue a dream of freedom, for all of our brothers and sisters.

Freedom, and the right of self determination was the dream of Idris Awate, Woldab Woldemariam, Petros Solomon ,Aster Solomon, Amna Melakhin.

A migrant shouts a slogan as he wears a Tee Shirt with the message, "Open The Way" as he stands on the seawall at the Saint Ludovic border crossing on the Mediterranean Sea between Vintimille, Italy and Menton, France, June 14, 2015. On Saturday, some 200 migrants, principally from Eritrea and Sudan who attempted to cross the border, were blocked by Italian police and French gendarmes.   REUTERS/Eric Gaillard
A migrant shouts a slogan as he wears a Tee Shirt with the message, “Open The Way” as he stands on the seawall at the Saint Ludovic border crossing on the Mediterranean Sea between Vintimille, Italy and Menton, France, June 14, 2015. On Saturday, some 200 migrants, principally from Eritrea and Sudan who attempted to cross the border, were blocked by Italian police and French gendarmes. REUTERS/Eric Gaillard

For us in 2016 the struggle is to remember that the price of freedom is eternal vigilance. Specifically on this 25th anniversary of our independence the struggle is about:

  1. The right to freedom of opinion and expression. This was the dream for Sium Tsehaie, Joshua, Dawid, arrested and disappeared with no trial since 2001. FREE THE JOURNALISTS
  2. The right to freedom of thought, conscience and religion .This was the dream of many including my humble Jehovah witness friend, a healer, arrested with no trial since 2009. It was also the dream of Abbuna Tedros and certainly of the Catholic Church when they reminded us that we are our neighbours keepers.. FREE ABBUNA TEDROS. FREE, JEHOVA WITNESS and PENTECOSTALS. FREE PRISONERS OF CONSCIENCE
  3. The right to take part in the governing of Eritrea either directly or through a freely chosen representative is the dream of all Eritreans. TWENTY FIVE YEARS OF RULE IS ENOUGH. IT IS TIME FOR ERITREANS TO FREELY EXERCISE THE RIGHT TO CHOOSE. NOW IS THE TIME
  4. The right to be free of torture, free of cruel, inhuman or degrading treatment is what all Eritreans dream of, and dream of. Yet it has come to pass that torture, cruel and inhuman treatment is now being practiced by Eritreans on Eritreans. STOP TORTURE. STOP THE PRACTICE OF DISAPPEARANCES. STOP DETENTION WITHOUT TRIAL. ABOLISH THE SPECIAL COURT. ALLOW FAMILIES TO ACCESS All PRISONERS
  5. The right to be free of slavery or servitude. STOP NEVER ENDING NATIONAL SERVICE.
  6. The right to life and security of person. FREE PAPA ABDU. FREE POLITICAL PRISONERS.

Happy Birthday Eritrea!! Many happy returns

Saba Makeda
makedasaba@ymail.com