Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
30 marzo 2014
E’ sempre guerra, si muore, si fugge, si scappa dal Sud Sudan. A cosa è servito firmare un trattato di pace il 23 gennaio scorso ad Addis Ababa? Le due fazioni, le truppe governative, fedeli al presidente Salva Kiir, per lo più formate dai dinka (la più grande etnia presente nel Paese) e i ribelli, seguaci dell’ex-vice presidente, Riek Machar (che rappresenta il secondo gruppo etnico, i nuer), continuano la guerra. Manca la volontà di ricostruire il paese, di donare serenità e pace alla propria gente.
ONU: “Catastrofe Sud Sudan, aiutiamo la gente prima dell’arrivo delle piogge”
La Cina gestirà il passaggio dall’analogico al digitale in Mozambico
Dalla Nostra Corrispondente
Maria Silva
Maputo, 5 aprile 2014
Sarà la Cina a pagare il passaggio dall’analogico al digitale in Mozambico. La cinese StarTimes Software Technology è stata scelta per portare a termine la migrazione della radiodiffusione analogica al digitale, in partnership con le imprese statali mozambicane Telecomunicações de Moçambique (TdM), Televisão de Moçambique (TvM) e Rádio Moçambique (RM), che si costituiranno in impresa pubblica a breve.
La StarTimes è socia della Focus 21, holding della famiglia imprenditoriale dell’attuale presidente della Repubblica, Armando Emilio Guebuza.
Il contratto è stato firmato martedì a Maputo, secondo quanto riporta il quotidiano “Noticias”, dal presidente del gruppo cinese StarTimes, Pang Xinxing, e dal ministro dei trasporti e comunicazioni mozambicano Gabriel Muthisse.
“Abbiamo deciso a favore del finanziamento della Banca di Esportazioni e Importazioni (ExIm) della Cina e per questo motivo lavoreremo con la Startimes Software Technology nel passaggio dall’analogico al digitale per il 2015”, ha commentato il ministro delle comunicazioni mozambicano, che ha garantito che già ci sono i 300 milioni di dollari necessari per l’esecuzione del passaggio dall’analogico al digitale.
Gabriel Muthisse ci ha tenuto a sottolineare che c’è spazio per la contrattazione di altre compagnie per la fornitura di materiali, anche se tutto il processo sarà effettuato dalla StarTimes Software Technology e dall’impresa pubblica.
Maria Silva
maputoindependent@gmail.com
Ilaria, Miran e i colleghi senza dubbi
Massimo A. Alberizzi e Amedeo Ricucci
28 Marzo 2014
Coltivare il dubbio è il sale del lavoro giornalistico. Perché, tra l’altro, lo differenzia dall’approccio dei comuni cittadini; i quali, troppo spesso, non hanno gli strumenti per decodificare la realtà – soprattutto quando è torbida – e sono indifesi di fronte ai persuasori occulti e ai trucchi della propaganda. Dubitare però dovrebbe servire a capire meglio e indagare di più. Le certezze e le indagini dirette in una sola direzione, quando ci sono altri indizi che portano in altre direzioni, non è umanamente saggio e, sul piano giornalistico, profondamente sbagliato. Quando si indaga e quando non ci sono risultati non si può pensare di avere in tasca la verità.
Parigi e Berlino e l’intesa di fatto per controllare la Repubblica Centrafricana
Marco Massoni
28 marzo 2014
La Francia è intervenuta nella Repubblica Centroafricana (RCA), giacché la debolezza dell’ex Presidente, François Bozizé, avrebbe favorito l’ingresso di gruppi islamisti provenienti dai Paesi vicini. L’incapacità delle autorità di transizione, createsi dopo il Colpo di Stato del 24 marzo dell’anno scorso per mano del cartello di forze ribelli noto come Séléka, ha favorito l’escalation di violenze in uno Stato fallito quanto a sicurezza, stato di diritto e sviluppo.
Nigeria, impianti petroliferi dell’Agip e della Shell attaccati dai miliziani del MEND
Massimo A. Alberizzi
27 marzo 2014
Alle 3 della notte scorsa guastatori subacquei del MEND (Movement for the Emancipation of the Niger Delta) hanno attaccato in Nigeria un oleodotto della Shell a Forcados, nella zona occidentale del delta del Niger. Lo stesso impianto era stato sabotato il 1° marzo scorso, con ingenti danni. L’assalto è stato annunciato dall’organizzazione impegnata a lottare per la ridistribuzione delle ricchezze petrolifere nigeriane, che oggi finiscono nelle tasche di poche famiglie.
Gibuti, forse sbloccata la situazione dei profughi eritrei detenuti
Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
27 marzo 2014
Sono ancora 267 gli eritrei richiedenti asilo detenuti come prigionieri a Nagad, a Gibuti. Alcuni si trovano in questa galera da oltre sei anni. Diverse organizzazioni per diritti umani hanno sollevato il loro problema negli ultimi mesi e anche africa-express ha parlato di loro in alcuni articoli.
Congo-K, un film eccezionale “La guerra contro le donne”, quando gli stupri sono usati come un’arma
Africa ExPress
22 marzo 2014
IRIN, l’agenzia di stampa di OCHA, l’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento dell’azione umanitaria, ha messo a disposizione della stampa due eccezionali e strazianti filmati. Il primo, dal titolo “La guerra sulle donne”, dura una quindicina di minuti ed è stato girato dal pluripremiato regista Dearbhla Glynn.
IRIN, humanitarian news and analysis service of the UN Office for the Coordination of Humanitarian Affairs, produced two films on the violence against women. The first, “War on Women”, a heart-rending, 15-minute film by award-winning filmmaker Dearbhla Glynn.
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Il film esplora la violenza sessuale nella Repubblica Democratica del Congo (Congo-K, dal nome della capitale Kinshasa), con testimonianze delle donne sopravvissute e dei carnefici con analisi e commenti della società civile congolese.
The film explores sexual violence in the Democratic Republic of Congo (Congo-K, from the nome of the capital Kinshasa), with gripping testimonies from both survivors and perpetrators and insight from analysts and civil society activists.
Le orribili violenze contro le donne non accennano a diminuire anche perché gli stupratori godono della quasi totale impunità. In Congo-K gli stupri vengono utilizzati come arma di guerra, una guerra che quindi non si limita al campo di battaglia.
Impunity helps drive the horrific levels of sexual violence in DRC: it is more than a “weapon of war”, and is not confined to the battlefield.
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Il secondo filmato è l’agghiacciante testimonianza di una donna che ha subito violenza in Kenya. Nell’ex colonia britannica gli stupri sono una pratica comune e continua e si fa poco per combatterla.
The second is an horrific testimony of an woman that was raped in Kenya. In the former British colony rapes are common and nobody acts to stop them.
afex
Anche i giornalisti muoiono: le tesi precostituite sull’omicidio di Ilaria e Miran hanno bloccato le inchieste in altre direzioni
Amedeo Ricucci
23 Marzo 2014
Chissà perché, quando in Italia muore un giornalista, dev’esserci sotto, sempre, un mistero da scoprire. E ‘ come se la morte sul lavoro, per noi, non possa essere un evento accidentale o una disgrazia, ma debba essere collegata per forza ad un mistero, da svelare.
E passi che a pensarlo siano i parenti, per i quali una morte nobile è meno dolorosa e più facile da accettare. Diventano invece insopportabili i teoremi investigativi che inevitabilmente fanno da corollario a questa morte, spacciando spesso per verità quelle che sono solo delle supposizioni, in quanto basate non sui fatti ma sull’assunto aprioristico che dietro i fatti c’è sempre qualcosa d’altro. Vero è che il nostro è un Paese che ci ha abituato alle trame occulte e ai segreti di stato, ma interrogarsi è una cosa e fare congetture un’altra.
Prendiamo il caso di Ilaria Alpi, la sfortunata collega del TG3 uccisa a Mogadiscio il 20 marzo del 1994. In questo blog non ne ho mai parlato ma c’ero anch’io con lei e Miran Hrovatin sull’Hercules 130 dell’Aeronautica Militare che ci sbarcò in Somalia il 13 marzo.
E con noi c’erano altri giornalisti: Raffaele Ciriello, Marina Rini, Gianandrea Gaiani, Marcello Ugolini e Mauro Perna di Radio RAI. A Mogadiscio, invece, nel compound dei militari italiani della missione Ibis oppure ospiti in case private c’erano già Rino Cervone (Tg1), Romolo Paradisi e Carmen Lasorella (Tg2), Davide De Michelis della Radio Svizzera Italiana, Giovanni Porzio di Panorama) e Gabriella Simoni del Tg5.
Un gruppo ben nutrito, direi, eppure nessuno di questi giornalisti ha mai firmato un’inchiesta sulla morte di Ilaria e Miran, limitandosi a parlarne solo davanti al magistrato oppure in sede di Commissione d’Inchiesta – ce ne sono state diverse – senza mai avanzare congetture di sorta. Perché? Perché i fatti non le autorizzavano, dico io. Altrimenti, saremmo stati noi ad indagare per primi, noi che con Ilaria e Miran avevamo vissuto quegli ultimi giorni, noi che probabilmente eravamo più informati di altri su quanto stava succedendo in Somalia in quei giorni.
I fatti, d’altronde, erano chiari a tutti. Già al nostro arrivo a Mogadiscio i militari italiani ci avevano avvertito deirumor insistenti su un possibile attacco ad obiettivi italiani – giornalisti compresi – e ci avevano perciò invitati ad alloggiare all’interno del loro compound. E il 19 marzo, fattosi il pericolo più concreto, io e Raffaele Ciriello – che avevamo preferito sistemarci per qualche giorno in città, ospiti di cooperanti – fummo evacuati sulla nave Zeffiro e facemmo ritorno in Italia assieme a Marcello Ugolini e Mauro Perna del giornale radio RAI.
Ilaria e Miran li vedemmo per l’ultima volta il 15 o 16 marzo – non ricordo bene – in occasione di una visita a Merca assieme ai militari italiani. E fu in quella occasione che Ilaria mi disse di voler andare a Bosaso, sia perché laggiù era scoppiata una epidemia di colera, sia perché quella destinazione era l’unica disponibile via aerea. Tutte queste cose le scrissi sul settimanale Avvenimenti quando, giunto in Italia, venni accolto dalla notizia della morte di Ilaria e Miran.
E ricordo anche che, parlando della loro tragica morte al telefono con Raffaele Ciriello e con altri colleghi che erano stati con me in quel viaggio sfortunato, nessuno avanzò strane congetture su quanto era capitato, addebitandolo solo alla follia dei somali e alla sfortuna, che in questo mestiere è sempre in agguato.
Le congetture sono arrivate dopo, anche molti anni dopo, ad opera di colleghi che sono bravissimi ma che sono partiti dall’assunto che quella di Ilaria e di Miran non poteva essere stata una “punizione” – per colpire gli italiani – ma doveva nascondere chissà quale altro mistero. Si è parlato prima di mala cooperazione, poi di traffico d’armi, infine di rifiuti tossici, senza però mai apportare delle prove a sostegno che non fossero congetture.
A questo quadro sono state associate alcune apparenti stranezze – la sparizione dei taccuini di Ilaria ed altre – che a mio modesto avviso vanno messo in conto fra le cialtronerie che purtroppo caratterizzano molte inchieste italiane e non sono il segno di nessun piano prestabilito o complotto che dir si voglia.
Bene perciò ha fatto Massimo Alberizzi, che di Ilaria era amico e che della Somalia è il conoscitore più attendibile, a scrivere sul suo blog qualche giorno che la ricerca della verità è stata “ritardata” dalle troppe congetture misteriose. “Chi ha voluto con testardaggine perseguire la strada dei traffici illeciti, armi, rifiuti tossici e mala-cooperazione, senza guardare altrove – scrive Massimo – si è assunto la grave responsabilità di aver impedito che fossero condotte indagini in altre direzioni. Per accertare altre verità, per verificare altre tesi”. La sua è una denuncia coraggiosa e importante, che condivido in pieno e che dice quello che in tanti pensiamo da tempo senza aver mai avuto la possibilità di dirlo.
Amedeo Ricucci
http://www.amedeoricucci.it/
Ilaria e Miran uccisi vent’anni fa. Le tesi precostituite sul loro omicidio hanno impedito la ricerca della verità
Massimo A. Alberizzi
20 marzo 2014
Vent’anni fa, il 20 marzo 1994, Ilaria Alpi e Miran Hrowatin, venivano uccisi in un agguato a Mogadiscio. L’autista che guidava l’auto su cui viaggiavano, nella zona nord della capitale somala (Ali e non Abdi, come hanno scritto in tanti), era stato il mio fedele autista per alcuni mesi. Anche la guardia (l’unica che era a bordo) era stata una delle mie guardie del corpo.
Cipro, il trattamento disumano dei migranti
Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
19 marzo 2014
I richiedenti asilo, i rifugiati che raggiungono Cipro non hanno vita facile, nemmeno se sono sposati con cittadini ciprioti o per lo meno appartenenti all’UE e così ieri 18 marzo, Amnesty International ha lanciato pesanti accuse conto i suoi governanti dell’isola, che è entrata nell’Unione Europea nel 2004: “Non rispettano i diritti internazionali dei rifugiati”.
