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L’ira dell’Algeria contro la Francia per il sostegno al piano del Marocco sul Sahara Occidentale

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
1° agosto 2024

In occasione della Festa del Trono, che è stata celebrata lo scorso 30 luglio, oltre a porgere gli auguri a Mohammed VI, re del Marocco da 25 anni, il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato ufficialmente il sostegno di Parigi al piano di autonomia e sovranità di Rabat sul Sahara Occidentale. E ha aggiunto: “Per il momento è l’unica base per raggiungere una soluzione politica equa, duratura e negoziata, in conformità con le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”.

Mohammad VI, re del Marocco

Il vasto territorio desertico, ricco di fosfati, e il suo mare, tra i più pescosi del mondo, fanno gola al regno nordafricano, pertanto Rabat è disposto a concedere lo status autonomo dei territori, ma sotto la sovranità marocchina.

Così martedì per reagire ad sostegno della Francia al piano del Marocco, il governo algerino ha ritirato il proprio ambasciatore accreditato a Parigi. Algeri, da anni non ha più relazioni diplomatiche con il Marocco (le frontiere terrestri sono chiuse dal lontano 1994) e appoggia le rivendicazioni del Fronte Polisario (Frente Popular de la Liberciòn de Saguia-El Hamra y Rio de Oro) che chiede l’indipendenza del territorio dell’ex colonia spagnola del Sahara Occidentale.

Dimostrazione del Fronte Pelisario nel Sahara occidentale

In una nota trasmessa dal ministero degli Esteri di Algeri e diffusa da  Algeria Press Service si legge: “Il governo algerino ha deciso di ritirare il proprio ambasciatore presso la Repubblica francese, con effetto immediato. La rappresentanza diplomatica è ora affidata all’incaricato d’affari”. Il comunicato denuncia anche grande leggerezza e disinvoltura di Parigi nell’aver preso una simile decisione, che in passato nessun altro governo francese aveva ritenuto opportuno prendere.

Ieri sera Parigi ha fatto sapere di aver preso atto della decisione di Algeri senza ulteriori commenti. Una fonte diplomatica francese ha sottolineato che il suo Paese continuerà a approfondire le relazioni bilaterali con l’ex colonia.

Ministero degli Esteri algerino

La rabbia di Algeri potrebbe far saltare la visita del presidente Abdelmadjid Tebboune, in Francia, viaggio programmato da tempo.

Re Mohammed VI, invece, ieri, nel ringraziare Macron per il sostegno di Parigi, ha invitato ufficialmente il presidente francese per una visita di Stato in Marocco.

Il Sahara Occidentale è abitato prevalentemente dalla popolazione saharawi, già in lotta in passato per l’indipendenza, che nel 1975 ha posto fine all’occupazione spagnola del Sahara Occidentale.

Dopo la decolonizzazione di Madrid, Marocco e Mauritania avevano rivendicato diritti sui territori e li avevano occupati. Nel 1979 (dopo 4 anni di guerra) Nouakchott aveva rinunciato alle sue pretese e firmato un accordo di pace con il Fronte Polisario, ma il Marocco aveva immediatamente occupato la porzione di territorio che era stata lasciata dai mauritani.

Il Fronte da allora continua le sue battaglie contro il Marocco per l’indipendenza. Nel 1980 Rabat ha iniziato la costruzione di un muro lungo 2.700 chilometri, che divide il regno dalla zona del Sahara controllata dal Polisario.

Brem, il muro di sabbia costruito dal Marocco nel Sahara occidentale

Dopo quasi 30 anni dalla proclamazione del cessate il fuoco, firmato nel 1991 sotto l’egida dell’ONU, le tensioni tra Rabat e il Fronte Polisario, non sono mai terminate definitivamente, malgrado la presenza della missione dell’ONU MINURSO, che avrebbe dovuto anche organizzare un referendum sull’autodeterminazione, che finora non si è mai svolto.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes

©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Gli omicidi mirati di Israele, a Teheran e Beirut, servono a boicottare i negoziati con i palestinesi

Speciale per Africa ExPress
Remigio Benni
31 luglio 2024

Le uccisioni mirate del capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, a Teheran – subito dopo l’insediamento del nuovo presidente iraniano, Masoud Pezeshkian – e del numero due di Hezbollah, Fuad Shukr, a Beirut sud, sono l’ennesima iniziativa di Israele per boicottare i negoziati con i paestinesi.

Ismail Haniyeh, ucciso da un missile israeliano a Teheran

Ma rappresentano soprattutto un possibile innesco per una nuova guerra mediorientale dagli sviluppi potenzialmente disastrosi e incontenibili, considerata l’eventuale implicazioni di varie potenze, dalla Cina agli Stati Uniti, alla Russia e. localmente, alla Turchia, oltre all’Iran.

Remigio Benni
remigio.benno@gmail.com
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Medio Oriente, Biden ora ha un’occasione unica per passare alla storia

Medio Oriente, Biden ora ha un’occasione unica per passare alla storia

Dal sito Centro per la Riforma dello Stato
Giuseppe Cassini*
Roma, 30 luglio 2024

Se per qualche miracolo le elezioni presidenziali iraniane e quelle statunitensi potessero scambiare i rispettivi elettorati, saremmo certi che il 5 novembre Trump ne uscirebbe sonoramente sconfitto. Nessun iraniano, infatti, dimentica quel giorno nefasto del 2018 in cui il presidente Trump si arrogò la facoltà di ritirare gli Stati Uniti dall’Accordo multilaterale sul nucleare iraniano, stipulato nel 2015 dopo anni di defatiganti trattative.

2018 Donald Trump

L’accordo non era un chiffon de papier: era stato negoziato assieme all’AIEA (l’Agenzia dell’ONU per l’Energia Atomica) e offriva alla comunità internazionale garanzie affidabili, tanto è vero che già nel 2016 Teheran era presa d’assalto da imprenditori e investitori di mezzo mondo.

Non c’era una stanza d’albergo libera in tutta la capitale e io stesso dovetti accettare l’ospitalità di parenti acquisiti. In quell’anno l’economia iraniana crebbe del 13 per cento.

Dopo l’insensata decisione di Trump (con lo zampino di Netanyahu) e l’inevitabile ripresa dell’arricchimento di uranio nelle centrali iraniane, l’Occidente ha riesumato le già durissime sanzioni economiche contro l’Iran.

Con un duplice effetto: spingere Teheran a formare un “Asse della Resistenza” (con Russia, Siria, Yemen e movimenti quali Hezbollah) e portarlo a un passo dalla realizzazione di un ordigno nucleare. Tagliata fuori dal libero commercio, l’economia iraniana è diventata un’economia di guerra: nel 2000 occorrevano 8.000 rial per un dollaro, oggi ne occorrono 40.000 al cambio ufficiale e 60.000 per la strada. L’inflazione ha colpito una popolazione di 90 milioni di abitanti, di cui quasi due terzi sotto i 30 anni e un terzo sceso nel frattempo sotto la soglia di povertà.

Chi torna da Teheran si fa portatore di una domanda che è sulla bocca di tutti gli iraniani: “Come mai il nostro Paese è soggetto a pesanti sanzioni, pur avendo rispettato i termini dell’accordo finché non è stato rescisso dagli Stati Uniti tra l’indignazione generale? Perché siamo stati puniti noi invece degli statunitensi?”. A questa domanda Biden ha lasciato che rispondesse Bibi Netanyahu, invitato il 24 luglio a Washington a parlare a Camere riunite: onore non da poco per chi è stato accusato da una Corte dell’ONU di crimini contro l’umanità, ma dalla sua ha la protezione USA e un centinaio di atomiche.

Joe Biden, preidente USA riceve il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca

Ovviamente, a Netanyahu (che fa il tifo per Trump) non è sfuggita l’occasione di descrivere l’efferatezza dell’attacco di Hamas, dimenticando le 40.000 vittime palestinesi che ne sono seguite. Poi ha usato quei toni biblici così graditi a molti americani per attaccare l’Iran: “Questo è un scontro tra la civiltà e la barbarie… L’Iran finanzia le proteste di piazza (sic) perché vuole provocare il caos negli USA… I manifestanti si sono schierati con il male”.

Chi ha lo sguardo lungo si chiede quanto potrà durare un Paese, Israele, sempre più nelle mani di brigate armate ultraortodosse che stanno minando le basi stesse della società israeliana. Chi ha lo sguardo lungo si chiede anche quanto potrà sopravvivere un regime, quello iraniano, contestato sempre più apertamente dal suo popolo.

Alle recenti elezioni presidenziali, dopo la morte di Raisi, l’astensione ha superato il 50 per cento degli aventi diritto, nonostante le pressioni per invitare la gente a votare. A ogni modo, la teocrazia non ha impedito a un moderato come Masud Pezeshkian di vincere, portando con sé al governo un diplomatico di alto profilo come Mohammed Zarif.

Zarif ha studiato negli Stati Uniti, è fluente in inglese come in farsi, e anche disposto nel 2015 a farsi fotografare in passeggiata a Ginevra con John Kerry, l’altro pilastro diplomatico dell’accordo sul nucleare iraniano. Se Biden volesse passare alla storia, e non solo per il suo rilancio dell’economia, dovrebbe in questo scorcio di legislatura aprire un canale – al momento riservato – con l’Iran attraverso Zarif.

Giuseppe Cassini*
ino.cassini@gmail.com

*Giuseppe (Ino) Cassini è stato un diplomatico italiano, ambasciatore in Somalia e in Libano. Ha lavorato anche in Belgio, Algeria, Cuba, Stati Uniti, Ginevra (ONU). Autore di Gli anni del declino, La politica estera del governo Berlusconi (2001-2006) (Bruno Mondadori 2007) e dell’ebook Anatomia di una guerra, Quella “stupida” guerra in Iraq (Narcissus 2013), conosce bene l’America profonda, l’America che afferma: “Washington non è la soluzione, è il problema”.

Altri articoli sull’Iran li trovate qui

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Ucciso comandante di Wagner nel nord del Mali nei combattimenti contro i ribelli tuareg

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
29 luglio 2024

Sul loro account Telegram i mercenari di Wagner – oggi si chiamano Africa Corps – hanno ammesso di aver subito gravi perdite insieme alle forze armate maliane (FAMa) durante le operazioni militari ingaggiate contro i ribelli dell’Azawad.

Ribelli tuareg mentre combattono contro FAMa e Wagner nel nord del Mali

In un post sulla stessa piattaforma, ripreso dai media russi, il gruppo Wagner ha annunciato la morte di Serguei Chevtchenko, chiamato Proud, comandante del distaccamento dei paramilitari nella regione. I mercenari non hanno fornito finora cifre per quanto riguarda le perdite effettive. Inizialmente avevano scritto in un comunicato: abbiamo “distrutto la maggior parte degli islamisti e messo in fuga gli altri”. “Tuttavia – si leggeva dopo poche righe, una tempesta di sabbia ha permesso ai radicali di riorganizzarsi e di aumentare il loro numero fino a 1.000 combattenti”.

Fonti vicine ad Africa Corps hanno rivelato ai reporter della BBC che sarebbero stati uccisi tra 20 e 50 mercenari.

Il comandante Chevtchenko aveva postato l’ultimo messaggio, prima di essere ucciso, il 27 luglio, spiegando che lui e i suoi uomini avevano combattuto accanto alle truppe di Bamako nella zona di Tinzaouatène, non lontana dal confine con l’Algeria. L’operazione militare è stata lanciata dall’esercito maliano contro i ribelli a maggioranza tuareg qualche giorno fa, provocando violenti scontri, di dimensioni mai viste da mesi, tra esercito i mercenari russi da una parte e ribelli dall’altra.

Pochi giorni prima lo Stato maggiore maliano aveva annunciato di aver riconquistato recentemente diverse città sotto il controllo dei ribelli di CSP-DPA. Erano state lanciate diverse missioni volte al controllo totale dei territori occupati dai tuareg della coalizione.

Nella primavera scorsa i ribelli del nord del Mali avevano annunciato la creazione di una nuova alleanza per combattere il governo militare e prendere il controllo dell’Azawad.

La nuova alleanza, chiamata Cadre Stratégique Permanent pour la Défense du Peuple de l’Azawad (CSP-DPA), è guidata da Bilal Ag Acherif, una delle figure chiave del movimento dei ribelli.

Il portavoce di CSP-DPA, Mohamed Elmaouloud Ramadane, si è congratulato con i propri uomini per la vittoria ottenuta durante le ultime battaglie. “Abbiamo annientato la colonna russo-maliana. Una grande quantità di materiale bellico è stato sequestrato o danneggiato. I sopravvissuti tra le file di FAMa e Wagner sono stati fatti prigionieri”, ha specificato il portavoce, allegando al comunicato video e foto. AFP ha visionato il materiale fotografico e i filmati, nei quali si vedono parecchie salme e tra i prigionieri figurano anche diversi visi bianchi probabilmente di paramilitari di Wagner. I mercenari sono arrivati in Mali alla fine del 2021.

In un comunicato, autenticato da SITE, ONG americana specializzata nel monitoraggio dei gruppi radicali, JNIM (Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani), affiliato a Al-Qaeda, ha affermato di aver teso un’imboscata a un convoglio dell’esercito maliano e dei suoi alleati Wagner a sud di Tinzaouatène. JNIM ha dichiarato di aver ucciso 50 russi e 10 soldati maliani, cifre che l’AFP non è stata in grado di confermare. I ribelli del CSP-DPA hanno negato il coinvolgimento di JNIM.

Bamako ovviamente non ammette la disfatta, confermata da più fonti. “Ci siamo trovati di fronte a una coalizione di terroristi, abbiamo perso due uomini, altri dieci sono stati feriti, ma abbiamo ucciso oltre 20 nemici. Abbiamo lasciato volontariamente l’area di Tinzaouatène, dopo tre giorni di combattimenti”, ha fatto sapere FAMa in un breve comunicato.

Paramilitari russi del gruppo Wagner in Mali

Quando i mercenari della Wagner sono arrivati in Mali nel dicembre 2021, rappresentavano la soluzione per i problemi di sicurezza dei golpisti. I paramilitari russi sono apparsi dapprima nel centro del Paese, dove hanno setacciato villaggi con attrezzature sofisticate, sequestrando armi da guerra.

In seguito i miliziani arruolati dal Cremlino sono stati accusati di abusi e violenze contro i civili. Bamako ha subito smentito. La riconquista della città di Kidal – a lungo sotto assedio dei ribelli – e l’installazione della loro bandiera sul forte della città, è stato il momento di massimo splendore dei mercenari russi nel Paese. La battuta d’arresto a Tinzaouatène è innanzitutto un fallimento di Wagner e svela i limiti del gruppo. E’ la fine di un mito.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmai.it
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I mercenari issano la propria bandiera a Kidal

Fiasco dei militari maliani e dei mercenari contro i ribelli tuareg

 

 

 

Fiasco nel Mali settentrionale dell’operazione dell’esercito e dei mercenari russi contro i ribelli tuareg

Speciale per Africa Exress
Cornelia I. Toelgyes
28 luglio 2024

Nel Mali settentrionale anche ieri l’esercito del Mali (FAMa), appoggiato dai mercenari russi di Wagner (oggi Africa Corp) si è scontrato con i gruppi ribelli separatisti a maggioranza tuareg del Quadro Strategico Permanente (CSP). Anche se FAMa e i paramilitari di Mosca hanno cantato vittoria, in realtà hanno subito una importante battuta d’arresto e gravi perdite.

Esercito maliano e Wagner lanciano operazione contro i ribelli tuareg

Le forze armate di Bamako hanno raccontato la loro versione dei fatti in un breve comunicato. “Ci siamo trovati di fronte a una coalizione di terroristi, abbiamo perso due uomini, ma abbiamo ucciso oltre 20 nemici. Abbiamo lasciato volontariamente l’area di Tinzaouatène, dopo tre giorni di combattimenti”.

La descrizione di FAMa è stata categoricamente smentita sia dai ribelli, sia da altre fonti. Almou ag Mohamed un portavoce di CSP, ha confermato la ripresa degli scontri nei pressi di Zakak, sulla via che porta a Kidal, nel nord del Paese. “Il nemico è in fuga e il bilancio provvisorio è pesante: numerosi morti e decine di militari maliani e mercenari russi sono stati catturati.

Un politico del luogo – che non può certamente essere accusato di tifare per i ribelli touareg – ha confermato la versione di CSP. Ha sottolineato che FAMa e i suoi alleati russi hanno perso le battaglie degli ultimi tre gironi nella zona di Tinzaouatène, nei pressi del confine con l’Algeria.

Dopo aver riconquistato la città di Kidal, sottratta ai gruppi armati indipendentisti a maggioranza tuareg, con il sostegno dei paramilitari russi lo scorso novembre, la giunta militare di transizione, guidata dal colonnello Assimi Goïta, vuole riconquistare il completo controllo del nord del Paese. Malgrado le continue aggressioni dei terroristi, la priorità di Goïta è riportare l’autorità del governo centrale nei territori dei ribelli.

Nel 2020, da quando i golpisti, hanno preso il potere, il monitoraggio dell’Accordo di Pace, tra i ribelli dell’Azawad e Bamako è praticamente stato bloccato. Inoltre il ritiro dell’operazione francese Barkhane e la partenza dei caschi blu di MINUSMA (missione di pace delle Nazioni Unite in Mali), hanno risvegliato le ostilità.

Il 21 giugno, le forze armate maliane e i paramilitari russi hanno lanciato una nuova vasta operazione da Kidal in direzione di In-Afarak, un crocevia commerciale che dista un centinaio di chilometri a nord-ovest di Tessalit. Due giorni dopo, la colonna russo-maliana si è diretta verso la città di Tinzaouatine, vicino al confine con l’Algeria, scatenando combattimenti come non si vedevano da diversi mesi.

Nella primavera scorsa i ribelli tuareg del nord del Mali hanno annunciato la creazione di una nuova coalizione per combattere il governo militare per il controllo dell’ Azawad.

La nuova alleanza, chiamata Cadre Stratégique Permanent pour la Défense du Peuple de l’Azawad (CSP-DPA), è guidata da Bilal Ag Acherif, una delle figure chiavi del movimento dei ribelli.

Cornelia Toelgyes
cornelicit@hormail.it
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https://www.africa-express.info/2023/11/28/mali-wagner-issa-la-propria-bandiera-a-kidal-subito-rimossa-dai-militari-maliani/

Mali, firmato un nuovo accordo di pace ma sempre senza i tuareg

Firmato l’accordo di pace in Mali anche dai ribelli a maggioranza tuareg

Il Ruanda presenta il conto per il suo aiuto militare al Mozambico dove rimarrà all’infinito

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
27 luglio 2024

L’intervento dei militari ruandesi a Cabo Delgado, nell’estremo nord del Mozambico, ha dato i suoi frutti. Le Forze di difesa ruandesi (RDF) sono arrivate in Mozambico grazie a un accordo bilaterale Kigali-Maputo. Un dispiegamento che, secondo il Financial Times, si stima sia costato al Ruanda qualche centinaia di milioni di dollari.

Militari Ruanda
Militari delle Forze di difesa del Ruanda in Mozambico

Da luglio 2021 ad oggi i militari e poliziotti di Kigali sono riusciti a mettere in sicurezza i cantieri della multinazionale energetica francese TotalEnergies. Per il momento i giacimenti di gas sono al sicuro.

Si tratta di un progetto per l’estrazione di GNL-LNG (gas naturale liquefatto) da 20 mld di USD (18,5 mld di euro) fermo da aprile 2021 del quale i francesi, con oltre il 26 per cento, hanno la maggioranza.

La chiusura dei cantieri Total, nella penisola di Afungi, è stata decisa a causa dell’occupazione jihadista di Palma. I terroristi hanno tenuto sotto scacco la cittadina del gas per una decina di giorni causando oltre un migliaio di morti.

Kagame presenta il conto

Il capo dello Stato mozambicano, Filipe Nyusi, non ha mai fatto sapere il costo dell’intervento del Ruanda contro i jihadisti dello Stato islamico-Mozambico (Is-Moz). Questo nonostante le numerose richieste e proteste dell’opposizione e della società civile.
Ora è arrivato il momento di iniziare a pagare e il presidente ruandese, Paul Kagame, presenta il conto. Kagame, con il successo dell’intervento militare, porta in Mozambico anche le aziende ruandesi.

In accordo con TotalEnergies, fornirà la protezione dei cantieri. Per l’occasione la ruandese Isco Global Limited ha creato una joint venture con Isco Segurança Moçambique. È la penetrazione delle aziende ruandesi che sono collegate al partito del presidente al potere: il Fronte patriottico ruandese (RPF).

Crystal Ventures

Crystal Ventures Ltd (CVL) è una holding fondata da RPF che ne è proprietario e controlla molti settori dell’economia ruandese. Il sito Africa Report, in un lungo reportage, racconta che secondo i critici è una presenza tentacolare tale da soffocare qualsiasi forma di concorrenza.

Crystal Ventures è accusata di impedire al settore privato di sperimentare una crescita reale. “L’ecosistema della holding rimane opaco, la sua strategia incuriosisce e affascina”, scrive il sito pubblicato da Jeune Afrique Media Group.

Oltre che in Mozambico, da tre anni sta investendo in partnership anche con Centrafrica, Congo-B, e Zimbabwe. Il Ruanda non ha materie prime ma, attraverso CVL, investe in attività minerarie, servizi di sicurezza, edilizia, produzione di beni di consumo e altro. Ma il piccolo Stato della Regione dei grandi laghi è anche molto interessato al gas di Cabo Delgado e le altre risorse del Mozambico.

Ruanda Nyusi e Kagame
Da sinistra: il presidente del Mozambico Filipe Nyusi e il presidente del Ruanda Paul Kagame

Edilizia e impianti solari



Alcune delle affiliate a Crystal Ventures sono presenti in Mozambico dal 2021. Tra queste RadarScape che collabora con TotalEnergie alla ristrutturazione di un villaggio nella penisola di Afungi, una commessa da 800 mila dollari. La stessa affiliata di CVL ha un accordo per costruire un impianto solare a Cabo Delgado nel 2024 in partenariato con TotalEnergies.

Molte domande senza risposta

Le dichiarazioni al Financial Times di Piers Pigou, responsabile del programma per l’Africa meridionale dell’Institute for security studies (ISS), fanno meditare.

“Ci sono molte domande senza risposta riguardo agli accordi tra Maputo e Kigali in merito al dispiegamento di sicurezza ruandese a Cabo Delgado. La totale mancanza di trasparenza alimenta le speculazioni in corso sui tipi di concessioni, contratti e ipoteche a termine sui flussi di reddito del GNL che vengono garantiti dagli interessi ruandesi”.

Intanto i militari ruandesi, da mille del 2021, sono diventati 4.500. Hanno sostituito i militari della missione SAMIM della Comunità per lo sviluppo dell’Africa meridionale (SADC) terminata per esaurimento di fondi il 15 luglio scorso. E rimangono a Cabo Delgado senza termine di scadenza. Anche per proteggere i propri interessi.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
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In Ruanda con il 99 per cento dei voti, vince ancora il pugno di ferro di Kagame

Truppe sudafricane lasciano il Mozambico per fine missione anti jihadista: sono finiti i fondi

Anche terroristi sudafricani tra gli islamici dell’attacco a Palma, Mozambico

Mozambico, spasmodica attesa di marines sudafricani per liberare Palma dai jihadisti

 

Contro i genocidi nasce in Ruanda il Giardino dei Giusti dell’Umanità

Speciale per Africa ExPress
Federica Iezzi
27 luglio 2024

A Kamonyi, in Ruanda, dopo un intenso lavoro, oggi verrà inaugurato il Giardino dei Giusti dell’Umanità. L’umurinzi, l’albero rosso, una pianta mistica della cultura ruandese, il cui nome in kinyarwanda significa custode della vita, sarà il grande protagonista e il simbolo del Giardino.

Kigali, Ruanda [photo credit France24]
Ma cos’è un Giardino dei Giusti? Il programma Giardino dei Giusti è stato avviato nel 1992 dal rabbino Jeffrey Wohlberg, per onorare i non ebrei che si sono battuti per difendere i valori civili durante l’Olocausto. Ha un duplice scopo: insegnare e onorare.
L’uso di un giardino, l’uso di un albero, l’atto di seminare, simboleggia la scelta della vita di fronte alla morte.

Ed è la stessa scelta che ha guidato il Ruanda, grazie all’incontro tra Fondazione Gariwo, Bene Rwanda Onlus e SEVOTA (Solidarité pour l’Epanouissement des Veuves et des Orphelins visant le Travail et l’Auto-promotion).

Primo nell’Africa sub-sahariana, il Giardino sarà memoria viva di donne e uomini che misero a rischio la propria vita per proteggere tutsi e hutu moderati durante il genocidio del 1994. Tra le priorità del progetto: insegnare ai giovani il valore dell’umanità, la solidarietà con le vittime dell’ingiustizia e la ricostruzione della memoria del genocidio.

Il Ruanda ha investito immensamente nella guarigione della società dal trauma del genocidio. Nonostante le apparenze esteriori di competenza o adattamento, i sentimenti interni di umiliazione, disumanizzazione e paura persistono con prepotenza.

Queste le prime speciali menzioni del progetto. Raphael Lemkin, giurista polacco, va a lui la paternità del termine genocidio e l’elaborazione della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, poi approvata dalle Nazioni Unite nel 1948. Pierantonio Costa, imprenditore e Console Onorario d’Italia in Ruanda, ha dato protezione a quasi 2.000 persone durante il genocidio. Maria Urayaneza, ha dato rifugio a tutsi e hutu moderati, mentre Kigali era cenere insanguinata dai massacri.

Sebbene il genocidio fu messo al bando negli anni quaranta, ci vollero decenni prima che la comunità internazionale ne imponesse il divieto. Nel 1994, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha creato un Tribunale Penale Internazionale sulla scia degli omicidi di massa commessi durante la guerra civile ruandese, in cui le milizie armate hutu sterminarono membri della minoranza etnica tutsi.

Il potere genocida in Ruanda contava sull’autorevole voce di radio e giornali ma soprattutto sul movimento di massa, composto in particolare da giovani, inattivi davanti alle vittime e all’intera popolazione. Un vero programma di sensibilizzazione all’odio.

Nonostante la legge sia chiara su ciò che costituisce un genocidio, lo standard legale per definirlo è così specifico che non è quasi mai applicabile alle uccisioni di massa o agli atti brutali perpetrati contro un gruppo. L’intento è molto difficile da determinare. La distruzione culturale non è sufficiente, né lo è l’intenzione di annientare un gruppo.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
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“Io, bianco accusato di genocidio in Ruanda vi racconto quella follia”

La carneficina dei tutsi del 1994: la macabra storia di padre Seromba

Ruanda, ergastolo a padre Seromba rinchiuse i fedeli tutsi in chiesa poi diede ordine di abbatterla

Un parallelo tra Ruanda e Palestina: cosa ha fatto e cosa sta facendo la stampa internazionale?

Altri articoli sul genocidio in Ruanda li trovate qui

Pugno di ferro in Uganda: la polizia vieta manifestazione contro la corruzione, e arresta oltre 40 dimostranti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
26 luglio 2024

La polizia ugandese martedì scorso ha arrestato oltre 40 giovani, per il solo motivo di aver partecipato a una manifestazione contro la corruzione. La marcia di protesta era stata indetta giorni prima e le forze dell’ordine avevano subito negato l’autorizzazione per il suo svolgimento.

Massiccia presenza delle forze dell’ordine durante le manifestazioni a Kampala

Secondo il presidente dell’Uganda Law Society, Bernard Oundo, cinquanta persone sono state portate davanti a un tribunale di Kampala e dovranno comparire nuovamente tra il 30 luglio e l’8 agosto, mentre altri cinque accusati sono stati processati da un’altra Corte della capitale. Secondo il loro avvocato, Patience Muwanguzi, si tratta di “un processo affrettato”. Tra l’altro gli accusati non hanno alcuna possibilità di essere rilasciati su cauzione.

Già durante il fine settimana il presidente Yoweri Museveni, al potere dal 1986, aveva avvertito gli organizzatori delle proteste: “Siamo impegnati a produrre ricchezza e voi osate disturbarci. State giocando con il fuoco perché non possiamo permettervi di infastidirci”.

Ipso facto, senza perdere tempo, lunedì la polizia ha accerchiato  la sede del partito all’opposizione, NUP (The National Unity Platform) e hanno arrestato tre deputati. Leader della formazione politica è l’ex cantante e ora politico Bobi Wine. “Da questo regime non potevamo aspettarci altro, ma noi non abbandoniamo la lotta contro questo governo”, ha specificato il capo di NUP.

Bobi Wine è uno pseudonimo e risale ai tempi in cui l’attivista era ancora una pop star. Il suo vero nome è Robert Kyagulanyi e già in passato ha dato del filo da torcere a Museveni, era candidato alla presidenza nelle scorse elezioni. Anche nel 2021, dopo l’ennesimo arresto di Bobi Wine che aveva denunciato brogli elettorali, le manifestazioni dei suoi supporter sono state represse con violenza dalla polizia. Allora erano state uccise almeno 50 dimostranti.

Manifestanti chiedono le dimissioni della presidente del Parlamento

Ma i giovani ugandesi non si sono lasciati intimorire dalla parole di Museveni. Sono scesi nelle strade e nelle piazze, chiedendo le immediate dimissioni del presidente del Parlamento. E, forse ispirati dai loro vicini del Kenya che continuano a manifestare da settimane il loro disappunto contro il presidente William Ruto, anche gli ugandesi hanno iniziato in questi giorni le proteste contro la corruzione.

Di fatto, a maggio gli USA hanno sanzionato la presidente del Parlamento di Kampala, Anita Among per evidenti fatti di corruzione. Nella lista nera di Washington sono finiti  anche Mary Goretti Kitutu e Agnes Nandutu – ex ministri responsabili di Karamoja, la più povera delle regioni del Paese – e l’ex capo del dicastero delle Finanze, Amos Lugolobi. Inoltre, è stato sanzionato pure, Peter Elwelu, ex vice capo dell’esercito, l’Uganda People’s Defence Force (UPDF), per il suo coinvolgimento in gravi violazioni dei diritti umani.

Simili provvedimenti sono stati presi ad aprile anche dal Regno Unito nei confronti della Among, della Goretti Kitutu  e della Nandutu.

Kampala ha ovviamente respinto le accuse, specificando che, specie per quanto riguarda la Among, si tratterebbe  solamente di ritorsioni contro le nuove leggi anti gay, varate recentemente dal Parlamento.

Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda

Museveni non ama le critiche, meglio, non le tollera proprio. Eppure un tempo veniva acclamato come combattente per la libertà, un salvatore. Ormai da anni il presidente dell’Uganda si è trasformato in un leader autocratico, deciso a mettere a tacere l’opposizione  per mantenere il potere. E, come si è visto, la corruzione dilaga ovunque e il capo di Stato fa finta di non vedere.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Non solo Gaza: le micidiali e vietate bombe al fosforo usate dagli israeliani in Libano

Speciale per Senza Bavaglio
Giovanni Verga
Sidone (Libano), 25 luglio 2024

La creazione di una fascia di sicurezza tra Israele e Libano del Sud ormai è alle fasi finali. L’obiettivo è chiaro: neutralizzare il pericolo che Hezbollah continui  a lanciare i suoi attacchi con missili e blitz da terra dalle aree  di confine. E per riuscirci bisogna fare letteralmente terra bruciata di quella fascia di territorio confinante, anche con sistemi vietati dalle convenzioni internazionali.

Come le bombe al fosforo. L’operazione va avanti da mesi e i risultati voluti sono già stati di fatto raggiunti: per molti chilometri in territorio libanese questi ordigni hanno ridotto a sterpaglia la vegetazione, degradato l’ambiente e cancellato per molto tempo le colture, di cui vivono i residenti.

Un militare israeliano controlla i proiettili di artiglieria da 155 mm

Sono valutati in più di centomila gli sfollati interni secondo fonti ufficiali, che hanno abbandonato le loro case per cercare riparo dalle bombe e dagli effetti delle armi chimiche. Molti si sono spostati dove hanno potuto da parenti e conoscenti in tutto il Paese. Ce ne sono molti a Sidone, l’ultima grande città del Sud non ancora raggiunta dagli attacchi israeliani.

Sulla collina in periferia c’è una famiglia di sfollati da Kfarkila, uno dei villaggi più colpiti vicino al confine. “Quando siamo arrivati, quella era una terra piena di ulivi e frutteti – raccontano -.  Allo scoppio della guerra gli insegnanti hanno detto ai ragazzi che le lezioni non potevano continuare. Ci siamo trasferiti prima a Beirut e poi a Tripoli, nel Nord. Non riuscivamo ad avere notizie precise di quello che stava succedendo, sembrava che non volessero dirci la verità sui fatti che accadevano. Infine siamo venuti qui a Sidone. Sul nostro villaggio è iniziato un bombardamento quotidiano con missili e droni che continua incessantemente anche in questi giorni. Non è rimasto nulla, tutto è bruciato e raso al suolo, è un deserto. Per i campi animali morti, cani, gatti, persino i cavalli. Le case bruciate completamente o con i muri anneriti. Abbiamo perso la casa, gli amici, la terra  soprattutto, che è il nostro lavoro.  La causa sono le bombe al fosforo”.

Terreni da pascolo nel sud del Libano inceneriti dal fosforo [da Al Jazeera]. Agricoltori e pastori hanno dovuto abbandonare le loro terre desertificate e continuamente bersagliate da razzi, droni e bombe
Secondo quanto riportato dai media locali, la vicina località di Dyara è stata il centro dell’offensiva con conseguenze devastanti. Pompieri intervenuti nella zona hanno confermato quanto riferito riguardo a vittime civili, e per gli abitanti dell’area grandi difficoltà respiratorie, perdita di conoscenza, stati di choc.

Sidone. La famiglia siriana sfollata dal villaggio di Blat, Sud Libano [foto Verga]
In un altro quartiere, tra i più poveri di Sidone, una famiglia di siriani ha trovato rifugio dal villaggio di Blat. Sono due volte profughi, dalla Siria e dal Libano meridionale . Vivono grazie al sostegno di donatori  tramite ong estere, di prestiti e di piccoli lavoretti. Anche questa è una famiglia numerosa, sette figli dai tre ai vent’anni. Sono  fuggiti da Idlib dodici anni fa , quando  è scoppiata la guerra in Siria.

Racconta la madre che la posizione del villaggio è strategica e per questo è stato  colpito, anche se meno di altri. “Non ci sono state vittime  finora, per quanto ne sappiamo. Ma noi come quasi tutti siamo subito fuggiti. I droni colpiscono tutto quello che si muove. Non si poteva rimanere, soprattutto per i bambini”. I quali adesso non vanno a scuola da ottobre e tentano di proseguire in qualche modo il loro percorso  scolastico da remoto con l’aiuto di volontari delle ong.

Sidone .La famiglia libanese sfollata dal villaggio di Kfarkila, Sud Libano [foto Verga]
Secondo il ministero libanese dell’Agricoltura sono stati bruciati quattrocento ettari di terra, distrutti il sessanta per cento delle foreste, il trenta per cento dei terreni agricoli e 47mila alberi di ulivo.

Gli ulivi principale fonte di sostentamento della popolazione, sono venuti meno: l’obiettivo finale è rendere quei luoghi non più abitabili. L’altro scopo è impedire agli uomini di Hezbollah di trovare riparo e nascondersi  tra  gli alberi sfuggendo agli attacchi aerei e ai droni, e quindi sferrare attacchi e imboscate contro l’esercito israeliano. I proiettili che rilasciano fosforo bianco causano gravi ustioni, danni indescrivibili ai polmoni e agli organi interni.

Il fosforo contamina anche l’aria e le fonti d’acqua, potenzialmente sul lungo periodo provoca cancro alla pelle, alla vescica e malattie respiratorie. Il segretario generale di Croce Rossa Libano a Beirut, Georges Kettaneh, conferma che la Croce Rossa è intervenuta nelle aree più colpite di BintJbeil, Marjayoun e Nabatjafornendo con medicine, assistenza medica, rifugi di emergenza per la popolazione sfollata, oltre a ben dodici  sale operatorie in località prossime alle aree bombardate.

Proiettili al fosforo bianco lanciati da Israele sul confine del Libano [Evelyn Hockstein – Reuters]
“Decine di migliaia di persone sono state sradicate dalle loro case – racconta -. Scuole e tutte le attività pubbliche sono sospese, ospedali compresi. Oltre alle vittime civili, immagini satellitari mostrano una devastazione dei campi e danni irreparabili alle colture. I contadini e gli agricoltori, base portante dell’economia, sono i più colpiti: fuggendo hanno perso la loro fonte di reddito e quando torneranno dovranno affrontare la realtà della distruzione totale dei loro beni”.

E poi le infrastrutture. “Direttamente collegati agli attacchi – spiega Georges Kettaneh – sono i danni alle strade e agli edifici, che assommano ad almeno quattrocento unità. La distruzione delle arterie ostacola i trasporti e l’accesso ai servizi con la conseguenza evidente che ai danni materiali si aggiungono  quelli economici. Questo allungherà i tempi della ricostruzione e il rientro della popolazione di anni”. Che è esattamente quello che vuole Israele.

Giovanni Verga
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Gli articoli sulla guerra a Gaza li trovate qui

Un mondo smemorato che non vuole chiamare la carneficina in Palestina con il suo nome: genocidio

 

EDITORIALE
Massino A. Alberizzi
23 luglio 2024

“L’unica soluzione possibile per risolvere la crisi palestinese è quella che prevede due Stati che, con il controllo e l’aiuto internazionale, imponga una convivenza pacifica tra i due popoli”, è il ritornello che sentiamo ripetere da fine ottobre dopo l’orrendo massacro perpetrato dai miliziani di Hamas contro inermi civili e militari israeliani il 7 ottobre.

Ma più che una manifestazione di intenti sembra una asserzione volta a calmare gli animi. Una promessa della politica che però, essendo sotto pressione da parte di lobby guerrafondaie, aggiunge: “Però ora non è il momento”. Se non ora, quando? Quando la quota dei morti avrà raggiunto 6 milioni, un numero che porterebbe a pari il bilancio con le vittime dell’olocausto?

Obbedienti esecutori di ordini

A porre sul tavolo la soluzione dei due popoli due Stati ha cominciato il presidente americano Joe Biden, cui imprudentemente si sono accodati i più obbedienti esecutori degli ordini americani, tra i quali naturalmente l’Italia. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha indicato più volte la proposta, ma poi si è guardato bene di darne esecuzione, come invece hanno fatto, tra gli altri, Spagna e Irlanda che hanno riconosciuto lo Stato di Palestina.

Soldati israeliani nelle zone palestinesi

Naturalmente contro il diritto dei palestinesi ad avere una patria si sono schierati compatti gli israeliani che qualche giorno fa alla knesset (il parlamento) hanno votato una risoluzione con cui bocciano la soluzione dei due Stati. Tutti d’accordo, tranne i deputati dei partiti arabi. Un documento che lascia perplessi perché praticamente sentenzia che solo gli ebrei hanno diritto a una patria. Un diritto sancito “nelle sacre scritture”.

Sacro e profano

L’idea che ciò che è sacro per qualcuno può essere profano per altri, non sfiora neanche lontanamente le menti dei sostenitori del sionismo.

Ma allora perché i politici occidentali si limitano a patetiche dichiarazioni di principio e non fanno nulla per realizzare concretamente quanto promettono? La risposta forse si può ricercare nelle fortissime pressioni esercitate dalle lobby e dalle organizzazioni sioniste da sempre impegnate in una propaganda tesa a dimostrare che lo Stato ebraico è l’unico democratico della regione ed è l’unico che ha diritto ad esistere in Palestina.

Mantra smentito

Un mantra smentito dalla recente pronuncia della Corte Internazionale di Giustizia che, pur se non vincolante, ha sentenziato impietosamente che nello Stato ebraico vige un sistema di apartheid, cioè di segregazione razziale nei confronti dei palestinesi. E un Paese che pratica una politica di apartheid non può essere considerato democratico.

E’ poi francamente patetica e capziosa la giustificazione addotta dai difensori di Israele quando affermano che lo Stato ebraico ha “il diritto di difendersi”. Certo! Tutti hanno il diritto di difendersi ma dagli aggressori, non a casaccio da tutti quelli che danno fastidio o sono ingombranti.

E non basta dire che la reazione di Israele è stata sproporzionata ed eccessiva. Occorre invece condannare con forza quella risposta, che nega un principio acquisito dai Paesi democratici. Le responsabilità penali sono individuali e non trasferibili ad altri. Invece da anni l’esercito israeliano colpisce deliberatamente la popolazione civile palestinese nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, con il pretesto che la gente nasconde i terroristi.

Combattenti per la libertà trasformati in tiranni

L’obiettivo? Annientare e distruggere un’intera popolazione. Una popolazione che dà fastidio perché rivendica, come a suo tempo hanno fatto giustamente gli ebrei, il diritto di avere una patria.

In Palestina si sta verificando qualcosa che noi di Africa ExPress abbiamo visto molte, troppe volte in Africa: combattenti per la libertà che, abiurando ai propri principi di democrazia, si trasformano in tiranni e feroci dittatori. Uno schema collaudato.

Intenzione dichiarata

Qualcuno ha anche obiettato: “Quello di Israele non si può definire genocidio, perché Tel Aviv non ha mai dichiarato apertamente la sua intenzione di annientare i palestinesi”. E’ vero che la definizione legale di genocidio prevede un’intenzione dichiarata. Ma è anche vero che altri genocidi che si sono verificati nel secolo scorso, armeni e tutsi ruandesi, per esempio, non sono stati preceduti da disegni espressi in documenti o dichiarazioni pubbliche.

Il dittatore iracheno Saddam Hussein è stato accusato di genocidio per aver “gasato” i curdi, ma nessuno gli ha chiesto una dichiarazione ufficiale delle sue intenzioni.

Due pesi e due misure

E qui viene a galla il metodo indisponente dei due pesi/due misure utilizzato quando si analizzano i comportamenti degli altri. Qualcosa che viene rimproverato a chi è un avversario, viene consentito a chi è amico. Non si condanna il genicidio in atto a Gaza, ma si censurano i bombardamenti di Putin in Ucraina. Putin viene definito un dittatore squilibrato antidemocratico e illiberale, Netanyahu resta invece un primo ministro che difende in suo Paese da una massa di terroristi. Eppure sia Putin sia Netanyahu sono inseguiti da un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale, che per altro né Russia né Israele riconoscono.

Giulio Andreotti e i terroristi

Nel 2006, durante gli attacchi Hezbollah a Israele, Giulio Andreotti, in un intervento al Senato si espresse più o meno così: “Ognuno di noi se fosse nato in un campo di concentramento e da 50 anni fosse lì e non avesse alcuna prospettiva di poter dare ai propri figli un avvenire sarebbe un terrorista”. Un’osservazione che dovrebbe fare riflettere tutti coloro che oggi si affrettano a dipingere come semplici e disumani terroristi persone che non hanno alternative se non quella di imbracciare un fucile per difendere se stessi e le proprie famiglie.

Facile per chi vive nel benessere, e ogni giorno può permettersi due pasti, guardare con disgusto quei poveri disgraziati senza futuro concepiti, nati e cresciuti in un campo profughi dove le loro famiglie vivono da tre o quattro generazioni. Una narrazione scadente e di parte sulla situazione in Palestina porta a formulare giudizi avventati.

Le scuse di Clinton

Agire subito dovrebbe essere un imperativo per la politica, a meno che non voglia comportarsi come Bill Clinton che, due anni dopo il genocidio in Ruanda durante una visita a Kigali nel 1998, chiese pubblicamente scusa per il mancato intervento per fermare i massacri: “Anche la comunità internazionale, insieme alle nazioni africane – disse rivolendosi ai ruandesi – deve assumersi la sua parte di responsabilità per questa tragedia. Non abbiamo agito abbastanza rapidamente dopo l’inizio delle uccisioni. Non avremmo dovuto permettere che i campi profughi diventassero un rifugio sicuro per gli assassini. Non abbiamo chiamato subito questi crimini con il loro giusto nome: genocidio. Non possiamo cambiare il passato. Ma possiamo e dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per aiutarvi a costruire un futuro senza paura e pieno di speranza”.

E chissà se ha mai chiesto scusa l’allora ambasciatore britannico all’ONU, lord David Hannay, che convinse il Consiglio di Sicurezza a non usare la parola “genocidio” per descrivere la carneficina in Ruanda. Un accorgimento che evitò un intervento militare umanitario a difesa dei civili che altrimenti il diritto internazionale avrebbe voluto obbligatorio.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
X: @malberizzi
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Discorso di Bill Clinton in Ruanda il 25 marzo 1998
https://www.cbsnews.com/news/text-of-clintons-rwanda-speech/#:~:text=We%20should%20not%20have%20allowed,fear%2C%20and%20full%20of%20hope.

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