Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
5 aprile 2014
Sono stati rapiti durante la notte tra venerdì e sabato nel nord del Cameroun, due sacerdoti fidei donum vicentini, don Giampaolo Marta, 47 anni e don Giampaolo Allegri di 57 ed una suora canadese, Gilberte Bussier. Tutti e tre si trovavano nella parrocchia di Tchére, vicino a Maroua, all’estremo nord della Nigeria e a ottocento chilometri dalla capitale Youndé.
Due missionari italiani e una suora canadese rapiti in Camerun ai confini con la Nigeria: Boko Haram?
Vent’anni fa il genocidio in Ruanda: Kagame accusa la Francia di “partecipazione attiva ai massacri”
Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 6 aprile 2014
La Francia non parteciperà alla cerimonia commemorativa del ventesimo anniversario del genocidio in Ruanda che si terrà domani a Kigali. L’ha reso noto Romain Nadal, portavoce del Quai D’Orsay, giustificando la decisione come risposta alle pesanti accuse contro la Francia lanciate dal presidente Paul Kagame, in un’intervista alla rivista Jeune Afrique che le pubblica stamattina.
Swaziland, la lotta delle vedove: lutto o sopravvivenza
IRIN
Mbabane, 21 aprile 2014
Nello Swaziland le vedove cominciano a ribellarsi contro il periodo di lutto che dura due anni, una tradizione ancora in uso, specialmente nelle zone rurali del Paese. Amanda Gindinza, una giovane vedova trentenne racconta: “Poteva avere un senso, quando le vedove si nascondevano, vestite di nero, nelle capanne, quando la poligamia era ancora diffusa; ci si aiutava e le famiglie d’origine assicuravano il sostentamento, quando non circolavano soldi in contanti, quando non c’erano né ospedali, né scuole, quando le donne
non lavoravano fuori casa. Oggi è impensabile. Come fa una donna lasciare il proprio lavoro per due anni, rimanere per tanto tempo senza reddito e mantenere i propri figli? Per queste e altre ragioni ho dovuto adeguarmi ai tempi e ho osservato il periodo di lutto per solo sei mesi, anche se la famiglia del mio defunto marito mi ha condannata per aver accettato un lavoro come commessa. Ma che potevo fare? Né loro, né altri mi hanno dato un sostegno finanziario e i mie figli dovevano mangiare, continuare ad andare a scuola. Anzi, dopo il funerale, la famiglia di mio marito è venuta a casa e mi ha portato via parte dell’arredamento e alcuni elettrodomestici, adducendo che ne avevano il diritto, appartenevano alla famiglia e siccome io non ho osservato la tradizione, nemmeno loro l’hanno osservata. Ma che potevo fare? Mio marito ci ha lasciato senza niente, vivevamo solo del suo stipendio, non possediamo altri beni”.
“Qui nello Swaziland, specie nelle zone rurali, una volta terminato il lutto, la vedova entra a far parte della famiglia di un fratello del marito morto, come l’ultima delle mogli. Per fortuna mio marito non aveva fratelli. Persino la mia vecchia madre, che vive con noi – conservatrice e tradizionalista, non mangia pesce, non appare mai in pubblico a capo scoperto – mi ha incoraggiato di fare ciò che ritenevo giusto fare per poter mantenere la famiglia. Anche lei ha capito che i tempi sono cambiati”.
Accorciare il periodo di lutto è una questione di sopravvivenza. L’HIV/AIDS è una delle maggiori cause di morte (lo Swaziland ha il triste record di essere uno dei paesi dove l’incidenza della malattia è una delle più alte del mondo), le cure mediche, i trasporti, le rette scolastiche rendono praticamente incompatibile i fatto di mantenere la tradizione e continuare a vivere. Joan Thwala, che lavora allo sportello di una banca, ha ripreso il lavoro due mesi dopo la morte del marito, “Riprendere la tua vita in mano, occuparti dei tuoi figli, non significa non rispettare la morte del proprio marito; una donna deve poter ritornare al lavoro senza subire discriminazioni”.
Bisogna sottolineare che la situazione di Thawala è fuori dal comune. Due terzi della popolazione (gli abitanti sono un milione duecentomila) vive su terreni statali che vengono suddivisi e assegnati da un capo. Non c’è alcuna certezza, alcuna sicurezza: trattandosi di un terreno statale, può essere chiesta la restituzione in qualsiasi momento, senza preavviso e/o giustificazione.
Le vedove non dovrebbero nemmeno diventare parlamentari. E’ successo l’anno scorso, quando Jennifer Du Pont, diventata vedova da poco, ha sfidato la tradizione e si è presentata alle primarie per l’area rurale Ludzibini che si trova vicino a Mbabane, capitale dello Swaziland. Ancora oggi sembra che gli usi e i costumi dello Swaziland siano più potenti delle leggi di Stato.
Il fatto che la Du Pont volesse presentarsi alle primarie proprio non andava giù al capo locale Dumisane Dlamini. Ha indetto una riunione con tutti i residenti della zona, minacciando che avrebbe sfrattato chiunque avesse dato il voto alla vedova Du Pont e ha sottolineato: “Come può rappresentarvi una vedova davanti al re quando non ne ha l’autorizzazione?”
Ma per fortuna le parole e le minacce di Dalmini sono rimaste inascoltate. La Du Pont ha vinto le primarie, purtroppo non è riuscita a superare il secondo turno.
Le donne sono stanche di essere oppresse
A due donne è stata rifiutata la candidatura perché si erano presentate alle assemblee per le elezioni in pantaloni e maglietta. C’era da aspettarselo in uno Stato prettamente maschilista. Le due donne sapevano che la loro candidatura sarebbe stata respinta, presentandosi vestite in tal modo, ma hanno voluto sfidare tutti e ciò è stato veramente significativo per un Paese, dove le donne vengono ancora considerate legalmente come minorenni.
“Le donne non accettano più questa oppressione” – spiega Thab’sile Ndlovu, un’attivista per i diritti delle donne incontrata a Manzini, a IRIN. La filiale Swaziland della NOG Women in Law (nuore) Sudafrica sta prendendo le misure necessarie per cancellare alcune leggi che non permettono alla donna di agire autonomamente, una volta sposate, senza il consenso dei genitori o del marito, come aprire un conto in banca, chiedere prestiti, aprire una società e altro. Comunque non è illegale ridurre il periodo di lutto. La vedova può farlo, non deve chiedere il permesso a nessuno –“ anche se sarebbe meglio chiarire con i parenti del marito e far capire loro le effettive esigenze dei figli”, come suggerisce Ginindza.
Mentre Banele Mdziniso, durante una fiera di prodotti agricoli tenutasi a Eqinisweni e organizzata dall’Assemblea delle donne rurali, una rete presente in oltre dieci paesi africani, ha spiegato che la Costituzione non obbliga le donne vestirsi di nero e mantenere il lutto per due anni. E’ una libera scelta dell’individuo. E aggiunge: “Se informo la mia comunità che non mi coprirò la testa completamente, nel caso in cui mio marito dovesse morire prima di me, che non osserverò un periodo di lutto per due anni, i miei desideri devono essere rispettati, anche perché tutto ciò non riporterà in vita mio marito”.
IRIN
Servizio di notizie umanitarie e di analisi di OCHA, l’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari dele Naioni Unite
traduzione di Cornelia I. Toelgyes
Amnesty International accusa: “In Nigeria è in atto un genocidio”
Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
3 aprile 2014
Altri quindici civili uccisi ieri a Mule, vicino a Maiduguri, capoluogo dello Stato del Borno nel nord-est della Nigeria. I feriti civili sono diciassette, mentre i soldati sono cinque. Quattro degli attentatori, presumibilmente appartenenti al gruppo terrorista jihadista Boko Haram, sono morti durante l’attentato suicida effettuato con quattro autobombe, mirato a distruggere (o meglio disintegrare data la potenza dell’esplosivo con cui erano imbottite) un immobile della compagnia petrolifera di Stato (Nigerian National Petrolium Corporation).
Le macchine, secondo le dichiarazioni rilasciate dal portavoce del Ministero della Difesa nigeriano, Chris Olukulade, sono esplose quando sono state colpite dai proiettili sparati delle forze dell’ordine perché non si erano fermare a un check point. Olukulade ha aggiunto che l’attentato non è stato ancora rivendicato. Le violenze aumentano di giorno in giorno. “Sono le peggiori degli ultimi anni”, riferiscono le persone del luogo, sempre più impaurite e spaventate.
Il tutto accade in Nigeria mentre Amnesty International lancia pesanti accuse: ”Nel nord del Paese è in atto un vero genocidio”
Eppure il presidente della Nigeria, Goodluck Jonathan, aveva riposto tutte le sue speranze nella lotta contro i Boko Haram nel nuovo ministro della difesa Aliyu Gusan, un musulmano del nord, insediatosi i primi di marzo, dopo che il Ministero era rimasto scoperto dal mese di giugno 2012, quando Jonathan aveva dato il benservito a Mohammed Bello per la sua incapacità di contrastare gli attacchi del gruppo terrorista.
I miliziani di Boko Haram sono ben addestrati, sia militarmente sia logisticamente. Ma chi li finanzia? Durante la conferenza dei ministri delle Finanze, Economia e Pianificazione dell’Unione Africana, che si è tenuta a fine marzo ad Abuja, capitale della confederazione nigeriana, Jonathan ha risposto con queste parole: “I finanziatori di Boko-Haram sono forze esterne alla Nigeria”.
Chris Olukulade, portavoce del Ministero della Difesa ha ammonito proprio l’altro ieri i leader del Nord-Est (Stati Borno e Yoba) che avevano accusato le truppe governative di collaborazione con il gruppo terrorista. “Sono insinuazioni pesanti – ha detto Olukulade –. Dovete provarle. Inoltre non giovano all’umore dei soldati. Abbiamo comunque incaricato i servizi segreti di indagare”.
Sempre ieri, Amnesty International ha pubblicato un dettagliato rapporto in cui lancia pesanti accuse: “Crimini di guerra e contro l’umanità nel nord-est della Nigeria. Nel Paese è in atto una guerra senza quartiere tra il gruppo armato islamista Boko Haram e le forze di sicurezza nigeriane”.
Africa ExPress ha pubblicato diversi più articoli sulla situazione nigeriana. Ormai la violenza è generalizzata. In alcuni Stati le scuole sono chiuse per impedire che i terroristi massacrino ragazzi e ragazze con attacchi violenti e improvvisi. Boko Haram significa lingua hausa “l’educazione occidentale è peccato”. Gli attentati con autobombe sono quasi quotidiani e così pure le stragi indisciminate. La gente esce di casa la mattina ma non se rientrerà la sera.
E le elezioni presidenziali imminenti non fanno presagire nulla di buono. I politici rapaci che vogliono mettere le mani sulle ricchissime royalties sono in lite tra loro per occupare il più alto scranno del Paese. E le mafie, anche quella siciliana, non sono estranee alla competizione elettorale e hanno già scelto i loro candidati.
Per altro il presidente Jonathan è impegnato a ricucire i rapporti con le comunità e per questo ha sostenuto le draconiane leggi anti-gay. Forse però per riuscire a essere rieletto dovrebbe dedicarsi maggiormente al benessere della sua gente, del suo popolo, di qualsiasi religione, etnia esso sia.
Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter @cotoelgyes
Women rights, mourning versus survival in Swaziland
IRIN
Mbabane, 21 april 2014
A traditional two-year mourning period for widows during which women are expected to be confined and not work, is meeting growing resistance in Swaziland. The custom is ill-suited to today’s smaller more autonomous family units, and the cash-based economy, according to women who have begun to challenge the custom.
“When women dressed in black and stayed hidden in their huts, those huts were part of polygamous homesteads and the other wives and relatives ensured the widow and her children were fed. Those were also the days when there were no schools or hospitals and no need for cash,” Amanda Ginindza, a widow in her thirties who cut short the mourning period to six months in order to earn an income, told IRIN.
Ginindza has been condemned by her late husband’s family for accepting a job as a shop assistant during the mourning period. At the same time, however, they offered no financial support to her and her three children during the mourning period. “We have to eat. My husband’s family came after his burial and took many of our marital items, such
as furniture and electronics. They said it was his estate and that it is the property of his family. I thought I married into the family. That’s Swazi custom. They were not following custom because they were greedy and now they criticize me for working to make ends meet. We lived on my husband’s pay cheque when he was alive. He left us with nothing,” she said.
After a cleansing ceremony at the close of mourning period, a widow is expected to enter her deceased brother’s households as a junior wife. The practice remains widespread, especially within Swaziland’s rural communities. “My husband has no brother, thank goodness,” Ginindza said. “My own mother who stays with us told me I must do what I have to do to support us all. She is a very strict traditionalist. No eating fish, no appearing without a hat. She sees that times are changing.”
HIV/AIDS in Swaziland (with one of the highest rates of the disease in the world), and the rising cost of school fees, health care and transport, put a huge strain on traditional ways of living. “It’s not about disrespecting the dead. For widows the need to shorten mourning periods is about survival. The women need to be free to leave their homes and take jobs without facing discrimination,” Joan Thwala, a bank teller who defied family pressures and resumed work two months after her hu
sband died, told IRIN.
Thwala’s situation is atypical: Two thirds of the 1.2 million population live on communal land apportioned by the chief and there is no security of tenure, as land can also be taken away by the chief. Fighting back Widows are also banned from becoming parliamentarians, though during last year’s elections Jennifer Du Pont, a recent widow and resident of rural Ludzibini near the capital Mbabane, defied tradition and entered the primary election.
Swazi law and custom tends to take precedence over statutory law. So incensed was the area’s headman, Dumisane Dlamini, that he called a meeting of residents and threatened to evict anyone who voted for Du Pont. “The MP must represent you before the king. How can a widow do that because she is not allowed in the presence of the king?” Dlamini said.
The headman’s warning fell on deaf ears and Du Pont advanced through the primary election, only to be defeated in the second round. “There were two candidates who were not permitted to enter their candidacies at all by the authorities because they came to the nomination meetings dressed in pants [trousers] and T-shirts. It was remarkable not because the chiefs blocked their candidacies, because that is to be expected from the male authorities, but that the women defied custom knowing the consequences. That is really significant for a place like Swaziland. Women are legal minors here. But women are no longer accepting their oppression,” Thab’sile Ndlovu, a women’s rights activist in Manzini, told IRIN.
The Swaziland branch of NGO Women in Law in Southern Africa says there are several legal structures designed to prevent women from owning property, taking out bank loans if they are married, and conducting other affairs without parental or spousal sponsorship. However, it was not illegal for a widow to cut short the prescribed two-year mourning period. “It just takes resolve to face down your in-laws and do what is required for yourself and your children,” said Ginindza.
At a recent agricultural show in the southern rural community of Eqinisweni, put on by the Swaziland Rural Women’s Assembly, a network of women’s groups from more than 10 African countries, programme director Banele Mdziniso, said: “It is clear in the constitution that if you don’t want to wear the mourning gown, you should not; hence it should not be forced on anyone. Even with the mourning period, it is up to the wife to determine how long she wants to mourn her loved one. “I for one made it known to my community leaders that I am not going to have a blanket completely covering my head in case my husband passes away before me. If I don’t put on the mourning gown, that should be respected, as it is my right to wear or not to wear them. It won’t bring my dead husband back to life.”
IRIN
The humanitarian news and analysis service of the UN Office for the Coordination of Humanitarian Affairs
Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang promette: Berardi libero, ma non dice quando
Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
2 aprile 2014
La prudenza è d’obbligo, ma sembra che si stia aprendo uno spiraglio nella vicenda di Roberto Berardi, l’imprenditore italiano detenuto in una fetida prigione della Guinea Equatoriale dal gennaio dell’anno scorso.
Ieri Antonio Tajani, vicepresidente della Commissione europea, responsabile di industria ed imprenditoria ha incontrato il presidente della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang. Durante il colloquio con Tajani il presidente ha dichiarato che si sarebbe impegnato per la liberazione dell’imprenditore italiano Roberto Berardi.
Berardi è stato arrestato gennaio del 2013. Era entrato in affari con Teodorino Obiang, figlio prediletto del presidente della Guinea Equatoriale. Insieme avevano fondato una società di costruzioni, di cui Berardi possedeva il quaranta percento della azioni, mentre il giovane Obiang il sessanta percento, come vuole la legge. Berardi svolgeva anche la funzione di direttore della società.
Forse l’imprenditore italiano non conosceva bene la storia della famiglia Obiang e del Paese, forse anche un po’ ingenuo, ha iniziato il nuovo compito con entusiasmo e gioia. Dopo qualche tempo si è accorto di un ammanco nelle casse della società. Ha chiesto spiegazioni al suo socio, il quale, essando il figlio del padre-padrone della Guinea Equatoriale per tutta risposta lo ha portato in tribunale che lo ha fatto condannare (la giustizia da quelle parti non è proprio indipendente) a oltre due anni di galera.
Il giovane Teodoro Obiang, conosciuto da tutti come Teodorino è viziato, ricchissimo, amante della bella vita, dell’Italia, dell’Europa, degli Stati Uniti. Ed è anche vendicativo. Possiede ville megagalattiche in svariati luoghi, yacht, macchine di gran lusso. E’ piuttosto eccentrico e non gli mancano i problemi con la giustizia francese e statunitense. Risale a pochi giorni fa la decisione di un tribunale francese di rinviarlo a giudizio per riciclaggio e guadagni illeciti. La notizia è stata confermata il 19 marzo dall’avvocato di Teodorino; non è stato arrestato perché protetto dall’immunità quale vicepresidente del suo paese.
La Guinea Equatoriale è un paese con solo ottocentomila abitanti. La maggior parte vive in miseria, governati da un dittatore che si avvale della facoltà di disporre della vita e della morte dei propri cittadini (meglio: sudditi) a suo piacimento. Il paese è stracolmo di giacimenti petroliferi i cui proventi vanno nelle tasche del presidente e del suo clan.
Durante i quattordici mesi di detenzione Roberto Berardi è stato picchiato, messo in isolamento, si è ammalato più volte di malaria, senza possibilità di poter accedere alle cure mediche. Difficile, quasi impossibile, ricevere persino le visite del suo avvocato e di funzionari diplomatici. Ai familiari è stato negato il visto per poter raggiungere il loro congiunto.
Già alla fine dello scorso anno la parlamentare Lia Quartapelle (PD) durante un “questiontime” aveva sottoposto il caso in parlamento. Aveva risposto Lapo Pistelli, allora vice ministro agli Affari Esteri. Il 5 febbraio 2014, il senatore Luigi Manconi, presidente della commissione diritti umani a Palazzo Madama, aveva presentato un’interpellanza in Senato, chiedendo un immediato intervento dell’allora ministro agli Esteri Emma Bonino, che aveva incontrato parecchie difficoltà nell’affrontare il dramma di Berardi. Poi, verso la fine di febbraio, con una lettera aperta, Manconi aveva ancora una volta richiamata l’attenzione del neo ministro agli affari esteri, Federica Mogherini , sulla terribile vicenda.
Infine il colloquio di ieri di Tajani con il presidente della Guinea Equatoriale che suscita grandi speranze. Attenzione però a essere troppo ottimisti: non scordiamoci che l’ex colonia spagnola, assieme all’Eritrea, è il Paese più duro di tutta l’Africa.
Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter @cotoelgyes
In alto Roberto Berardi, in basso Teodorin Obiang
Un video impressionante mostra un villaggio controllato dai Boko Haram
Africa ExPress
5 aprile 2014
L’esercito nigeriano è impegnato in una lotta senza quartiere contro i fondamentalisti islamici di Boko Haram. Ogni volta che un rastrellamento o una battaglia contro la setta va bene viene annunciata con grande successo. Ma la vittoria sembra ancora lontana, almeno a giudicare da questo video che mostra centinaia di fanatici militanti eccitati dagli slogan.
Ammazzato a Mombasa un influente leader musulmano radicale
Dal nostro stringer
1° aprile 2014
E’ stato ucciso qualche minuto fa a Mombasa un influente leader islamico, Sheikh Abubakar Shariff Ahmed, più conosciuto come Makaburi. Makaburi, era diventato il leader spirituale del Muslim Youth Centre un gruppo che si ispira agli shebab somali. Le notizie sono ancora confuse. Qualcuno dice che il clorico sia stato ucciso da altri musulmani con cui era in conflitto, altri sostengono che sia stato ucciso dalla polizia
afex
Bombe a Nairobi, sei morti. Allarme attentati in Kenya. Ambasciata italiana a rischio
Massimo A. Alberizzi
1° aprile 2014
Sei morti, decine di feriti. Il terrorismo colpisce ancora il Kenya e la sua capitale Nairobi, dove ieri sera tre bombe sono esplose nel quartiere somalo della città, Eastleigh, conosciuto anche come Little Mogadishu. L’attacco non è stato finora rivendicato, ma già si indicano come responsabili gli integralisti shebab somali. Se le bombe di ieri sono esplose, altre sono state trovate e disinnescate dalla polizia. E le ambasciate hanno lanciato appelli di fare estrema attenzione, perché potrebbero arrivare altri attacchi. A Nairobi la situazione è assai tesa anche perché è vivo il ricordo dell’attentato del settembre scorso al centro commerciale Westgate che provocò 67 morti (ufficiali) e dozzine di feriti.
Criminal Activity in Congo-K: Growing up in War, the Child Soldiers
IRIN
KIWANJA (North Kivu), 31st March 2014
When he was seven Dikembe Muamba* became a soldier on the orders of his uncle, a chief in the Democratic Republic of Congo’s (DRC) North Kivu Province. “I stole my first gun, when I was 10. It was a flintlock. By the time I became a captain at 14, I had many guns. I led 50 people, both children and adults. There were about 30 children in the unit. The youngest was 10,” Muamba, now 17, told IRIN.
