Un commando di miliziani shebab ha attaccato l’hotel Nasa Hablod a Mogadiscio. I morti sono almeno 15 e i feriti più del doppio. L’albergo è di proprietà di Abdulkadir Nur Mohammed, più conosciuto con il soprannome di Eno, un uomo d’affari somalo che ha anche passaporto italiano. Ha perso la vita anche il ministro dell’ecologia Buri Mohamed Hamza descritto da un rapporto delle Nazioni Unite come un appassionato difensore dell’ambiente. Gli shebab, la filiale somala di Al Qaeda hanno rivendicato l’assalto.
Le macerie dell’hotel Nasa Hablod
L’assalto all’hotel è avvenuto nel tardo pomeriggio. Un kamikaze si è presentato alla porta d’ingresso dell’albergo e si è fatto saltare in aria. Il cancello è stato scardinato e a quel punto il commando di una mezza dozzina di uomini è entrato nel cortile sparando all’impazzata contro qualunque cosa si muovesse. E’ stata una strage. Tra i morti le guardie di sicurezza, impiegati, clienti e gli stessi assalitori.
La polizia somala è immediatamente intervenuta e dopo una furibonda, anche se breve battaglia, ha ripreso il controllo dell’albergo.
L’albergo Nasa Hablod (il nome significa “seno enorme”) si trova a pochi metri dalla piazza del quarto chilometro, forse la più importante della capitale somala e comunque la più trafficata. Il proprietario, Abdulkadir Eno e sua moglie, fanno parte del clan abgal e la famiglia è una delle più influenti della Somalia. La signora è stata anche ministro.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 24 giugno 2016
Nella Repubblica centroafricana si continua a morire. La pace, più volte annunciata, è ancora lontana, molto lontana. Negli ultimi giorni si sono verificati nuovi scontri anche nel nord del Paese, durante i quali sono state uccise almeno sedici persone. Altre venti sono state ferite. Un gruppo di pastori semi-nomadi fulani (musulmani) sono stati attaccati da una banda armata di ex-Séléka (anche loro per lo più musulmani) . In queste settimane le mandrie sono in transumanza e si spostano alla ricerca di pascoli più ricchi. I pastori, che spesso provengono dai vicini Ciad e Camerun, sono generalmente armati per difendersi dai furti di bestiame.
La scorsa settimana sono morte altre dieci persone per fatti simili. Per riportare la calma è stato necessario l’intervento dei caschi blu della missione di pace MINUSCA (“United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in the Central African Republic”).
Violenze inaudite. Un militare governativo calpesta un presunto ribelle
Nuovi attacchi sono stati segnalati anche a Bangui, la capitale dell’ex-colonia francese. Il bilancio provvisorio è di sette morti e tredici feriti. Domenica scorsa un gruppo armato di autodifesa ha preso in ostaggio sei poliziotti. Malgrado l’intervento dei militari di MINUSCA, nella capitale si respira ancora un’aria pesante, anche a detta della rappresentante speciale dell’ONU, Diane Corner, che in un comunicato ha sottolineato: “Dopo il periodo post-elettorale abbiamo goduto di una certa calma, ma ora la situazione è nuovamente assai tesa. Alcuni elementi degli ex-Séléka non sono affatto soddisfatti dell’attuale situazione e cercano di prendere il controllo in certe zone della Repubblica Centrafricana. La condizione generale resta precaria”.
La presenza nel Paese di Noureddine Adam, un leader degli ex-Séléka, sta creando instabilità un po’ ovunque, soprattutto nel nord-ovest e nel settore centrale, ma anche a Bangui.
Una specialista indipendente di diritti umani, nominata dal Palazzo di Vetro, Marie-Thérèse Keita Bochum, martedì scorso in un comunicato ha richiamato l’attenzione sul fatto che è indispensabile neutralizzare le varie bande armate e ristabilire l’autorità dello Stato. La Bocoum ha chiesto al governo e alle forze multinazionali presenti nell’ex-colonia francese, di mettere in atto misure severe per far cessare le conflittualità, proteggere la popolazione civile e gli operatori umanitari, e di assicurare reale assistenza alle vittime.
Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA), alla fine di maggio 2016 su una popolazione di 4,6 milioni, gli sfollati erano ancora 415.300 e i rifugiati nei Paesi confinanti 467.800. Alcune migliaia i morti. Otre la metà della popolazione necessita di aiuti alimentari; attualmente solo 1,9 milioni di centrafricani possono usufruire del piano di intervento umanitario. Mancano le strade per poter raggiungere la popolazione, specie durante il periodo delle piogge; inoltre per gli operatori umanitari è pericoloso avventurarsi all’interno. Le bande armate sono sempre in agguato. Cibo, medicinali valgono più dell’oro in un Paese distrutto dalla guerra iniziata alla fine del 2012.
In un recente rapporto, i ricercatori di Human Rights Watch hanno accusato alcuni soldati del Congo-Brazzaville, presenti nel corpo di pace della MINUSCA, di uccisioni extragiudiziali. Tra la fine del 2013 e e giugno 2015 avrebbero ammazzato almeno diciotto persone, tra loro anche donne e bambini.
Da tempo era in corso un indagine sulla sparizione di alcune persone. La conferma è arrivata con la scoperta di una fossa comune vicino a Boali, nei pressi di una base militare delle forze di pace. Nella tomba c’erano i poveri resti di dodici persone, che nel marzo 2014 erano state arrestate dai soldati congolesi.
Human Rights Watch ha anche documentato la morte per tortura di due leader anti-balaka (vi aderiscono principalmente cristiani e animisti) a Bossangoa, nel dicembre 2013. Altri due presunti anti-balaka sarebbero stati fucilati nella pubblica piazza dagli stessi militari di Brazzaville a Mambéré nel febbraio 2014.
Due civili sarebbero stati picchiati a morte nel giugno 2015 sempre a Mambérè. Per ora il governo congolese non ha preso alcuna misura contro i soldati implicati.
Human Rights Watch chiede all’Unione Africana, all’ONU e alle autorità giudiziarie la massima collaborazione, affinchè i responsabili di tali efferati atti vengano individuati e portati davanti alla Corte marziale, per impedire altri delitti del genere.
Una guerra civile crudele, dove le violenze sessuali, lo stupro di gruppo diventano una vera e propria arma da guerre. Ragazze, giovani donne sole, abbandonate, che spesso si ritrovano madri, loro malgrado, dopo giornate di sofferenze atroci. Nella ex-colonia francese anche le lacrime sono un lusso. Bisogna continuare a vivere, proteggere e far crescere i figli, nella speranza che il futuro riservi una vita degna di essere vissuta.
Le atrocità e la guerra civile nella Repubblica centrafricana si consumano nel silenzio del mondo.
La Corte penale internazionale ha condannato il 21 giugno 2016 a diciotto anni di reclusione l’ex-viceministro congolese Jean-Paul Bemba per crimini contro l’umanità e crimini di guerra.
L’ufficio del procuratore generale, Fatou Bensouda, aveva chiesto una condanna di almeno venticinque anni. “Nei prossimi giorni decideremo, se ricorrere in appello o meno” – ha fatto sapere Jean-Jacques Badibanga, che ha rappresentato l’accusa durante il processo.
Massimo Alberizzi, direttore di Africa ExPress, e Jean-Pierre Bemba a Gbadolite dove il capo ribelle aveva installato il suo quartier generale, nel 2001
Badibanga ha sottolineato: “Avevamo chiesto che Bemba fosse condannato ad una pena maggiore, tenendo conto delle immense sofferenze che sono state procurate alle persone coinvolte. Inoltre riteniamo che è necessario tenere conto della responsabilità di personaggi di primo piano come Bemba. La loro colpevolezza è ben maggiore di quella delle truppe che comandano, che non sono altro che semplici esecutori di ordini ricevuti dall’alto. Comunque diciotto anni rappresentano già una pena seria ed accettabile”.
Tre mesi fa Bemba, in qualità di leader militare del “Movimento per la liberazione del Congo” (MLC), un partito politico che lui stesso aveva creato nel 1988, è stato ritenuto colpevole di crimini contro l’umanità e crimini di guerra.
L’ex-vicepresidente congolese non è stato perseguito penalmente per aver ordinato questi crimini, ma per non aver punito e per non aver impedito che venissero commessi.
Mappa della Repubblica Democratica del Congo
Tra il 2002 e il 2003, Bemba aveva inviato un battaglione di quindicimila uomini per sostenere il regime centrafricano di Ange-Felix Patassé e per contrastare la ribellione condotta dal generale François Bozizé. Gli uomini del MLC hanno commesso crimini atroci: assassini, violenze e stupri, saccheggi. Per i giudici della Corte dell’Aja, Bemba avrebbe incoraggiato deliberatamente gli attacchi contro la popolazione civile.
I tre giudici, tre donne, hanno sottolineato che i crimini, le violenze commesse, sono stati di una crudeltà estrema e sono stati ritenuti un’aggravante.
La presidente della Camera, Sylvia Steiner, ha ricordato che le vittime hanno subito delle violenze collettive che spesso si sono consumate nelle pubbliche piazze.
La Federazione internazionale delle leghe per i diritti dell’uomo (FIDH) ha salutato favorevolmente questa condanna e spera che la sentenza rappresenti un avvertimento per tutti i comandanti che permettono che vengano commesse violenze alla popolazione civile.
La Corte penale internazionale ha condannato solamente Bemba per i crimini commessi nella Repubblica centrafricana tra il 2002 e il 2003. Né il defunto Patassé, tanto meno il suo successore, François Bozizé,che si è impossessato del potere con un colpo di Stato, non sono mai stati inquisiti dal CPI e nemmeno le truppe che hanno consumato questi efferati crimini.
Gli avvocati dell’ex-vicepresidente del Congo-K hanno annunciato che ricorreranno in appello contro la sentenza. Bemba è anche indagato per aver corrotto dei testimoni durante il processo. Se verrà confermata questa ipotesi, i giudici potrebbero infliggergli altri cinque anni di detenzione.
E’ cominciato in Puntland (lo Stato autonomo nel nord della Somalia, quel territorio che durante l’epoca coloniale italiana si chiamava Migiurtinia, perché abitato dalle tribù dei migiurtini) il processo contro un centinaio di giovani accusati di essere membri del gruppo terroristico Al Shebab, la filiale di Al Qaeda nel Corno d’Africa.
Un gruppo di shebab catturati dalle forze del Puntland
I presunti miliziani sono stati catturati tre mesi fa, durante un feroce attacco lanciato da centinaia di ribelli islamici contro una base di forze governative. Subito dopo la furibonda battaglia le autorità del Puntland avevano annunciato di aver ucciso 173 assalitori e averne catturati più di cento, 54 dei quali ragazzini, alcuni con meno di nove anni.
Sempre secondo i funzionari dello Stato autonomo, molti dei prigionieri interrogati dopo la cattura hanno dichiarato di essere stati rapiti dagli shebab, sottratti alle loro famiglie, e reclutati a forza nelle milizie islamiche.
Shebab in parata
La corte militare del Puntland si è già riunita più volte a Garowe, la capitale amministrativa dello Stato (quella economica è Bosaso. Il procuratore generale militare Abdullahi Hirsi Elmi (Ali Bare) ha raccontato che sono state emesse 43 condanne a morte contro altrettanti militanti che hanno confessato di essere membri di Shebab/Al Qaeda. Il magistrato ha aggiunto che i condannati potrenno fare appello contro le decisione dei giudici. Ora alla sbarra ci sono i 54 minorenni. A giudicarli però – data la loro minore età – non sarò una corte militare, bensì civile.
Il Puntland ha moltiplicato gli sforzi militari per annientare gli shebab che avevano stabilito i loro santuari sulle montagne Galgala ai confini con l’Etiopia.
In Uganda un uomo che doveva essere sentito come testimone in un processo per l’uccisione di un capo islamico, è stato picchiato e castrato. Non è stato reso noto il suo nome. Gli inquirenti però hanno rivelato che l’aggressione è avvenuta poche ore prima di comparire davanti alla corte per deporre sul caso dell’assassinio di Sheikh Abdu Kadir Muwaya, capo della comunità Shia dell’Uganda, ucciso il giorno di Natale del 2014. Solo tre giorni dopo è stato ammazzato anche Sheikh Mustafa Bahiga, uno dei leader della setta Tabliq.
La difesa ha precisato che per il vile gesto non possono essere ritenuti responsabili gli accusati dell’omicidio dei religiosi musulmani, una donna e trentun uomini perché al momento dell’attacco al teste si trovavano già min prigione. Tra loro Sheikh Muhammad Younus Kamoga, uno dei capi della setta tabliq. I tabliq sono predicatori-missionari di Allah. In africa i capi arrivano solitamente dal Pakistan e dall’Afghanistan.
Il giudice Ezekiel Muhanguzi ha rinviato il processo al 18 luglio prossimo, per dar modo alle forze dell’ordine di organizzare la protezione del teste attaccato e degli altri che ora prevedibilmente si rifiuteranno di deporre per non subire la stessa sorte dell’uomo castrato.
La pubblica accusa non ha rilasciato dettagli sull’aggressione al testimone, ma ha fatto sapere che un procedimento giudiziario sull’assalto sarà aperto venerdì prossimo.
Niente Facebook, Twitter e gli altri social media in Algeria, almeno per qualche giorno. Il governo, tramite il suo ministro dell’educazione, ha deciso di bloccare l’accesso ai siti per impedire agli studenti di copiare durante gli esami di maturità, che sono cominciati ieri.
Il blocco, hanno fatto sapere le autorità, è temporaneo e non vuole essere una censura, ma solo una misura precauzionale. La metà degli studenti che sta sostenendo gli esami ora, ha dovuto ripetere la prova. La prima sessione, infatti, è stata segnata da gravi scorrettezze commesse attraverso internet.
Secondo alcuni funzionari governativi sui social media vengono pubblicate risposte scorrette a ipotetiche domande che verrebbero fatte durante gli esami: “Abbiamo impedito l’accasso a questi siti per proteggere i ragazzi che potrebbero essere facilmente influenzati e sviati”, hanno spiegato
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 18 giugno 2016
Diciannove etiopi, sono morti per asfissia in un container. L’incidente è avvenuto nel Congo-K (cioè la Repubblica Democratica del Congo, RDC) dove il container era sistemato su un camion immatricolato in Zambia..
Le forze dell’ordine della RDC hanno ispezionato l’automezzo a sette chilometri dal posto di frontiera Mwenda, nel Alto Katanga, provincia situata nel sud-est del Paese. Gli agenti sono stati attratti dall’odore nauseabondo che proveniva dal suo interno.
Jean-Pierre Lubosha, responsabile locale della Direzione generale per l’immigrazione (DGM) del Congo-Kinshasa, ha precisato: “Abbiamo aperto il container e trovato novantaquattro migranti, diciannove tra loro erano morti”.
I due autisti del camion avevano dichiarato in precedenza alle autorità di trasportare un carico di pesci. “Ma l’odore ci ha insospettito”, ha spiegato Lubosha.
Sempre secondo il direttore locale per l’immigrazione, i cadaveri sono stati consegnati alle autorità zambiane giovedì sera, mentre i sopravvissuti sono stati interrogati da agenti dell’immigrazione. Settantadue dei migranti ancora vivi hanno dichiarato di essere di nazionalità etiope, mentre altri tre sono zambiani. Tutti sono sprovvisti di documenti .
Lubosha ha fatto sapere che una volta interrogati, tutti gli etiopi sono stati espulsi nella giornata di venerdì e affidati ai colleghi zambiani.
I due camionisti, invece, hanno confessato di essere diretti a Ndola, in Zambia, dove un altro grosso automezzo era in attesa dei migranti etiopi, per accompagnarli fino in Sudafrica. I due autotrasportatori hanno sottolineato di aver attraversato il confine della ex-colonia belga per accorciare il tragitto.
Un accordo del 1968, siglato dalle autorità congolesi e zambiane, vieta agli agenti congolesi di controllare i veicoli con targa zambiana che attraversano il tratto stradale, lungo settanta chilometri, che si trova in territorio congolese, perché considerato una scorciatoia per collegare Shembe a Kitwe. Entrambe le città si trovano nello Zambia a cavallo della parte più a sud della RDC.
Attualmente l’Etiopia è colpita dalla più severa carestia degli ultimi trent’anni. Secondo Ahunna Eziakonwa-Onuchie, coordinatore della risposta siccità dell’ONU, oltre dieci milioni di persone sono a rischio di perdere il raccolto e il bestiame e necessitano di assistenza umanitaria.
Uno speciale appello per la carestia in Etiopia è stato lanciato dal segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon alla comunità internazionale alla fine di gennaio, durante una sua visita nella nostra ex-colonia. Il Paese ha bisogno urgentemente 1,4 miliardi di dollari per far fronte alle prime necessità. Il vice-primo ministro etiope, Demeke Mekonnen, ha fatto sapere che il suo governo non possiede nemmeno la metà dei soldi necessari.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus
Firenze, 17 giugno 2016
Almeno 400 persone ammazzate dalle forze di sicurezza etiopi, centinaia di dimostranti feriti in manifestazioni pacifiche contro il governo di Addis Abeba che voleva prendere le loro terre. Gli arresti sono decine di migliaia. Il pugno di ferro del governo etiope si è abbattuto sulla comunità Oromo.
La popolazione protesta contro l’espansione della capitale, Addis Abeba, a causa della quale il governo vuole spostare i contadini di etnia Oromo ed espropriare le terre. Le proteste, iniziate il 12 novembre 2015 a Ginchi, cittadina a 80km a sud ovest della capitale, sono state immediatamente stroncate nel sangue.
Morti ammazzati dalle forze di sicurezza etiopi (courtesy Hrw)
La strage è venuta alla luce solo ora grazie alla denuncia di Human Right Watch, attraverso il rapporto “Such a Brutal Crackdown: Killings and Arrests in Response to Ethiopia’s Oromo Protests,” (Che brutale repressione: le uccisioni e arresti in risposta alle proteste Oromo dell’Etiopia) pubblicato dall’ong.
Il documento è stato realizzato grazie 125 interviste effettuate in Etiopia e all’estero a testimoni diretti e vittime dei fatti accaduti, tra novembre 2015 e maggio 2016. In 86 pagineparla degli omicidi, di vittime di abusi documentati, gravi violazioni del diritto di libera espressione e di riunione pacifica, arresti arbitrari e altri abusida parte delle forze di sicurezza contro i manifestanti.
Protesta pacifica della popolazione Oromo stroncata nel sangue (courtesy Hrw)
“Le forze di sicurezza, secondo i testimoni, hanno sparato sulla folla, uccidendo sommariamente persone durante retate di massa, e torturare i manifestanti arrestati – si legge nel rapporto – Poiché gli studenti delle scuole primarie e secondarie in Oromia sono stati tra i primi manifestanti, molti degli arrestati o uccisi erano bambini e studenti sotto i 18 anni. Le forze di sicurezza, compresi i membri della polizia federale e militari, hanno arbitrariamente arrestato studenti, insegnanti, musicisti, politici dell’opposizione, operatori sanitari, e le persone che hanno fornito assistenza e rifugio per gli studenti in fuga. Anche se molti sono stati rilasciati, un numero imprecisato di persone arrestate rimangono in detenzione senza accusa e senza la possibilità di contattare i legali e le loro famiglie”.
Mappa dell’Etiopia (courtesy Hrw)
In un comunicato diffuso ieri, l’organizzazione umanitaria accusa il governo di “eccessiva forza letale usata su manifestanti pacifici” e chiede al governo etiope “un’indagine urgente, credibile e indipendente sugli omicidi”.
Secondo Leslie Lefkow, vicedirettore per l’Africa di Hrw “Le forze di sicurezza etiopi hanno aperto il fuoco e ucciso centinaia di studenti, contadini e altri manifestanti pacifici con arrogante disprezzo per la vita umana”
Le proteste della comunità Oromo – 35 milioni di persone su una popolazione di 90 milioni di abitanti – hanno fermato il piano del governo, ritirato il 12 gennaio scorso.
La regione Oromia è quella più estesa e più popolosa del Paese e la comunità Oromo ha una propria lingua, differente dall’aramaico che è l’idioma del popolo Amhara e dell’amministrazione.
Domenica scorsa Accra, la capitale del Ghana, è stata colpita da un terribile tempesta di pioggia. In un solo giorno sono caduti centottantacinque millimetri di pioggia, più di quanto non piova solitamente in tutto il mese di giugno, che in quelle latitudini è il mese più piovoso dell’anno. Il coordinatore regionale della National Disaster Management Organisation (NADMO), Sandy Amartey, ha fatto sapere che sono morte al meno dieci persone. Il munero dei feriti e dei senza tetto è imprecisato.
“La popolazione è sul piede di guerra – ha aggiunto Amadey sottolineando – Il governo ha promesso che avrebbe risolto i problemi provocati dalle inondazioni durante i periodi di pioggia che però ogni anno si ripresentano sempre. Le risposte delle autorità sono sempre uguali e la gente continua a morire. Due donne e una bambina sono morte , schiacciate a causa del crollo di un muro, mentre camminavano per strada. Un bambino di nove anni è stato fulminato a Amamoma, sulla Cape Coast, ad ovest della capitale e altri sei bimbi sono annegati”.
Negli scorsi giorni si sono verificati altri acquazzoni, peggiorando notevolmente la già critica situazione. Non solo Accra, ma anche la Cape Coast è stata colpita da inondazioni e piogge torrenziali ed è proprio lì che si è registrato il maggior numero di vittime.
John Dramani Mahama, il presidente del Paese, ha sorvegliato costantemente da vicino le catastrofiche condizioni meteorologiche e c’è chi dice di averlo visto in sella ad una motocicletta ad ispezionare vari quartieri della capitale.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 15 giugno 2016
L’architetto nigeriano, Kunlé Adeyemi, direttore e fondatore dell’agenzia NLE’ (un progetto onnicomprensivo che si occupa di scuola di design, micro finanziamenti, urbanistica solo per citare qualcuno dei campi di intervento), ha visto passare davanti a sé gloria ed infamia nel giro di una settimana.
Il 28 maggio scorso gli è stato consegnato il prestigioso “Leone d’argento” alla quindicesima edizione della Mostra Internazionale di Architettura, la Biennale di Venezia, per la realizzazione di una “Scuola galleggiante” a Makoko, una bidonville di Lagos, la metropoli della Nigeria.
La giuria lo ha premiato, perché ha visto nel progetto di Adeyemi la dimostrazione che a volte un’architettura, anche se emblematica e pragmatica, è in grado di mettere l’accento sull’importanza dell’educazione. Un secondo prototipo, al quale sono state apportate con alcune migliorie, è stato costruito proprio nella nostra città lagunare.
Solo pochi giorni più tardi, il 7 giugno, la sua scuola di Makoko, frequentata dagli alunni della bidonville, è crollata a causa delle forti piogge che si sono abbattute sulla megalopoli nigeriana.
Fortunatamente non ci sono state vittime, ha precisato in un comunicato Adeyemi, e ha sottolineato: “La scuola ha reso un impareggiabile servizio alla comunità. Attualmente i ragazzi frequentato la scuola principale a Yaba.
La NLE’e la Makoko Waterfront community (una delle comunità più povere di Lagos, ma con una lunga storia di piccolo commercio e relazioni sociali con altri gruppi limitrofi), insieme ad altri eventuali potenziali investitori, sono intenzionati a ricostruire la scuola, apportando delle migliorie, secondo il secondo prototipo che attualmente si trova alla Biennale di Venezia”.
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