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Tranello agli italiani: per arrestare il falso trafficante eritreo pagato del denaro

Dal Team di  Africa Express
12 giugno 2016

Si chiama Medhane Tesfarmariam Berhe e non è il pericoloso trafficante di uomini, estradato dal Sudan, grazie ad un mandato d’arresto internazionale. Ma è certamente il primo profugo eritreo, che grazie ad uno scambio di persona, è arrivato in Italia attraverso un canale sicuro, scortato dalle nostre forze dell’ordine.

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Africa ExPress è in grado di assicurare che Medhane Yehdego Mered, soprannominato “il generale”, il vero organizzatore del traffico internazionale di uomini è ancora a piede libero e indisturbato continua a organizzare i suoi terribili traffici. Secondo nostre fonti attendibili, Mered si sposta continuamente tra il Sudan, l’Etiopia, la Libia e l’Angola. Gode di protezioni ad alto livello che foraggia abbondantemente per avere una totale impunità e una libertà di movimento che gli permette contatti insospettabili.  “Il generale” ha due mogli e tre figli, parla perfettamente anche l’arabo, mentre il poveraccio arrestato (ma in fondo fortunato perché per raggiungere l’Europa ha evitato un viaggio costoro e pericoloso) ne comprende solo poche parole di quella lingua.

Un’altra informazione fornitaci da chi lo conosce bene, racconta che Berhe è fuggito dall’Eritrea nel dicembre 2014. E’ riuscito a raggiungere l’Etiopia e nel febbraio 2015 è arrivato in Sudan. Il giovane è stato arrestato a Khartoum durante una retata dalle forze dell’ordine, che da settimane danno la caccia agli eritrei. Molti gli arresti, tanti i deportati arbitrariamente nella nostra ex-colonia (http://www.africa-express.info/2016/06/01/sudan-3/).

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Un diplomatico occidentale basato a Khartoum parlando con Africa Express ha avanzato un’ipotesi piuttosto sconcertante: che a giocare un brutto scherzo ai servizi segreti italiani siano stati i loro colleghi sudanesi. Insomma li hanno presi in giro facendogli credere che il trafficante vero, già individuato dai nostri servizi, fosse il poveraccio fatto arrestare e estradare. Ma c’è ancora un particolare che è abbastanza oscuro, sul quale forse andrebbe fatta chiarezza. Per arrestare e estradare Medhane Yehdego Mered gli italiani avrebbero versato un ingente somma di denaro: a chi? Chi si è impadronito di quei soldi (probabilmente non una sola persona ma un gruppo non meglio identificato) non ha rispettato i patti e, invece di consegnare agli italiani il vero trafficante, ha messo in mano ai nostri agenti una brutta copia innocente. Tutto poi è finito in farsa quando scesi dall’aereo a Roma gli agenti si sono fatti fotografare trionfanti con la loro preda. Ora quella operazione che sarebbe dovuta terminare con una medaglia al merito si è trasformata in una bruciante sconfitta.

Berhe è stato interrogato dai magistrati italiani venerdì scorso e ha respinto qualsiasi coinvolgimento con i loschi traffici che gli sono stati attribuiti. Il suo avvocato, Michele Calantropo, ha sottolineato che il suo cliente è un semplice falegname, non riesce a comprendere il motivo del suo arresto, l’estradizione in Italia. “Certamente si tratta di uno scambio di persona”, ha aggiunto l’avvocato. Nei prossimi giorni i giudici inquirenti prenderanno una decisione circa la sua sorte.

Anche Segem Tasfamariam Berhe, la sorella del giovane, ha dichiarato pubblicamente di aver riconosciuto il fratello nella fotografia che lo ritrae tra due agenti della nostra Polizia di Stato al suo arrivo all’aeroporto di Roma, istantanea che ha fatto il giro del mondo. Segem ha chiesto il rilascio immediato del fratello. “E’ innocente, non è colpevole dei delitti che gli vengono attribuiti”, ha fatto sapere la sorella.

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Mered è uno dei trafficanti di uomini più efferati. Non solo ha fatto imbarcare migliaia di profughi su barconi e gommoni fatiscenti, guadagnando cifre da capogiro, ma è anche responsabile della deportazione di migliaia di persone nei terribili lager del Sinai, dove venivano torturate fino al pagamento di ingenti somme di denaro da parte dei familiari. Molte altre sono state uccise, perché nessuno poteva pagare il riscatto, altre sono morti a causa delle torture subite. Non si esclude nemmeno che qualcuno sia stato sottoposto all’espianto di organi. (http://www.africa-express.info/2013/12/08/un-rapporto-sulle-tragiche-verita-sinai-rapimenti-maltrattamenti-torture-e-se-la-famiglia-non-paga-il-riscatto-la-morte-ma-leritrea-continua-negare/)

Ecco, il ritratto del vero trafficante è questo, divenuto miliardario sulle spalle di chi è in fuga da guerre, contrasti interni, persecuzioni, fame nera.

Il team di Africa ExPress

 

Scontri con scambio di cannonate alla frontiera tra Etiopia ed Eritrea

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Africa ExPress
Nairobi, 12 giugno 2016

Il sito solitamente ben informato Horn Affairs, riporta che oggi all’alba violenti scontri sono scoppiati al confine tra Etiopia ed Eritrea, in una località chiamata Tsorena. Il governo etiopico non ha confermato l’incidente cominciato alle 5 del mattino con scambi di colpi d’artiglieria e terminato nel primo pomeriggio.

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I boati delle cannonate – secondo il sito che è basato ad Addis Abeba – si sarebbero uditi fino a Zalambessa, un po’ più a est. Le bombe sarebbero cadute in zone vicine agli abitati di Kebeles nella zona di Tsorena.

I soldati etiopici sarebbero penetrati in territorio eritreo per qualche chilometro e una divisione meccanizzata basata a Makellè starebbe viaggiando verso il confine con eritrea a nord.

Sempre secondo Horn Affairs a metà giornata gli scontri si sarebbero spostati in altre zone: Akran, Kolo Berendo e Kinin Kinito.

E bene sottolineare che non si ha alcuna conferma degli scontri.

Africa ExPress

Which African country is worst at fighting insurgents?

Special for IRIN
Obi Anyadike
Nairobi, 10 June 2016

Public approval in Nigeria and Kenya for their governments’ handling of jihadist violence is low, and citizens have a poor opinion of the security forces that are supposed to protect them, according to a survey-based report released this week by Afrobarometer, a pan-African research network.

Both Nigeria and Kenya are facing ruthless insurgencies, but only about four in 10 of their citizens back the counter-insurgency efforts. That score contrasts with high approval ratings in regional neighbours Niger (96 percent), Cameroon (81 percent), and Uganda (83 percent), which also face security threats.

The Afrobarometer surveys were carried out in 36 countries at the end of 2014 and beginning of 2015 as face-to-face interviews in the language of the respondent’s choice with a maximum +/-3 percent sampling error.

They not only reveal that citizens in Nigeria and Kenya are unhappy with their governments’ performance in dealing with Boko Haram and al-Shabab violence, but also expose significant levels of distrust in the security forces.

Out of all the countries surveyed, public confidence in the police was lowest in Nigeria (21 percent) and Kenya (36 percent) – compared to Niger, where almost nine in 10 citizens said they trusted their police.

When people were questioned on their perceptions of their armed forces, Nigeria’s military was again the worst performer, with only 40 percent of people saying they were trusted. In Kenya, the military enjoyed more confidence at 68 percent.

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By comparison, 86 percent of people polled in Senegal regarded their army as reliable; in Tanzania it was 82 percent.

Big caveat

“Context really matters,” said report co-author Rorisang Lekalake. “At that time [of the surveys], there were large numbers of attacks in Nigeria and Kenya. In Nigeria, the situation was so precarious we couldn’t conduct the surveys in three northern states.”

Forty-five percent of Kenyans voted security as their number one concern, as did 39 percent of Nigerians. But the most concern was found in the middle-income island nation of Mauritius (48 percent), followed by Tunisia (47 percent).

By contrast, only 10 percent of Ugandans said they were worried, despite the country’s long battle with al-Shabab in Somalia. Sierra Leoneans were positively sanguine; just three percent mentioned security as an issue.

 Obi Anyadike
IRIN

 

In Nigeria i militanti dell'”Avengers” fanno saltare importante oleodotto dell’Agip

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Africa Express
Abuja, 10 giugno 2016

Le autorità nigeriane hanno confermato l’attacco all’oleodotto Obi Obi Brass dell’ENI, avvenuto tra l’una e le due di venerdì notte. Durante la mattina il gruppo “Niger Delta Avengers (più o meno “I vendicatori del Delta del Niger”) hanno rivendicato l’attentato su Twitter.

Desmond Agu, comandante del Nigeria Security and Civil Defence Corps ha specificato: “C’è un’importante fuoruscita di petrolio, per fortuna non si è verificato nessun incendio”.

Militanti del Niger Delta Avengers in marcia nel fiume
Militanti del Niger Delta Avengers in marcia nel fiume

L’oleodotto in questione si trova nel Brass River (Delta del Niger) nel Bayelsa State, dove militanti di diversi gruppi hanno messo a segno un attacco dietro l’altro negli ultimi mesi (http://www.africa-express.info/2016/05/22/ricomincia-la-guerriglia-in-nigeria-dopo-la-chevron-colpita-anche-lagip/).

Gli Avengers hanno affermato di aver colpito il più importante oleodotto dell’AGIP, mentre gli operatori commerciali hanno rimarcato che non si è evidenziato subito un arresto totale del flusso del greggio dal Brass River.

Oleodotto della Chevron fatto saltare dagli Avengers qualche giorno fa
Oleodotto della Chevron fatto saltare dagli Avengers qualche giorno fa

I responsabili di ENI non hanno voluto rilasciare nessun commento circa l’attacco e le eventuali conseguenze circa la produzione.

La Nigeria ha subito pesanti perdite economiche in questo ultimo periodo.  Molte raffinerie straniere hanno disdetto gli ordini a causa dell’incertezza attuale dovuta ai continui attacchi agli impianti petroliferi.

Africa ExPress

In Malawi gli albini cacciati come animali per pratiche rituali

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 10 giugno 2016

“Perché la gente mi dà la caccia come per prendere un animale per mangiarlo?”. Chi parla è Grace Massah, persona albina, vice preside della scuola di ostetricia di Nkhoma in Malawi.

Cacciata per vendere le parti del suo corpo
Cacciata per vendere le parti del suo corpo

Nel paese africano gli albini sono chiamati “fantasmi” e fin da bambini sono discriminati per il colore della loro pelle bianca. Ma soprattutto negli ultimi anni vivono nel terrore a causa di bande criminali che li cacciano come prede per vendere parti del loro corpo utilizzate per pratiche rituali di stregoneria. E se non vengono ammazzati, sono mutilati.

Quando i criminali non riescono uccidere persone albine vengono deturpate le tombe per portar via le ossa – per la convinzione che contengono oro – o altre parti del corpo. La polizia ha scoperto almeno 39 casi di esumazione illegale dei corpi delle persone con albinismo.

Bambino albino mutilato
Bambina albina mutilata


La denuncia viene da Amnesty International
che ha lanciato la campagna “Malawi: Stop agli omicidi rituali delle persone albine” diretta al governo del Malawi per la protezione delle persone colpite da albinismo e per il rispetto del loro diritto alla vita e alla sicurezza.

“Alcuni credono che le nostre ossa e i nostri capelli abbiano dei poteri. Credono che il nostro sangue porti salute o che porti fortuna” racconta un uomo albino intervistato dall’Ong per i diritti umani.

Ma la parte più drammatica della tragedia vissuta dagli albini è che non è possibile fidarsi nemmeno della propria famiglia. Una donna ha raccontato ad Amnesty che la maggior parte coloro che attaccano le persone con albinismo sono parenti stretti.

Bambini albini in un villaggio del Malawi
Bambini albini in un villaggio del Malawi

Deprose Muchena, direttore di Amnesty per l’Africa australe ha dichiarato che “L’ondata senza precedenti di attacchi brutali contro le persone con albinismo ha creato un clima di terrore anche per le loro famiglie che vivono in uno stato di costante paura per la loro vita. Le autorità del Malawi hanno miseramente fallito lasciando questa minoranza in balia delle bande criminali”.

Dal novembre 2014 in Malawi c’è stato un incremento di uccisioni e rapimenti di persone con albinismo e i più vulnerabili sono donne e bambini. Sono stati assassinati 18 albini mentre cinque di coloro che sono stati rapiti risultano dispersi. Il mese più sanguinoso registrato da Amnesty è stato aprile 2016 con quattro omicidi.

Il più terrificante è quello di Whitney Chilumpha: non aveva compiuto i due anni quando, di notte, è stato strappato dalle braccia della mamma mentre dormiva. Pochi giorni dopo, su una collina vicino al villaggio, sono state trovate parti del cranio, alcuni denti e i vestiti del piccolo. Sono strati arrestati cinque uomini tra i quali il padre del bambino, tutti sospettati dell’omicidio.

Mappa del Malawi
Mappa del Malawi

Il governo del Malawi accusa gli stregoni dei Paesi confinanti, soprattutto la Tanzania che ha una storia di attacchi a persone albine e dice che la maggioranza di coloro che chiedono parti del corpo per rituali tradizionali non sono stregoni malawiani.

L’albinismo è un’anomalia congenita ereditaria che consiste nella totale o parziale deficienza di pigmentazione melaninica nella pelle, dei capelli e dell’iride. Si stima che la popolazione di albini in Malawi sia tra le 7 mila e le 10 mila persone su una popolazione di 15 milioni di abitanti. Dodici volte superiore alla media europea e degli e del Nord America.


Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin

Crediti foto:
Courtesy Amnesty International
Mappe Malawi e Africa
Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/
Di Marcos Elias de Oliveira JúniorOpera propria
Questo file grafico vettoriale è stato creato con Inkscape., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org

L’ONU giudica l’Eritrea: è peggio dell’inferno

Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 9 giugno 2016

Crimini contro l’umanità. Ecco cosa ha evidenziato il nuovo rapporto della commissione d’inchiesta della Nazioni Unite sulle violazioni dei diritti umani in Eritrea, presentato ieri durante una conferenza stampa a Ginevra.

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Se la relazione dello scorso anno (http://www.africa-express.info/2015/06/11/il-rapporto-onu-che-inchioda-la-dittatura-eritrea-litalia-non-puo-essere-complice-dei-tiranni/) ha lasciato tutti annichiliti, il nuovo rapporto lascia senza parole. Finalmente una fonte autorevole conferma ciò che le organizzazioni per la difesa dei diritti umani e gli stessi eritrei fuggiti da questa terribile realtà hanno sempre sostenuto: la nostra ex-colonia è una galera a cielo aperto, dove i diritti vengono regolarmente calpestati, anzi, sono inesistenti.

In sintesi, la Commissione d’inchiesta ha rilevato quanto segue:
“Crimini contro l’umanità sono stati commessi in maniera sistematica e generalizzata nei centri di detenzione, nei campi di addestramento militare, e in altri luoghi sparsi in tutto il Paese negli ultimi 25 anni”.

E prosegue: “Crimini di riduzione in schiavitù, pene detentive, sparizioni forzate, torture, violazioni, persecuzioni, assassini, atti aberranti, disumani di ogni genere sono stati commessi nel quadro di una campagna generalizzata e sistematica dal 1991, per infondere paura e dissuadere gli oppositori per avere il pieno controllo della popolazione eritrea.

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L’Eritrea è uno Stato autoritario, non esiste un sistema giudiziario indipendente e nemmeno un Parlamento, o altre Istituzioni democratiche, uno stato di non governance e la totale assenza di uno Stato di diritto.

Mike Smith, capo della commissione d’inchiesta ha sottolineato che non esiste nessuna prospettiva che il sistema giudiziario eritreo giudichi in maniera trasparente ed equo gli autori di questi efferati crimini. Bisogna ascoltare le voci delle vittime e i criminali devono essere giudicati. La comunità internazionale deve ora prendere le misure necessarie e riferire anche alla Corte penale internazionale, oltre che ai tribunali nazionali competenti affinchè si possano individuare una volta per tutte le responsabilità delle atrocità commesse in Eritrea”.

Smith, durante la conferenza stampa di ieri, ha evidenziato che si suppone che dal 1991 quattrocentomila persone siano state tenute in stato di schiavitù.

Secondo l’ONU un numero consistente, fino a cinquemila persone, scappano mensilmente dalla nostra ex-colonia, rischiando ogni momento di morire durante la fuga e, non per ultimo, di annegare nel Mediterraneo mentre cercano di raggiungere l’Europa, in cerca di una vita migliore.

Bodies of drowned migrants are lined up in the port of Lampedusa Thursday, Oct. 3, 2013. Tens of people died when a ship carrying African migrants toward Italy caught fire and sank off the Sicilian island of Lampedusa, spilling hundreds of passengers into the sea, officials said Thursday. Many migrants have been rescued, but the boat is believed to have been carrying as many as 500 people. It is one of the deadliest migrant shipwrecks in recent times and the second one this week off Italy: On Monday, 13 men drowned while trying to reach southern Sicily when their ship ran aground just a few meters (yards) from shore at Scicli. (AP Photo/Nino Randazzo, Health Care Service, HO)

Dal 2014 la commissione ha ascoltato ottocento eritrei in esilio e ha ricevuto quarantacinquemila esposti scritti. L’Eritrea è uno tra i Paesi più poveri al mondo. La maggior parte della popolazione vive con meno di 480 dollari annui.

Eppure l’Unione Europea 6 aprile 2016 ha deciso un finanziamento al governo eritreo nell’ambito dell’EDF (European Development Fund) di 175 milioni di Euro per il rifacimento della rete elettrica, costruzione di fotovoltaici e altro. Ulteriori 20 milioni sono previsti per il supporto di gestione finanziaria. (http://www.africa-express.info/2016/04/09/ammazzati-in-eritrea-giovani-che-tentavano-di-disertare-mentre-leuropa-sblocca-i-finanziamenti/)

Cornelia I.Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

L’Europa punta sul Niger per fermare i migranti e paga i governi che li bloccano

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgies
Quartu Sant’Elena, 8 giugno 2016

Il Niger si trova in una situazione geografica strategica per i flussi migratori che vogliono raggiungere l’Europa. L’ex colonia francese è una tappa obbligatoria per i profughi provenienti dall’Africa occidentale, diretti verso le coste libiche per potersi imbarcare alla volta dell’Italia.

Il Niger è un Paese chiave per prevenire l’immigrazione illegale”, ha affermato Federica Mogherini , alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione, il 13 maggio 2015.

Quel giorno il consiglio europeo ha approvato di rafforzare la missione civile EUCAP Sahel Niger (European Union Capacity Building Mission Sahel) per prevenire l’immigrazione irregolare. E’ stato anche promesso sostegno alle autorità nigerine per prevenire i flussi migratori irregolari e per combattere la criminalità ad essi connesse.

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La costruzione di campi per profughi nei Paesi di transito sono parte integrante del tanto discusso Processo di Khartoum.

Si stima che lo scorso anno almeno centomila persone in fuga da fame nera, guerre e persecuzioni, abbiano attraversato Agadez, città e capoluogo della regione omonima nel nord del Niger, verso il confine con la Libia, per raggiungere le nostre coste.

Alla fine di aprile i media della ex-colonia francese hanno riportato l’arresto di oltre cento donne e bambini, che tentavano di attraversare il deserto in un camion. Giuseppe Loprete, capo della missione OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) ha fatto sapere che i migranti sono stati portati in un centro gestito dall’OIM ad Agadez, l’Organizzazione non ha predisposto il loro rimpatrio.

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All’inizio di maggio, il ministro degli esteri, Ibrahim Yacoubou, in occasione della visita di Jean-Marc Ayrault e Frank-Walter Steinmeier, rispettivamente a capo del dicastero degli esteri francese e tedesco, ha sollecitato l’UE che il suo Paese ha bisogno di un miliardo di euro per combattere l’immigrazione illegale.

E proprio il 7 giugno, Federica Mogherini e il primo vice-presidente dell’UE, Frans Timmermans hanno annunciato che la Commissione europea è intenzionata ad incrementare il fondo fiduciario per l’Africa di un miliardo di euro. La metà sarà attinta dalla riserva del Fondo europeo di sviluppo e l’altra metà richiesta agli Stati membri per far fronte ad una nuova forma di collaborazione-partenariato con i principali Paesi terzi di origine e di transito dei migranti.

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In sintesi, l’UE è pronta a finanziare i Paesi terzi pronti a collaborare, coloro che “produrranno” meno profughi, senza tener conto che il maggior numero di persone fuggono proprio da governi dove i diritti umani non vengono rispettati, da situazioni di conflitti interni, guerre e fame nera. Dunque non è difficile pensare che per non far espatriare loro cittadini, le dittature useranno mezzi duri, magari utilizzando quelle armi italiane messe gentilmente a disposizione da Roma.

Difficile poi che tali Stati investiranno i finanziamenti dell’UE a beneficio della popolazione. Piuttosto quei soldi finiranno nelle tasche dei dittatori e dei loro aguzzini. Scommettiamo che serviranno a comprare armi?

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Altro massacro dei Boko Haram, questa volta hanno attaccato in Niger

Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 6 giugno 2016

Venerdì sera militanti di Boko Haram hanno assaltato una base militare a Bosso nella Regione di Diffa, nel sud-est del Paese, al confine con la Nigeria. Sono stati uccisi trenta soldati nigerini e due nigeriani. I feriti tra le truppe dei due Paesi sarebbero sessantasette.

Il ministro della difesa del Niger, Karidio Mahamadou, ha confermato la notizia.

Karidio Mahamadou  ha anche assicurato che nella mattinata di sabato, grazie ad una contro-offensiva dell’esercito, tutte le postazioni sarebbero nuovamente sotto il controllo del governo.

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Mahamadou ha sottolineato che ci sarebbero stati parecchi morti e feriti tra i sanguinari terroristi Boko Haram, che non hanno risposto al comunicato del governo della ex-colonia francese.

Infatti, poche ore fa alcune centinaia di terroristi hanno nuovamente occupato la città di Bosso, dopo gli scontri con i militari nigerini e nigeriani.

Una fonte della sicurezza,  che ha voluto mantenere l’anonimato, avrebbe rivelato proprio questa sera al Daily Post (quotidiano nigeriano) che un’offensiva congiunta delle truppe preposte alla sorveglianza del Lago Ciad dovrebbe partire fra poche ore.

Il ministro della difesa ha visitato la città di Bosso nella mattinata di lunedì per controllare i danni procurati dall’attacco. Oltre ventimila persone sono fuggite, in parte residenti, in parte rifugiati nigeriani, che avevano cercato protezione nel vicino Niger.

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E’ uno dei peggiori assalti che il Paese ha subito dopo essersi schierato con la Nigeria contro i Boko Haram nel febbraio 2015. Il 25 aprile dello scorso anno i terribili settari avevano attaccato una postazione militare sul Lago Ciad, uccidendo settantaquattro persone, tra loro ventotto civili e trentadue militari sono stati dati per dispersi.

In un comunicato, diramato questa mattina dall’Ufficio per gli affari umanitari (OCHA) di Niamey, la capitale del Niger, l’agenzia ha fatto sapere che gli sfollati necessitano urgentemente acqua, cibo, cure mediche e tende. E, sempre secondo OCHA, le missioni umanitarie verso Bosso, sarebbero sospese attualmente per motivi di sicurezza.

Questo attacco è sopraggiunto proprio quando la forza multinazionale stava per lanciare un attacco decisivo contro i famigerati Boko Haram sul Lago Ciad.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Comincia il Ramadhan, allarme attentati in Kenya

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 4 giugno 2016

Un altro allarme attentato è stato lanciato dalla polizia in Kenya. I terroristi shebab somali stanno pianificando attacchi un po’ dappertutto durante il mese santo del ramadham, che quest’anno cade dal 6 giugno al 5 luglio. Il ramadhan è stato sempre scelto dai terroristi per organizzare pesanti attentati.

Nel 2014, in due giorni di mattanza senza senso, a Mpaketoni, un grosso villaggio tra Malindi e Lamu, i fondamentalisti islamici ammazzarono a sangue freddo 60 civili, soprattutto cristiani di etnia kikuyu. Gli assalitori bruciarono case, negozi, hotel ristoranti, la posta e gli uffici della municipalità e del governo.

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L’anno successivo, il 14 luglio all’alba, a Baure, un villaggio nei pressi di Lamu, una delle maggiori attenzioni turistiche della costa keniota) un massiccio gruppo di shebab attaccò una postazione dell’esercito keniota. Non si conoscono le i morti da parte governativa. Gli assalitori avrebbero perso una ventina di loro compagni.

La fonte di intelligence keniota ha specificato ad Africa ExPress che gruppi di shebab nel nord est del Kenya hanno attraversato alla spicciolata la frontiera con la Somalia. Altri fondamentalisti armati sono passati dall’ex colonia italiana alla foresta di Boni nell’entroterra di Lamu. Già l’area è stata utilizzata dai terroristi come santuario ed è stata la base da cui sono partiti i fondamentalisti che hanno assalito l’università di Garissa il 2 aprile 2015: furono uccisi in 148 tra studenti e professori.

Nel giugno successivo l’esercito keniota uccise in un scontro a fuoco in Somalia uno degli organizzatori di quell’attacco, l’ugandese Luqman Osman Issa, mentre qualche giorno fa ha ammazzato Mohamed Kuno, considerato la mente di qual micidiale massacro.

 

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I servizi di sicurezza kenioti sono in piena azione per evitare possibili attentati. Secondo le informazioni, obbiettivi dei terroristi sarebbero persone in vista, politici e/o ambasciatori, e civili cristiani nei quartieri di Eastleigh e Majengo.

Sempre secondo informazioni confidenziali, gli shebab intendono vendicare la morte di alcuni leader shebab, uccisi dall’esercito e le dalla polizia compreso Thomas Evans, il cittadino britannico che aveva lasciato l’Europa per andare a combattere in Somalia, ammazzato in uno scontro a fuoco Thomas Evansa inizio giugno dell’anno scorso. Ma la vendetta più grande gli shebab intendono prendersela contro l’esercito del Kenya per l’invasione della Somalia, cominciata nel ottobre 2015 e ancora in corso.

Massimo A. Alberizzi
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Il dittatore angolano nomina la figlia a capo della compagnia statale del petrolio

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Dar Es Salaam, 3 giugno 2016

Il presidente angolano Josè Eduardo dos Santos ha nominato la sua figlia maggiore, Isabel, capo delle compagnia statale del petrolio, Sonangol. Isabel è considerata la donna più ricca di tutta l’Africa, con un patrimonio di 3.5 miliardi di euro. Con un colpo da maestro, in aprile il padre ha fatto fuori tutto il consiglio d’amministrazione della società, quindi ha piazzato la figlia sul ponte di comando. Un altro leader marxista-leninista e combattente per la libertà si è trasformato in feroce dittatore. Per carità non è una metamorfosi recente. La sua dittatura, difesa da tutti i Paesi occidentali, è diventata sempre più dura con i dissidenti e ciò gli ha permesso di regnare per 36 anni. Nella classifica del tiranno più longevo, Dos Santos è battuto, ma solo per un mese, da un altro crudele e inumano suo collega, l’equatoguineano Teodoro Obiang.

Isabel Dos Santos ha una miriade di interessi in settori strategici: estrazione di diamanti, banche, editoria, telecomunicazioni. E non solo in Angola, ma anche in Portogallo, dove, tra l’altro è proprietaria del 7 per cento della Galp Energia.

Isabel Dos Santos
Isabel Dos Santos

Il dittatore governa il suo Paese con pugno di ferro. I dissidenti dell’UNITA (Unione Nazionale per l’indipendenza Totale dell’Angola) sono stati annientati anni fa, subito dopo che il loro leader, Jonas Savimbi, nel 2002, fu stato assassinato in battaglia. In realtà fonti di intelligente sostengono che si trattò di una  congiura. I governativi erano stati avvisati della presenza di Savimbi in quellarea,’agli israeliani e dagli americani che non sopportavano un’Angola instabile dove le compagnie petrolifere e i commercianti di diamanti non potevano operare liberamente e senza quegli “inollerabili e costosi” vincoli e laccioli.

I resti di quella che era stata l’UNITA furono assorbiti nel governo e poi completamente annientati.

Grazie al petrolio e ai diamanti, l’Angola è diventata una terra strategica e cruciale per l’Occidente e per la Cina. Nei rapporti con l’ex colonia portoghese, la differenza tra i due è che il primo può contare su un’opinione pubblica, che talvolta riesce a frenare gli eccessi dei despoti e delle tirannie, la seconda agisce del tutto indisturbata, applicando un principio che piace molto ai dittatori africani: la non interferenza negli affari interni dei Paesi in cui si opera.

E così Isabel Dos Santos, la figlia prediletta del despota, incarna ora la dinastia Dos Santos. Ma la colpa della navigazione del governo verso un atteggiamento sempre più autoritario non è solo della “Casa regnante”. Assolutamente no. La metamorfosi è stata non solo tollerata, ma anche aiutata e incoraggiata dall’Occidente, Stati Uniti e Italia in prima linea.

La Chevron e l’Eni hanno interessi enormi in Angola. Infatti le visite ufficiali a Luanda sono piuttosto frequenti. Alcuni mesi fa è volato laggiù anche il primo ministro italiano Matteo Renzi con una delegazione di imprenditori tra cui i rappresentanti di fabbriche d’armi, come la Finmeccanica. Le manifestazioni di piazza contro il regime, rarissime in verità, sono tenute a bada da polizia ed esercito equipaggiati per lo più con armi italiane. E poi ci domandiamo perché la gente scappa da quagli inferni.

Eduardo Dos Santos
Eduardo Dos Santos

In Europa poi non arriva l’eco della fuga dal Paese di migliaia di persone. Senza lavoro, senza prospettive e vessati da una dittatura intollerante, le persone scappano verso la Namibia e il Sudafrica, i Paesi più ricchi dell’Africa australe con un’economia sviluppata, visti come le terre dove ci si può ricostruire una vita. La migrazione che si sta verificando da quelle parti con migliaia di disperati che cercano di spostarsi attraversando i confini, non ha nulla da invidiare a quelle bibliche qui da noi.

L’Angola, caso per altro frequente in Africa, è un Paese ricchissimo e poverissimo allo stesso tempo. Ciò vuol dire che c’è una élite di papaveri del governo e delle istituzioni che saccheggia le ricchezze de Paese, con la connivenza dei governi occidentali, e una miriadi di diseredati che vivono saccheggiando i cassonetti delle immondizie per rubare il cibo avanzato dai ristoranti e finito in pattumiera.

Con un comunicato diffuso del suo ufficio, Isabel Dos Santos ha promesso trasparenza nella Sonangol e di combattere la corruzione. Pochi ci credono: “E’ come affidare a un topo la credenza dove si tiene il formaggio”, ha commentato a Nairobi un diplomatico occidentale.

Naturalmente la figlia del dittatore ha sempre negato di aver accumulato la sua enorme ricchezza sfruttando la pozione privilegiata del padre o attraverso il saccheggio delle casse del suo Paese. Una posizione comune a tutti i rampolli dei dittatori africani.

Massimo A. Alberizzi
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